“Solenoide”, di Mircea Cărtărescu (trad. Bruno Mazzoni)

Avvertenza: il post che segue ha un impianto stilistico e argomentativo un poco diverso dal solito. Si tratta infatti di un consiglio di lettura che avevo preparato per la pubblicazione on-line su un sito di recensioni molto più gagliardo del blog di ADC. Poi però, a seguito di alcune difficoltà sulle tempistiche e sullo spazio a disposizione, non è stato possibile procedere. Sicché lo lascio qui – emendato di sfumature marginali – a uso e consumo di chi abbia voglia di leggere queste righe minime.

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Malgrado la mole e l’argomento non proprio spensierato, mi trovo a consigliare la lettura di “Solenoide”. A giustificazione potrei raccontarvi di Mircea Cărtărescu, pluripremiato autore romeno in odore di Nobel, della sua penna che riporta a Bolaño e Kafka e di questo “Solenoide” quale “iper-libro capolavoro” che in 937 pagine rappresenta la somma di un modo di fare letteratura specifico, viscerale, mitteleuropeo ai confini dell’impero. Oppure potrei dirvi che “Solenoide” va letto perché costringe all’utilizzo del dizionario, per tutte le parole sconosciute in cui vi imbatterete.

“Solenoide” è infatti il racconto di come il linguaggio rimanga, pur nella fallibilità, strumento fondamentale per comprendere il mondo. Attraverso le vicende anonime, sublimi nella loro veridicità, di un anonimo professore di romeno all’interno di un anonimo istituto scolastico alla periferia di Bucarest, Cărtărescu ripercorre il tentativo antropico di andare oltre, alla ricerca – discesa in un cuore di tenebra – di una verità cosmica quadrimensionale che di volta in volta può assumere le sembianze di una scoperta scientifica (gli studi di Tesla sui generatori di campo antigravitazionale), di un’equazione matematica (Boole e il cognato Charles H. Hinton col suo tesseratto, nonché il collega Edwin A. Abbott con “Flatlandia”), di un’opera letteraria (una delle figlie di Boole, Ethel, autrice del romanzo “Il figlio del cardinale”, lettura obbligata nei paesi dell’est sovietico per via di una reinterpretazione marxista della vicenda ambientata nell’Italia risorgimentale), di una spinta mistica (il marito di Ethel, Wilfrid Voynich, scopritore del “manoscritto Voynich”; i trattati sull’onirico di Vaschide).

La narrazione bucarestina della Romania satellite, che abbraccia il trentennio 1950-80 senza cedere al guilty pleasure retronostalgico, il flashback, il flusso di coscienza e il punto di vista personale lontano dall’immedesimazione eppure collettivo ci mostrano come l’essere umano sia inevitabilmente connesso a esperienze e contesto – finanche a quelle del dolore fisico e del disagio mentale (ecco il perché del “non proprio spensierato” di cui sopra). Mi sembra veramente doveroso tornare a quel non proprio spensierato dell’inizio: “Solenoide”, infatti, ci parla – anche – di sogni, visioni, momenti dissociativi e condotte che se fossimo su “Science of stupid” sarebbero marchiate col bollino del “do not try this at home”. Quindi durante la lettura usate attenzione e distacco perché, come racconta Cărtărescu, “nessun romanzo ha mai mostrato una strada da seguire, ma assolutamente tutto viene riassorbito nell’inutile nulla della letteratura”: piuttosto, leggere grandi autori significa imparare a parlare di noi stessi, a creare margini di contestualizzazione, a conservare la memoria della Storia – di qualsiasi genere, forma o sostanza essa sia composta.

Nota: se desiderate qualche riflessione in più sui temi, lo stile e la poetica di Cărtărescu in “Solenoide” (insomma su tutto quel blabla che siete abituati a trovare qui sul blog), ho l’ardire di rimandarvi alle storie Instagram (@appuntidicartaadc) – è tutto nei circoletti in evidenza.

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