"Questa vita tuttavia mi pesa molto", di Edgardo Franzosini

Il movimento è una delle questioni che più lo ossessionano. 
(Non è il solo in famiglia: il fratello Ettore ha una fissazione per la velocità, cioè per la forma più estesa e più esasperata del fattore movimento, mentre il nonno Giovanni Luigi si è lambiccato il cervello, sin quasi a perdere la ragione, attorno al fenomeno del moto perpetuo, un altro aspetto eccessivo, quasi inverosimile, del movimento).
 
1. da “Picassiette” a Bela Lugosi

La creatività visionaria del “Picasso delle stoviglie” Raymond Isidore, costruttore della cattedrale dei detriti di Chartres; le ultime ore di Béla Blasko (che la leggenda vuole esser spirato in volo di pipistrelli); l’accusa di stregoneria rivolta al Cardinale Giuseppe Ripamonti, famigliare di Federico Borromeo e prima fonte storica di Alessandro Manzoni: la verità è che Edgardo Franzosini ci ha abituati – per non dire incatenati – a un’arte della biografia che fa del fascino per il peculiare, lo strambo, il misterioso e in certi casi anche del grottesco la propria, principale caratteristica. Niente di più lontano, tuttavia (è bene sottolinearlo) da un certo tipo di non-fiction novel a cui le mode del momento cercano di inclinare il gusto del pubblico, solleticandolo attraverso il guilty pleasure della biografia romanzata.

2. “Uno snob, un ragazzino esile e timido, un uomo serio e contegnoso, una malinconica marionetta”
Franzosini, sempre attento alle testimonianze e meticoloso nella ricostruzione, decide di concentrarsi questa volta sull’affascinante figura di Rembrandt Bugatti (Milano 1884 – Parigi 1916), fratello minore del più famoso Ettore – fondatore della casa automobilistica omonima – scegliendo di raccontarne la vita, breve e indiscutibilmente freak, attraverso episodi succinti, sprazzi di luce a illuminare significativamente il buio di una personalità tormentata e soggiogata dall’estro artistico. Pochi, emblematici segnali luminosi contigui nel tempo, inframmezzati ad alcuni flashback dell’infanzia e della gioventù, il tutto strutturato nel tentativo di definire appieno la personalità di questo cosmopolita e raffinatissimo gentlemen, artista solitario e inquieto, contestualizzandola all’interno della cerchia familiare e soprattutto dell’entourage artistico di cui la famiglia Bugatti si circondava da generazioni.

Le difficoltà di salute, lo spettro della guerra, la fascinazione al limite del morboso per la scultura animalista, l’atmosfera decadente dell’ultima Art-Nouveau tra Milano, Parigi e Anversa: tutto collabora alla costruzione di un racconto suggestivo, tanto più attraente quanto più alta è la consapevolezza del lavoro accurato di ricerca e documentazione che lo sostiene e che ne testimonia la veridicità.

3. Materiali

“Le otiti croniche hanno reso Rembrandt quasi sordo. Un anno fa ha iniziato a sentire fitte dolorose, fischi, ronzii e la propria voce che gli risuonava nelle orecchie. I rumori hanno preso ad assomigliare tutti a un brusio. Riesce ancora a distinguere solo i versi degli animali – i barriti, i ruggiti, i nitriti – e al pensiero di questa cosa non può fare a meno di sorridere” (pag.11)

 

“Rembrandt si sente a proprio agio solo in mezzo agli animali, solo a contatto con quella comunità senza parole. Il giardino zoologico è la mia consolazione, ha scritto un giorno al fratello. Quando sono di fronte a loro e li fisso negli occhi, racconta alla madre, mi sembra, non metterti a ridere, di rendermi perfettamente conto delle loro gioie e delle loro pene” (pag.18-19)

 

 

“In compagnia di Albéric Collin e di Oscar Jespers, Rembrandt trascorre spesso il tardo pomeriggio e la sera seduto a un tavolo sulla grande terrazza dell’Hotel Weber. I tre scultori animalisti bevono assenzio, giocano a domino, chiacchierano” (pag69)

 

 

(Wikipedia)

“A sinistra si innalza un palazzo a grandi vetrate sormontato da due cupole: è il Feestpaleis, il Palazzo delle Feste. A destra una limonaia e, poco più avanti, un padiglione di legno circondato da lampioni, sedie e tavolini, sotto la cui tettoia sono disposti in cerchio dei leggii per gli spartiti musicali. Si alza un vento che fa cadere alcuni leggii, e intanto comincia una pioggia fitta e violenta. Rembrandt trascina la valigia sotto le gocce pesanti che gli entrano nel colletto della camicia e raggiunge un edificio dalla facciata vagamente moresca: è il Palazzo delle Scimmie. L’interno ospita alcune gabbie gigantesche in fondo alle quali si distinguono i profili scuri di parecchi primati. Le bestie strillano e si agitano, eccitate dal temporale” (pag.60-61)

“A Milano Bugatti si lascia andare al vuoto e alla noia. In città non c’è uno zoo, ma solo alcune gabbie sparpagliate qua e là per i Giardini Pubblici di corso Venezia, dove sono rinchiusi una giraffa, un leopardo, qualche cervo, una scimmia, alcune vecchie gazzelle” (pag95)

“Non sopporta più Milano. Ha l’impressione che sia questa città che gli impedisce di scuotersi di dosso l’estenuante tristezza e il disgusto che, dentro di lui, hanno sopraffatto qualsiasi altro sentimento” (pag96)

Buona lettura

"L’imperfetta meraviglia", di Andrea De Carlo

“Hanno una minima idea di chi sia davvero, al di là del personaggio che recita in pubblico? Almeno i più devoti e perseveranti tra loro, quelli che lo seguono da decenni, che hanno ascoltato tutte le sue canzoni, letto tutto quello che hanno scritto su di lui, visto tutte le foto e tutti i video?”

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Intro
Con i primi romanzi (1980-90) il trentenne De Carlo aveva scelto di dedicarsi al racconto delle esperienze giovanili, attingendo a piene mani dal proprio vissuto: i viaggi in America, le vacanze on the road, i rapporti di amicizia post-adolescenziali, le prime relazioni amorose, il confronto con l’età adulta.
In queste opere, da “Treno di panna” a “Uto”, sono presenti con qualche eccezione (ad esempio “Yucatan”, che ripercorre il viaggio in Messico fatto con Federico Fellini) tutti i temi cari al De Carlo degli inizi, condivisi da gran parte della sua generazione: dalla critica nei confronti di un sistema scolastico obsoleto ai primi approcci con una globalizzazione agli inizi, fino alla sperimentazione di nuovi stili di vita vòlti a coniugare il progresso incipiente con il pesante lascito della cultura hippie ormai trascorsa.
Ciò che caratterizza tutta l’opera di De Carlo è in effetti il processo di estrema contestualizzazione a cui vengono sottoposte le trame: un espediente attraverso cui l’autore è riuscito – consapevolmente o meno – nell’impresa di far crescere il proprio mestiere di scrittore all’interno di una precisa nicchia di pubblico, specie per quanto riguarda le prime opere  nelle quali i lettori di De Carlo si riconoscevano pienamente (temi che oggi, va detto, non presentano il medesimo appeal per un target coevo).
Abbandonato il filone delle esperienze giovanili – che per definizione prima o poi sono destinate a concludersi – a cavallo del millennio De Carlo pubblica una serie di romanzi dall’aria più rarefatta e meno coesa. Momenti di sperimentazione, forse gli anni in cui il lettore decarliano arranca di più, sforzandosi a seguire l’autore tra linee narrative non sempre facili da identificare ed esperimenti crossmediali (basti pensare a “Pura vita” e “I veri nomi”, gli unici due testi pubblicati con Mondadori).
Sono le opere degli ultimi anni, a mio parere, ad aver riacquistato una certa corposità e ad aver recuperato i temi degli inizi che però De Carlo è riuscito a rimodellare e quasi a liberare dagli stereotipi che negli ultimi tempi avevano in parte caratterizzato la sua scrittura, affievolendola forse un poco.
E’ innegabile che la platea di De Carlo sia cambiata nel tempo (vedasi la varietà di pubblico che affolla ogni sua presentazione e le critiche spesso discordi che accompagnano ogni nuova pubblicazione) ma è importante osservare che le modifiche di target non sono tanto il frutto di una decisione a tavolino (figurarsi!) quanto la conseguenza di una delle caratteristiche intrinseche della scrittura decarliana, ossia l’aderenza tematica all’esperienziale. Se a ciò si aggiunge anche la questione dello scarto generazionale si capisce bene perché talvolta si ha l’impressione che più si va avanti e più De Carlo diventi uno di quegli autori che se lo segui dagli inizi lo capisci, altrimenti anche no.
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“Sì, ma il senso di continuare a farlo? Le cosiddette ragioni? Quanto convincenti possono essere ancora canzoni come Hard Hard Hard o One Push Too Far o On The Brink, ascoltate da qualcuno che non sia preventivamente conquistato alla causa? Tutte quelle rappresentazioni di stati d’animo adolescenziali, in una gamma che va dalla frustrazione sessuale all’insofferenza sociale alla lamentela puerile, non sono ridicole in bocca a un uomo maturo, più che ricompensato da una società contro cui agli inizi si scagliava con rabbia iconoclasta? Come fanno una diciottenne o un diciottenne di oggi a prendere per buone le sue critiche – generiche – allo stato delle cose e i suoi inviti – altrettanto generici – alla rivolta?”
 
