“L’esperienza del cielo”, di Federico Nati

Non ringrazierò mai abbastanza gli amici di @unimib (presso cui F. Nati ricopre la carica di Assistant Professor) per questa occasione che mi è stata offerta. Qui trovate il video completo di quel qualcosa che formalmente si potrebbe chiamare intervista o presentazione e che secondo me contiene tutto quello che un post, stavolta, non può contenere.

“Associamo spesso l’idea di spazio al futuro: tecnologie all’avanguardia, satelliti, sonde, rover, esplorazioni planetarie e teorie fisiche ancora da scoprire. Ma il cielo che ci sovrasta nelle notti senza nome arriva da un profondo passato. E’ una luce ancestrale, una reliquia, un’eco di mondi ormai non più esistenti e profondamente mutati. Osservare il cielo è come leggere una lettera postuma, studiare un fossile, riflettere su come andarono le cose”

“Il desiderio e la nostalgia sono aspetti connaturati a questa ricerca. L’etimologia stessa della parola *desiderio*, dal latino de e sidera, ovvero *privato della visione della luce siderale*, associa l’umano anelito verso ciò che non possiamo avere, ma continuiamo a volere, al mistero dell’intoccabile bellezza delle stelle. Persino alle stelle cadenti, che non sono stelle, alcune tradizioni accostano desideri da esprimere e altre il pianto per la nostalgia di persone perdute” (pag95)

Mi era piaciuto leggere di questo “come andarono le cose”. Così ho chiesto a Federico Nati di spiegarmelo, e già che c’era di spiegarmi anche quella nostalgia lì, quella per le persone perdute – quella che viene proprio dall’averle incontrate. E’ finita così, con lui che mi parla dell’importanza dell’imprevisto, dei fatti che accadono, delle scelte non premeditate che si trasformano, a volte, in destino. Mi ha raccontato di luoghi lontanissimi, di un lavoro che io penso mestiere perché va proprio imparato, con le mani; di un momento in cui, in certe professioni, “l’inizio e la fine delle vicende personali e collettive non sono mai davvero identificabili”. E poi sì, mi ha raccontato anche delle persone che ha incontrato e con cui ha lavorato, di come apprendere un metodo, del sistema del mentoring, di tutte le contraddizioni degli States. E mi ha parlato anche dell’umiltà e della caparbietà che in qualità di persona di scienza gli pare debba per forza impiegare – specie nel momento in cui si sceglie di dedicare la propria vita professionale alla ricerca scientifica, quando insomma “non rinunciamo a far parte di un’esperienza preziosa, condivisa che ereditiamo e che lasceremo in eredità”.

Che cos’è “L’esperienza del cielo”: è un viaggio sentimentale all’interno di un’esperienza professionale. E’ un modo nuovo di fare divulgazione scientifica ma anche un momento che occorre prenderci per ragionare sui modi in cui oggi si produce sapere. E’ un diario personale che si trasforma continuamente sotto gli occhi del lettore: un gioco di specchi che non guardano in alto, stavolta, ma dentro e intorno. Curiose, le immagini che ci vengono restituite.

Buona lettura

“Gun Love”, di Jennifer Clement (trad. Silvia Castoldi)

“Ogni domenica, dopo la funzione delle dieci, il padre di April May e altri uomini che abitavano in città avevano l’abitudine di scendere al fiume armati di pistole e fucili con un frigo da campeggio pieno di birre. Bevevano e sparavano in acqua a ripetizione, nel caso che dentro ci fossero degli alligatori” (pag69)

Jennifer Clement è una che la sa lunga. A parte la laurea in Letteratura Inglese e Antropologia e un Master in Fine Arts per la fiction, a parte essere l’autrice del memoir “Widow Basquiat”, di quattro romanzi (tra cui “Prayers for the Stolen”, vincitore del New York Times Book Review Editor’s Choice Book e del Gran Prix des Lectrices Lyceenes de ELLE 2015, finalista al PEN/Faulkner Award e altri premi ancora) e di diverse raccolte poetiche, a parte tutto questo, insomma, Jennifer Clement dal 2012 è presidente del PEN International – la prima donna a essere stata eletta per tale carica, a partire dalla fondazione del 1921. A parte, di nuovo – l’essersi occupata, in parallelo alla sua carica di presidente del PEN Messico (2009-2012), del fenomeno della sparizione e delle esecuzioni extragiudiziali dei giornalisti scomodi, per dire.

Insomma ho l’impressione che se Jennifer Clement s’è disturbata a misurarsi con un tema delicatissimo, quello dell'”amore armato“, è stato perché era già convinta del risultato prima ancora di cominciare a metter giù le prime due righe. Due righe – qualcuna in più – che recitano così:

“Mia madre era una tazza di zucchero. Potevi prenderla in prestito quando volevi. Era così dolce che aveva le mani sempre appiccicose, come in una festa di compleanno. Il suo alito sapeva dei cinque gusti di frutta delle caramelle Life Savers. E conosceva a memoria tutte le canzoni dell’università che parlavano d’amore: Slowly Walk Close to Me, Where Did You Sleep Last Night?, Born Under a Bad Sign, e l’intera serie “Se mi lasci ti uccido” ” (pag9)

Ora non è che si può dir molto, di fronte a questo incipit. Forse solo che a parlare è Pearl, la figlia quattordicenne di una madre scappata da casa a sua volta adolescente, subito dopo aver partorito questa bambina preziosissima che poi ha cresciuto da sola, dentro una Mercury Topaz del 1994 parcheggiata nell'”area ospiti” di un parco caravan. Per quattordici anni.

“Eri così piccola, mi disse. Stavi dentro un asciugamano. E così bianca. Sembravi fatta di perla più che di pelle. Eri come il ghiaccio, o una nuvola; come una meringa. Riuscivo quasi a vedere dentro il tuo corpo. Ti ho guardata negli occhi di pietra dura azzurro chiaro e ti ho dato il nome” (pag21)

#GunLove è uno sguardo di latte e sciroppo sull’orrore di un luogo e di un tempo che Jennifer Clement, con un abile gioco di specchi, ci fa credere molto distante. Salvo poi scoprire che quel parcheggio visitatori proprio così lontano non è, da ciò che siamo noi oggi, da quel che cerchiamo e soprattutto da quel che dell’America, oggi, proprio oggi, vogliamo vedere.

“Non eravamo nel sud della Florida, tra le spiagge calde e il Golfo del Messico. Non eravamo vicino agli aranceti o a Saint Augustine, la città più antica d’America. Non eravamo nella zona delle Everglades, dove nuvole azzurre di zanzare e una spessa coltre di rampicanti proteggevano aggraziate orchidee. Per arrivare a Miami, con la sua musica cubana e le strade piene di decappottabili, ci voleva un bel pezzo. L’Animal Kingdom e il Magic Kingdom erano a chilometri di distanza. Eravamo nel nulla. Circondavano il campo due strade statali e un fiumiciattolo, che noi chiamavamo fiume ma in realtà era solo una piccola diramazione del Saint John’s River. In fondo, oltre una macchia d’alberi, c’era la discarica della cittadina. Respiravamo spazzatura. Esalazioni di ruggine e marciume, di batterie corrose, cibo in decomposizione, mortali rifiuti ospedalieri, odori di medicinali e nuvole di detergenti chimici” (pag13)

L’animo di Pearl è intatto, puro nella sua essenza; il suo sguardo è limpido e intelligente – ma corrotto fin nelle fondamenta. Il filtro che Pearl usa per raccontarci il suo mondo – fatto di predicatori in odore di mafia, storpi di guerra, trafficanti di droga – è ingenuo e allo stesso tempo inconsciamente accorto – quel sistema del crescere guastati di cui nemmeno Pearl ha consapevolezza ma che lavora nel profondo fin dal primo vagito, scava il sentiero con dita e unghie, pervicace, ostinato, con un unico scopo: trascinare Pearl là dove Pearl, alla fine del libro, sarà trascinata. Perché una volta che la strada è presa, ci racconta Jennifer Clement, la prima a perdersi non è la gente che la percorre ma la possibilità stessa di una redenzione.

“Mia madre aveva ragione. Nella nostra parte della Florida era tutto incasinato. La vita sembrava sempre una scarpa sul piede sbagliato. Quando leggevo i titoli dei giornali, allineati accanto alle caramelle e alle gomme da masticare vicino alle casse del supermercato, sapevo che la Florida voleva qualcosa. Leggevo: Non chiamare la polizia, comprati una pistola. Orso torna in città dopo essere stato liberato. Mortale eroina messicana: quattro vittime. Uragano declassato a giornata nuvolosa. Un’estate, sulle rive del nostro fiume, comparvero due alligatori gemelli siamesi. Avevano quattro zampe e due teste” (pag13)

#GunLove è poesia di carabattole: è la madre di Pearl e la sua favola di scappata di casa – una famiglia importante di cui custodisce i cimeli nel bagagliaio: porcellane preziose, soprammobili d’avorio, scampoli di seta pregiata, scatolette di gioie – le mani da pianista. Sono i disegni di Pearl appiccicati ai finestrini della Mercury, i libri di scuola sotto al seggiolino, il sole polveroso di un tramonto che illumina capelli bianchissimi. E’ la consistenza di tre carabine AR-15 calibro 223, l’odore di una Beretta Px4 Storm, l’impugnatura di una Glock, di una Smith & Wesson, di una Taurus, di una semiautomatica calibro 40, di una Glock calibro 45, di un fucile Remington e una carabina Bushmaster XM-15; è il rumore dei fogli di giornale in cui sono accartocciate: “le strisce a fumetti, le inserzioni, le pagine sportive, le previsioni del tempo, la guida tv e gli annunci delle nascite” (pag245)

“Una volta per San Valentino il sergente Bob regalò a Rose una pistola 9 millimetri. Quando un uomo regala un’arma alla sua donna è perché si fida davvero di lei, disse. Questa pistola non sarà mai una fabbricavedove. Certe armi lo sono, ma questa qui è roba seria. Molto più utile di una scatola di cioccolatini. Preferirei mille volte tornare a casa e trovare il medico legale che porta via qualcuno che le stava dando fastidio piuttosto che scoprire che mi ha cucinato una torta di mele. Sì, è questa la verità. Se un uomo regala un’arma alla sua donna è perché si fida davvero di lei” (pag50)

Il libro di Jennifer Clement è potente per quello che sta fuori dal libro. Per quello che la Clement non dice e che lascia a noi, sottinteso. E’ il fuori, stavolta, a entrare nel libro, non il contrario.

