“La fiaba nucleare dell’uomo bambino”, di Hamid Ismailov (trad. Nadia Cicognini)

“Šaken discuteva spesso con nonno Daulet della Terza guerra mondiale, a cui si preparava con grande zelo nel suo posto di sorveglianza. Forse fu a causa di quell’ultima visione della città morta, che Eržan, da allora, cominciò a sognare la Terza guerra mondiale. Di solito il sogno cominciava da una cielo azzurro e sereno in cui si materializzavano all’improvviso dei piccoli aeroplani che attaccavano un cacciabombardiere americano, mentre le stelle si disperdevano rapidamente nel cielo notturno. Questi sogni si concludevano spesso con l’immagine di una cielo plumbeo, il boato di un’esplosione, seguito dai lamenti del bestiame che si levavano dal suolo, e un improvviso bagliore che si accendeva nell’aria mentre un gigantesco fungo velenoso si stagliava sopra la terra come un jinn.”

Il treno attraversa l’immensità della steppa kazaka. A ogni fermata, le carrozze vengono circondate dai venditori: di lana di cammello, bevande, pesce secco. Sono passati quattro giorni dalla partenza quando, appena lasciata l’ennesima, minuscola stazione, lo scompartimento viene invaso da una musica divina: un ragazzino poco più che dodicenne impugna il violino e con gran talento attacca non le solite melodie della tradizione locale ma le Danze ungheresi di Brahms. Rapiti sono i passeggeri, che aprono le porte delle cuccette e si riversano in corridoio, rapito è il narratore di questa storia, che si avvicina al ragazzino e lo incalza sull’origine di quella vocazione maestosa. Inizia così il racconto della storia di Eržan il Wunderkinder, “Вундеркинд Ержан” – il bambino delle meraviglie. Il bambino che non cresce. Sì perché Eržan, passaporto alla mano e aria da scugnizzo spazientito, fa ben notare che lui di anni ne ha ventisette, non dodici, malgrado le fattezze infantili.

Durante la Guerra Fredda l’Unione Sovietica prese a incrementare la costruzione degli ZATO, complessi abitativo-industriali chiusi, sovente nemmeno segnalati sulle mappe, che venivano utilizzati in specie per scopi militari. Si parla di una quarantina di località, per un totale di più di un milione di abitanti, di cui diverse ancora attive. Semipalatinks-21, nell’attuale Kazakistan, era uno di questi insediamenti; si trattava di un poligono di circa 20mila chilometri quadrati costruito dai prigionieri dei gulag, all’interno del quale dal 1949 al 1989 furono effettuati qualcosa come 459 test nucleari tramite esplosioni in atmosfera e al suolo. Benché la steppa circostante fosse territorio non urbanizzato, si stima che almeno duecentomila persone, per lo più gli ignari abitanti degli agglomerati rurali sparsi lungo le direttrici principali e la ferrovia, furono vittime del fallout nucleare. Il piccolo Eržan è parte di questa ruralità semicontadina: abita ai bordi della ferrovia, all’interno di un casello che conta due casupole: la sua – quella in cui vive col nonno Daulet, addetto al movimento degli scambi, la nonna Ulbarsyn, la mamma Kanysat e lo zio Kepek – e quella dell’anziana Šolpan con il figlio Šaken, impiegato presso il poligono e forte sostenitore del dovere categorico “di metter[si] al passo con gli americani, e perfino sorpassarli”, la nuora cittadina Bajčiček e la figlioletta Ajsulu, cui Eržan in tenera età ha mordicchiato un orecchio, decidendo così di farla sua sposa.

“La fiaba nucleare dell’uomo bambino” è il racconto dell’infanzia di Eržan, tra la nuova urbanizzazione stanziale e un nomadismo ancora radicato nelle abitudini familiari (quell’istinto al viaggio e alla scoperta che tanta parte avrà nelle vicende del ragazzo), tra le melodie della donga, suonata dal nonno nelle lunghe notti invernali, e lo swing dell’Elvis Rosso che esce dalla televisione portata a casa dall’indottrinato Šaken, tra la medicina moderna che Ajsulu vuole studiare da grande e le credenze sciamaniche della vecchia del villaggio, che scudiscia le gambe gonfie della nonna brandendo cosci di montone appena sgozzato. È Il racconto, privo di rimpianto, di un mondo rustico in cui la libertà degli spazi aperti si paga con povertà di risorse e malattie, con l’isolamento sociale e politico, con l’analfabetismo, le botte in famiglia, l’alcolismo, lo stupro. Ed è anche un romanzo di profonda rivoluzione strutturale.

“Nella sua storia non c’era spazio per l’amara nostalgia dei ricordi di cui solitamente si è preda sui vecchi treni, dove il fumo acre, che soffia dalla locomotiva, invade anche gli ultimi vagoni.”

Hamid Ismailov (1954), traduttore e mediatore culturale, è cresciuto in Uzbekistan, terra che appena adulto dovette abbandonare per via delle persecuzioni del regime. Giornalista alla BBC per più di vent’anni, è autore prolifico sia in russo sia in uzbeko; si occupa anche della traduzione in inglese dei testi della letteratura uzbeka e studia da anni il rapporto che intercorre tra musica e poesia popolare. Le sue opere sono bandite in patria.

“Tengri mandò sulla terra Gesar in regno della steppa senza alcun sovrano. (…) Per non correre il rischio di essere riconosciuto, Gesar giunse sulla terra sotto le sembianze di un orribile piccolo moccioso come te! (…). Solo Kara-Coton, che era suo zio, come Kepek lo è per te, aveva intuito che Gesar non era un bambino come tutti gli altri, che aveva un’origine divina, e allora cominciò a perseguitare il nipote con l’intenzione di ucciderlo prima che diventasse grande.”

Il verso formulare costituisce “la cellula elementare della dizione omerica”, scriveva Dario Del Corno. Già nel 1928 Milman Parry in una campagna di rilevamenti in Iugoslavia “accertò che i cantori popolari serbo-croati sono tuttora in grado di improvvisare canti eroici (…) ricorrendo a un patrimonio formulare tramandato mnemonicamente“. In sostanza l’aedo omerico, “attingendo a un materiale precostituito da una lunga tradizione, improvvisa la propria poesia nell’atto stesso in cui la recita” rendendo così di fatto indistinti i momenti rappresentati dall’atto della creazione, della trasmissione e dell’esecuzione, così come diviene irrilevante l’esistenza del “poeta sovrano”. “La fiaba nucleare dell’uomo bambino” (il cui titolo originale è proprio il Wunderkind Yerzhan a cui fanno riferimento le nonne) è strutturata proprio come un poema tradizionale, all’interno del quale l’aedo, rappresentato in questo caso dal viaggiatore anonimo, si fa narratore al ritmo non della bacchetta che il recitante professionista picchiava a terra per contare l’esametro ma delle ruote del treno sui binari. La storia di Eržan quindi si sovrappone all’epos e alle fiabe della tradizione popolare kazaka – di cui acquisisce anche la forma, che nella parte finale passa dalla prosa a un flusso di coscienza vicino alla dimensione poetica. Perfino la nascita del piccolo bambino prodigio – “buldur kimdir“, uno che la sa lunga – , rimane nell’ombra (la madre, chiusa da anni in un rigido mutismo selettivo, pare fosse stata violentata mentre giaceva inerme in un campo, traumatizzata dall’ennesima esplosione nucleare che aveva squassato la campagna), assumendo già dal principio i contorni di una leggenda che per importanza e gravità viene sovrapposta dalle anziane nonne a quella del favoloso regno di Ling, ancora oggi cantato dai bardi della “cintura di Gesar” in Cina (ndr: sì, parliamo proprio del nostro Caesar/Καῖσαρ, di origine turca); un corpus fittissimo di racconti epici a tradizione orale, vivi anche in forma di performance artistica dall’Asia centrale e meridionale sino al Tibet da dove pare derivi.

“La fiaba nucleare dell’uomo bambino” è il racconto di un’esistenza individuale che di fatto incarna quella di una tragedia collettiva, letta attraverso l’unico sguardo che Ismailov ritiene utile e necessario per raccontare simili avvenimenti: la narrazione epico/mitica, ossia quella che sin dalla notte dei tempi trasforma, tramite lo strumento dell’oralità e dell’occasione condivisa, le vicende umane da piccole e particolari a eventi universali. Come ogni epica che si rispetti, essa segue il medesimo percorso di iniziazione: la storia particolare viene disancorata e collocata in una dimensione a-temporale e per certi versi decontestualizzata; al protagonista, tramutato in eroe, è assegnata una missione (l’uccisione rituale dell’antagonista, che per Eržan è identificato con la Zona, la porzione di steppa altamente radioattiva al centro del quale, tra carcasse di automobili e acciaio fuso, ombre nere di alberi proiettati su muri scarniti e crateri profondi come quelli lunari, giace un occhio di blu purissimo, pesante, che conserva il segreto delle ossa irrigidite di Eržan), gli vengono forniti armi e attrezzi magici (un violino e un fucile) e gli viene promessa la sposa tanto desiderata.

“Mi sentivo anch’io smarrito come quella volpe nella steppa aperta, incapace di capire dove finisse la verità e dove cominciasse la finzione. Dov’era il confine tra il fluire ineludibile dell’esistenza e l’eternità indecifrabile?”

La narrazione mitica ed epica, di fatto, è il modo in cui l’essere umano usava spiegare a se stesso e ai propri figli gli eventi naturali e le tragedie causate da altri uomini, come le guerre. Che i narratori conoscessero o meno la realtà dei fatti, poco importa. Lo scarto del pensiero sta tutto qui. La storia di Eržan comincia su un treno, nel momento in cui un ragazzino in tutto e per tutto sano, reale, concreto mostra a uno scrittore un documento di identità – non sapremo mai se vero o falso. Non a caso la terza parte del racconto si intitola “Il sale del mito“: perché col passare del tempo l’acqua di quel blu straordinario – la storia vera – evapora e svanisce, facendone sedimentare le scorie – il sale – di una narrazione che diventa sempre meno aderente al vero (alla fine importa se le nonne di Eržan conoscessero o meno la causa dei loro malanni, delle improvvise tempeste, del latrato dei cani durante la notte?), per acquisire un significato universale. La storia di Eržan farà la fine di tutte le altre storie perse nel tempo, quei racconti che ognuno tira insieme un po’ come vuole, durante le notti d’inverno, e alla fine, dopo tanti anni, nessuno saprà più se siano vere o finte, sciocchezze raccontante dai vecchi o accadimenti reali e documentati. Chi ha dimestichezza col mito, però, è consapevole del fatto che nel cuore nero di ogni leggenda, specialmente in quelle più antiche, resiste sempre un nodo di verità profonda. La storia di Eržan non fa eccezione, fatto salvo un punto: che quel qualcosa di vero noi lo conosciamo bene.