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“L’imperfetta meraviglia”
E’ il caso de “L’imperfetta meraviglia”, a cui De Carlo passa il testimone direttamente da “Villa Metaphora” e da “Cuore Primitivo“.
Milena Migliari, un’artista del gelato artigianale più vicina ai quaranta che ai trenta, incontra del tutto casualmente lo scozzese Nick Cruickshank, attempato frontman del famosissimo e alternativo gruppo dei Bebonkers. L’azione si svolge ai giorni nostri in una Provenza novembrina svuotata dei turisti; nell’arco di un fine settimana sia il cantautore, stanco del proprio successo e dell’entourage che lo circonda, sia la gelataia proprietaria de La Merveille Imparfaite, dovranno prendere decisioni importanti e irreversibili: Nick si sposerà – il suo terzo matrimonio – con l’algida e iperattiva Aileen, fidanzata e socia in affari, e Milena comincerà le procedure per sottoporsi alla fecondazione assistita, spinta non da un desiderio intimo di maternità, che anzi rifiuta, quanto dalla caparbietà e dall’entusiasmo della compagna Viviane, da cui si è lasciata convincere. Una relazione omosessuale inaspettata, cominciata quattro anni prima a seguito di una serie di delusioni sentimentali.
Entrambi i protagonisti, trascinati alla deriva da una serie di eventi e decisioni concatenate tra loro, prese forse con eccessiva avventatezza, si troveranno a confrontarsi l’uno con l’altra, terrorizzati di fronte alle strade senza ritorno che stanno per intraprendere.
Solo all’apparenza di uno sguardo da neofita la trama potrebbe dirsi minimale e abbastanza ricorrente (la dinamica della coppia “scoppiata”); invece, tutto si può dire tranne che De Carlo pecchi di codardia o di mancanza di originalità.
A far la differenza ancora una volta l’attenzione al concreto e all’attualità che costituisce l’ossatura del testo. In “Cuore primitivo” essa era rappresentata dall’analisi dei rapporti tra classi sociali diverse, nonché dal tema dell’ecologia e dell’utilizzo consapevole del territorio, mentre in “Villa Metaphora” l’autore si era focalizzato sul mondo della politica e dello show-business. Ne “L’imperfetta meraviglia” l’attenzione di De Carlo si concentra su alcuni temi a dir poco scottanti.
Spiccano ad esempio le riflessioni sulla necessità imprescindibile di una trasmissione etica del sapere (che deve riguardare qualsiasi forma di espressione artistica dalla scrittura alla musica fino al lavoro artigianale) a cui segue un’ironica ma non meno feroce autocritica:

“Non prova pena e imbarazzo per i suoi colleghi che recitano all’infinito la parte che si erano inventati agli inizi, anche se non corrisponde più per nulla al loro attuale ruolo nel mondo?” (pag102)

“L’integrità artistica è quasi sempre un atteggiamento, quando non un alibi per falliti” (pag104)

“Ci sarà di sicuro chi dirà che i Bebonkers sono meravigliosi perché suonano ogni pezzo come sempre, chi dirà che sono patetici perché si ostinano a farlo; chi dirà che sono una leggenda vivente, chi dirà che sono dei dinosauri. Ci sarà anche un esercito di veri e propri detestatori, fan rinnegati o gente che non li ha mai amati davvero, ansiosa solo di avere conferme del fatto che i Bebonkers sono diventati un prodotto commerciale come la Coca-Cola, un gruppo di porci milionari a cui non gliene frega più niente dello spirito originario della loro musica, alla faccia dell’immagine ribelle che ancora cercano di proiettare. Già può immaginarsi le accuse lanciate a vanvera, e stratificate nel gigantesco immondezzaio di internet: il sound standardizzato, lo Zeitgeist perduto, gli ideali traditi, il calcolo dietro la buona causa” (pag.123-124)

Ma non solo: le dinamiche di coppia per la prima volta sono analizzate facendo riferimento anche a una relazione omosessuale (“E’ inevitabile che prima o poi tra due persone che stanno insieme nasca un conflitto di aspirazioni e richieste, indipendentemente dal sesso delle due persone?” – pag96)  e assistiamo alla presa di posizione nei confronti di una certa tipologia di procreazione assistita che in nome di una perentoria medicalizzazione, considerata salvifica, sembra quasi arrivare a ledere alcuni dei diritti fondamentali dell’essere umano sottoposto alla procedura, social egg freezing incluso (“In realtà l’idea di dover prestare il suo utero – e il resto del corpo collegato all’utero – a un ovocita non suo fecondato dallo spermatozoo di chissà chi non le piace proprio per niente. L’ha detto chiaramente a Viviane più di una volta: chi ci mette l’ovocita deve metterci anche l’utero. D’altra parte ce li hanno tutti e due; e oltretutto lo dice anche la legge. Al che Viviane le ha risposto – come sempre – che è lei la maggiore contributrice al bilancio domestico, e che non potrebbe certo fare i suoi massaggi posturali con una pancia grossa così” – pag155).
Indubbiamente De Carlo offre il suo meglio quando si confronta con i rapporti di coppia tradizionali – questa volta incentrati sull’età matura – attraverso il collaudato sistema del punto di vista interno multiplo che mette in luce le criticità di un confronto all’interno del quale i due interlocutori possono liberamente esprimere le proprie necessità e le altrui mancanze. E così, da una parte abbiamo la quarantenne dalla “figura elegante e nervosa, caricata a molla” (pag311), che nel compagno di vita cerca supporto e comprensione ma non può fare a meno di temere le conseguenze che una tale invadenza possa portare (“…non sono il tuo prevaricatore, …non sono il tuo limitatore di sogni. Non sono il tuo impositore di ruoli” – pag341) dall’altra c’è l’uomo anagraficamente maturo ma emotivamente irrisolto (“Aveva fatto a meno così volentieri delle dichiarazioni di forza alternate a dimostrazioni di vigliaccheria, dell’egocentrismo divorante che cede a crolli di fiducia, della saccenteria che dà luogo allo sgomento, degli sfoggi nozionistici seguiti da ammissioni di ignoranza, della razionalità che nasconde incapacità sentimentale” – pag195) incapace di scelte radicali e definitive.
Il passaggio da Bompiani a Giunti sembra aver fatto bene a De Carlo che consegna nelle mani del lettore un testo molto ben curato per quanto riguarda lo stile, più preciso e acuto del solito e capace di sostenere l’urgenza della narrazione che tende a comprimere frasi e periodi.
La scelta tematica del finale aperto, ormai una consuetudine a cui l’autore si sta abituando, regala un’opera matura, di significato imprevisto e completo.
“La fine della stagione dei gelati è un luogo comune, e come tutti i luoghi comuni serve solo a rassicurare le persone prive di immaginazione”
 
Buona lettura

#BCM16 "Andata e ritorno nell’antica Grecia, terra di dei ed eroi", di e con Giuseppe Zanetto

Uno dei meriti di BookCity è la capacità di valorizzare, anche se per poche giornate, le periferie di Milano.
Da qualche anno interi quartieri periferici di Milano si sono impegnati attivamente a cercare un riscatto che coinvolga l’urbanistica in sé e gli abitanti che li popolano. Aree ai margini che fino a poco tempo fa venivano irregimentate all’interno di quell’infelice definizione di “satelliti dormitorio” che – a causa dell’accezione negativa del termine – per anni siamo stati abituati a citare con un misto di imbarazzo, fastidio o eccessivo campanilismo a seconda della provenienza di ciascuno.
Per citarne solo alcuni, ricordiamo Rogoredo Santa Giulia, l’ex area Ansaldo-Pirelli, Via Rembrandt con il suo centro culturale condominiale, la biblioteca comunale Dergano in Bovisa e il suo particolare fondo cinese in gemellaggio con Shangai – per un totale di 1200 volumi, fino all’esperimento di Cascina Cuccagna, un reintegro contestualizzato che tocca i temi cari della memoria opposta alla mera fascinazione estetica, e ai progetti curati dal Politecnico di Milano per la riqualificazione dei Magazzini Raccordati di Greco/Sammartini.
Questa volta #BCM16  ha toccato, tra gli altri, il quartiere Torretta.
Oggetto di una massiccia urbanizzazione negli anni ’60 del Novecento (parliamo di famiglie medio borghesi, impiegati, operai), questa area a sud di Milano, estrema propaggine del Naviglio Pavese, prende il nome da un avamposto romano che sorgeva nelle vicinanze; fin dal 1600 la zona delle cascine di Trenno era infatti indicata col nome di “Torretta”. Sì, siamo alla Barona ma in un’area ancora più particolare per via della sua estrema connotazione topografica dato che i nomi di tutte le vie richiamano curiosamente i personaggi di memoria manzoniana: abbiamo via Renzo e Lucia, largo Promessi Sposi e pure una stradetta dedicata a Don Rodrigo e una a Donna Prassede.
Incastrata fra due casermoni di mattoni rossi c’è la biblioteca comunale di Via Fra Cristoforo (situata nell’omonima via, ça va sans dire), che da anni è punto di incontro per gli adulti ma soprattutto per i bambini del quartiere.
Qui, lo scorso sabato mattina alle dieci e mezza, sotto una pioggia scrosciante che avrebbe scoraggiato chiunque, almeno un paio di decine di bambini con relativi genitori infradiciati hanno riempito la stanzetta delle conferenze per assistere a una lezione di Letteratura Greca, dal titolo “Andata e ritorno nell’antica Grecia, terra di dei ed eroi“.
A tenerla, il Professor Giuseppe Zanetto, ordinario della cattedra di Lingua e Letteratura Greca all’Università Statale di Milano. L’occasione era quella di presentare il suo ultimo libro per ragazzi, una rivisitazione dell’Odissea di Omero edita per la collana kids di Feltrinelli.
Si tratta, dice Zanetto, di “un’impalcatura tematica composta da sei linee narrative“, ossia di una serie di episodi – i più significativi del poema – narrati in prima persona, con linguaggio semplice e accattivante ma di certo mai banale, dagli stessi protagonisti o dai testimoni della vicenda: dal figlio di Ulisse al fedele servo Eumeo, dalla regina dei Feaci a Penelope.
In alternanza al testo troviamo le eleganti illustrazioni della giovanissima (classe 1991) Camilla Pintonato, che accosta il rigore e la fedeltà dovuta alla tradizione iconografica a cui il testo si riferisce alla freschezza del tratto, adeguato al pubblico di riferimento.
L’intento dell'”Odissea di Omero”, esplicita Zanetto – e in generale di parte della collana kids di Feltrinelli – è proprio il tentativo di introdurre l’elemento narrativo all’interno di un’opera di saggistica. Una scelta che negli ultimi tempi pare incontrare il favore dei lettori, giovani e adulti, e verso la quale tanta parte della saggistica si sta ormai orientando (ndr: un esempio di cui avevamo parlato molto su ADC: “La Sesta Estinzione“, vincitore del Pulitzer 2015 per la non-fiction) seguendo un processo di ammodernamento dei sistemi di divulgazione scientifica rispetto alla quale il saggio tradizionale si ritrova oramai a offrire prestazioni di scarsa penetrabilità specie nei riguardi delle nuove generazioni.
“L’Odissea di Omero” è la seconda incursione nel mondo della Grecia Antica per l’illustratrice Camilla Pintonato, che aveva già collaborato con Feltrinelli e Zanetto per il volume “In Grecia, terra di miti e di eroi” (2014).