E ricordiamoci i back to school essentials:

Buona lettura.

“Molto mossi gli altri mari”, di Francesco Longo

Continuo a twittare di mare anche se la stagione del mare è finita. TUitto dipinti delle spiagge di Biarritz, tuitto le foto che ogni mattina mi arrivano dal Northumberland e da Whitstable. Tuitto di un pittore che dipinge solo onde. Sono ancorata all’indietro, di nuovo disallineata; dovrei proiettarmi verso settembre, come fanno le altre bookblogger: foglie gialle, tazze fumanti, progetti futuri, sfumature di arancioni. E invece no, sto qui a cantarmela sul mare, sul precario che ne deriva, gli ombrelloni un po’ su e un po’ giù, il meteo instabile, l’umido della sabbia che ti prende i piedi.

“Case basse con tetti piatti e vetrate rotte, gabbiotti di proprietà delle ville chiusi sul ciglio del mare, rimesse utilizzate come depositi di canoe e lettini. Due scale a pioli di ferro inchiodate alla roccia cadevano in picchiata. Case con finestre larghe aggredite dal sole. Case abitate per brevi periodi, dove dovevano essersi svolte feste, salotti in cui la vita non aveva attecchito, perché nessuna esistenza resisteva così esposta, nessun corpo e nessuna mente potevano sostenere tutta quella bellezza ruggente, la perfezione della luce totale che da milioni di chilometri arrivava a schiacciare le ville e martellarle dentro al promontorio, il sole famelico e opprimente che baciava tutto con una bocca troppo grande per baciare senza inghiottire” (Kindle, pos993)

Del mare fuori stagione tanti ne hanno parlato. C’è stato il Giampaolo Simi di “Cosa resta di noi” – dire ‘Edo, il marito di Guia, il bagnino‘, è già tutto lì, il significato del dramma -, e poi Giorgio Falco (insieme alle foto di Sabrina Ragucci) che in “Condominio oltremare” ha costruito un modo nuovo di raccontarlo, il mare fuori stagione, a metà strada tra parola e immagini. C’è stata, proprio poco tempo fa (e mi stupisco sempre, dei miei percorsi di lettura, che vanno da soli, si generano da qualche parte dentro di me in maniera indipendente, non posso controllarli), “L’invenzione del vento” di Lorenzo Pavolini, con la storia di Giovanni e Pietro – che scava ancora più lontano e tira fuori dalla sabbia domande vecchie e scomode a cui nessuno ha ancora risposto. C’è stato “Lux”, di Eleonora Marangoni, il romanzo delle tazzine rotte e dei cappelli ammuffiti, dei pavimenti scheggiati, “Laggiù dove il sole non illuminava le cose, le abitava dall’interno, e pareva di trovarsi in un’altra età del mondo, in cui era il cielo a governare il creato”.

Ora c’è Francesco Longo. Che ci racconta di Silvia, Valentina (“Si è certi che sarà bella per sempre”), Margherita, Guido, Il Cicogna, Micol – e Michele. Mi vien più facile partire da quello che non è, “Molto mossi gli altri mari” (e già qui, l’eco di un disturbo televisivo che non tutti riescono a captare, coi loro radar lontani di app telefoniche, a far da discriminante – chi queste pagine le può leggere senza filtri). Non è un romanzo sulla nostalgia, no per carità. E’ un romanzo che parla del tempo sprecato, di quello non goduto o goduto troppo, dei momenti che vorremmo eterni e che invece è bene che non ritornino più e di quelli che invece, da sciocchi, abbiamo sottovalutato.

“Da quassù la Baia è un paradiso addormentato, svela di essere stata pensata per farci assaporare la felicità terrena” (Kindle, pos2094)

Una felicità che ci viene consegnata per quella che è: unilaterale, individuale, che si gode in solitudine nell’illusione che invece sia condivisa, oppure viceversa così promiscua da perdere tutte le definizioni nell’attimo stesso in cui viene consumata.

“Molto mossi gli altri mari” non è un romanzo sul surf ma è un romanzo sull’acqua salata e sull’eredità che ci lascia addosso e dentro alle orecchie: il padre di Michele, che di mestiere faceva il pescatore (“Le rotte del mare non si vedono, ma sono antichissime, si percorrono sempre le stesse da secoli, diventano vere e proprie opere collettive”), il mostro alato, preistorico, che giace nelle profondità del lago di Acqua Madre, invisibile a tutti – sempre con lo scarto degli opposti: da una parte la luce azzurrissima del sole di luglio che si riflette sullo specchio piatto, dall’altra la tempesta perfetta nel buio di una mattina che sa di apocalisse.

Non è un racconto di vita ma è l’analisi di un sé su cui regna incontrastato il dio degli autosabotaggi, quegli scarti del pensiero che spingono alla non-azione e ai falsi ricordi, alle loro conseguenze.

Io Michele lo avrei anche amato. Penso che di lui mi sarei innamorata perdutamente, forse l’ho anche fatto. E’ entrato di diritto nel mio personale elenco di personaggi perfetti – quelli che riescono a raccontare, di loro, tutto quel che serve, senza sbavature, senza ritocchi, senza velleità. Michele, quanto ti avrei strozzato, con le mie mani, davvero. Quante volte la scorsa notte ho gridato fermati, guardati indietro, aspetta, non aspettare, sbrigati, taci, parla. E tu, a fare sempre esattamente il contrario di quello che ci si aspettava da te. Il perché non l’ho ancora capito. Penso che ci sia di mezzo la stima di sé, quel considerarsi sempre un passo indietro. Ma che passo indietro poi, Michele – tu, con la tua intelligenza acutissima, i sensi sempre all’erta, il sellino della bicicletta appiccicato al sedere; tuo padre, l’uomo buono con cui hai dovuto fare i conti – “Con giudizio, Michele. Mi fido”; tuo nonno, per dio Michele, tuo nonno, che dal pozzo di petrolio di Karachaganak portava a casa astucci di pietre preziose, elefanti d’argento, “statuette di legno, stoffe dall’odore forte che avrebbero riempito armadi e soppalchi, pelli di cammello nauseanti, che mia nonna lasciava per settimane appese a un filo in giardino”, aromi di cardamomo e zenzero (“capaci di stordire”); tua madre, la pianista con in testa la musica. Eppure Michele, quel che sentivi era ben altro.

“Sentii che una distanza incolmabile mi separava dagli Argentina e a ogni successivo riferimento a rabbini e dolci della tradizione, ebbi sempre più la certezza che per loro sarei rimasto un estraneo per sempre. Forse un giorno mi sarei potuto trasferire a Roma, o a New York, avrei potuto annacquare le mie origini geografiche, travestirmi da perfetto cittadino, pensare come loro, ma di certo non avrei mai potuto indossare vecchi maglioni ereditati dai nonni ebrei né recitare il kaddish” (Kindle, pos1072)

“(…) l’orologio al polso, con il quadrante antico e un cinturino di cuoio rossastro, doveva essere stato ereditato da un nonno, segno che veniva da una famiglia in cui le generazioni si tramandavano fazzoletti di stoffa, sterline d’oro, consuetudini, e probabilmente si chiamava Andrea Venezia come il nonno o il bisnonno” (Kindle, pos1147)

“Molto mossi gli altri mari” non è un romanzo su Micol; né su questa Micol né sull’altra, di cui questa Micol è un’ombra, una suggestione letteraria che sta dietro le spalle, priva di invadenza. Piuttosto sono le radici, il senso della propria Storia, quel considerarla troppo – o troppo poco, a premere sulla nuca. E’ una storia d’amore, questo sì, di quelle che portano con sé l’equivoco dei non detti, delle azioni asincrone, della dissipazione dell’attimo. E’ il momento preciso in cui ci rendiamo conto che quello che noi consideriamo tutto, per qualcun altro è solo una briciola di un tutto più vasto: quell’attimo in cui noi ci fermiamo e cristallizziamo, quell’attimo che per altri diventa solo un ricordo tra tanti – per poi scoprire che alla fine, così insignificante non era – o che lo era stato, troppo.

“L’ambiguità dei sentimenti ci legava come un filo di corrente elettrica scoperto capace di fulminare chiunque fosse passato in mezzo a noi” (Kindle, pos1047)

Buona lettura (e un consiglio: leggetelo come ho fatto io, dalla mezzanotte alle tre, tutto di fila dall’inizio alla fine. Non credo ci sia altro modo).

I Cazalet – “Gli anni della leggerezza”, di Elizabeth J. Howard (trad. Manuela Francescon)

Tutto è partito da qui, per dire il potere dei libri. Accadde di domenica, il 18 agosto. Dalle mie parti era una bella giornata di sole, quello proprio alpino con il cielo blu fortissimo, nemmeno una nuvola all’orizzonte e le bandiere mosse da una brezza leggera, in cima ai pennoni piantati nei giardini: italiane di qui – dalla parte della valle – rosse con la croce bianca al di là della strada.

