“Pellegrini del sole”, di Jenni Fagan (trad. Olimpia Ellero)

«So macellare gli animali, se mai dovessimo andare a caccia», fa lui. «O magari le persone?». «Non so perché l’ho detto». «Forse un giorno finiremo per arrivarci, al cannibalismo: l’ultima risorsa per i sopravvissuti nella desolazione dell’inverno di Clachan Fells. Chi mangeresti per primo?», scherza Constance. «Non sceglierei né te, né Stella», dice lui. «Quanto sei dolce, e premuroso». «Siete entrambe troppo magre», spiega Dylan.”

Novembre 2020, Londra – Soho, 345a Fat Boy Lane. Il trentottenne Dylan cammina per l’ultima volta fra le poltrone del Babylon, “il più piccolo cinema d’essai d’Europa” che come tante altre piccole imprese della zona non ha retto l’impatto con la gentrificazione. Il minuscolo teatro, opulento nella sua decadenza di velluti e cristalli, sul cui schermo erano passati cavalieri Jedi e Goonies, documentari sulla Luna e poi Linch, Besson, Bergman e il fantasma di Nosferatu, sta per essere ceduto ai creditori, che lo trasformeranno in un immobile di design. Il cinema non rappresenta soltanto l’attività professionale di Dylan ma anche la sua eredità familiare: a rilevarlo era stata infatti la nonna, Gunn MacRae, che per decenni lo aveva poi gestito insieme alla figlia Vivienne e al nipote, cresciuto fra l’angusto appartamento annesso, il palco, la stanza del proiezionista e la cantina che Gunn utilizzava per macellare le carni e produrre il suo famoso gin artigianale. Gunn è mancata da poco, vittima di una morte improvvisa e alquanto misteriosa: un lutto che con la malattia di Vivienne, deceduta a poche settimane di distanza dalla madre, ha contribuito a farsi per Dylan ferita insanabile.

“Pellegrini del sole” è un distopico raffinatissimo, che si nutre di gran competenza tecnica e notevoli artifici di trama. L’autrice, d’altra parte, è Jenni Fagan: nata in Scozia nel 1977, laureata alla Greenwich University, un dottorato in filosofia all’Università di Edinburgo, varie borse di studio, è pubblicista per The Independent, Marie Claire, the New York Times , artista e scrittrice con all’attivo diverse raccolte di poesie, racconti e il romanzo “Panopticon” – finalista ai premi Desmond Elliott e James Tait Black.

Il punto di tutta questa storia è che Londra è stretta nella morsa di un gelo sempre più intenso: a causa dello scioglimento delle calotte polari dovuto all’inquinamento, a cui è seguito l’arresto della corrente nord-atlantica, tutto il pianeta sta entrando in quella che parrebbe proprio una nuova era glaciale. A Londra la temperatura è ormai sotto zero da mesi, il Tamigi si sta ricoprendo di ghiaccio, molti si preparano a una migrazione collettiva verso sud; i satelliti riportano foto dell’Europa imbiancata, dagli Stati Uniti giungono notizie sempre più allarmanti di violenza atmosferica e stragi di massa. Dylan però, – assediato dai creditori, orfano di famiglia e disoccupato – in maniera del tutto controintuitiva sale su un pullman alla volta del Nord. La sua meta è la Scozia: con sé porta le ceneri delle due donne (Vivienne è chiusa in un Tupperware, Gunn dentro a una scatoletta di gelato Carte d’Or), che intende spargere sull’isola natia della nonna, nelle Orcadi, e alcune carte che lo fanno proprietario di una roulotte per nomadi, comperata a sua insaputa dalla madre. Mentre l’autunno scivola nell’inverno e le temperature continuano a scendere – siamo già a meno venti – , un iceberg di dimensioni gigantesche si avvicina alla costa, le scuole vengono chiuse e i grandi della Terra, riuniti in consulta, si dimostrano inevitabilmente impotenti, Ryan raggiunge il camping di Clachan Fells e fa conoscenza dei suoi abitanti, un caleidoscopio di persone ai margini tra cui un vecchio studioso di astronomia con le dita piene di anelli e un’armonica nella tasca dei pantaloni, una prostituta in tuta di lattex, una coppia di giovani satanisti e infine Constance, capelli biondissimi e ciglia bianche di ghiaccio, il di lei ex marito che vive con la terza moglie in un cottage poco distante lavorando come imbalsamatore di animali e la loro figlia figlia Stella – che in realtà è un preadolescente in transizione, della cui nuova identità di genere il padre non vuole sentir parlare. Fra riunioni nella sala parrocchiale, gruppi di aiuto tenuti dalle suore della congregazione locale, zuppe calde ed emergenza sanitaria, tutta la comunità si arrabatta per sopravvivere alle condizioni climatiche sempre più proibitive. L’inverno scende buio, durissimo e sfocia in una primavera splendente ma a meno cinquanta gradi: quando la corrente salterà definitivamente, le strade diventeranno impraticabili per via del ghiaccio e le tempeste di neve scenderanno dalle montagne improvvise e terrificanti, congelando senza pietà tutto ciò che troveranno sul loro cammino, uomini inclusi, allora la favola nera di Constance e Dylan si trasformerà nell’orrore di una nuova estinzione.