“Nulla è più puro della luna, che nella notte alberga, ma il giorno dispare. / Nulla è più puro del sole, che nel giorno alberga, ma la notte dispare. / Il vero islam in nessuno dimora, solo sulla lingua vive, e non nei cuori. / Destino nomade e ricchezze solo ad alcuni sono concessi. / Invano ti affaticherai a cercarli. / E pochi sono i posti che vengono destinati. / (…) Quando il nemico insorge, / se pure di cingerai della sciabola e ti armerai di cinque fucili, / non diverrai un vero guerriero.”

“Côte d’Azur”, di Mary S. Lovell (trad. Maddalena Togliani)

Articolo di media lunghezza; tempo di lettura: 10 minuti.

“La villa, candida e bassa, era incassata tra le rocce integrandosi perfettamente nel paesaggio circostante, e gli ospiti che guardavano fuori dalle finestre o uscivano sul balcone privato della loro stanza avevano l’impressione che fosse sospesa sul mare blu. La piscina, considerata la più bella della Riviera, si trovava in una vasca che era stata scavata nella roccia con l’esplosivo, ed era dotata di uno scivolo che permetteva ai bagnanti di arrivare giù, nel mare sottostante, e nuotare fino a una piattaforma un po’ più al largo. L’enorme terrazza tra la casa e la piscina era il cuore di quasi tutta la vita sociale, e a ciascuna estremità una scalinata curva di pietra scendeva alla piscina. Furono installate tende parasole avvolgibili, affinchè i tavoli da gioco offrissero agli ospiti una luogo ombreggiato dove bere e giocare a carte – bridge, bazzica a sei mazzi – o backgammon.” (pag86)

La storia dello Château de l’Horizon, meravigliosa villa bianca art déco che negli anni ’30 la celebre attrice Maxine Elliott fece costruire per sé e per i suoi ospiti facoltosi sulla Riviera francese, nel comune di Vallauris, è una biografia corale. Le pagine di questa vita favolosa, raccontata dalla scrittrice e biografa Mary S. Lovell (“Straight On Till Morning: The Life Of Beryl Markham”, “Le sorelle Mitford” – Neri Pozza 2017, e altri ancora) si strutturano per capitoli in ordine cronologico, ciascuno dei quali segue un singolo, un paio o addirittura una famiglia di protagonisti della vita sociale e politica dell’epoca le cui esperienze si sono trovate, per svago o per necessità, a incrociare quelle dello Château.

E così, se nei primi capitoli assistiamo alla fulgida ascesa di Jessie Dermot (Rockland, Maine, 1868) in arte Maxine Elliott – attrice di fama internazionale per via della dedizione al proprio mestiere, la capacità espressiva, la bellezza dello sguardo – che al culmine del successo e guidata da un intuito non comune acquista una porzione di terreno impervio e roccioso a picco sul mare della Riviera per costruire la sua esclusiva residenza estiva, nelle pagine successive vengono raccontati le vite, gli amori e l’impegno politico dei tanti aristocratici inglesi parte dell’entourage di cui la socialite Maxine – sfidando tutte le regole non scritte della nobiltà britannica – era riuscita nell’impresa di circondarsi e che presero parte alla prima guerra mondiale.

La parte centrale della narrazione è quella più corposa forse anche per via della mole, sia quantitativa sia qualitativa, di materiale a cui Lovell è riuscita ad accedere: in questo microcosmo relativamente piccolo ma estremamente autoreferenziale e prolifico di rapporti reciproci assicurati dalla parola scritta, la pratica della biografia, del diario e del memoir crea una fitta e dettagliatissima rete di rimandi. Elencare qui i personaggi raccontati o semplicemente citati dalla Lovell è di fatto impossibile (basti pensare che l’indice dei nomi a fine volume si compone di 10 pagine). Si va dalle amiche più intime Elsie de Wolfe ed Elsa Maxwell, alle socialite e “cortigiane” più discusse (una su tutte Doris Browne Castlerosse, nata Delevigne – prozia di Poppy e Cara), fino agli esponenti della più elitaria politica britannica, come Winston Churchill che fra le stanze soleggiate e ariose dello Château condivise con l’amica Maxine tanta parte della propria dimensione sociale, in specie durante i rovesci professionali, in un arco di tempo lungo decenni.

Alcuni capitoli sono quasi interamente monografici, come quello dedicato appunto a Churchill o alla coppia Wallis-Duca di Windsor (per anni stabili residenti in Riviera), al principe Aly Khan (che acquistò lo Château alla morte della Elliott), a Rita Hayworth. Il testo è una miniera inesauribile di aneddoti e curiosità ma anche uno strumento utile se si desidera approfondire in maniera agile le dinamiche personali, familiari, sociali ed economiche che hanno influenzato, per non dire governato, tanta parte della Storia inglese e americana – ma anche europea – del primo novecento sino alla fine della seconda guerra mondiale.

Quello frequentato da Maxine Elliott era un corpo sociale elitario molto coeso, profondamente snob e classista, al cui interno si consumavano ferocissimi micro-conflitti ad alta e bassa intensità (una scenata tra amanti poteva durare dieci minuti, un bisticcio tra famiglie decadi intere), fra tradimenti reciproci, maldicenze e pettegolezzi, figli illegittimi dati in adozione, cresciuti dalle governanti in luoghi appartati, spediti in collegi svizzeri prestigiosissimi, nel nome della sempiterna lotta tra chi la ricchezza la possedeva grazie al titolo e chi tramite la tanto vituperata attività imprenditoriale.

“(…) Winnaretta Singer, figlia del magnate americano delle macchine da cucire. Lesbica dichiarata e generosa mecenate degli artisti, la “principessa Winnie” (…) nel 1893 sposò per il titolo il principe Edmond de Polignac, anch’egli omosessuale, in un matrimonio di facciata. (…) Conscia di essere considerata un’arrichita dal gratin di Parigi, Winnie aveva però la sicurezza in sé delle persone ricchissime. Quando una duchessa cercò di umiliarla, dicendole con arroganza: “Il mio nome è migliore del vostro”, Winnie ribatté: “Non in calce a un assegno.” (pag74, in nota)

Un corpus sociale falcidiato dalla spiccata bellicosità intestina che tuttavia, come accade a tutte le élite, non esitava a riunirsi sotto la stessa egida nel momento in cui situazioni esterne venivano a minacciare lo status del gruppo inteso, per una volta, come collettività.

Le pagine di “Côte d’Azur” sono molto dense e malgrado l’opera sia presentata come una narrative non fiction adatta alla fruizione di un pubblico ampio, la quantità di informazioni e riferimenti è tale da rendere necessaria una lettura attenta e ponderata anche perché tra titoli nobiliari, nomi d’arte e nomignoli, secondi e terzi cognomi acquisiti o persi in conseguenza di matrimoni, divorzi e nuove unioni, seguire le vicende dei protagonisti diventa effettivamente impegnativo (a ciò bisogna aggiungere anche la lettura delle note sia a piè di pagina, contrassegnate da asterischi, sia per tramite dei rimandi bibliografici numerati in fondo al volume). Sebbene Mary S. Lovell tratti la materia con evidente competenza frutto della sua esperienza pluriennale nell’arte della biografia, l’impronta che tende a dare al volume è, in certi casi, personale – e quindi discutibile. Come per esempio nei punti (confronta Twitter per approfondire) in cui pare negare a bella posta, consapevolmente, le simpatie naziste – che sono ormai da anni un fatto di pubblico dominio e documentato – dei duchi di Windsor, dipingendo Edoardo VIII come un nobiluomo un po’ tontolone, ignaro delle conseguenze a cui avrebbero potuto condurre le visite in Germania, le cene all’ambasciata tedesca a Parigi, il saluto nazista riservato a Wallis e le selezione che la moglie operava nei confronti della servitù di casa (tutti alti, biondi e vestiti di nero*). Medesimo inciampo nella gestione della figura di Churchill: nei capitoli che lo riguardano la Lovell si impegna a presentare un punto di vista non lontano da un certo favoritismo, con una narrazione di alcuni controversi avvenimenti privati** e familiari che, seppure scevra di giudizi morali, è evidentemente inficiata da un sentimento di ammirazione che non consente una completa imparzialità.

In generale, se certe riprovevoli azioni dei protagonisti maschili vengono spesso presentate come coerenti nell’intento o in un certo senso giustificate in nome dei costumi dell’epoca, non così si può dire per le figure femminili, di cui talvolta si tende a sottolineare la spregiudicatezza intesa come scelta consapevole e non come ovvia conseguenza di una sottomissione sistemica e di una dipendenza economica impossibile da eradicare. Non mancano certo le prese di coscienza o gli atti di ribellione da parte di donne coraggiose ma restano casi isolati che per altro vengono presentati come esempi di emancipazione ma che in realtà, a ben guardare, sono frutto del privilegio economico e sociale.

Probabilmente per molti lettori le parti più interessanti restano quelle in cui Lovell racconta la Riviera del dopoguerra e in specie gli avvenimenti tra gli anni ’50 e ’60. Le ville principesche, svuotate dei loro storici ospiti e padroni (per lo più inglesi, che per convinzione politica o più spesso a causa delle avanzare dell’età non avevano fatto ritorno alle proprie residenze estive, per la maggior parte saccheggiate e trasformate in presidio miliare durante il conflitto***) furono affittate o addirittura vendute. Ad acquistarle, quella generazione di nuovi ricchi che comprendeva, tra gli altri, figure del calibro di Onassis, star del cinema Hollywoodiano, loschi faccendieri dell’Est. La diffusione dei rotocalchi e del gossip ha fatto in modo che fosse questa l’età della Riviera a farsi più evidente ai nostri occhi. Rispetto alle vicende di un mondo prettamente aristocratico all’interno del quale nel bene e nel male ogni scandalo veniva ben taciuto e si poteva ancora discutere e fare politica attiva, questa nuova generazione deve la propria fama a uno stile di vita chiassoso, all’interno del quale la ricchezza non era più considerata come uno strumento attraverso cui, in qualche modo – anche maldestro – migliorare se stessi e rendersi utili al proprio Paese ma come strumento tramite il quale assecondare ogni personale capriccio.