Succede che a un certo punto della mattina una persona a me cara apre Twitter e chiede, così a bruciapelo – che faccio, prendo? (Con quel tono, sarà che mi è piaciuto proprio, come la scena del salumiere: “Signora è unettoeventi, lascio?” E tu che sospiri un rassegnato sì, cosa vuol fare? Sta a levarmi due fette, ora che le ha messe? E lasci pure; tanto – pensi – qualcuno si trova sempre, che alla fine quelle due fette di crudo se le mangerà).

Che facciamo quindi, lasciamo?

E’ stato lì, in quel momento p r e c i s o – quello scarto del pensiero, uno sliding doors a momenti impercettibile – che la Liz ci ha fregate. Proprio lì. Sta di fatto: io rispondo che sì, se clicca lei sul tasto acquista ci clicco pure io e va’, potremmo pure leggere insieme, ché io ad andare avanti da sola stavolta proprio non mi fido. Lei risponde si potrebbe, ma tentenna, sai le saghe familiari, duecento nomi da ricordare, i mattonazzi… però c’è qualcosa più forte del dubbio. Non cediamo e addirittura finisce che ci ritroviamo in tre. A cliccare su acquista e cominciare i Cazalet.

Era una domenica di metà agosto e non lo sapevamo ancora: quel giorno la nostra vita di lettrici sarebbe cambiata (forse per sempre? Chi lo sa!)

Dei Cazalet hanno scritto tutti. Quindi non starò a raccontarvi chi sono o da dove vengono o di cosa si narra nel primo volume. Questo post non racconta un libro ma il potere che hanno i libri di unire le persone e di generare riflessioni e pensieri nuovi. Il potere di far cambiare idea.

Noi #GliAnniDellaLeggerezza lo abbiamo letto proprio insieme, riga per riga, un paragrafo via l’altro, a suon di 10percento alla volta. Ognuna con il proprio bagaglio di dubbi, preconcetti e brutte esperienze. Eravamo scettiche, poco convinte, pensavamo di saperlo, cosa ci avremmo trovato dentro – ne eravamo così sicure. Troppi nomi! Troppe vicende! Troppe pagine, troppi volumi! Quel troppo “tirar di trama”, quel senso del costruire accadimenti uno dopo l’altro mettendo le pezze via via, dove occorre. Questo, avremmo trovato. Ne eravamo praticamente certe.

Come è finita la mia (nostra), personale avventura con Elizabeth potete leggerlo sul Twitter. La Liz è potente: crea magie, spazza via in un solo colpo ben assestato tutti i pregiudizi. Troppi personaggi? Sì, ma sono così veri che troppi non lo diventano mai. Troppe pagine? Sì, ma vanno così una dentro l’altra – e per paradosso mai di fretta, non vi ingannate – che troppe non lo sono mai. Troppe vicende? No, perché i Cazalet si incastrano in un domino di eventi che fatto uno tutti gli altri arrivano a catena, inarrestabili – e poi la Liz non si prende certo la briga di spiegare tutto al lettore, anzi. Le pagine scritte gli bastino! par che dica – e per il resto si arrangi – niente toppe postume a spiegar questioni. E l’estate, cielo, l’estate. Quella magia che capita sempre, quando succede di leggere un libro esattamente nella stagione del libro(*).

E poi ancora, la questione del femminile, della maternità o troppo celebrata, o data per scontata, finanche negata; il rapporto tra uomini e donne, lo scarto generazionale, il new nature writing; lo stile, le concatenazioni della trama, la sapienza del progetto creativo. Sono state due settimane di lettura intensa, di confronti, di citazioni, di stravolgimenti, di stupefazioni, di ah sì te lo avevo detto e no non farmi parlare che lì tu non ci sei ancora arrivata e stai attenta, usa cautela, vai adagio, cerca gli indizi. Trovate tutto qui.

Io non posso fare altro che ringraziare le due preziose amiche che mi hanno accompagnata in questo viaggio – mai avrei potuto intraprenderlo da sola: Angela con quel suo sguardo da insider che sa prendersi il giusto tempo, quel suo modo lento di leggere, soppesando le parole una a una – l’approccio attento che a volte mi manca, perché sono spesso vittima dell’urgenza del finire; Monica con l’istinto per la forma, nel recuperare i nodi della traduzione, i punti critici della narrazione, il progetto nella sua totalità – visione d’insieme di cui io talvolta difetto per struttura mia, personale.

Leggete in gruppo se vi capita, anzi createne l’occasione, perché la lettura collettiva è uno dei mezzi attraverso cui si riesce a scoprire se un libro è buono per davvero. E’ un percorso in compagnia, un tratto di strada fatto insieme da cui si esce sempre arricchiti, con qualcosa in più da conservare, qualcosa in più su cui continuare a riflettere.

Buona lettura 🙂

(*) sì, ammettiamolo, qui l’editore ci ha messo del suo! – ma a proposito (ultima nota, mia personale) soo many thanks al SMM di Fazi Editore, attivo/a pure a metà agosto. Super engagement e tante persone che ci hanno seguito in questa avventura: ecco cosa succede quando i social funzionano, e pure nel modo giusto. Tanti cuori, come si dice.

L’estate sta finendo (“Lux”, di Eleonora Marangoni e “Mr Rochester”, di Sarah Shoemaker, trad. A. Zabini)

“Quella notte ci addormentammo tutti e tre immaginando di essere seduti a pranzo e di udire il fragore terribile della terra che si spaccava, eruttando soffocanti fiumi sulfurei come se l’inferno affiorasse alla superficie, mentre le strade crollavano nel porto e il mare si gonfiava in onde possenti a strappare i bastimenti dagli ancoraggi e catapultarli nell’entroterra, oltre le rovine della città sprofondata” (“Mr. Rochester”, Kindle pos410)

“Nelle sue narrazioni il mare non era popolato soltanto di pirati, bensì anche di serpenti marini e di sirene, e parecchi marinai perdevano il cuore per quelle ammaliatrici dai capelli d’oro, oppure perdevano la vita, divorati dalle bestie emerse all’improvviso dagli abissi caraibici” (“Mr. Rochester”, Kindle pos417)

“La gente oggi non fa che dire che ha bisogno di esotismo, che sogna di spostarsi lontano dalle città, via da tutto e da tutti, che se potesse oh se solo potesse se ne andrebbe in campagna o su un’isola remota, ma dopo un numero di ore tutto sommato contenuto o anche solo alla minima contrarietà, in quelle città non vede l’ora di far ritorno, per ritrovare finalmente la banda larga, le sedute di depilazione laser, il pesce crudo abbattuto dei ristoranti e tutto quello che spergiurava di voler abbandonare” (“Lux”, Kindle pos3264)

“Cerchiamo nei libri quello che non capiamo della vita, e nella vita quello che leggiamo nei libri. Forse è questa, la nostra condanna all’infelicità: cercare risposte e trovare solo commozione” (“Lux”, Kindle pos1264)

“Quanto si deve essere immaturi e ignoranti per pensare di poter apprendere lezioni di vita dai romanzi!” (“Mr. Rochester”, Kindle pos2052)

Mi perdonerà Neri Pozza se sistemo in un unico post due titoli che per forma e per trama hanno poco a che fare l’un con l’altro. Ad accomunarli qui su ADC è stato quel meccanismo della celebrazione delle stagioni che vanno e che vengono. L’idea di mettere un punto, ritualizzare un passaggio, lasciar andare e nello stesso tempo trattenere il necessario.

“Lux”: dire addio all’estate, e alle cose perdute

“Avevano un odore complicato, quelli, di umido e acqua di rose, zucchero filato e naftalina: l’odore del tempo che passa indisturbato senza che nessuno lo veda, dentro alle cuciture, attraverso le asole, in fondo alle fibre del lino e tra i capricci del falpalà” (Kindle, pos1332)

Se volete cullarvi ancora un po’, in quell’idea d’estate di mare fuori stagione, quello che dà principio alla fine di maggio, o ancor meglio a questo, di coda, coi cieli saturi e stanchi di agosto a far presa su un settembre ancora a venire – bene, allora leggete “Lux”. Che è un romanzo di piccole cose e grandi questioni: l’amore un po’ stanco e scipito di due non più adolescenti alle prese con l’adultità al cui arrivo non ci si può opporre; un anziano scrittore che deve far fronte alla vecchiezza irrimediabile – quella che vien dall’anima prima che dal corpo; una serie di altri personaggi irrisolti, femmine e maschi, adulti e bambini, a cui vorremmo costantemente suggerire come comportarsi salvo il fatto che poi alla fine si capisce che più perfetti di così, nelle loro totali imperfezioni, non potrebbero essere e che ognuno alla fine la propria vita se la fa un po’ come vuole perché le scelte, quelle profonde e da farsi in completa solitudine, sono sempre possibili checché uno ne dica (“Alla fine la vita è solo questione di scegliersi la bugia giusta”). Viceversa però, sta a guardarci – dalla lontananza siderale di un tavolinetto da tè in legno di teak appartenuto a chissà quale signora della nobiltà inglese – la famigerata tazzina sbeccata: a ricordarci che a ogni azione corrisponde una conseguenza; una volta caduta a terra, la tazzina mai più tornerà come prima – e però potrà essere rattoppata, mani sapienti e arte antica dell’oro, a crearne una nuova, stoffa di passato e futuro cuciti insieme. Su tutto domina l’elenco – di comodini in legno di cedro, servizi di porcellana cinese, stoffe e tendaggi, tappeti e suppellettili, animali impagliati e copricapi ammuffiti – che per chi come me è cresciuto a cataloghi (delle navi, dei guerrieri, degli eroi, degli dei, degli scudi, delle battaglie, dei consoli, degli imperatori, dei condottieri, dei capitelli, delle metope, degli esametri, delle opere, dei versetti del Dhammapada), rappresenta non tanto un catalizzatore di facili nostalgie quanto un mezzo espressivo potentissimo attraverso cui catturare la memoria del lettore, la sua capacità di ricordare, recuperando quel vizio tutto indoeuropeo di imparare attraverso l’oralità degli aedi – e di tutti coloro che sono capaci di inventare storie. (*)

