#Paesologia: (1) “Vento forte tra Lacedonia e Candela”, di Franco Arminio – e altre storie

“Sono venuto qui proprio per le cose che non ci sono. In fondo le delusioni, le mancanze, sono le stampelle a cui si sorregge la mia scrittura” 

“Se la poesia è la scienza del dettaglio, direi che la poesia oggi attecchisce meglio dove il mondo è più spoglio”

Quest’estate è passata tra frammenti di letture, troppi pensieri, carrozze gelide di treni a lunga percorrenza, viaggi in macchina nel silenzio di tangenziali torride. Per certi versi, quest’estate non l’ho neppure vista: mi è passata attraverso, con il cielo bianco di Milano e la densità dell’aria – quella collosa che viene su dall’asfalto, alle cinque di pomeriggio fuori dall’ufficio, e quella ghiacciata di cui i colleghi della Bay Area pare che proprio non possano fare a meno. C’è stata la mia incapacità di madre dal cuore di burro a gestire le videochiamate con Skype e l’idiosincrasia nei confronti della casa silenziosa, degli stendibiancheria liberi e del tempo vuoto che quando non c’è lo vorresti e poi quando te lo ritrovi in mano non sai cosa farne.

Io ho provato a fotografarlo, questo tempo vuoto, perché non potevo pensare di averlo ma lasciarlo inutilizzato. Se non riesci a viverlo – mi son detta – almeno forse potresti ricordarlo. Poi, è andata a finire che foto dopo foto ho provato a metterlo su Instagram questo tempo vuoto, non tutto ma tanta parte. A volte l’ho commentato, altre volte anche no perché mi pareva che si commentasse da solo – e poi io a scrivere didascalie non sono mai stata brava.  

Uno dei percorsi che mi sono ritrovata a fare, nella fotografia e nella lettura, è stato quello della paesologia. Che in sé non ha bisogno di presentazioni, specie se si parla di Franco Arminio. La verità forse – ma l’ho capito solo più tardi – è che avevo bisogno di poesia. Ma siccome io e la poesia andiamo poco d’accordo, avevo bisogno di qualcuno che questa poesia me la spiegasse in qualche modo, me la facesse incontrare e ci presentasse a metà strada, come quando la tua amica ti fa conoscere un ragazzo che potrebbe piacerti e vi date un appuntamento in un caffè, una cosa veloce perché poi viene una certa e devo scappare, l’alibi che ci aspetta dietro l’angolo.

In fin dei conti, la magia dei libri è un po’ questa: il potere curativo di alcune letture che arrivano per caso ma poi alla fine non si sa quanto a caso. 

vento

“Forse è il tempo che gli scrittori lascino le città e prendano la via delle montagne e dei posti sperduti. Da questo volontario esilio rispetto alle città-garage potrebbe nascere un nuovo umanesimo in cui l’uomo capisca di essere un animale tra altri animali e non l’ingorda creatura che si sta mangiando il pianeta”

bianco e nero

“Una volta c’era più allegria, una volta c’era più gente. Il tappeto su cui sono disegnati questi ragionamenti è sempre il rimpianto. Nei paesi non ci sono molte ipotesi sul futuro. Sembra che il futuro sia bandito. Tutto è avvitato nella mestizia del presente e nella fantasia del passato. Fantasticare è in genere un’attività rivolta al futuro. Invece nei paesi si fantastica sul passato”

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“La paesologia non si occupa di chi parte ma di chi resta. È la disciplina che segue chi non avanza a vele spiegate, ma chi inciampa, chi sente la vita che si guasta giorno per giorno, paese per paese”

 

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“Per questo i paesani che pensano di cavarsela introducendo nella loro vita le uscite tipiche dei metropolitani fanno un errore piuttosto grave: basta tornare dopo due giorni di assenza, basta dormire una notte fuori ed ecco che il luogo natio ti appare assai più mesto di come lo percepisci normalmente.
Andare in un paese è come andare a teatro, un teatro a cielo aperto, con la recita muta dei muri, dei lampioni, delle porte chiuse, con gli sguardi dei vecchi, con le loro parole che nessuno più ascolta, e poi un gatto che attraversa la strada, una macchina parcheggiata: tutte cose singole e spaiate che s’impongono all’attenzione perché non sai che fare, non puoi stordirti con la patina dell’eccezionale”

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È che lì non ci sono piazze, perché la piazza d’una volta era la stalla, il luogo più caldo. E non ci sono panchine, forse perché la gente non ha l’attitudine mediterranea ad oziare en plein air. Quando si esce è sempre per fare qualcosa. Qui non s’improvvisa nulla. L’ozio, se c’è, è clandestino. Tetra pazienza di restare qui / a morire in casa o lavorando: / non ci sono panchine, / il Nord calvinista quando sta fuori è in piedi”

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Forse un giorno non lontano sarà evidente che l’irrealtà con cui abbiamo svuotato il mondo e noi stessi può essere sconfittatornando a vivere in luoghi dimessi e appartati, tornando ad accumulare giornate bianche, giornate in cui accade poco, ma quel poco che accade non svanisce nella girandola che c’è adesso”

Buona lettura 🙂

“Il libro del mare”, di Morten A. Stroksnes (trad. di Francesco Felici)

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“Abbiamo mappato il globo e non riempiamo più le macchie bianche con strani mostri o animali fantastici creati dalla nostra fantasia. Ma forse dovremmo. Perché la vita sul pianeta è ben lungi dalla sua completa rivelazione. Poco meno di due milioni di specie animali sono state finora descritte dalla scienza, ma i biologi stimano che al mondo esistano in totale circa dieci milioni di organismi pluricellulari. Le scoperte più grandi aspettano in mare” (p21)

“Tra di noi non è quasi mai opprimente, il silenzio. E questa è una buona definizione, di amicizia, non peggiore di altre” (p237)

Prendete un poliedrico artista norvegese. Pittore, scultore, perfino musicista. Uno che, in spregio alla lunga trazione familiare che li voleva tutti pescatori nell’Artico, figli nipoti e pronipoti, appena adolescente si iscrive a una prestigiosa accademia di design, ne viene fuori col massimo dei voti e per i successivi 30 anni non fa quasi nient’altro se non esporre le proprie installazioni nelle gallerie internazionali più quotate.

Poi mettetegli accanto il suo migliore amico, quello della giovinezza, che nel frattempo ha studiato ed è diventato un acclamato autore internazionale di longform, saggi e reportage letterari.

Bene. Prendete questi due bizzarri individui – che di casa stanno nelle Loften, tra i fiordi norvegesi – dotateli di un po’ di tempo libero, issateli su un piccolo e scalcagnato gommone, dategli in mano una catena da pesca, quattrocento metri di lenza di nylon, ami in acciaio inossidabile lunghi più di venti centimetri, una carcassa di vacca putrefatta come esca e lanciateli alla caccia del Grande Squalo della Groenlandia, un bestione preistorico quasi completamente cieco, che può vivere anche 400 anni, dalle carni tossiche perché contenenti urea e che risulta essere a oggi il più grosso squalo carnivoro del mondo, date le dimensioni.

No, non è la rivisitazione horror di “Three Men in a Boat (To Say Nothing of the Dog)” ma poco ci manca.

Hugo Aasjord (1955) è cresciuto e vive tra le isole Lofoten e il distretto di Steigen. Le sue opere sono per lo più di carattere astratto ma conservano ben evidenti le tracce della materia da cui trae continua ispirazione: i paesaggi della costa norvegese, la natura che circonda le aree costiere, la luce che permea la terra e soprattutto il mare. Parte della storia di Aasjord e della sua famiglia – tra cui l’ultimo suo progetto, il restauro autogestito dell’“Aasjordbruket”, lo stabilimento per il trattamento del pesce che era di proprietà della sua famiglia al fine di trasformarlo in uno spazio espositivo polifunzionale, comprensivo di stanze per il pernottamento e ristorante – è raccontata da uno dei suoi più cari amici, lo scrittore e giornalista Morten A. Stroksnes (1965), nelle pagine di “Shark Drunk: The Art of Catching a Large Shark from a Tiny Rubber Dinghy in a Big Ocean Through Four Seasons” (suona più o meno così la traduzione inglese dal Norvegese “Havboka – eller Kunsten å fange en kjempehai fra en gummibåt på et stort hav gjennom fire årstider”). 

Il volume, vincitore nel 2015 del Brage Prize e del Norvegian Critics Prize for Literature e in corso di pubblicazione in ben 21 Paesi, l’anno scorso è uscito anche in Italia, per Iperborea, con il titolo “Il libro del mare – come andare a pesca di uno squalo gigante con un piccolo gommone su un vasto mare” ed è un fantastico, incredibile, stupefacente zibaldone di cose marinaresche.

Per mezzo di uno stream of consciousness sgangherato ovviamente soltanto all’apparenza, Stroksnes procede seguendo proprio le orme di Jerome K. Jerome: le spedizioni che i due amici intraprendono alla ricerca del malefico pescione (ogni riferimento al capitano Ahab è ovviamente puro caso) si trasformano ben presto in pretesti, più o meno concreti, per prendere il largo, abbandonarsi alla Natura, cazzeggiare, riflettere di ecologia e riscaldamento globale, raccontarsi aneddoti e vecchie storie di famiglia, fare progetti a lungo termine, bere un po’ di più del consentito, ritrovare lo spirito dell’avventura, discutere, bisticciare. Con un’unica differenza: che se George ed Harris pagaiavano dolcemente da una riva all’altra del Tamigi, immersi nell’Austeniana campagna inglese, qui abbiamo a che fare con il Circolo Polare Artico; il che vuol dire mare aperto, tempeste improvvise, onde massicce come mura di pietra, qualche grado sottozero, mostri marini dalle svariate tonnellate di peso e, talvolta, possibilità più che concrete di non riuscire a recuperare la rotta verso casa.

“Il libro del mare” è un libro coltissimo, dalla bibliografia sterminata (che Stroksnes si pregia di inserire tutta in appendice, Dio lo abbia in gloria). Le digressioni sono immense – a opera del “protagonista” Stroksnes – e toccano i più svariati argomenti: trattati di biologia marina, dissertazioni di cartografia, vicende storiche, narrazioni di miti e leggende nordiche. A bilanciare le pagine dotte stanno poi i racconti di Hugo, riportati sempre da Stroksnes, che puntano sulla dimensione intima, personale dei ricordi delle avventure in mare vissute da bambino, quando il pittore accompagnava il padre e i fratelli, o sulle coinvolgenti “storie di pesca” tramandate da generazioni, invischiate di iperboli e superstizioni popolari, ma anche sull’esperienza della pesca in sé – a testimoniare di quanto la vita sul mare abbia permeato il vissuto del pittore nonostante egli se ne sia professionalmente allontanato in giovane età – che mi hanno fatto pensare alle digressioni omeriche sul “come fare”: quella parte dei poemi omerici che, attraverso il canto a uso didascalico, tenevano viva in tutto il mondo greco percorso dagli aedi, dalle corti degli aristocratici alle feste di popolo, la conoscenza dei mestieri: come costruire una barca, come dipingere uno scudo, come intagliare il legno o la pietra.