La Scozia è terra di miti e leggende. E così si racconta che nonna Gunn, cacciata dalla casa paterna poiché incinta di Vivienne, frutto di un incesto, in una notte londinese di buio e tempo brutto abbia sottratto le chiavi del Babylon al diavolo in persona, con l’inganno, durante una mano di carte – e che il diavolo quelle chiavi sia venuto a riprendersele. Si racconta anche di Constance, che balla alla luce dei falò indossando una maschera di lupo – un lupo vero, scuoiato dal marito fedifrago in segno di pentimento, e dei Sunlight Pilgrims, monaci-asceti abitanti delle Orcadi che un giorno come impazziti si lanciarono in massa giù dalla scogliera: tutti tranne uno, che rimase sull’isola nutrendosi unicamente dei raggi del sole – e lo trovarono così, nella posizione del loto, “nudo come un verme e duro come il marmo”. Se da una parte le favole sono il modo che abbiamo per inzuccherare le medicine più amare, dall’altra è anche vero che alla bellezza del mondo non c’è mai fine, a dispetto di tutte le più grandi schifezze alle quali si venga esposti. E lo sa bene Jenni Fagan, che di certe dinamiche ne ha contezza – il bullismo scolastico verso i ragazzi fragili, l’assistenzialismo peloso di alcuni conciliaboli ai quali comunque occorre rivolgersi per rimediare a un welfare farraginoso e lentissimo, se non inesistente, il lavoro precario e sottopagato, le famiglie disfunzionali e violente – lei che per tutta l’infanzia ha vissuto fra case famiglia, pensionati minorili e parcheggi per nomadi e che tutt’oggi collabora con istituti di detenzione, rifugi e altre realtà che accolgono persone vulnerabili.

Gli artifici di trama che Fagan mette in scena, in realtà, sono sì stupefacenti ma solo perché così veri da non credere ai propri occhi; a volte si tratta di ambientazioni (le roulotte metallizzate che ognuno addobba secondo il gusto o al contrario abbandona alla decadenza, la sala parrocchiale caldissima e soffocante con le dame di carità che si prodigano in un servizio tutto tranne che disinteressato, il teatro di posa dell’Ikea, soggiorno-salotto-cucina, aperto ai più bisognosi in una assurda messa in scena di casa di bambole); altre volte di circostanze (Constance che per mestiere recupera mobili dalla discarica comunale e li rivende, magnificamente restaurati shabby chic [ndr: shabby shit per Stella] a facoltose signore di campagna apparentemente ignare della loro provenienza), altre ancora di individui, che per particolarità e sentimenti non possono che appartenere all’esperienza della scrittrice (la coppia dei satanisti in erba, i bulli di classe, qualche anziano rassegnato all’indigenza, i lavoratori a giornata: rudi, facili alle mani e obliqui nello sguardo; l’angoscia che prende quando scende il buio, il desiderio di un luogo caldo dove consumare un pasto per una volta sfizioso, la fatica nell’interazione con le strutture pubbliche). Per paradosso, è come se tutti i personaggi che Fagan mette in scena – protagonisti compresi – ne venissero fuori un po’ sfocati, come se lo sguardo (del punto di vista multiplo, per altro) non potesse fare altro che raccogliere impressioni senza davvero arrivare a conoscere nel profondo, cosa d’altra parte molto frequente nel mondo di fragilità economica e sociale descritto dall’autrice, spesso caratterizzato da legami familiari precari, instabilità lavorativa …e dalla legge non scritta del farsi i fatti propri.