 

Ciò che più ha stupito dell’incontro è stato effettivamente l’incredibile appeal che simili narrazioni hanno avuto sul pubblico presente in sala. Argomenti di non facile comprensione quali le fondamenta del mito classico, la metodologia di approccio a un sito archeologico o all’atlante geografico, passando per il concetto di vendetta umana e divina tipico del mondo antico fino all’ancestrale predisposizione delle popolazioni mediterranee verso l’accoglienza del migrante (di cui Odisseo fa indubbiamente parte), sono stati affrontati utilizzando, oggi come oltre duemila anni fa, la fascinazione che deriva dal carattere prettamente orale del racconto epico. Racconto che ancora una volta, a distanza di millenni, conferma la propria capacità atemporale di divenire strumento didattico.

La tela che Penelope tesse di giorno e disfa di notte per evitare il matrimonio, l’episodio di Polifemo che tanto appassiona i bambini (e spinge anche al meccanismo della catarsi: “Va recitato col vocione”, ammonisce Zanetto), le tempeste, i naufragi, le guerre, e per finire il cavallo di Troia: episodi che i bambini hanno fatto a gara per raccontare, tra alzate di mano (tante: c’è ancora speranza per la scuola pubblica!) di chi già li conosceva e bocche aperte per i più piccini che li ascoltavano per la prima volta. Uno stupore che oggi come allora mostra il significato profondo di alcuni meccanismi atavici che riguardano tutti noi.

Tanta parte naturalmente hanno fatto le capacità del relatore: e dico questo non tanto al fine di una captatio benevoletiae (che risulterebbe ormai tardiva!) nei confronti di uno dei professori che durante i miei studi universitari ho più apprezzato ma per schierarmi come al solito contro quella certa tuttologia imperante che spesso predilige l’immagine (o i followers) dell’invitato di turno alla sostanza di una preparazione tecnica che giudico imprescindibile e, a latere, contro l’utilizzo quasi del tutto esclusivo, per tante manifestazioni culturali, di location centrali e sicuramente più cool rispetto a una biblioteca comunale di periferia – che indubbiamente, tra l’altro, avrebbe urgente bisogno di diversi interventi di ristrutturazione.

Insomma: “Andata e ritorno nell’Antica Grecia” è stato l’esempio che portare valore, cultura e integrazione in periferia si può e si deve, specie se ci sono persone disposte a farlo. E ce ne sono, basta cercarle. Ecco il perché del mio hashtag #PiùZanettoPerTutti.
Buona lettura 🙂
Ps: gli abitanti di Torretta sono circa 7000 ma nel quartiere, almeno fino al 2013, non esisteva nemmeno uno sportello Bancomat. Come in ogni zona di periferia che si rispetti, i residenti combattono contro la carenza di infrastrutture e microcriminalità. Questo per dire che nonostante il fascino verso le periferie che indubbiamente si rivela dai miei racconti, proprio le mie esperienze di vita ai margini mi spingono a evitare qualsiasi tipo di “pornografia dell’immagine” e qualsivoglia estremismo estetico (in proposito, si veda qui).Di seguito, lo Storify raccolto durante il livetwitting dell’evento.

"Le ragazze", di Emma Cline

“(…) noi trascorriamo la nostra esistenza di individui in un contesto sociale e naturale, forti delle nostre memorie, delle nostre aspettative, e della capacità do compararle, in un processo mentale (e verbale) praticamente illimitato. Il fondamentalismo non è una di quelle cose che uno può tenere per sé, come la fede e le speranze. Il fondamentalismo va messo in atto, accompagnato da varie forme di fanatismo, ed esibito, in gruppi identitari ristretti, oppure nell’ambito della propria terra o sulla ribalta mondiale, con gesti dimostrati e proteste ben orchestrate. 
Il nocciolo psicologico di tutto ciò è la convinzione di essere assolutamente nel vero e che altri, invece, sono assolutamente nel falso” (da “L’era del fondamentalismo nichilista” di Edoardo Boncinelli, Corriere La Lettura 30/10 pag.9)

 

 

Gli eventi storici da cui prende spunto Emma Cline per il suo esordio letterario sono noti: nella notte del 9 agosto del 1969, al culmine della “Summer Love Californiana“, quattro individui irrompono al 10050 di Cielo Drive, una lussuosa villa sulle colline di Bel-Air, e uccidono brutalmente tutti i presenti.

 

 

Nella villa risiedeva Sharon Tate, attrice ventiseienne moglie di Roman Polansky e incinta di otto mesi, insieme a quattro amici. A cadere per primo fu Stephen Parent – un ragazzo che si trovava per caso nel complesso residenziale, ospite del custode – freddato a revolverate mentre cercava di scappare con la propria auto; poi toccò agli altri, uccisi a coltellate: dentro casa Jay Sebring, il parrucchiere dell’attrice; mentre erano in fuga attraverso il giardino Voityck Frykowsky, attore polacco amico di Polansky, e la fidanzata Abigal Folger. Sharon Tate fu lasciata per ultima, pugnalata per sedici volte, in soggiorno. Sebring e Tate furono ritrovati nel salotto devastato, una corda di nylon che li legava insieme, arrotolata intorno al collo.

 

 

Il mandante del pluriomicidio si rivelò essere il cantautore Charles Manson, famoso non tanto per la sua musica quanto per il numero di adepti che tra il 1968 e il ’69 era riuscito a riunire sotto l’egida del suo carisma e delle sue capacità oratorie. Si trattava di quella che poi fu battezzata “la famiglia Manson”, composta principalmente da giovani donne conquistate dallo spirito hippy di Manson ma anche da ragazzi vittime – come lo era stato il guru stesso – di violenze domestiche, carcere, alcool e droghe. Una manciata di individui che all’inizio percorrevano gli Stati del Sud a bordo di un autobus scalcagnato, vivendo di espedienti più o meno legali, e che poi, cresciuti di numero, avevano occupato la zona abbandonata di Spahn Ranch, poco fuori Chatsworth, in California. Lì avevano creato una specie di comune secondo l’ideologia hippy, da cui in realtà “la famiglia” si differenziava per le caratteristiche settarie, l’odio razziale e il ricorso alla delinquenza.

 

Furono Susan Atkins, Patricia Krenwinkel e Linda Kasabian, a cui si deve aggiungere Tex Watson, il braccio destro del guru, a commettere materialmente la strage che sarebbe rimasta impunita se non fosse stato per la Atkins che qualche mese più tardi, in carcere per rapina, non resistette alla tentazione di vantarsi con una compagna di cella.

 

L’idea di prendere in prestito situazioni di vita reale con lo scopo di contestualizzare al loro interno una vicenda specifica – in questo caso si parla di adolescenti disfunzionali – non è nuova. Pensiamo ai recenti “La morte delle api” di Lisa O’Donnell o a “Una famiglia quasi perfetta” di Jane Shemilt (medico di base, madre di cinque figli e, guarda caso, un vero talento della scrittura creativa made in UK). Fa lo stesso Emma Cline, ventisettenne neo-scrittrice californiana, che recupera il canovaccio del dramma Manson, lo rielabora giusto per quel poco che occorre modificando nomi e luoghi e lo adatta alle proprie esigenze narrative, con qualche piccola ma sostanziale differenza nella trama.

La storia del finto-vero delitto Manson è narrata in prima persona dalla fictional charatcter Evie Boyd. Californiana, tredicenne di buona famiglia, a seguito di alcuni problemi con i genitori e una delusione sentimentale abbandona il conformismo del paesino in cui vive e inizia a frequentare una comune della zona, spinta dalla curiosità verso alcune delle ragazze (una su tutte, Suzanne) che ne fanno parte e che di quando in quando scendono in città, “Fluide e incuranti come squali che tagliano l’acqua” (kindle pos.29).
Da qui il titolo del romanzo, la cui trama si incentra più sul rapporto di Evie con le vecchie e le nuove amicizie che sulla vicenda storica in sé.
La narrazione si gioca su due piani temporali distinti: da una parte c’è la Evie contemporanea, ormai matura, che in occasione di una vacanza solitaria si trova a ripensare ancora una volta all’estate del 1969, complice l’incontro con alcuni adolescenti del luogo. Dall’altra ci sono i continui flashback che costituiscono la parte fondamentale del testo, relativi alle vicende del Ranch a cui l’adolescente Evie prese parte.

Si è già discusso molto sullo stile della Cline, che mi pare abbia appassionato più il pubblico della critica, assestatasi invece su un giudizio tiepido: indubbie ma a volte eccessivamente artefatte le capacità tecniche dell’autrice, che riesce a catturare l’attenzione del lettore attraverso una narrazione evocativa e poetica.

“Non sapevo se il problema nascesse dal fatto di vivere in campagna, con un’abbondanza di tempo e noia e veicoli abitabili, o se fosse una cosa tipica della California, una certa grana della luce che incitava al rischio e alle stupide acrobazie da film. Nel mare non ci avevo mai messo piede. Una cameriera del bar mi aveva detto che quelle acque erano un luogo di riproduzione dei grandi squali bianchi” (Kindle pos.74)

“Stavo confondendo la familiarità con la felicità (…). Quel senso di perenne chiusura entro un confine, come grattare con l’unghia cercando la fine del rotolo di scotch senza trovarla mai. Non c’erano giunture, non c’erano interruzioni: solo i punti fermi della tua vita che avevi talmente assorbito da non esserne più neanche consapevole. Il piatto sbeccato con il disegno del salice che era il mio preferito per ragioni ormai dimenticate. La carta da parati all’ingresso che conoscevo in maniera talmente profonda da non poterla spiegare a nessun altro: ogni gruppetto sbiadito di palme color pastello, le diverse personalità che attribuivo a ciascun ibisco in boccio” (Kindle pos.284)

Tutto aiuta a considerare “The Girls” il debutto dell’anno: potente romanzo di formazione adolescenziale, fedele specchio dell’America di provincia – bigotta e oscurantista – spazzata via dal tornado degli anni Settanta, magistrale esempio dell’arte perfetta di quella nuova schiera di autori made in USA cresciuti nel magico mondo del creative writing. 

