“Piccolo inventario dei saluti”, di Carla Corsi

“Madri e figli credo nascano in maniera opposta. Durante la gravidanza, viviamo un senso di pienezza che non compromette la nostra possibilità, ancora tutta intatta, di sperimentare lo spazio vuoto intorno a noi e godere delle braccia slegate. I figli, durante i nove mesi invece, riempiono uno spazio piccolo e stretto che finisce col permettere pochissimi movimenti. (…) Al momento della nascita di suo figlio, una donna si accorge quasi subito che, da qual momento in poi, al suo utero vuoto si è sostituito uno spazio tra le braccia che sarà sempre colmato da quella presenza nuova. Le braccia, prima libere e slegate, quasi ventose, si chiudono in un nodo insicuro che stringe al petto e che prova a proteggere il neonato.”

Siamo tutte uguali ma anche diverse. Se il dolore spinge fuori, dalla medesima origine, certo differenti sono la reazione e l’effetto. Se il dolore spinge fuori da una ferita identica, quella della maternità per esempio, ciascuna madre declinerà a propria maniera l’amore soverchio, il sentimento che strabocca, la rabbia, il disprezzo per sé, il senso della manchevolezza.

Ho sempre faticato ad apprezzare le narrazioni retorico-ridanciane sulla maternità: il simpatico episodio della puerpera che apre al postino indossando la maglia impatellata e neanche se ne accorge, il monologo finto consolatorio sulla disperazione iperbolica che prende quando il passeggino che “si piega in un clic” non si chiude manco con l’utilizzo d’una motosega. D’altra parte questo prendere le cose alla leggera, evitando d’esser trattate da squilibrate da internare, fino a tempi recentissimi è stato l’unico modo di rendere noto che sì, la maternità ha pure un lato osceno. Quindi il merito dello sdazio a queste narrazioni va dato. Resta il fatto che di fronte a queste divertenti storielle dal finale consolatorio alla “ma sì, facciamoci una risata”, a me veniva da pensare un’unica roba: “ma no, non c’è proprio un cazzo da ridere”. Poi, intendiamoci: il finale consolatorio può anche essere opzione percorribile perché non è che prendersi sul serio con severità da monaco in penitenza sia condizione necessaria o sufficiente al recupero di una chiave di lettura risolutiva sulla maternità; e va detto inoltre che quando si parla appunto di maternità il confine interpretativo tra l’esposizione del proprio disagio, rendendolo in tal modo effettivo, reale, sussistente – perché condiviso – e la pratica della lamentazione, della vittima, del senso di colpa diventa sottilissimo, quasi impalpabile – a favore di quest’ultima.

Sicché, dicevamo, per un certo periodo l’unica maniera in cui sdoganare le complessità del mondo materno senza apparire del tutto rincoglionite (“Vedete, guardatemi! Ho partorito ma sono ancora io! So fare le battute! So ironizzare sul mio stato di puerpera”) o fuori di testa (sì, esatto!) è stato quello di buttarla in caciara. Il passo successivo, difatti, s’è concretizzato nel raccontare la maternità attraverso la lente di ingrandimento del disagio mentale a essa collegato – in tutto o in parte. Il merito di queste narrazioni è, paradossalmente, di aver contribuito a separare il disturbo, che spesso cova come la brace sotto la cenere, dall’evento del parto o del puerperio (episodi scatenanti non diversi da altri di grande impatto emotivo) sbugiardando la formula del “si vede che non eri pronta a fare figli” frequentemente applicata a qualsiasi donna soffrisse, per esempio, di depressione post-parto.

Il vero coming-out però deve andare ancora oltre e noi, ora, siamo proprio qui, all’osservare quel qualcosa che cambia di nuovo, in perenne evoluzione: è avere il coraggio di mostrare che no, spesso non ce la si fa, e non ce la si fa perché la maternità è un evento travolgente e punto.

“E io non sapevo mai cosa fare, Nina. Se piangere, arrabbiarmi e obbligarti a mangiare o lasciare che ti nutrissi solo di budino alla vaniglia. E mi sentivo la madre peggiore del mondo, così incapace da non saper sfamare la figlia.”