“Nansen scrisse anche degli iperborei. Secondo la mitologia greca questo popolo viveva *a nord del vento del nord*, in prossimità del mare più settentrionale, dove le stelle andavano a riposarsi e la luna era così vicina che si potevano vedere i dettagli della sua superficie. Gli iperborei potevano mettersi in testa di invitare il dio Apollo a una danza o a una cena. Qualcuno sosteneva che nella loro terra ci fosse un tempio enorme a forma di sfera che fluttuava a mezz’aria, sostenuto dai venti. Gli iperborei erano anche molto musicali, e passavano la maggior parte della giornata suonando il flauto e la lira. Non conoscevano né guerra né ingiustizia, non invecchiavano mai né si ammalavano. Erano, in altre parole, immortali. Quando si stancavano della vita, si buttavano da una scogliera, con ghirlande tra i capelli. Thule, gli iperborei e altre misteriose fantasie sul Nord non sono caratterizzate dalla desolazione, ma da bellezza, purezza, quiete – e da una grande nostalgia per tutto questo. Il Nord sconosciuto era una sorta di riserva o rifugio per qualcosa di elevato, qualcosa di cui noi non potevamo godere, qualcosa di virginale e puro – in un certo senso di immacolato” (p227-228)

“Il libro del mare” è opera di autentico New Nature Writing perché è il racconto, indiscutibilmente personale e lirico, di un’amicizia profonda e duratura – che si sviluppa nel tempo e come tutte le amicizie vere affronta gli alti e i bassi delle circostanze individuali misurando il proprio valore non in giorni ma in anni – racconto che viene inserito all’interno di un contesto prettamente wilderness. Ma è anche un esempio di ciò che al momento la narrative non-fiction può fare per venire incontro a un pubblico di lettori alla ricerca di una saggistica nuova, che porti in sé una facilità di esposizione al di là dell’accademia ma che, di contro, non scada né in raffinatezza di forma né in qualità di contenuti.

Ovviamente non vi starò a raccontare come è finita con lo squalo della Groenlandia. Per saperlo dovrete leggere “Il libro del mare” sino alla fine.

Buona lettura 🙂

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“La casa sull’estuario”, di Daphne du Maurier (trad. di Maria Napolitano Martone) #EstateconADC

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The House on the Strand” è uno dei miei libri del cuore. Il perché sia tornato a casa solo ora, e dopo tanti anni, è uno di quei misteri che riguardano le mie letture: inutile credere di poterne venire a capo.

Se proprio volessimo approfondire, potrei dirvi che lo lessi nella primavera dei miei 12 anni. Ci spesi sopra due pomeriggi che trascorsi in soggiorno, spiaggiata sul nostro rigido e scomodissimo divano color castagna; intanto, fuori dalla finestra, la fine di aprile era incarognita da una pioggia insistente e fredda.

Di quei due giorni mi ricordo il momento in cui scovai quel volume ancora intonso nella libreria dei miei genitori, tra i tanti che facevano parte di una selezione del “Club degli editori” a cui ci si era abbonati all’epoca. E l’insindacabile bruttezza della copertina spingeva a guardarci dentro, per paradosso e puro atto di ribellione preadolescenziale.

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Mi ricordo che la camera da letto dei miei genitori era luminosa ma poco accogliente, perché i termosifoni erano già spenti ma la temperatura non certo primaverile; e che la sveglia sul comodino di mia mamma, un parallelepipedo tozzo, simile a un grosso sapone di cioccolato con le lancette fosforescenti (ebbene sì, in casa mia era tutto marrone, ne avevamo di ogni nuance, purtroppo), segnava le due e trentacinque del pomeriggio. Mi ricordo che quando cominciai a leggere, piantata nel corridoio che faceva da anticamera alle stanze da letto, fui assalita da un terrore così assurdo e potente che l’unica cosa che riuscii a pensare fu che quel libro lo dovevo finire il più in fretta possibile e poi rimetterlo lì, da dove era venuto. Di lasciarlo da parte a priori, ovviamente, nemmeno a discuterne.

La casa sull’estuario” – di Daphne du Maurier, pubblicato nel 1969 – ebbe su di me l’effetto dirompente di un primo contatto: fu il mio primo viaggio nel tempo, il mio primo incontro con un certo modo di scrivere di Natura e di wilderness. Un primo, piccolissimo passo verso il mistero del new-weird. La consapevolezza, per la prima volta, che certi libri inevitabilmente si leggono e poi si perdono, specie se ci sono di mezzo tre traslochi, due città e un matrimonio.

“Le prime cose che notai furono l’aria cristallina e il verde netto della campagna, senza mezze tinte o sfumature morbide. Invece di fondersi col cielo, le colline lontane si stagliavano come rocce, così vicine da poterle quasi toccare, dandomi quel senso di sorpresa e meraviglia che prova un bambino guardando per la prima volta in un telescopio. Anche più da vicino tutto aveva la stessa durezza quasi metallica: l’erba si divideva in singoli steli scaturendo da un suolo più giovane e aspro di quello che conoscevo” (pag.9)

“La marea era bassa, il canale stretto, e ai due lati del nastro azzurro dell’acqua si stendevano strisce di sabbia affollate da ogni sorta di uccelli acquatici che s’immergevano o saltellavano intorno alle pozzanghere lasciate dalla marea che si era ritirata” (pag.130)

“Nevicava. I fiocchi morbidi mi piovevano sulla testa e le mani, e tutt’intorno a me il mondo era diventato a un tratto bianco, senza più erbe estive rigogliose e verdi, e filari di alberi. (…) Faceva un freddo aspro, non la tormenta rapida, tagliente, che spazza le cime, ma il freddo stagnante e umido di una valle dove nell’inverno non penetravano sole o venti purificatori” (pag.235)

Però poi, all’improvviso, ne trovo in libreria l’edizione appena pubblicata da Neri Pozza – Beat: la meraviglia che può venire dalle parole scritte non smette mai di appassionarmi.

Cornovaglia, estate, anni ’60.

Dick Young è un quarantenne insoddisfatto. Si è appena licenziato dalla prestigiosa casa editrice londinese presso cui lavorava da più di vent’anni perché stanco di certi ritmi lavorativi, delle grosse responsabilità che gli vengono affidate e dell’ambiente editoriale.

La moglie Vita tuttavia, (americana ambiziosa, vedova in seconde nozze, due figli ormai grandicelli – nomen omen), vorrebbe convincerlo ad accettare l’impiego offerto dal di lei fratello: lavorare nella parimenti prestigiosa impresa editoriale di famiglia, così da trasferirsi tutti felicemente a New York.

“Lei si girò per affrontarmi nella posa classica della moglie oltraggiata, con una mano sul fianco, una sigaretta nell’altra, stringendo gli occhi nel viso gelido” (pag.139)

Dick prende tempo: il trasferimento non lo entusiasma ma il colpo di testa è stato fatto e ora le alternative non sono molte. Braccato dalla pressioni che sta ricevendo in famiglia, accetta l’invito del suo amico storico dei tempi dell’università, Magnus Lane, diventato nel frattempo uno stimato professore e ricercatore di biofisica, per trascorrere qualche settimana estiva nel cottage della famiglia Lane in Cornovaglia, dalle parti del borgo di Kilmarth.

Peccato che l’invito non sia del tutto disinteressato. Il professor Lane infatti, personaggio di indubbio carisma e di pari furbizia, utilizza il proprio ascendente su Dick per convincerlo a portare avanti alcuni esperimenti nel laboratorio sotterraneo alla cascina. Tra teste di scimmia in formaldeide, alambicchi, cadaveri di animali utilizzati come cavie e boccette di erbe magiche, Dick dovrà testare su se stesso una pozione misteriosa, quasi una droga, che ha la capacità di aprire varchi temporali sul passato medioevale della zona, in special modo sulle vicende delle famiglie di proprietari terrieri Champernoune, Carminowe e Bodrugan.

E lo dovrà fare prima che Vita e i ragazzi raggiungano il cottage per trascorrere insieme il resto delle vacanze. Ma non tutto, ovviamente, andrà come previsto.

“Scesi questa scala e girai la chiave della porta. Il laboratorio non aveva affatto un aspetto clinico. Accanto al vecchio lavandino, sempre al suo posto sul lastricato di pietra, sotto una finestrella a grata, c’era un camino, con uno di quei forni d’argilla che si usavano anticamente per cuocere il pane, contenuto nello spessore del muro. Dal soffitto coperto di ragnatele pendevano ancora gli uncini arrugginiti ai quali venivano probabilmente attaccati una volta carni salate e prosciutti. Magnus aveva disposto i suoi strani esemplari sugli scaffali fissati al muro. Alcuni erano scheletri, altri erano ancora intatti, conservati in una soluzione chimica che li aveva sbiancati.. Non riuscii a decidere che cosa fossero esattamente, se embrioni di gatti o topi. I due soli esemplari che riconobbi, erano la testa di scimmia, dal teschio lucido, perfettamente conservato, simile al cranio calvo di un minuscolo feto umano, cogli occhi chiusi, e accanto un’altra testa di scimmia, da cui era stato asportato il cervello e che si trovava in un barattolo di vetro scurito dalla soluzioni salina in cui era immerso. In altri barattoli e bottiglie c’erano funghi, piante ed erbe con tentacoli mostruosi e foglie sottili e ricurve come lingue” (pag.29)

Discutere sul fascino della scrittura di Daphne Du Maurier sarebbe ridondante. Basti sapere che “La casa sull’estuario” ha in sé tutte le caratteristiche tecniche e tematiche che contraddistinguono le opere di questa poliedrica autrice. L’accuratezza per un’ambientazione coeva affascinante, l’estremo acume con cui vengono tratteggiate le figure femminili (una su tutte, la femme fatale Vita, intelligenza vigile e scattante, agghindata con gonne a tubo, guanti da viaggio, rossetti scarlatti, fumo di sigaretta e generosi bicchieri di gin-tonic), il gusto per la rappresentazione gotica e non ultimo l’interesse per il rapporto tra l’Uomo e la Natura (che di certo all’uomo non è sempre favorevole, basti pensare a “The Birds“, ovviamente).

Prendetevi del tempo per leggere “La casa sull’estuario”. Luglio è il momento perfetto. Non sarà una lettura facile per il semplice fatto che ormai non siamo più abituati a un certo tipo di scrittura che ha tutto tranne che un’impronta cinematografica. Le pagine scorrono lente, in un continuo alternarsi di salti temporali ricchi di personaggi, note, riferimenti.