Se però si approfondisce, va detto che ci si imbatte in questioni un po’ spinose.
In primis viene da interrogarsi su quale sia stato il fine ultimo di Emma Cline: quale il senso di questo esperimento letterario, che messaggio abbia voluto trasmettere, a chi, e se ci sia riuscita o meno; argomenti non da poco.

Risulta difficile non pensare che sia tutto un fatto generazionale, ovvero che le modalità di fruizione del testo dipendano da tre fattori interconnessi tra loro in maniera inestricabile: l’età anagrafica della scrittrice, l’epoca in cui si svolge la vicenda e il target di riferimento. Viene insomma il dubbio che l’interpretazione del testo non sia univoca ma invece soggetta a una fluttuazione temporale, distinta a seconda dell’età anagrafica del lettore.

Prendiamo la protagonista. Evie si ritrova a mentire ai genitori e all’amica di infanzia, a rubare i soldi dal portafogli della madre, a dileggiare il patrigno e compatire il padre. Il problema però sta proprio nella debolezza delle motivazioni alla base della “ribellione” dell’adolescente: una mamma un po’ assente perché alla ricerca di un nuovo amore, l’amica Connie che preferisce altre compagne di classe, il papà trasferitosi in un altro sobborgo con la fidanzata più giovane. Tutte situazioni vagliate unicamente attraverso il punto di vista di Evie che, nel suo infinito acume, senza pensarci troppo le incasella sotto la voce “egoismo conformista senza futuro”.
A parte il fatto che, appunto, non siamo certo di fronte ai Grandi Drammi dell’Esistenza Umana – nb: ecco qui, che torna il gioco la questione dello scarto temporale –  (Evie è delusa da genitori che comunque le consentono una vita più che dignitosa; arrabbiata per una faccenda di amicizia come ne capitano a tutti; imbarazzata dal proprio aspetto goffo – e quale adolescente non lo è), il vero problema è che mai passa per la testa di Evie che sia lei stessa, il problema.
E quel che è più grave non è che non passi nella testa di Evie tredicenne (ovviamente) ma che non faccia capolino nemmeno nella testa di Evie cinquantenne: non c’è un solo passo in tutta l’opera nel quale la Evie contemporanea si ponga un dubbio fondamentale: che sia stata lei, la figlia un po’ viziata e sovrappeso che si mette a piagnucolare quando non è al centro dell’attenzione, l’amica egoista, la sciocchina manipolata.
E che in una comune hippy non ci si entri proprio così, scegliendone una a caso, soltanto per reazione a un sistema di valori conformistici non più condivisi.

“Non vedevo”, “facevo finta di non sentire”, “non ero in grado di comprendere”. Queste sono le uniche argomentazioni che la Evie matura offre al lettore come chiave di lettura del proprio passato. Non c’è mai, in tutto il testo, un’esplicita analisi critica, il che – attenzione – non vorrebbe dire condannare tout-court un’esperienza di vita indubbiamente significativa ma soltanto contestualizzarla.

Non si riesce insomma a togliersi dalla testa l’idea che in qualche modo e in qualche forma, tanto più conturbante quanto più profondamente sottesa e radicata al testo, Emma Cline faccia solo finta di essere imparziale ma poi inevitabilmente si ritrovi a prender posizione di fronte alla vicenda di Evie. Ahi ahi (parte seconda).

Quel che disturba di più non è tanto la presa di posizione della Cline in sé – chissà poi in che misura consapevole – quanto il sospetto di manipolazione che ne deriva. Se da una parte è chiara la fascinazione della Cline per un particolare periodo storico americano, che riesce a recuperare appieno attraverso una scrittura suggestiva e sinestetica, dall’altra sono anche evidenti i limiti di un canovaccio che la Cline distorce a suo vantaggio: un esempio su tutti, le motivazioni alla base della strage. Se infatti gli adepti del “vero” Manson scelsero le loro vittime in base a dei criteri di lotta di classe e/o odio razziale, o a caso, non così è per la squadriglia del sedicente Russel che in maniera premeditata invia la sua banda di accoltellatori scelti a casa del produttore discografico dal quale ha appena ricevuto il due di picche professionale. Non solo: “Mitch” è descritto come un individuo losco, viscido, drogato e malato di sesso. Certo, forse non meritevole di vedersi accoltellato il figlioletto di cinque anni, ma via, una punizione poteva stargli pure bene. E’ questo, quindi, il messaggio? Una strage che porta in sé il germe dell’autogiustificazione?
Pare che la tesi della Cline si allontani in certi punti dal concetto di responsabilità individuale, come se l’arte del libero arbitrio fosse stata di necessità messa da parte a favore di un misto di condizioni che ci si è ritrovati a seguire passivamente.
Il discorso messo così naturalmente non regge, perché di comuni hippy e di famiglie disfunzionali ce ne sono state e ce ne saranno parecchie ma né tutti i figli di famiglie disfunzionali né tutti i membri di tutte le comuni hippy si sono trovati e si troveranno a frequentare bande di pervertiti e assassine seriali.Evie Boyd, più che a una ragazza che sceglie di immergersi nell’esperienza alternativa della comune, spinta dalla rabbia tutta adolescenziale verso la famiglia tradizionale e le istituzioni dell’America borghese, viene ad assomigliare piuttosto alla vittima della Sindrome di Stoccolma per antonomasia: in stato di dipendenza psicologica e affettiva nei confronti dell’amica Suzanne, con la quale instaura anche una relazione sessuale, subisce maltrattamenti verbali, psicologici e fisici ma non cessa di provare per lei un sentimento di affetto e sottomissione. 
Mi volete dire quindi che, dopo tutto questo tempo e questo casino mediatico, siamo tornati a Twilight? Ahi ahi (parte terza).

“Non assomigliava affatto al banchetto che mi ero immaginata. La distanza mi mise un po’ di tristezza. Ma era una cosa triste solo nel vecchio mondo, mi dissi, dove le persone vivevano intimorite dall’amara medicina che era la loro vita. Dove i soldi rendevano tutti schiavi, dove ci si abbottonava la camicia fino al collo, strangolando tutto l’amore che si aveva dentro” (Kindle pos.1284)

L’unico accenno che faccia pensare a una riflessione seria di Evie Boyd sul proprio passato è l’accettazione passiva attraverso la quale sembra affrontare una condizione di evidente disagio e disadattamento personale: la Evie matura ha un lavoro umile e discontinuo nonostante fosse molto promettente negli studi, una vita sentimentale infelice, pochi amici, molta solitudine. Una naturale conseguenza degli accadimenti, o forse una punizione che occorre subire tacitamente al pari di quei castighi tutti americani che i genitori amavano infliggere ai figli, che implicano accettazione passiva dell’autorità ma scarsa riflessione sull’accaduto?

E’ d’altra parte un processo tutto anglosassone questo, che rivela nel passato come nel presente le pecche di un sistema di educazione familiare su cui l’America si interroga da tempo e rispetto al quale non ha ancora trovato un’interpretazione univoca.

Ultima breve nota: la questione dello scarto temporale (attenzione: spoilers). Forse spinta al distacco emotivo dal terrore di una genitorialità miope, che limita di molto l’immedesimazione, trovo personalmente molto ingenua la richiesta di sospensione di giudizio che la Cline richiede nel passo in cui la Evie contemporanea si trova a interagire con il comportamento sconsiderato di tre adolescenti. Impossibile per un lettore over 40 accettare che una donna che si suppone matura, di fronte all’irresponsabilità di tre ragazzi, non trovi di meglio da fare se non chiudersi in camera e lasciarli al proprio destino.

Ma infondo si tratta di coerenza, di cui certo la Cline non difetta: “non mi riguarda, non mi interessa”. Ed è forse qui il brivido maggiore.

 

 

Credits immagini: CNN qui
E qui di seguito lo Storify con i link a tutte le recensioni pubblicate sul web, italiane e straniere (NB: se volete segnalarmene altre, che mi sono sfuggite, sarò lieta di inserirle citando il vostro contributo).Buona lettura

"Città in Fiamme", di Garth Risk Hallberg

“L’albero di Natale sembrava solo e triste nel suo angolo, senza mobili attorno. Ecco lì tutto quello che serve per rendere sgradevole un abete: la luce solare diretta” (pag.119)

cityDue milioni di dollari di anticipo, la vendita dei diritti cinematografici in anteprima, un battage pubblicitario senza precedenti supportato dalle migliaia di copie spedite in anteprima a giornalisti e critici, l’endorsement di gran parte dell’establishment culturale americano. Novecentoundici pagine fitte, sostenute da un apparato iconografico che comprende riproduzioni di lettere scritte a mano, facsimili di fanzine anni ’70, pezzi giornalistici dattiloscritti, fotografie in collage – tutto materiale necessario all’economia della vicenda, di imprescindibile lettura.

Questi i numeri e i fatti che hanno accompagnato, a metà 2015, l’uscita di “City on Fire”. L’autore è l’esordiente Garth Risk Hallberg, giovinotto trentaseienne cresciuto in una cittadina del North Carolina ma nato il Louisiana, e la leggenda ormai vuole che l’idea folgorante gli sia venuta nel 2003, durante uno dei suoi viaggi quotidiani in pullman verso New York, ascoltando “Miami 2017” di Billy Joel.

Questi i numeri e i fatti che hanno accompagnato, a metà 2015, l’uscita di “City on Fire”. L’autore è l’esordiente Garth Risk Hallberg, giovinotto trentaseienne cresciuto in una cittadina del North Carolina ma nato il Louisiana, e la leggenda ormai vuole che l’idea folgorante gli sia venuta nel 2003, durante uno dei suoi viaggi quotidiani in pullman verso New York, ascoltando “Miami 2017” di Billy Joel.

