“Il libro del mare”, di Morten A. Stroksnes (trad. di Francesco Felici)

mare

“Abbiamo mappato il globo e non riempiamo più le macchie bianche con strani mostri o animali fantastici creati dalla nostra fantasia. Ma forse dovremmo. Perché la vita sul pianeta è ben lungi dalla sua completa rivelazione. Poco meno di due milioni di specie animali sono state finora descritte dalla scienza, ma i biologi stimano che al mondo esistano in totale circa dieci milioni di organismi pluricellulari. Le scoperte più grandi aspettano in mare” (p21)

“Tra di noi non è quasi mai opprimente, il silenzio. E questa è una buona definizione, di amicizia, non peggiore di altre” (p237)

Prendete un poliedrico artista norvegese. Pittore, scultore, perfino musicista. Uno che, in spregio alla lunga trazione familiare che li voleva tutti pescatori nell’Artico, figli nipoti e pronipoti, appena adolescente si iscrive a una prestigiosa accademia di design, ne viene fuori col massimo dei voti e per i successivi 30 anni non fa quasi nient’altro se non esporre le proprie installazioni nelle gallerie internazionali più quotate.

Poi mettetegli accanto il suo migliore amico, quello della giovinezza, che nel frattempo ha studiato ed è diventato un acclamato autore internazionale di longform, saggi e reportage letterari.

Bene. Prendete questi due bizzarri individui – che di casa stanno nelle Loften, tra i fiordi norvegesi – dotateli di un po’ di tempo libero, issateli su un piccolo e scalcagnato gommone, dategli in mano una catena da pesca, quattrocento metri di lenza di nylon, ami in acciaio inossidabile lunghi più di venti centimetri, una carcassa di vacca putrefatta come esca e lanciateli alla caccia del Grande Squalo della Groenlandia, un bestione preistorico quasi completamente cieco, che può vivere anche 400 anni, dalle carni tossiche perché contenenti urea e che risulta essere a oggi il più grosso squalo carnivoro del mondo, date le dimensioni.

No, non è la rivisitazione horror di “Three Men in a Boat (To Say Nothing of the Dog)” ma poco ci manca.

Hugo Aasjord (1955) è cresciuto e vive tra le isole Lofoten e il distretto di Steigen. Le sue opere sono per lo più di carattere astratto ma conservano ben evidenti le tracce della materia da cui trae continua ispirazione: i paesaggi della costa norvegese, la natura che circonda le aree costiere, la luce che permea la terra e soprattutto il mare. Parte della storia di Aasjord e della sua famiglia – tra cui l’ultimo suo progetto, il restauro autogestito dell’“Aasjordbruket”, lo stabilimento per il trattamento del pesce che era di proprietà della sua famiglia al fine di trasformarlo in uno spazio espositivo polifunzionale, comprensivo di stanze per il pernottamento e ristorante – è raccontata da uno dei suoi più cari amici, lo scrittore e giornalista Morten A. Stroksnes (1965), nelle pagine di “Shark Drunk: The Art of Catching a Large Shark from a Tiny Rubber Dinghy in a Big Ocean Through Four Seasons” (suona più o meno così la traduzione inglese dal Norvegese “Havboka – eller Kunsten å fange en kjempehai fra en gummibåt på et stort hav gjennom fire årstider”). 

Il volume, vincitore nel 2015 del Brage Prize e del Norvegian Critics Prize for Literature e in corso di pubblicazione in ben 21 Paesi, l’anno scorso è uscito anche in Italia, per Iperborea, con il titolo “Il libro del mare – come andare a pesca di uno squalo gigante con un piccolo gommone su un vasto mare” ed è un fantastico, incredibile, stupefacente zibaldone di cose marinaresche.