(*Fun fact: quando la Hayworth, dopo una visita a casa Wallis, volle (mostrando una certa goffaggine) imporre le medesime divise al personale dello Château, una cameriera si rifiutò di indossarle, e venne licenziata. **Churchill non era famoso solo per la mente acutissima, l’abilità politica e il talento per la pittura ma anche per la frequentazione di ambienti inadatti al suo ruolo e al suo rango, le visite frequenti al Casinò dove sperperava il denaro di famiglia e… le scappatelle – con gran disperazione della moglie Clementine che, pur restandogli a fianco per tutta la vita – più con lo spirito che con la vicinanza fisica, perché per tanta parte dell’anno vivevano separati non volendo lei mischiarsi con l’entourage dello Château – non fa mistero della sofferenza e della preoccupazione nei riguardi dello stile di vita del marito. ***Restaurare dimore di quelle proporzioni non era questione da poco nemmeno per chi di denaro ne possedeva in abbondanza e comunque le condizioni della Francia postbellica non permettevano, a causa della scarseggiare dei beni di consumo, di condurre la medesima vita agiata precedente al ’39.)

“Ritorno dall’universo”, di Stanisław Lem (trad. Pier Francesco Poli)

“(…) gli argomenti della ragione sono impotenti di fronte alle abitudini dominanti.”

“Orfeo andò a cercare Euridice nell’Ade. Otello per amore uccise. La tragicità di Romeo e Giulietta… oggi non esistono più tragedie. Non ne esiste neanche la possibilità. Abbiamo eliminato l’inferno delle passioni, ma nello stesso momento ci siamo accorti che anche il cielo aveva cessato di esistere. Ora tutto è tiepido, Bregg.”

Di Lem (Leopoli 1921 – Cracovia 2006) si celebra quest’anno il centenario della nascita e Sellerio, che già ha a catalogo “Solaris” e “L’invincibile”, per l’occasione propone il romanzo “Ritorno dall’universo”.

Questo classico della fantascienza, scritto nel 1960 e ora presentato in nuova traduzione dal polacco, racconta il ritorno a casa dell’astronauta Hal Bregg, appena rientrato da una missione interstellare: dieci anni a bordo che ne significano centoventisette di tempo terrestre.

Come si può immaginare, il rimpatrio non sarà così facile perché Bregg si scopre alieno a casa propria, sia per causa dell’incredibile sviluppo tecnologico sopraggiunto durante l’assenza (che comprende anche una profonda mutazione del linguaggio, diventato quasi incomprensibile a livello semantico) sia perché l’unico compito degli esseri umani è, a quanto sembra, vivere una vita più comoda, piena e divertente possibile mentre tocca ai robot lavorare, produrre, servire: attività rispetto alle quali gli esseri umani non hanno contezza, limitandosi a un blando ruolo di supervisione.

“Mi fermai, respirando a fatica, vicino alla piscina, stetti sul bordo di cemento e vidi il riflesso delle stelle. Non avevo bisogno di stelle. Ero stato un pazzo, un folle, quando avevo lottato per prender parte alla spedizione, quando mi ero lasciato ridurre a un sacco che schizzava sangue (…), a che mi era servito, perché, perché non sapevo he si deve essere uomini comuni, i più comuni possibile, perché altrimenti è impossibile vivere e neanche vale la pena.”

“Ritorno dall’universo” affonda le radici nell’epica del νόστος omerico; un non a caso su tutti, “Prometeo” e “Ulisse”, le due navicelle su cui Bregg era di equipaggio. Se il riferimento al viaggio di Odisseo viene abbastanza intuitivo, per il ritorno di Prometeo dobbiamo rifarci a una mitologia ancora più antica all’interno della quale il titano, benevolo verso gli uomini, consegna loro il fuoco, il simbolo del progresso “illuministico” che spinge l’umanità all’affrancamento dalla superstizione e che con Bregg assume le forme di una “verità rivelata” scomoda da affrontare; per questo, Prometeo subirà l’ira e la punizione di Zeus, che consiste non nella morte ma nel supplizio fisico eterno e cosciente.

” – Lo sai perché non hanno detto niente del nostro arrivo?

– Qualcosa nel reale mi sembra ci sia stato. Non l’ho visto. Ma me l’ha detto qualcuno.

– Sì, ma moriresti dal ridere se tu lo vedessi. Ieri, nelle prime ore del mattino, è rientrata sulla Terra un’équipe di studiosi dello spazio extraplanetario. I suoi membri stanno bene. Si è cominciato a elaborare i risultati scientifici della spedizione. Fine, punto e basta. “

Lem, di fatto, costruisce un romanzo per episodi all’interno del quale affronta il tema del ritorno a casa del reduce di guerra – condizione che egli stesso ha ben sperimentato, in pari con quella dell’esule. Il senso di spaesamento al momento dell’arrivo viene rappresentato da Lem con la stazione ferroviaria, Babele di luci, scale, ascensori, colori insostenibili per la loro cacofonia. Le difficoltà del re-inserimento sociale sono dipinte raccontando alcuni momenti di tentato divertimento (bar, festa, “reale”), all’interno delle quali le percezioni del protagonista spaziano dalla claustrofobia al crescente senso di colpa nei riguardi della propria identità di sopravvissuto. Suoni e rumori scatenano potentissimi flashback nel ricordo ossessivo dello spazio e delle vicende che hanno portato alla morte dei compagni, un continuo ripercorrere passo dopo passo gli avvenimenti nella speranza-paradosso di riuscire a definirsi colpevole della tragedia. E infine le difficoltà – sublimate nel processo di “betrizzazione” (di cui qui non si può anticipar nulla) – nelle relazioni sentimentali, con la conseguente esplosione di momenti di violenza verso gli altri e verso se stesso a cui fa seguito la ricerca di situazioni di pericolo estremo che in qualche modo tocchino nuovamente le corde intime, sovraccaricate dagli anni in missione.

“E solo per constatare che quella lava si consolida in quelle grandi, maledette vesciche, abbiamo vomitato per dieci anni e siamo tornati qui, per diventare oggetto di ludibrio, mostri da museo delle cere; mi vuoi dire per che diavolo di motivo siamo finiti lassù? A che ci è servito?…”

Il fatto che lo scrittore ambienti nel futuro il νόστος del ritorno dimostra come la letteratura sia composta da due tipi di autori: chi la sa fare e chi no e chi anche parlando di se stesso riesce a parlare agli altri – e chi no. Lem non ha la pretesa di un intento didascalico né documentaristico e questa scelta, di per sé, è un merito: perché da una parte conferma le infinite possibilità narrative della fantascienza che, se scritta con contezza, diventa strumento attraverso cui raccontare non tanto il futuribile quanto il presente e le sue trasformazioni, e dall’altra chiarisce che di alcuni temi occorre parlare sempre, in qualsiasi modo possibile, data la vastità della loro portata.

Lo spazio profondo del cosmo assunto a teatro di guerra non è solo una metafora ma proprio una traslitterazione, una scelta consapevole data dalla profonda conoscenza di Lem della materia fantascientifica. Attraverso questo sistema-racconto, che per l’autore non è espediente ma strumento unico e indispensabile, Lem ha modo – come forse nessun altro è più riuscito a fare – di portare all’attenzione di un pubblico trasversale due questioni: l’assoluta estraneità della società civile nei riguardi della guerra trascorsa e l’assoluto disinteresse della pubblica amministrazione nei riguardi dei reduci.

“La nostra casetta era una delle ultime. Un piccolo giardino, con cespugli resi grigiastri dalle stratificazioni saline, portava evidenti le tracce di un recente fortunale. Le onde avevano evidentemente raggiunto il basso recinto: qua e là erano sparse delle conchiglie. “

Se volessimo tentare un riferimento cross-mediale, potremmo pensare – oltre che all’iconico episodio di Apollo13 in cui gli astronauti Lowell, Mattingly e Haise, in collegamento con la Terra, restano all’oscuro del fatto che nessuna rete televisiva si è offerta di trasmettere la diretta – alla serie noir “Quarry” (2016), trasposizione delle opere delle scrittore Max Allan Collins (Iowa, 1948) basate sul νόστος del veterano Mac Conway, reduce dal Vietnam. Serie che a “Ritorno dall’universo” riporta anche per le atmosfere; prova in più della genialità di Lem che, a dispetto della propria vita appartata e del momento storico in cui scrive, certo non favorevole a scambi e condivisione di informazioni, riesce a calare il ritorno di Hal Bregg all’interno di una dimensione dai precisissimi tratti Bay Area: crepuscolare e notturna, fatta di luci al neon e iper-divertimento che via via lasciano il posto a un paesaggio californiano di ville scalcinate e piscine di acqua verde, silenzi di insetti e voce dell’Oceano, in una discesa agli inferi conradiana che non può non rimandarci alla giungla di Kurtz.

“La vita anteriore”, di Mirko Sabatino

“(…) esistono energie e tensioni che aiutano gli eventi a combinarsi tra loro alla perfezione, sì, e si dà il caso che queste forze non abbiano nome; e non c’è bisogno di scomodare parole grosse come ‘destino’ per spiegarle. Hanno l’aspetto delle coincidenze: ma non sono coincidenze, e non sono destino. Io le chiamo armonie: traiettorie poetiche che danno ordine e forma, per un tratto, al caos della vita.”

Nella loro disperata bellezza di ragazzi, Ettore, Bruno e Irene hanno il merito d’avermi riappacificata col romanzo familiare. O almeno con quella parte del romanzo familiare che si adopera per scrivere di famiglia tralasciando i cliché dei grumi di angosce, delle incomprensioni politico-generazionali, degli scandali a lungo taciuti; quella parte, insomma, che continua a occupare una posizione di nicchia rispetto ai grandi drammoni di casa nostra (che tendo ad affrontare con fatica sempre più improba).

In realtà, nessuno dei tre protagonisti una famiglia ce l’ha per davvero, in senso stretto; sicché, verrebbe da dire, “La vita anteriore” è un romanzo familiare fondato sull’assenza (che spesso è più voluminosa della presenza) e pure, al contrario, sulla fantasmagoria dei legami familiari allargati.

Ettore Maggio vive con la madre Marina, una pletora di zie non maritate, la nonna Anita e il nonno Ottavio dal momento che il padre – riguardo al quale nessuno degli adulti prova un granché di rancore o sentimento vendicativo – ha fatto perdere le proprie tracce a pochi minuti dal parto. Bruno Basanisi da quando era piccolo sta con gli zii perché i genitori sono morti in un gravissimo incidente stradale. Pure Irene Favelli, malgrado sia l’unica dei tre che anagraficamente possiede una madre un padre e perfino un fratello, ha le sue gatte da pelare: il padre manca presto, la madre si rifugia nei sonniferi e nell’alcool e a Irene tocca prendersi cura del fratello “ritardato”. “La vita anteriore”, quindi, non è soltanto un romanzo che racconta le vicende di queste tre famiglie radicate al Sud, tra il boom degli anni ’50 e i giorni nostri ma è il racconto di un’amicizia, di quelle che nascono e crescono seguendo strade misteriose e armonie imperscrutabili agli occhi dell’osservatore (perché proprio l’instabile e ombroso Bruno, baciato dal talento per il pianoforte, viene ad accompagnarsi a Ettore, figlio e nipote prediletto, l’indifferente, l’insofferente, lo scrittore bello e dannato? Perché gli occhi azzurrissimi di Irene nel mezzo e quel suo rimaner costretta nello spazio angusto del diventare adulta prima del tempo?).