Ma Daphne du Maurier ha il dono di penetrare nelle cose, come se riuscisse sempre a scattare fotografie in cui una lievissima sovraesposizione riesce a evidenziare dettagli altrimenti invisibili. E poi c’è la paura più pura, quella che viene dal noir e certe atmosfere gotiche che la du Maurier riesce a evocare, a tirar fuori a forza da un passato inglese profondissimo. Quasi come se, in quel passato, lei stessa ci avesse messo piede, in un modo o nell’altro.

Buona lettura 🙂

Nota: in un mondo in cui ultimamente tutti si propongono come “traduttori” basta che abbiano fatto il linguistico e vissuto per un paio di anni in un qualunque paese anglosassone, vi invito a dare un’occhiata alla biografia di Maria Napolitano Martone.

Di cose dall’Est e comodini pieni

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C’è caso che sul Twitter qualcuno di voi recentemente me ne abbia chiesto ragione, delle mie cose russe.

Per chi non lo sapesse, #LeMieCoseRusse definisce un mucchio eterogeneo di scritti spiaggiati in principal modo sul mio comodino ma anche nei ritagli del mio quaderno – che vanno dalla fiction al reportage; una pigna sempre diversa nella composizione ma sempre identica nelle dimensioni (e questo dovrebbe darvi l’idea del problema. – Cioè potrebbe avvenire anche una roba del genere, tipo “Mamma, sai dove ho messo il disegno/il compito/la verifica/ il libro di flauto?” – “Non lo so tesoro, hai guardato tra le mie cose russe?” Ecco, sì, potrebbe anche accadere, prima o poi, a pensarci).

Insomma un maelstrom di parole composto da testi appena usciti ma anche cose non proprio recenti, da cose che ho comperato e che mi piacerebbe leggere, da cose che ho comperato e che ho già letto, da wishlist di libricini il cui tempo di arrivare non è ancora arrivato e chissà se arriverà mai.

E che hanno tutti in comune l’essere frutto dell’occhio lungo di certi progetti editoriali, avvezzi a mostrare la loro grazia sulle lunghe distanze.

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“I conigli non muoiono mai”, Keller – seconda di copertina e aletta anteriore

Quindi eccole qua, in rigoroso ordine sparso – sì insomma, più o meno tutte. Se avete suggerimenti, se pensate che io abbia dimenticato qualcosa di indimenticabile, bene, attendo Vostre.

  • Savatie Bastovoi (Chisinau 1976), “I conigli non muoiono mai“, Keller 2015 – romanzo. (Prima pubblicazione 2012, trad. dal romeno di Anita Natascia Bernacchia). Ove si racconta degli anni più feroci del comunismo e della quotidianità di vivere sotto il regime, attraverso gli occhi di una bambina di nove anni. Le notizie sull’autore, che vanta una biografia di tutto rispetto (dall’internamento in un ospedale psichiatrico durante l’adolescenza al suo ritiro in un monastero) le trovate qui.
  • Alina Bronsky (Ekaterinburg, 1978), “L’ultimo amore di Baba Dunja“, Keller 2016 – romanzo (trad. dal tedesco di S. Forti). Una fiaba sul potere che hanno certe persone di creare paradisi in terra – in una terra che più infernale non si può, perché di nome fa Cernovo.
  • Saltykov Scedrin (Spas-Ugol 1826, San Pietroburgo 1889), “I signori Golovlev“, Quodlibet 2014 (trad. di Ettore Lo Gatto) – romanzo. Il capolavoro di questo autore classico dell’Ottocento, impiegato presso il ministero della guerra a San Pietroburgo, giornalista di tendenze liberal-progressiste, è il racconto in fiction di quel che accadde a tante famiglie di proprietari terrieri con il crollo della nobiltà di provincia: le lotte per il possesso di quel poco che restava, l’avidità, l’anteporre il mantenimento disperato di uno status quo irrinunciabile ad ogni affetto e ogni sentimento del vivere civile.
  • Venedikt Erofeev (Kola, circolo polare artico, 1938 – Mosca 1990), “Mosca – Petuski poema ferroviario“, Quodlibet 2014. Per non rovinarvi la sorpresa vi dico solo che l’autore, espulso dall’università, ha passato una vita da disoccupato e senza fissa dimora (in Russia, si deve aggiungere), vinto dall’alcolismo, e che il poema, che si svolge “in uno stato di estasi superalcolica tra la stazione di Mosca e quella di Petruski”, circolava clandestinamente dal 1973 e fu ammesso ufficialmente e integralmente solo nel 1990 – riguardo al successo che ebbe, si veda quel che dice di lui Limonov. E che il testo è stato tradotto da Paolo Nori che firma anche l’introduzione al volume.
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“I conigli non muoiono mai”, Keller – terza di copertina e aletta posteriore

  • Christian Garcin (1959), “Le notti di Vladivostok“, edizioni ObarraO, 2014 (trad. di Alessandro Giarda) – romanzo. L’autore è un affermato scrittore di reportage, specie dalle regioni della Siberia. Les nuits de Vladivostok è una commedia dell’equivoco il cui protagonista, un agente letterario di nome Thomas Rawicz, a causa della troppa vodka si confonde, prende il treno sbagliato e finisce in Siberia per poi cadere tra le mani della mafia russa in combutta con una triade cinese. Ovviamente non si parla solo di un thriller di fantasia ma di un vero e proprio viaggio nell’Estremo Oriente russo con tutte le sue contraddizioni.

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  • Jacek Hugo-Bader (Sochaczew 1957), “Febbre bianca – un viaggio nel cuore ghiacciato della Siberia“, Keller 2014 – reportage. Di Hugo-Bader si potrebbe parlare per ore. Qui si dica solo che dal 1991 è corrispondente per il più importante quotidiano polacco, specializzato nei reportage dall’ex Unione Sovietica e Asia Centrale,  e che ha vinto il Pen Award con “I diari della Kolyma“. La mia copia di “Febbre Bianca” – di cui vado fierissima perché è una prima edizione ormai vintage – è così piegata e sottolineata che non si riconosce più ma il mio sogno nel cassetto sarebbe quello di entrare in possesso della nuova edizione tascabile, che fa ora parte della collana “Razione K” di Keller. Così come gradirei che Babbo Natale arrivasse con “I diari della Kolima – viaggio ai confini della Russia profonda” (trad. dal polacco di Marco Vanchetti, Keller 2018) sottobraccio: lo accoglierei a braccia aperte. Ma temo che fino a Natale non resisterò, dovrò attrezzarmi per averlo prima.

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#wishlist, in #bicblu sul quaderno: “Il confine dell’oblio”, “I diari della Kolima” e “Viaggiare contro vento“, che non si può perdere (ps. se vi piacciono le mirabolanti avventure delle mie #bicblu andate su Stories, sono lì – ogni tanto. @appuntidicartaADC)

Mancano ancora tante cose che ho letto negli anni e che sono già al loro posto in libreria, o sul Kindle: ad esempio le due opere più belle di Jaan Kross (Tallin, Estonia): “La congiura” e “Il pazzo dello Zar“. Ovviamente manca all’appello un post tutto dedicato ad “Anime baltiche” di Jaan Brokken (Iperborea). Anche l’Irene è ormai al suo posto in libreria – ma lei apre un capitolo diverso di questa storia.

Buona lettura 🙂

 

“Neghentopia”, di Matteo Meschiari – con illustrazioni di Rocco Lombardi

 

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“Siamo in un lago salato di origine oceanica. E’ asciutto da quarant’anni (prima rumore di vento, poi musica, qualcosa come A una rosa di Ernst Reijseger). Navi arenate come gusci di aragoste. I carapaci piegati su un fianco. O dritti e leggermente impennati. Sono decine. Fermi in un’onda interrotta. Contratti nel bollore salino. Non vive più nessuno da queste parti. Solo i trafugatori di rottami” (pag.15)

Il debito di “Neghentopia” nei confronti di certa narrativa distopica – uno tra tutti “La guerra invernale nel Tibet” di Friedrich Dürrenmatt – è enorme. Eppure il risultato a cui l’antopologo Andrea Meschiari riesce ad arrivare è molto lontano da qualsiasi esperimento di semplice emulazione.

Si tratta piuttosto di convergenze evolutive. “Neghentopia” infatti è la prova tangibile di quanto il genere distopico (se ben pensato e ben scritto) abbia ancora da dire al proprio pubblico nonostante si trovi a gestire un’eredità di tutto rispetto, qualche volta ingombrante. E questo miracolo accade quando, scrivendo distopie, si punta alla conservazione dell’essenziale e all’eliminazione del superfluo, in tutte le sue forme.

Diciamocelo. A molti è già venuto il dubbio che il declino della fiction seriale (fantasy e distopica) sia alle porte. Prova ne è la quantità di progetti a spiccata vocazione seriale che le case editrici continuano a sospendere dopo un certo numero di uscite (se non ci credete, cliccate qui). Ci ha provato Jeff VanDerMeer a recuperare il concetto di narrazione seriale, costruendo un prodotto (la Trilogia dell’Area X) composto da tre volumi in pubblicazione ravvicinata; ma come ben sappiamo, la Trilogia dell’Area X è un’opera a sé che dei canoni distopici se ne appropria per così dire in background, senza aderirci totalmente.

La trilogia dell’Area X in verità possiede un altro pregio che ci viene in aiuto per “Neghentopia”: la quantità minima di personaggi in azione (sarà un caso che nel film  tratto da “Annientamento” il regista abbia sentito il bisogno di aggiungerne uno in più, di fantasia…) e la presenza di un’ambientazione contestualizzata ma indistinta, dato che uno dei punti cardine del #NewWeird proposto da Jeff VanDerMeer è proprio la rappresentazione dell’incapacità umana di esprimere se stessa e il mondo circostante attraverso il linguaggio. Difatti non è una novità nemmeno il declino – certo, sarà un processo lungo – di una certa abitudine alla contestualizzazione massima, che nella sua ipertrofia ha portato inevitabilmente a testi complessi, dalle digressioni ridondanti o ricolmi di incomprensibili tecnicismi, popolati da una serie quasi infinita di protagonisti e comprimari le cui avventure – o backstories – possono prendere addirittura l’aspetto di veri e propri spin-off (provate un po’ a leggere “The Passage” di Justin Cronin e poi mi direte. By the way, anche questo fermato, da Mondadori, alla fine del secondo tomo, pubblicato più di due anni dopo il primo. Nota a margine: il terzo volume, “The city of Mirrors”, è ancora inedito in Italia: l’edizione in lingua originale, annunciata per il 2014, uscì solo tre anni più tardi…).