“Eppure a lui, soltanto a lui aveva dedicato pensieri, stagioni, e chissà quante altre cose ancora si sarebbe preso senza che lei lo volesse, senza che potesse farci nulla. Non era forse assurdo affannarsi, allora? Cosa pensavamo di dimenticare davvero, se passavamo la vita a ricordare? cosa ci ostinavamo a voler salvare, se poi smarrivamo tutto?” (Kindle, pos2345)

“Mr. Rochester”: salutare l’autunno – di mettere punti e creare mondi

“Bisogna giocare con le carte che si hanno” (Kindle, pos588)

La prima fu Jean Rhys, scrittrice inglese di origini caraibiche, che ci raccontò di Antoinette Cosway, la folle ereditiera creola data in sposa a Edward Rochester con l’inganno. Romanzo postcoloniale dai tratti decisamente femministi e di critica sociale, dalla questione della schiavitù alla condanna del contesto fortemente misogino e patriarcale dell’epoca (nb: il romanzo è del 1966) “Il grande mare dei Sargassi” è di fatto la prima fanfiction canon (di lusso) a base Jane Eyre. Venne poi Bianca Pitzorno che con il suo “La bambinaia francese” (2004) prese le parti di Sophie Gravillon, la tata che la cantante d’Opera Céline Varens assume per occuparsi della figlia Adele – come tutti ben sappiamo la pupilla di Edward Rochester, convinto ad occuparsi di lei per spirito di carità, nel dubbio che sia sua figlia. Anche qui, un’opera di fiction (OOC “out of character” – per l’esattezza) che pur partendo chiaramente dal testo di Charlotte Bronte se ne discosta sia per l'(in)fedeltà all’originale (si parla in questo caso di un “what if” ucronico), sia per il forte intento di rottura con il personaggio femminile “passivo” di Jane Eyre, e infine per il target giovane a cui il romanzo è dedicato.

Di Edward in realtà avevano scritto entrambe ma a tirare per bene le fila ci pensa infine Sarah Shoemaker, americana dell’Illinois, costruendo una narrazione parallela volta a gettar luce, almeno un pochetto, sulla figura maschile per eccellenza della romance fiction britannica. Uno scorcio di notevole interesse storico su ambienti, società e psicologia dell’epoca: dalle industrie tessili della fumosa e poverissima periferia londinese al crescendo delle lotte operaie, dai rapporti non sempre pacifici tra élite aristocratiche ed emergente classe mercantile fino all’esotica Giamaica, in un turbine di colori e sentimenti. Avviene però solo a tratti e mai del tutto (come è giusto che sia) la rivalutazione dell’operato di Mr. Rochester, che da tempo è necessaria – sia perché Charlotte Bronte è sempre stata davvero parca di dettagli, sicché di fatto ne abbiamo saputo sempre ben poco, dei trascorsi di Mr. Rochester, sia perché questo personaggio così come mostrato dalla Bronte rischia col tempo di perdere quel fascino poliedrico che indubbiamente possedeva nella testa della sua creatrice, sacrificato sull’altare dello stereotipo vittoriano nel quale talvolta Charlotte indulge.

Già. Perché su tutto e dentro a tutti, come ha fatto ben capire nel 2011 Cary Fukunaga, con quelle inquadrature a campo lungo che rimarranno iconiche e definitive, dominerà sempre – e incontrastata – la brughiera: coi suoi autunni precoci e meravigliosamente colorati, i tramonti d’oro, le eriche piegate dal vento, le candele alla finestra, le serate buie e interminabili, gli spifferi da sotto le porte, le stanze segrete di Thornfield.

“Arrivate al vespro, come un sogno o come un’ombra” (Kindle, pos5624)

Buona lettura e buon autunno 🙂

(*) Per la lettura di “Lux” ringrazio l’amico @LukeAlb: ero scettica, mi ha convinto lui – e menomale.

“I luoghi del pensiero”, di Paolo Pagani

Quando mi capita di raccontare come ho studiato filosofia al liceo, certi rabbrividiscono. In classe non abbiamo mai posseduto un manuale, mai seguito il “programma”, (quasi) mai preso appunti durante la lezione. Il famoso libro di filosofia, per dire, comparve solo a metà della terza liceo, imposto dall’alto: poco prima di Pasqua, non per voler nostro ma per insistenza di alcuni genitori terrorizzati dallo spauracchio dell’imminente esame di maturità. Il bello fu che quando lo sfogliammo per la prima volta scoprimmo che proprio non lo sapevamo utilizzare: il sommario dei capitoli, uno per ogni pensatore, le linee cronologiche, i paragrafi per ogni argomento, gli elenchi delle opere con le date di pubblicazione, tutto ci faceva venire il mal di mare – dover saltare di qui e di là, con le dita a segnalibro, per recuperare fili di senso più o meno compiuto, sempre più deboli, sempre più sfrangiati. Noi la filosofia l’abbiamo quasi sempre studiata partendo dalla dialettica sull’argomento – a seconda dell’umore nostro o dell’insegnante, da un fatto politico letto sul giornale, da un collegamento con la lezione di Storia, da un brano di letteratura greca preso in prestito dall’ultimo compito in classe. Chi fu il primo che ne parlò, perché la questione venne fuori proprio lì, in quel luogo, in quel momento e in quel tempo. Se fu affrontata per convinzione, per studio, per piaggeria verso qualche potente. Durante un viaggio in terre lontane, nel contatto con modi di pensiero differenti o per mere e curiosissime convergenze evolutive. Sicché è finita così, che in tre anni diventammo bravissimi a far collegamenti tra tesi e materie, a costruire labirintiche tele di ragno saltando da un secolo all’altro, a determinare d’istinto i contesti socio-politici, a tracciare rotte burrascose di pensieri paratattici sotto l’egida inespugnabile dei nostri μέν – δέ. Ma di certi pensatori importanti, ecco, di alcuni l’opera non la conoscemmo mai per il semplice fatto che non ci capitò di toccarli; e la verità è che se ci avessero interrogato proprio su quelli, all’esame di maturità, avremmo fatto tutti – chi più chi meno – scena muta.

Ma così si studiava filosofia lì dove l’ho studiata io – e l’aver intuito parte del medesimo schema sotteso leggendo “I luoghi del pensiero”, e l’aver scoperto poi che Paolo Pagani (al caso non credo) viene da quelle stesse aule che ho frequentato io anche se in tempi un pochino diversi, bene, mi è stato di gran conforto perché mi ha confermato che quando si impara a pensare per paratassi (da una parte e dall’altra), quei μέν – δέ incistati nella nostra testa, dalla nostra testa non se ne vanno più.

“Non è una novità costruire un saggio filosofico partendo dai luoghi” – dice Paolo Pagani. No, non lo è ma è bene continuare a raccontarne, del modo in cui certi luoghi ci parlano – non perché noi siamo gli eletti ma perché hanno qualcosa in sé, un qualcosa che ha attirato già altri (prima di noi) e più bravi di noi a tirarne fuori il potenziale, o il magico – mi vien da pensare.

E’ impossibile e pur ridondante riassumere qui il potere salvifico di questo libretto, molti ne hanno già parlato sui giornali. Non fatevi ingannare dalle dimensioni: scivola ma occorre prudenza, con la precauzione di non sottovalutarlo; si legge in scioltezza con la curiosità di sapere quel che vien dopo (in puro spirito narrative non-fiction) ma è un treno da prendere in corsa, tanta è la densità della materia: una volta iniziato prendete coraggio e andate dritti fino alla fine.

Dunque c’è Spinoza, che non sarebbe stato Spinoza se non fosse nato ad Amsterdam, nella casa di suo padre, al Waterlooplein (suo padre, il ricchissimo importatore e mercante di spezie giudeo Michael de Espinoza), da cui dovette fuggire bandito dal cherem. Uno strappo che non si ricucì mai. Amsterdam, il nodo epocale, la medesima città in cui per un poco si fermò anche Cartesio che, paranoico, cambiava residenza di continuo, alla ricerca di un eremitaggio ossessivo.