“La vita anteriore” scappa via da ogni rischio di sbavatura grazie a un sostanziale equilibrio tra le parti che tiene a freno la materia dove necessario: i temi della famiglia non soverchiano quelli amorosi che tuttavia, a loro volta, non sono mai spinti a prendere il sopravvento su una narrazione che si vorrebbe definire, in certi punti, addirittura “corale”. A far da adesivo è quell’elemento fiabesco, intuito e mai spiegato, quel senso di accettazione dell’ignoto, mai messo in discussione, quelle minime distorsioni temporali che fondano il nucleo intimo del realismo magico.

“Esiste anche ciò che non si vede e non si sente, -”

Quella parte di realismo magico che qui si infila, fra i tratti postmoderni di una narrazione che senza tanto clamore riesce a mettere in evidenza le criticità di un particolare, altro approccio al sistema-romanzo, non è mai espediente per scavalcare nessi logici altrimenti ingiustificabili ma al contrario strumento attraverso cui rendere manifeste tante connessioni altrimenti perdute, perché invisibili agli occhi. La stramba, intermittente preveggenza di nonno Maggio, il talento musicale di Guido, esploso dopo la morte dei genitori, la bellezza azzurra di Irene, incantamento di serpente, le scelte di vita che paiono consapevoli ma che alla fine si risolvono su sentieri già definiti in partenza – tutta questa interpretazione del sussistente affonda le radici nella consapevolezza che alcuni doni e alcune sventure (sì, perfino la morte e di morte dentro a queste pagine ce n’è, come giusto che sia) accadono per via di certe coincidenze e che contro queste coincidenze non si può nulla, a parte l’accettarle.

“‘Quando si va via, facci caso, si va sempre al Nord,’ spiegò sua madre. ‘Uno, quando le cose vanno male, prende e se ne va al Nord. E quando invece le cose vanno male e sei già al Nord, che fai? Sali ancora più a nord. Come se scendendo più giù non ci fosse più terra, come se scendendo più giù, non ci fosse niente’. Lo guardò. ‘Ma chi l’ha detto che dev’essere così? Non lo sarà per me. Io non salgo. Io scendo‘.”

Questa maniera di affrontare il reale arriva direttamente dalla nostra antichità, dal mito e dal divino come parte del contesto naturale. E quale luogo mai può essere più indicato per rappresentarla, del nostro Sud più profondo? Con “L’estate muore giovane” Mirko Sabatino ci aveva già abituati alle atmosfere fiabesche che qui si fanno, mi pare, più fini e curate: ombre profonde e freschissime negli androni di vecchi palazzi cittadini, tocco di un vento arrivato da chissà dove a scostare una tenda pesante e preziosa, porte socchiuse a mostrare stanze il cui accesso resta proibito. Su tutto regna indiscussa la campagna pugliese, del caldo che prende alla gola, della buganvillea e del fico d’india aggrappati a muri bianchissimi e roventi, della polvere che si deposita sui mobili e sugli oggetti. Oggetti che nella loro inutile necessità vengono a sostenere, come in una narrazione di fiaba, il ruolo di talismani: la cravatta del nonno appesa al pomo del letto, uno spartito di Chopin dimenticato tra le carte di una casa in affitto, una fototessera sbiadita; oggetti la cui funzione viene tenuta segreta, come nelle migliori avventure, sino a che dello strumento se ne rivela la necessità; oggetto che poi si perde, distrutto o sparito.

“- e centosei anni di vita non sono ancora sufficienti per capire che l’uomo non è la misura di ciò che gli accade intorno.”

Ettore, Bruno e Irene sono ragazzi della nostra generazione – quella mia e dell’autore. Quella che secondo la narrazione mainstream dovrebbe sentirsi tradita nelle aspettative, schiacciata dalla crisi economica, dal disastro delle torri gemelle, dalla penuria di prospettive. Sabatino trova il coraggio di ribaltare la prospettiva affidando all’istinto dell’esploratore, di cui forse noi della generazione X siamo gli ultimi custodi, il compito di riabilitarci.

L’abitudine all’accettazione, quel modo che possediamo sin dall’infanzia di abbracciare ciò che non è stato costruito né da noi né per noi ma con canoni e per i comodi di qualcun altro, ci vien utile ora nel mostrare che alla fine nessun luogo è indegno, che ogni mestiere, perfino il più umile, è necessario e sufficiente alla nostra permanenza in vita e che, di fatto, questa nostra sopravvivenza dipende sempre e comunque da altro; da una famiglia che non si fa mai monade, per esempio, o dalla capacità che abbiamo di adoperare i nostri “tempi interstiziali” (noi, ultima generazione cresciuta senza strumenti elettronici e in molti casi senza neppure il telefono o la televisione), oppure ancora dalla nostra consapevolezza, venuta dall’esperienza di bambini, che per tante questioni occorre tempo, nel nome di un principio di lentezza che siamo l’ultima generazione ad aver toccato con mano, liberi dalla necessità di una retronostalgia posticcia. Questo – quello di Ettore, Bruno e Irene – è il nostro privilegio. Godiamocelo.

Amo moltissimo il Sud dipinto da Mirko Sabatino perché è quello della mia infanzia, di luoghi interrotti nei quali camminavo da bambina, in cui mai mi sono sentita sola o in pericolo. Luoghi pieni di cose e di vento: cocci di un passato glorioso, sabbia portata dal mare lontano, odori di rosmarino e di materia cotta dal caldo feroce; testimonianza di un passaggio umano che soltanto raramente si faceva presenza ai miei occhi eppure impossibile, pur nell’ombra dell’assenza, da ignorare.

“L’altro mondo”, di Fabio Deotto

“Senza quasi accorgermene ho raggiunto Milano. Sono le cinque del pomeriggio e il sole ha già cominciato a nascondersi dietro l’orizzonte. (…) l’abitacolo viene inondato dalla luce di un tramonto mozzafiato. Lo smog e lo strato di nuvole rade appeso sopra la città si sono combinati a trasformare il cielo in un drappo arancione (…). È una visione così suggestiva che cedo di nuovo al mio lato adolescente, parcheggio l’auto e mi sporgo per scattare una foto. Ma poi mi tornano in mente i post frustrati su Instagram di tutti gli utenti che cercavano di catturare il cielo di San Francisco durante gli incendi incontrollati del 2020, quando il fumo aveva steso un’uniforme cappa arancione su tutta la California del Nord. Quell’assortimento cromatico era così insolito che gli algoritmi dei loro telefonini lo prendevano come un errore da correggere e restituivano immagini sbiadite o sovraesposte, in cui l’arancione si trasformava a volte in un giallo opaco altre in un rosa grigiastro.”

Non so dire il sentimento che mi ha preso a metà agosto, quando al telegiornale passavano le immagini dei passeggeri di quel traghetto – lo spettacolo dentro lo spettacolo come gli specchi che, nelle sale dei barbieri, guardano se stessi in un continuo infinito: io guardavo la televisione che a sua volta riproduceva delle immagini catturate con una telecamera, che a sua volta aveva inquadrato persone in calzoncini e ciabatte che riprendevano coi loro telefonini quelle fiamme altissime e il cielo rosso, infernale nella notte. Qualche giorno prima, isolata nella valle tra un fiume di fango che vomitava se stesso giù verso il lago e lo spavento della grandine notturna, chicchi come nocciole che sbattevano sui coppi del tetto, avevo deciso di cominciare “L’altro mondo”, un poco in anticipo rispetto al calendario delle letture che mi ero prefissata (ma ormai si sa, i programmi editoriali di ADC sono antica leggenda, di quelle che si raccontano ai bambini nelle sere d’inverno).

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“L’Altro mondo – la vita in un pianeta che cambia” è un reportage che il giornalista Fabio Deotto ha realizzato a cavallo della pandemia, tra il 2018 e il 2020, con lo scopo non tanto “di convincere che il cambiamento climatico sia reale, né spronare a un’azione climatica più o meno pacifica” quanto di mostrare come il mondo attuale, nonostante la riottosità praticamente globale ad ammetterlo, sia già profondamente cambiato – con noi che più o meno consapevolmente ci viviamo dentro. Il saggio si articola in otto capitoli, ciascuno dei quali dedicato a un luogo e alle interviste sul campo (Maldive, Miami, New Orleans, Houston, Lapponia [per due], Pianura Padana e infine delta del Po con Venezia). Il filo conduttore che lega l’analisi di Deotto e la scelta dei propri interlocutori, è, come racconta lo stesso autore, lo scorrere dell’acqua:

“Il nostro ambiente ci sta comunicando la crisi climatica soprattutto attraverso l’acqua. Che si tratti di scioglimento dei ghiacci, aumento del livello dei mari o desertificazione, è questo il vettore principale.”

Le nostre cartoline mentali delle Maldive, per dire, certo non comprendono immagini dalle isole-discariche che contornano l’arcipelago o l’odore di uovo marcio che proviene dagli stabilimenti industriali al largo dei resort paradisiaci (nelle cui acque il corallo è morto e stecchito da anni), ma non comprendono nemmeno i progetti di innalzamento artificiale già tutt’ora in corso, intorno ai quali gravitano gli interessi e il denaro di superpotenze quali la Cina e l’India. Nemmeno il villaggio di Babbo Natale a Korvatunturi ce lo immaginiamo immerso in un’opaca luce crepuscolare che non riflette il biancore della neve semplicemente …perché di neve non ce n’è più; e forse non sappiamo nemmeno che i souvenir sami di cui sono piene le botteghe dei villaggi lapponi di autentico non hanno proprio nulla perché di Sami (ndr: per decenni deportati e costretti all’assimilazione) dediti all’artigianato ne rimangono ben pochi, avendo essi priorità un poco più stringenti dell’intagliar scodelle. Come forse ignoriamo l’inglorioso destino del quartiere afroamericano Lower 9th a New Orleans, “modello virtuoso di ricostruzione postcataclisma” voluto addirittura da Brad Pitt (spoiler: sommerso dall’acqua salmastra che tutto distrugge). Questo nostro errore di sistema di valutazione deriva, per la maggior parte, da tutta una serie di calcoli sbagliati che la nostra psiche ha ricevuto “in dotazione dal nostro passato evolutivo”; calcoli che, utili per la nostra sopravvivenza preistorica, ora possono perfino risultare fuorvianti se utilizzati per la ricerca di soluzioni globali e condivise per affrontare il cambiamento climatico. Attraverso nove parti, interposte ai reportage, Deotto analizza proprio queste “distorsioni cognitive” che vanno dall’illusione del controllo alla differente percezione nei riguardi del cambiamento climatico a seconda che esso sia affrontato da chi fa proprio uno stato d’ansia o un modo di porsi regolato dalla paura – o da chi utilizza “l’approccio cowboy” (guess who!) e chi invece vorrebbe spingere (o lo sta già facendo tra mille più una difficoltà) verso una “tutela sperimentale” lontana da ogni approccio muscolare; leggendo questi intermezzi capiremo cosa si intende con “amnesia ambientale generazionale” o il motivo per cui sarebbe ora di sostituire l’espressione “cambiamento climatico” con “crisi climatica” o l’ormai fuorviante “scetticismo climatico” con il più adeguato “negazionismo”.

