“Nuoto libero”, di Julie Otsuka (trad. Silvia Pareschi)

“Ti promettiamo di accoglierti cordialmente, ma con rispetto, e senza troppe storie. «Che piacere rivederti» diremo, oppure: «Da quanto tempo». Ma tieni presente che la seconda volta che ci lascerai non potrai più tornare.”

Nuoto libero” è straziante perché parla del nostro diventar vecchi. Parla di me e di mia madre – quel suo discontinuo svagarsi che non si capisce mai bene da cosa derivi, se sia una distrazione contingente (sono in piedi da stamattina alle cinque) oppure il prodromo della scossa tellurica (come si chiamava la cassiera del supermercato dove andavamo quando eri piccola?), stiracchi del mostro marino che abbiamo inopinatamente svegliato. E parla anche di mio padre, col suo ciabattare lento per casa, alla ricerca di cose perdute (chissà dove tua madre ha nascosto le mie maglie di lana) – le luci spente nel tardo pomeriggio, il riflesso blu del televisore sul programma di attualità.

Questo è il sistema, geniale nella sua infida semplicità – perché frutto di un lavorio costante di cesellatura terminologica e incisione di toni – che utilizza Julie Otsuka per presentarci Alice (tecnica di laboratorio in pensione sull’orlo della demenza), un’anziana signora nippoamericana che da anni frequenta quotidianamente la piscina urbana sotterranea di una città caotica e complicata, ovunque e in nessun luogo, indefinita perfino nel tempo, rispetto alla quale il centro sportivo è isola di quel conforto e di quel sollievo che solo l’abitudine può regalare. L’avvicinamento ad Alice è graduale, come le bracciate che questa dignitosa vecchietta spalma – una dopo l’altra, come metodo e attenzione – lungo la corsia riservata al nuoto circolare.

“Lassù ci sono incendi, emergenze smog, siccità catastrofiche, stampanti inceppate, scioperi degli insegnanti, insurrezioni, rivoluzioni, giornate torride che sembrano non finire mai (Enorme «bolla di calore» stabilmente insediata sopra l’intera costa occidentale), ma quaggiù, in piscina, c’è sempre una gradevole temperatura di ventisette gradi. L’umidità è del sessantacinque per cento. La visibilità è ottima. Le corsie sono ordinate e tranquille. L’orario, anche se limitato, è adeguato alle nostre necessità.”

Il mondo di Alice, in verità, ha cominciato a sgretolarsi già da un po’. Si tratta di vaghi segnali che un poco si perdono nel rumore di fondo della quotidianità (marito) o della lontananza (figlia), un poco si ignorano nella convinzione di una transitorietà contingente. Come la crepa nelle piastrelle della vasca, che all’improvviso si rende palese (come abbiamo fatto a non accorgercene prima) e porta con sé la destabilizzazione di un rituale consolidato, così le fragilità di Alice erodono le consuetudini giornaliere, creando inciampi e sobbalzi dove prima la bracciata era solida e naturale.

“Siamo rincuorati, tuttavia, dai risultati dello studio più recente, secondo cui le crepe come la nostra – esitanti, incerte, a malapena visibili a occhio nudo, in definitiva timide – tendono a essere di natura indolente piuttosto che aggressiva, e si espandono a passo di lumaca. «Queste crepe possono restarsene lì senza far niente per anni» dice l’ingegnere capo Henry Mulvaney dell’impresa di ingegneria geotecnica Mulvaney & Fried, approvata dal consiglio di amministrazione. Mentre una «vera» crepa, se lasciata incustodita anche solo per poche ore, può facilmente dilagare e invadere l’intera piscina nel giro di una notte. «Lo vediamo molto spesso». La sua valutazione definitiva: la nostra crepa è più una pre-crepa che una crepa vera e propria. «Non c’è niente da temere» ci viene detto. Ma la professoressa Anastasia Heerdt, investigatrice indipendente ed esperta di analisi dei guasti, ci avverte di non prendere troppo sul serio la valutazione «ottimistica» dell’ingegner Henry Mulvaney. «Vi ha detto quello che volevate sentirvi dire» sostiene.

Il romanzo, composto da cinque sezioni tragiche, si apre con “La piscina sotterranea“, parte corale attraverso cui le voci dei nuotatori si sovrappongono l’una all’altra, nel racconto di un costume abitudinario. Il trait d’union che lega l’uscita del coro e l’entrata in scena della protagonista è rappresentato dal secondo capitolo, “La crepa“, narrazione – ancora collettiva – che assumendo i toni di un’ironica, caustica cupezza determina il focus sul personaggio principale o meglio sull’araldo che si farà carico di recuperarne la voce. “Diem perdidi” è infatti il racconto della vita di Alice e del suo decadimento psichico da parte della figlia, per mezzo di un monologo (ogni paragrafo comincia con “Ricorda”, in terza singolare) in cui la donna ripercorre i momenti fondamentali della vita di sua madre: gli anni in Giappone, un grande amore, il matrimonio, il trasferimento negli Stati Uniti e poi ancora la nascita dei figli, il lavoro come domestica, la terza età, la demenza senile; sino al giorno in cui Alice, dichiarata non più autosufficiente, viene trasferita in una casa di cura.

“Fra gli oggetti della sua vita precedente che al Bellavista non le serviranno più ci sono: la sua tessera scaduta del Ralphs (non tornerà tanto presto a fare la spesa), il suo enorme ombrello rinforzato con le nuvole bianche sul lato inferiore (né troverà più un «tempaccio»), la sua fede nuziale (la perderebbe sicuramente nel giro di pochi giorni), la sua giacca di nylon imbottita (solo abbigliamento da casa, per favore: la temperatura diurna del Bellavista è di ventidue gradi costanti tutto l’anno), la sua preziosa collezione di inutili pezzi di spago (no comment) e la sua agenda settimanale (d’ora in poi ogni sua giornata verrà pianficata in anticipo). Non sono graditi neppure gli animali di peluche (non siamo una scuola materna), così come qualunque opera d’arte che potrebbe aver realizzato negli ultimi cinque anni. Niente fotografie sui davanzali (i davanzali devono restare sgombri). Niente mini frigoriferi. Niente mobili «di fuori». Niente crocifissi sopra il letto, per favore (siamo un’istituzione priva di immagini sacre con una rigorosa politica «anti-puntine»).

Con “Bellavista” si torna nuovamente alla dimensione corale, affidata questa volta alla direzione generale e al personale della clinica che in un vortice di registri diversi, dal finto accorato al jingle televisivo, dallo stile affabile e coinvolgente della brochure al grossolano rimbotto di un’infermiera in turno di notte, raccontano la permanenza di Alice all’interno della struttura, fino al decadimento completo, rappresentato dall’afasia. Nell’atto finaleEuroneuro” si torna alla figlia, che questa volta racconta il proprio punto di vista in una sorta di riflessione personale che spazia dall’esame di coscienza al rapporto con il padre, in un arco temporale a tre dimensioni: quella del prima, del durante e del dopo, in una sorta di epilogo post-mortem.

“Nuoto libero” di argomenti ne tocca parecchi, con un sistema di citazione che nella maggior parte dei casi scivola nella suggestione, nell’accenno di un ricordo confuso. Come fosse un filo quotidiano di pensieri, bolle d’acqua che nascono per il caso derivato dall’associazione di idee, da un incontro casuale, dalla quotidianità di un rito casalingo. La Storia va a infilarsi per carsismo un po’ dovunque – il grande amore scomparso, il trasferimento negli Stati Uniti, la vita grama della domestica – fra l’eredità culturale che un po’ scompare e un po’ viene consapevolmente rinnegata e le nuove forme sociali, così difficili da interpretare.

Continuo a imbattermi in questi meccanismi di erosione: è un fenomeno molto curioso, poiché di libri che raccontano il crollo della casa una volta svanito il proprietario, recentemente ne ho letti altri tre – uno prima e gli altri due dopo (saranno l’oggetto dei prossimi post su ADC)- senza conoscerne l’argomento a priori. Chissà dove queste parole hanno intenzione di portarmi.

“Tornare a casa”, di Mark Boyle (trad. Carlo Branchini)

“Ero anch’io un ambientalista una volta, ai tempi in cui si trattava di difendere luoghi vergini e mondo naturale dall’incontenibile ambizione degli esseri umani, piuttosto che dal carbonio e da quella cosa oscura chiamata ‘sostenibilità’. Negli anni mi sembrava che gli ambientalisti si stessero sempre più preoccupando di addomesticare certi luoghi selvaggi, come deserti, oceani e montagne, per imbrigliare energia verde con cui rifornire il nostro stile di vita, in particolare di quello di una piccola percentuale degli abitanti del pianeta.”

Oh Mark, che pasticcio. E sì che eri partito così bene, con questa storia del ripensare al mondo in cui viviamo e farti giusto due domande su quell’assurdo controsenso dello sviluppo sostenibile.

[Un passo indietro.] Mark Boyle (Ballyshannon, IE, 1979) è un attivista, columnist e scrittore molto conosciuto in Irlanda e nel Regno Unito – malgrado abbia più volte dichiarato di non aver mai voluto intraprendere consapevolmente la carriera di divulgatore. . Già durante gli studi superiori comincia a interessarsi agli esiti, in specie locali, della globalizzazione e dell’ipertecnologia. Dopo aver conseguito la laurea in economia, ottenuta con successo seppur fra inciampi e occupazioni precarie, inizia a viaggiare e a lavorare nell’industria, anche per il comparto dell’alimentare biologico, maturando consapevolezza nei riguardi dei temi ambientali e dello sfruttamento delle risorse naturali. Sperimenta modi di vivere alternativi ed ecosostenibili sino ad arrivare, nel 2008, alla decisione di abbandonare completamente e per almeno un anno (che poi diventeranno tre) l’uso del denaro. Questa scelta susciterà scalpore e curiosità sia nel mondo dell’attivismo sia fra le gente comune tanto che Boyle da questo momento in poi verrà conosciuto come “the Moneyless Man” (l’uomo senza soldi) nonché fondatore della Freeconomy Community. Dal 2016 vive a Loughrea, un paese della contea di Galway, in una baita autocostruita e priva di strumenti elettrici. Non possiede interruttori né acqua corrente, si sostiene praticando raccolta, caccia, pesca – per le quali si serve unicamente di attrezzi manuali e a cui aggiunge una minima coltivazione – e utilizza il baratto e lo scambio di aiuto per recuperare ciò che gli è necessario ma non riesce a produrre in maniera autonoma. Per gli spostamenti, ridotti all’essenziale, utilizza bicicletta, autostop o mezzi pubblici. Accanto alla baita ha costruito The Happy Pig, una foresteria che è anche spazio eventi e sibin. Su richiesta del Guardian, dai primi dodici mesi di questa esperienza ha tratto un memoir: “The Way Home: Tales from a Life Without Technology”, appunto.

“Quando cammino di solito sono sempre alla ricerca: bacche, piante, chiarezza, o lezioni da tutti quegli esseri che non ricordiamo più come si ascoltano.”

“Il cacciatore-raccoglitore primitivo che è in me dice invece che dovrei ucciderlo e considerare il gesto come parte dell’unica cultura che per me abbia mai avuto senso.”

“Non sono sicuro di quando un’arte trascendente possa favorire una cultura più tangibile.”

