“Orrore”, di Pietro Grossi

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“Se solo. Di tutti i momenti per cui da anni mi maledico, questo è l’unico indipendente da me e da qualunque mia volontà. Dunque, il più immacolato. Di questo posso evitare di domandarmi se sia il frutto di altri fatti o scelte precedenti, ripercorrendo la mia vita all’indietro fino a perdere traccia dei ricordi. No, questo è un momento esatto, libero da qualunque necessità di analisi. Se solo. Tre semplici, striscianti sillabe, capaci di sgretolare esistenze come termiti in una trave di legno” (pag14)

“Orrore” l’ho letto in meno di due ore, accartocciata dentro lo scomodo sedile di un Frecciarossa seconda classe, un venerdì sera di esodi estivi e temporali. Mentre il treno di tanto in tanto rallentava e scricchiolava un po’, per via della grandine, e fuori dal finestrino il cielo si faceva prima giallo e poi color del carbone, io non potevo fare altro se non girare le pagine, una dopo l’altra, di questo racconto nerissimo che ha la capacità di riportare il lettore indietro nel tempo, schiaffeggiando i suoi sensi intorpiditi.

Pietro Grossi (classe 1978, vincitore del premio Campiello Europa 2010 – edizione Gran Bretagna – con la raccolta di racconti “Pugni“) alla sua prima esperienza nel mondo dell’horror utilizza gli archetipi del genere attraverso un lavoro di recupero meticoloso attingendo sia dalla letteratura più nera, da Bram Stoker a Poe, sia a certa, precisa filmografia che evidentemente ha fatto parte della sua infanzia, dati i rimandi presenti nel testo.

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“Superate una zona industriale e una rotonda, prendemmo a salire lungo una bella e larga statale a curve. Attraversammo una piccola valle, passammo qualche paesino e imboccammo una strada a destra. Salimmo e scendemmo un paio di colline. La strada si srotolava in mezzo ai boschi, corteggiata da querce con indosso appena qualche foglia secca. I rami spogli si allungavano intorno ai tronchi come scariche elettriche” (pag32)

Impegno accurato che travalica il fine utilitario per diventare omaggio alla tradizione di quell’horror classico che non ha né nome né volto ma che è, prima di tutto, sensazione, atmosfera, introspezione. E che diviene ancora più convincente per via delle ambientazioni coeve.

L’inverno rigido e nevoso dei boschi umbri, un vecchio mulino isolato e fatiscente, la provincia italiana più profonda. Le luci dell’albero di Natale e la malinconica irrequietezza che il clima delle feste spesso porta con sé; l’infiacchimento di uno scrittore in crisi di identità che nemmeno la nascita del suo primogenito riesce a rianimare, ma che si tutto d’un tratto si esalta di fronte all’insperato dono di una bella storia da raccontare.

L’orrore non ha né nome né volto. Alberga in certe case borghesi, dai corridoi lunghi, scuri e stretti, nelle collane di perle di vecchie signore, nell’odore di flanella dei copriletti. Quasi scaturisce proprio dall’interno degli oggetti stessi: una stanza ammuffita al cui interno giace un tavolino perfettamente tirato a lucido, una porta chiusa a chiave affacciata sul nulla: il topos della casa stregata che, come un animo senziente – il nostro, quello di ciascuno di noi – contiene in sé il germe del male che siamo noi stessi a richiamare al mondo, spalancando la porta proibita.

“Orrore” si attiene ciecamente alla regola del “se solo” come ogni horror che si rispetti. Se solo l’amico Diego non avesse fatto cenno al protagonista (ndr: il racconto è redatto in forma di lunga lettera, scritta in prima persona dal protagonista scrittore e indirizzata al figlio) di quella brutta avventura accadutagli in montagna. Se solo lo scrittore fosse stato un po’ meno sensibile al richiamo di una trama promettente, se soltanto avesse riflettuto un po’ di più sul suo ruolo di padre, così nuovo, così giovane e pieno di ricchezze. Se solo, quel giorno, non avesse preso una decisione che avrebbe cambiato, nel giro di pochi minuti, non solo la propria vita ma anche quella di tutti coloro che lo circondavano.

“Il punto, in fin dei conti e fin dall’inizio, restava sempre lo stesso: valeva la pena stare lontano da casa e da voi per seguire le fumose tracce di quella vicenda?” (pag69)

Ripercorsi in un lampo la mia vita e mi tornarono in mente tutte le occasioni in cui mi ero pentito di essere stato frettoloso. Il mio passo era sempre stato la marcia e – a differenza di altri che dovevano imparare a sveltirsi – la sfida per me era sempre stata imparare ad avere pazienza. Ripensai alle innumerevoli volte in cui mi ero ripetuto questa semplice frase, *nel dubbio, fermati*, a quanto spesso mi ero pentito di non averla seguita e quanto invece mi aveva giovato quando ci ero riuscito.

Eccomi dunque, innanzi alla grande prova: lontano da casa, al freddo, in un inospitale paesino sperso nei boschi, di fronte a una storia grigiastra e con tutti i buoni motivi per andarmene, sarei invece rimasto, e avrei atteso” (pag79-80)

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Buona lettura 🙂

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