“Molto mossi gli altri mari”, di Francesco Longo

Continuo a twittare di mare anche se la stagione del mare è finita. TUitto dipinti delle spiagge di Biarritz, tuitto le foto che ogni mattina mi arrivano dal Northumberland e da Whitstable. Tuitto di un pittore che dipinge solo onde. Sono ancorata all’indietro, di nuovo disallineata; dovrei proiettarmi verso settembre, come fanno le altre bookblogger: foglie gialle, tazze fumanti, progetti futuri, sfumature di arancioni. E invece no, sto qui a cantarmela sul mare, sul precario che ne deriva, gli ombrelloni un po’ su e un po’ giù, il meteo instabile, l’umido della sabbia che ti prende i piedi.

“Case basse con tetti piatti e vetrate rotte, gabbiotti di proprietà delle ville chiusi sul ciglio del mare, rimesse utilizzate come depositi di canoe e lettini. Due scale a pioli di ferro inchiodate alla roccia cadevano in picchiata. Case con finestre larghe aggredite dal sole. Case abitate per brevi periodi, dove dovevano essersi svolte feste, salotti in cui la vita non aveva attecchito, perché nessuna esistenza resisteva così esposta, nessun corpo e nessuna mente potevano sostenere tutta quella bellezza ruggente, la perfezione della luce totale che da milioni di chilometri arrivava a schiacciare le ville e martellarle dentro al promontorio, il sole famelico e opprimente che baciava tutto con una bocca troppo grande per baciare senza inghiottire” (Kindle, pos993)

Del mare fuori stagione tanti ne hanno parlato. C’è stato il Giampaolo Simi di “Cosa resta di noi” – dire ‘Edo, il marito di Guia, il bagnino‘, è già tutto lì, il significato del dramma -, e poi Giorgio Falco (insieme alle foto di Sabrina Ragucci) che in “Condominio oltremare” ha costruito un modo nuovo di raccontarlo, il mare fuori stagione, a metà strada tra parola e immagini. C’è stata, proprio poco tempo fa (e mi stupisco sempre, dei miei percorsi di lettura, che vanno da soli, si generano da qualche parte dentro di me in maniera indipendente, non posso controllarli), “L’invenzione del vento” di Lorenzo Pavolini, con la storia di Giovanni e Pietro – che scava ancora più lontano e tira fuori dalla sabbia domande vecchie e scomode a cui nessuno ha ancora risposto. C’è stato “Lux”, di Eleonora Marangoni, il romanzo delle tazzine rotte e dei cappelli ammuffiti, dei pavimenti scheggiati, “Laggiù dove il sole non illuminava le cose, le abitava dall’interno, e pareva di trovarsi in un’altra età del mondo, in cui era il cielo a governare il creato”.

Ora c’è Francesco Longo. Che ci racconta di Silvia, Valentina (“Si è certi che sarà bella per sempre”), Margherita, Guido, Il Cicogna, Micol – e Michele. Mi vien più facile partire da quello che non è, “Molto mossi gli altri mari” (e già qui, l’eco di un disturbo televisivo che non tutti riescono a captare, coi loro radar lontani di app telefoniche, a far da discriminante – chi queste pagine le può leggere senza filtri). Non è un romanzo sulla nostalgia, no per carità. E’ un romanzo che parla del tempo sprecato, di quello non goduto o goduto troppo, dei momenti che vorremmo eterni e che invece è bene che non ritornino più e di quelli che invece, da sciocchi, abbiamo sottovalutato.

“Da quassù la Baia è un paradiso addormentato, svela di essere stata pensata per farci assaporare la felicità terrena” (Kindle, pos2094)

Una felicità che ci viene consegnata per quella che è: unilaterale, individuale, che si gode in solitudine nell’illusione che invece sia condivisa, oppure viceversa così promiscua da perdere tutte le definizioni nell’attimo stesso in cui viene consumata.

“Molto mossi gli altri mari” non è un romanzo sul surf ma è un romanzo sull’acqua salata e sull’eredità che ci lascia addosso e dentro alle orecchie: il padre di Michele, che di mestiere faceva il pescatore (“Le rotte del mare non si vedono, ma sono antichissime, si percorrono sempre le stesse da secoli, diventano vere e proprie opere collettive”), il mostro alato, preistorico, che giace nelle profondità del lago di Acqua Madre, invisibile a tutti – sempre con lo scarto degli opposti: da una parte la luce azzurrissima del sole di luglio che si riflette sullo specchio piatto, dall’altra la tempesta perfetta nel buio di una mattina che sa di apocalisse.