Dell’idea che nessuno nasce imparato è Carla Corsi che col suo “Piccolo inventario dei saluti” ci dimostra che diventare madri nella testa quasi mai va di pari passo – e con la medesima, sconvolgente rapidità con cui si partorisce – del diventar madri nel corpo. Specie se non si posseggono validi modelli di riferimento familiare, specie se il momento del puerperio è vissuto, per distanza fisica o emotiva, lontano dalle persone che invece avremmo bisogno di avere accanto, specie se la maternità coincide con un completo ribaltamento delle proprie abitudini o caratteristiche (che spesso, ricordo, non ci scegliamo: ci nasciamo, “fatte così”).

“E a te, tanto piccola, che hai già perso tanto e a me, che scappo per salvarmi, dimenticandomi sempre di quanta delicatezza abbiano bisogno gli addii definitivi.”

Il “Piccolo inventario dei saluti” racconta, a mo’ di epistolario, una piccola porzione della vita di Agata, soverchiata dalle incombenze familiari e dalle cure per la figlia treenne Nina. Tanto sopraffatta da prendere una decisione drastica, d’impulso ma lucidissima: la fuga. Sì, diciamocelo pure: Agata abbandona il tetto coniugale. In seguito all’ennesimo capriccio della bambina, Agata ha sbroccato: ficca due abiti in valigia, stropiccia un telegrafico messaggio su un post-it, sale su un pullman e si dà a una disperata evasione. Ora è ospite di un’amica che l’accoglie nella sua casa-rifugio, al freddo di una primavera montana non ancora sbocciata.

Agata, in una serie di lettere indirizzate alla figlia (lettere che non aveva pianificato di scrivere ma che vengon fuori così, da sole, in un dialogo madre-fglia che si nutre di distanza), cerca pian piano di riordinare il proprio presente: un presente fatto, finalmente, di grandi dormite, bagni caldi e cibi bollenti ma anche di un lavoro nuovo e materico (sì, Agata trova anche un mestiere attraverso cui rendersi autonoma, il che non è da sottovalutare). Un presente che però è innegabilmente composto di una maternità potente e invasiva che si fa prima di tutto fatica fisica, tra notti insonni e ritmi personali soffocati da un orologio che appartiene soltanto ai piccoli, mai agli adulti (sommessamente ricordo: la tortura della privazione del sonno viene applicata ai prigionieri di guerra sin dall’antichità). È chiaro che poi la riflessione sul presente diventa anche studio del passato perché la provenienza da famiglie complicate certo non facilita il compito di crescerSI.

“Piccolo inventario dei saluti” è lontanissimo da quello stile “ascesa-caduta-rinascita consapevole” da autofiction d’oltreoceano. Anzi è un testo che, sia per l’impostazione a epistolario a dimostrazione di come sia possibile parlare di questioni nuove attraverso forme antiche, sia per l’approccio, mi pare molto “indo-europeo”; quel non affondare eccessivamente alla ricerca del motivo e della colpa, nel tentativo di abbracciare l’accettazione di un così è stato, rivendicando, nella negazione dell’ereditarietà irreparabile del difetto, la possibilità concreta di una ri-costruzione del sé, ciascuna madre a modo suo: da qui il rispetto che occorre nei confronti della sofferenza altrui.

“Ho pensato che una soluzione all’imperfezione potesse essere l’assenza. Ho riempito la mia valigia e sono sparita, perché se non potevate avermi perfetta era meglio non avermi.”

Nota: “Piccolo inventario dei saluti” racchiude pagine piene di microcitazioni fortunatissime, aiku perfetti da far la buona sorte di un twitt ipercondiviso. “Piccolo inventario dei saluti” però è uno di quei libri che vanno letti in silenzio – e così mi sono permessa di farlo io, lontana dal mio account. La pubblicazione di queste parole al di fuori del loro contesto originario – le pagine, e l’estrema cura lessicale che le contraddistinguono – si sarebbe trasformata automaticamente in eccesso, un chiasso esorbitante che la fragilità di certi dolori non consentono.

2 pensieri su ““Piccolo inventario dei saluti”, di Carla Corsi

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