“Il censimento dei radical-chic”, di Giacomo Papi

“Se quello che devi fare nella vita è filtrare le informazioni alla ricerca di ciò che confermerà quello in cui già credi, cercare di comprendere come stanno davvero le cose è solo un fastidio” (p81)

Attenzione a non farsi ingannare: sbaglia chi crede di trovare nel “Censimento” la panacea di tutti i mali contemporanei e delle proprie convinzioni la conferma – necessaria e sufficiente. La tentazione c’è, ovvio, perché altrimenti il gioco non reggerebbe: ma questa spinta non è altro che l’oggetto luccicante messo lì ad attirare la golosità del famoso volatile. La verità è che a pensare così si finirebbe dritti dritti, giù con entrambi in piedi, nella micidiale trappola costruita da Papi a suon di paradossi e sillogismi.

Per il momento lasciamo da parte la questione lunga e controversa di come il linguaggio ci possa o ci debba rappresentare. Vale forse la pena prendere le mosse da un’altra storia.

New York, 14 gennaio 1970: la moglie del compositore Leonard Bernstein decide di organizzare un ricevimento per raccogliere fondi a favore dei rivoluzionari afroamericani Black Panthers. Il cocktail si svolge a casa Bernstein, un superattico affacciato su Park Avenue, e tra i vip e i vari più o meno famosi c’è anche il giornalista Tom Wolfe. Che della serata, e soprattutto degli invitati, stende un resoconto al vetriolo, 29 pagine di acido solforico dal titolo “Radical Chic & Maumauing the Flak Catchers“, pubblicate sul New York Magazine qualche mese più tardi. Il termine Radical Chic viene da qui, ed è utile sottolinearlo dato che poi la sua storia, almeno in Italia, prende strade varie e non è sempre ben chiaro a cosa si faccia riferimento quando si ricorre a questa espressione idiomatica.

“La prima regola è che la nostalgie de la boue – lo stile romantico e rudemente vitale dei primitivi che abitano nelle case popolari, per esempio – è bella, e che la borghesia, nera o bianca che sia, è brutta. diventa così inevitabile che il Radical Chic prediliga chi ha l’aria primitiva, esotica e romantica, tipo i raccoglitori d’uva, che oltre al fatto che sono radicali e “vengono dalla Terra” sono anche latini, o le Panthers, con le loro giacche di pelle, le acconciature afro, gli occhiali da sole e le sparatorie, o i Pellerossa, che, logicamente, hanno sempre avuto un’aria primitiva, esotica e romantica. Quantomeno all’inizio, tutti e tre i gruppi avevano un’altra qualità che li avvantaggiava: stavano tutti a tremila miglia di distanza dall’East Side di Manhattan” (Tom Wolfe, “Radical Chic”, 2017 Castelvecchi, trad. di Tiziana Lo Porto).

Il tema non è di poco conto perché il gioco metatestuale di Papi comincia proprio con la presunta accondiscendenza nei confronti dell’assonanza tra l’idea di intellettuale e il concetto di snobismoovvero seminando il dubbio che la percezione del lettore – che non si possa essere un po’ intellettuali senza scivolare di necessità nel radical chic, e viceversa – non sia poi così farlocca. E così se il padre della protagonista Olivia, ammazzato a bastonate sul pianerottolo di casa per aver citato Spinoza in tv, due ore prima di morire se ne esce con un: “Volevo solo dire che, se non si sforza di ragionare, il popolo diventerà schiavo del primo tiranno”, le due amiche del defunto, incontrandosi per un “presidio di solidarietà” poche ore dopo l’evento, sbottano sommesse: “Non ci vorrai mica paragonare agli zingari? (…) E perfino gli ebrei sono meglio degli zingari…”.

Questo per dire che in questo racconto lungo (no, non me la sento di definirlo romanzo, men che meno distopico – e sì, ho i miei perché) di prigionieri innocenti Papi non ne fa – nemmeno uno. Ecco perché sentirsi al di sopra delle parti guasterebbe, anche se la tentazione c’è eccome. Perché mettersi al di sopra delle parti equivarrebbe a una diretta domanda di ammissione al club: quello degli intellettuali – ma radical chic (?) – o a quello “di chi di giorno si spacca la schiena [e] ha il diritto di rilassarsi e di non sentirsi inferiore” (p9) – ma da qui a infilarsi nella questione del popolo bue anche no, grazie. E quindi? Quindi, la soluzione ovviamente Papi la dà, ma più che una soluzione è un invito a una presa di coscienza – cosa che quando si tratta di “intellettuali che prendono una posizione” non è di poco conto.