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Chiunque oggi può leggere di “crisi climatica” poiché l’editoria offre una gran varietà di equipaggiamento: se fino a una decina di anni fa i temi del surriscaldamento globale e delle sue conseguenze erano relegati alla saggistica accademica o al romanzo postapocalittico (con tutti i limiti caratteristici di entrambi i generi), oggi possiamo scegliere fra più strumenti tra cui per esempio quello della narrative non fiction, che può comprendere come in questo caso anche il reportage. Lo sviluppo di generi nuovi per raccontare il presente (e il futuro) implica anche lo studio di nuovi linguaggi che, al momento, non possono trovarsi se non in fase sperimentale. Ad esempio l’utilizzo, nel caso di Deotto, di un sistema di narrazione che comprende concetti quali i bias cognitivi, la “tossicità del mito” o quello di “decostruzione delle distorsioni cognitive” e dello “stereotipo”. Non sono molto d’accordo con l’impiego di questo tipo di lessico multiuso che personalmente trovo eccessivamente polarizzato e in un certo senso ormai vittima d’inflazione; d’altra parte comprendo come la forza di queste pagine stia nell’impegno a stimolare una riflessione di tipo nuovo, un pensiero laterale di cui, va detto, in tanti siamo ancora privi. Il linguaggio appropriato nonché il superamento di certe espressioni “stereotipate” e traslitterate da una lingua inglese che in certi contesti non ci appartiene verranno poi.

In verità sono due i punti di carattere metodologico che mi hanno lasciata perplessa. Il primo riguarda, in senso lato, la presenza dell’opinione personale e del sentire politico dell’autore all’interno del sistema-reportage (cfr. in particolare il capitolo: “La nostra pretesa di stanzialità”, dedicato all’analisi dei fenomeni migratori). Il secondo riguarda la base tecnica su cui si fonda il capitolo “Il nostro bisogno di storie” all’interno del quale il mito (quello di origine indoeuropea) viene accomunato alla storia (la cui base latina è non il mito ma la fabula) e di conseguenza viene indicato come elemento suscettibile di necessaria “decostruzione” (ndr: il mito va semmai contestualizzato, non decostruito). Come ultima nota, mi pare che resti aperta – perché non discussa – la questione dell’accessibilità (intersezionale, mi verrebbe da dire) alle smart & green cities da parte degli utenti più deboli: non si tratta soltanto di persone appartenenti a classi sociali disagiate, minoranze etniche o immigrati (su cui si concentra parte dell’analisi di Deotto) ma anche di anziani e soprattutto delle persone con handicap. Mi sarebbe piaciuto un approfondimento su questo punto perché molto spesso lo sviluppo di “città ecologiche” prevede di fatto – per esempio – modelli di mobilità non inclusivi.

Parte delle note al testo, diverse citazioni e una rapida discussione su questi punti finali sono disponibili nel filo di twitt che, un po’ per comodità e un po’ per caso (al solito, ADC procede con gran criterio), è nato dalla lettura di queste pagine.

“Piccolo inventario dei saluti”, di Carla Corsi

“Madri e figli credo nascano in maniera opposta. Durante la gravidanza, viviamo un senso di pienezza che non compromette la nostra possibilità, ancora tutta intatta, di sperimentare lo spazio vuoto intorno a noi e godere delle braccia slegate. I figli, durante i nove mesi invece, riempiono uno spazio piccolo e stretto che finisce col permettere pochissimi movimenti. (…) Al momento della nascita di suo figlio, una donna si accorge quasi subito che, da qual momento in poi, al suo utero vuoto si è sostituito uno spazio tra le braccia che sarà sempre colmato da quella presenza nuova. Le braccia, prima libere e slegate, quasi ventose, si chiudono in un nodo insicuro che stringe al petto e che prova a proteggere il neonato.”

Siamo tutte uguali ma anche diverse. Se il dolore spinge fuori, dalla medesima origine, certo differenti sono la reazione e l’effetto. Se il dolore spinge fuori da una ferita identica, quella della maternità per esempio, ciascuna madre declinerà a propria maniera l’amore soverchio, il sentimento che strabocca, la rabbia, il disprezzo per sé, il senso della manchevolezza.

Ho sempre faticato ad apprezzare le narrazioni retorico-ridanciane sulla maternità: il simpatico episodio della puerpera che apre al postino indossando la maglia impatellata e neanche se ne accorge, il monologo finto consolatorio sulla disperazione iperbolica che prende quando il passeggino che “si piega in un clic” non si chiude manco con l’utilizzo d’una motosega. D’altra parte questo prendere le cose alla leggera, evitando d’esser trattate da squilibrate da internare, fino a tempi recentissimi è stato l’unico modo di rendere noto che sì, la maternità ha pure un lato osceno. Quindi il merito dello sdazio a queste narrazioni va dato. Resta il fatto che di fronte a queste divertenti storielle dal finale consolatorio alla “ma sì, facciamoci una risata”, a me veniva da pensare un’unica roba: “ma no, non c’è proprio un cazzo da ridere”. Poi, intendiamoci: il finale consolatorio può anche essere opzione percorribile perché non è che prendersi sul serio con severità da monaco in penitenza sia condizione necessaria o sufficiente al recupero di una chiave di lettura risolutiva sulla maternità; e va detto inoltre che quando si parla appunto di maternità il confine interpretativo tra l’esposizione del proprio disagio, rendendolo in tal modo effettivo, reale, sussistente – perché condiviso – e la pratica della lamentazione, della vittima, del senso di colpa diventa sottilissimo, quasi impalpabile – a favore di quest’ultima.

Sicché, dicevamo, per un certo periodo l’unica maniera in cui sdoganare le complessità del mondo materno senza apparire del tutto rincoglionite (“Vedete, guardatemi! Ho partorito ma sono ancora io! So fare le battute! So ironizzare sul mio stato di puerpera”) o fuori di testa (sì, esatto!) è stato quello di buttarla in caciara. Il passo successivo, difatti, s’è concretizzato nel raccontare la maternità attraverso la lente di ingrandimento del disagio mentale a essa collegato – in tutto o in parte. Il merito di queste narrazioni è, paradossalmente, di aver contribuito a separare il disturbo, che spesso cova come la brace sotto la cenere, dall’evento del parto o del puerperio (episodi scatenanti non diversi da altri di grande impatto emotivo) sbugiardando la formula del “si vede che non eri pronta a fare figli” frequentemente applicata a qualsiasi donna soffrisse, per esempio, di depressione post-parto.

Il vero coming-out però deve andare ancora oltre e noi, ora, siamo proprio qui, all’osservare quel qualcosa che cambia di nuovo, in perenne evoluzione: è avere il coraggio di mostrare che no, spesso non ce la si fa, e non ce la si fa perché la maternità è un evento travolgente e punto.

“E io non sapevo mai cosa fare, Nina. Se piangere, arrabbiarmi e obbligarti a mangiare o lasciare che ti nutrissi solo di budino alla vaniglia. E mi sentivo la madre peggiore del mondo, così incapace da non saper sfamare la figlia.”

Dell’idea che nessuno nasce imparato è Carla Corsi che col suo “Piccolo inventario dei saluti” ci dimostra che diventare madri nella testa quasi mai va di pari passo – e con la medesima, sconvolgente rapidità con cui si partorisce – del diventar madri nel corpo. Specie se non si posseggono validi modelli di riferimento familiare, specie se il momento del puerperio è vissuto, per distanza fisica o emotiva, lontano dalle persone che invece avremmo bisogno di avere accanto, specie se la maternità coincide con un completo ribaltamento delle proprie abitudini o caratteristiche (che spesso, ricordo, non ci scegliamo: ci nasciamo, “fatte così”).

“E a te, tanto piccola, che hai già perso tanto e a me, che scappo per salvarmi, dimenticandomi sempre di quanta delicatezza abbiano bisogno gli addii definitivi.”

Il “Piccolo inventario dei saluti” racconta, a mo’ di epistolario, una piccola porzione della vita di Agata, soverchiata dalle incombenze familiari e dalle cure per la figlia treenne Nina. Tanto sopraffatta da prendere una decisione drastica, d’impulso ma lucidissima: la fuga. Sì, diciamocelo pure: Agata abbandona il tetto coniugale. In seguito all’ennesimo capriccio della bambina, Agata ha sbroccato: ficca due abiti in valigia, stropiccia un telegrafico messaggio su un post-it, sale su un pullman e si dà a una disperata evasione. Ora è ospite di un’amica che l’accoglie nella sua casa-rifugio, al freddo di una primavera montana non ancora sbocciata.

Agata, in una serie di lettere indirizzate alla figlia (lettere che non aveva pianificato di scrivere ma che vengon fuori così, da sole, in un dialogo madre-fglia che si nutre di distanza), cerca pian piano di riordinare il proprio presente: un presente fatto, finalmente, di grandi dormite, bagni caldi e cibi bollenti ma anche di un lavoro nuovo e materico (sì, Agata trova anche un mestiere attraverso cui rendersi autonoma, il che non è da sottovalutare). Un presente che però è innegabilmente composto di una maternità potente e invasiva che si fa prima di tutto fatica fisica, tra notti insonni e ritmi personali soffocati da un orologio che appartiene soltanto ai piccoli, mai agli adulti (sommessamente ricordo: la tortura della privazione del sonno viene applicata ai prigionieri di guerra sin dall’antichità). È chiaro che poi la riflessione sul presente diventa anche studio del passato perché la provenienza da famiglie complicate certo non facilita il compito di crescerSI.

“Piccolo inventario dei saluti” è lontanissimo da quello stile “ascesa-caduta-rinascita consapevole” da autofiction d’oltreoceano. Anzi è un testo che, sia per l’impostazione a epistolario a dimostrazione di come sia possibile parlare di questioni nuove attraverso forme antiche, sia per l’approccio, mi pare molto “indo-europeo”; quel non affondare eccessivamente alla ricerca del motivo e della colpa, nel tentativo di abbracciare l’accettazione di un così è stato, rivendicando, nella negazione dell’ereditarietà irreparabile del difetto, la possibilità concreta di una ri-costruzione del sé, ciascuna madre a modo suo: da qui il rispetto che occorre nei confronti della sofferenza altrui.