Ci troviamo quindi di fronte a una nuova generazione di testi distopici che puntano sulla linearità della trama e sull’autoconclusione (o sulla pubblicazione ravvicinata), ma anche – altro punto – sulla fruizione cross- mediale. (L’ha fatto ad esempio Simon Stålenhag con Loop, di cui vi parlerò presto in un post dedicato, anche su IG). Ciò però non significa creare delle storie semplici, di facile lettura, cinematograficamente adattabili ma modificare in sé l’esperienza della lettura distopica, senza snaturarla ma arricchendola attraverso A) l’eliminazione del superfluo e del ridondante (con un effetto ben preciso, lo vedremo poi, se avrete pazienza di arrivare fino alla fine) e B) l’introduzione di elementi visivi – e uditivi – nuovi.

Questo è il lavoro che sta sotto “Neghentopia”, una bed-time story post-apocalittica, dai toni lugubri e poetici – ancora più truce perché ha per protagonista un ragazzino neanche adolescente, il cui testo si fonde con l’arte dell’illustrazione e della sensazione uditiva data dai suggerimenti all’ascolto che l’autore consiglia a mezzo di parentesi e Italic Font.

Ciò che colpisce è l’essenziale equilibrio fra le tre forme espressive, nessuna delle quali prevarica l’altra.

  • Il testo, a base paratattica, è composto da dialoghi stretti, limati sino all’essenziale e alternati a pause di respiro descrittivo, di carattere naturalistico e contestualizzante, ad argomento wilderness. Il linguaggio è violento, metaforico, ricco di similitudini e analogie.

  • Le illustrazioni, opera di Rocco Lombardi, sono nervose e accuratissime pennellate di inchiostro nero e vivono di dettagli minimi spingendo di contro verso una raffigurazione di insieme che non toglie spazio all’immaginazione del lettore, anzi.

  • La colonna sonora spazia da Johnny Cash a Shoenberg: pezzi che hanno il merito, con le loro sonorità ricercate, di accompagnare il lettore costringendolo a una lettura ponderata.

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Un tipo di struttura molto simile al “trattamento” – la parte più letteraria del processo di scrittura di un film che precede la sceneggiatura vera a propria – che permette, sempre limitandosi all’essenziale, di raccontare la vicenda presente in “scaletta” in maniera narrativa e offrire una prima caratterizzazione dei personaggi fornendo loro anche un contesto e una backstory. Parimenti, nel “trattamento” è approfondita anche la parte dell’ambientazione e non da ultimo è possibile aggiungere commenti personali o valutazioni etiche ed emotive – processo che segue anche l’autore di “Neghentopia” avvalendosi per la narrazione del tempo presente e di un punto di vista interno collettivo, un “noi” che abbraccia tutti gli spettatori e non solo il singolo lettore.

“Una lingua glaciale che scivola dall’entroterra montuoso e si allarga a ventaglio nelle acque di una baia (Verklarte Nach, Op.4 di Schoenberg). Da enorme distanza come se fossimo appesi a un aquilone da guerra cinese vediamo polvere di gabbiani roteare laggiù e tra le acque striate di malachite una mandria di trichechi minuscoli come briciole di sughero abbandonarsi unanime e schiumosa alla rapina di correnti invisibili” (pag.121)

Leggere “Neghentopia” non è semplicemente affrontare una favola distopica che, come tutte le favole distopiche che si rispettino, non contempla il lieto fine. E’ attraversare un’esperienza dei sensi che ha un grande merito: tramite essa, infatti, la narrativa distopica per una volta si riprende di imperio quello che ha ceduto, con gli anni, alla serialità e alla moda dell’iperconstestualizzato, ossia la capacità di sviluppare nel lettore quel processo di immaginazione attiva, intima e individuale, che soltanto la buona lettura ha il potere di generare.

Matteo Meschiari è professore di antropologia e geografia all’Università di Palermo. Con Exorma ha pubblicato, nel 2016, Artico Nero”, una raccolta di sei long-form che documentano in forma di fiction il disastro ambientale e sociale che da anni colpisce l’Artico e la sua popolazione. Vari altri suoi saggi sono apparsi per Sellerio, Liguori e Quodlibet. Si discute ormai molto delle modalità attraverso cui scrivere di ambiente e Natura. Amitav Ghosh (*) Nella sua raccolta di saggi/lezioni universitarie intitolata “La grande cecità” alcuni anni fa si poneva proprio la domanda del perché della limitatezza degli scrittori di narrativa nel parlare di wilderness, di tematiche ambientali e del rapporto complicato tra l’uomo e l’ambiente naturale che lo circonda (o che, ormai, non lo circonda più).

Ecco, sono forse le opere come “Neghentopia” a indicarci quale sia la strada nuova per parlare di spazio naturale e della percezione che di esso ha l’uomo, perché riescono a penetrare la dura cortina di indifferenza e di sovraesposizione a cui il lettore è ormai sottoposto, attraverso l’utilizzo di referenze cross-mediali e di canoni letterari ibridi.

Buona lettura 🙂

(*) Ne approfitto per segnalare che Amitav Ghosh sarà presto in Italia e terrà una conferenza sulle connessioni tra migrazioni e cambiamenti climatici dal titoloThe Great Uprooting: Migration and Movement in the Age of Climate Change” presso l’Università degli Studi di Milano Bicocca il prossimo 30 Maggio. Qui tutte le informazioni. Andate a sentirlo!

Nota: #neghentopia è stato uno dei libri scelti da ADC per il progetto Twitter / IG Stories #leggoinmensa. Come di consueto si ringraziano tutti i lettori sociopatici che di fronte alla domanda del collega: “Andiamo a pranzo?” fingono micidiali coliche renali. Senza di loro, la rubrica #leggoinmensa non avrebbe ragione di esistere.

“La vita lontana”, di Paolo Pecere

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Dora, quanti errori hai commesso? Elio, qual è la tua colpa più grande? Domande che mi hanno tenuta sveglia, prima per finire il libro e poi ancora, a pensarci sopra, scandagliando ogni pagina, con l’urgenza di venire a capo della questione e il terrore di trovarmi all’improvviso di fronte a me stessa, una Dora in carne e ossa, saccente, disconnessa, inconcludente, il cui carattere ho mal sopportato sin dalle prime righe.

La mia immagine allo specchio, fragilità di adulta mal riuscita e di genitore imperfetto.

Dora è lo spettro della madre che nessuna di noi madri vorrebbe diventare. E’ il fantasma della madre nascosta in ognuna di noi, quella con cui tutte noi, prima o poi, dobbiamo venire a patti.

“Esperta dei loro umori, m’illudevo di conoscerli alla perfezione. In realtà ero completamente annebbiata” (pag.81)

Intelligente e colta, Dora è la giovane borghese di provincia che nel tentativo di sfuggire ai retaggi familiari del preconcetto si trasferisce a Roma; lì incontra Elio, giovanotto di buona famiglia, figlio di chiurgo stimato, che non vede l’ora di ribellarsi all’ordine precostituito così com’era tipico per l’epoca. Con lui Dora condivide gli anni intensi della formazione culturale e della militanza politica fino a costituire una coppia “anarchica” e simbiotica, in uno scambio reciproco di conoscenze e attività condivise.

“(…) le uscite insieme trascorse in sezioni di partito, noi due ragazzi infreddoliti sulle sedie di plastica, condividendo un mondo diverso da quello dei nostri amici, con la famiglia sostitutiva di compagne e compagni che fumavano e alzavano le braccia, innamorati delle idee che diventavano Storia nei simboli e nei poster in bianco e nero” (pag.24)

Quanto sei stata cieca, Dora, a non riconoscere l’ego di figlio ricco e viziato che covava sotto la ribellione di Elio – in qualche modo pur sempre legittima, certo. Ma chi di noi, poi, l’avrebbe capito davvero, innamorate come eravamo della giovinezza, di quel flusso ininterrotto di esperienza che ci scorreva intorno e ci attraversava.

Così è la vita lontana, dire addio all’infanzia, alla famiglia e a un destino che sembra già scritto, per tuffarsi in qualcosa di nuovo, sgargiante di possibilità infinite.

Dalle dinamiche di una certa prassi borghese però è difficile sfuggire, specie se manca l’autocritica. Fidanzamento, matrimonio, ottenimento di uno status economico e sociale: ma non è di fronte a questi vincoli che Dora si schianterà come una barchetta sugli scogli.

Passerà ancora del tempo, perché sarà solo la nascita dei due figli a dare il via alla slavina: Marzio e Livio, gemelli diversi sin da subito, nel carattere e nell’aspetto fisico. Marzio il dio della guerra, vigoroso, trascinatore del gruppo, anticipatore di tappe e successi ma arrogante e prevaricatore; l’intelligentissimo Livio, cagionevole, introverso, il cacasotto sempre un passo indietro, disprezzato dai compagni.

L’accudimento dei due bambini, impegnativo e bisognoso di interventi ad hoc, dà l’inizio a un lento e inesorabile estraniamento. Dopo aver intrapreso con scarso entusiasmo la carriera di insegnante, Dora decide senza troppi rimpianti di ritirarsi in casa per dedicarsi ai bambini, sublimando il ruolo di madre a tempo pieno e cacciando in soffitta le sue aspirazioni, riversandole sui figli.

“La mia maternità non fu una ritirata, ma la prosecuzione di una manovra attendista. Vivevo attaccata a una sponda – che nel mio caso non era la famiglia ma la moltitudine dei libri nella stanza – da cui preparavo scelte che mi si rivelavano già compiute soltanto anni dopo, quando ancora credevo di poterle ponderare” (pag.22)

“Pennelli, tavolozze, colori a olio, erano stati strumenti di un gioco felice, che nel purgatorio successivo alla laurea si era ridotto a una triste sfida alla paura di essere mediocre” (pag.33)

Quanto sei stata sciocca, Dora, a non capire che i bambini prima di tutto hanno bisogno di chiasso, colori, persone, canzoni stupide, giochi scemi. Di sperimentare la loro innata resilienza, l’elasticità della mente e del corpo. Ma chi di noi, poi, l’avrebbe capito davvero, nel nostro delirio ormonale post-parto, nell’angoscia del tentativo che ci prende fin da subito: tornare a quel prima che, già sappiamo, non recupereremo mai più, almeno nella sua forma precedente.

Così è la vita lontana, dire addio agli studi e alle aspettative della giovinezza. Ma così è la vita lontana, dare la vita a creature altre; però poi capiterà che cercheremo di plasmarle a nostra immagine queste vite, chiusi nell’utero protetto di una grande casa silenziosa e accogliente.

Troppa fatica fare la madre lavoratrice, vero Dora? Troppe incognite, Troppo sacrificio, così poco controllo.

E così la vita lontana è anche quella di un padre ben lieto di delegare alla madre le cure parentali e gettarsi a capofitto nell’attività di imprenditore di ecoballe – che manda avanti con discreto successo, va detto, e poi comunque bisogna provvedere al sostentamento economico della famiglia – e nei suoi studi intellettuali che non ha mai voluto abbandonare.