 
***
“Nella sua mente il libro continuava a crescere in lunghezza e complessità, quasi come se si fosse assunto il peso di soppiantare la vita reale, invece di evocarla. Ma com’era possibile per un libro essere grande come la vita?” (pag.946) 
“Città in Fiamme” – trama e personaggi
Riassumere “Città in Fiamme” significa prima di tutto tenere a mente due date: la notte del 31 dicembre 1976 e quella del 13 luglio 1977. Hallberg utilizza la prima, un banale capodanno newyorkese come tanti, per mettere in scena l’omicidio fittizio di Samantha Cicciaro, una giovane studentessa universitaria – ultima erede di una sfortunata famiglia italoamericana specializzata nella costruzione artigianale di prestigiosi fuochi d’artificio, ora caduta in disgrazia a causa dell’avvento della produzione in serie e della tecnologia – che viene ritrovata in fin di vita in un angolo di Central Park, vittima di una sparatoria.
Credits @NYCDailyPics
Credits @NYCDailyPics
In un continuo scambio di punti di vista e piani temporali (dal presente della narrazione ai numerosi flashback 1950-’60 fino ai flashforward del dopo-millennio) Hallberg segue non soltanto gli ultimi mesi della vita della ragazza ma anche e soprattutto le vicende di coloro che in un modo o nell’altro erano entrati in recente contatto con lei: un paio di amici del Lower East Side, tossici e disoccupati, che l’avevano iniziata al movimento punk; alcuni insospettabili membri della facoltosissima dinastia Hamilton–Sweeney con i rispettivi figli, consorti e tirapiedi di stanza a Manhattan; Mercer Goodman, maestro e aspirante scrittore emigrato da Altana, Georgia; Richard Groskoph, un reporter alcolizzato in cerca di riscatto e infine Lawrence Pulaski, viceispettore (poteva mancare?) claudicante, a fine carriera, deciso a risolvere il rompicapo dell’omicidio. I destini di questo gruppo così eterogeneo si riuniscono nella notte – non altrettanto banale – del 13 luglio dell’anno successivo, notte in cui New York piomba in un drammatico black-out che diviene pietra miliare nella storia (vera) della metropoli.
Alvin Langdom “Night in NY” 1905-1911
L’arte di Hallberg nell’organizzazione della materia è evidente e si tocca con mano.
Le parti descrittive, specie quelle relative alla città di New York, sono quasi sempre valide, contestualizzate e rivelano conoscenza diretta, ispezione, esperienza. Oggettivamente stupisce il risultato raggiunto da questo esordiente trentaseienne, per altro non originario della metropoli:

“Il centro di Flower Hill, con tutta la buona volontà del consiglio del Village, non poteva librarsi oltre i suoi limiti intrinseci. Di giorno simulava un ambiente urbano senza qualità – c’erano un fioraio, un salone per feste di nozze, un negozio di dischi niente di che – ma di sera, le luci delle facciate dei negozi sparavano in faccia le coordinate delle vere urgenze cittadine. Massaggi. Tatuaggi. Banco dei pegni. Davanti a una caffetteria vuota, un Babbo Natale animatronico con le gambe incatenate a una recinzione ruotava rigido su se stesso al tempo di Jingle Bells” (pag.19)

I protagonisti vengono presentati inizialmente uno a uno per capitolo ma l’autore è abile a scardinare presto anche questo prevedibile meccanismo perché nel momento in cui l’introduzione di un’altra figura standing-alone avrebbe potuto creare una sensazione di effetto cinematografico a fruizione passiva (ndr: fra il terzo e il quarto cap.) modifica tono e struttura. Attraverso l’inserimento di tutti gli altri personaggi per mezzo di una tecnica ad avvicinamento lento, Hallberg consegna i collegamenti nelle mani del lettore che quindi viene coinvolto in prima persona, come per ogni giallo che si rispetti.
Edward Hopper credits @HopperAtoZ
“Città in fiamme” è sicuramente un romanzo d’atmosfere e la dinamica di dialogo poco serrato insieme all’osservazione sempre contestualizzata della realtà ne limitano l’effetto cinematografico che tuttavia permane – o meglio si rende evidente – in alcuni punti ben precisi e che tendono a ripetersi nel corso della narrazione: l’abitudine ad accostare immagini e colonne sonore, una certa teatralità di espressioni ad effetto tipiche della filmografia USA, alcune inquadrature dietro le quali si intravede la telecamera e l’età anagrafica dell’autore che comunque è persona cresciuta, come tutti noi, con la televisione in salotto.

“Lei la considerava una tipica attività californiana, guardare la tua vita da lontano, cercando di riconoscere dai profili degli alberi e delle strade e dai ristoranti costruiti con la stessa forma delle loro specialità culinarie quale casa fosse la tua. (Questo prima di trasferirsi a New York e scoprire che riscrivere la propria vita in chiave cinematografica era un fenomeno nazionale, forse anche globale)” (pag.579)

E non è certo un caso che uno dei passi più riusciti dell’opera sia l’evidente tributo al Kubrick di “Eyes Wide Shout” delle pagg.40-90.
Night in NY Alfred Stieglitz 1896
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“All’inizio avevo intenzione di scrivere un pezzo che specchiasse l’enigma che cercavo di risolvere: in che modo, dai contenitori grandi come macchine per il caffè e pieni di materiale inerte, escano sfolgoranti trame di colore che riempiono il cielo. Ho immaginato me stesso ricavare con maestria da pezzi separati un’unica esplosione. Invece adesso scopro di avere tentato di andare a ritroso, di aver provato a ricostruire un corpo unico dagli elementi che lo scoppio aveva disperso a caso” (Richard Groskoph, “Gli artificieri”, pag.31 – in “Città in Fiamme”)
“Città in Fiamme” – Il nuovo GRA
L’interesse statunitense per l’esordio di Hallberg è presto spiegato se si considera l’affanno con cui la critica a stelle e strisce è da tempo alla ricerca del nuovo GRA, il Grande Romanzo Americano. Giusto un anno fa, in occasione dell’uscita di “Purity” di cui venne proposta un’anteprima in traduzione italiana, IL pubblicò un interessante reportage in proposito (ospitando diversi interventi tra cui quelli di Christian Rocca e Marco Rossari), a uso e consumo del pubblico italiano. Philip Roth, Don De Lillo, Cormac McCarthy, John Updike e Toni Morrison – e poi, David Foster Wallace, Jonathan Franzen, Zadie Smith, Nathan Englander e Jeffrey Eugenides sono soltanto alcuni degli autori citati.
Non sorprende quindi l’ansia sempre crescente dell’audience americana, in attesa di quella nuova leva di scrittori casalinghi in grado di dare testimonianza dei mutamenti più recenti occorsi al mondo oltreoceano.
Hallberg in questo senso stupisce per furbizia, va notato. Con una captatio benevolentiae intelligente e sottile, che percorre tutto il testo, non si espone mai direttamente ma si schermisce e affida le sue (pur numerose) riflessioni a riguardo a due personaggi si potrebbe dire minori – e per altro destinati a fortune incerte: il primo è Mercer Goodman, il fidanzato di colore di William Hamilton-Sweeney, giunto a New York per “la divorante ambizione di scrivere il Grande Romanzo Americano” (pag.5-6) ma poi costretto a un impegno frustrante e a tempo pieno, quello dell’insegnante in una scuola privata d’elite (episodi di razzismo e omofobia compresi), e vittima di una relazione sentimentale complicata e di certo non alla pari, neppure dal punto di vista economico; il secondo è il giornalista sbandato Groskoph che, caduto in disgrazia dopo un esordio promettente, cerca con fatica di risalire la china – e si tace dell’esito.
 
Più di una volta Hallberg stempera le buone idee di cui è innegabilmente disseminato “City on Fire” attraverso l‘autoironia e l’impegno nel ridimensionare il ruolo dello scrittore, che se da una parte quasi mai risulta all’altezza alle aspettative a causa di limiti intrinseci (“Non illuderti di trovare qualcosa sotto la superficie” – pag.80), dall’altra è dichiarato vittima di un sistema che considera l’arte della narrazione soltanto come un mezzo attraverso cui autoincensarsi (“Non c’era niente che NY amasse leggere di più che di se stessa” – pag.194).
D’altro canto Hallberg non fa mistero della propria affezione (“…un tradizionalista” – pag.376) per un certo tipo di narrativa (“…la vecchia idea che il romanzo possa insegnare qualcosa” – pag.377) e del proprio debito nei confronti di tanti predecessori (“Truman [Capote] aveva i suoi demoni – chiunque avesse scolato un bicchiere insieme a lui lo sapeva- ma nessuno avrebbe potuto negargli quello di cui stavolta era stato capace: scomparire del tutto nelle vite degli altri” – pag.195) e raramente cede all’autocompiacimento (“…un giovane poeta [Balzac] arriva dalla provincia a Parigi per far fortuna, e alla fine scopre di essersi sbagliato su tutto. Tutti quelli che credeva dei geni sono degli idioti e viceversa” – pag.260). 
Non manca comunque una discreta dose di positive thinking – non averla sarebbe stato del tutto contrario ai principi del GRA – sia per quanto riguarda il Romanzo in sé (“…era ancora convinto che l’arte americana dovesse essere Grande” – pag.597) sia per quello che concerne l’istruzione pubblica statunitense – ricca com’è l’opera di riflessioni riguardo la necessità di mantenere alto il livello dell’offerta culturale del Paese, tanto quanto quello delle istituzioni scolastiche e degli spazi d’arte e cultura come musei e biblioteche, veri e propri luoghi di sviluppo della società civile.
 