“Ho pensato che una soluzione all’imperfezione potesse essere l’assenza. Ho riempito la mia valigia e sono sparita, perché se non potevate avermi perfetta era meglio non avermi.”

Nota: “Piccolo inventario dei saluti” racchiude pagine piene di microcitazioni fortunatissime, aiku perfetti da far la buona sorte di un twitt ipercondiviso. “Piccolo inventario dei saluti” però è uno di quei libri che vanno letti in silenzio – e così mi sono permessa di farlo io, lontana dal mio account. La pubblicazione di queste parole al di fuori del loro contesto originario – le pagine, e l’estrema cura lessicale che le contraddistinguono – si sarebbe trasformata automaticamente in eccesso, un chiasso esorbitante che la fragilità di certi dolori non consentono.

“La lingua del tempo”, di Eva Hoffman (trad. Maria Baiocchi)

tempo di lettura: 10minuti

“Gli aggettivi non varcano i continenti. (…) Non si può trasportare il significato dell’umanità tutto intero da una cultura all’altra, né più né meno di quanto si può traslitterare un testo.”

Questo invece riesce a fare Eva Hoffman con “Lost in translation: Life in a new language” (1989), laborioso, denso e bellissimo memoir: raccontare non tanto la propria vita di esule ebrea polacca quanto, attraverso episodi anche minimi o (solo) all’apparenza insignificanti, le difficoltà dell’integrazione – quelle che passano dall'(in)comprensione linguistica. Prima di raccoglierci su queste pagine, però, occorre una piccola digressione biografica.

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Cracovia, 1959. I coniugi Boris e Maria Wydra, sopravvissuti all’olocausto (prima in un bunker di montagna e poi nascosti grazie all’aiuto di alcuni amici), sopraffatti dalla nuova, dilagante ondata di antisemitismo, dalle ristrettezze economiche e dai disordini politici decidono di emigrare nella British Columbia insieme alle due figlie: la tredicenne Ewa, promettente pianista, e la sorella Alina, di qualche anno più giovane. Eva Hoffman (dal cognome del marito, un fellow student con cui rimane sposata dal 1971 al 1976), è brillante studentessa premiata con numerosi riconoscimenti e borse di studio. Si laurea alla Yale School of Music e ad Harward; diviene insegnante di letteratura inglese e di creative writing presso diverse università, poi editor e writer per il The New York Times e ancora autrice di testi per la BBC Radio. Vincitrice di numerosi Award per i suoi lavori e per l’impegno nel mondo delle arti e della cultura, da 30 anni vive a Londra.

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“Per tradurre una lingua o un testo senza alterarne il significato bisognerebbe trasportare anche il pubblico.”

Le questioni che la Hoffman solleva sono parecchie e sarebbe ingenuo pensare di poter raccogliere qui tutte le suggestioni che “La lingua del tempo” porta con sé. Il punto più importante a mio avviso, il cardine intorno a quale si sviluppa l’impianto narrativo del testo (e per questo lo cito qui) è il privilegio dell’intelligenza e del talento. Quell’immunità che fa di Ewa e della sorella (costrette perfino a cambiare nome, nell’ottica di una più rapida inglesizzazione – “Il mio non è stato un problema, Ewa in inglese diventa Eva, che è la stessa cosa, ma a mia sorella Alina è toccato Elaine”) due corpi in perenne stato di estraneità: favorite e incoraggiate dalla comunità scolastica e dall’ambiente scientifico e letterario, lontane dai traumi del bullismo e dell’esclusione (ad esempio quella economica, grazie alle sovvenzioni ricevute per merito), tuttavia in equilibrio perpetuo e precario tra il riconoscimento legittimo di una capacità e lo sguardo, un poco meno legittimo, dell’“esotico ed erotico”. Sarebbe però un errore enorme – benché certe corrispondenze siano innegabilmente evidenti – leggere le vicende della Hoffman, figlie di un ben preciso momento americano, con gli occhi della contemporaneità. Hoffman per prima ci mette in guardia da questo pericolo (“Poiché ho imparato sulla mia pelle la relatività dei significati culturali, non posso mai assumere una serie di significati come definitiva.”), fornendoci nel contempo la chiave di lettura esatta, quella della contestualizzazione, attraverso cui recuperare il senso di queste pagine che occorre trattenersi dal piegare a proprio favore, né in un verso né in quello opposto, proprio perché “La normalità non deriva da una norma convenzionale ma da questa conoscenza delle proporzioni.”

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“La lingua del tempo” è, si diceva, un memoir – strutturato in tre parti. Uno dei pregi dell’autrice è la capacità di modulare il linguaggio, che porta con sé anche le tecniche dell’osservare e l’interpretazione del reale, in base ai differenti archi temporali. Senza mai risultare stucchevole, Hoffman affida alla prima sezione, “Il paradiso”, lo sguardo dell’infanzia a Cracovia che illumina il paesaggio di luce violenta e passionale. Questo modo di raccontare la prima età tuttavia non limita né manipola l’osservazione, che rimane sempre giusta nei riguardi di una realtà sicuramente favorita all’interno della quale, tuttavia, quel che si potrebbe definire “privilegio” non è altro che un traballante predellino sospeso sulla miseria per non più di qualche centimetro.

“Abbiamo avuto il permesso di portare con noi il pianoforte, anche se fa parte della categoria di oggetti che andrebbero lasciati al patrimonio nazionale.”

[Mi appunto qui un’ulteriore suggestione per questa prima sezione: “Andiamo all’opera, a teatro e al cinema – tutte cose accessibili a poco prezzo – e spesso andiamo a trovare gli amici.” – il punto della cultura diffusa che permea la Polonia rurale e urbana, senza distinzione alcuna. Quell’“a poco prezzo” che in specie oggi, nel post covid apocalittico dello spettacolo in ginocchio, dovrebbe spingerci a molte e non scontate riflessioni.]

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“Vancouver non sarà mai per me il luogo più amato, perché è stato qui che sono cascata fuori dalla rete del significato nella leggerezza del caos.”

Nella seconda parte, ”L’esilio”, a far da padrone è il sentimento dello sradicamento che è linguistico – proprio del non capire – e di conseguenza culturale e valoriale. Predomina il racconto di episodi adolescenziali tra vita scolastica e prime amicizie, in una tensione continua fra desiderio di intimità e condivisione e, all’inverso, la spinta inevitabile all’isolamento. Il punto di questa seconda parte è evidenziare la mancanza degli strumenti di confronto, comunicazione, interpretazione del reale. Perché la fondatezza dell’infanzia spartita (i programmi in tv, il cinema, la storia americana, le tradizioni, la politica) crea il substrato sul quale è possibile ancorare il ponte dei legami extrafamiliari – possibilità fuori discussione per l’immigrato.

“A parte le infinite varietà di articoli di vestiario, macchine e piscine, non ho idea dei beni che questo continente è in grado di offrire. Non so che cosa si può amare qui, che cosa si può assorbire fino a considerarlo intimamente proprio. In seguito, quando si romperanno gli argini dell’invidia, la mia gelosia andrà soprattutto a quelli che, in America, hanno avuto un senso di appartenenza al luogo.”

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Con la terza parte, “Il nuovo mondo”, il racconto di episodi e aneddoti specifici si restringe attraverso una rarefazione discreta che lascia spazio, mediante accenni a eventi di svolta nella vita personale dell’autrice utilizzati come ganci narrativi, a una sorta di esposizione teorica che assomiglia da una parte alla summa delle riflessioni dell’autrice, ormai adulta e affermata, (riflessioni che per la prima volta, sempre secondo il principio dell’adattare linguaggio e svolgimento tematico al tempo narrato, si direbbero complete, strutturate) dall’altra a manifesto di un certo modo – forse l’unico possibile – di intendere il nodo dell’emigrante, tra assimilazione e conservazione del proprio nucleo identitario.

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L’aspetto più fortemente analizzato, sul quale l’acuto spirito di osservazione della Hoffman si infrange con violenza di tempesta rivelando la passione viscerale (tutta europea!) per l’approccio maieutico e l’afflizione che deriva dall’esperienza familiare, è quello, appunto, dell’identità. “La lingua del tempo” in questo senso è, sostanzialmente, un trattato sull’identità individuale che riconosce nell’ambiente circostante una delle variabili fondamentali – forse l’unica – capace di formare l’individuo. In questo sistema-identità si esplica la dicotomia (ricordiamo, siamo a cavallo degli anni ’70) tra lo sguardo europeo, per il quale “una personalità è una cosa che ci si limita ad avere”, e quello profondamente americano, all’interno del quale i vari soggetti “si vedono come i pellegrini di un cammino interiore, eroi ed eroine di un dramma psichico”.

“La lingua del tempo” è, per impostazione consapevole, un memoir lontano dall’intento didascalico tipico di certe narrazioni caduta-e-resurrezione a cui ci ha abituati la retorica d’oltreoceano; ciononostante, non nego che per certi versi mi piacerebbe concludere questa riflessione con lo spoiler del sì, l’autrice ce l’ha fatta, missione compiuta, integrazione completa, identità personale conservata. Ancora una volta però è la stessa Hoffman a prenderci per i capelli:

“Forse perché sono stata bombardata da tanti cambiamenti, ho bisogno di distinguere con precisione fra veri arricchimenti della conoscenza e pericolosi viaggi all’avanscoperta. Ho paura di arrischiarmi oltre le mie possibilità, ho paura delle false trasformazioni. Quello che conta per me in questo momento non è quanto riesco a uscire da me stessa, ma quanto riesco ancora ad assorbire veramente.”

Ancora:

“Io a volte mi sento tradita da questa miscela di rigide convinzioni e trasformismo, perché rende i miei compagni sfuggenti, avvolti come sono nella nebulosa delle ideologie e delle dichiarazioni di principio; mi riesce difficile distinguere fra mode e fedi sincere, le convinzioni appassionate dai dogmi di comodo. (…) Paradossalmente uno degli indizi della mia non completa assimilazione è la nostalgia residua – che tanti miei amici trovano francamente sconveniente, come una confessione di vergognosa debolezza – per qualcosa di più stabile, per un radicamento meno faticoso, una patria.”

“Ho la disgrazia di vedere la griglia delle persuasioni generali stampata sopra ogni singola personalità, di vedere la dipendenza dall’ideologia collettiva laddove ci dovrebbe essere solo il libero gioco della soggettività.”

