“Miden”, di Veronica Raimo

Domani dovrò restituire #Miden alla biblioteca – senza se e senza ma, dato che ho già rinnovato il prestito fino al limite massimo di tempo consentito. Lo so, arrivo lunga dato che il libro è uscito ad Aprile scorso ma ormai è chiaro, i libri mi vengono incontro non quando voglio io ma quando vogliono loro (in questo caso palesandosi nell’espositore della biblioteca, proprio quello davanti all’entrata). Sicché eccomi a scriverne di fretta, in questo assolato pomeriggio, il primo giorno della nuova stagione; di corsa, prima che le pagine si separino da me e io non sia più in grado di sfogliarle. Il bello della biblioteca è anche questo: imparare a lasciare andare (a favore di altri). Liberarsi dall’attaccamento.

Mi sono accostata alla scrittura di Veronica Raimo provando un senso di levità. Mi ha affascinata questo suo modo paratattico di porsi nei riguardi della narrazione, della storia da raccontare.

“Le persone tendono a sublimare gli eventi spiacevoli della propria vita inserendoli in un disegno più ampio. Come se si dovesse sempre imparare dai propri sbagli. Spesso si convincono che tutto quanto sia stato in qualche modo funzionale. La trovo una retorica per deboli di spirito”

E’ un mondo onirico costruito di soli punti, impregnato di pause sospese e sottesi non scritti che Veronica Raimo maneggia con spavalderia, quasi incurante delle criticità in cui potrebbe incorrere: da una sintesi che si potrebbe giudicare eccessiva, anche grammaticalmente, a una (non saprei come definirla altrimenti) appropriazione indebita di parti della storia – e dei personaggi – che lei, rivendicando il proprio ruolo di autrice, si arroga il diritto di conservare come propri, personali, incondivisibili. “Questi sono i fatti – sembra dire – io ve li consegno così come voglio, fateveli bastare”. D’altra parte in questo caso la scrittura non è altro che estensione stilistica della narrazione, facendosi quindi non solo argomento ma anche sua esemplificazione pratica – tant’è che si capisce come, alla fine, lo stile non potrebbe essere nient’altro da quello utilizzato.

Di fatto Miden è la storia di un rapporto di coppia (ndr: tra due individui adulti – ma non così adulti ancora, secondo i canoni attuali di adultitudine): un compagno e una compagna non altrimenti specificati, lui insegnante di Filosofia in una Accademia d’Arte, lei – per quanto ne sappiamo – giovane inoccupata (fotografa nullafacente, flaneuse, perdigiorno, definitela come più vi aggrada) che a causa di un imprevisto dalle sfumature inquietanti si trovano a dover affrontare l’altro, ma prima ancora se stessi. Il tutto è narrato dall’interno quasi come in un diario in cui gli eventi che compongono la trama vengono per la maggior parte raccontati – o meglio interpretati – prima dall’una e poi dall’altra parte, oppure gestiti singolarmente – un evento per ciascuno – in maniera comunque complementare, nel senso che ciò che non sappiamo dall’uno veniamo a conoscerlo dall’altra, ovviamente prendendo a paradigma dei dati assolutamente soggettivi. Nessun narratore esterno, nessun punto di vista onnisciente, soltanto due individui che nel mezzo di un brusco cambio di rotta cercano la maniera di venirne a capo. Il lettore si trova così spogliato di ogni capacità attiva di comprendere la situazione, poiché costretto a fare affidamento soltanto o sull’uno (lui: il compagno, accusato di un abuso sessuale perpetrato nei confronti di una studentessa con cui aveva avuto una relazione, ai tempi consenziente riguardo certi modi di vivere la sessualità ma che ora denuncia la presunta violenza subita durante quegli incontri clandestini), o sull’altra (lei: la compagna straniera, figlia di un altro luogo e di un altro tempo, ora per giunta incinta, nuova cittadina della comunità-Miden all’interno della quale, tuttavia, fatica a integrarsi). La pensate così semplice? Sbagliato: come ovvio, la situazione si complica ulteriormente dato che il dialogo lui-lei è inframmezzato dalle pagine di alcuni “questionari” a domande fisse, compilati da diversi co-protagonisti: l’insegnante di nuoto del compagno, il parrucchiere della compagna, una collega professoressa all’Accademia, il tutor del compagno. Già, perché – particolare di non poco conto – non ci troviamo in una cittadina di provincia qualsiasi.

Lo confesso , leggendo le prime pagine mi era venuto il sospetto che l’ambientazione distopica, perché è di questo che stiamo parlando, fosse soltanto un pretesto attraverso cui macinare un po’ di pepe sopra la trama o altrimenti un mero esperimento di creative writing all’americana: della presunta catastrofe occorsa al pianeta Terra non si sa nulla, l’umanità non è stata annientata da qualche sconvolgimento climatico o alieno o virale, eppure molti – o per lo meno coloro che sono in grado di farlo – scappano. Uno dei moderni Eden a cui tanti puntano è proprio Miden, una colonia chiusa, molto simile a una socialdemocrazia scandinava di modello utopico, fondata sulla prosperità dei suoi membri. Ovviamente per farne parte occorre, ça va sans dire, possedere determinati requisiti e una volta entrati non senza fatica bisogna assoggettarsi a determinate regole e imposizioni.

Poi però ho capito che certo Miden era un pretesto, ma di tipo completamente differente da quello che mi ero immaginata.

