"La nave di Teseo", di JJ Abrams e Doug Dorst

E’ che “La nave di Teseo” ci fa tornare tutti bambini. Questo il punto. 
E’ una scatola dei tesori, che ci prende per mano con sicura ruvidezza e ci riporta indietro nel tempo dei nostri dieci anni, l’età dei pirati e dei cavalieri, tra castelli incantati e isole misteriose, mappe di carta bruciata e bucata con l’accendino e scatole di latta sepolte in cortile.
Un progetto narrativo sperimentale ai confini con il bookgame che coinvolge il lettore rendendolo parte attiva di un processo di fruizione testuale composto non soltanto dalla parola scritta (e stampata) ma anche di un apparato iconografico imprescindibile – fatto di immagini e materiali di ogni forma e genere, da scoprire, guardare, toccare, annusare.

D’altra parte, cosa ci si poteva aspettare di diverso dall’enfant prodige JJ Abrams
Quarantanovenne NewYorkese ma cresciuto a Los Angeles, figlio d’arte di due produttori cinematografici, durante l’ultimo anno di liceo redige la composizione scritta (in gergo un “trattamento cinematografico”) alla base di Filofax e l’anno successivo stende la sceneggiatura di A proposito di Henry. Sperimentatore su tutti i fronti, si dedica presto anche alla TV creando series di successo, dal drama (Felicity) alla spy-action (Alias, Undercovers), dallo sci-fi (Fringe) al post-apocalittico (Revolution) per non parlare del pluripremiato fenomeno di culto Lost (2004-2010), naturalmente. 
Abile compositore, Abrams è autore delle musiche di alcune sue series – tra cui anche la sigla dello stesso Lost; ripensando poi agli ultimi lavori cinematografici di questo prolifico director non si può non citare Mission Impossibile IIICloverfieldStar Trek (2009) e Star Wars VII (in uscita 2015). 

Abrams, che ama circondarsi spesso di brillanti collaboratori, in questo caso non fa eccezione perché per “S-” si avvale del talento e dell’esperienza del novellist statunitense Doug Dorst, autore di “Alive in Necropolis” (finalista all’Hemingway Foundation/PEN Award del 2008) e di “The Surf Guru” (2011) nonché Associate Professor of English alla Texas State University.


Date le premesse si comprende come parlare semplicemente della lettura di “S-” sia opzione alquanto riduttiva – eppure è da qui che dobbiamo partire per altro scegliendo in maniera completamente autonoma una dei tanti punti prospettici a disposizione. 

Se volete seguire rigore e tradizione allora potreste decidere di cominciare dalla carta stampata, ignorando completamente (per ora) l’apparato iconografico, note a margine comprese.
Tra le mani vi ritroverete un vecchio volume a quanto sembra appartenuto alla biblioteca della Laguna Verde High School, California (e sì, lo so, che è un po’ scontato ma Laguna Verde ha fascino, via riconosciamolo) con tanto di etichetta a codice decimale Dewey applicata in costa. 
Il volume pare pubblicato nel 1949 da tale casa editrice Winged Shoes Press of Canada (e sì, lo so, che serpeggia in rete la bizzarra questione relativa al presunto sentore di carta vecchia della versione americana; a riguardo, cosa posso dire, sarà un’allucinazione collettiva sarà una svista sinaptica, sarà marketing editoriale, eppure…) e si intitola “S. – La nave di Teseo”. 
E’ la diciannovesima fatica letteraria – per altro incompiuta – di uno scrittore a noi ignoto, ovviamente, che di nome fa V.M. Straka: no worries, per avere qualche notizia in più possiamo confidare sulla prefazione con cui il volume si apre, a firma del traduttore F.X. Caldeira; Straka è un autore versatile, affermato, prolifico, poliglotta la cui reale identità, esistenza e (presunta) morte sono tuttavia avvolte da un fitto mistero. E quindi? Quindi niente, per ora – se volete seguire il solo testo – dobbiamo farcene una ragione. Andiamo avanti.

“S- La nave di Teseo” narra l’avventura di “S-” un uomo senza passato, probabilmente colpito da una amnesia (di più non si può dire), che si aggira di notte, sporco e bagnato fradicio, tra i vicoli di una città vecchia, portuale, volutamente decontestualizzata sia nel tempo sia nello spazio. Dopo poche ore, S- viene rapito e caricato a forza su un vascello misterioso, dall’equipaggio sconcertante, e coinvolto suo malgrado in una serie di tenebrose e astruse avventure.
Lo stile è volutamente arcaicizzante per rispecchiare la lingua in uso a metà del secolo scorso e i registri linguistici sono vari e multiformi. La lettura è affascinante, il racconto è d’atmosfera grazie alle fitte parti descrittive che, a sprazzi, illuminano un passato postbellico denso di luoghi e avvenimenti, fittizi e reali, dai quali i personaggi – anch’essi sempre a metà strada tra la verità e la finzione – escono ed entrano in un continuo gioco di rimandi, flashback e proiezioni nel futuro. 

