“Tornare a casa”, di Mark Boyle (trad. Carlo Branchini)

“Ero anch’io un ambientalista una volta, ai tempi in cui si trattava di difendere luoghi vergini e mondo naturale dall’incontenibile ambizione degli esseri umani, piuttosto che dal carbonio e da quella cosa oscura chiamata ‘sostenibilità’. Negli anni mi sembrava che gli ambientalisti si stessero sempre più preoccupando di addomesticare certi luoghi selvaggi, come deserti, oceani e montagne, per imbrigliare energia verde con cui rifornire il nostro stile di vita, in particolare di quello di una piccola percentuale degli abitanti del pianeta.”

Oh Mark, che pasticcio. E sì che eri partito così bene, con questa storia del ripensare al mondo in cui viviamo e farti giusto due domande su quell’assurdo controsenso dello sviluppo sostenibile.

[Un passo indietro.] Mark Boyle (Ballyshannon, IE, 1979) è un attivista, columnist e scrittore molto conosciuto in Irlanda e nel Regno Unito – malgrado abbia più volte dichiarato di non aver mai voluto intraprendere consapevolmente la carriera di divulgatore. . Già durante gli studi superiori comincia a interessarsi agli esiti, in specie locali, della globalizzazione e dell’ipertecnologia. Dopo aver conseguito la laurea in economia, ottenuta con successo seppur fra inciampi e occupazioni precarie, inizia a viaggiare e a lavorare nell’industria, anche per il comparto dell’alimentare biologico, maturando consapevolezza nei riguardi dei temi ambientali e dello sfruttamento delle risorse naturali. Sperimenta modi di vivere alternativi ed ecosostenibili sino ad arrivare, nel 2008, alla decisione di abbandonare completamente e per almeno un anno (che poi diventeranno tre) l’uso del denaro. Questa scelta susciterà scalpore e curiosità sia nel mondo dell’attivismo sia fra le gente comune tanto che Boyle da questo momento in poi verrà conosciuto come “the Moneyless Man” (l’uomo senza soldi) nonché fondatore della Freeconomy Community. Dal 2016 vive a Loughrea, un paese della contea di Galway, in una baita autocostruita e priva di strumenti elettrici. Non possiede interruttori né acqua corrente, si sostiene praticando raccolta, caccia, pesca – per le quali si serve unicamente di attrezzi manuali e a cui aggiunge una minima coltivazione – e utilizza il baratto e lo scambio di aiuto per recuperare ciò che gli è necessario ma non riesce a produrre in maniera autonoma. Per gli spostamenti, ridotti all’essenziale, utilizza bicicletta, autostop o mezzi pubblici. Accanto alla baita ha costruito The Happy Pig, una foresteria che è anche spazio eventi e sibin. Su richiesta del Guardian, dai primi dodici mesi di questa esperienza ha tratto un memoir: “The Way Home: Tales from a Life Without Technology”, appunto.

“Quando cammino di solito sono sempre alla ricerca: bacche, piante, chiarezza, o lezioni da tutti quegli esseri che non ricordiamo più come si ascoltano.”

“Il cacciatore-raccoglitore primitivo che è in me dice invece che dovrei ucciderlo e considerare il gesto come parte dell’unica cultura che per me abbia mai avuto senso.”

“Non sono sicuro di quando un’arte trascendente possa favorire una cultura più tangibile.”