Poi ci sono le vite parallele di Leibniz e Newton, un cammino che si direbbe psicogeografico alla ricerca di ciò che è sepolto, quasi lasciti culturali in un procedimento a sezioni di tecnica archeologica, a recuperare gli strati sovrapposti finendo poi a raccontare di gentrificazioni urbane, inevitabili quanto bizzarre:

“La mamma rifiutava di pagargli la retta perché era fortemente contraria al progetto di una carriera accademica. Isaac allora, fino al 1664, aveva tra i suoi obblighi quello di sorvegliare i fellows, pulire le loro scarpe infangate, svuotare i pitali al mattino. (…) Vive al 35 si St. Martin’s Street, un tiro di schioppo da Leicester Square. Una placca ricorda anche l’appartamento occupato ad appena mezzo miglio da qua, al numero 87 di Jermyn Street nella zona di St. James’s a Westminster. Oggi occhieggia la vetrina della lussuosa sartoria maschile Hackett, quintessenza della upper class” (pag83-84).

e ancora Darwin e Marx, un interrogarsi sulle modalità contemporanee del recupero di un passato importante, qualsiasi esso sia:

“Sopra l’insegna bianca al neon in corsivo di Euroshop e agli strilli commerciali trash che promettono Alles 1E, tutto a un euro, nella facciata color salmone della bassa palazzina in Simeonstrasse 8 una targa grigia avvisa: “In diesem Hause wohnte von 1819 bis 1835 Karl Max” (pag109)

Tra borghesia, salotti in cui si sviluppava il pensiero europeo, sexy shop e una “dining room griffata, di lusso, con cinquanta posti a sedere su divanetti di velluto blu, esclusiva, a disposizione per party privatissimi” (pag116) al posto della celebre topaia al 28 di Dean Street (Soho) dove Marx, in povertà, lavorò alla stesura del primo volume de “Il capitale”.

Insomma si cammina in punta di piedi tra aneddoti, tombe, dimore lussuose, scambi epistolari di grandezza immensa, dissertazioni sull’utilità dell’espressione verbale (da leggere e sottolineare due volte il capitolo su Wittgenstein e su tutta la sua bislacca tribù di fratelli e sorelle a cui Brahms, spesso in visita con l’amica Clara Schumann, concedeva lezioni). Un pellegrinaggio filosofico che si fa riflessione sul luogo quale parte fondante di un sistema di pensiero “antimetafisico: la filosofia non si svolge lontana dalle vite concrete e dalle modalità comunicative tra gli individui in carne e ossa” (pag204):

“La casa è sempre autobiografia, segno del tempo anche quando è luogo disertato, lasciato. Dà voce a un mondo anche quando diventa muto, quando è stato un fugace fondale provvisorio. E’ sinonimo di patria perché le case sono spugne che assorbono i gesti di chi le abita. Ogni casa produce memoria, qualcosa di immateriale eppure concreto, esperito. E’ luogo iniziatico, è sintesi come nient’altro. Dove vivi ogni giorno, quello è ciò di cui vivi” (pag205)

Da Wittgenstein a Keynes, da Heidegger alla Arendt (e i luoghi del loro amore clandestino) fino a quella celebre fotografia di Mann in abiti da marinaretto, sdraiato sulla spiaggia davanti alla sua villa di Nida; da chi è vissuto in completa povertà a chi, come Darwin, si circondava di cameriere, bambinaie, cuoche e domestiche nella dimora di Down House, “la Gerusalemme laica dell’evoluzionismo dalla quale non si allontanò per quarant’anni”; da chi non ha mai lasciato gli amati luoghi natii a chi, all’opposto, non fece altro se non cambiar casa, vita, abitudini e padroni, Paolo Pagani con lo sguardo acuto da giornalista che fiuta notizie (senza lasciarsi tentare dalle false deduzioni non suffragate dai fatti) ci suggerisce un modo nuovo di fare turismo: un approccio consapevole che si appropri non tanto dell’esperienza del momento, come vuole la moda di oggi, ma soprattutto delle eredità del nostro passato.

Per parte mia non posso fare altro che ringraziare l’autore e la casa editrice: con grande pazienza ed entusiasmo mi hanno accompagnata nella lettura e nella discussione che ho portato avanti sul Twitter. Ringrazio Paolo Pagani per gli spunti di riflessione, per i retweet e soprattutto per le bellissime fotografie che mi ha “regalato” (una su tutte, la scrivania di Mann a Pacific Palisades): trovate tutto sul Twitter di ADC, #IluoghiDelPensiero.

Buona lettura 🙂

Mercoledì 12 giugno, la presentazione di “I luoghi del pensiero” presso la Casa della Cultura. Anche questo un lieto ritorno per me, dopo tanti anni: un luogo pieno di ricordi che imparai a conoscere proprio durante il liceo. Assistere alle conferenze del pomeriggio, questi erano i compiti a casa per noi – di quando si studiava filosofia.

“L’invenzione del vento”, di Lorenzo Pavolini

“La distanza che li separa dal mito non può giudicarsi in termini di lunghezza e brevità perché fatta di mare, dove certe proporzioni sono sballate e vigono leggi anamorfiche, correnti e trasparenza” (pag11)

Della mia crisi spirituale nei riguardi del romanzo ho appena raccontato. A leggere di fiction ho ripreso da poco, con cautela. E ho ricominciato da un romanzo breve che evita accuratamente di portare con sé il sapore delle cose compiute. Si tratta piuttosto di uno scorcio di pensiero, una riflessione personale di cui ci sono state aperte le porte dopo molta insistenza, ad argomento già avviato; una proiezione a cui siamo arrivati in ritardo per colpa nostra; inutile chiedere quel che è capitato prima, inutile brontolare perché siamo arrivati nel mezzo: ci deve bastare così.

E’ questa “L’invenzione del vento”, Lorenzo Pavolini l’autore, professione redattore, scrittore e windsurfer; torna al romanzo con una storia che sa di minuscolo e di personale ma che poi, proprio per questo, assume i contorni di una vicenda comunitaria. Questa è semplicemente la storia di Giovanni e di Pietro: lui, il primo, ragazzo di buona famiglia, l’altro, il secondo, figlio del benzinaio. S’incontrano al liceo Farnese, “nascono surfisti”, è il 1978, scappano dagli “ideali collettivi”, vogliono sentirsi “smemorati e senza nome”.

“Ma certo la stessa vicenda del liceo Farnese, che vive la propria sgangherata fondazione in quel giro di anni, sembra precipitare tutti – preside, famiglie, professori, bidelli e studenti – in un esperimento sociale a bassa intensità, dove ognuno mette il meno possibile di sé, impegnandosi a demoltiplicare i conflitti, a dimenticare per sempre le assemblee, i tazebao, le botte fuori, le botte dentro, la politica in generale e forse anche la storia in assoluto. (…) Un esodo che, come tutti gli esodi, guarda male davanti a sé e dimentica molto indietro” (pag19)

Li troviamo sin dalla prima pagina, senza sapere né come si siano conosciuti né come sia nata la loro amicizia: un pomeriggio di febbraio, a mollo nel freddissimo lago di Bracciano, a cavalcioni di due tavole da surf. Perché Giovanni e Pietro passano i pomeriggi tra barattoli di resine, vapori epossidici, lana di vetro, pennelli e carte vetrate, chiusi nel garage-laboratorio concesso dal papà di Pietro – benzinaio sì, “Ciccio” per tutti, “liberi di credere che la pinguedine significhi inerzia e soddisfazione”, ma illuminato (il primo a pensare di aprire, a lato delle pompe di benzina, un negozio per la vendita di “menhir in polietilene”): Giovanni e Pietro sono pionieri del windsurf, l’ha imparato Giovanni in Grecia con la vela imprestata da una famiglia di tedeschi – nei luoghi di formazione del campione coetaneo Robby Naish di cui seguono le evoluzioni in tutti i modi che possono.

“Certi stampati floreali delle magliette, l’arcobaleno teso sul didietro dei pantaloncini, guidano dritti come uno stradone sterrato a Kaiula, Maui, Ho’okipa e Diamond Head, un arcipelago di innocenza che non ha ancora conosciuto le imprese di Magnum, P.I.” (pag10)

La Storia d’Italia scivola a fianco come l’acqua tagliata dalla tavola: di lato, senza ferirli, costretta a forza dall’autore nelle note a piè pagina separate dal testo – questo sì, fitto e graffiante – dal tratto di un’onda d’inchiostro appena accennata: il caso Moro, Gradoli, la legge Cossiga, Tardelli e Pertini, le Falkland; il delitto di Giorgiana Masi, la spesa pubblica, la corruzione, Soros, Milano capitale dell’eroina, il delitto Marta Russo. Eppure, così come le goccioline dei prodotti chimici che Giovanni e Pietro utilizzano per trattare le tavole, anche questi eventi – che paiono così lontani, che si ha cura di tenere così lontani – se non si sta attenti schizzano fuori dai pennelli e corrodono la pelle, penetrando nel profondo.

“D’altronde, cara prof, questa del terrorismo è una cosa fatta con ostinata approssimazione, molto sciattamente, da una parte e dall’altra, tanto da non lasciare nulla che valga la pena di essere considerato come esempio, se ne rende conto anche lei. Saprebbe indicarmi altrimenti una traiettoria umana a cui guardare?” (pag17)

Il sogno di Giovanni e Pietro è invero un altro: “Pietro e Giovanni avevano davanti l’estate più lunga della vita, quella di fine liceo. Le prime tavole dovevano assolutamente essere pronte entro luglio. Era un’occasione unica” (pag30)

“Non è vero che tutto quel che si fa è politico – andavano ripetendosi in quei giorni, non può essere sempre vero, come per le api e le formiche, quanto è vero che apparteniamo alla sola specie animale capace di sollevare lo sguardo alle stelle – noi facciamo le nostre tavole e voi fate pure la vostra lotta armata. Vedremo chi fa peggio” (pag38)

Però poi si sa, il destino non va quasi mai come ci saremmo aspettati; va come era inevitabile perché la Storia è quella che è e nessuno se ne può sottrarre:

“L’esser cresciuti in appartamenti dove tra librerie e televisori le proporzioni erano speculari e inverse, anche quando le madri frequentavano cittadine termali a spese della medesima cassa mutua, produce una crepa alla base, forma uno sbalzo: lo senti passando la mano, è un gradino di sospetti. Tu mi tradirai. O meglio, tu non andrai fino in fondo. La fuga sarà interrotta, per te, in un dato momento, e ognuno proseguirà per la sua strada” (pag24)

Leggere “L’invenzione del vento” significa misurarsi con una scrittura sferzante e freddissima come d’inverno l’acqua del lago. A volte occorre tornare indietro, recuperare pensieri concatenati la cui soluzione, come per i koan, è sistemata a pagine di distanza, ma non costa gran fatica perché a ogni rilettura c’è la scoperta di qualcosa che prima era sfuggito. Capitoli uno dopo l’altro in pagine dense che si fanno sempre più ermetiche, uno stream of consciousness che apre le porte a una cronologia incerta, rarefatta, deformata dalle distanze via via più esasperate. Anche le note e le onde a piè pagina si fanno più rare, quasi come a dire che il mondo se ne chiama fuori da questa vicenda sempre più intima – tanto da richiedere anche un sussulto enorme nello stile, un cambio di rotta improvviso, un giro di vento repentino e impudente, una smagliatura, una crepa come quella che spacca la tavola – che coglie nel segno.