***
“…c’erano ballerini impegnati in una danza al rallentatore sotto gli alberi rivitalizzati. Famigliole sedute in ordine sui teli, in una luce vinosa. Continuo a vedere scene simili dappertutto, arte pubblica difficile da distinguere dalla vita pubblica. (…) Quasi che i sogni potessero essere piatti alternativi nel menu delle esperienze possibili (…) [la] razionalizzazione di ogni ultimo desiderio” (prologo)
“Città in Fiamme” – il mondo artefatto
 
Early Spring Afternoon in Central Park
Willard Metcalf 1911 Credits @MichikoKakutani
E’ chiaro come il fil rouge di tutta l’opera di Hallberg sia la riflessione sull’essere e sul divenire, e la responsabilità individuale che questa trasformazione da <> a <> porta con sé. E’ un tema tipico della letteratura US – imprescindibile dal sistema-GRA – che viene direttamente dall’epica del selfmade-man – artefice del proprio destino e della propria fortuna, maglio se conquistata con fatica e sofferenza – così cara all’immaginario americano. Naturalmente a ciò fanno seguito l’altrettanto tipica ossessione per il raggiungimento del successo sia personale sia professionale, il problema connesso alla gestione del senso di colpa in caso di fallimento e il senso di profonda ingiustizia percepita nel momento in cui, pur avendo fatto tutto il possibile, ciò per cui ci si è spesi non accade, o non si ottiene:

“…l’esistenza di una causa logica significa che le cose non sono così incontrollabili. Ma per sua esperienza, a cercarne una con troppo accanimento si rischiava di sentirsi colpevoli, di rendere se stessi la causa quando invece si era ben lontani dall’esserlo” (pag.348)

Nonché l’idea dell’esperienza di vita unica e perfetta, irripetibile (“Il momento clou della giornata” – pag. ), che deve essere cercata e goduta a tutti i costi che tuttavia come conseguenza porta con sé l’idiosincrasia nei riguardi del momento della scelta. Una continua serie di bivi che, come ovvio, escludono a priori altre strade che non potranno più essere battute:

“…sembrava che oggi ogni americano avesse il suo gemello oscuro, la possibilità di una vita vissuta in un modo diverso, a fissarlo dalle vetrine e dallo specchio del bagno” (pag.290)

Tant’è che la passione tutta newyorkese per il racconto delle nevrosi – vere o posticce che siano, irrompe sin da pagina 45 e investe un po’ tutti i protagonisti specie quelli dell’alta società: manie di controllo, disturbi ossessivi, ipocondria, disordini alimentari, nient’altro se non i sintomi di un disagio profondo che rivela la tensione sempre crescente tra il desiderio di un cambiamento e il terrore del giro di boa all’uscita dalla propria zona di comfort. La situazione della classe operaia è da trattare a parte, densa com’è di fenomeni sociali al limite tra cui abbandono scolastico, bullismo, dipendenza dall’alcool, utilizzo di stupefacenti (e a far da collante tra operai e upper-class, l’eroina).
Edward Hopper credits @HopperAtoZ
La rappresentazione visiva di questo struggimento è, e sempre sarà, la metropoli newyorkese, che nell’immaginario di ogni statunitense è il “luogo in cui si concentra il cambiamento” (pag.320) per antonomasia tanto che, in un continuo disallineamento di aspettative, essa diviene l’unica entità in grado di insegnare ad ognuno “non quello che ti occorreva per vivere, ma prima ancora, quello per cui valeva la pena vivere” (pag.231). Una final destination che tuttavia, lungi dall’essere vissuta con rispetto e senso del dovere, è spesso depauperata e bistrattata in maniera parassitaria, per poi finire abbandonata nel momento in cui si ritiene abbia offerto tutto quello che era nelle sue possibilità offrire (o in assenza di un feedback giudicato adeguato):

“(…) gli americani non amano molto questa città, non la ammirano, non la stimano, non credono in lei e non ne hanno molta fiducia” (pag.161)

“(…) suo fratello William a diciassette anni era separato dal mondo che lo conteneva solo da una membrana sottilissima. In altre parole, era un ragazzo di città fatto e finito” (pag.172)

“(…)perfino i bambini, dietro il riflesso della strada che fluttuava nel vetro, avevano imparato l’arte di fingere di non vedere” (pag.671)

Il problema dell’aderenza a un canone è un altro tema tipico del romanzo di Hallberg e in generale della letteratura US, e nasce dalla necessità di inserirsi in un gruppo sociale coeso, definito da determinati parametri all’interno dei quali occorre rientrare. Chiaramente, non essendo tutto assoggettabile al raziocinio, la ricerca di un’identità propria diviene spesso una corsa al raggiungimento di una perfezione assolutamente astratta che nel migliore dei casi porta a una pantomima di inganno e finzione in cui sogni e desideri si mescolano a dar vita a una storia ideale, che non è reale, (una delle parole chiave che forse si potrebbero usare per capire qualcosa di più su “Città in Fiamme” è “coreografia” [pag.90]) e nel peggiore a un immobilismo decisionale se possibile ancora più pericoloso:

“(…) aveva preso tutte le carenze del suo matrimonio e della sua vita e le aveva suste per dare forma a una fantasia” (pag.360)

Da qui, l’impossibilità di sostenere una felicità qualunque (specie l’altrui: “la vicinanza al fascino del successo” pag.232) e la spinta a crogiolarsi nel decadente collettivo, nel momento della presa di coscienza: quell’attimo in cui si comprende la banalità della propria esistenza. Il sogno americano si spezza, i figli scappati di casa tornano dai genitori (nota a margine: il tema del ritorno in famiglia è molto forte in questo ultimo periodo, complice anche la crisi economica che mina l’indipendenza dei giovani e il drastico calo di stima nei confronti dei celeberrimi campus universitari che a parte qualche rara eccezione da IVY League si sono dimostrati, negli anni, centri di aggregazione di scarsa qualità e poco utili allo sviluppo personale e professionale dei teenagers), ogni scelta personale è foriera di gravi conseguenze, a volte drammatiche. La verità è una sola e Hallberg non fa mistero della sua tesi: nella città in cui tutti corrono per farcela, qualcuno ci riesce ma qualche altro, inevitabilmente, no.
Conclusioni: 1- mi è sembrato di vedere un gatto (cit.)
Se vi assale improvvisamente una certa sensazione di dejavu non preoccupatevi, siete in buona compagnia – ossia quella di tutte le persone che hanno pensato a Donna Tartt dopo aver letto le prime dieci pagine di Hallberg.
In verità c’è solo da rassegnarsi, perché è squisitamente inutile sforzarsi di combattere le assonanze che per tutta la lettura di “Città in Fiamme” il vostro cervello continuerà a produrre con “Il Cardellino”.
C’è da dire che i temi in comune sono davvero tanti, dalla location, naturalmente, all’intersecarsi di molteplici vicende su più piani temporali sfalsati, alla questione della Grande Disgrazia: dall’adolescente Charlie – adottato, asmatico, sfigato – a Samantha Cicciaro – abbandonata dalla madre e cresciuta da un padre assente, fino ai fratelli William e Regan (per la serie: anche i ricchi piangono) – insomma tutti i personaggi della saga non fanno altro che porre l’accento su un tema che alla Tartt è sempre stato a cuore, quello della genitorialità disfunzionale. Sia “City on Fire” sia “The Goldfinch” sono prima di tutto storie di padri e di madri anormali, e poi storie di figli che con fatica e dolore cercano in qualche modo di rimettersi in piedi, pur portando sul proprio corpo le cicatrici di anni di indifferenza e abbandono. Ambito riguardo al quale la letteratura d’oltreoceano s’interroga ormai da tempo.
Ma se Donna Tartt con “Il Cardellino” riesce nell’impresa di creare e mantenere viva una pluralità di voci e d’esperienze, focalizzando l’attenzione specie sull’infanzia abusata (le pagine sulla permanenza californiana del giovane Theo Decker sono tra le più belle della letteratura contemporanea, per intensità del lirismo e veridicità dell’introspezione), non si può dire lo stesso di Hallberg, che nonostante un’analisi complessivamente buona del mondo infantile molto probabilmente ne esce penalizzato dalla propria età anagrafica, riuscendo a perforare il muro del cliché letterario soltanto a tratti e restituendoci una serie di personaggi da questo punto di vista scarsamente caratterizzati.
 
Conclusioni: 2- guardo da qui o guardo da là?
Difatti è stato evidenziato da più parti come il punto debole di “Città in Fiamme” stia proprio nella pluralità di situazioni e personaggi che Hallberg, al pari della Tartt, decide di presentare.
In primis c’è la questione del punto di vista, che tecnicamente si avvicina più a un interno multiplo ma che poi in certi casi scivola verso un esterno quasi onnisciente, creando qualche strappo nel continuum della lettura. Pongono anche qualche difficoltà anche le connessioni tra i personaggi che non sono sempre intuitive e necessitano di una lettura attenta e soprattutto continua – il che non è semplice, data la mole dell’opera. Ciò che tuttavia ha impegnato di più (ad esempio su Minima&Moralia, per quanto riguarda la critica italiana) è stata l’analisi dello stile: sono proprio le sue peculiarità – forbito, sia per sintassi sia per lessico, erudito – moltissimi riferimenti letterari espliciti e impliciti – e complesso, a crearne il limite, quello dell’uniformità e del livellamento, fino al paradosso di avere personaggi completamente antitetici (Reagan Hamilton-Sweeney e Samantha Cicciaro, ad esempio, o il reporter Groskoph a confronto con Mercer Goodman) che pensano, riflettono, agiscono e si esprimono secondo modalità molto simili. Un risultato che in alcuni punti risulta poco credibile.
Un’altra critica mossa all’opera è la sensazione di collage che si respira leggendo alcuni capitoli che, è evidente, sono stati composti in tempi diversi (Hallberg ha impiegato quasi 10 anni per concludere la stesura). Alcune parti risultano convincenti e ispirate, altre invece funzionano meno perché ridondanti e poco coese, altre ancora convincono poco a livello di intreccio che per certi avvenimenti risulta un po’ semplificato e poco verosimile. Questo in verità è un difetto anche del Cardellino la cui autrice però, forte dell’esperienza e di una trama più accattivante, riesce ad attenuare con risultati migliori rispetto a quelli di Hallberg.
Conclusioni: 3- #punkeverywhere

“Il punk era un dio geloso che non tollerava l’esistenza di altra musica al di fuori di lui” (pag.250)

“(…) il paese è sfinito, le multinazionali controllano le nostre menti, i politici sono dei criminali. Potrei citarti capitoli e versetti, ma per quello ci sono i libri e, comunque, tu sai che è così se no non saresti davvero un punk” (pag.352)

Anche qui si potrebbe discutere per ore riguardo all’idea di Hallberg in merito, che se da un lato fa indiscutibilmente del suo meglio per inscenare un movimento punk credibile e aderente all’originale, dall’altro non fa mistero della coolness che deriva da una contestualizzazione di questo genere:

“Ultimamente tutto quello che era anni Ottanta, tutto quello che veniva da downtown, aveva acquisito lo status di icona del millennio” (pag.954)

Il risultato di tutto ciò è un’inevitabile sospensione del giudizio. Tecnicamente è impossibile mettere in atto un qualsiasi meccanismo di immedesimazione riguardo alcuno dei protagonisti della saga: i leader della vicenda sono da un lato imprenditori facoltosi, ricchissimi e cattivissimi e i loro discendenti dei casi umani debosciati e lagnosi che trovano conforto o nella droga o nel sesso promiscuo o nelle nevrosi alla Woody Allen. Dal punto di vista della classe operaia i personaggi potrebbero far pensare a una morale Dickesiana ma risultano troppo stereotipati per essere credibili: dal reporter alcolizzato al detective sottostimato e poliomielitico, dall’operaio italiano immigrato, tutto birra e televisione, al professore afroamericano, colto e gay, vittima di apartheid e omofobia. Anche volendo lasciar da parte la questione dell’immedesimazione, ci si chiede dove stia quell’idea dell'”insegnare qualcosa” attraverso la letteratura di cui Hallberg si fa ambasciatore: perché si rimane un po’ con la sensazione che sia stato tutto un gioco: giocare al giornalista, al detective, al tossico punk, all’adolescente disadattato, alla MILF vittima di disturbi alimentari. Ma un bel gioco, si sa, è bello fino a che dura poco e fino a che si è in grado di smettere.
Buona lettura (perché, comunque, è da leggere).