[Ora torniamo a te, Mark.] Se ci si prende la briga di andare sul sito del The Guardian e sfogliare le centinaia di commenti che affollano ogni pezzo a firma Mark Boyle, possiamo trovare un po’ di tutto: c’è chi gli ride in faccia (effettivamente, Mark, un po’ l’aria da ultimo fricchettone ce l’hai, siamo onesti), chi non vede l’ora di crearsi la propria baita autoprodotta – meglio se nel giardino della casa di famiglia, chi gli rivolge con garbo domande interessanti sui temi pratici più scottanti (per esempio: se ti viene un ascesso a un dente come lo curi? E come ti lavi?) e infine chi tenta di riflettere sulla replicabilità dell’esperimento, sul target e pure sull’intrinseca fallacia del metodo. Sì, perché in realtà Mark Boyle, pur non dichiarandolo mai apertamente, fa proprie le linee di pensiero appartenenti a quel movimento che nel tecnico viene definito dell’Anarco-primitivismo. L’accademia pone tra gli antesignani di questa filosofia radicale H.D. Thoreau, che più o meno per primo teorizzò – e mise in pratica, anche se poi la biancheria la mandava a lavare a casa, ma sono dettagli – il ritorno a una vita di auto-sufficienza in ambiente naturale. Di base, il movimento anarco-primitivista auspica il recupero (ecco perché Boyle parla di “tornare a casa”) di uno stile di vita pre-civilizzato che si declina tramite alcuni punti fissi: il rifiuto della tecnologia, ossia di tutto ciò che è prodotto/funziona attraverso un interruttore, la deindustrializzazione, l’abbandono dell’economia in larga scala e l’abolizione delle strutture sociali basate sulla divisione del lavoro e sulla specializzazione delle competenze. Più nello specifico, possiamo dire che fulcro dell’Anarco-primitivismo è la critica a quel preciso momento dell’evoluzione umana in cui si passò dal nomadismo alla sedentarietà, o meglio ancora quando smettemmo i panni di raccoglitori/cacciatori per indossare la casacca da contadino – cioè… quando abbandonammo la wilderness (qualunque cosa essa significhi, il che non è poco).

“So bene che la coltivazione del cibo non è sempre stata così, ma l’agricoltura ha aperto la strada all’industria, e non c’è voluto molto tempo perché l’una sposasse l’altra”.

Letto in quest’ottica, “Tornare a casa” assume un significato ben preciso. Peccato che Boyle se ne guardi bene dall’avvertirci (in realtà qualche sospetto viene, ad esempio seguendo la scia dei testi fondativi che l’autore cita di tanto in tanto, però non è che siamo tutti esperti in materia), il che crea una serie di scompensi in fase di lettura per via di una certa sensazione di inganno latente. La vita che Mark Boyle sceglie per sé – va detto, l’intento non è quello di convincere né di provocare – è potente, per certi versi rivoluzionaria e in parte adottabile. Essa pone tuttavia dei dubbi che sono prima di tutto etici e che stanno alla base di tutte le critiche metodologiche rivolte appunto non alla persona Mark Boyle in quanto tale ma al movimento a cui Mark Boyle si trova ad afferire. Dimenticandosi di dichiararlo, Boyle crea uno scarto di giudizio, che dal metodo vira sulla sua persona, privandosi di focus – ed è proprio questo, caro Mark, ciò che personalmente non ti perdono.

[Concedetemi un approfondimento – riferimenti al testo inclusi.] Una delle critiche più diffuse è quella secondo cui il movimento faccia proprio un certo imperialismo culturale accompagnato dall’esaltazione quasi ascetica per il mito del buon selvaggio. Ironicamente, Boyle – in una delle sue tante invettive contro la contemporaneità disseminate fra i vari capitoli – utilizza proprio l’argomento dell’imperialismo culturale quale espressione della modernità attuale, da cui ça va sans dire desidera svignarsela. Con incredibile tempismo, inoltre, frammischia al memoir il racconto di un viaggio, fatto insieme alla fidanzata Kirsty durante il primo anno a Loughrea – nelle Blasket Islands, arcipelago del sud est irlandese e luogo di residenza di una enclave di grande interesse antropologico, culturale e linguistico, che fu fatto evacuare nel 1954 a causa delle condizioni proibitive in cui versavano i 170 abitanti, di cui Boyle non cessa di lodare l’estrema resistenza fisica e la grande solidità mentale (attribuendo la causa dell’evacuazione unicamente al danno sull’ecosistema causato dalla pesca industriale. Spoiler: sì ma anche no).

“Mentre sono fuori nel bosco, (…) tra alberi sospesi e rami rotti, e sego tronchi e sudo sette camicie, Kirsty è nella baita a preparare la cena. (…) Stiamo ricoprendo i ruoli tradizionali dell’uomo boscaiolo e la donna al paiolo? Sembrerebbe di sì, ma inconsapevolmente. Siamo entrambi liberi di fare qualsiasi lavoro di cui abbiamo voglia, semplicemente il più delle volte io preferisco andare a far legna e lei cucinare.”

” A trentott’anni il pensiero della vecchiaia è diventato più concreto, come se non fosse qualcosa che capita solo agli altri.”

“A una conferenza qualche di settimana fa qualcuno mi ha chiesto cosa farò quando sarò vecchio. Ho risposto che come tutti penso che morirò. Non desidero essere l’uomo che arriva sano in punto di morte, a ottantotto anni, attaccato a una maschera per l’ossigeno, spaventato dal lasciarsi andare, terrificato da cosa verrà dopo. Il rapporto che abbiamo con la morte modifica profondamente quello con la vita. È molto alto il rischio di vivere una vita lunga e malsana senza essersi mai sentiti vivi.”

L’altro punto comunemente sollevato da chi mette in dubbio le teorie anarco-primitiviste è legato alla questione della (in)coerenza. Ritorniamo a Boyle: in primis, il suo stile di vita è congruo, e questa evidenza è incontrovertibile, soltanto per individui in piena salute e giovani – o relativamente tali. Il ritiro Boyleano quindi possiede, di fatto, due fondamentali caratteristiche: è abilista e di impronta per certi versi patriarcale* (chiunque mi conosce sa che solitamente mi tengo lontana da certa abusata terminologia, eppure penso che in questo caso non ci siano aggettivi più opportuni); da ultimo, esso è – per stessa ammissione di Boyle – temporaneo e completamente reversibile.

Studi effettuati nel tempo hanno stimato che nelle società di cacciatori-raccoglitori poco più della metà della popolazione raggiunge/va i 15anni e che l’aspettativa di vita si colloca fra i 20 e i 35-37 anni. Per quanto riguarda le cause dei decessi, abbiamo 70% per malattie, 10% patologie degenerative, il resto distribuito fra incidenti/morte violenta. In “Tornare a casa” Boyle sorvola allegramente sulla questione delle cure mediche, salvo sottolineare in più punti l’utilizzo di metodi naturali, in specie erboristici, per la cura dei fastidi quotidiani. A patologie più gravi non accenna, lasciando intendere di non averne mai sofferto; né a quanto pare si è mai infortunato, ha avuto incidenti con animali selvatici o di rischio alimentare. Insomma sembra che a Boyle vada tutto bene: è un uomo sano, trae giovamento dalla vita all’aria aperta, da un’alimentazione di qualità, varia, proteica e primitiva (consumo di erbe spontanee, verdure e radici, selvaggina e crudi di pesce, interiora – zuppa di sangue di luccio compresa) e da rimedi naturali che mirano a mantenere il corpo in salute invece di curarlo quando malato. Le percentuali di cui sopra, tuttavia, ci raccontano un’altra storia, fatta di altissima mortalità infantile, decessi per parto, infezioni e traumi, una vecchiaia che comincia a 40anni, terza età non pervenuta. Boyle, insomma, rientra nella percentuale di quelli che per ora ce la fanno e ci fa credere che ciò avvenga in virtù della vita che ha scelto – ma ciò è vero solo in parte poiché il suo punto di partenza non è il medesimo degli antenati a cui vorrebbe riferirsi: per esempio, nell’infanzia non ha certo sofferto di malnutrizione, avrà sicuramente ricevuto cure dentistiche, gli saranno state somministrate vaccinazioni – se non a lui direttamente, per lo meno a molti del suo gruppo sociale -, anti-infiammatori e antibiotici (“medicine industriali”, le chiama lui).

Checché ne dica, insomma, quello di Boyle non è tanto un ritorno a casa quanto un pacchetto-viaggio acquistato con assicurazione sanitaria base e biglietto di ritorno inclusi. Il punto è però ancora un altro: in una delle interviste rilasciate ai media nel corso di questi anni, Boyle racconta i suoi dubbi non solo riguardo l’utilizzo di apparecchiature mediche ma anche nei confronti della genitorialità: veniamo a sapere che, contro il parere di familiari e sanitari, a trent’anni decise di farsi sterilizzare, poiché di bambini da regalare al nostro mondo così malato non ne voleva sapere. Nell’economia di pensiero di Mark Boyle, insomma, le persone anziane o disabili sarebbero una rarità e non non si capisce bene cosa bisognerebbe farne dei bambini – e quindi di tutte le criticità, le sfide e i bisogni di chi copre il ruolo di caregiver (tra i quali inserisco anche i maestri di scuola). Nella società pre-industriale a cui Boyle agogna non esiste né ascensore sociale né emancipazione dalla famiglia di origine, poiché ognuno sta dove è nato e con chi è nato, facendo il mestiere che ha sempre fatto e che farà per sempre. E a quanto sembra non esisterebbe nemmeno l’autodeterminazione della donna nella gestione del proprio corpo (come evitare di concepire bambini senza anticoncezionali chimici o meccanici… questo resta un mistero che Boyle si guarda bene dall’affrontare) né del proprio ruolo all’interno del gruppo sociale**.

[Concludiamo, ché l’abbiamo già tirata in lungo.] Insomma, “Tornare a casa” è presentato come un testo vòlto a rilanciare la riflessione sul significato che attribuiamo all’espressione “qualità della vita”, sviluppando un pensiero critico e consapevole su concetti quali la mutua collaborazione e l’egualitarismo. Ce la fa? No – o meglio sì, ma solo in parte, proprio perché l’appartenenza o quanto meno la simpatia di Boyle verso il particolare modello culturale dell’Anarco-primitivismo viene taciuta. E quindi, Mark, se tutta ‘sta manfrina l’avessi scritta a capo del libro ci saremmo risparmiati della gran fatica e ne avremmo guadagnato un poco in onestà intellettuale – e, da’ retta, il tuo racconto non avrebbe perso né in freschezza, né in riflessione, né in capacità di stimolare nel lettore un ragionamento autocritico.

“(…) non appena il giornalismo diventa un concorso per la popolarità e premia il sensazionalismo, il pensiero di gruppo e l’inganno piuttosto che l’onesta esplorazione di argomenti complessi, ecco che a perdere sono i luoghi e le persone, e i vincitori coloro che dovrebbero essere giudicati. Di una vittoria poco lungimirante.”

Note: se volete saperne di più sull’Anarco-primitivismo, qui un approfondimento uscito per Il Tascabile alcuni anni fa (a firma Andrea Daniele Signorelli). L’intervista in cui Boyle racconta della vasectomia ed espone in maniera un poco più strutturata i suoi dubbi nei riguardi della “medicina industriale” e sulla apparecchiature mediche è qui, sul The Guardian (commenti inclusi). * Sì, lo so che gli studi sembrano confermare una certa prevalenza di strutture matriarcali all’interno delle comunità di cacciatori/raccoglitori. Bisognerebbe quindi chiedere a Boyle come mai lui sembri propendere, in certi punti, per il contrario. **Sì, lo so che una delle contro-critiche che il movimento rivolge ai delatori è la tendenza a giudicare un modello del passato utilizzando sistemi di pensiero moderni. Che però l’emancipazione femminile passi anche dall’autoderterminazione sul proprio corpo e sul proprio ruolo dentro e fuori dal nucleo familiare, possiamo considerarlo le basi, ve’?

“Pellegrini del sole”, di Jenni Fagan (trad. Olimpia Ellero)

«So macellare gli animali, se mai dovessimo andare a caccia», fa lui. «O magari le persone?». «Non so perché l’ho detto». «Forse un giorno finiremo per arrivarci, al cannibalismo: l’ultima risorsa per i sopravvissuti nella desolazione dell’inverno di Clachan Fells. Chi mangeresti per primo?», scherza Constance. «Non sceglierei né te, né Stella», dice lui. «Quanto sei dolce, e premuroso». «Siete entrambe troppo magre», spiega Dylan.”

