“Nuoto libero”, di Julie Otsuka (trad. Silvia Pareschi)

“Ti promettiamo di accoglierti cordialmente, ma con rispetto, e senza troppe storie. «Che piacere rivederti» diremo, oppure: «Da quanto tempo». Ma tieni presente che la seconda volta che ci lascerai non potrai più tornare.”

Nuoto libero” è straziante perché parla del nostro diventar vecchi. Parla di me e di mia madre – quel suo discontinuo svagarsi che non si capisce mai bene da cosa derivi, se sia una distrazione contingente (sono in piedi da stamattina alle cinque) oppure il prodromo della scossa tellurica (come si chiamava la cassiera del supermercato dove andavamo quando eri piccola?), stiracchi del mostro marino che abbiamo inopinatamente svegliato. E parla anche di mio padre, col suo ciabattare lento per casa, alla ricerca di cose perdute (chissà dove tua madre ha nascosto le mie maglie di lana) – le luci spente nel tardo pomeriggio, il riflesso blu del televisore sul programma di attualità.

Questo è il sistema, geniale nella sua infida semplicità – perché frutto di un lavorio costante di cesellatura terminologica e incisione di toni – che utilizza Julie Otsuka per presentarci Alice (tecnica di laboratorio in pensione sull’orlo della demenza), un’anziana signora nippoamericana che da anni frequenta quotidianamente la piscina urbana sotterranea di una città caotica e complicata, ovunque e in nessun luogo, indefinita perfino nel tempo, rispetto alla quale il centro sportivo è isola di quel conforto e di quel sollievo che solo l’abitudine può regalare. L’avvicinamento ad Alice è graduale, come le bracciate che questa dignitosa vecchietta spalma – una dopo l’altra, come metodo e attenzione – lungo la corsia riservata al nuoto circolare.

“Lassù ci sono incendi, emergenze smog, siccità catastrofiche, stampanti inceppate, scioperi degli insegnanti, insurrezioni, rivoluzioni, giornate torride che sembrano non finire mai (Enorme «bolla di calore» stabilmente insediata sopra l’intera costa occidentale), ma quaggiù, in piscina, c’è sempre una gradevole temperatura di ventisette gradi. L’umidità è del sessantacinque per cento. La visibilità è ottima. Le corsie sono ordinate e tranquille. L’orario, anche se limitato, è adeguato alle nostre necessità.”

Il mondo di Alice, in verità, ha cominciato a sgretolarsi già da un po’. Si tratta di vaghi segnali che un poco si perdono nel rumore di fondo della quotidianità (marito) o della lontananza (figlia), un poco si ignorano nella convinzione di una transitorietà contingente. Come la crepa nelle piastrelle della vasca, che all’improvviso si rende palese (come abbiamo fatto a non accorgercene prima) e porta con sé la destabilizzazione di un rituale consolidato, così le fragilità di Alice erodono le consuetudini giornaliere, creando inciampi e sobbalzi dove prima la bracciata era solida e naturale.

“Siamo rincuorati, tuttavia, dai risultati dello studio più recente, secondo cui le crepe come la nostra – esitanti, incerte, a malapena visibili a occhio nudo, in definitiva timide – tendono a essere di natura indolente piuttosto che aggressiva, e si espandono a passo di lumaca. «Queste crepe possono restarsene lì senza far niente per anni» dice l’ingegnere capo Henry Mulvaney dell’impresa di ingegneria geotecnica Mulvaney & Fried, approvata dal consiglio di amministrazione. Mentre una «vera» crepa, se lasciata incustodita anche solo per poche ore, può facilmente dilagare e invadere l’intera piscina nel giro di una notte. «Lo vediamo molto spesso». La sua valutazione definitiva: la nostra crepa è più una pre-crepa che una crepa vera e propria. «Non c’è niente da temere» ci viene detto. Ma la professoressa Anastasia Heerdt, investigatrice indipendente ed esperta di analisi dei guasti, ci avverte di non prendere troppo sul serio la valutazione «ottimistica» dell’ingegner Henry Mulvaney. «Vi ha detto quello che volevate sentirvi dire» sostiene.