“Vivevo in un Paese che si poteva solo lasciare. Tutti se ne andavano. Chi restava era un appestato. I giornali parlavano ogni giorno del Crollo, contavano gli emigranti come sfollati, recintavano i superstiti. Sembrava che le catastrofi naturali fossero in un periodo di stanca: niente terremoti, uragani, alluvioni. Non c’erano parassiti a scarnificare gli alberi, né arsura a crepare la terra. Si parlava solo di noi, aveva poca importanza avessimo quindici anni o quaranta. Ci chiedevano di avere fiducia. “Il peggio è passato” dicevano i politici e intanto spedivano figli e soldi dall’altra parte del mondo. La verità è che il peggio non poteva passare, perché non sarebbe mai davvero arrivato”.

Miden – lo spazio sicuro all’interno del quale ognuno ha un lavoro e se non ce l’ha l’ottimo welfare sostiene costi e spese mediche, all’interno del quale i programmi di istruzione sono i migliori in assoluto e le verdure le più brillanti e biologiche del mondo, all’interno del quale tutti i diminutivi e i vezzeggiativi sono stati aboliti per evitare che le donne “fossero apostrofate con un aggettivazione manierata e svilente” – è il pretesto attraverso cui tirare in ballo tanti argomenti scomodi su cui Veronica Raimo non si fa scrupolo: ad esempio il problema del consenso all’interno di un gruppo sociale che promuove la buona salute e la buona forma fisica, l’espressione corporea e artistica ma condanna chi crea disarmonia sotto le coperte, stonatura di cui il sesso estremo (che se consenziente non è abusante) è espressione. Gruppo sociale che tuttavia non si occupa di verificare i fatti (in questo caso la violenza in sé – quella che la ragazza dice di aver subito, assente dalle narrazioni del compagno che ha percepito la relazione come adulta e consapevole, eppure non così improbabile data la giovane età della ragazza e l’inevitabile sudditanza psicologica frutto del rapporto maestro-allievo – violenza che non è quasi nemmeno presa in considerazione) ma si impegna soltanto a giudicare, attraverso un’attenta analisi scevra da qualsiasi presa di posizione aprioristica – ecco la ragione dei “questionari” – chi sia degno di Miden e chi invece sia da ritenere “persona sgradita”. Ma non solo: l’autrice spinge anche su altri temi non meno importanti, per esempio le conseguenze della de-sessualizzazione della società. O anche su altri concetti chiave come le responsabilità individuali nella gestione di un presente che, ad oggi, pone agli “adulti di un certa età” più domande che risposte specialmente per quanto riguarda il rapporto dei non-più-giovani con il proprio passato (che se da una parte viene completamente negato, dall’altra viene recuperato in senso ricontestualizzante, ammantato da un velo di nostalgia hipster), con le proprie origini, con l’oggetto della relazione amorosa e i criteri che determinano le scelte individuali in merito, e anche (last but not least) con il tema della maternità, che ora ha perso il suo carattere di imprevedibile mistero trasformandosi, di fatto e praticamente, in una scelta (consapevole non si sa quanto) di modi e di tempi.

“I miei amici mi rispondevano con frasi appassionate sull’importanza di tagliare i ponti col passato. Questo è un altro argomento interessante. Era un continuo recidere ponti, come se tutti noi avessimo un passato particolarmente impetuoso o degno di nota”

“Molti degli amici che erano rimasti nel mio paese avevano speso i loro migliori anni a piangersi addosso, e poi a pentirsi di tutti i pianti che avevano fatto. È pur vero che i migliori anni vengono chiamati così quando bisogna pentirsi di averli sprecati, quindi forse in definitiva i migliori anni non esistono”

“L’infelicità si misurava su un’altra scala. Anzi, l’infelicità era svanita dai discorsi, c’erano solo disagio, frustrazione, immobilismo. Qualcosa si era irrimediabilmente guastato, questo si diceva. Questo si leggeva. Non avevamo nemmeno il coraggio di usarle certe parole. Senza figli da accudire, accudivano noi stessi, con la compassione rabbiosa di chi non ha mai scelto nulla. Persino l’ansia sembrava desolata, deserta, si guardava con nostalgia all’era dei crucci. Ognuno di noi aveva un ricordo a caso e ci si trastullava per giorni e giorni. Lì dentro c’era l’immagine di tutto ciò che si era smarrito”

“C’erano stati dei giorni in cui io e la mia compagna parlavamo con commozione dei nostri piatti dell’infanzia. Quel genere di nostalgia era già molto attivo prima di lasciare il nostro paese, prima che io partissi per Miden, prima che lei mi raggiungesse. Quando il Crollo aveva cominciato a corrodere le nostre vite, si erano create delle sacche di resistenza intorno a quel lontano principio comunitario: “Ti ricordi le telline pescate in mare, il sapore di nocciola del gelato?”
Poi eravamo diventati adulti, avevamo frequentato i ristoranti, avevamo cominciato le nostre dissertazioni fredde sul cibo, ci eravamo odiati, invidiati, avevamo preteso di bere meglio dei nostri genitori, avevamo arredato case carine, avevamo accumulato riviste che parlavano di noi, avevamo scritto su riviste che parlavano di noi, avevamo scremato la musica giusta, l’avevamo prodotta, avevamo impiattato tartare geometriche, avevamo piantato aneto e timo limonato, avevamo piantato anche l’erba migliore, avevamo smesso di drogarci male”

Buona lettura 🙂

Nota: l’unico punto davvero critico del testo è la decisione dell’autrice di non dar voce alla persona che davvero avremmo desiderato sentir parlare più di tutte: la studentessa autrice della denuncia e presunta vittima dell’abuso sessuale. Muta, la ragazza resta sempre nell’ombra, presa in causa sì ma sempre da altri che in fin dei conti non fanno altro che presumere. La scelta è ardita ma comprensibile e si capisce, può piacere oppure no.

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