Novembre 2020, Londra – Soho, 345a Fat Boy Lane. Il trentottenne Dylan cammina per l’ultima volta fra le poltrone del Babylon, “il più piccolo cinema d’essai d’Europa” che come tante altre piccole imprese della zona non ha retto l’impatto con la gentrificazione. Il minuscolo teatro, opulento nella sua decadenza di velluti e cristalli, sul cui schermo erano passati cavalieri Jedi e Goonies, documentari sulla Luna e poi Linch, Besson, Bergman e il fantasma di Nosferatu, sta per essere ceduto ai creditori, che lo trasformeranno in un immobile di design. Il cinema non rappresenta soltanto l’attività professionale di Dylan ma anche la sua eredità familiare: a rilevarlo era stata infatti la nonna, Gunn MacRae, che per decenni lo aveva poi gestito insieme alla figlia Vivienne e al nipote, cresciuto fra l’angusto appartamento annesso, il palco, la stanza del proiezionista e la cantina che Gunn utilizzava per macellare le carni e produrre il suo famoso gin artigianale. Gunn è mancata da poco, vittima di una morte improvvisa e alquanto misteriosa: un lutto che con la malattia di Vivienne, deceduta a poche settimane di distanza dalla madre, ha contribuito a farsi per Dylan ferita insanabile.

“Pellegrini del sole” è un distopico raffinatissimo, che si nutre di gran competenza tecnica e notevoli artifici di trama. L’autrice, d’altra parte, è Jenni Fagan: nata in Scozia nel 1977, laureata alla Greenwich University, un dottorato in filosofia all’Università di Edinburgo, varie borse di studio, è pubblicista per The Independent, Marie Claire, the New York Times , artista e scrittrice con all’attivo diverse raccolte di poesie, racconti e il romanzo “Panopticon” – finalista ai premi Desmond Elliott e James Tait Black.

Il punto di tutta questa storia è che Londra è stretta nella morsa di un gelo sempre più intenso: a causa dello scioglimento delle calotte polari dovuto all’inquinamento, a cui è seguito l’arresto della corrente nord-atlantica, tutto il pianeta sta entrando in quella che parrebbe proprio una nuova era glaciale. A Londra la temperatura è ormai sotto zero da mesi, il Tamigi si sta ricoprendo di ghiaccio, molti si preparano a una migrazione collettiva verso sud; i satelliti riportano foto dell’Europa imbiancata, dagli Stati Uniti giungono notizie sempre più allarmanti di violenza atmosferica e stragi di massa. Dylan però, – assediato dai creditori, orfano di famiglia e disoccupato – in maniera del tutto controintuitiva sale su un pullman alla volta del Nord. La sua meta è la Scozia: con sé porta le ceneri delle due donne (Vivienne è chiusa in un Tupperware, Gunn dentro a una scatoletta di gelato Carte d’Or), che intende spargere sull’isola natia della nonna, nelle Orcadi, e alcune carte che lo fanno proprietario di una roulotte per nomadi, comperata a sua insaputa dalla madre. Mentre l’autunno scivola nell’inverno e le temperature continuano a scendere – siamo già a meno venti – , un iceberg di dimensioni gigantesche si avvicina alla costa, le scuole vengono chiuse e i grandi della Terra, riuniti in consulta, si dimostrano inevitabilmente impotenti, Ryan raggiunge il camping di Clachan Fells e fa conoscenza dei suoi abitanti, un caleidoscopio di persone ai margini tra cui un vecchio studioso di astronomia con le dita piene di anelli e un’armonica nella tasca dei pantaloni, una prostituta in tuta di lattex, una coppia di giovani satanisti e infine Constance, capelli biondissimi e ciglia bianche di ghiaccio, il di lei ex marito che vive con la terza moglie in un cottage poco distante lavorando come imbalsamatore di animali e la loro figlia figlia Stella – che in realtà è un preadolescente in transizione, della cui nuova identità di genere il padre non vuole sentir parlare. Fra riunioni nella sala parrocchiale, gruppi di aiuto tenuti dalle suore della congregazione locale, zuppe calde ed emergenza sanitaria, tutta la comunità si arrabatta per sopravvivere alle condizioni climatiche sempre più proibitive. L’inverno scende buio, durissimo e sfocia in una primavera splendente ma a meno cinquanta gradi: quando la corrente salterà definitivamente, le strade diventeranno impraticabili per via del ghiaccio e le tempeste di neve scenderanno dalle montagne improvvise e terrificanti, congelando senza pietà tutto ciò che troveranno sul loro cammino, uomini inclusi, allora la favola nera di Constance e Dylan si trasformerà nell’orrore di una nuova estinzione.

La Scozia è terra di miti e leggende. E così si racconta che nonna Gunn, cacciata dalla casa paterna poiché incinta di Vivienne, frutto di un incesto, in una notte londinese di buio e tempo brutto abbia sottratto le chiavi del Babylon al diavolo in persona, con l’inganno, durante una mano di carte – e che il diavolo quelle chiavi sia venuto a riprendersele. Si racconta anche di Constance, che balla alla luce dei falò indossando una maschera di lupo – un lupo vero, scuoiato dal marito fedifrago in segno di pentimento, e dei Sunlight Pilgrims, monaci-asceti abitanti delle Orcadi che un giorno come impazziti si lanciarono in massa giù dalla scogliera: tutti tranne uno, che rimase sull’isola nutrendosi unicamente dei raggi del sole – e lo trovarono così, nella posizione del loto, “nudo come un verme e duro come il marmo”. Se da una parte le favole sono il modo che abbiamo per inzuccherare le medicine più amare, dall’altra è anche vero che alla bellezza del mondo non c’è mai fine, a dispetto di tutte le più grandi schifezze alle quali si venga esposti. E lo sa bene Jenni Fagan, che di certe dinamiche ne ha contezza – il bullismo scolastico verso i ragazzi fragili, l’assistenzialismo peloso di alcuni conciliaboli ai quali comunque occorre rivolgersi per rimediare a un welfare farraginoso e lentissimo, se non inesistente, il lavoro precario e sottopagato, le famiglie disfunzionali e violente – lei che per tutta l’infanzia ha vissuto fra case famiglia, pensionati minorili e parcheggi per nomadi e che tutt’oggi collabora con istituti di detenzione, rifugi e altre realtà che accolgono persone vulnerabili.

Gli artifici di trama che Fagan mette in scena, in realtà, sono sì stupefacenti ma solo perché così veri da non credere ai propri occhi; a volte si tratta di ambientazioni (le roulotte metallizzate che ognuno addobba secondo il gusto o al contrario abbandona alla decadenza, la sala parrocchiale caldissima e soffocante con le dame di carità che si prodigano in un servizio tutto tranne che disinteressato, il teatro di posa dell’Ikea, soggiorno-salotto-cucina, aperto ai più bisognosi in una assurda messa in scena di casa di bambole); altre volte di circostanze (Constance che per mestiere recupera mobili dalla discarica comunale e li rivende, magnificamente restaurati shabby chic [ndr: shabby shit per Stella] a facoltose signore di campagna apparentemente ignare della loro provenienza), altre ancora di individui, che per particolarità e sentimenti non possono che appartenere all’esperienza della scrittrice (la coppia dei satanisti in erba, i bulli di classe, qualche anziano rassegnato all’indigenza, i lavoratori a giornata: rudi, facili alle mani e obliqui nello sguardo; l’angoscia che prende quando scende il buio, il desiderio di un luogo caldo dove consumare un pasto per una volta sfizioso, la fatica nell’interazione con le strutture pubbliche). Per paradosso, è come se tutti i personaggi che Fagan mette in scena – protagonisti compresi – ne venissero fuori un po’ sfocati, come se lo sguardo (del punto di vista multiplo, per altro) non potesse fare altro che raccogliere impressioni senza davvero arrivare a conoscere nel profondo, cosa d’altra parte molto frequente nel mondo di fragilità economica e sociale descritto dall’autrice, spesso caratterizzato da legami familiari precari, instabilità lavorativa …e dalla legge non scritta del farsi i fatti propri.

A questo proposito vale la pena una digressione sulla tematica gender, che Fagan tratta in maniera molto equilibrata e definita poiché, prendendo come punto di vista quello interno di Stella, ne evidenzia i desideri e i sentimenti ma anche la criticità di un sistema di pensiero evidentemente complesso e multistrato, che non viene scisso (ma neanche si nutre eccessivamente [di]) da tutta una serie di situazioni contingenti e condizionamenti familiari, ad esempio l’assenza di figure maschili di riferimento o il rapporto con la madre: donna energica, colta e abilissima ma evidentemente vittima di una relazione abusante. Anche il contesto che Stella frequenta è specifico ma multiforme e si discosta da un immaginario che spesso si vorrebbe invece molto polarizzato: per esempio Stella è sì vittima di bullismo a scuola, però può contare su una comunità all’interno della quale sembra prevalere una sorta di partecipe indifferenza; ha un medico che – vero – le nega le terapie ormonali ma non in nome di un’opposizione soggettiva: in maniera onesta si dichiara professionalmente scettico e non idoneo alla valutazione. Dylan è figura che sta in mezzo, come se fosse, nella sua imprecisa identità di adulto fuori canone (attaccatissimo ai legami familiari, gran lavoratore, per nulla ambizioso ma nemmeno portatore di uno stile di vita di naivete intellettualoide), una specie di bussola a suggerire un sistema comportamentale che potrebbe essere utile in questi casi: imparare a non negare la realtà dei fatti. Qualsiasi fatto, anche quello, scomodo per i più attivisti, di tenere presente la famosa …storia dei gameti. Tuttavia nell’economia del romanzo la questione transgender non diventa predominante perché è inserita in un contesto più ampio, che appartiene con pacifica evidenza alla fantascienza distopica, di generale critica politica e sociale all’interno del quale il tema diventa soltanto una delle molte difficoltà che affliggono le fasce di popolazione più fragili.

“Uno stormo di uccelli vola basso sopra la sua testa. Il verde muschio, il viola e il rosso oro sfumano nel marrone. Folate di nevischio si alzano sulla montagna. Le cime degli alberi scompaiono in un batter d’occhio, appena l’ondata candida raggiunge la vetta della montagna e ne ridiscende, ancora più fitta e più rapida, colorando ogni cosa di bianco, finché, nel giro di pochi secondi, il paesaggio non si è totalmente trasformato.”

“Sai come mi sento, mamma? Come se la neve stesse per ricoprire il mondo intero, perfino le piramidi, perfino le spiagge e gli aeroporti deserti e i grandi scheletri delle montagne russe in quei parchi di divertimento vuoti dove nessuno va più da secoli. Anche quelli finiranno sepolti sotto la neve, come le città e i grattacieli e pure i maxicontainer delle navi sull’oceano, la baia di San Francisco, tutte le strade di Roma e le taverne di Atene. I lupi artici vagheranno in ogni parte del mondo, e i goth domineranno il mondo.”

Scrivere di fantascienza distopica significa anche aver contezza del (New)Nature writing, particolarità del descrivere realtà immaginarie che spesso scivola in secondo piano a favore di ambientazioni di maggiore impatto scenografico. Fagan non ci parla di contesti urbani alla The day after tomorrow (che con gran furbizia programmatica relega alle fantasie mainstream di una tredicenne imbevuta di catastrofilm e videogames – ndr: e il Tamigi ghiacciato viene utilizzato come spazio espositivo, perché la coolness sarà l’ultima a lasciarci) quanto di piccole alterazioni, impercettibili cambiamenti che sommati l’uno all’altro daranno il via all’inevitabile – e soprattutto ci parla della Natura, del modo che avrà di riprendersi il pianeta, di quali specie sopravviveranno e quali no, dell’equilibrio ristabilito, di come il non-umano si farà strada fra le nostre rovine.

“«Mi manca la chiarezza». «Che cosa intendi, mamma?». «Voglio dire che mi manca il fatto che le cose siano chiare. Il tempo, Stella! (…) Mi mancano quelle dannate estati belle lunghe, gli autunni piovosi, gli inverni deprimenti, le primavere variabili.»”

“«Beh, quando finiremo il cibo in scatola, e poi gli animali surgelati – e ci vorrà un bel po’ di tempo – penso che sarò io il primo a essere mangiato. Sapete, è un po’ come quella barzelletta dell’orsetto che va nel bosco e dice ‘Ho paura’, e allora l’orso più grande gli fa: ‘Non capisco di cosa tu abbia paura, non sei mica tu quello che deve tornare da solo’»”. Sono tutti fermi ad ascoltare l’orologio che ticchetta. «Ma, se mi mangerete per primo, potreste farmi un favore?». «Quale sarebbe?» gli chiede Constance. «Beh, sono contento di vedere che nessuno mi sta contraddicendo. Se davvero lo farete, potreste tenere da parte le mie ossa, ridurle in polvere e trasformarle in un bel servizio da tè in porcellana?».”