NB: Doverosa lode merita la traduzione di Massimo Bocchiola: musicale, dinamica, sciolta e croccante.

cityCredits @NYCDailyPics

Nota: il tweet di cui sopra #punkeverywhere fa riferimento alla mostra fotografica “Punk in Britain” che potete visitare ancora per una settimana alla Galleria Sozzani . Un buon modo per approfondire la questione, con i dovuti accorgimenti perché si fa riferimento appunto al movimento inglese e non a quello del cugino americano.

"Il Ciclope", di Paolo Rumiz

“A chi, come me, è nato in Adriatico, non la darete a intendere che i fari più belli d’Europa stanno in Bretagna o Cornovaglia. Sappiatelo, voi che amate il mare e vi fate infinocchiare dalle foto che glorificano torri oceaniche assediate dai marosi. Il Mediterraneo non è da meno” (pag.87)

Da diversi anni il giornalista triestino Paolo Rumiz – che, lo ricordiamo, da inviato speciale ha testimoniato attraverso i suoi scritti i momenti più salienti delle vicende mediterranee, dai conflitti balcanici agli eventi dell’Afghanistan – ogni estate intraprende un viaggio che poi riporta sulle pagine di Repubblica in forma di reportage a puntate.
Accompagnato da amici, poeti, registi, attori, scrittori e utilizzando i mezzi di trasporto più diversi (dalla bicicletta a una Topolino del ’53, dalla barca all’autostop) in più di dieci anni ha percorso migliaia di chilometri tra l’Italia e i Balcani, dall’Europa all’Artico, fino a Gerusalemme e Istanbul, con gli intenti più disparati: seguire le Alpi in tutta la loro estensione, raggiungere il sepolcro di Cristo, percorrere il lungo tragitto della Via Appia, visitare insediamenti industriali e civili in rovina. Da molti di questi itinerari sono stati tratti non solo delle inchieste giornalistiche ma anche dei docu-films alcuni dei quali presentati con successo di pubblico e critica.
Gita al faro
Nell’estate del 2014 Rumiz per la prima volta parte da solo, per trascorrere tre settimane su uno sperduto e deserto isolotto nel mezzo del Mediterraneo, all’interno di un impianto di segnalazione luminosa ancora attivo e comandato manualmente da un manipolo di guardiani in turnazione continua.

“Ora dovrei dirvi dove sono. Per esempio, che questa è un’isola lontana da tutto eppure al centro di tutto. Uno scoglio che, nonostante la distanza, è impossibile mancare. Dirvi che è microscopia, ma sulle mappe nessuno la dimentica, perché è un punto nave fondamentale. (…) Dovrei darvi le coordinate, latitudine e longitudine. Ma non lo farò. Non vi dirò nemmeno la nazione cui appartiene. (…). Non chiedetemi altro. Troppo facile, con i motori di ricerca. Bastano due-tre nomi e anche un bambino distratto ci arriva. Voglio che fatichiate a trovarla, che la navigazione si ardua, che vi perdiate nei libri prima che negli arcipelaghi. (…) Vi prego dunque, nel caso la trovaste, se siete affezionati alla mia scrittura e non volete che un luogo benedetto si invaso dall’orda degli infedeli, non ditelo a nessuno” (pag.17)

Nel volume “Il Ciclope”, edito da Feltrinelli come la maggior parte dei testi di Rumiz, il giornalista raccoglie in corpus le note di questo “viaggio immobile”, già pubblicate su Repubblica in precedenza.
L. Feininger

 

In realtà questo testo mi ha interessato non tanto per l’argomento in sé quanto perché esempio di un certo tipo di approccio al tema del viaggio, quello psicogeografico (che include anche, in questo caso, la prospettiva del turismo eco-compatibile), e inoltre per l’attraente assonanza tra le osservazioni di Rumiz e le caratteristiche che, almeno nelle opere di base anglofona, definiscono l’appartenenza al genere letterario definito del New Nature Writing.
Pronti, partenza, via
In completa antitesi con la formula contemporanea del mordi e fuggi all-inclusive, magari coadiuvata da qualche bel buono sconto per esperienze one-shot dichiarate imperdibili e relative foto sui Social, Rumiz celebra un turismo diverso, fatto prima di tutto di una progettualità che affonda le sue radici nel desiderio di trascorrere un tempo libero qualitativamente valido. Questo momento altro, che è segnato dalla consapevolezza per lo spazio e il tempo che ci si trova a occupare e che mira a evitare la trappola dello sfruttamento consumistico del territorio, è oltremodo speciale nel caso di Rumiz, il cui interesse si concentra soprattutto nei riguardi dell’interazione tra le vicende umane e lo spazio terrestre all’interno del quale si sono svolte, con particolare attenzione verso la Storia, antica e moderna.

 

 

Fa il resto l’approccio giornalistico del professionista che è caratterizzato da un impegno costante per la ricerca, la scoperta, la documentazione e la condivisione del sapere.
In questo caso tuttavia Rumiz va ancora oltre, scegliendo deliberatamente un luogo di reclusione assoluta all’interno del quale l’esperienza del viaggio – che occorre porti con sé non tanto avventure da spartire sul momento quanto conoscenze da condividere in seguito, una volta elaborate – diviene di necessità un percorso intimo all’interno di se stessi.
La reclusione è anche l’occasione per riflettere su analoghe esperienze passate ed è su questi racconti, trasfigurati nel più puro stile marinaresco, che si concentra tanta parte del reportage di Rumiz. Ecco allora la mente si affolla di ricordi: vecchi lupi di mare che in osterie fatiscenti, davanti a un buon bicchiere di vino, raccontano di naufragi e bastimenti fantasma affondati al largo di coste perigliose; luoghi remoti visitati da solo o grazie al talento dei compagni d’avventura (qualcuno dei quali anche in grado di recitare l’Odissea a memoria): le coste e i faraglioni del Pembrokeshire, nel Sudovest dell’Inghilterra, le acque attorno a Itaca fino a Corinto, Mikonos e le Cicladi, la visita alle rovine del carcere dell’Asinara; una gita a Capo Colonna, sulle orme di Annibale; quella al faro disabitato di Capo Trionto, a nord di Crotone; la spedizione a Point Hope, nell’estremo nord dell’Alaska.
E’ la perizia di skipper consumati, di maestri di vela, di anziani capitani in pensione che attraverso l’arte del racconto e del passaparola tessono una rete fittissima di notizie, rimandi, suggestioni che a poco a poco, con la lentezza vecchia di anni tipica del racconto orale di matrice ellenica, avvicinano Rumiz alla meta desiderata che si fa via via più vicina in un continuo “approccio pelagico” lontano anni luce dall’insipida rapidità del click al computer.

“La scelta di venire in questa Isola misteriosa la devo anche a un grande narratore di mare, Antonio Mallardi da Bari. Difficilmente conoscerò un’anima più omerica della sua. Pescatore, contadino, violoncellista, maestro d’ascia e consulente editoriale, ha inseguito dentici e murene dalle Tremiti alle Jonie e oltre ancora, fino al mare infuocato di Haifa. Con Fosco Maraini ha circumnavigato Itaca sott’acqua, una settimana a caccia di pesce di scoglio, con una barca d’appoggio. (…) Anche lui, cinquant’anni prima, aveva sognato di fare il guardiano di un faro. Gli mancava solo quello, nella sua vita inquieta. Il ministero della Marina lo aveva chiamato a sostenere gli esami e lui l’aveva detto a Mara, sua moglie. “O me, o il faro”, era stata la risposta. E così il desiderio inappagato è rimasto a covare in lui nelle notti di vento” (pag.22)

 

