In pianura .1: “Pontescuro”, di Luca Ragagnin

“Invece, quel buio, là fuori, adesso, gli pareva un’oscurità cattiva, la pelle stessa di un gigantesco essere multiforme che respirava rantolando, e allargava il torace inspirando le sostanze vitali, le poche rimaste, le superstiti, seppure lontane e indistinguibili: le stelle, le nuvole, gli esseri alati, e quelli della terra, del sottoterra, anzi, che continuavano laboriosamente a trafficare nei grumi, nell’umido, nei cunicoli, perché non si erano ancora accorte che il mondo era terminato.”

Torno al blog – che felicità, sono proprio contenta (una sospensione occorre, ogni tanto) – con un tema che mi è caro e che in queste settimane di pausa estiva ho avuto finalmente modo di approfondire, recuperando dalla biblioteca alcuni titoli che aspettavo da tempo. Uno di questi è “Pontescuro”, di Luca Ragagnin con illustrazioni di Enrico Remmert. Proposto allo Strega 2019 da Alessandro Barbero, questo romanzo breve racconta in maniera corale – voci umane e naturali – le vicende di un immaginario paesetto della bassa padana, Pontescuro appunto, alle prese con l’efferato omicidio della licenziosa Dafne, la giovane e spregiudicata ultimogenita del fattore locale. Siamo nel 1922, le famiglie si spaccano nel nome della marcia su Roma e delle rivolte contadine messe a tacere a suon di manganelli e i pochi tetti che compongono “questa terra con le sue case sopra, come denti isolati o accavallati o nascosti nella bocca della pianura” sono avvolti dalla nebbia e da una miseria profondissima, che svuota le pance e ottunde gli animi. Colpevole dell’efferato delitto – il corpo della ragazza abbandonato in campagna, un nastro rosso a legarle stretto il collo – può essere chiunque: l’invidioso uomo di fatica a cui Dafne ha negato le grazie, il ragazzotto geloso cui invece le ha donate per tante volte, l’acida perpetua alla quale non è stato concesso di amare chi desiderava, una moglie tradita a vendetta del torto subìto, il barbone cencioso che dorme in riva al fiume, il giovane prete reso pazzo dal desiderio, lo scemo del villaggio. Nessuno sa eppure tutti sanno, a partire dalla ghiandaia, dalla nebbia e dal fiume che come Cassandre mai tenute in conto non si fan scrupolo a raccontare – nel loro incomprensibile linguaggio – la verità di un luogo maledetto.

“La carne è una casa, o un attrezzo. / È un rastrello, un badile, la venatura di un legno. / È una cucina, un pollaio, un cassetto, un raggio chiaro che scalda una finestra, oppure povere e inchiostro sbavato, lettere nascoste e ragnatele, qualcosa che scricchiola e non si sa dove.”

Si dice che Luca Ragagnin, scrittore di grande esperienza, con queste pagine abbia fatto il miracolo di una narrazione dal bilanciamento perfetto: nello stile – che unisce la prosa, essenziale nel romanzo, di tradizione novecentesca ma libera da retorica o autocompiacimento, alla frammentazione poetica della riflessione individuale – e nel contenuto, ancorato stretto alla trama che però, nel suo girarsi tra gli attori protagonisti, non manca di toccare una ricostruzione storica di fatto necessaria ma mai invadente né stereotipata.

“Un consesso di malati con i demoni nascosti sottopelle, disposti in semcerchio per potersi guardare tutti negli occhi e legarsi con l’incrocio degli sguardi a una fitta rete di salvatggio, ecco a cosa assomigliavano ora. (…) Erano ombre malvestite, in via di disfacimento, e diventavano, con il sole ormai issato nel vuoto, impietoso nella messa a fuoco del turbamento, esseri capovolti: l’umanità avuta in dote si rovesciava nelle viscere e il demone personale si arrampicava fuori dal buio, distendendosi sui lineamenti.”

In “Pontescuro” ho trovato quello che cercavo. Lo scrivere dei nostri luoghi maledetti, quelli della provincia, con i suoi panorami come “un ventaglio aperto, ma le sensazioni opprimenti” che fanno parte della mia infanzia; quel Nature writing libero dall’idillio perché, come scrive Andrea Morstabilini in “Aldilà” (di cui spero di raccontarvi presto), nessun manufatto, in pianura, può esser raccontato sciolto dalla terra a cui appartiene. E, infine, il diavolo. Sì, proprio lui, di cui la pianura è regno incontrastato. La struttura di “Pontescuro” infila le radici nella terra grassa della tragedia greca, di porte che s’aprono sul proscenio, monologhi, il coro del popolo che di voci ne ha mille e una sola. Ciascuno racconta la propria verità, nel mistero di una terra dimenticata dal mondo, luogo infernale oltre il conosciuto, fuga dal quale significa morte certa. La pianura, così com’era il palcoscenico della tragedia, è liminare ed è il regno in cui l’uomo e il demoniaco s’incontrano: in pianura, come nulla può esser raccontato sciolto dalla terra così nulla può esistere senza far riferimento allo spirito del sacro – in “Aldilà” di antiche divinità pagane d’inferi e misteri che è d’uopo non andare a sfruculiare, in “Pontescuro” di diavoli imprigionati fra umide canoniche e patti scellerati tra uomini e demoni di fiume.

Sul Twitter mi chiedevo come farò, a venire a capo di queste pagine, piene di haiku e minuscole rivelazioni, e del mio viaggio nella pianura: non so ancora. Forse per adesso sarà sufficiente far fluire le parole di altri, continuare a cercare.

“Ma queste terre, lasciatelo raccontare a una che le ha sempre occupate dell’alto, sono come dei sogni mescolati, che quando apri gli occhi non sai più se sentirti impaurito e minacciato da forze invisibili oppure padrone incontrastato della tua vita e del tuo destino.”

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