Pavolini è bravo a creare nostalgie perché non si tratta di un rimpianto posticcio, intriso di oggetti o atmosfere da finta polaroid. Si tratta piuttosto di un suggerimento a guardarsi indietro, recuperare domande e tornare sui propri passi, quegli incroci che tanto tempo fa abbiamo sorpassato.

“Anche a voler ammettere il proprio errore, se era vero che ce n’era uno, anzi molti, avrebbe voluto che gli spiegassero almeno perché a lui non sembravano tanto gravi” (pag157)

Non c’è nulla che possa stare in pari con “Due di due” e credo che non ci sarà mai, non perché De Carlo abbia scritto di un’amicizia il racconto migliore in assoluto o perché io “Due di due” lo possa recitare quasi a memoria, pagina dopo pagina per tutte le volte che l’ho letto; è stato il momento a renderlo tale, la maniera che ha avuto quel libro di incastrarsi con gli anni in cui è ambientato, dentro l’epoca in cui è stato scritto, con l’età di coloro che l’hanno letto. “L’invenzione del vento” però miracolosamente lo segue e ne sono contenta: gli sta dietro per una serie di coincidenze che lo richiamano.

E’ una narrazione salda e non scontata di una certa parte della nostra vita, lontana dallo stereotipo della facile saudade e per questo vera e condivisibile. Non ci si immedesimerà né in Giovanni, che alla fine abbandona il sogno del windsurfer (“Ma Giovanni sapeva che non sarebbe rimasto ancora a lungo da solo su quella spiaggia. Che presto anche altri come lui avrebbero reagito alle scrivanie, ai divani e alle pareti delle proprie stanze, inimmaginabili qui e ora, en plen air. Perché era la cosa migliore da fare” – pag165), né in Pietro, che quel sogno lo realizzerà, pagandone il prezzo (“Anche a fare il coglione. Anche a credere troppo in quel che facevi. Anche ad avere fiducia nelle generazioni che ci hanno preceduto. Era chiaro che volevamo fallire” – pag172): eppure ci si impersona eccome, fosse soltanto per quella sensazione, così familiare, “l’impressione di fare da cavia per una conferenza che riguardava un altro pubblico” (pag158).

Buona lettura 🙂

“Holden & Company”, di Luca Pantarotto

“Gli editor delle riviste letterarie, suggerisce Hardwick, non sembrano più interessati alla letteratura. Le redazioni funzionano ormai un po’ come una catena di montaggio: *I libri si accumulano, e quando escono loro entrano le recensioni*, gli scrittori migliori stanno molto attenti a mantenersi sempre un po’ al di sotto del loro stesso livello, l’obiettivo principale di ogni recensione è la *leggibilità*. (…) *Tutto è in qualche modo uguale (…); la leggibilità, una piccola parola confortevole, ha preso il posto dell’antiquato requisito di uno stile bello e chiaro, che è un’altra cosa. Ogni differenza di merito, di posizione, di forma si appanna in un’assonnata approvazione. (…) In questa moda c’è una sorta di euforia democratica che può rendere un buon servizio al libro leggero, ma che difficilmente incontrerà le esigenze di un’opera seria*. (…) Da forma critica di scrittura, la recensione letteraria diventa così scrittura informe” (Luca Pantarotto, “Holden & Company” – “Elizabeth Hardwick e il declino delle recensioni letterarie” – pag51. Le parti in asterisco sono citazioni dall’articolo della Hardwick – “The Decline of Booking Reviewing”, pubblicato su Harper’s nel 1959).

Che bello l’esperimento “Glitch” di Aguaplano libri. Si tratta del recupero e della pubblicazione cartacea di contenuti editoriali originariamente prodotti per il web (post su blog, articoli scritti per riviste online, profili social ecc.), alcuni dei quali ormai off-line e quindi di difficile consultazione per l’utenza comune. Questo progetto, giunto alla seconda uscita, mi piace molto perché alla base presuppone un criterio valutativo, punto importante quando si tratta di letture on-line data l’enorme quantità di materiale presente in rete, di qualità variabile e – quel che è  peggio – di difficile vaglio per chi non ne è esperto (leggi: le sòle sono dietro l’angolo ma non è così immediato riconoscerle, specie per un occhio poco allenato – e sapete che io sto sempre da quella parte lì, dalla parte dell’occhio non allenato) .

Per quanto mi riguarda, mi piace l’idea che finalmente ci sia qualcuno super partes che si prenda la briga di operare una scrematura su quello che ci viene proposto, specie in materia di lit-blog, effettuando una selezione qualitativa. Si potrebbe obiettare che anche in questo caso i criteri di selezione sono e restano simpaticamente soggettivi. Io non ne sono così sicura perché era ora che al di là di generici “awards” (che talvolta si basano su parametri a dir poco vaghi, spesso orientati più verso sommari criteri di likeability che verso valutazioni riguardo al contenuto) o passaparola o mode del momento, qualcuno del mestiere si prendesse l’impegno e decidesse che cosa, certo a proprio consapevole giudizio, fosse meritevole di essere conservato, e in che modo.

Gi scritti di Luca Pantarotto, owner del blog “Holden & Company“, on line dal 2013 al 2015, hanno accompagnato il cammino di molti blogger. Nel mondo dei lit-blog H&C non è solo conosciuto, ma è stato – uso il passato perché il sito non è più accessibile, per volere dell’autore – un punto di riferimento imprescindibile per tutto ciò che concerne la letteratura americana moderna e contemporanea.

Di H&C Aguaplano ne riproduce una selezione, in parti significative; per esempio alcuni *Da dove comincio?* (DFW, Lansdale, Stephen King), a cui si affiancano altri articoli di più ampio respiro (Alcuni articoli su GRA, la riscoperta di Kent Haruf, un capitolo su Paul Bowles, che ho amato moltissimo – per dire).

A me è sempre piaciuto l’approccio di Luca Pantarotto. È un blogger competente e attento ai dettagli che, tuttavia, nello stesso tempo (cosa complicata da gestire, ma lui ce la fa, a mio parere) coniuga la precisione dell’analisi alla leggerezza auto-ironica di un’esposizione che rifugge la pedanteria – di cui spesso noi blogger siamo affetti. Senza per altro trascendere in un’abbassamento dei toni – che io chiamo “alla no’artri”: un’altra amabilissima deriva, epidemia endemica della nostra categoria: quella insomma da content manager “sul pezzo” che spesso trasforma il post in una serie infinita di autoreferenzialità che scivola in caciara a metà strada tra “badate, io sono dell’ambiente” e “lo scrittore, ri-badate, l’ho incontrato, è gradevolissimo”.

In H&C non troverete niente di tutto questo, potete tirare un sospiro di sollievo. Troverete competenza, struttura, argomenti sviluppati dall’inizio alla fine (i post sono/erano lunghetti? Pazienza, fatevene una ragione, mica si può sempre obbedire all’algoritmo), ma anche una buona dose di sorrisi sotto i baffi, aneddoti divertenti, cross referenze e attenzione per i temi sociopolitici imprescindibili nell’approccio di alcuni autori.
Non mancano le critiche nei riguardi di certe opere, che tuttavia non risultano inappropriate, perché si fondano su un sistema di analisi rigoroso che lascia pochissimo spazio a quei giudizi “di pancia” che confondono l’analisi testuale solidamente argomentata con la mera impressione personale (fidatevi, l’internet dei lit-blogger ne è stracolmo: scrivere che un libro è, per dire, ammorbante o necessario, o potente – no, non è una recensione critica, spiace ma è così).

Insomma a me H&C piace(va) perché mi metteva curiosità riguardo i testi proposti, che Pantarotto aveva la capacità di collegare l’uno all’altro creando percorsi di lettura sempre nuovi e spunti ricchi
di fascino. Leggendo H&C davvero ti viene voglia di leggerli, quei libri lì, e se lo hai già fatto ti viene pure voglia di di leggerli un’altra volta perché Pantarotto ti insinua il dubbio (o la certezza!) di aver dimenticato qualcosa, durante la lettura.
Alla fine forse ha fatto davvero propria la lezione del giovane Holden e ha trovato il modo di passarcela, per osmosi: “Quelli che mi lasciano proprio senza fiato sono i libri che quando li hai finiti di leggere e tutto quel che segue vorresti che l’autore fosse un tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira” (JD Salinger).