[Ora torniamo a te, Mark.] Se ci si prende la briga di andare sul sito del The Guardian e sfogliare le centinaia di commenti che affollano ogni pezzo a firma Mark Boyle, possiamo trovare un po’ di tutto: c’è chi gli ride in faccia (effettivamente, Mark, un po’ l’aria da ultimo fricchettone ce l’hai, siamo onesti), chi non vede l’ora di crearsi la propria baita autoprodotta – meglio se nel giardino della casa di famiglia, chi gli rivolge con garbo domande interessanti sui temi pratici più scottanti (per esempio: se ti viene un ascesso a un dente come lo curi? E come ti lavi?) e infine chi tenta di riflettere sulla replicabilità dell’esperimento, sul target e pure sull’intrinseca fallacia del metodo. Sì, perché in realtà Mark Boyle, pur non dichiarandolo mai apertamente, fa proprie le linee di pensiero appartenenti a quel movimento che nel tecnico viene definito dell’Anarco-primitivismo. L’accademia pone tra gli antesignani di questa filosofia radicale H.D. Thoreau, che più o meno per primo teorizzò – e mise in pratica, anche se poi la biancheria la mandava a lavare a casa, ma sono dettagli – il ritorno a una vita di auto-sufficienza in ambiente naturale. Di base, il movimento anarco-primitivista auspica il recupero (ecco perché Boyle parla di “tornare a casa”) di uno stile di vita pre-civilizzato che si declina tramite alcuni punti fissi: il rifiuto della tecnologia, ossia di tutto ciò che è prodotto/funziona attraverso un interruttore, la deindustrializzazione, l’abbandono dell’economia in larga scala e l’abolizione delle strutture sociali basate sulla divisione del lavoro e sulla specializzazione delle competenze. Più nello specifico, possiamo dire che fulcro dell’Anarco-primitivismo è la critica a quel preciso momento dell’evoluzione umana in cui si passò dal nomadismo alla sedentarietà, o meglio ancora quando smettemmo i panni di raccoglitori/cacciatori per indossare la casacca da contadino – cioè… quando abbandonammo la wilderness (qualunque cosa essa significhi, il che non è poco).

“So bene che la coltivazione del cibo non è sempre stata così, ma l’agricoltura ha aperto la strada all’industria, e non c’è voluto molto tempo perché l’una sposasse l’altra”.

Letto in quest’ottica, “Tornare a casa” assume un significato ben preciso. Peccato che Boyle se ne guardi bene dall’avvertirci (in realtà qualche sospetto viene, ad esempio seguendo la scia dei testi fondativi che l’autore cita di tanto in tanto, però non è che siamo tutti esperti in materia), il che crea una serie di scompensi in fase di lettura per via di una certa sensazione di inganno latente. La vita che Mark Boyle sceglie per sé – va detto, l’intento non è quello di convincere né di provocare – è potente, per certi versi rivoluzionaria e in parte adottabile. Essa pone tuttavia dei dubbi che sono prima di tutto etici e che stanno alla base di tutte le critiche metodologiche rivolte appunto non alla persona Mark Boyle in quanto tale ma al movimento a cui Mark Boyle si trova ad afferire. Dimenticandosi di dichiararlo, Boyle crea uno scarto di giudizio, che dal metodo vira sulla sua persona, privandosi di focus – ed è proprio questo, caro Mark, ciò che personalmente non ti perdono.

[Concedetemi un approfondimento – riferimenti al testo inclusi.] Una delle critiche più diffuse è quella secondo cui il movimento faccia proprio un certo imperialismo culturale accompagnato dall’esaltazione quasi ascetica per il mito del buon selvaggio. Ironicamente, Boyle – in una delle sue tante invettive contro la contemporaneità disseminate fra i vari capitoli – utilizza proprio l’argomento dell’imperialismo culturale quale espressione della modernità attuale, da cui ça va sans dire desidera svignarsela. Con incredibile tempismo, inoltre, frammischia al memoir il racconto di un viaggio, fatto insieme alla fidanzata Kirsty durante il primo anno a Loughrea – nelle Blasket Islands, arcipelago del sud est irlandese e luogo di residenza di una enclave di grande interesse antropologico, culturale e linguistico, che fu fatto evacuare nel 1954 a causa delle condizioni proibitive in cui versavano i 170 abitanti, di cui Boyle non cessa di lodare l’estrema resistenza fisica e la grande solidità mentale (attribuendo la causa dell’evacuazione unicamente al danno sull’ecosistema causato dalla pesca industriale. Spoiler: sì ma anche no).

