“La casa di Shara Band Ong”, di Mariza D’Anna

“Negli anni più vicini alla nascita, quelli che appartengono al tempo della conoscenza involontaria, i ricordi sono ombre spodestate dal presente che avanza rapido verso il futuro. Via via che gli anni passano e il tempo della vita si accorcia, le tracce del passato riaffiorano come cicatrici e, come reperti di un altro tempo che era stato abitato da noi, sollecitano domande, scavano tunnel nella memoria e sono capaci di fare rivivere persone che se ne sono andate per sempre.” (kindle 323)

Alla ricerca di testi che mi raccontassero l’epoca del colonialismo italiano sono inciampata in queste pagine – che non conoscevo. La piccola curiosità è che non ho memoria di come io sia finita sulla strada di Shara Band Ong: credo di aver recuperato il titolo da Twitter, consigliato dalla mia bolla: ho pure cercato di ripescare la storia di questo ritrovamento ma non ho avuto successo il che è indice, se mai fosse necessario ribadirlo, del fatto che i libri camminano su strade misteriose e si palesano a noi unicamente nei modi che ritengono opportuni.

Màrgana è una piccola realtà editoriale trapanese che si occupa di dare visibilità ad autori e autrici della terra di Sicilia in grado di raccontare oltre alla proprie storie personali anche quella più ampia – Siciliana e Italiana – che le include. In questo contesto si inserisce l’opera di Mariza D’Anna, nata a Trapani nel 1962 ma trasferitasi subito a Tripoli dove visse con la sua famiglia fino al 1970. Da questa esperienza di fanciullezza tripolina è nato nel 2017 “Il ricordo che se ne ha”, un libro di memorie che, recuperando fotografie e oralità di ricordi tramandati, ricostruisce l’impresa di tutti quei coloni italiani che si trasferirono in Libia sotto l’egida del colonialismo fascista – di cui D’Anna non tace le brutalità. Se ne “Il ricordo che se ne ha” D’Anna racconta dei bisnonni, in “La casa di Shara Band Ong” ritrova il tassello mancante della propria infanzia e degli anni giovanili di tutti quei ragazzi italiani nati e cresciuti in Libia tra il 1950 e il ’70 – momento in cui il lungo regno di Idris al-Sanusi fu interrotto dal colpo di stato guidato da Gheddafi, che diede il via alle confische dei beni degli italo-libici, e alla loro espulsione.

“Era un piccolo condominio delle Nazioni Unite. Ai lati della corte di aprivano quattro archi, dai quali si accedeva agli appartamenti, due per piano, fino ad arrivare al quarto, che ne aveva solo uno e che confinava con un terrazzo in parte coperto.” (1698)

“La casa di Shara Bang Ong” è un racconto molto intimo. Basandosi su foto di famiglia – la propria e quella degli amici di famiglia, dei compagni di classe, dei parenti – Mariza D’Anna tramite la piccola Tea, suo alter ego, costruisce un memoir a episodi in cui la cronologia scivola in secondo piano rispetto al ricordo. Così come avviene sfogliando un blocchetto di istantanee recuperato in cantina, allo stesso modo D’Anna estrae le carte dal mazzo; racconta l’amicizia con il coetaneo arabo, vicino della porta accanto, con cui condivide i pomeriggi nel cortile interno della grande casa multietnica sotto lo sguardo della tata Fatima intorno alla quale tutti i bambini della casa si radunano a cantare filastrocche, quella con Micio, il figlio unico dell’addetto al consolato russo del primo piano, gracile e spesso scambiato per una femmina per via dei capelli lunghi e quella con l’amica di scuola, sofferente per un autismo non identificato. Riporta alla luce quella giornata trascorsa con sua madre al suq, alla ricerca di un regalo da inviare a una parente, o le gite al negozio del signor Bagdalli – primo piano, moglie e due figlie – il proprietario (ebreo) di un negozio di elettrodomestici molto fornito. Come fa il prestigiatore con il coniglio, così D’Anna estrae dal cappello le estati passate dalle suore, nella colonia di Gargaresc in cui venivano ospitati bambini di ogni etnia e religione e i più ricchi pagavano il soggiorno ai bisognosi; oppure il ricordo del dottor Ferrari – secondo piano – medico all’ospedale di Tripoli e, ancora, le giornate di vacanza passate nella tenuta di Biar Miggi tra il grano e le piante da frutto – e di quelle mattine in cui il nonno caricava tutti loro, bambini della tenuta, cugini, nipoti, figli dei dipendenti, su una jeep scalcagnata e li portava a scivolare lungo le dune del deserto. D’Anna racconta di vestiti sontuosi, perline, veli multicolori in un tripudio promiscuo di pasta al sugo e sensemyia, di dolcetti americani, gelati e mluza in cui tutto, dall’abbigliamento alle giornate di festa, dalle pietanze ai giochi in cortile era una giuliva baraonda di lingue, tradizioni, dei e preghiere.