Buona lettura 🙂

“Miden”, di Veronica Raimo

Domani dovrò restituire #Miden alla biblioteca – senza se e senza ma, dato che ho già rinnovato il prestito fino al limite massimo di tempo consentito. Lo so, arrivo lunga dato che il libro è uscito ad Aprile scorso ma ormai è chiaro, i libri mi vengono incontro non quando voglio io ma quando vogliono loro (in questo caso palesandosi nell’espositore della biblioteca, proprio quello davanti all’entrata). Sicché eccomi a scriverne di fretta, in questo assolato pomeriggio, il primo giorno della nuova stagione; di corsa, prima che le pagine si separino da me e io non sia più in grado di sfogliarle. Il bello della biblioteca è anche questo: imparare a lasciare andare (a favore di altri). Liberarsi dall’attaccamento.

Mi sono accostata alla scrittura di Veronica Raimo provando un senso di levità. Mi ha affascinata questo suo modo paratattico di porsi nei riguardi della narrazione, della storia da raccontare.

“Le persone tendono a sublimare gli eventi spiacevoli della propria vita inserendoli in un disegno più ampio. Come se si dovesse sempre imparare dai propri sbagli. Spesso si convincono che tutto quanto sia stato in qualche modo funzionale. La trovo una retorica per deboli di spirito”

E’ un mondo onirico costruito di soli punti, impregnato di pause sospese e sottesi non scritti che Veronica Raimo maneggia con spavalderia, quasi incurante delle criticità in cui potrebbe incorrere: da una sintesi che si potrebbe giudicare eccessiva, anche grammaticalmente, a una (non saprei come definirla altrimenti) appropriazione indebita di parti della storia – e dei personaggi – che lei, rivendicando il proprio ruolo di autrice, si arroga il diritto di conservare come propri, personali, incondivisibili. “Questi sono i fatti – sembra dire – io ve li consegno così come voglio, fateveli bastare”. D’altra parte in questo caso la scrittura non è altro che estensione stilistica della narrazione, facendosi quindi non solo argomento ma anche sua esemplificazione pratica – tant’è che si capisce come, alla fine, lo stile non potrebbe essere nient’altro da quello utilizzato.

Di fatto Miden è la storia di un rapporto di coppia (ndr: tra due individui adulti – ma non così adulti ancora, secondo i canoni attuali di adultitudine): un compagno e una compagna non altrimenti specificati, lui insegnante di Filosofia in una Accademia d’Arte, lei – per quanto ne sappiamo – giovane inoccupata (fotografa nullafacente, flaneuse, perdigiorno, definitela come più vi aggrada) che a causa di un imprevisto dalle sfumature inquietanti si trovano a dover affrontare l’altro, ma prima ancora se stessi. Il tutto è narrato dall’interno quasi come in un diario in cui gli eventi che compongono la trama vengono per la maggior parte raccontati – o meglio interpretati – prima dall’una e poi dall’altra parte, oppure gestiti singolarmente – un evento per ciascuno – in maniera comunque complementare, nel senso che ciò che non sappiamo dall’uno veniamo a conoscerlo dall’altra, ovviamente prendendo a paradigma dei dati assolutamente soggettivi. Nessun narratore esterno, nessun punto di vista onnisciente, soltanto due individui che nel mezzo di un brusco cambio di rotta cercano la maniera di venirne a capo. Il lettore si trova così spogliato di ogni capacità attiva di comprendere la situazione, poiché costretto a fare affidamento soltanto o sull’uno (lui: il compagno, accusato di un abuso sessuale perpetrato nei confronti di una studentessa con cui aveva avuto una relazione, ai tempi consenziente riguardo certi modi di vivere la sessualità ma che ora denuncia la presunta violenza subita durante quegli incontri clandestini), o sull’altra (lei: la compagna straniera, figlia di un altro luogo e di un altro tempo, ora per giunta incinta, nuova cittadina della comunità-Miden all’interno della quale, tuttavia, fatica a integrarsi). La pensate così semplice? Sbagliato: come ovvio, la situazione si complica ulteriormente dato che il dialogo lui-lei è inframmezzato dalle pagine di alcuni “questionari” a domande fisse, compilati da diversi co-protagonisti: l’insegnante di nuoto del compagno, il parrucchiere della compagna, una collega professoressa all’Accademia, il tutor del compagno. Già, perché – particolare di non poco conto – non ci troviamo in una cittadina di provincia qualsiasi.

Lo confesso , leggendo le prime pagine mi era venuto il sospetto che l’ambientazione distopica, perché è di questo che stiamo parlando, fosse soltanto un pretesto attraverso cui macinare un po’ di pepe sopra la trama o altrimenti un mero esperimento di creative writing all’americana: della presunta catastrofe occorsa al pianeta Terra non si sa nulla, l’umanità non è stata annientata da qualche sconvolgimento climatico o alieno o virale, eppure molti – o per lo meno coloro che sono in grado di farlo – scappano. Uno dei moderni Eden a cui tanti puntano è proprio Miden, una colonia chiusa, molto simile a una socialdemocrazia scandinava di modello utopico, fondata sulla prosperità dei suoi membri. Ovviamente per farne parte occorre, ça va sans dire, possedere determinati requisiti e una volta entrati non senza fatica bisogna assoggettarsi a determinate regole e imposizioni.

Poi però ho capito che certo Miden era un pretesto, ma di tipo completamente differente da quello che mi ero immaginata.

“Vivevo in un Paese che si poteva solo lasciare. Tutti se ne andavano. Chi restava era un appestato. I giornali parlavano ogni giorno del Crollo, contavano gli emigranti come sfollati, recintavano i superstiti. Sembrava che le catastrofi naturali fossero in un periodo di stanca: niente terremoti, uragani, alluvioni. Non c’erano parassiti a scarnificare gli alberi, né arsura a crepare la terra. Si parlava solo di noi, aveva poca importanza avessimo quindici anni o quaranta. Ci chiedevano di avere fiducia. “Il peggio è passato” dicevano i politici e intanto spedivano figli e soldi dall’altra parte del mondo. La verità è che il peggio non poteva passare, perché non sarebbe mai davvero arrivato”.

Miden – lo spazio sicuro all’interno del quale ognuno ha un lavoro e se non ce l’ha l’ottimo welfare sostiene costi e spese mediche, all’interno del quale i programmi di istruzione sono i migliori in assoluto e le verdure le più brillanti e biologiche del mondo, all’interno del quale tutti i diminutivi e i vezzeggiativi sono stati aboliti per evitare che le donne “fossero apostrofate con un aggettivazione manierata e svilente” – è il pretesto attraverso cui tirare in ballo tanti argomenti scomodi su cui Veronica Raimo non si fa scrupolo: ad esempio il problema del consenso all’interno di un gruppo sociale che promuove la buona salute e la buona forma fisica, l’espressione corporea e artistica ma condanna chi crea disarmonia sotto le coperte, stonatura di cui il sesso estremo (che se consenziente non è abusante) è espressione. Gruppo sociale che tuttavia non si occupa di verificare i fatti (in questo caso la violenza in sé – quella che la ragazza dice di aver subito, assente dalle narrazioni del compagno che ha percepito la relazione come adulta e consapevole, eppure non così improbabile data la giovane età della ragazza e l’inevitabile sudditanza psicologica frutto del rapporto maestro-allievo – violenza che non è quasi nemmeno presa in considerazione) ma si impegna soltanto a giudicare, attraverso un’attenta analisi scevra da qualsiasi presa di posizione aprioristica – ecco la ragione dei “questionari” – chi sia degno di Miden e chi invece sia da ritenere “persona sgradita”. Ma non solo: l’autrice spinge anche su altri temi non meno importanti, per esempio le conseguenze della de-sessualizzazione della società. O anche su altri concetti chiave come le responsabilità individuali nella gestione di un presente che, ad oggi, pone agli “adulti di un certa età” più domande che risposte specialmente per quanto riguarda il rapporto dei non-più-giovani con il proprio passato (che se da una parte viene completamente negato, dall’altra viene recuperato in senso ricontestualizzante, ammantato da un velo di nostalgia hipster), con le proprie origini, con l’oggetto della relazione amorosa e i criteri che determinano le scelte individuali in merito, e anche (last but not least) con il tema della maternità, che ora ha perso il suo carattere di imprevedibile mistero trasformandosi, di fatto e praticamente, in una scelta (consapevole non si sa quanto) di modi e di tempi.

“I miei amici mi rispondevano con frasi appassionate sull’importanza di tagliare i ponti col passato. Questo è un altro argomento interessante. Era un continuo recidere ponti, come se tutti noi avessimo un passato particolarmente impetuoso o degno di nota”

“Molti degli amici che erano rimasti nel mio paese avevano speso i loro migliori anni a piangersi addosso, e poi a pentirsi di tutti i pianti che avevano fatto. È pur vero che i migliori anni vengono chiamati così quando bisogna pentirsi di averli sprecati, quindi forse in definitiva i migliori anni non esistono”

“L’infelicità si misurava su un’altra scala. Anzi, l’infelicità era svanita dai discorsi, c’erano solo disagio, frustrazione, immobilismo. Qualcosa si era irrimediabilmente guastato, questo si diceva. Questo si leggeva. Non avevamo nemmeno il coraggio di usarle certe parole. Senza figli da accudire, accudivano noi stessi, con la compassione rabbiosa di chi non ha mai scelto nulla. Persino l’ansia sembrava desolata, deserta, si guardava con nostalgia all’era dei crucci. Ognuno di noi aveva un ricordo a caso e ci si trastullava per giorni e giorni. Lì dentro c’era l’immagine di tutto ciò che si era smarrito”

“C’erano stati dei giorni in cui io e la mia compagna parlavamo con commozione dei nostri piatti dell’infanzia. Quel genere di nostalgia era già molto attivo prima di lasciare il nostro paese, prima che io partissi per Miden, prima che lei mi raggiungesse. Quando il Crollo aveva cominciato a corrodere le nostre vite, si erano create delle sacche di resistenza intorno a quel lontano principio comunitario: “Ti ricordi le telline pescate in mare, il sapore di nocciola del gelato?”
Poi eravamo diventati adulti, avevamo frequentato i ristoranti, avevamo cominciato le nostre dissertazioni fredde sul cibo, ci eravamo odiati, invidiati, avevamo preteso di bere meglio dei nostri genitori, avevamo arredato case carine, avevamo accumulato riviste che parlavano di noi, avevamo scritto su riviste che parlavano di noi, avevamo scremato la musica giusta, l’avevamo prodotta, avevamo impiattato tartare geometriche, avevamo piantato aneto e timo limonato, avevamo piantato anche l’erba migliore, avevamo smesso di drogarci male”

Buona lettura 🙂

Nota: l’unico punto davvero critico del testo è la decisione dell’autrice di non dar voce alla persona che davvero avremmo desiderato sentir parlare più di tutte: la studentessa autrice della denuncia e presunta vittima dell’abuso sessuale. Muta, la ragazza resta sempre nell’ombra, presa in causa sì ma sempre da altri che in fin dei conti non fanno altro che presumere. La scelta è ardita ma comprensibile e si capisce, può piacere oppure no.