“Membrana”, di Chi Ta-Wei (trad. Alessandra Pezza)

(progetto grafico NERO, illustrazione di copertina Lucrezia Viperina)

“Sciocchina, i trattamenti cutanei curano l’esterno, non l’interno.”

La fantascienza transumanista di Mary Shelley cresce tra le inesauribili declinazioni del cyberpunk da Gibson a Sterling, s’aggrappa al fertile terreno dei manga (Akira, Ghost in the shell, per dire), semina dubbi nel ventre dei supereroi a stelle e strisce toccando proprio il cuore della vigorosa supremazia occidua – come ci raccontano i Tre millimetri di Matheson, il Jedi rinnegato Darth Vader, l’affaire Wolverine. Il superamento del corpo, punto riguardo al quale gli esseri umani, va detto, stanno in fissa perpetua, nella speculative fiction viene raccontato principalmente attraverso il controverso rapporto carne-macchina, precisamente nel momento in cui la tecnologia assume la funzione di strumento di sorpasso. La varietà di soluzioni è infinita a livello pratico ma ben codificata nei sottesi principi generali, in quello che per certi versi può essere interpretato come un crescendo di soluzioni ad hoc, dipendenti non solo dal livello dello sviluppo tecnologico ma anche dal grado di agiatezza economica del singolo (individuo o gruppo sociale): si comincia con le protesi esterne per passare agli innesti – del tutto meccanici o ibridi uomo-macchina -, sino ad arrivare all’interfaccia neurale impiantabile (la pila corticale di Altered Carbon, che può essere prelevata da un corpo, non a caso definito custodia, e inserita in un altro, rendendo così di fatto possibile l’immortalità, certo a patto di avere mezzi sufficienti per comperarsi un nuovo …contenitore).

“(…) a quanto pareva non era così semplice rimuovere a piacimento le parti del corpo indesiderate… Non avevano più giocato a mangiarsi. Gli adulti però se ne erano già accorti. La dottoressa notò dal monitor che ad Andy mancava un dito. Domandò cosa fosse successo e, stranamente, anziché sgridare Momo la mise in guardia. «Divertitevi quanto volete. L’operazione si avvicina e allora rimpiangerete di non aver giocato abbastanza. Però non mangiatevi, altrimenti non sapremo come fare», spiegò, «Momo, sarai tu ad andarci di mezzo per aver mangiato il dito di Andy».

Città di T., anno 2100: l’umanità si è ritirata nelle profondità degli oceani per sfuggire ai cambiamenti climatici innescati dall’inquinamento. L’incredibile sviluppo tecnico ha permesso la sopravvivenza della nostra specie ma il mondo sommerso è governato dalle industrie ipertecnologiche che oltre a contendersi i fondali marini continuano a rivaleggiare anche sulla terraferma, ormai ridotta a un parco archeologico cotto dai raggi ultravioletti, tramite guerre per procura combattute da macchine e androidi. Nella città di T. – in cui dominano asettici colori pastello e giardinieri strapagati, metà umani e metà robot, curano la preziosissima vegetazione – vive Momo, famosa estetista della pelle. Momo è divenuta una celebrità nel ramo dei trattamenti cutanei, professione molto ambita poiché l’inquinamento sulla terraferma e le atmosfere modificate nei fondali sottopongono la pelle umana a stress e malattie. La trentenne però non approfitta della notorietà e anzi vive una sorta di eremitaggio autoimposto, con il computer a fare da unico strumento attraverso cui interagire con l’esterno – a parte le sedute con i clienti durante le quali, tuttavia, mantiene un riserbo divenuto ormai leggenda. In occasione del suo trentesimo compleanno, però, alla porta si presenta sua madre, da cui si è separata vent’anni prima. Questa improvvisa apparizione darà il via a una serie di riflessioni che culmineranno in un completo stravolgimento di punti di vista, legato al fatto più importante della vita di Momo: un’operazione salvavita, subìta quando aveva dieci anni (che aveva per altro compreso anche il cambio di sesso), rispetto alla quale la madre non ha mai voluto fornire dettagli.

“Nel discolibro, Amleto diceva: «Potrei vivere nel guscio di una noce e credermi re d’uno spazio infinito, se non fosse per certi cattivi sogni».”

Per molto tempo ci siamo nutriti di fantascienza occidentale pensandola unica opzione possibile e focalizzandoci di conseguenza su un certo tipo di antagonismi e storytelling (dal quale però, va detto, alcuni autori e autrici avevano tentato di metterci in guardia); grazie però al lavoro di piattaforme di nicchia e al più recente investimento delle case editrici nella traduzione da lingue non anglofone s’è reso evidente quanto il futuro della fantascienza sia legato a esperienze diverse da quelle della scifi occidentale. L’opera divulgativa, sia dell’originale sia in traduzione dalla lingua madre non mediata dall’inglese, ha il merito di aprire al panorama non anglofono il pubblico mainstream e, allo stesso tempo, di facilitare il recupero dei testi da parte di chi s’interessa di scifi più nel dettaglio: afrofuturismo e fantascienza asiatica non sono esattamente fenomeni emergenti quanto un sistema di declinazione della materia presente da tempo e su cui qui da noi manca ancora, in tanti casi, lo sguardo d’insieme. Esempio lampante di tutto questo discorso è, appunto, “Membrana“, pubblicato a Taiwan nel 1995 e scritto dal prolifico Chi Ta-wei (scrittore, studioso di storia letteraria sinofona, esperto di temi LGBTQ, professore associato di letteratura taiwanese presso la National Chengchi University di Taipei), un romanzo breve che nella costruzione di uno scenario distopico si impegna ad affrontare temi di natura prettamente locale.

Lo scenario distopico scelto è quello della catastrofe post-apocalittica di matrice ecologica: in particolare, l’autore si riferisce all’assottigliamento dell’ozonosfera, uno dei primi veri segnali dell’inquinamento a opera umana, questione che tanto aveva colpito noi della X Gen. Tuttavia, l’indeterminatezza delle specifiche tecniche dimostra il sostanziale interesse dell’autore per lo sviluppo della parte speculativa più che per la creazione di una distopia mirata. Le considerazioni di Chi Ta-Wei difatti si inseriscono all’interno dell’analisi del sé e della critica sociale, con specifico riguardo alla realtà asiatica. Per esempio, uno dei punti cardine è l’integrazione di persone fuori canone nella rigida società ipernormativizzata orientale, il che non vuol dire solo temi LGBTQ ma anche la riflessione sulla realizzazione personale della donna quando non comprenda la tradizione del matrimonio e della maternità. Un altro argomento di forte interesse è l’analisi degli effetti dei vecchi e soprattutto nuovi colonialismi (di cui è metafora la battaglia per la conquista degli oceani) e la questione delle guerre per procura, nonché l’argomento dell’appartenenza sociale, culturale e politica alla sfera d’influenza cinese.

Membrana è tutto ciò che ci avvolge, in un continuo gioco di specchi e rimandi: è la pelle su cui scivolano gocce d’acqua e raggi di sole, baci di amanti e sbuffi di vento, ma è anche la delicata carta della stratosfera che riveste il nostro pianeta; è “il confine invalicabile tra il nostro corpo e le cose esterne”, è il luogo in cui risiede la “frattura visibile” provocata dai conflitti interpersonali, l’ “ironia bruciante” della cicatrice quando è frutto di una sottrazione. Da rifletterci.


In pianura .2: “Génie la matta”, di Inès Cagnati (trad. Ena Marchi)

“Se la gatta o la cagna aveva fatto i piccoli, le dicevano: «Génie la matta, intanto che fai una pausa, va’ ad ammazzare i gattini». O i cuccioli. Lei metteva i gattini o i cuccioli in un sacco con dei sassi e andava a gettarlo nel fiume. Io la inseguivo a distanza, perché ogni tanto si girava e diceva: «Vattene». In certe fattorie gattini e cuccioli li seppellivano vivi nel letamaio. Mi ricordo di cagne che cercavano i piccoli piangendo. Correvano da ogni parte, chiamavano, cercavano, puntando il naso, per ore intere. Alla fine si accucciavano in un angolo della casa e piangevano. Gli preparavano frittate con il prezzemolo per asciugare il latte e le cagne piangevano.”

Continuo a seguire la strada della pianura. Sono briciole di pagine che riesco a recuperare lentamente e però vado avanti perché più di tutto mi interessano le corrispondenze. Sul filo sottile che separa quel che la pagina dice da quel che vogliamo farle dire – è come camminare lungo la sponda buia e scivolosa di un fosso! – cerco impronte di piedi scalzi, orme di stivali e linee di sguardi, qualcosa che è passato da lì prima di me, a cui voglio andar dietro.

“Tornando da scuola, prendevo scorciatoie, correvo nel fango, negli artigli dei rovi, nel richiamo rosa dei meli cotogni. Sguazzavo nei pantani.”

C’è lo scrivere di Natura, quel modo laterale di vedere il non umano che ha la caratteristica di un riguardo poco meno che sacro, emendato da qualsiasi personale compiacimento – con l’uomo incastrato nel mezzo, nella consapevolezza di un significato inaccessibile. Questo cerco, un sistema di scrittura libero dallo sguardo consapevole e interpretato:

“Dopo il pasto di mezzogiorno, nelle fattorie, si faceva una pausa, in genere di un’ora, a volte di più, a volte di meno, a seconda della stagione o della fattoria. D’estate, durante la pausa le gente spariva nelle camere da letto, i cani nella paglia dei fienili o verso i ruscelli. D’inverno, le donne rimanevano accanto al fuoco senza far niente o a sferruzzare, gli uomini e i cani andavano nei fienili a fare non so che.”

E poi c’è il Male, la brutalità che a volte, se viene dalla pancia vuota, consuma l’animo. L’invidia corrode il pensiero, gelosia dei bisogni primari: l’acqua corrente, le conserve di frutta per l’inverno, i vestiti nuovi per scuola, un amore, dei figli, continuare a studiare, la compagnia di un animale domestico. È un veleno che scorre nelle vene di tutto il paese, un virus che le persone si passano l’una con l’altra, nel continuo specchiarsi di una reclusione di gruppo a cui non sembra possibile sottrarsi, pena il disconoscimento. Nei paesi della provincia accade spesso: la necessità del falò, il fantoccio bruciato che assume le sembianze della strega – donna bellissima e lasciva, di famiglia nobile e prestigiosa, che ammalia per sortilegio gli altrimenti probi e purissimi membri del concilio sociale. “Génie la matta” non fa eccezione e non perché ci si diverta a costruire nuove varianti di una medesima leggenda così, per penuria di idea ma perché, come racconta Cagnati in coda al libro, lo schema dell’investitura del matto si ripete sempre secondo una precisa convergenza, al di là del luogo e del tempo.

“Penso che il comportamento nei confronti del «matto» si possa spiegare così: da un lato il matto è l’indemoniato, posseduto dallo spirito del male, dal diavolo. È quindi colpevole di tutti i mali, dal momento che le terribili punizioni che il cielo infligge (pesti, carestie, epidemie varie) sono dirette contro i malvagi. Come le streghe, gli ebrei, gli eretici, gli stranieri, il matto è responsabile dei mali subiti da tutti e merita, perché i flagelli abbiano fine, persecuzione e morte. Il matto dà ragione dell’esistenza dei mali che conducono alla morte e, al tempo stesso, lascia sperare a coloro che si reputano virtuosi, rispettosi della religione o dell’ideologia dominante, di potervi sfuggire. Dall’altro lato il matto è colui che ci rassicura su noi stessi. Ogni essere diverso da noi è matto, perché se siamo quello che siamo c’è una ragione. L’altro è matto perché noi siamo normali, e affinché noi possiamo esserlo. Ne è il garante.”

Come è naturale il congegno secondo cui lo scemo del villaggio in “Pontescuro” si ritrova accusato dell’omicidio della bella Dafne, così Génie, che matta non è (ha solo scelto la via del silenzio, l’unica percorribile), viene riconosciuta adatta a far parte della comunità, sempre con le dovute cautele e limitazioni, si intende, sino a quando accetta di incarnare – ovviamente in maniera consapevole – il ruolo a cui è stata promossa.