L’ultima scoperta di Elio è la filosofia orientale e la mistica del jainismo, una vita così lontana che più lontana non si potrebbe nemmeno immaginare. Mentre sua moglie è impegnata, lontano, a leggere Kant a due lattanti, evitando qualsiasi contatto con la vita vicina, Elio diventa vegetariano, prende lezioni di meditazione, pratica la castità e studia testi antichi. E poi un giorno, quando i gemelli hanno poco più di cinque anni, torna a casa e annuncia il suo ritiro dal mondo: non ne può più di questa vita occidentale, così vicina; del capitalismo, del consumismo, della pochezza delle relazioni interpersonali. Stiano sereni, il sostentamento della famiglia sarà garantito dai proventi della società e dalla rendite immobiliari, ma Elio farà le valigie. Se ne va di casa, vuol tornare alle origini: seguire una vita ascetica, ritirarsi in un monastero.

Sempre più lontano: Italia, Europa, India: biglietto di sola andata.

“Ci fu questo lento sbiadire su grotteschi sfondi di statuette e bastoncini d’incenso” (pag.65)

Quanto sei stata presuntuosa e immatura Dora, a immolarti sull’altare della madre anticonformista, a soccombere al tuo ruolo di vestale del focolare domestico sacrificando la tua relazione con Elio. Ma chi di noi, poi, l’avrebbe capito davvero, così prese come siamo da questo nuovo ruolo di madri e da come la società ce lo impone, sempre più chiuse in un micromondo di affetti all’interno del quale condividere l’educazione dei figli con mariti, madri, sorelle, cognate e suocere non viene più considerato una risorsa inestimabile perché arricchente per tutti ma un’orribile ammissione di incapacità mentale e fisica.

La vita lontana è questo, il concentrarsi sui figli nella decontestualizzazione di un universo parallelo all’interno del quale luoghi e tempi sono importantissimi, eppure allo stesso tempo completamente insignificanti; la vita lontana è il bozzolo dell’ambiente domestico quando accade che da luogo di ritorno e di crescita si trasformi prima in un alibi e e poi in un asfissiante sgabuzzino di mediocrità fasulle, speranze malriposte, errate interpretazioni. All’ombra del proprio passato e di quello, parimenti importante, di un marito e di un padre troppo lontano dalla vita quotidiana ma troppo vicino a quella interiore.

“Di notte si rivelavano le mie doti telepatiche. Vedevo i loro sogni. Aprivo gli occhi poco prima che si svegliassero. Rimuginavo su dettagli apparentemente irrilevanti. Cantavo a memoria ninnenanne venute da chissà dove. Mi trovavo in una penombra poetica, in una vita lontana” (pag.32)

La vita lontana” di Paolo Pecere, alla sua prima opera come romanziere (Roma, 1975 – laurea in Estetica, dottorato di ricerca in Logica ed epistemologia, dal 2005 ricercatore di Storia della Filosofia presso l’Università di Cassino), è uno stream of consciousness potente e doloroso, scritto in prima persona da una madre che nei ricordi di una vita intera procede a sbalzi, seguendo gli avvenimenti né per l’ordine temporale in cui sono avvenuti, né secondo l’importanza che andrebbe detta oggettiva, ma in base alle ferite e alle cicatrici che certi fatti – spesso non quelli che ci aspetteremmo – lasciano su di lei e sui bambini.

Dora non può risultare simpatica o attraente. Anzi, è un personaggio così ben riuscito proprio perché totalmente repulsivo. Non si può provare pena per lei, perché tutto le rema contro: un abbandono coniugale al quale ha preso parte, estraniandosi dal contesto di coppia; una solitudine non condivisibile, perché autoimposta per saccenteria ed egoismo; gli errori nei confronti dei figli, interpretati alla luce di categorie proprie e auto-proiezioni completamente dissociate dalla realtà dei fatti. Una cecità di spirito che partorisce il seme che genererà danni irreparabili.

Ma chi di noi, poi, l’avrebbe capito davvero, degli errori che stavamo commettendo coi nostri figli?

E’ su questo concetto del danno al figlio che Pecere si sofferma in particolare, condensandolo in un neologismo fulminante: il “rimpiantivo”. Perché condannare Dora sarebbe come condannare tutte noi madri e perché la vita lontana, alla fine, di sorprese ce ne riserverà parecchie.

Buona lettura

-> Nota a parte per il progetto grafico, che a mio parere è uno dei più belli visti in giro quest’anno.

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#LaVitaLontana è stato uno dei volumi scelti sul Twitt di ADC per la rubrica #leggoinmensa. Ringrazio per le menzioni e la partecipazione tutti i lettori sociopatici che fingono power point improrogabili e phone calls imperdibili, tutto per evitare di andare a pranzo con i colleghi: senza di voi #leggoinmensa non potrebbe esistere.

“La vita segreta”, di Andrew O’Hagan (trad. di Svevo D’Onofrio)

la vita segreta

“Le persone di cui scrivo tendono a vivere in una realtà che si sono costruite da sé, o che per certi versi è frutto di invenzione, e per rintracciarne la trama occorre addentrarsi nel loro etere e danzare con le loro ombre. Da giovane ho appreso dai libri dei poeti a diffidare della realtà – *La realtà è un cliché da cui fuggiamo la metafora* scrisse Wallace Stevens – e i protagonisti di questo saggio, tutti personaggi reali perlomeno all’inizio della loro storia, devono la loro esistenza e il loro potere nel mondo a un alto tasso di artificialità. E’ un vezzo della nostra epoca sfruttare le assurdità insite in questa situazione e chiamarle cultura” (introduzione, pag6)

Difficile parlare di #LaVitaSegreta senza ripetere quel che di questa raccolta di tre long-form è stato già detto e già scritto – a me sono piaciuti molto, per esempio, gli interventi di Carlo Mazza Galanti su Esquire  e di Cristiano De Majo su Rivista Studio – che tra l’altro ha ospitato O’Hagan a fine novembre, durante la #SIT17 offrendo al pubblico un incontro appassionante e denso di spunti.

Mi limiterò a consigliarvene la lettura, per più motivazioni.

La rapida ascesa del modello della narrative-non fiction declinata nelle modalità del long-form è ormai un fatto accertato (“La crescita della long form potrà colmare il gap attualmente esistente fra contenuti granulari ed ebook?” si chiede Gino Roncaglia dalle pagine dell’ultimo numero della Lettura questa settimana in edicola – pag17) e questi lavori del romanziere-saggista-columnist scozzese O’Hagan ne sono un esempio prezioso, che sarebbe un peccato perdere, sia appunto per l’analisi dell’impianto narrativo sia per i temi che i tre reportage si trovano ad affrontare. Sì perché le “tre storie vere dell’era digitale” sono, nell’ordine, niente di meno che: 1. il resoconto dei mesi che O’Hagan passò fianco a fianco con Julian Assange, da cui era stato contattato e poi incaricato di scriverne l’autobiografia in qualità di ghost writer; 2. i risultati a cui O’Hagan giunse vestendo i panni off e on-line di Ronald “Ronnie” Pinn, un giovane londinese deceduto più di trent’anni prima della cui identità l’autore si appropria, utilizzando il metodo in uso agli agenti infiltrati britannici – tecnica al limite della legalità ancora oggi in uso – e infine 3. il sunto delle settimane trascorse seguendo il coming-out del presunto creatore del bitcoin, l’informatico australiano Craig Steven Wright che, come pare, operò sotto lo pseudonimo, ormai entrato nella leggenda, di Satoshi Nakamoto.

#LaVitaSegreta è un viaggio buio e senza ritorno nei meandri di quella parte dell’internet di cui tutti, diciamo la verità, vorremmo dimenticarci – o meglio, di cui vorremmo sapere il meno possibile. La sensazione del guilty pleasure è la stessa che prende nel momento in cui leggiamo di una vicenda di cronaca nera opportunamente spettacolarizzata, oppure della fine tragica di una promettente starlette. Peccato che qui le cose si complicano, non fosse altro perché:

“Storie come queste non sono particolari, non riguardano soltanto uomini particolari ma tutti noi che utilizziamo il digitale, come mia figlia tredicenne ad esempio” (Andrew O’Hagan a #SIT17, 25/11/2017, intervistato da Daniele Rielli)

e quindi il meccanismo di presa di distanza successiva, spiace ma con queste storie non funziona (“Tutti guidiamo un’auto senza curarci della combustione interna” [pag106]).

E’ degna di nota la capacità di O’Hagan nel mantenere il giusto distacco giornalistico dimostrando allo stesso tempo un’empatia fuori dal comune, che molto probabilmente – più che la fama di scrittore in sé – gli ha permesso di avvicinarsi a due dei personaggi più geniali e controversi del nostro tempo descrivendone tanto le incredibili abilità tecniche, l’intelligenza e lo spirito pionieristico quanto le idiosincrasie e le fragilità emotive che ne hanno segnato la caduta.

“Assange in me cercava un prete, uno psicanalista, un fratello, un migliore amico. Mi chiedeva di non scrivere il libro che insieme avevamo deciso di scrivere”

“Wright mi pregava di non scrivere quello che lui stesso mi aveva appena detto, mi aveva appena mostrato”

(Andrew O’Hagan a #SIT17, 25/11/2017, intervistato da Daniele Rielli)

A quanto pare, malgrado da più parti ci venga suggerita la necessità e l’utilità di unificare le nostre identità, reali e virtuali, internet sta attraversando l’epoca d’oro del doppio… o del triplo, del quadruplo… chi lo sa. Non si tratta soltanto di dark web, blackchain, vita da hacker professionisti

“Per Snowden esprimeva una sorta di irritata ammirazione: *Insomma, quanto bravo è?* domandai. *E’ il numero nove* rispose. *Al mondo? Tra gli hacker? E tu cosa sei?* *Io sono il numero tre*” [pag74-75])

compravendita d’armi o droga, falsificazione di identità a scopi di frode e fondi di investimento come scatole cinesi, ma anche – e soprattutto – di questioni che tocchiamo con mano ogni giorno, come i 68 milioni di identità false che popolano Facebook e con cui appunto ci trastulliamo quotidianamente, noi – e i nostri figli.