“Mentre sono fuori nel bosco, (…) tra alberi sospesi e rami rotti, e sego tronchi e sudo sette camicie, Kirsty è nella baita a preparare la cena. (…) Stiamo ricoprendo i ruoli tradizionali dell’uomo boscaiolo e la donna al paiolo? Sembrerebbe di sì, ma inconsapevolmente. Siamo entrambi liberi di fare qualsiasi lavoro di cui abbiamo voglia, semplicemente il più delle volte io preferisco andare a far legna e lei cucinare.”

” A trentott’anni il pensiero della vecchiaia è diventato più concreto, come se non fosse qualcosa che capita solo agli altri.”

“A una conferenza qualche di settimana fa qualcuno mi ha chiesto cosa farò quando sarò vecchio. Ho risposto che come tutti penso che morirò. Non desidero essere l’uomo che arriva sano in punto di morte, a ottantotto anni, attaccato a una maschera per l’ossigeno, spaventato dal lasciarsi andare, terrificato da cosa verrà dopo. Il rapporto che abbiamo con la morte modifica profondamente quello con la vita. È molto alto il rischio di vivere una vita lunga e malsana senza essersi mai sentiti vivi.”

L’altro punto comunemente sollevato da chi mette in dubbio le teorie anarco-primitiviste è legato alla questione della (in)coerenza. Ritorniamo a Boyle: in primis, il suo stile di vita è congruo, e questa evidenza è incontrovertibile, soltanto per individui in piena salute e giovani – o relativamente tali. Il ritiro Boyleano quindi possiede, di fatto, due fondamentali caratteristiche: è abilista e di impronta per certi versi patriarcale* (chiunque mi conosce sa che solitamente mi tengo lontana da certa abusata terminologia, eppure penso che in questo caso non ci siano aggettivi più opportuni); da ultimo, esso è – per stessa ammissione di Boyle – temporaneo e completamente reversibile.

Studi effettuati nel tempo hanno stimato che nelle società di cacciatori-raccoglitori poco più della metà della popolazione raggiunge/va i 15anni e che l’aspettativa di vita si colloca fra i 20 e i 35-37 anni. Per quanto riguarda le cause dei decessi, abbiamo 70% per malattie, 10% patologie degenerative, il resto distribuito fra incidenti/morte violenta. In “Tornare a casa” Boyle sorvola allegramente sulla questione delle cure mediche, salvo sottolineare in più punti l’utilizzo di metodi naturali, in specie erboristici, per la cura dei fastidi quotidiani. A patologie più gravi non accenna, lasciando intendere di non averne mai sofferto; né a quanto pare si è mai infortunato, ha avuto incidenti con animali selvatici o di rischio alimentare. Insomma sembra che a Boyle vada tutto bene: è un uomo sano, trae giovamento dalla vita all’aria aperta, da un’alimentazione di qualità, varia, proteica e primitiva (consumo di erbe spontanee, verdure e radici, selvaggina e crudi di pesce, interiora – zuppa di sangue di luccio compresa) e da rimedi naturali che mirano a mantenere il corpo in salute invece di curarlo quando malato. Le percentuali di cui sopra, tuttavia, ci raccontano un’altra storia, fatta di altissima mortalità infantile, decessi per parto, infezioni e traumi, una vecchiaia che comincia a 40anni, terza età non pervenuta. Boyle, insomma, rientra nella percentuale di quelli che per ora ce la fanno e ci fa credere che ciò avvenga in virtù della vita che ha scelto – ma ciò è vero solo in parte poiché il suo punto di partenza non è il medesimo degli antenati a cui vorrebbe riferirsi: per esempio, nell’infanzia non ha certo sofferto di malnutrizione, avrà sicuramente ricevuto cure dentistiche, gli saranno state somministrate vaccinazioni – se non a lui direttamente, per lo meno a molti del suo gruppo sociale -, anti-infiammatori e antibiotici (“medicine industriali”, le chiama lui).