“Raccontavo la storia delle belle principesse che salgono su torri merlate così alte da fermare le nuvole, torri dove le notti si addensano di grida, dove i giorni coprono di polvere le ombre dei sentieri, giorni di deserto in cui quelli che aspetti arrivano troppo tardi. Raccontavo soprattutto la storia di Penelope che si consuma gli occhi nelle cupe caverne, e quella di Lorelei che sale sulle rocce più alte e tende la braccia verso il tumulto delle acque del Reno, di Ofelia, innamorata delle ninfee, che fugge, distesa nell’acqua lattiginosa dei fiumi e dietro di lei resta solo la scia dei suoi capelli d’oro.”

Anche la fine della storia è nota, un’altra di quelle orme di gatto che vado a cercare, la terra smossa sempre nel medesimo punto in cui l’animale affonda le zampe, giro dopo giro: contrariamente a quanto il coro del popolo crede, cavarsi fuori dall’ingranaggio è difatti possibile ma, come ci insegna il fattore, tutto perirà nella violenza da cui è nato e nulla verrà elargito in dono.

“Erosione”, di Lorenza Pieri

“Qui tutto mi rassicurava, era sempre estate, era come se il buio non esistesse. Tutta la luce che mi circondava, gli alberi, le cicale, il vento, il ritmo ipnotico della risacca da cui provavo a farmi incantare nelle notti in cui non riuscivo a prendere sonno, facevano pensare che niente di brutto sarebbe mai potuto accadere finché ero lì.” (Scatola N°2. Geoff)

“Le dispiaceva per esempio non ricordare l’ultima volta che con i fratelli si erano abbracciati “a pinza di granchio”, agganciandosi tutti e tre per le braccia come facevano da piccoli” (Scatola N°1. Anna)

Sabato sera ci siamo ritirate presto, io e il gatto, e abbiamo finito “Erosione”. Che è un romanzo a tre voci – anzi a pensarci forse pure di più, ma partiamo dall’inizio. Tre fratelli ormai adulti, Anna, Geoff e Bruno, in una giornata di tempo brutto e freddo si ritrovano a Cape Charles, amena località turistica adagiata sulla Chesapeake Bay, in Virginia, per dare l’ultimo saluto alla villa di famiglia appena passata nelle mani di nuovi proprietari. Anna ha avuto l’idea di portare con sé anche la madre, Margaret, trascinando la carrozzina dalla casa di riposo sino al soggiorno della villa e sistemando l’anziana donna, ormai quasi del tutto incosciente a causa dell’Alzheimer di cui soffre da tempo, di fronte al panorama costiero.

[Un passo indietro.] Se ci si prende la briga di curiosare sui siti di promozione turistica della Chesapeake Bay si potranno ammirare decine di queste tipiche abitazioni a disposizione per l’affitto stagionale: grande folklore statunitense – tanto legno, veranda rialzata, colori brillanti alle persiane, tradizionale pianta quadrata, due piani, arredi d’epoca, in alcuni (ormai rari) casi accesso diretto alla spiaggia con pontile riservato – e una “storia da raccontare” che risale, di solito, ai primi del ‘900. “Per i turisti che intendono passare le vacanze a Cape Charles una casa in affitto è una popular choice“, recita la caption di un sito di intermediazione immobiliare (dove con “popular” si intende una cosa che sta a metà strada fra il “lo fanno tutti” e lo “stai sereno, è sofisticato”: potremmo tradurlo con di tendenza, forse). La scelta è vasta, costruita per assecondare le necessità di diverse tipologie di fruitori: si va dall’intimo e isolato cottage per coppie alla “massive beach mansion” che può accogliere agevolmente anche le famiglie più extended. L’importante è che si possa “apprezzare la storia senza rinunciare a tutte le comodità moderne”.

[Riprendiamo.] Non fa eccezione la casa di nonno Joe, arrivato a Baltimora da bambino insieme al padre e allo zio – muratori e titolari della “Amenta bros.“, impresa di costruzioni – e poi imprenditore di successo nel commercio delle automobili durante la ripresa economica dei Sixties. “Aveva fiuto per gli affari e una discreta prepotenza, ma più di tutto un’innata capacità di convincere gli altri.” (Scatola N°1. Anna)

“Il nonno andava pazzo per tutto quello che lo affrancava dal suo status di migrante italiano. Era orgoglioso delle sue radici ma si vergognava della povertà. Del resto era cresciuto tra gli americani, in un posto dove essere poveri veniva vissuto come una colpa.” (Scatola N°1. Anna)

Sicché, ecco la casa sulla punta del promontorio: completa di veranda, terrazzo, vasche per i fiori e pontile a cui erano attraccati il motoscafo Siracusa e il barchino in vetroresina Tender to Siracusa con cui i fratelli usavano spostarsi per raggiungere le ville degli amici. Ed ecco il rito del trasloco estivo, con la nuora – mamma Margaret, rimasta vedova in giovane età – che stipava in macchina i fiori nuovi da trapiantare in giardino e i figli, a cui consegnava ogni anno tre scatole di legno di cedro all’interno delle quali i fratelli dovevano infilare tutto quello che ognuno intendeva portarsi dietro per i due mesi al mare, “imparando l’arte della selezione e a provare la soddisfazione tutta cattolica della rinuncia.” (Scatola N°1. Anna)

[Un passo di lato.] Non so se avete mai sentito parlare del “blight”. Di solito si rende con morìa, o anche decomposizione, e indica, come spiega bene Cal Flyn in “Isole dell’abbandono”, quel particolare stato di degrado urbano progressivo tipico della città di Detroit in seguito al tracollo dell’industria automobilistica. Il termine in realtà viene dall’agricoltura ed era utilizzato nel XVI secolo per indicare la morte improvvisa e devastante di un raccolto. L’Oxford English Dictionary, racconta Flyn, traduce “blight” come influsso malevolo: “[è] un malessere socio-economico che aleggia per le strade come un miasma, insinuandosi attraverso le finestre o negli spazi sotto alle porte, dilaga nei quartieri come l’influenza, in certi posti, come la peste.” Ecco. Se nel deterioramento tipico di Detroit c’entra la (de)industrializzazione, nella casa di nonno Joe quel che ficca il naso tra le crepe è il lento e inesorabile dilavamento delle coste dovuto alla cementificazione dell’estuario del Susquehanna, ai cambiamenti delle correnti atlantiche e infine all’uragano Floyd – il primo di molti altri successivi – che si è portato via tutta la fetta di spiaggia accessibile, pontile compreso.

[Riprendiamo.] La questione, in sostanza, è che la casa di nonno Joe, nel frattempo mancato per infarto, non assomiglia più – come sta capitando anche tante altre, vittime del “blight” – né a quelle in foto sui siti di renting on line né all’immagine impressa nella memoria dei tre nipoti che, chi per una ragione chi per un’altra, da tempo hanno smesso di frequentarla e non possono o non vogliono più accollarsi le cifre astronomiche che occorrono per amministrarla, anche perché fra loro i rapporti non sono idilliaci e ciascuno ha della propria infanzia e degli eventi successivi un ricordo personale alquanto differente (“[…] la memoria degli altri è un mezzo di persuasione difficile” [Scatola N°1. Anna]). Dunque, il legno dell’impiantito è ora impregnato di umidità, la vernice degli infissi è scrostata, lenzuola e coperte odorano di muffa, il caminetto è ingolfato, l’approdo precluso da un terrazzamento d’emergenza, fatto costruire dall’azzeccagarbugli Bruno non tanto per limitare i danni delle maree quanto per ottenere una copertura assicurativa meno onerosa.

“(…) ormai. Un avverbio italiano che ci ha insegnato il nonno e di cui in inglese non esiste un corrispondente preciso. Significa che da questo punto non si può più tornare indietro. Dentro ormai c’è ora e al suo interno è entrato il mai. In genere quando nonno lo diceva voleva dire che per me era ormai troppo tardi per evitare una punizione.” (Scatola N°3. Bruno)

Bruno, il maggiore, Anna, la figlia di mezzo, e Geoff, il minore sembrerebbero a prima vista rappresentare, ciascuno per proprio conto, una delle forme tipicamente americane in cui può prendere sostanza l’adultitudine. Anna è la quarantenne fricchettona ecologista, fissata con la mistica, maestra di scuola e madre di una figlia melting-pot, concepita a quindici anni con un dipendente scapestrato – e nero – di suo nonno, in un momento di ribellione-illuminazione. Bruno è avvocato di successo, in banca un patrimonio folle derivato dal suo mestiere (vincere in maniera spregiudicata cause di divorzio miliardarie e particolarmente audaci) e dai beni della moglie, rampolla di una delle famiglie più in vista di Cape Charles, conosciuta sin dall’infanzia (“due ciliegie di plastica” che le fermano le treccine bionde – [ndr: ricordi anche tu quel suono? Quel cloc che facevano le due biglie rosse?]. E infine abbiamo Geoff, l’unico di nome americano a testimonianza dello sgretolamento che rovina anche l’eredità linguistica, il self made man che non ce l’ha fatta, nel più puro spirito a stelle e strisce che vuole l’incompetenza personale come unica causa dell’insuccesso: sfigato padre single di un novenne mezzo irlandese-mezzo italiano cresciuto senza madre, si arrabatta fra lavori precari e stagionali, giri di scommesse clandestine, debiti e richieste di asilo presso la madre.

Dico sembrerebbero perché in realtà nessuno dei tre fratelli obbedisce pedissequamente al proprio cliché, dal momento che l’acqua del Susquehanna si infila non solo fra le assi del pavimento in cucina ma anche nelle fessure della personalità di ognuno, rendendo evidente la vacuità dello stereotipo – procedimento manifesto nella struttura stessa del romanzo, organizzato su un arco temporale di un’ora, tre capitoli e altrettante …scatole. L’idea di Anna infatti è quella di radunare la famiglia consegnando a ognuno dei fratelli, lei compresa, la medesima scatola di legno di cedro utilizzata durante l’infanzia; il compito però sarà all’inverso: le scatole non verrano svuotate in casa, all’arrivo, ma riempite, prima della partenza definitiva, con gli oggetti che ciascuno riterrà più opportuni. È proprio qui, nell’elenco delle cose, nel modo in cui i tre fratelli, separatamente, vagano per le stanze che hanno segnato infanzia e giovinezza (Anna guidata da luminosi spiriti invisibili; Bruno con la fretta nei nervi e l’auricolare all’orecchio, al telefono con l’amante; Geoff strascicando i piedi, anima pesante di nostalgia) – recuperando coltellini a serramanico, scialli tarmati, fumetti scoloriti, ciondoli e tappetini scendiletto, una scatola di fiammiferi, delle tazze spaiate – che si evidenzia lo scarto tra personaggio e individuo, nel risaltare della discordanza tra apparire ed essere, fra atti decisionali e ragioni sottese.

Ecco perché per me “Erosione” non possiede solo tre voci ma decine: quelle degli oggetti – umidi, ammuffiti, scoloriti, polverosi, abbandonati, inutili che improvvisamente riprendono vita fra le mani dei fratelli e nei loro ricordi.

E Margaret? Che fine ha fatto la sua, di voce? Perché l’erosione non mangia solo la sabbia delle fondamenta e le stecche delle persiane ma anche la mente, trascinando via con sé le ricette di cucina, oralità di misure e gesti irrecuperabili, le citazioni dai Vangeli, la memoria della lingua e del padre. Eppure – La signora Dalloway disse che i fiori li avrebbe comprati lei. I fiori.

[Nota – a proposito di voci. Giovedì sera, per una coincidenza fortunata tra amici, ho incontrato Lorenza Pieri; abbiamo parlato di tante cose (figli, traslochi, scuola, mal di testa ricorrenti, il freddo di Milano) e di una questione mi sono stupita, perché è preziosa e capita poche volte: dentro a “Erosione” c’è proprio anche la sua, di voce.]