Per mezzo di uno stream of consciousness sgangherato ovviamente soltanto all’apparenza, Stroksnes procede seguendo proprio le orme di Jerome K. Jerome: le spedizioni che i due amici intraprendono alla ricerca del malefico pescione (ogni riferimento al capitano Ahab è ovviamente puro caso) si trasformano ben presto in pretesti, più o meno concreti, per prendere il largo, abbandonarsi alla Natura, cazzeggiare, riflettere di ecologia e riscaldamento globale, raccontarsi aneddoti e vecchie storie di famiglia, fare progetti a lungo termine, bere un po’ di più del consentito, ritrovare lo spirito dell’avventura, discutere, bisticciare. Con un’unica differenza: che se George ed Harris pagaiavano dolcemente da una riva all’altra del Tamigi, immersi nell’Austeniana campagna inglese, qui abbiamo a che fare con il Circolo Polare Artico; il che vuol dire mare aperto, tempeste improvvise, onde massicce come mura di pietra, qualche grado sottozero, mostri marini dalle svariate tonnellate di peso e, talvolta, possibilità più che concrete di non riuscire a recuperare la rotta verso casa.

“Il libro del mare” è un libro coltissimo, dalla bibliografia sterminata (che Stroksnes si pregia di inserire tutta in appendice, Dio lo abbia in gloria). Le digressioni sono immense – a opera del “protagonista” Stroksnes – e toccano i più svariati argomenti: trattati di biologia marina, dissertazioni di cartografia, vicende storiche, narrazioni di miti e leggende nordiche. A bilanciare le pagine dotte stanno poi i racconti di Hugo, riportati sempre da Stroksnes, che puntano sulla dimensione intima, personale dei ricordi delle avventure in mare vissute da bambino, quando il pittore accompagnava il padre e i fratelli, o sulle coinvolgenti “storie di pesca” tramandate da generazioni, invischiate di iperboli e superstizioni popolari, ma anche sull’esperienza della pesca in sé – a testimoniare di quanto la vita sul mare abbia permeato il vissuto del pittore nonostante egli se ne sia professionalmente allontanato in giovane età – che mi hanno fatto pensare alle digressioni omeriche sul “come fare”: quella parte dei poemi omerici che, attraverso il canto a uso didascalico, tenevano viva in tutto il mondo greco percorso dagli aedi, dalle corti degli aristocratici alle feste di popolo, la conoscenza dei mestieri: come costruire una barca, come dipingere uno scudo, come intagliare il legno o la pietra.

“Nansen scrisse anche degli iperborei. Secondo la mitologia greca questo popolo viveva *a nord del vento del nord*, in prossimità del mare più settentrionale, dove le stelle andavano a riposarsi e la luna era così vicina che si potevano vedere i dettagli della sua superficie. Gli iperborei potevano mettersi in testa di invitare il dio Apollo a una danza o a una cena. Qualcuno sosteneva che nella loro terra ci fosse un tempio enorme a forma di sfera che fluttuava a mezz’aria, sostenuto dai venti. Gli iperborei erano anche molto musicali, e passavano la maggior parte della giornata suonando il flauto e la lira. Non conoscevano né guerra né ingiustizia, non invecchiavano mai né si ammalavano. Erano, in altre parole, immortali. Quando si stancavano della vita, si buttavano da una scogliera, con ghirlande tra i capelli. Thule, gli iperborei e altre misteriose fantasie sul Nord non sono caratterizzate dalla desolazione, ma da bellezza, purezza, quiete – e da una grande nostalgia per tutto questo. Il Nord sconosciuto era una sorta di riserva o rifugio per qualcosa di elevato, qualcosa di cui noi non potevamo godere, qualcosa di virginale e puro – in un certo senso di immacolato” (p227-228)

“Il libro del mare” è opera di autentico New Nature Writing perché è il racconto, indiscutibilmente personale e lirico, di un’amicizia profonda e duratura – che si sviluppa nel tempo e come tutte le amicizie vere affronta gli alti e i bassi delle circostanze individuali misurando il proprio valore non in giorni ma in anni – racconto che viene inserito all’interno di un contesto prettamente wilderness. Ma è anche un esempio di ciò che al momento la narrative non-fiction può fare per venire incontro a un pubblico di lettori alla ricerca di una saggistica nuova, che porti in sé una facilità di esposizione al di là dell’accademia ma che, di contro, non scada né in raffinatezza di forma né in qualità di contenuti.

Ovviamente non vi starò a raccontare come è finita con lo squalo della Groenlandia. Per saperlo dovrete leggere “Il libro del mare” sino alla fine.

Buona lettura 🙂

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