Postilla per chi é abituato a sottolineare (a matita, a penna, con l’evidenziatore… eh sì, cari puristi della pagina stampata, qui è tutto sdoganato): attenzione, andateci cauti e procedete con metodo, ché poi, siccome dovrete riprendere il mano il testo per ricostruire la parte definiamola “a margine”, non vi capiti di entrare in confusione non sapendo più se le note a lato sono vostre, o di qualcun altro 

Se invece vi sentite pronti a osare subito, allora è il caso di affiancare fin dal principio l’esperienza mutisensoriale delle note a margine e del materiale iconografico a quella della lettura tradizionale. 
E’ così che farete la conoscenza di Jan, laureanda in letteratura alla Pollard State University, che per caso (o forse no) studiando in biblioteca si imbatte in un vecchio libro lasciato fuori posto, “S-” pubblicato più di mezzo secolo prima e pieno di note scritte a matita. Inizia così un carteggio emozionante, ingarbugliato, frammentato, tra la ragazza e il presunto proprietario del libro, che presto si rifà avanti per recuperare il prezioso volume (proprietario si fa per dire, visto che come sappiamo il testo appartiene in realtà a una biblioteca pubblica): l’ex dottorando Eric, espulso dall’università stessa alcuni mesi prima per motivi che si chiariranno poi ma comunque strettamente collegati a V.M. Straka sui cui lavori e sulla cui identità vertevano gli studi del ragazzo e del suo mentore, il Professor Moody e della di lui affascinante assistente Ilsa
Eric e Jan verranno coinvolti in un’avventura senza precedenti che documenteranno, ognuno a proprio modo, scrivendone ai margini del libro; e ce n’è per tutti, state tranquilli: enigmi da risolvere, documenti segreti, codici da decifrare, complotti politici, rivalità tra baronati universitari, viaggi avventurosi tra la vecchia Europa e il SudAmerica in un crescendo di suspance e mistero alla ricerca della vera identità di V. M. Straka.

Nb: anche qui vale la postilla di cui sopra relativa alle sottolineature).
Jan ed Eric si conoscono nel modo più romantico possibile, attraverso le pagine di un libro. La loro bella grafia, fitta, colorata, complicata, è specchio di una gioventù curiosamente molto distante dallo stereotipo di US-teen a cui siamo stati abituati: li contraddistingue l’amore per lo studio e le lettere, l’attenzione partecipata verso il mondo che li circonda, il chiamarsi fuori, almeno in parte, dalla tribù dei millennials da cui (pare) siamo così circondati, assuefatti all’uso autoreferenziato dei social e alla necessità di una visibilità a tutti i costi unita, se possibile, ad un cospicuo conto in banca.
Jan ed Eric riportano in superficie, naturalmente riqualificandoli attraverso un uso più consapevole, tutti quei sistemi di vita si direbbe off-line – o pre-facebook – (il silenzio, lo studio solitario, l’intimità che regala una matita e un quaderno di appunti, una cartolina inviata da un luogo lontano con buona pace di Instagram, il conoscersi se non di persona per lo meno attraverso un mezzo diverso dalla rete) che si fanno paradigma della strada da seguire e che ancora una volta dichiarano la parziale sconfitta del classico way of life americano a cui questa volta si affianca un riscatto forse possibile. 


E a ben pensarci, come hanno rilevato molti commentatori, che cos’è “S- La nave di Teseo” se non un’ode al libro, a quello analogico, si intende, una dichiarazione d’amore verso tutto ciò che lo compone, materiale e spirituale, verso tutte le sue potenzialità e verso tutto ciò che l’atto stesso della lettura porta con sé? 


Buona lettura 🙂
Nota a parte per la traduzione: Enrica Budetta, che da quasi un decennio lavora per i più noti marchi editoriali italiani sulle traduzioni dall’inglese e dallo spagnolo, in diverse interviste (anche qui, sul quotidiano on line Due Righe) ha illustrato la complessità dell’approccio al testo. Da una parte, il doversi confrontare con una lingua volutamente agée e per altro multiregistro, che occorreva differenziare da quella contemporanea utilizzata dai due ragazzi. Dall’altra, l’attenzione necessaria per interpretare e poi riportare in italiano i numerosi enigmi e codici cifrati presenti nel testo. Doveroso citare Francesca Martucci ed Elisabetta Sedda, le curatrici del volume.

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