“Il censimento dei radical-chic”, di Giacomo Papi

“Se quello che devi fare nella vita è filtrare le informazioni alla ricerca di ciò che confermerà quello in cui già credi, cercare di comprendere come stanno davvero le cose è solo un fastidio” (p81)

Attenzione a non farsi ingannare: sbaglia chi crede di trovare nel “Censimento” la panacea di tutti i mali contemporanei e delle proprie convinzioni la conferma – necessaria e sufficiente. La tentazione c’è, ovvio, perché altrimenti il gioco non reggerebbe: ma questa spinta non è altro che l’oggetto luccicante messo lì ad attirare la golosità del famoso volatile. La verità è che a pensare così si finirebbe dritti dritti, giù con entrambi in piedi, nella micidiale trappola costruita da Papi a suon di paradossi e sillogismi.

Per il momento lasciamo da parte la questione lunga e controversa di come il linguaggio ci possa o ci debba rappresentare. Vale forse la pena prendere le mosse da un’altra storia.

New York, 14 gennaio 1970: la moglie del compositore Leonard Bernstein decide di organizzare un ricevimento per raccogliere fondi a favore dei rivoluzionari afroamericani Black Panthers. Il cocktail si svolge a casa Bernstein, un superattico affacciato su Park Avenue, e tra i vip e i vari più o meno famosi c’è anche il giornalista Tom Wolfe. Che della serata, e soprattutto degli invitati, stende un resoconto al vetriolo, 29 pagine di acido solforico dal titolo “Radical Chic & Maumauing the Flak Catchers“, pubblicate sul New York Magazine qualche mese più tardi. Il termine Radical Chic viene da qui, ed è utile sottolinearlo dato che poi la sua storia, almeno in Italia, prende strade varie e non è sempre ben chiaro a cosa si faccia riferimento quando si ricorre a questa espressione idiomatica.

“La prima regola è che la nostalgie de la boue – lo stile romantico e rudemente vitale dei primitivi che abitano nelle case popolari, per esempio – è bella, e che la borghesia, nera o bianca che sia, è brutta. diventa così inevitabile che il Radical Chic prediliga chi ha l’aria primitiva, esotica e romantica, tipo i raccoglitori d’uva, che oltre al fatto che sono radicali e “vengono dalla Terra” sono anche latini, o le Panthers, con le loro giacche di pelle, le acconciature afro, gli occhiali da sole e le sparatorie, o i Pellerossa, che, logicamente, hanno sempre avuto un’aria primitiva, esotica e romantica. Quantomeno all’inizio, tutti e tre i gruppi avevano un’altra qualità che li avvantaggiava: stavano tutti a tremila miglia di distanza dall’East Side di Manhattan” (Tom Wolfe, “Radical Chic”, 2017 Castelvecchi, trad. di Tiziana Lo Porto).

Il tema non è di poco conto perché il gioco metatestuale di Papi comincia proprio con la presunta accondiscendenza nei confronti dell’assonanza tra l’idea di intellettuale e il concetto di snobismoovvero seminando il dubbio che la percezione del lettore – che non si possa essere un po’ intellettuali senza scivolare di necessità nel radical chic, e viceversa – non sia poi così farlocca. E così se il padre della protagonista Olivia, ammazzato a bastonate sul pianerottolo di casa per aver citato Spinoza in tv, due ore prima di morire se ne esce con un: “Volevo solo dire che, se non si sforza di ragionare, il popolo diventerà schiavo del primo tiranno”, le due amiche del defunto, incontrandosi per un “presidio di solidarietà” poche ore dopo l’evento, sbottano sommesse: “Non ci vorrai mica paragonare agli zingari? (…) E perfino gli ebrei sono meglio degli zingari…”.

Questo per dire che in questo racconto lungo (no, non me la sento di definirlo romanzo, men che meno distopico – e sì, ho i miei perché) di prigionieri innocenti Papi non ne fa – nemmeno uno. Ecco perché sentirsi al di sopra delle parti guasterebbe, anche se la tentazione c’è eccome. Perché mettersi al di sopra delle parti equivarrebbe a una diretta domanda di ammissione al club: quello degli intellettuali – ma radical chic (?) – o a quello “di chi di giorno si spacca la schiena [e] ha il diritto di rilassarsi e di non sentirsi inferiore” (p9) – ma da qui a infilarsi nella questione del popolo bue anche no, grazie. E quindi? Quindi, la soluzione ovviamente Papi la dà, ma più che una soluzione è un invito a una presa di coscienza – cosa che quando si tratta di “intellettuali che prendono una posizione” non è di poco conto.

Il “Registro Nazionale degli Intellettuali e dei Radical Chic” si rivela quindi una categorizzazione estremizzante, che tanto somiglia ai guazzabugli linguistici e normativi della nostra pubblica amministrazione.

“Ma li faranno i controlli, spero! Altrimenti pur di avere la scorta si iscriveranno anche i barboni”. “Faranno ispezioni, credo. Ci contatteranno dal ministero, per fissare un appuntamento, poi verranno a controllare i libri che abbiamo in casa, cose così…”. “Come i libri? Tutti?”. “Ma no! Non tutti. Immagino che ci saranno dei punteggi!”. “Volevo ben dire: non è che se leggi Fabio Volo ti danno la scorta, mi auguro…”. “Devi avere in casa almeno l’Anti-Edipo di Deleuze-Guattari…”. “O, in alternativa, un paio di metri di Adelphi color pastello” (p33-34)

Sicché si capisce di come quel che importa a Papi non sia tanto la parte che ciascuno prende, o da quale lato della barricata si decide di posizionarsi, quando la consapevolezza della decisione alla cui base deve stare sempre la riflessione, personale e motivata da un incontro veramente dialettico con l’altro. Si ritorna quindi al linguaggio, il vero protagonista del “Censimento” e a tutte le domande, millenarie, che il suo utilizzo impone, tra cui quella fondamentale della comunicazione della nostra esperienza interiore – che di fatto trascende la lingua – attraverso l’utilizzo dell’unico strumento che conosciamo: la lingua appunto.

La normativizzazione e la classificazione – tutto un nero o un bianco a cui ci si sta di fatto abituando (e “se non la pensi così non ci posso fare niente”, o in alternativa “ognuno è libero di pensarla come vuole”, “chi lo dice / lo dice lei”) è tipica della conoscenza razionale, come scriveva Fritjof Capra. “L’astrazione – scriveva – è una caratteristica tipica di questa conoscenza, perché per poter confrontare e classificare l’immensa varietà di forme, di strutture e di fenomeni che ci circondano, non si possono prenderne in considerazione tutti gli aspetti, ma se ne devono scegliere solo alcuni significativi. Perciò si costruisce una mappa intellettuale della realtà nella quale le cose sono ridotte ai loro contorni. (…) Il mondo naturale, d’altra parte, è un mondo di varietà e complessità infinite, un mondo multidimensionale che non contiene né linee rette né forme perfettamente regolari. (…) E’ chiaro che il nostro sistema astratto di pensiero concettuale non potrà mai descrivere o comprendere questa realtà nella sua complessità” (“Il Tao della fisica”, Adelphi 1998, p30-31)

Lo so. Questo post sgangherato non racconta il “Censimento” così come ci si potrebbe aspettare. Non parla dei protagonisti e nemmeno della trama, non racconta la vicenda né i punti salienti. La verità è che talvolta inciampo in libri che non vanno letti di per se stessi, ma che mi occorre inserire in un giro di vento più ampio. D’altra parte qui si è sempre parlato di “piccole riflessioni” e non è detto che le piccole riflessioni portino a sistemi di pensiero completi, anzi.

Ci sarebbe da parlare ancora molto del “Censimento”: ad esempio con un occhio a Milano, a quella che era – quella raccontata da Papi – e quella che è ora, con i suoi Nolo e Porta Monforte e il finger food e i riders e le lezioni di pilates. Oppure sull’autocritica che Papi vorrebbe imporre al mondo editoriale (e per me la pagina più bella e più struggente del “Censimento”, che non voglio citare – e vorrei davvero – perché NO, dovete trovarla, e leggerla, e rileggerla, da soli, senza filtri – ha come dire un’allure Niemeyer-iana che, davvero, emotivamente non posso sostenere), o sulle presunte responsabilità intellettuali – disattese, verrebbe da dire – di una certa generazione di mezzo. Ma qui, su ADC, questo poco deve bastare.

Buona lettura 🙂