E infine:

“Nella mia vita pubblica, di gruppo, finirò probabilmente per trovarmi sempre nelle fessure fra culture e subculture, fra gli scenari delle fedi politiche e i credo estetici. Non è poi il peggiore dei posti: ti permette di guardare il mondo da una prospettiva diversa.”

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Note all’edizione. “Lost in translation: Life in a new language” appare per la prima volta nel 1989. Viene pubblicato in Italia nel 1996 da Donzelli col titolo “Come si dice”. Ora viene riproposto dalla casa editrice Il Margine (da poco parte di Edizioni Centro Studi Erickson), sempre nella traduzione – rivista – di Maria Baiocchi. Ringrazio Il Margine per questo invio: “La lingua del tempo” è un libro del cuore che senza l’aiuto di cari amici non avrei mai scoperto: sarebbe stato per me non solo un gran peccato ma anche una vera mancanza.

“Quelli che non capiscono il passato possono essere condannati a ripeterlo, ma quelli che non lo ripetono mai sono condannati a non capirlo.”

“La casa di Shara Band Ong”, di Mariza D’Anna

“Negli anni più vicini alla nascita, quelli che appartengono al tempo della conoscenza involontaria, i ricordi sono ombre spodestate dal presente che avanza rapido verso il futuro. Via via che gli anni passano e il tempo della vita si accorcia, le tracce del passato riaffiorano come cicatrici e, come reperti di un altro tempo che era stato abitato da noi, sollecitano domande, scavano tunnel nella memoria e sono capaci di fare rivivere persone che se ne sono andate per sempre.” (kindle 323)

Alla ricerca di testi che mi raccontassero l’epoca del colonialismo italiano sono inciampata in queste pagine – che non conoscevo. La piccola curiosità è che non ho memoria di come io sia finita sulla strada di Shara Band Ong: credo di aver recuperato il titolo da Twitter, consigliato dalla mia bolla: ho pure cercato di ripescare la storia di questo ritrovamento ma non ho avuto successo il che è indice, se mai fosse necessario ribadirlo, del fatto che i libri camminano su strade misteriose e si palesano a noi unicamente nei modi che ritengono opportuni.

Màrgana è una piccola realtà editoriale trapanese che si occupa di dare visibilità ad autori e autrici della terra di Sicilia in grado di raccontare oltre alla proprie storie personali anche quella più ampia – Siciliana e Italiana – che le include. In questo contesto si inserisce l’opera di Mariza D’Anna, nata a Trapani nel 1962 ma trasferitasi subito a Tripoli dove visse con la sua famiglia fino al 1970. Da questa esperienza di fanciullezza tripolina è nato nel 2017 “Il ricordo che se ne ha”, un libro di memorie che, recuperando fotografie e oralità di ricordi tramandati, ricostruisce l’impresa di tutti quei coloni italiani che si trasferirono in Libia sotto l’egida del colonialismo fascista – di cui D’Anna non tace le brutalità. Se ne “Il ricordo che se ne ha” D’Anna racconta dei bisnonni, in “La casa di Shara Band Ong” ritrova il tassello mancante della propria infanzia e degli anni giovanili di tutti quei ragazzi italiani nati e cresciuti in Libia tra il 1950 e il ’70 – momento in cui il lungo regno di Idris al-Sanusi fu interrotto dal colpo di stato guidato da Gheddafi, che diede il via alle confische dei beni degli italo-libici, e alla loro espulsione.

“Era un piccolo condominio delle Nazioni Unite. Ai lati della corte di aprivano quattro archi, dai quali si accedeva agli appartamenti, due per piano, fino ad arrivare al quarto, che ne aveva solo uno e che confinava con un terrazzo in parte coperto.” (1698)

“La casa di Shara Bang Ong” è un racconto molto intimo. Basandosi su foto di famiglia – la propria e quella degli amici di famiglia, dei compagni di classe, dei parenti – Mariza D’Anna tramite la piccola Tea, suo alter ego, costruisce un memoir a episodi in cui la cronologia scivola in secondo piano rispetto al ricordo. Così come avviene sfogliando un blocchetto di istantanee recuperato in cantina, allo stesso modo D’Anna estrae le carte dal mazzo; racconta l’amicizia con il coetaneo arabo, vicino della porta accanto, con cui condivide i pomeriggi nel cortile interno della grande casa multietnica sotto lo sguardo della tata Fatima intorno alla quale tutti i bambini della casa si radunano a cantare filastrocche, quella con Micio, il figlio unico dell’addetto al consolato russo del primo piano, gracile e spesso scambiato per una femmina per via dei capelli lunghi e quella con l’amica di scuola, sofferente per un autismo non identificato. Riporta alla luce quella giornata trascorsa con sua madre al suq, alla ricerca di un regalo da inviare a una parente, o le gite al negozio del signor Bagdalli – primo piano, moglie e due figlie – il proprietario (ebreo) di un negozio di elettrodomestici molto fornito. Come fa il prestigiatore con il coniglio, così D’Anna estrae dal cappello le estati passate dalle suore, nella colonia di Gargaresc in cui venivano ospitati bambini di ogni etnia e religione e i più ricchi pagavano il soggiorno ai bisognosi; oppure il ricordo del dottor Ferrari – secondo piano – medico all’ospedale di Tripoli e, ancora, le giornate di vacanza passate nella tenuta di Biar Miggi tra il grano e le piante da frutto – e di quelle mattine in cui il nonno caricava tutti loro, bambini della tenuta, cugini, nipoti, figli dei dipendenti, su una jeep scalcagnata e li portava a scivolare lungo le dune del deserto. D’Anna racconta di vestiti sontuosi, perline, veli multicolori in un tripudio promiscuo di pasta al sugo e sensemyia, di dolcetti americani, gelati e mluza in cui tutto, dall’abbigliamento alle giornate di festa, dalle pietanze ai giochi in cortile era una giuliva baraonda di lingue, tradizioni, dei e preghiere.

Ne esce il quadro di un’infanzia magica e irripetibile come sanno esserlo quelle età di sentimenti molto intensi. Un’infanzia aperta, come gli usci di Shara Band Ong, e scevra da qualsiasi pregiudizio: un mondo primitivo in cui le suore recitavano il corano prima d’ogni pasto e a nessuno, di fatto, importava molto né di politica né di religione. I fantasmi però restano sempre ben presenti ed è questo punto a validare i temi e la scrittura di D’Anna.

“Agli inizi del ‘900 gli italiani avevano conquistato il Paese con il sangue, perpetrando un genocidio che aveva fatto migliaia di morti incolpevoli tra la popolazione civile e quasi venti anni dopo, con l’aiuto degli italiani che prima l’avevano ferita a morte, usciva dalla sua arretratezza economica e culturale e iniziava a prosperare.” (373)

“La colonizzazione iniziata i primi del Novecento, che aveva raggiunto il culmine nel 1938 con i ventimila italiani sbarcati a Tripoli, era stata una pagina dolorosa per il popolo libico, condannato a violenze e torture in balìa di un conquistatore spietato.” (535)

Da una parte infatti c’è il sentimento della nostalgia personale di cui il testo è permeato – rimpianto per un passato da cui si è stati strappati, impossibile da recuperare. Uno degli argomenti su cui si insiste è proprio la fisicità di questo spazio trascorso, quella “roba” che giace nella polvere di Shara Band Ong – tegami, giocattoli, bambole, libri di scuola, vestiti, dischi – e che nessuno potrà più avere indietro. Sradicamento che si rivela monito severissimo, sia perché ricalca quello delle deportazioni perpetrate dal regime durante gli anni della conquista libica, sia perché segna i prodromi di un futuro italiano segnato dai campi profughi in cui al momento del ritorno i tripolini vennero stipati, dalle ristrettezze economiche conseguenti alle confische e soprattutto dalla diffidenza con cui gli italiani di Libia vennero accolti in patria. Dall’altra parte, dicevamo, è sempre evidente, specie nel racconto dei padri, la consapevolezza del senso di colpa: la coscienza che viene dal vivere un quotidiano di indiscussa agiatezza i cui piedi sprofondano nelle rovine di uno sterminio al quale, di fatto, figli e nipoti non hanno mai preso parte ma di cui hanno potuto sfruttare le conseguenze.

“Negli anni Sessanta era stato introdotto l’insegnamento dell’arabo nelle scuole elementari italiane, erano i primi passi verso un nuovo concetto di integrazione che si andava diffondendo sul piano istituzionale e non più soltanto nei rapporti sociali, capace di avvicinare due culture distanti tra loro” (2056)

“Vittorio aveva conosciuto Dante a casa di amici comuni; tra una parola e un’altra si erano ritrovati a discutere sui modelli di insegnamento delle scuole italiane nel nord Africa che nei loro programmi prevedevano solo poche ore di lingua araba, non agevolando così il processo di integrazione tra le due comunità.” (2698)

Sono molti i temi affrontati da Mariza D’Anna. Oltre, per esempio, a quello dell’integrazione attraverso l’istituzione scolastica, “La casa di Shara Band Ong” è anche una storia di donne e mamme. A partire dalla nonna Teresa, siciliana “del suo tempo” che, in un’epoca in cui alle donne era fatto dovere l’accudimento di casa e famiglia, pur con tre figli si dedicava alla socialità e agli svaghi con le amiche e con il marito, quando era di ritorno “dall’Africa”. Pettegola, altezzosa, elegante, accentratrice, è la donna da cui la figlia Adele fugge, maritandosi con Vittorio e trasferendosi a Tripoli dove entrambi si dedicano all’insegnamento. Adele che, pur nel tentativo di emancipazione che comunque porta frutti in specie nell’educazione dei due figli Tea e Aldino, conserva in sé (verrebbe da dire interiorizza) quei tratti di sottomissione all’autorità patriarcale che, messi in atto col padre, vengono poi recuperati in parte anche nei riguardi del marito con il quale, tuttavia, già affiora una minima ma intransigente, ostinata opposizione, mitigata dall’affetto e dall’intelligenza di Vittorio che specie nei confronti della figlia sarà in grado di utilizzare ben altri parametri di giudizio rispetto all’eredità familiare.

“Il futuro di un altro tempo”, di Annalee Newitz (trad. Annarita Guarnieri)

“I miei sforzi per modificare la linea temporale non erano niente a confronto di quello che facevano le persone per cambiare il proprio tempo con qualcosa di così semplice come le elezioni”.