“Durante la rivoluzione egiziana del 2011 Hosni Mubarak tentò di spegnere la rete di telefonia mobile del paese, un servizio fornito dalla compagnia telefonica canadese Nortel. Julian e i suoi penetrarono nei server della Nortel e si scontrarono con gli hacker ufficiali di Mubarak per mandarne a monte il tentativo. La rivoluzione proseguì e Julian, soddisfatto, si rilassò mangiando cioccolatini nella nostra remota cucina” (pag26-27)

“(Wright) descriveva regolarmente la tecnologia blockchain come la più grande invenzione dopo internet. Diceva che avrebbe fatto per le valute ciò che internet aveva fatto per la comunicazione” (pag115)

“La mia invenzione era diventata così concreta nel mondo ufficiale delle cose, che oltre a un codice fiscale aveva anche un numero di previdenza sociale. (…) Le banche se lo contendevano e, sebbene non fosse iscritto nelle liste elettorali, anche quella sembrava solo una questione di tempo” (pag99)

A proposito della riflessione sulla “natura dell’identità” in ultimo vorrei segnalare (e il caso non esiste, ne sono sicura!) due pezzi usciti questa settimana sulla Lettura: il primo è a firma Alessandro Beretta, che scrive dell’esordio di Giuseppe Imbrogno “tra ombre e big data” (“Vivere la vita di un altro, ossessione digitale”, La Lettura #319 pag21 su “Il perturbante”, Autori Riuniti) il secondo è di Vanni Santoni che ci parla del mito di James Bond, prendendo come spunto le nuove edizioni dei romanzi di Fleming che Adelphi propone dal 2012 – ora è il libreria “Goldfinger” (“Siamo tutti James Bond – anzi, vorremmo esserlo”, La Lettura #319 pag36):

“Tutto infatti, in James Bond (…) è pura proiezione dei desideri profondi, per non dire *bassi*, di un borghese inglese di mezza età. Le donne sono tutte giovani e belle, *obbedienti come bambine*; le sfide sportive sono duelli arditi, giocati sul filo della correttezza e immancabilmente vinti, così come immancabilmente si vince al tavolo da gioco; la violenza è somministrata in modo infallibile – un colpo di taglio della mano basta a uccidere uno scagnozzo -, il cibo è sempre eccellente – Bond e Du Pont, che lo ingaggerà per incastrare una prima volta il magnate dell’oro Auric Goldfinger, si ingozzano di granchi prima ancora di parlare d’affari – e l’alcool scorre a fiumi ma senza alcun effetto negativo”. (…) Scrisse John Le Carré, che di spie se ne intendeva, che nessuna agenzia di servizi segreti avrebbe mai mandato in giro un agente che beveva e giocava d’azzardo in modo così incontrollato: esatto, è proprio per questo che James Bond è immortale”

Buona lettura – e grazie a MLOL, a cui dedico queste poche righe, come promesso 🙂

“L’età vittoriana nella letteratura”, di G.K. Chesterton (trad. Paolo Dilonardo)

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Libretto illuminante se volete capire qualcosa in più della #Brexit al di là delle solite, oggettive questioni (il divario sociale tra la città e provincia, l’economia in stallo, la disoccupazione giovanile, i vincoli europei troppo stretti eccetera) esso dimostra, con la sua recente pubblicazione, la tesi secondo cui il Demone Celeste dei Libri opera secondo disegni misteriosi. (O che alcuni editori, semplicemente, hanno il naso fino). Ma cosa c’entra un compendio di letteratura (vittoriana, per di più) con l’uscita del mondo UK dall’Europa direte voi. Ebbene, c’entra eccome. 

“La Britannia romana e l’Inghilterra medioevale sono non soltanto ancora vive, ma vitali: il vero sviluppo, infatti, non consiste nel lasciarsi qualcosa alle spalle, come lungo una strada, bensì nell’estrarne la vita, come da una radice. (…) Il progresso, una metafora tratta dalla strada, implica, difatti, che l’uomo si lasci alle spalle la propria casa, mentre il miglioramento comporta che egli innalzi le torri o estenda i giardini della propria dimora. L’antica letteratura inglese (…) come tutte le culture europee, era europea; come tutte le culture europee, era qualcosa di più che europea”. (p15)

“L’Inghilterra, come tutti i Paesi cristiani, assorbì elementi preziosi dalle foreste e dal rude romanticismo del Nord; ma, come tutti i Paesi cristiani, per le libagioni letterarie più prolungate si abbeverò alle fonti classiche degli antichi”. (p16)

29CAMI5-kTEE-U43340324353317G-140x180@Corriere-Web-SezioniProlifico giornalista, famoso scrittore, brillante aforista, attento critico letterario e saggista, anglicano convertito al Cattolicesimo, G.K. Chesterton (Londra 1874, Beaconsfield 1936) – sì, proprio il creatore di Padre Brown – negli anni giovanili era considerato, pensate, di intelligenza scarsa; non finì mai le scuole, non riuscì a prendere la laurea: eppure ne ricevette diverse honoris causae fino a essere candidato al Nobel per la letteratura, nel 1934. Potete leggere la sua biografia completa qui, sul sito dell’Enciclopedia Britannica.

Il suo “L’età vittoriana nella letteratura”, apparso per la prima volta nel 1913, è una carrellata veloce e appassionante sugli autori – e autrici – che hanno fatto grande (…o piccola) la letteratura inglese tra la seconda metà del 1800 e i primi anni del ‘900. Pur strutturando il testo in base alla metodologia classica della linea temporale, Chesterton punta anche sull’impianto tematico poiché si assume il compito di differenziare gli autori presi in esame in base alla loro aderenza, o viceversa ostilità, nei confronti di quello che egli da storico e critico definisce “il compromesso vittoriano“.

“Il fatto fondamentale dell’inizio della storia vittoriana (…) fu proprio la decisione da parte della borghesia di impiegare le sue nuove ricchezze per promuovere una sorta di compromesso aristocratico, anziché insistere (come aveva fatto la borghesia al tempo della Rivoluzione francese) per fare piazza pulita e formulare un chiaro programma democratico”. (p29)

La tesi di Chesterton parte di fatto da un’osservazione squisitamente politica: dal riconoscere il fallimento della “Rivoluzione inglese sull’onda di quella francese” (p19) trasformata, nella sua essenza, in una “vittoria dei ricchi sui poveri”. Questa peculiare situazione politica (“L’Inghilterra finì per diventare una terra di proprietari terrieri piuttosto che di proprietari di terre comuni” – p20) implicò di conseguenza “che dalla metà del Settecento alla metà dell’Ottocento lo spirito di rivolta assumesse una forma del tutto letteraria” (p20).

“La letteratura inglese successiva alla rivoluzione prese le mosse da una sorta di propensione all’indipendenza e all’eccentricità, che negli ingegni più brillanti divenne individualità, e in quelli più spenti Individualismo. (…) La versione più solitaria della libertà fu in Byron e Shelley una sorta di anarchismo aristocratico; me per quanto nel periodo vittoriano essa sfumasse in pregiudizi molto più blandi e in untigli molto più borghesi, l’Inghilterra serbò i quella propensione una bizzarra forma di separatezza e riserbo. Divenne molto più isola di quanto non fosse mai stata. Da allora in poi rinunciò a capire non soltanto la Francia e la Germania, ma anche, e con conseguenze disastrose, durature e tuttora persistenti, l’Irlanda. Non aveva preso parte al tentativo di creare una democrazia europea, né (…) al controtentativo di distruggerla”. (p22-23)

Ma non solo. Ad esempio, tra coloro che reagirono allo spirito vittoriano Chesterton annovera anche il “Movimento di Oxford“, che fu “puramente religioso” (p39):

“Non si trattava tanto di una preferenza per i dogmi cattolici, quanto, più semplicemente, di un appetito per i dogmi. I dogmi, infatti, implicano il serio appagamento della mente. (…) Si trattava, piuttosto, di una rivolta contro lo spirito vittoriano considerato in un suo particolare aspetto, che potremmo sommariamente definire avere la torta, e al tempo stesso mangiarla. Il movimento capì che i solidi e seri vittoriani erano fondamentalmente frivoli, perché fondamentalmente incoerenti” (p39)

Un’istanza che in realtà punta anche sulla “rivendicazione della razionalità (…) contrapposta alla crescente irrazionalità del benessere e del compromesso vittoriano” (p43):

“La sua vera gloria (ndr: quella di Carlyle) sta nell’esser stato il primo a vedere distintamente e a dire con chiarezza la grande verità del nostro tempo: ossia che la ricchezza dello Stato non equivaleva alla prosperità del popolo. (…) Ad arricchirsi non era affatto Manchester, ma soltanto i meno amabili dei suoi abitanti” (p48)

220px-Charlotte_BrontëE così, Charlotte Bronte, “se la si interpreta a partire dai suoi istinti, fu altrettanto grande (ndr: di George Eliot); Jane Austen fu più grande. (…) Lei seppe non perdere la testa, mentre tutte le altre donne venute dopo hanno cercato di ritrovare il cervello. Jane Austen era capace di descrivere un uomo con freddezza; cosa di cui né George Eliot né Charlotte Bronte furono capaci” (p88-89)

“Ella (ndr: Charlotte Bronte) raggiunse il culmine del romanzesco attraverso il realismo più basso. (…) Prese le mosse da se stessa, dai suoi abiti scoloriti, dalla sua fortuita bruttezza, dalla sua famiglia scialba, rozza e provinciale, e con vigore amalgamò questi materiali fangosi trasformandoli in un brioso racconto fiabesco. (…) Scoprì il segreto di dissimulare il sensazionale nell’ordinario, e Jane Eyre resta il suo libro migliore (…) poiché, pur essendo un documento umano scritto con il sangue, racconta una storia poliziesca a forti tinte che è tra le migliori al mondo” (p96)Jane_Austen_coloured_version

“Nell’animo di tutte queste gradi donne vittoriane c’era una sorta di irrequietezza. (..) A cosa fosse dovuta questa guerra dei sessi strana e molto circoscritta (…) La mia ipotesi è che fosse dovuta alla grande rinuncia allo spirito militaresco da parte di maschi vittoriani. La donna sentiva oscuramente che mentre lei continuava a correre il rischio mortale che le era proprio, l’uomo non correva più il suo” (p97)

E così, se Dickens rappresenta per Chesterton “l’assalto più semplice e istintivo, e di conseguenza il più pesante, sferrato a quell’appagamento che che era al centro dell’età vittoriana” (p99), Wilkie Collins è “rappresentativo del suo tempo [perché] benché le sue concezioni morali e religiose fossero meccaniche quanto le cospirazioni fittizie che seppe ordire con tanta cura, queste ultime erano tuttavia pervase da una sorta di misticismo involontario che prendeva in piena considerazione il lato più oscuro dell’anima” (p109)

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“Fu questo, infatti, uno dei problemi più caratteristici della mentalità vittoriana. L’idea del sovrannaturale era forse sprofondata al livello più basso che avesse mai raggiunto. (…) Resta il fatto strano che l’unico genere di sovrannaturale che i vittoriani si permisero di immaginare fu il sovrannaturale triste. Potevano accettare le storie di fantasmi ma non quelle dei santi. Potevano baloccarsi con la maledizione o con la spietata profezia di una strega, ma non con il perdono di un prete” (p109)

220px-AnthonyTrollopeAnthony Trollope, ” un realista lucido e assai abile, rappresenta invece un altro aspetto dello spirito di benessere vittoriano: la mancanza di fretta, il gusto per il dettaglio, soprattutto quello domestico; il gusto di seguire i personaggi e i loro familiari di libro in libro e di generazione in generazione” (p110).