Ne esce il quadro di un’infanzia magica e irripetibile come sanno esserlo quelle età di sentimenti molto intensi. Un’infanzia aperta, come gli usci di Shara Band Ong, e scevra da qualsiasi pregiudizio: un mondo primitivo in cui le suore recitavano il corano prima d’ogni pasto e a nessuno, di fatto, importava molto né di politica né di religione. I fantasmi però restano sempre ben presenti ed è questo punto a validare i temi e la scrittura di D’Anna.

“Agli inizi del ‘900 gli italiani avevano conquistato il Paese con il sangue, perpetrando un genocidio che aveva fatto migliaia di morti incolpevoli tra la popolazione civile e quasi venti anni dopo, con l’aiuto degli italiani che prima l’avevano ferita a morte, usciva dalla sua arretratezza economica e culturale e iniziava a prosperare.” (373)

“La colonizzazione iniziata i primi del Novecento, che aveva raggiunto il culmine nel 1938 con i ventimila italiani sbarcati a Tripoli, era stata una pagina dolorosa per il popolo libico, condannato a violenze e torture in balìa di un conquistatore spietato.” (535)

Da una parte infatti c’è il sentimento della nostalgia personale di cui il testo è permeato – rimpianto per un passato da cui si è stati strappati, impossibile da recuperare. Uno degli argomenti su cui si insiste è proprio la fisicità di questo spazio trascorso, quella “roba” che giace nella polvere di Shara Band Ong – tegami, giocattoli, bambole, libri di scuola, vestiti, dischi – e che nessuno potrà più avere indietro. Sradicamento che si rivela monito severissimo, sia perché ricalca quello delle deportazioni perpetrate dal regime durante gli anni della conquista libica, sia perché segna i prodromi di un futuro italiano segnato dai campi profughi in cui al momento del ritorno i tripolini vennero stipati, dalle ristrettezze economiche conseguenti alle confische e soprattutto dalla diffidenza con cui gli italiani di Libia vennero accolti in patria. Dall’altra parte, dicevamo, è sempre evidente, specie nel racconto dei padri, la consapevolezza del senso di colpa: la coscienza che viene dal vivere un quotidiano di indiscussa agiatezza i cui piedi sprofondano nelle rovine di uno sterminio al quale, di fatto, figli e nipoti non hanno mai preso parte ma di cui hanno potuto sfruttare le conseguenze.

“Negli anni Sessanta era stato introdotto l’insegnamento dell’arabo nelle scuole elementari italiane, erano i primi passi verso un nuovo concetto di integrazione che si andava diffondendo sul piano istituzionale e non più soltanto nei rapporti sociali, capace di avvicinare due culture distanti tra loro” (2056)

“Vittorio aveva conosciuto Dante a casa di amici comuni; tra una parola e un’altra si erano ritrovati a discutere sui modelli di insegnamento delle scuole italiane nel nord Africa che nei loro programmi prevedevano solo poche ore di lingua araba, non agevolando così il processo di integrazione tra le due comunità.” (2698)

Sono molti i temi affrontati da Mariza D’Anna. Oltre, per esempio, a quello dell’integrazione attraverso l’istituzione scolastica, “La casa di Shara Band Ong” è anche una storia di donne e mamme. A partire dalla nonna Teresa, siciliana “del suo tempo” che, in un’epoca in cui alle donne era fatto dovere l’accudimento di casa e famiglia, pur con tre figli si dedicava alla socialità e agli svaghi con le amiche e con il marito, quando era di ritorno “dall’Africa”. Pettegola, altezzosa, elegante, accentratrice, è la donna da cui la figlia Adele fugge, maritandosi con Vittorio e trasferendosi a Tripoli dove entrambi si dedicano all’insegnamento. Adele che, pur nel tentativo di emancipazione che comunque porta frutti in specie nell’educazione dei due figli Tea e Aldino, conserva in sé (verrebbe da dire interiorizza) quei tratti di sottomissione all’autorità patriarcale che, messi in atto col padre, vengono poi recuperati in parte anche nei riguardi del marito con il quale, tuttavia, già affiora una minima ma intransigente, ostinata opposizione, mitigata dall’affetto e dall’intelligenza di Vittorio che specie nei confronti della figlia sarà in grado di utilizzare ben altri parametri di giudizio rispetto all’eredità familiare.

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