Per raccontare chi sia Annalee Newitz non sarebbe sufficiente nemmeno un post dedicato. “I write about science, culture, and the future” scrive nella sua biografia on line e già il fatto che riesca a condensare in tre parole la sua vita da giornalista esperta di scienza e tecnologia, scrittrice, attivista lgbt+ può dare l’idea della complessità e della versatilità di questa autrice. Opinionista sul New York Times, fondatrice di io9 (uno dei più quotati blog di scienza/fantascienza), autrice di saggi e racconti pubblicati su Wired, Popular Science e diversi quotidiani, è finalista al Premio Hugo 2018 con il suo primo romanzo “Autonomous”, che racconta un futuro terrestre a noi sorprendentemente vicino nel quale si combatte per la legalizzazione di alternative economiche che possano rendere pubblica l’accessibilità a farmaci costosissimi. In “The Future of Another Timeline“, uscito nel 2019, Newitz si dedica alla teoria dei viaggi nel tempo e, sempre nel solco della speculative fiction, alla rappresentazione di realtà ucroniche.

“Il futuro di un altro tempo” è un racconto complesso di piani temporali sfalsati, all’interno dei quali ognuno fa del suo meglio (o del suo peggio) per modificare a proprio favore la linea temporale. Questo è possibile grazie all’esistenza di cinque misteriose “Macchine” presenti sulla Terra sin dalla preistoria, che permettono il ritorno nel passato e di conseguenza la correzione o addirittura la cancellazione di micro e soprattutto macro-eventi. “Il futuro di un altro tempo” però non si concentra tanto su episodi di vita personale (ai quali però torneremo*) quanto su momenti chiave legati a sociopolitica e questioni di genere.

La vicenda di questo gruppo di viaggiatrici del tempo, impegnate a reintegrare memorie perdute o cancellare ingiustizie compiute nel nome dell’omofobia, del patriarcato e del maschilismo – il suffragio universale, il diritto all’aborto, il divieto di istruzione universitaria per le donne, per esempio – mostra due questioni ben espresse quasi a formare un manifesto. Da una parte c’è l’impossibilità di modificare grandi eventi del passato agendo unicamente sull’essere umano che li ha prodotti (per esempio: assassinare Hitler per evitare lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale – nb. di questo sistema del “Grande Uomo” si era occupato, tra gli altri, anche Stephen King con 22/11/63, speculative fiction sulle “stringhe temporali” in cui il protagonista, viaggiatore nel tempo, si impegnava a evitare la morte di Kennedy). Questa incapacità di modificare il passato (che, scriveva King, rifiuta il cambiamento – quasi sia organismo vivo e senziente che con tutte le forze si oppone alla modifica del sé) rivela la necessità di lavorare, piuttosto, su tutti i piccoli accadimenti quotidiani. Indicazione forte e programmatica di quel che dovrebbe verificarsi nel nostro presente, come a dire che il cambiamento si costruisce ogni giorno, specie tra i giovani, nell’aula di scuola come nei rave-party in giardino. Il secondo punto è in parte conseguenza del primo e sua emanazione: se poniamo a cardine il cosiddetto rifiuto della “teoria del Grande Uomo” viene da sé la profonda condanna di ogni tentativo di rivolta violenta. Ciò porta a due corollari: in primo luogo la definizione dell’attivismo per le questioni di genere, all’interno delle quali la lotta armata non è mai opzione perché di fatto apre a ulteriori violenze, e la questione del ricordo e della cancel culture. Non a caso una parte fondamentale del libro è dedicata al racconto della memoria (i “manoscritti della caverna”) e queste parole – in tradizione orale e scritta – segnano una verità universale: senza ricordo non c’è memoria, né riflessione, né consapevolezza.

“Era così che funzionava la revisione storica. Solo i viaggiatori presenti al momento della modifica avrebbero ricordato la versione precedente della storia”

“Il futuro di un altro tempo” è una lettura adatta a qualunque età. Costruito come un Young Adult incontra non solo quel pubblico giovane che vi trova spiegata bene, finalmente, la questione della sorellanza ma anche quel target costituito da chi, in età più matura, a quel mondo desidera avvicinarsi. Il lettore più smaliziato potrebbe rinvenire alcune semplificazioni, o quel modo di scrivere che talvolta predilige l’azione allo spazio descrittivo ma è proprio lì, nello sforzo che occorre produrre nell’avvicinarsi, che si rivela il modo in cui occorre procedere.

(*) > sottomette la famiglia utilizzando metodi coercitivi di violenza fisica e psicologica. Non c’è nell’autrice né il desiderio né il bisogno di enfatizzare gli accadimenti attraverso il meccanismo della pornografia del dolore – perché lo scopo è (finalmente) diverso: aiutare chi legge – specie adolescente – a riconoscere determinati atteggiamenti. Attraverso la presa di coscienza della protagonista, l’autrice mostra bene il modo in cui nelle famiglie dove si verificano abusi la situazione venga costantemente “normalizzata” e ridimensionata, in specie attraverso il metodo del victim blaming Altro punto sollevato dall’autrice è il meccanismo di negazione messo in atto dalla madre.

Spiace che Fanucci sia poco attiva sui social: sarebbe stato interessante approfondire questi punti – magari attraverso un incontro on line con l’autrice – perché “Il futuro di un altro tempo”, nonostante qualche refuso di troppo e una traduzione in certi punti un po’ traballante, è un bel libro che racconta il rischio della radicalizzazione. In ogni movimento, dentro ogni scelta, c’è quel limite, a dividere l’idea dall’ossessione e le pagine di Annalee Newitz sono per questo da rispettare, profondamente. E’ un peccato che questi testi vengano considerati alla stregua di opere di nicchia e non vi sia dedicato quel tempo di analisi e quella copertura media che invece meriterebbero. [Da sottolineare anche l’uso dello /ə/ (scevà) per la traduzione di pronomi, articoli e suffissi di genere non binario].

“Vardø dopo la tempesta”, di Kiran M. Hargrave (trad. Laura Prandino)

“Una delle donne ha inchiodato una croce sulla porta, e più che una benedizione per chi è all’interno sembra uno scongiuro contro chi non c’è.” (pag.25-3)

Vardø, nel Finnmark, è il comune più orientale della Norvegia. Questa cittadina, in origine un antico villaggio di pescatori, sta su una piccola isola collegata alla terraferma dall’Ishavstunnelen – detto anche tunnel del mar Glaciale Artico (3km di lunghezza, 88mt sotto il livello del mare). “La contea rientra nella fascia climatica artica e le temperature massime, da queste parti, non superano mai i 10°” recita Expedia. Oltre che per aver dato i natali al chitarrista degli Europe, Vardø è famosa per un altro paio di motivi: Vardøhus, la fortezza più a nord del mondo, edificata da re Cristiano VI (1699-1746), e lo Steilneset minnested (2010), il memoriale che l’architetto svizzero Peter Zumthor e l’artista francese Louise Bourgeois hanno dedicato alle vittime della caccia alle streghe. A Vardø infatti, nell’arco di circa un secolo tra la fine del 1500 e il 1690, furono accusate di stregoneria più di 100 persone, di cui 91 (in specie donne e perfino bambine) vennero condannate al rogo.

Per le mie letture è stato un autunno complicato. Da una parte c’era il desiderio di evadere, di pensare ad altro, dall’altra la necessità di restare ancorata al presente: ho aperto tante pagine – ma altrettante ne ho lasciate a metà. Poi, a novembre inoltrato, ho incontrato Kiran Millwood Hargrave: poetessa, drammaturga britannica nonché scrittrice di premiati libri per l’infanzia, che con “Vardø dopo la tempesta” esordisce nella complicata impresa del romanzo storico. Lo fa prendendo spunto dalla storia nera di questo avamposto noto alle cronache per via dei processi per atti diabolici che vi furono celebrati intorno al 1620 e che portarono alla morte quasi cento persone – tra cui anche dei Sami.

Nella notte di Natale del 1617 il mare di Vardø è scosso da una burrasca repentina. E’ violentissima ma si acquieta all’improvviso, lasciando sulla spiaggia i corpi di quaranta pescatori – tutti gli uomini del villaggio, usciti la sera prima, come di consueto. In riva al mare restano le donne: mogli, madri, sorelle degli annegati, che dopo lo smarrimento non si perdono d’animo e si danno da fare per sopravvivere, chi indossando i pantaloni del marito, comodi per coltivare la terra e nutrire le renne, chi adoperando i remi con mani che si fanno sempre più callose e scorticate, chi conciando le pelli con gli stivali immersi nel sangue degli animali scuoiati. Tuttavia pantaloni da uomo, vita di mare, indipendenza economica e invocazioni propiziatorie nella lingua lappone mal s’accordano con il luteranesimo strettissimo professato da Chiesa e Stato.

“Non sembra giusto, dopo tutto quello che le donne hanno visto, dopo che hanno raccolto i corpi dei loro uomini sulle rocce e li hanno vegliati per l’intero inverno, stare a guardare adesso qualcun altro che scava le fosse.” (pag.30-4)

La cura con cui l’autrice dipinge – con pochi tratti, liberi dal manierismo – un mondo femminile fatto di estrema sorellanza e assoluta ferocia fa di “Vardø dopo la tempesta” un libro da leggere – e il primo libro che dopo diverso tempo sono riuscita a finire per intero. Perché se è vero che per definizione il romanzo storico sta più dalla parte della fiction che da quella del reportage, è vero anche che Kiran Millwood Hargrave racconta una storia non troppo lontana da qui – niente che non ci riguardi. Le voci femminili si fanno memoria: Maren Magnusdatter che nel naufragio ha perso padre, fratello e promesso sposo, Ursa, giovane moglie norvegese del sovrintendente Absalom Cornet chiamato a Vardø per indagare sui presunti malefici, le donne del villaggio come coro da tragedia greca, presepe vivente sullo sfondo, ombre danzanti – da una parte chi s’aggrappa alla kirke con la disperazione di una fede mutata in fanatismo, dall’altra chi combatte per la propria sopravvivenza confidando nell’essere umano e in una Natura descritta dall’autrice con l’arte fine del realismo magico e del nature writing. Memoria, testamento e monito: a ricordarci che la discussione sul femminile è eredità antica. Di questi tempi, non è poco.

” – Parlare della burrasca. Credo che molte di noi lo vorrebbero. È ora. Io sono pronta. (…) Lei non riesce ancora a trovare le parole, nemmeno a un anno di distanza. Adesso tutte loro raccontano allo stesso modo la burrasca, passata così spesso da una lingua all’altra da aver perso gli spigoli più aspri, lisciata dall’usura come vetro di mare.” (pag47-6)

Con “Vardø dopo la tempesta” si recuperano tante altre questioni. Per esempio sul ricordo e sul racconto della disgrazia. Curioso il proliferare, in questo tempo pandemico, di “diari”, “cronache”, inchieste. Ci siamo ancora in mezzo eppure (mi vien da dire) si sente urgenza della parola. Con quali forme? In che maniera? Per chi? Dimenticando il tempo rituale del lutto, del sedimentare?