Insomma, ce n’è per tutti i gusti, sia di prosa, sia di poesia, a cui Chesterton dedica la terza parte del trattato: da Tennyson a Browning, da Swinburne a William Morris, fino alla fin de siècle rappresentata da una parte da Oscar Wilde e dall’altra da Henry James, Bernard ShawRudyard Kypling.

James tocca la sua corda più cupa in un racconto terribile, Il giro di vite. Al cuore di quel terrore c’è una verità fatta di pentimento e religiosità, eppure, ancora una volta, è da notare che l’unica corda del sovrannaturale che gli scrittori vittoriani abbiano saputo toccare in modo credibile è quella tragica, quasi demoniaca” (p187-188)

“La posizione fondamentale di Bernard Shaw nei confronti dell’età vittoriana si può riassumere grossomodo nei termini seguenti. Il vittoriano tipico affermava con disinvoltura: – Il nostro sistema non sarà perfetto, ma funziona. Bernard Shaw ribatteva con ancora maggior disinvoltura: – Sarà pure un sistema perfetto, per quel che ne so, ma non funziona” (p181).

Per finire con H.G. Wells, che ebbe il merito di aver scritto “grandi storie di avventura ambientate nel nuovo mondo scoperto dagli scienziati” (p193) e concludere con Stevenson.

“Una maledizione si abbatté sui tardi vittoriani: cominciarono ad attribuire maggior valore al tempo che alla verità. Si sentivano così presi del ruolo di segretario, mentre smistavano la corrispondenza, che non trovarono mai la lettera cercata; (…) e si sentivano così equi, così imparziali a soppesare le prove, che per farli giungere a una qualsivoglia conclusione sarebbe stato necessario corromperli. Fu questa l’ultima nota dei vittoriani: la procrastinazione fu chiamata progresso” (p195)

220px-Robert_Louis_Stevenson_Knox_Series“E’ caratteristico della sua opera (e della rivolta contro la rispettabilità vittoriana in generale) che la sua storia più sensazionale e a tinte più forti sia anche quella che contiene la sua verità più amara e profonda: Lo strano caso del Dottor Jekyll e Mr Hyde è un duplice trionfo: combina le emozioni esteriori tipiche di Conan Doyle con quelle interiori tipiche di Henry James. Purtroppo, è altrettanto caratteristico del periodo vittoriano che quasi tutti gli inglesi abbiano apprezzato l’aneddoto, ma che quasi nessuno abbia colto la burla” (p199).

Mentirei se dicessi che la lettura sia stata facile e scorrevole. La scrittura di Chesterton è complicata, ipotattica e segue una rigorosissima passione per la dissertazione logica eredità del mondo latino. Per chi non è pratico di letteratura inglese poi, alcuni riferimenti hanno bisogno di essere approfonditi per forza di cose. E’ un libro per chi come me ama sudarci sopra a forza di matita e note a margine ma, come si diceva all’inizio, è un aggeggio che se preso per il verso giusto ci rivela, forse più di qualsiasi programma tv, di qualsiasi trattato di economia politica, o reportage giornalistico, il perché di una scelta che affonda le radici nella terra scura e grassa di un passato con cui tutti noi abbiamo già cominciato a fare i conti.

Credits delle foto: Wikipedia (+ The Independent per Dickens)

“La grande cecità” di Amitav Ghosh (trad. di Anna Nadotti e Norman Gobetti)

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“In un mondo sostanzialmente alterato, un mondo in cui l’innalzamento del livello dei mari avrà inghiottito le Sundarban e reso inabitabili città come Kolkata, New York e Bangkok, i lettori e i frequentatori di musei si rivolgeranno all’arte e alla letteratura della nostra epoca cercandovi innanzitutto tracce e segni premonitori del mondo alterato che avranno ricevuto in eredità. E non trovandone, cosa potranno, cosa dovranno fare, se non concludere che nella nostra epoca arte e letteratura venivano praticate perlopiù in modo da nascondere la realtà cui si andava incontro? E allora questa nostra epoca, così fiera della propria consapevolezza, verrà definita l’epoca della Grande Cecità” (p18)

.1 Intro: di chi parliamo quando parliamo di Amitav Ghosh

Il saggio più recente di Amitav Ghosh, presentato in traduzione italiana il maggio scorso in occasione del Salone del Libro, è tratto da una serie di lezioni che lo scrittore indiano ha tenuto meno di due anni fa alla University of Chicago. Parlare di Amitav Ghosh significa avere a che fare con il più grande scrittore indiano di lingua inglese e con tutti i suoi romanzi, da “Il cerchio della ragione” (Garzanti 1986) a “Il paese delle maree” (Neri Pozza 2005) fino alla “Trilogia della Ibis” (Neri Pozza 2008-2015) – ma anche confrontarsi con un antropologo di formazione internazionale (nato a Calcutta nel 1956, figlio di un diplomatico, laureato in antropologia sociale a Delhi, specializzato poi a Oxford) un professore di scrittura creativa della Columbia University e columnist del New Yorker. Tutto questo insieme.

A parlare di #climatechange Ghosh ci arriva potremmo dire per caso(*), seguendo tuttavia un filo rosso che di casuale, come si vedrà, ha proprio ben poco. “Rifugiato ambientale molto prima che si coniasse tale definizione” (p10 – ndr: i genitori erano originari di un villaggio sulle rive del fiume Padma, nel Bangladesh, che all’improvviso deviò il suo corso e sommerse l’abitato), durante la stesura de “Il paese delle maree” mentre studiava approfonditamente l’ecosistema delle foreste di mangrovie che ricoprono le isole Sundarban, nel delta bengalese, venne a scoprire due fatti: il primo, che le modifiche geologiche a cui la zona era sottoposta stavano diventando sempre più irreversibili – all’interno di un sistema dinamico “che non si limita ad esistere, ma [è] esso stesso protagonista” (p12); il secondo, la sua totale incapacità di “tradurre in forma narrativa queste intuizioni(*)” (p13).

Da qui alla riflessione sul ruolo della letteratura contemporanea nel racconto dei cambiamenti climatici il passo è breve – ma consistente, perché “La grande cecità” non è altro se non la denuncia della più totale e completa disfatta del genere di fronte a quell’impensabile rappresentato oggi dal climate change.

“Sono arrivato a convincermi che le sfide che il cambiamento climatico pone agli scrittori contemporanei, per quanto specifiche sotto certi aspetti, siano anche dovuti a qualcosa di più antico e profondo; e derivino in ultima analisi dalla griglia di forme e convenzioni letterarie che hanno modellato l’immaginario narrativo proprio nel periodo in cui l’accumularsi di anidride carbonica nell’atmosfera stava riscrivendo il destino della terra” (p13)

.2 “La Grande Cecità: il cambiamento climatico e l’impensabile”

Nella prima parte del saggio, intitolata “Storie”, Ghosh si confronta con il concetto stesso di narrativa contemporanea e in special modo con quello di romanzo partendo da un insindacabile assunto: non esiste alcuna forma letteraria a parte la saggistica e la narrativa di fantascienza che ad oggi abbia affrontato con successo il tema del cambiamento climatico: “(…) se certe forme letterarie sono incapaci di vedersela con simili flutti, significa che hanno fallito, e i loro fallimenti dovranno essere visti come un aspetto del più generale fallimento immaginativo e culturale che sta al cuore della crisi economica” (p14)

Le motivazioni sono endogene e vanno cercate per Ghosh all’interno della struttura stessa del romanzo moderno che a differenza delle narrazioni antiche (dai poemi epici al “Le mille e una notte”) ha via via cessato di “compiacersi dell’inaudito e dell’imprevedibile” (p23) per rifugiarsi nella confortante, borghese presumibilità del quotidiano, “razionalizzandosi” (p26). Però, ahinoi, la verità è un’altra, perché “il romanzo moderno, a differenza della geologia, non è mai stato costretto a fare i conti con la centralità dell’improbabile” (p30). Fino a ora.

“(…) il calcolo delle probabilità è diverso a seconda che lo si faccia all’interno del mondo immaginario di un romanzo o fuori da esso; perciò si usa dire: – se questo accadesse in un romanzo nessuno ci crederebbe. Tra le pagine di un romanzo, un avvenimento non troppo improbabile nella vita reale (…) può apparire del tutto inverosimile, e lo scrittore dovrà mettercela tutta per sembrare convincente. Se ciò vale per i casi fortuiti, si pensi quanto più duramente dovrà impegnarsi lo scrittore per allestire una scena del tutto improbabile anche nella vita reale” (p31)

E che cosa c’è di più improbabile – e spaesante –  ai nostri occhi, del cambiamento climatico? Non per nulla Ghosh fa riferimento esplicito ai limiti che in questo senso ha irrimediabilmente incontrato la “scrittura ecologica“, mettendola di necessità in correlazione con un’altra questione: quella del #NewNatureWriting, e del #NewWeird (ndr: che non nomina mai esplicitamente).

La questione è complessa e interessa anche, ad esempio, la decontestualizzazione spaziale a cui è soggetta tanta parte del romanzo contemporaneo (quando invece “il senso del luogo è notoriamente una delle grandi magie della forma romanzo” – p68) verso cui invece il cambiamento climatico costringe nuovamente lo sguardo:

“A quanto pare, (…) gli eventi spaesanti e improbabili che battono alle nostre porte sembrano aver stimolato una sorta di riconoscimento, la consapevolezza che gli esseri umani non sono mai stati soli, che siamo sempre stati circondati da una molteplicità di creature che condividono con noi capacità che consideravamo precipuamente nostre: volontà, pensiero e conoscenza” (p38). (…) Tutto ciò fa dei cambiamenti climatici un soggetto particolarmente resistente ai consueti schemi che la letteratura applica alla Natura: sono troppo potenti, troppo giganteschi, troppo pericolosi e troppo accusatori per essere descritti in tono lirico, elegiaco o romantico. Anzi, proprio perché non appartengono interamente alla Natura (qualunque cosa essa sia), tali eventi mettono in crisi l’idea stessa di Nature Writing, o scrittura ecologica: sono piuttosto esempi della perturbante intimità della nostra relazione col non-umano” (p40)

“Proprio quando l’attività umana cominciava a modificare l’atmosfera terrestre, l’immaginazione letteraria cominciò a concentrarsi esclusivamente sull’umano. Ammesso che si scrivesse del non-umano, ciò non avveniva nella dimora della letteratura seria, bensì in quegli umili annessi dove la fantascienza e il fantasy erano stati esiliati” (p75)

.3 Climate change e climate fiction: il non-umano che c’è tra noi

E’ innegabile che la fantascienza resti forse il sottogenere “meglio equipaggiato” (p82) per affrontare il cambiamento climatico. “Dopotutto esiste ora un nuovo genere di fantascienza, la climate fiction (comunemente detta cli-fi) o fantaecologia, che però racconta soprattutto storie catastrofiche ambientate nel futuro” (p82) mentre il problema del raccontare il climate change è proprio quello che esso non afferisce né a mondi immaginati, né a tempi o luoghi altri da noi.