In pianura .1: “Pontescuro”, di Luca Ragagnin

“Invece, quel buio, là fuori, adesso, gli pareva un’oscurità cattiva, la pelle stessa di un gigantesco essere multiforme che respirava rantolando, e allargava il torace inspirando le sostanze vitali, le poche rimaste, le superstiti, seppure lontane e indistinguibili: le stelle, le nuvole, gli esseri alati, e quelli della terra, del sottoterra, anzi, che continuavano laboriosamente a trafficare nei grumi, nell’umido, nei cunicoli, perché non si erano ancora accorte che il mondo era terminato.”

Torno al blog – che felicità, sono proprio contenta (una sospensione occorre, ogni tanto) – con un tema che mi è caro e che in queste settimane di pausa estiva ho avuto finalmente modo di approfondire, recuperando dalla biblioteca alcuni titoli che aspettavo da tempo. Uno di questi è “Pontescuro”, di Luca Ragagnin con illustrazioni di Enrico Remmert. Proposto allo Strega 2019 da Alessandro Barbero, questo romanzo breve racconta in maniera corale – voci umane e naturali – le vicende di un immaginario paesetto della bassa padana, Pontescuro appunto, alle prese con l’efferato omicidio della licenziosa Dafne, la giovane e spregiudicata ultimogenita del fattore locale. Siamo nel 1922, le famiglie si spaccano nel nome della marcia su Roma e delle rivolte contadine messe a tacere a suon di manganelli e i pochi tetti che compongono “questa terra con le sue case sopra, come denti isolati o accavallati o nascosti nella bocca della pianura” sono avvolti dalla nebbia e da una miseria profondissima, che svuota le pance e ottunde gli animi. Colpevole dell’efferato delitto – il corpo della ragazza abbandonato in campagna, un nastro rosso a legarle stretto il collo – può essere chiunque: l’invidioso uomo di fatica a cui Dafne ha negato le grazie, il ragazzotto geloso cui invece le ha donate per tante volte, l’acida perpetua alla quale non è stato concesso di amare chi desiderava, una moglie tradita a vendetta del torto subìto, il barbone cencioso che dorme in riva al fiume, il giovane prete reso pazzo dal desiderio, lo scemo del villaggio. Nessuno sa eppure tutti sanno, a partire dalla ghiandaia, dalla nebbia e dal fiume che come Cassandre mai tenute in conto non si fan scrupolo a raccontare – nel loro incomprensibile linguaggio – la verità di un luogo maledetto.

“La carne è una casa, o un attrezzo. / È un rastrello, un badile, la venatura di un legno. / È una cucina, un pollaio, un cassetto, un raggio chiaro che scalda una finestra, oppure povere e inchiostro sbavato, lettere nascoste e ragnatele, qualcosa che scricchiola e non si sa dove.”

Si dice che Luca Ragagnin, scrittore di grande esperienza, con queste pagine abbia fatto il miracolo di una narrazione dal bilanciamento perfetto: nello stile – che unisce la prosa, essenziale nel romanzo, di tradizione novecentesca ma libera da retorica o autocompiacimento, alla frammentazione poetica della riflessione individuale – e nel contenuto, ancorato stretto alla trama che però, nel suo girarsi tra gli attori protagonisti, non manca di toccare una ricostruzione storica di fatto necessaria ma mai invadente né stereotipata.

“Un consesso di malati con i demoni nascosti sottopelle, disposti in semcerchio per potersi guardare tutti negli occhi e legarsi con l’incrocio degli sguardi a una fitta rete di salvatggio, ecco a cosa assomigliavano ora. (…) Erano ombre malvestite, in via di disfacimento, e diventavano, con il sole ormai issato nel vuoto, impietoso nella messa a fuoco del turbamento, esseri capovolti: l’umanità avuta in dote si rovesciava nelle viscere e il demone personale si arrampicava fuori dal buio, distendendosi sui lineamenti.”

In “Pontescuro” ho trovato quello che cercavo. Lo scrivere dei nostri luoghi maledetti, quelli della provincia, con i suoi panorami come “un ventaglio aperto, ma le sensazioni opprimenti” che fanno parte della mia infanzia; quel Nature writing libero dall’idillio perché, come scrive Andrea Morstabilini in “Aldilà” (di cui spero di raccontarvi presto), nessun manufatto, in pianura, può esser raccontato sciolto dalla terra a cui appartiene. E, infine, il diavolo. Sì, proprio lui, di cui la pianura è regno incontrastato. La struttura di “Pontescuro” infila le radici nella terra grassa della tragedia greca, di porte che s’aprono sul proscenio, monologhi, il coro del popolo che di voci ne ha mille e una sola. Ciascuno racconta la propria verità, nel mistero di una terra dimenticata dal mondo, luogo infernale oltre il conosciuto, fuga dal quale significa morte certa. La pianura, così com’era il palcoscenico della tragedia, è liminare ed è il regno in cui l’uomo e il demoniaco s’incontrano: in pianura, come nulla può esser raccontato sciolto dalla terra così nulla può esistere senza far riferimento allo spirito del sacro – in “Aldilà” di antiche divinità pagane d’inferi e misteri che è d’uopo non andare a sfruculiare, in “Pontescuro” di diavoli imprigionati fra umide canoniche e patti scellerati tra uomini e demoni di fiume.

Sul Twitter mi chiedevo come farò, a venire a capo di queste pagine, piene di haiku e minuscole rivelazioni, e del mio viaggio nella pianura: non so ancora. Forse per adesso sarà sufficiente far fluire le parole di altri, continuare a cercare.

“Ma queste terre, lasciatelo raccontare a una che le ha sempre occupate dell’alto, sono come dei sogni mescolati, che quando apri gli occhi non sai più se sentirti impaurito e minacciato da forze invisibili oppure padrone incontrastato della tua vita e del tuo destino.”

“Il figlio delle sorelle”, di Leonardo G. Luccone

“Nella testa hai solo sbucciature. Nella testa hai solo trucidature. Nella testa hai solo mancature. Solo troncature. Smangiucchiature, tramature, stancature, sbavature, sporcature, strozzature, smerigliature, annaspature, sgommature, abbandonature. Abbandonature.”

“Il figlio delle sorelle” sfregia in faccia, amabilmente e si spera con cicatrice duratura, il modo falso onnisciente di svolgere il romanzo familiare. Se i ricordi sono per definizione lacunosi, imperfetti, modificati e modificabili e se altrettanto evidentemente il romanzo familiare racconta il ricordo, allora va da sé che l’unico modo per avvicinarsi alla materia della famiglia in maniera verosimile, onesta e coerente sia farla raccontare da un pazzo.

Il matto in questione è proprio il protagonista senza nome di questo romanzo breve a firma Leonardo G. Luccone (il secondo dopo “La casa mangia le parole“): un uomo comune, personaggio senza particolari pregi o difetti, che la moglie Rachele – con cui condivide una vita tranquilla e il mestiere nel negozio di proprietà – spinge a una paternità tardiva. Il figlio tuttavia non vuol palesarsi e la ricerca, dalle diete alle pratiche del santone, dal sesso calendarizzato fino alla procreazione assistita, è così tortuosa che l’arrivo di questo bambino (che poi è una bimba, Sabrina) destabilizza il protagonista sino a farlo ammalare. In realtà, come sappiamo e come sa bene anche Luccone, il disturbo psichiatrico, quello vero, qui raccontato finalmente libero cioè senza patetismi né tentativi di celebrazione dello straordinario, ha origine ben anteriore all’evento materiale che spesso lo scatena.

“Cammina gattoni sul prato sparito, sul verde striato di scie biasimate. Tu della coppia solitaria gattoni sul prato di lenzuola rimbalzato, sul prato rimboccato e candeggiato, il prato della coppia solitaria, il prato inanimato della coppia amidata, il prato soggiogato, il prato paralizzato per la coppia imbambolata, la coppia baciata dalla cicogna sparata, la coppia legata nel prato pregato per la coppia mutata, il prato scavato per la coppia strozzata, mutilata, rintanata, la coppia gattonata, sul prato spugnato la coppia mutilata rintanata gattona sul prato imbellettato.”

Tant’è che il tema della diagnosi nemmeno ci deve interessare: sappiamo solo che il protagonista senza nome sente voci ed è vittima di ossessioni e paranoie sempre più invalidanti. A un certo punto si ricovera addirittura in una clinica psichiatrica e di lui la piccola Sabrina perde le tracce, salvo poi ritrovarle molti anni più tardi, all’avvento della maggiore età e del tutto casualmente, per una serie di algoritmiche amicizie su Facebook che le fanno incontrare Carlotta, figlia della nuova compagna del padre. Di nascosto da Rachele, Sabrina si mette in contatto con il papà nella speranza di riannodare i fili, recuperare la storia della famiglia, ottenere risposte alle molte domande che la assillano da quando era bambina: perché mamma e sorella si fingevano gemelle? E perché questa cara zia, così presente nell’infanzia di Sabrina, a un certo punto viene allontanata dalla casa di famiglia? Perché Rachele ha sempre zittito con sdegno la figlia quando domandava dettagli sul suo concepimento e come mai dei nove mesi di gravidanza non esistono fotografie? Come si vede, di ombre sulla nascita di Sabrina ve ne sono effettivamente parecchie: ombre che il racconto del padre, con le sue ossessioni complottiste, non sarà d’aiuto a dissipare (saranno poi solo i vaneggiamenti di una persona instabile o c’è dell’altro, derubricato dall’inganno di una sorellanza disturbata?).

“Anch’io ho le mie colpe, perché pretendo di diluire il passato. Non lo faccio perché spero di migliorare il presente. Voglio sfumare qualche pezzo, voglio che gli altri mi dicano che l’hanno sempre vista dall’angolatura sbagliata.”

Il punto del romanzo di Luccone non è l’analisi della malattia mentale, che nella sua precisa e scientifica dimostrazione risulta in realtà il pretesto-contenitore per parlare ancora una volta (come era stato per “La casa mangia le parole” ma da un’ottica diversa) di famiglia tradizionale, del suo disfacimento e dei problemi legati alla figura genitoriale contemporanea. In specie paterna quando, per cause esterne e interne, essa dismette l’abito di pater familias senza aver ancora pienamente recuperato una bella cesta di vestiti nuovi e finisce per restare nuda (e figlia), come l’imperatore della favola. Non sfuggirà il dettaglio del protagonista quale unico maschio all’interno di un gineceo (Rachele, Sabrina, Silvia sorella di Rachele, la compagna Gilda, Carlotta, Rebecca sorella di Gilda, Corinna figlia di Silvia) che ribalta la prospettiva patriarcale mainstream consegnando al lettore un racconto familiare di sostanziale agentività femminile, all’interno del quale però ciascun membro conserva responsabilità individuali e proprie, coerenti ragioni. A dimostrazione di ciò, Luccone adotta tecniche di narrazione mista: il punto di vista si mescola in un continuo gioco di specchi, perché un medesimo episodio viene ricordato e raccontato da mani diverse ciascuna delle quali ritrova un dettaglio, una parte, un luccichio, un’ombra – nell’inevitabile impossibilità di poter recuperare un tutt’uno organico. D’altra parte, si diceva, raccontare di famiglia significa spolverare cimeli e spesso anche appropriarsi di impressioni: quasi mai un ricordo è frutto di un’operazione oggettiva e condivisa.

“«Perché non sei mai venuto a prendermi se lo sapevi?» «Così è difficile, Sabrina». «Oggi dobbiamo fare un bel passo in avanti, l’abbiamo detto». «Questa cosa possiamo riprenderla la prossima volta?» «Va bene». «…» «Che sei diventato papà, lo senti?» «…» «Che ci sono io, ora lo senti un po’ più di prima?» «Sì». «Però voglio sapere cosa sentivi prima». «Non lo so». «Come non lo sai, papà? Uno lo sa se è padre. Lo sa, no?» «…» «Lo sa?»”

Lo strumento scelto dall’autore per approfondire il dipanarsi di questo nuovo riconoscersi tra padre e figlia è il dialogo, messo in scena alla maniera teatrale: senza orpelli e abborracciato all’apparenza, è frutto degli incontri clandestini tra il protagonista e Sabrina che costruisce all’interno dell’abitacolo dell’automobile una sorta di stanza delle parole in cui il padre cercherà di rispondere alle tante domande che gli rivolgerà la figlia ritrovata: domande il cui scopo non sarà tanto quello di far luce sul passato familiare (bravo chi ce la fa – ma è questione che niente vien via semplice come vogliono farci credere i romanzoni, suvvia) quanto di mettere a fuoco, paradossalmente, l’inutilità del linguaggio in certi momenti di relazione.