A questo proposito vale la pena una digressione sulla tematica gender, che Fagan tratta in maniera molto equilibrata e definita poiché, prendendo come punto di vista quello interno di Stella, ne evidenzia i desideri e i sentimenti ma anche la criticità di un sistema di pensiero evidentemente complesso e multistrato, che non viene scisso (ma neanche si nutre eccessivamente [di]) da tutta una serie di situazioni contingenti e condizionamenti familiari, ad esempio l’assenza di figure maschili di riferimento o il rapporto con la madre: donna energica, colta e abilissima ma evidentemente vittima di una relazione abusante. Anche il contesto che Stella frequenta è specifico ma multiforme e si discosta da un immaginario che spesso si vorrebbe invece molto polarizzato: per esempio Stella è sì vittima di bullismo a scuola, però può contare su una comunità all’interno della quale sembra prevalere una sorta di partecipe indifferenza; ha un medico che – vero – le nega le terapie ormonali ma non in nome di un’opposizione soggettiva: in maniera onesta si dichiara professionalmente scettico e non idoneo alla valutazione. Dylan è figura che sta in mezzo, come se fosse, nella sua imprecisa identità di adulto fuori canone (attaccatissimo ai legami familiari, gran lavoratore, per nulla ambizioso ma nemmeno portatore di uno stile di vita di naivete intellettualoide), una specie di bussola a suggerire un sistema comportamentale che potrebbe essere utile in questi casi: imparare a non negare la realtà dei fatti. Qualsiasi fatto, anche quello, scomodo per i più attivisti, di tenere presente la famosa …storia dei gameti. Tuttavia nell’economia del romanzo la questione transgender non diventa predominante perché è inserita in un contesto più ampio, che appartiene con pacifica evidenza alla fantascienza distopica, di generale critica politica e sociale all’interno del quale il tema diventa soltanto una delle molte difficoltà che affliggono le fasce di popolazione più fragili.

“Uno stormo di uccelli vola basso sopra la sua testa. Il verde muschio, il viola e il rosso oro sfumano nel marrone. Folate di nevischio si alzano sulla montagna. Le cime degli alberi scompaiono in un batter d’occhio, appena l’ondata candida raggiunge la vetta della montagna e ne ridiscende, ancora più fitta e più rapida, colorando ogni cosa di bianco, finché, nel giro di pochi secondi, il paesaggio non si è totalmente trasformato.”

“Sai come mi sento, mamma? Come se la neve stesse per ricoprire il mondo intero, perfino le piramidi, perfino le spiagge e gli aeroporti deserti e i grandi scheletri delle montagne russe in quei parchi di divertimento vuoti dove nessuno va più da secoli. Anche quelli finiranno sepolti sotto la neve, come le città e i grattacieli e pure i maxicontainer delle navi sull’oceano, la baia di San Francisco, tutte le strade di Roma e le taverne di Atene. I lupi artici vagheranno in ogni parte del mondo, e i goth domineranno il mondo.”

Scrivere di fantascienza distopica significa anche aver contezza del (New)Nature writing, particolarità del descrivere realtà immaginarie che spesso scivola in secondo piano a favore di ambientazioni di maggiore impatto scenografico. Fagan non ci parla di contesti urbani alla The day after tomorrow (che con gran furbizia programmatica relega alle fantasie mainstream di una tredicenne imbevuta di catastrofilm e videogames – ndr: e il Tamigi ghiacciato viene utilizzato come spazio espositivo, perché la coolness sarà l’ultima a lasciarci) quanto di piccole alterazioni, impercettibili cambiamenti che sommati l’uno all’altro daranno il via all’inevitabile – e soprattutto ci parla della Natura, del modo che avrà di riprendersi il pianeta, di quali specie sopravviveranno e quali no, dell’equilibrio ristabilito, di come il non-umano si farà strada fra le nostre rovine.

“«Mi manca la chiarezza». «Che cosa intendi, mamma?». «Voglio dire che mi manca il fatto che le cose siano chiare. Il tempo, Stella! (…) Mi mancano quelle dannate estati belle lunghe, gli autunni piovosi, gli inverni deprimenti, le primavere variabili.»”

“«Beh, quando finiremo il cibo in scatola, e poi gli animali surgelati – e ci vorrà un bel po’ di tempo – penso che sarò io il primo a essere mangiato. Sapete, è un po’ come quella barzelletta dell’orsetto che va nel bosco e dice ‘Ho paura’, e allora l’orso più grande gli fa: ‘Non capisco di cosa tu abbia paura, non sei mica tu quello che deve tornare da solo’»”. Sono tutti fermi ad ascoltare l’orologio che ticchetta. «Ma, se mi mangerete per primo, potreste farmi un favore?». «Quale sarebbe?» gli chiede Constance. «Beh, sono contento di vedere che nessuno mi sta contraddicendo. Se davvero lo farete, potreste tenere da parte le mie ossa, ridurle in polvere e trasformarle in un bel servizio da tè in porcellana?».”

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