Checché ne dica, insomma, quello di Boyle non è tanto un ritorno a casa quanto un pacchetto-viaggio acquistato con assicurazione sanitaria base e biglietto di ritorno inclusi. Il punto è però ancora un altro: in una delle interviste rilasciate ai media nel corso di questi anni, Boyle racconta i suoi dubbi non solo riguardo l’utilizzo di apparecchiature mediche ma anche nei confronti della genitorialità: veniamo a sapere che, contro il parere di familiari e sanitari, a trent’anni decise di farsi sterilizzare, poiché di bambini da regalare al nostro mondo così malato non ne voleva sapere. Nell’economia di pensiero di Mark Boyle, insomma, le persone anziane o disabili sarebbero una rarità e non non si capisce bene cosa bisognerebbe farne dei bambini – e quindi di tutte le criticità, le sfide e i bisogni di chi copre il ruolo di caregiver (tra i quali inserisco anche i maestri di scuola). Nella società pre-industriale a cui Boyle agogna non esiste né ascensore sociale né emancipazione dalla famiglia di origine, poiché ognuno sta dove è nato e con chi è nato, facendo il mestiere che ha sempre fatto e che farà per sempre. E a quanto sembra non esisterebbe nemmeno l’autodeterminazione della donna nella gestione del proprio corpo (come evitare di concepire bambini senza anticoncezionali chimici o meccanici… questo resta un mistero che Boyle si guarda bene dall’affrontare) né del proprio ruolo all’interno del gruppo sociale**.

[Concludiamo, ché l’abbiamo già tirata in lungo.] Insomma, “Tornare a casa” è presentato come un testo vòlto a rilanciare la riflessione sul significato che attribuiamo all’espressione “qualità della vita”, sviluppando un pensiero critico e consapevole su concetti quali la mutua collaborazione e l’egualitarismo. Ce la fa? No – o meglio sì, ma solo in parte, proprio perché l’appartenenza o quanto meno la simpatia di Boyle verso il particolare modello culturale dell’Anarco-primitivismo viene taciuta. E quindi, Mark, se tutta ‘sta manfrina l’avessi scritta a capo del libro ci saremmo risparmiati della gran fatica e ne avremmo guadagnato un poco in onestà intellettuale – e, da’ retta, il tuo racconto non avrebbe perso né in freschezza, né in riflessione, né in capacità di stimolare nel lettore un ragionamento autocritico.

“(…) non appena il giornalismo diventa un concorso per la popolarità e premia il sensazionalismo, il pensiero di gruppo e l’inganno piuttosto che l’onesta esplorazione di argomenti complessi, ecco che a perdere sono i luoghi e le persone, e i vincitori coloro che dovrebbero essere giudicati. Di una vittoria poco lungimirante.”

Note: se volete saperne di più sull’Anarco-primitivismo, qui un approfondimento uscito per Il Tascabile alcuni anni fa (a firma Andrea Daniele Signorelli). L’intervista in cui Boyle racconta della vasectomia ed espone in maniera un poco più strutturata i suoi dubbi nei riguardi della “medicina industriale” e sulla apparecchiature mediche è qui, sul The Guardian (commenti inclusi). * Sì, lo so che gli studi sembrano confermare una certa prevalenza di strutture matriarcali all’interno delle comunità di cacciatori/raccoglitori. Bisognerebbe quindi chiedere a Boyle come mai lui sembri propendere, in certi punti, per il contrario. **Sì, lo so che una delle contro-critiche che il movimento rivolge ai delatori è la tendenza a giudicare un modello del passato utilizzando sistemi di pensiero moderni. Che però l’emancipazione femminile passi anche dall’autoderterminazione sul proprio corpo e sul proprio ruolo dentro e fuori dal nucleo familiare, possiamo considerarlo le basi, ve’?

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