Sono pagine sfidanti, perché se da una parte spingono alla sospensione dell’incredulità di fronte a una trama del tutto verosimile, dall’altra orientano il lettore verso il dubbio, perché è sempre rischioso dar credito al matto del paese. D’altro canto la tensione narrativa spinge a una risoluzione (ecco il danno del romanzo familiare tradizionale, sembra suggerire Luccone: vuole il chiarimento, la spiegazione, il consolatorio ricucirsi dei fatti) che non può prescindere dall’interlocuzione con i diretti interessati. La malattia mentale, questo è il fatto, è esemplare – non di un significato ma proprio della nostra impossibilità a recuperarlo, narratori o protagonisti poco importa. Non possiede afflato divino né capacità di comprensione privilegiata e per una volta è trattata per ciò che è: non una a-normalità un poco bizzarra ma tutto sommato interessante e romantica ma un demone che distrugge mondi, avvelena relazioni, sconcerta, indispone, allontana. Ciò non significa che il matto non sia capace di sentimento o di acuta osservazione: tuttavia, all’interno di una percezione distorta, e non saprà mai fino a che punto tale, in un non-luogo di spazi e tempi che non appartengono al ritmo comune, il matto risulterà sempre scarto, fastidio e irraggiungibile.

Questa decostruzione dei fatti a cui segue poi la loro re-interpretazione, d’altra parte, è anche una delle tracce fondative del mito, a cui l’autore per propria ammissione attinge sia nell’impianto narrativo sia nella struttura formale: la seconda parte del testo, “La discesa”, è interamente costruita sulla mitologia di Persefone dominatrice mentre i brani di delirio che racchiudono le voci, dalle quali il protagonista è ossessionato, per ritmo e virtuosismi linguistici ricordano l’entrata in scena del coro tragico – a cui, guarda il caso, almeno sino all’età della tragedia greca classica il tragediografo affidava le proprie riflessioni morali e finanche lo status di …personaggio.

“Dove si torna quando non c’è più né infanzia né casa, quando non ci sono più le persone? Abbiamo bisogno d un posto dove concentrare qualcosa. Per me il presente è solo il passato in prima approssimazione. Il tempo si ripiega dentro di me, mentre le onde della sofferenza i sparpagliano indisturbate, la memoria avvelenata agogna un passato di comodo.”

Nota: interessante il tema del Doppelgänger suggerito già dalla foto di copertina, scatto di Anka Zhuravleva.

“Le perfezioni”, di Vincenzo Latronico

“Tutti volevano una pagina, un logo, una veste grafica. Tutti volevano un po’ di bellezza, intesa come una posizione unica in un sistema di differenze.”

“Il gioco di prestigio della gentrificazione è proprio questo: il racconto globale, generico e scintillante, è reso possibile dall’occultamento di una storia locale specifica e priva di valore aggiunto. Una storia viene sostituita da una narrazione il cui contenuto informativo è nullo. Il sapere si perde, un sapere che di per sé è ovviamente inutile ma la cui testimonianza serve, se non altro, a mostrare la vacuità di ciò che l’ha rimpiazzato.”* (*V. Latronico, “La rivoluzione è in pausa”, – I Quanti Einaudi, serie Città, 2022)

Giorni nostri – anno più, anno meno. Anna e Tom, trentenni in coppia di vita intima e attività professionale (si definiscono “creativi“), sono riusciti a trasformare la loro passione per il codice in un mestiere ben retribuito – e decidono di trasferirsi a Berlino. Da diverso tempo, questo è un fatto, la capitale tedesca è frizzante espressione di comunità cosmopolite: incubatore di tendenze all’avanguardia che, come specifica la voce narrante, rappresentano la via di fuga da una “città grande ma periferica nel sud dell’Europa”, libere dal gusto “provinciale e stantio” che invece pervade la provincia dell’impero, scardinate dai legami di “conformismo” e “aspettative” tra “persone tutte identiche”.

Cosa mai potrà andare storto nella vita di Anna e Tom? In realtà nulla; come nulla, d’altra parte, finirà per andare proprio dritto.

“Si sentivano decadenti e invidiabili, vivi.”

“Le perfezioni”, romanzo breve che segna il ritorno di Vincenzo Latronico alla narrativa, è un carosello dell’Instagram: in palette di sfumature petrolio e miele fotografa quel modo di esserci, quello stare all’interno di un “movimento tendenziale” che – racconta l’autore – “assume[va] le fattezze antropomorfe di una mitologia”. La voce fuori campo recupera scintille di vita (Anna e Tom a un rave, Anna e Tom in un club per scambisti, Anna e Tom chiusi in casa per mesi, fra tisane al gelsomino equosolidale, caffè monorigine e plaid di lana pregiata, per terminare una commessa di rebranding) e appartiene a un narratore esterno privo di onniscienza che pare sovrapporsi al ritratto di un noi stessi fruitori del social quando, con una serie più o meno distratta di rapidi scroll, ci introduciamo nella vita di qualcun altro, nella realtà che qualcuno vuole mostrarci.

“La meticolosa composizione di quella mitologia aveva occupato Anna e Tom per tutto il loro primo anno a Berlino, perlomeno nel tempo in cui non stavano organizzando uno dei loro traslochi. Non era una mitologia personale; anzi il suo valore risiedeva precisamente nella sua universalità. Era condivisa da tutti gli spagnoli e francesi e italiani e americani che incontravano; era glossata in un’infinità di articoli di costume e documentari, e replicata nelle immagini che scorrevano sulle timeline di Facebook e sui feed di Instagram di una generazione intera. Era il sigillo del loro ingresso in una comunità cementata da una realtà condivisa, che è quasi come dire una realtà”.

Anna e Tom non sono due soggettività specifiche da romanzo di formazione, non sono una coppia sull’orlo della crisi di nervi di cui “Le perferzioni” si impegna a scandagliare il rapporto; pare buffo ma di Anna e Tom non conosciamo né l’età esatta, né la fisicità – e nemmeno le voci: Tom ha la barba, è secco o in sovrappeso? Anna ha i capelli lunghi? E come parla, Anna? È lieve, impacciata, timida, sbruffona, consapevole? Non lo sapremo mai. Di Anna e Tom nelle pagine di “Le perfezioni” non troveremo un dialogo, un be’, un respiro. Niente. D’altra parte, Instagram ci insegna quanto il linguaggio verbale sia sopravvalutato: la fotografia parla per sé, poi al limite ci sta una caption, ma breve e arguta. A pensarci però, se ci prendiamo la briga di allargare lo sguardo a tutto il feed partendo dai primi, goffi scatti di cui spesso ormai ci si vergogna (ma guai a cancellarli, guai ad alterare la griglia) ecco che la fotografia comincia a svelarsi: una piccola incrinatura della porcellana, il reticolo delle crepe nell’olio del dipinto. La voce narrante allora si fa occhio sottile, armato di pollice e indice aperti nello zoom a osservare le fessure minuscole: una timeline inalterata, vecchia di alcuni giorni, un’imprecisione nello scatto (fuoco al disimpegno della cucina: buste della spesa e fazzoletti di carta sparsi sul ripiano; un tramonto che si vorrebbe glorioso e invece – nemmeno il filtro è riuscito a smussarne i bordi – la vacanza traspira un impietoso grigio plumbeo di fine stagione; un viso smunto, le occhiaie), una disintossicazione da social al sapore di giornate indegne di memoria.

Perché questo atto, il punto di svolta in cui l’esistenza diventa esperienza e la realtà si sovrappone all’immagine – il momento nascosto tra l’adagiarsi su una seduta di design svedese e il cappuccino consumato proprio in quel bar – per Latronico possiede un titolo preciso: è il “sigillo” che definisce l’appartenenza a una “struttura di relazioni”. E questa impronta è uno dei tratti distintivi di quel “crimine di cui solo i colpevoli conoscono il nome“*: la gentrificazione.

“Le perfezioni” è questo: la declinazione poetica di una struttura teorica ben fondata, di cui Latronico si occupa da anni e che consiste nell’analisi dei fenomeni di gentrificazione ossia di quel processo di “riqualificazione e rinnovamento di zone o quartieri cittadini, con conseguente aumento del prezzo degli affitti e degli immobili e migrazione degli abitanti originari verso altre zone urbane”*. Così si esprime Treccani nel definirla (la si recupera da Latronico stesso, che cita Treccani nel saggio “La rivoluzione è in pausa” appena uscito per i Quanti di Einaudi) a cui tuttavia l’autore oppone un altro punto di vista: quello dell’attivista Camilla Pin che all’epoca della riqualificazione dell’Isola, storico quartiere operaio di Milano Nord, la definì come “il processo di investimento e acquisizione a scopo speculativo, da parte di soggetti pubblici e privati, di aree immediatamente circostanti a zone altamente redditizie, con lo scopo di smantellare l’esistente per ricostruire, seguendo standard edilizi che alterano inevitabilmente il contesto urbano.”*

La vita berlinese di Anna e Tom, difatti, è un racconto globale per il semplice fatto che qualsiasi loro esperienza, anche la più elitaria e rarefatta (e vale la pena ricordare la varietà del significato: esperienza è una nottata nel club per scambisti o un tour ai resti del muro ma è anche il possesso – un pezzo di arredamento recuperato dal rigattiere, le cuffie antirumore ultimo modello) risulta già replicata, da altri prima di Anna e Tom, da altri come Anna e Tom e – orrore – anche replicabile, in altra declinazione, da chi arriverà a prendere il loro posto. Che poi Anna e Tom di questo paradosso ne percepiscano l’esistenza è tutto da dimostrare, dato che una delle storture proprie della gentrificazione è appunto la consapevolezza del progetto, che è posseduta solo da chi produce gentrificazione e non da chi ne usufruisce – o almeno non fino in fondo.

“La gentrificazione di cui erano consapevoli era qualcosa che facevano gli altri”.

Ovviamente poi qualcosa accade, tra le pagine di “Le perfezioni”. Si tratta di scarti minimi, eventi che presi singolarmente vengono derubricati a piccoli fastidi, inciampi sgradevoli ma tutto sommato prevedibili: una coppia di amici torna in patria dopo la nascita del figlio – la gestione del quale in Germania è troppo onerosa e complicata per chi non è ben attrezzato con lingua e burocrazia (lingua e burocrazia con cui Anna, Tom e molti altri si erano imposti di non interagire, questione di gran vanto), un cliente disdice il contratto perché l’affitto dell’immobile ha sforato il limite di tollerabilità, la galleria d’arte autogestita nel centro commerciale diroccato è stata sgomberata per far spazio ad appartamenti di lusso; al posto di quella elegante e alternativa torrefazione artigianale (che sorgeva sulle rovine di un antico bar al confine tra l’Est e l’Ovest – ma chi lo sapeva? Non certo Anna e neppure Tom, che di quel che era nel prima non si è mai più di tanto occupato) ora c’è un negozio di articoli tecnici, che del bar ha maliziosamente conservato l’insegna. Di fronte a queste minuterie, però, il feed si incrina in un loop di già visti: le commesse calano, ad Anna e Tom vengono preferiti inglesi madrelingua o, più spesso, tedeschi iper-specializzati dal cachet stellare; la cerchia di conoscenze – tutte piuttosto superficiali, va detto – si restringe: c’è chi si sposta in provincia o parte per la Spagna o semplicemente sparisce dalla timeline; i costi dell’appartamento crescono mentre le occasioni sociali diminuiscono, perché le entrate mensili sono appena sufficienti per pagare le spese.

In realtà, alla definizione di Camilla Pin di cui sopra ho omesso un ultimo pezzo, che recupero qui ora: “[La gentrificazione è] la trasformazione di un quartiere non solo a livello sociale ma identitario e culturale.”* Ad Anna e Tom non sta succedendo nulla di diverso da ciò che era capitato agli abitanti della loro zona nel momento in cui cominciò quel processo di “omogeneizzazione” che, fa notare Latronico, è anche un “processo di ottimizzazione, cioè di appiattimento verso l’alto”. Se da una parte infatti la gentrificazione porta con sé un discorso complesso sull’abitabilità di quartieri all’interno dei quali i residenti storici, spesso di bassa estrazione, non possono più permettersi di vivere né riescono più a trovare ciò di cui hanno bisogno, dall’altra essa ha come risultato una “perdita dell’unicità” a favore di un “processo di disincanto”. E cosa accadrà ad Anna e Tom, quando si renderanno conto di non essere più così speciali? Ma poi, speciali, lo erano mai stati?

