#Paesologia: (1) “Vento forte tra Lacedonia e Candela”, di Franco Arminio – e altre storie

“Sono venuto qui proprio per le cose che non ci sono. In fondo le delusioni, le mancanze, sono le stampelle a cui si sorregge la mia scrittura” 

“Se la poesia è la scienza del dettaglio, direi che la poesia oggi attecchisce meglio dove il mondo è più spoglio”

Quest’estate è passata tra frammenti di letture, troppi pensieri, carrozze gelide di treni a lunga percorrenza, viaggi in macchina nel silenzio di tangenziali torride. Per certi versi, quest’estate non l’ho neppure vista: mi è passata attraverso, con il cielo bianco di Milano e la densità dell’aria – quella collosa che viene su dall’asfalto, alle cinque di pomeriggio fuori dall’ufficio, e quella ghiacciata di cui i colleghi della Bay Area pare che proprio non possano fare a meno. C’è stata la mia incapacità di madre dal cuore di burro a gestire le videochiamate con Skype e l’idiosincrasia nei confronti della casa silenziosa, degli stendibiancheria liberi e del tempo vuoto che quando non c’è lo vorresti e poi quando te lo ritrovi in mano non sai cosa farne.

Io ho provato a fotografarlo, questo tempo vuoto, perché non potevo pensare di averlo ma lasciarlo inutilizzato. Se non riesci a viverlo – mi son detta – almeno forse potresti ricordarlo. Poi, è andata a finire che foto dopo foto ho provato a metterlo su Instagram questo tempo vuoto, non tutto ma tanta parte. A volte l’ho commentato, altre volte anche no perché mi pareva che si commentasse da solo – e poi io a scrivere didascalie non sono mai stata brava.  

Uno dei percorsi che mi sono ritrovata a fare, nella fotografia e nella lettura, è stato quello della paesologia. Che in sé non ha bisogno di presentazioni, specie se si parla di Franco Arminio. La verità forse – ma l’ho capito solo più tardi – è che avevo bisogno di poesia. Ma siccome io e la poesia andiamo poco d’accordo, avevo bisogno di qualcuno che questa poesia me la spiegasse in qualche modo, me la facesse incontrare e ci presentasse a metà strada, come quando la tua amica ti fa conoscere un ragazzo che potrebbe piacerti e vi date un appuntamento in un caffè, una cosa veloce perché poi viene una certa e devo scappare, l’alibi che ci aspetta dietro l’angolo.

In fin dei conti, la magia dei libri è un po’ questa: il potere curativo di alcune letture che arrivano per caso ma poi alla fine non si sa quanto a caso. 

vento

“Forse è il tempo che gli scrittori lascino le città e prendano la via delle montagne e dei posti sperduti. Da questo volontario esilio rispetto alle città-garage potrebbe nascere un nuovo umanesimo in cui l’uomo capisca di essere un animale tra altri animali e non l’ingorda creatura che si sta mangiando il pianeta”

bianco e nero

“Una volta c’era più allegria, una volta c’era più gente. Il tappeto su cui sono disegnati questi ragionamenti è sempre il rimpianto. Nei paesi non ci sono molte ipotesi sul futuro. Sembra che il futuro sia bandito. Tutto è avvitato nella mestizia del presente e nella fantasia del passato. Fantasticare è in genere un’attività rivolta al futuro. Invece nei paesi si fantastica sul passato”

porta

“La paesologia non si occupa di chi parte ma di chi resta. È la disciplina che segue chi non avanza a vele spiegate, ma chi inciampa, chi sente la vita che si guasta giorno per giorno, paese per paese”

 

finestra

“Per questo i paesani che pensano di cavarsela introducendo nella loro vita le uscite tipiche dei metropolitani fanno un errore piuttosto grave: basta tornare dopo due giorni di assenza, basta dormire una notte fuori ed ecco che il luogo natio ti appare assai più mesto di come lo percepisci normalmente.
Andare in un paese è come andare a teatro, un teatro a cielo aperto, con la recita muta dei muri, dei lampioni, delle porte chiuse, con gli sguardi dei vecchi, con le loro parole che nessuno più ascolta, e poi un gatto che attraversa la strada, una macchina parcheggiata: tutte cose singole e spaiate che s’impongono all’attenzione perché non sai che fare, non puoi stordirti con la patina dell’eccezionale”

porta 2

È che lì non ci sono piazze, perché la piazza d’una volta era la stalla, il luogo più caldo. E non ci sono panchine, forse perché la gente non ha l’attitudine mediterranea ad oziare en plein air. Quando si esce è sempre per fare qualcosa. Qui non s’improvvisa nulla. L’ozio, se c’è, è clandestino. Tetra pazienza di restare qui / a morire in casa o lavorando: / non ci sono panchine, / il Nord calvinista quando sta fuori è in piedi”

bianco e nero 2

Forse un giorno non lontano sarà evidente che l’irrealtà con cui abbiamo svuotato il mondo e noi stessi può essere sconfittatornando a vivere in luoghi dimessi e appartati, tornando ad accumulare giornate bianche, giornate in cui accade poco, ma quel poco che accade non svanisce nella girandola che c’è adesso”

Buona lettura 🙂

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