Il romanzo, composto da cinque sezioni tragiche, si apre con “La piscina sotterranea“, parte corale attraverso cui le voci dei nuotatori si sovrappongono l’una all’altra, nel racconto di un costume abitudinario. Il trait d’union che lega l’uscita del coro e l’entrata in scena della protagonista è rappresentato dal secondo capitolo, “La crepa“, narrazione – ancora collettiva – che assumendo i toni di un’ironica, caustica cupezza determina il focus sul personaggio principale o meglio sull’araldo che si farà carico di recuperarne la voce. “Diem perdidi” è infatti il racconto della vita di Alice e del suo decadimento psichico da parte della figlia, per mezzo di un monologo (ogni paragrafo comincia con “Ricorda”, in terza singolare) in cui la donna ripercorre i momenti fondamentali della vita di sua madre: gli anni in Giappone, un grande amore, il matrimonio, il trasferimento negli Stati Uniti e poi ancora la nascita dei figli, il lavoro come domestica, la terza età, la demenza senile; sino al giorno in cui Alice, dichiarata non più autosufficiente, viene trasferita in una casa di cura.

“Fra gli oggetti della sua vita precedente che al Bellavista non le serviranno più ci sono: la sua tessera scaduta del Ralphs (non tornerà tanto presto a fare la spesa), il suo enorme ombrello rinforzato con le nuvole bianche sul lato inferiore (né troverà più un «tempaccio»), la sua fede nuziale (la perderebbe sicuramente nel giro di pochi giorni), la sua giacca di nylon imbottita (solo abbigliamento da casa, per favore: la temperatura diurna del Bellavista è di ventidue gradi costanti tutto l’anno), la sua preziosa collezione di inutili pezzi di spago (no comment) e la sua agenda settimanale (d’ora in poi ogni sua giornata verrà pianficata in anticipo). Non sono graditi neppure gli animali di peluche (non siamo una scuola materna), così come qualunque opera d’arte che potrebbe aver realizzato negli ultimi cinque anni. Niente fotografie sui davanzali (i davanzali devono restare sgombri). Niente mini frigoriferi. Niente mobili «di fuori». Niente crocifissi sopra il letto, per favore (siamo un’istituzione priva di immagini sacre con una rigorosa politica «anti-puntine»).

Con “Bellavista” si torna nuovamente alla dimensione corale, affidata questa volta alla direzione generale e al personale della clinica che in un vortice di registri diversi, dal finto accorato al jingle televisivo, dallo stile affabile e coinvolgente della brochure al grossolano rimbotto di un’infermiera in turno di notte, raccontano la permanenza di Alice all’interno della struttura, fino al decadimento completo, rappresentato dall’afasia. Nell’atto finaleEuroneuro” si torna alla figlia, che questa volta racconta il proprio punto di vista in una sorta di riflessione personale che spazia dall’esame di coscienza al rapporto con il padre, in un arco temporale a tre dimensioni: quella del prima, del durante e del dopo, in una sorta di epilogo post-mortem.

“Nuoto libero” di argomenti ne tocca parecchi, con un sistema di citazione che nella maggior parte dei casi scivola nella suggestione, nell’accenno di un ricordo confuso. Come fosse un filo quotidiano di pensieri, bolle d’acqua che nascono per il caso derivato dall’associazione di idee, da un incontro casuale, dalla quotidianità di un rito casalingo. La Storia va a infilarsi per carsismo un po’ dovunque – il grande amore scomparso, il trasferimento negli Stati Uniti, la vita grama della domestica – fra l’eredità culturale che un po’ scompare e un po’ viene consapevolmente rinnegata e le nuove forme sociali, così difficili da interpretare.

Continuo a imbattermi in questi meccanismi di erosione: è un fenomeno molto curioso, poiché di libri che raccontano il crollo della casa una volta svanito il proprietario, recentemente ne ho letti altri tre – uno prima e gli altri due dopo (saranno l’oggetto dei prossimi post su ADC)- senza conoscerne l’argomento a priori. Chissà dove queste parole hanno intenzione di portarmi.

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