Il “Registro Nazionale degli Intellettuali e dei Radical Chic” si rivela quindi una categorizzazione estremizzante, che tanto somiglia ai guazzabugli linguistici e normativi della nostra pubblica amministrazione.

“Ma li faranno i controlli, spero! Altrimenti pur di avere la scorta si iscriveranno anche i barboni”. “Faranno ispezioni, credo. Ci contatteranno dal ministero, per fissare un appuntamento, poi verranno a controllare i libri che abbiamo in casa, cose così…”. “Come i libri? Tutti?”. “Ma no! Non tutti. Immagino che ci saranno dei punteggi!”. “Volevo ben dire: non è che se leggi Fabio Volo ti danno la scorta, mi auguro…”. “Devi avere in casa almeno l’Anti-Edipo di Deleuze-Guattari…”. “O, in alternativa, un paio di metri di Adelphi color pastello” (p33-34)

Sicché si capisce di come quel che importa a Papi non sia tanto la parte che ciascuno prende, o da quale lato della barricata si decide di posizionarsi, quando la consapevolezza della decisione alla cui base deve stare sempre la riflessione, personale e motivata da un incontro veramente dialettico con l’altro. Si ritorna quindi al linguaggio, il vero protagonista del “Censimento” e a tutte le domande, millenarie, che il suo utilizzo impone, tra cui quella fondamentale della comunicazione della nostra esperienza interiore – che di fatto trascende la lingua – attraverso l’utilizzo dell’unico strumento che conosciamo: la lingua appunto.

La normativizzazione e la classificazione – tutto un nero o un bianco a cui ci si sta di fatto abituando (e “se non la pensi così non ci posso fare niente”, o in alternativa “ognuno è libero di pensarla come vuole”, “chi lo dice / lo dice lei”) è tipica della conoscenza razionale, come scriveva Fritjof Capra. “L’astrazione – scriveva – è una caratteristica tipica di questa conoscenza, perché per poter confrontare e classificare l’immensa varietà di forme, di strutture e di fenomeni che ci circondano, non si possono prenderne in considerazione tutti gli aspetti, ma se ne devono scegliere solo alcuni significativi. Perciò si costruisce una mappa intellettuale della realtà nella quale le cose sono ridotte ai loro contorni. (…) Il mondo naturale, d’altra parte, è un mondo di varietà e complessità infinite, un mondo multidimensionale che non contiene né linee rette né forme perfettamente regolari. (…) E’ chiaro che il nostro sistema astratto di pensiero concettuale non potrà mai descrivere o comprendere questa realtà nella sua complessità” (“Il Tao della fisica”, Adelphi 1998, p30-31)

Lo so. Questo post sgangherato non racconta il “Censimento” così come ci si potrebbe aspettare. Non parla dei protagonisti e nemmeno della trama, non racconta la vicenda né i punti salienti. La verità è che talvolta inciampo in libri che non vanno letti di per se stessi, ma che mi occorre inserire in un giro di vento più ampio. D’altra parte qui si è sempre parlato di “piccole riflessioni” e non è detto che le piccole riflessioni portino a sistemi di pensiero completi, anzi.

Ci sarebbe da parlare ancora molto del “Censimento”: ad esempio con un occhio a Milano, a quella che era – quella raccontata da Papi – e quella che è ora, con i suoi Nolo e Porta Monforte e il finger food e i riders e le lezioni di pilates. Oppure sull’autocritica che Papi vorrebbe imporre al mondo editoriale (e per me la pagina più bella e più struggente del “Censimento”, che non voglio citare – e vorrei davvero – perché NO, dovete trovarla, e leggerla, e rileggerla, da soli, senza filtri – ha come dire un’allure Niemeyer-iana che, davvero, emotivamente non posso sostenere), o sulle presunte responsabilità intellettuali – disattese, verrebbe da dire – di una certa generazione di mezzo. Ma qui, su ADC, questo poco deve bastare.

Buona lettura 🙂

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