Il libro è scomodo, infastidisce, spinge allo sguardo interiore: perché sfruculiando le vite di Anna e Tom ci sentiamo irritati e invidiosi; siamo vecchi boomer di passaggio, siamo fratelli di poco maggiori, un tantino più saggi a brontolare quel “te lo avevo detto” che trasuda rammarico o acidume a seconda dei casi; siamo il cugino piccolo, gli occhi sgranati a dire “dai, racconta ancora quel che facevi là”. La parte finale è spiazzante perché coinvolge il deus ex machina più aborrito di tutti: la famiglia di origine. Conviene leggerlo, quindi.

“Anime selvagge”, di Emma Marris (trad. Michela Guardigli)

Longoform: tempo di lettura 12 minuti

“In questo viaggio impiego gli strumenti della filosofia per capire cosa dovrebbero fare gli esseri umani nei confronti degli animali selvatici. Quindi occorre saper argomentare in modo chiaro e convincente a favore del valore delle specie, se mi accingo a sostenere che è moralmente giustificabile fare del male, uccidere e compromettere l’autonomia di creature senzienti per salvare la specie.”

Cosa significa oggi parlare di “natura incontaminata” o di “specie nocive“? Ha senso ragionare di tutela della biodiversità riferendoci a mondi che per migliaia di anni sono stati plasmati dalle popolazioni che li hanno abitati? Qual è la nostra responsabilità etica nei confronti degli “animali selvatici” il cui habitat e le cui traiettorie evolutive abbiamo contribuito a modificare?

La giornalista scientifica Emma Marris (pluripremiata divulgatrice, con articoli apparsi su National Geographic, the Atlantic, the New York TimesWired) comincia da questa manciata di scomode domande – in realtà già argomento del suo primo libro (“Rambunctious Garden: Saving Nature in a Post-Wild World”, inedito qui in Italia) – per definire ancor meglio, in questo secondo testo che si vorrebbe dire programmatico, la propria visione nei riguardi della spinosa questione del conservazionismo. Come spiega l’autrice stessa, la “biologia conservazionista” è quel campo scientifico nato nel 1985 che a differenza dell’ecologia, sua “disciplina madre”, “ha un programma esplicito: salvare le specie“; se l’ecologia “cerca semplicemente di descrivere i meccanismi del mondo vivente”, il conservazionismo, racconta Marris, “poggia su valori morali “, ha una “base etica” e gli scienziati che ne sono fautori “non si limitano a studiare cosa sta accadendo, ma forniscono raccomandazioni su cosa dovremmo fare.”

Lo strumento che Marris utilizza per questa analisi è il confronto diretto, sul campo, con le figure di spicco attive nelle pratiche conservazioniste o che, al contrario, a esse si oppongono. Si tratta – è bene sottolinearlo – di eminenti scienziati, biologi di pluriennale esperienza, responsabili di gruppi di ricerca o di progetti di tutela ambientale nelle più remote aree del pianeta Terra. Dopo una premessa di carattere filosofico tesa a indagare e cercare di definire i quesiti morali che ci portano a determinare di volta in volta la validità – o la necessità – di un intervento di tutela ambientale, Marris ci trascina in un lungo e affascinante viaggio nello spazio e nel tempo terrestre, alla scoperta delle radici e delle conseguenze di quel dualismo uomo/natura che tanto appassiona noi occidentali categorici – e dei tanti danni di cui questa “narrativa ambientale misantropica” si è resa responsabile, dal concetto di “contaminazione genetica” a quello della “sfumatura morale” del pensiero occidentale contemporaneo nei riguardi della tutela ambientale.

“La cultura occidentale ama notoriamente le categorie, in particolare i dualismi. Uomo e natura, Oriente e Occidente, selvaggio e addomesticato. Il modo in cui affrontiamo la prospettiva di una cane lupo in natura evidenza il nostro profondo disappunto quando i binarismi si incrinano o si confondono. (…) Se gli umani sono cattivi per definizione, il rovescio della medaglia vuole la natura buona per definizione. È per questo che vediamo l’aggettivo _naturale_ appiccicato alla nostra colazione, al nostro shampoo, al nostro sapone per i piatti.”

Insomma, le definizioni correnti di selvaggio e di area incontaminata partono dal presupposto che l’uomo non faccia parte della natura, dando anzi per scontato che qualsiasi presenza o azione umana in natura consegni all’ambiente lo status di meno selvaggio. In realtà, come racconterà Marris proponendo esempi concreti e testimonianze, che la presenza umana su un dato territorio sia sempre e comunque non pertinente è questione ancora tutta da dimostrare (mentre in più di un’occasione è capitato proprio il contrario). L’autrice si spinge anche oltre, prendendo posizione nei riguardi di un sistema di analisi i cui risultati, in termini di definizioni, si possono dire non solo “ascientifici” ma addirittura “dannosi” poiché si fondano su fallacie metodologiche: prima di tutto è un fatto che uomini e organismi vivi si influenzino tra loro da millenni, in un rapporto difficilissimo da districare; in secondo luogo la retorica della natura selvaggia viene spesso utilizzata per giustificare interventi di impronta colonialista (pensiamo alle terre espropriate ai nativi americani nell’errata convinzione che fossero incurate ma anche alle attuali pratiche di eradicazione di specie allogene nelle isole della Nuova Zelanda, dai nativi considerate irrispettose delle tradizioni locali). Da ultimo, “pensare che natura ed esseri umani siano incompatibili rende impossibile far rivivere o scoprire modi di lavorare con e all’interno della natura, per il bene comune” e di fatto in alcuni contesti elude l’analisi e la presa di coscienza sui temi dello sfruttamento del territorio.

“Un assioma conciso non sempre è sinonimo di un sistema etico a prova di proiettile.”

La disanima del dualismo uomo/natura passa anche, nel testo di Marris, da un attentissimo focus sul linguaggio, nell’organizzare un sistema che per esempio sostituisce – almeno nei contesti tecnici – “naturale” con “disabitato” o “all’aria aperta” e “stato selvaggio” con “non destinato all’uso umano” o “ambiente non costruito“; in sostanza, l’autrice pone sotto inchiesta il “culto quasi religioso della natura e della selvaticità” a cui dovrebbe sostituirsi un approccio costituito da due particolari “impegni”: la prosperità degli esseri viventi (che comprende la loro autonomia) e l’umiltà, a cui segue il principio di moderazione, da parte degli esseri umani.

“Sostenere che i bisogni e i desideri umani non devono travolgere quelli di altre specie [è] un concetto ben diverso dal sostenere che gli esseri umani devono essere estirpati come una massa cancerosa da qualsiasi ecosistema che porta le nostre tracce.”

Interrogandosi sul concetto di tutela della biodiversità, che riconosce come corretto, Marris tuttavia mette in discussione i mezzi utilizzati a questo fine, rispetto ai quali occorre domandarsi “se ci siano dei limiti a ciò che siamo disposti a fare“.

In primo luogo (1) Marris si focalizza sulla pratica dell’allevamento in cattività di specie a rischio d’estinzione (fedele all’intenzione programmatica di portare a tema alcuni casi pratici, dedica un capitolo intero, per esempio, alle vicende di recupero e reintroduzione in natura del Condor della California), processo che non esita a definire “un esercizio di dominazione totale” che, seppure efficace – a volte, non sempre -, occorre giustificare alla luce di un certo numero di valori. L’altro nodo programmatico del testo è difatti il recupero e la ricollocazione del termine specie all’interno di un sistema di valori definito “etica ambientale” e di una prospettiva di studio che deve di necessità abbandonare il punto di vista antropocentrico e far buona pratica nella distinzione tra valore strumentale e valore finale – a sua volta soggettivo oppure oggettivo – di ciò che chiamiamo specie, sempre che sia possibile provare che “specie ed ecosistemi abbiano un valore finale oggettivo”. Uno dei punti critici del conservazionismo infatti è il concepire la specie come un “fermo immagine” e la biodiversità come la presenza di un certo numero di specie “fotografate” in un dato momento (ndr: che spesso tra l’altro è l’attimo in cui l’esploratore bianco sbarca sull’isola incontaminata e prende nota sul suo taccuino di quanto vede e sente). Si tratta quindi di un “restauro ecologico” vòlto per certi versi a emulare un passato comunque non più antico di 12mila anni fa (ossia relativamente giovane, perché “nessun ecosistema, definito dalla composizione delle sue piante, ha più di 12.000 anni”), che rivela incrinature nel momento in cui per esempio ci si trova a lavorare su spostamenti avvenuti in epoche così lontane de rendere impossibile estrapolare quelli derivati dall’influenza umana (l’albero di kukui, simbolo delle Hawaii, è un esempio). Conservare le specie tuttavia (2) significa anche eliminare gli intrusi, perché per i conservazionisti l’atto di rimozione di una specie non ha come fine il famoso viaggio nel tempo di cui sopra ma l’arresto di una o più estinzioni. Seguendo il filo rosso tracciato da Marris viene facile a questo punto ripensare alla serie televisiva Dark, nella quale ogni personaggio, spinto dal desiderio di tornare alla condizione precedente, operava modifiche nel continuum spazio-tempo che favorivano il proprio destino ma che andavano a danneggiare irreparabilmente la linea temporale di qualcun altro, giudicata minoritaria. Ciò che succede in Dark è esattamente quello che capita all’interno di contesti ambientali in cui venga determinata la necessità di distinguere tra esseri viventi non umani nativi e allogeni, peggio ancora nel caso in cui si venga a contatto con soggetti ibridi, che in questa fase evolutiva del nostro pianeta non sono rari. “I confini tra le specie possono essere labili” – avverte Marris – tanto che a volte esse sono più “concetti umani” che una realtà biologica. Spoiler: in Dark alla fine il bene trionfa, nei processi di eliminazione di specie un po’ meno, tra i patimenti orribili sopportati dai roditori avvelenati con il brodifacoum, le proteste degli abitanti di alcune isole neozelandesi secondo i quali l’eliminazione delle “specie invasive” (ritenuta per altro appropriazione culturale dato che per i nativi la caccia di alcuni animali ha valore rituale) di fatto copre le nefandezze dello sfruttamento intensivo del territorio, e la necessità di una biosicurezza intesa come una “vigile sorveglianza” inapplicabile nella pratica quotidiana. Per non parlare delle conseguenze ecologiche impreviste e potenzialmente catastrofiche (si veda l’infestazione di cespugli di more selvatiche sull’isola di Santiago) di un’eliminazione abborracciata.

“Quando siamo tentati di impedire il cambiamento di una discendenza o di evitare l’ibridazione delle specie, dobbiamo chiederci: stiamo davvero preservando la biodiversità con questi interventi, o la stiamo ostacolando?”

La pars destruens del saggio di Marris è corposa, come si vede. L’autrice si dice ancora nel mezzo delle riflessioni alla ricerca di una mediazione costruttiva che riesca a minimizzare il “residuo morale” e a coniugare il rispetto del “diritto alla sovranità” che ogni essere vivente non umano possiede con la responsabilità collettiva (perché va detto, di danni noi umani ne abbiamo fatti parecchi), nell’intento di costruire “narrative in alternativa”, in reciproco vantaggio. Se poi questo intento passi dalla teoria della “conservazione compassionevole” (che già si oppone concretamente alla biologia conservazionista ma che fatica a imporsi per via dei costi altissimi e dello scarso impegno delle istituzioni) o dalla manipolazione genetica – con le criticità che questa metodologia porta con sé, uplifting fantascientifico compreso, questo è ancora tutto da vedere.

“Anime selvagge” appartiene al genere della narrative non fiction ma, per temi e linguaggio, afferisce anche all’universo della saggistica tradizionale: abbiate quindi cura di dedicare a questo testo dei momenti di lettura attenta e meditata.