“Quelli che stento a trovare sono scrittori le cui opere di finzione trasmettano una comprensione più precisa dei cambiamenti in corso nell’ambiente. Fra i romanzieri di lingua inglese me ne viene in mente solo una manciata: JG Ballard, Margaret Atwood, Kurt Vonnegut Jr, Barbara Kingsolver, Doris Lessing, Cormac McCarthy, Ian McEwan e TC Boyle.” (p155)

Ma non solo. Ghosh pone l’accento anche su un’altra questione, ossia la perdita della dimensione collettiva in favore della “psiche individuale”:

“Così oggi, proprio quando si è capito che il surriscaldamento globale è in ogni senso un problema collettivo, l’umanità si trova alla mercé di una cultura dominante che ha estromesso l’idea di collettività dalla politica, dall’economia e anche dalla letteratura” (p91)

“Più la sfera pubblica diventa performativa, a ogni livello, dalle campagne presidenziali alle petizioni on line, più si affievolisce la sua capacità di influenzare il vero esercizio del potere” (p159)

e last but not least anche su quella del linguaggio (ndr: punto nodale anche della trilogia dell’Area X, per esempio), che di necessità deve essere ripensato sia dal punto di vista dell’interazione con il non-umano (“Sarebbe legittimo […dire che] il nostro pianeta è diventato il nostro interlocutore, e che pensa attraverso di noi?” – p94) sia rispetto alla necessità di un apparato linguistico congruo da parte dello scrittore, che torni ad avvalersi di immagini ed elementi pittorici – anch’essi da tempo eliminati dalla storia del libro stampato (e tornati in auge, in parte, attraverso l’exploit della graphic novel).

.3 Storia e Politica

La seconda e la terza parte del testo (“Storia” e “Politica”) affrontano più da vicino gli eventi storici ed economici che hanno fatto del continente asiatico un polo di importanza fondamentale per quel che riguarda il riscaldamento globale, dalle conseguenze del decolonialismo, tra cui l’impennata dell’industrializzazione, alla condanna di una sostanziale eurocentricità nell’analisi delle questioni relative al global warming (tra cui la spinosa applicazione di un’eventuale “giustizia climatica“). Un punto di vista quello di Ghosh interessantissimo proprio perché non proviene dal primo mondo e offre al lettore una visione altra, esterna, che lo caratterizza fin nei minimi particolari e ci costringe a una prospettiva nuova:

“Il fatto che all’interno dell’Anglosfera le idee liberiste siano ancora dominanti è cruciale per la crisi climatica. Smentendo l’idea che il libero perseguimento degli interessi individuali conduca sempre al bene comune, il surriscaldamento globale mette in crisi anche il sistema di credenze su cui si fonda un’identità culturale profondamente radicata. (…) Molta della resistenza alla scienza climatica viene da qui, e qui sta probabilmente il motivo per cui nei paesi dell’Anglosfera il tasso di negazionismo del cambiamento climatico è insolitamente alto” (pp166-167)

Ma parlare di storia e politica, avverte Ghosh, non sia escamotage per il rimpallo delle responsabilità individuali:

“Quando le generazioni future si volgeranno a guardare la Grande Cecità, certo biasimeranno i leader e i politici della nostra epoca per la loro incapacità di affrontare la crisi climatica. Ma potrebbero giudicare altrettanto colpevoli gli artisti e gli scrittori, perché dopotutto non spetta ai politici e ai burocrati immaginare altre possibilità” (p166)

.4 Bibliografia

Un’ultimo paragrafo per qualche osservazione sulle note alle tre sezioni, ricchissime di spunti bibliografici. Ecco qui solo degli esempi:

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(*) “Quando guardo il mio passato, ho la sensazione che il fiume incroci il mio sguardo e mi fissi negli occhi, quasi a domandare: mi riconosci, dovunque tu sia? Il riconoscimento segna notoriamente il passaggio dall’ignoranza alla conoscenza. Riconoscere, pertanto, non è la stessa cosa che entrare in contatto per la prima volta, né abbisogna di parole: quasi sempre il riconoscimento è muto. E riconoscere non significa in alcun modo capire ciò che incrocia il nostro sguardo: la comprensione non ha alcun ruolo in un atto di riconoscimento. L’aspetto più importante del termine “riconoscimento” sta dunque nella prima sillaba, che rimanda a qualcosa di anteriore, una consapevolezza preesistente che rende possibile il passaggio dall’ignoranza alla conoscenza: il riconoscimento avviene quando una consapevolezza anteriore balena dinanzi a noi, provocando un repentino mutamento nella comprensione di ciò che si ha davanti. Eppure quel baleno non può darsi spontaneamente; non può divampare se non in presenza del suo altro perduto. La conoscenza che ne risulta è dunque diversa dalla scoperta di qualcosa di nuovo: deriva piuttosto dal prendere coscienza di una potenzialità ancora inespressa” (pp10-11)

“Le persone sensibili sanno dire di no”, di Rolf Sellin

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Rimango sempre incredibilmente stupita, dei giri strani che percorrono i libri: ce ne sono alcuni che sembrano non aver voglia di farsi leggere e invece altri restano impressi nella memoria cache di uomini e macchine e se ne escono fuori così, nei momenti in cui meno te lo aspetti. Quando qualche giorno fa Giulio Passerini ha domandato via Twitter un consiglio su un manuale “bello” di selfhelp da portare in vacanza, a me è subito venuto in mente uno dei saggi di Rolf Sellin che ho terminato da poco, e gliel’ho suggerito. Solitamente non scrivo di selfhelp sul blog – sia perché non ne sono particolarmente attratta e di conseguenza non ne ho una vasta conoscenza, sia perché mi pareva che la manualistica in generale non fosse uno dei topic più cliccati su ADC. E invece. (- questa volta mi sono sbagliata – ma vedremo perché).

Rolf Sellin (1948), psicoterapeuta specializzato in coaching sistemico e Programmazione Neuro Linguistica, ha fondato a Stoccarda l’HSP (Highly Sensitive Persons) Institut e somministra da anni seminari e consulenze individuali a coloro che necessitano di un aiuto per gestire al meglio la propria ipersensibilità.

In questo volume, che dovrebbe in linea teorica essere letto successivamente a “Le persone sensibili hanno una marcia in più”, Sellin mette in scena una serie di situazioni pratiche incentrate sulla dimensione sociale e il rapporto con l’altro all’interno delle quali capita che gli individui HSP si trovino a disagio: rifiutare un favore impegnativo, mantenere la propria riservatezza di fronte a un amico invadente, tener testa al capoufficio malmostoso per qualcuno è semplice, per altri un po’ meno. Sono appunto le persone così dette ipersensibili, ossia quelle per le quali far valere se stessi, i propri diritti o le proprie necessità di fronte agli altri è talvolta un problema. Ai casi pratici naturalmente fanno seguito i relativi esercizi di coaching e alcuni testi di auto-valutazione.

Ciò che differenzia la metodologia di Sellin da altri approcci selfhelp è la sostanziale attenzione, presente in Sellin, nei riguardi della costruzione di rapporti interpersonali che siano sempre soddisfacenti per entrambe le parti in gioco. Non è una questione scontata, anzi, e penso sia questo il punto – forse sono riuscita a evidenziarlo anche su Twitter scrivendo ingenuamente di “buona educazione” – che ha tanto interessato chi poi mi ha chiesto informazioni. Quello che mi ha colpita e confortata è proprio la distanza che Sellin sembra mettere tra sé e il sistema alla “yes we can” caratteristico di certo selfhelp made in USA particolarmente aggressivo, che vede come scopo ultimo la realizzazione completa della proprio successo – personale e professionale – lasciando spesso intendere che beh, chissenefrega, se a terra si lascia qualche cadavere.

Non ho mai avuto simpatia per la vision tipicamente americana del “se ti impegni riesci” perché l’ho sempre trovata mancante di un punto: quello dell’introspezione. Focalizzata sull’esterno e sulla modifica delle situazioni contingenti, difetta poiché evita l’analisi del concetto di limite, questione che invece Sellin pone al centro del proprio metodo.

“Quando alcune persone sentono parlare di limiti e confini, pensano immediatamente che equivalga a erigere mura insormontabili, a rifiutare ogni contatto sociale o a rompere i ponti con il prossimo. Sembrano conoscere solo due alternative: o essere totalmente aperti nei confronti altrui, o chiudersi del tutto” (pag10)

“Pensa in grande – è lo slogan diffuso, che spinge a guardare oltre i propri limiti. Fate largo! – è la parola d’ordine – alle conseguenze si penserà dopo! Sono tante le tentazioni di spingersi oltre, di osare di più. (…) La pubblicità e i mezzi di informazione ci invitano continuamente a spingerci oltre i nostri limiti. Illudersi che non esistano ci fa credere che tutto sia raggiungibile sempre e da chiunque. Questo vale anche in altri settori, come dimostrano le aspettative nei confronti del rendimento e dell’efficienza propri e altri. E se ancora non abbiamo raggiunto i nostri obiettivi, l’ideologia del no-limits ha subito una spiegazione pronta: non siamo stati sufficientemente determinati! Questo modo di pensare trova una perfetta formula della canzone You can get it, if you really want. (…)

Questa ideologia parte dal concetto che i risultati raggiunti siano illimitati e che esista un’uguaglianza di fondo, vale a dire punti di partenza identici per tutti: le stesse capacità e doti, le stesse condizioni fisiche, sociali e di salute, le stesse opportunità, gli stessi vantaggi e ostacoli. (…) Questa idea di apparente uguaglianza viene poi scaltramente sfruttata per prendere le distanze dalla reale ingiustizia sociale: – se non ce l’hai fatta è solo perché l’hai voluto tu! (pag16-17)

Il fatto che Sellin ponga a fondamento del proprio coaching questa ricerca ha un effetto collaterale notevole: quello di indurre il soggetto a rispettare sempre chi gli sta di fronte. Perché soltanto chi conosce bene i propri punti di forza e di debolezza e i propri “fino a qui e poi basta” – e dopo aver imparato a comunicarlo con onestà e attraverso parole adeguate e coerenti – avrà la capacità non solo di arrivare dove vuole (ops, pardon: dove PUO’) ma anche di rispettare l’altro – con tutte le sue “capacità e doti”, e i suoi limiti – senza esserne necessariamente schiacciato.