Non è un racconto di vita ma è l’analisi di un sé su cui regna incontrastato il dio degli autosabotaggi, quegli scarti del pensiero che spingono alla non-azione e ai falsi ricordi, alle loro conseguenze.

Io Michele lo avrei anche amato. Penso che di lui mi sarei innamorata perdutamente, forse l’ho anche fatto. E’ entrato di diritto nel mio personale elenco di personaggi perfetti – quelli che riescono a raccontare, di loro, tutto quel che serve, senza sbavature, senza ritocchi, senza velleità. Michele, quanto ti avrei strozzato, con le mie mani, davvero. Quante volte la scorsa notte ho gridato fermati, guardati indietro, aspetta, non aspettare, sbrigati, taci, parla. E tu, a fare sempre esattamente il contrario di quello che ci si aspettava da te. Il perché non l’ho ancora capito. Penso che ci sia di mezzo la stima di sé, quel considerarsi sempre un passo indietro. Ma che passo indietro poi, Michele – tu, con la tua intelligenza acutissima, i sensi sempre all’erta, il sellino della bicicletta appiccicato al sedere; tuo padre, l’uomo buono con cui hai dovuto fare i conti – “Con giudizio, Michele. Mi fido”; tuo nonno, per dio Michele, tuo nonno, che dal pozzo di petrolio di Karachaganak portava a casa astucci di pietre preziose, elefanti d’argento, “statuette di legno, stoffe dall’odore forte che avrebbero riempito armadi e soppalchi, pelli di cammello nauseanti, che mia nonna lasciava per settimane appese a un filo in giardino”, aromi di cardamomo e zenzero (“capaci di stordire”); tua madre, la pianista con in testa la musica. Eppure Michele, quel che sentivi era ben altro.

“Sentii che una distanza incolmabile mi separava dagli Argentina e a ogni successivo riferimento a rabbini e dolci della tradizione, ebbi sempre più la certezza che per loro sarei rimasto un estraneo per sempre. Forse un giorno mi sarei potuto trasferire a Roma, o a New York, avrei potuto annacquare le mie origini geografiche, travestirmi da perfetto cittadino, pensare come loro, ma di certo non avrei mai potuto indossare vecchi maglioni ereditati dai nonni ebrei né recitare il kaddish” (Kindle, pos1072)

“(…) l’orologio al polso, con il quadrante antico e un cinturino di cuoio rossastro, doveva essere stato ereditato da un nonno, segno che veniva da una famiglia in cui le generazioni si tramandavano fazzoletti di stoffa, sterline d’oro, consuetudini, e probabilmente si chiamava Andrea Venezia come il nonno o il bisnonno” (Kindle, pos1147)

“Molto mossi gli altri mari” non è un romanzo su Micol; né su questa Micol né sull’altra, di cui questa Micol è un’ombra, una suggestione letteraria che sta dietro le spalle, priva di invadenza. Piuttosto sono le radici, il senso della propria Storia, quel considerarla troppo – o troppo poco, a premere sulla nuca. E’ una storia d’amore, questo sì, di quelle che portano con sé l’equivoco dei non detti, delle azioni asincrone, della dissipazione dell’attimo. E’ il momento preciso in cui ci rendiamo conto che quello che noi consideriamo tutto, per qualcun altro è solo una briciola di un tutto più vasto: quell’attimo in cui noi ci fermiamo e cristallizziamo, quell’attimo che per altri diventa solo un ricordo tra tanti – per poi scoprire che alla fine, così insignificante non era – o che lo era stato, troppo.

“L’ambiguità dei sentimenti ci legava come un filo di corrente elettrica scoperto capace di fulminare chiunque fosse passato in mezzo a noi” (Kindle, pos1047)

Buona lettura (e un consiglio: leggetelo come ho fatto io, dalla mezzanotte alle tre, tutto di fila dall’inizio alla fine. Non credo ci sia altro modo).

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