E. Hopper (@HopperAtoZ)
A ciascuno il suo (di New Nature Writing)
Su Medium, a proposito di tutt’altra narrazione – (fiction vs. non-fiction, e anche qui sta anche un po’ il succo – si rifletteva sulla declinazione nostrana del tema del New Nature Writing. Se per gli scrittori d’oltreoceano il NNW si definisce nel rapporto tra una natura aliena e insondabile e un’Umanità sempre meno propensa (e sempre più incapace) a comprenderla, probabilmente per noi il canone si svilupperà – parlo al futuro perché nessuno ha ancora provato a stilare un elenco – tenendo conto del ruolo che l’uomo ha, o ha avuto, sul nostro territorio, specie per quanto riguarda il rapporto con il Mediterraneo: e i reportage psicogeografici ne sono (forse) un esempio. E’ comunque stupefacente osservare come certe suggestioni travalichino geografia e generi letterari, ad esempio accomunando la scrittura del californiano Jeff Vandermeer, visionario, prolifico e apprezzatissimo sci-fi writer, con l’esperienza del più anziano Rumiz, appartenente a tutt’altra scuola:
  • l’idea di una natura che cerca in ogni modo di riprendersi i propri spazi difendendo se stessa dall’invasione dell’uomo (“Il mare si svuota: e a ripulirlo non è la pesca dei miei due simpatici bucanieri, ma quella industriale e sistematica. I tre-quattromila gabbiani sulle praterie e gli strapiombi non hanno quasi più niente da mangiare in acqua e cercano cibo in terraferma. Qualsiasi cibo. Sono diventati feroci. Da allora molto è cambiato per me. La natura, cui all’inizio avevo guardato con l’imbecillità contemplativa dell’uomo urbanizzato, si è svelata tutt’altro che pacifica. (…) Il loro urlo senza voce dice che in trent’anni il Mediterraneo si è svuotato del settanta per cento della sua ricchezza ittica. Me l’aveva svelato Tamara Vucetic, biologa marina croata, durante un viaggio in Dalmazia” [pag.65-66] “Siamo pieni di paure, certo, ma paure di cose senza significato, e le paure a vuoto si chiamano paranoie. Ci manca il timore vero, quello supremo. L’orrore di noi stessi, incapaci di sentire il grido della natura che boccheggia (…). [pag.69])
  • un viaggio che è esplorazione e racconto, pieno di note e diari (“Rileggo il diario di quel primo giorno. Frasi brevi, quasi degli haiku” [pag.13]); una meta che si distingue più per quello che non è, un non-luogo denso di storia che crea nel visitatore uno sdoppiamento dell’individualità (“Troppo improvviso il passaggio dal pieno al vuoto di questo luogo. Forse è il corpo che tenta di resistere al risucchio del nulla. Perché davvero, qui, se sei solo, rischi di diventare matto. Parli con te stesso, ti viene naturale, e non ti accorgi di farlo per il semplice motivo che hai il tuo Doppio accanto” [pag.15]) ; l’archetipo dell’Isola, quasi una creatura senziente gettata di traverso a intersecare coordinate universali altrimenti imperscrutabili (“Per leggere ora devo accendere la lampadina frontale. Sento che l’Isola è un sensore nell’universo che la circonda. Un’antenna parabolica di pensieri vaganti” [pag.92] “La torre solitaria in cima alla montagna è un ripetitore di suoni ultraterreni, un’antenna sintonizzata su frequenze non udibili ai vivi” [pag.114])
  • il misticismo religioso, l’esigenza di contatto con il divino e la ricerca di un significato superiore (“Qui sei un miserabile nulla davanti all’immensità della natura. (…) Quanto ci farebbe bene, penso, un po’ di sano, superstizioso timore dell’ira d’Iddio – o degli dei – per guarire da questa oscena sicumera che nasce dal sentirci garantiti e sazi in un mondo pieno di strepito e incoscienza” [pag-15]); il faro come luogo di culto, legato non solo al divino tradizionale (sia esso Cristiano, Musulmano o pagano) ma anche a una dimensione ultraterrena che affonda le sue origini nel mistero (“Non so perché ci ho messo tanto a guadare dentro i cristalli concentrici dell’apparato ottico. (…) Quel capolavoro millimetrico ti costringeva quasi a prostrarti, come davanti a una divinità, un enigma. O la pupilla di una sfinge” [pag.53-54])
  • l’inesprimibilità dei concetti, la meditazione sul linguaggio e in generale sulla lingua (“A ripensarci, mi rendo conto di non aver scritto io questa storia. Sono stati il vento e la marea. Io non ho fatto che registrarne la voce amplificata dal ventre cavo della torre” [pag.14] Ho anche la sensazione che il mare aperto lentamente disidrati i pensieri, renda superflua la sintassi, le spiegazioni, come se fosse vano comunicare l’incommensurabile. (…) Scrivo per disciplina, per mestiere o per autosuggestione. Scrivo perché lascio che sia il mare a dettare la storia. Ma sento che, se davvero non opponessi resistenza, quello stesso mare mi porterebbe pian piano al silenzio” [pag.93])
Una nota a parte merita la riflessione, sempre presente ma mai né ridondante né stucchevole, sulla storia e le civiltà del Mediterraneo che da sempre, e per millenni, ha ricoperto l’importantissima funzione di crocevia e luogo di scambio di lingue, culture, mestieri e materie. E’ un tema chiaramente difficile da affrontare, specie di questi tempi; Rumiz lo gestisce con sapienza e serietà, senza mai abbandonare una certa leggerezza di approccio (cfr. il capitolo “Ego Adriaticus Sum”), che doveva necessariamente caratterizzare questo reportage.
 
L’unico appunto al testo potrebbe derivare da una fruizione che evidentemente non è per tutti, in special modo per coloro che non provengono dall’area delle lettere classiche. Non solo perché il testo è denso di rimandi espliciti ma anche impliciti alla grecità antica in tutte le sue forme – storia, arte e letteratura – ma anche perché la lettura di alcuni punti necessita, per essere apprezzata appieno dal punto di vista stilistico, di una parziale sospensione del giudizio. Mi riferisco in special modo alle parti relative ai racconti in stile marinaresco e alla poetica che ruota intorno al cibo e al nutrimento: due temi per i quali Rumiz utilizza un linguaggio ricercato, costruito e arcaicizzante che mira alla creazione di particolari corrispondenze mentali. Tali assonanze tuttavia risultano evidenti soltanto a chi è pratico di certi studi mentre c’è rischio che vengano fraintese e interpretate solo come uno stucchevole gioco letterario da parte di orecchie meno allenate. 
 
Buona lettura

“The Southern Reach Trilogy”, di Jeff Vandermeer

Avvertenza: data la lunghezza (lettura stimata 13 minuti) il post è stato originariamente pubblicato su @MediumItaliano: ho scelto poi di copiarlo su ADC per facilitare l’utilizzo di Google Translator così come mi hanno richiesto alcuni followers anglofoni. Cliccare qui per essere reindirizzati alla pagina originale – e ai commenti.
In cui si cerca di riflettere, tra le altre cose, su: l’evoluzione del sistema New Weird e la nuova frontiera dell’eco sci-fi — o climate fiction che dir si voglia; cosa sia il *new #NatureWriting*, per quale motivo se ne parli così tanto all’estero e così poco qui da noi, e del perché lo si ponga in correlazione con la SRT; le belle amicizie che si fanno su Twitter, specie durante le ferie estive. Non ultimo, su “Accettazione”, il terzo e ultimo volume della trilogia di cui al titolo.

 

1. Il New Weird. Corrispondenze, interferenze

 

“Kerans si disse che aveva fatto bene a restare all’interno dell’albergo: le tempeste scoppiavano con frequenza sempre maggiore via via che la temperatura andava aumentando. Ma Kerans sapeva benissimo che il reale motivo della sua decisione era l’accettazione ormai passiva del fatto che gli restasse ben poco da fare. Le rilevazioni biologiche erano diventate un gioco senza senso e privo di alcuna utilità, dato che la nuova flora seguiva pedissequamente le tendenze anticipate dagli scienziati vent’anni prima, ed era sicuro che nessuno a Camp Byrd, nella Groenlandia settentrionale, si preoccupava di archiviare i suoi rapporti, figuriamoci poi di leggerli” . (JG Ballard, “Il mondo sommerso”, Feltrinelli 2005, trad. Stefano Massaron, pag.5)

“Il microscopio era abbandonato da tempo in un angolo, coperto di muffa, semisepolto dal passare degli anni . Non avevo la forza di prelevare un campione, di scoprire quello che già sapevo. In fondo, un microscopio non poteva dirmi niente di quel gufo che già non sapessi. Niente che non avessi capito in anni e anni di stretta interazione e osservazione”. (Jeff Vandermeer, “Accettazione”, Einaudi 2005 pag. 148)

 

Edward Hopper. Credits @HopperAtoZ

 

E’ sufficiente questa simmetria tra il biologo Kerans e la biologa senza nome protagonista della SRT a rendere evidente il debito di Jeff Vandermeer nei confronti di James Graham Ballard, debito a cui segue di necessità un tributo che percorre tutta la “Southern Reach Trilogy”. In verità però ho scelto questo paragrafo, uno tra i tanti recuperati dal mio Feltrinelli sgualcito, anche perché credo che confrontato con quello di Vandermeer, citato appena sotto, riesca a identificare meglio di molti altri (forse più evocativi ma meno efficaci) le motivazioni che hanno determinato la scissione di cui Jeff Vandermeer è stato artefice: quella tra la fantascienza propriamente detta e il movimento New Weird.

Del fenomeno New Weird avevamo già avuto modo di parlare in occasione dell’uscita di “Annientamento” e ancor più con la pubblicazione di “Autorità”, SRT parte seconda, che aveva innegabilmente risvegliato le attenzioni della critica nostrana fino ad allora sicuramente entusiasta dell’opera ma poco avvezza a trattare certi argomenti più consoni, per tradizione, alla narrativa d’oltreoceano.

[Ricordiamolo cos’è, questo New Weird, utilizzando proprio la definizione data dallo stesso Vandermeer nel lontano 2008: “A type of urban, secondary-world fiction that subvert the romanticized ideas about place found in traditional fantasy, largerly by choosing realistic, complex real-world models as the jumping off point for creation of settings that may be combine elements of both science fiction and fantasy”]
Il columnist Joshua Rothman, l’Archive Editor del The New Yorker, con l’articolo “The weird Thoreau” (01/2015) dimostra inequivocabilmente come in realtà la critica anglofona, guardando ancora più avanti, non solo abbia affrontato il fenomeno NW con dovizia di interventi ma si sia ritrovata ad accostarlo, e non senza ragione, a uno dei temi che da un paio d’anni tengono banco sulle maggiori riviste culturali UK/US: la rinascita del Nature Writing.
 
2. Il “New Nature-Writing”. Parte prima: dalla nostalgie della boue all’Antropocene

“Try sci-fi and sci-fi film (…). “It opens up worlds of imagination. (…) “Some of the most exciting thinking about identity and landscape seems to me to be happening in science fiction and speculative fiction, which I teach in these terms: the extraterrestrial pastoral as a means of radically rethinking notions of belonging and place”.

Tra i tanti espedienti attraverso cui cominciare a parlare di #NatureWriting ho scelto deliberatamente questo, ossia riferirmi a un passo dell’articolo “Toward a Wider View of “Nature Writing” a firma della giornalista e scrittrice Catherine Buni, pubblicato sul Los Angeles Review of Books il gennaio scorso. In verità qui la Buni sta citando altre due fonti (Nikky Finney e Robert Macfarlane) e la questione centrale dell’articolo si basa non tanto sul NNW quanto su una sua particolare interpretazione (lo studio delle relazioni che legano “culture, place, *race* and identity”) — ma questo al momento ci interessa relativamente.
Cito questo passo non perché sia il primo sull’argomento, o il più interessante; la realtà è che mi ci sono affezionata perché leggendolo sono riuscita per la prima volta a fissare nei miei appunti un concetto fondamentale: il New Nature Writing ha ormai travalicato il genere letterario da cui è nato; il che, a mio parere, non è poco. Poi vedremo perché.
Ma facciamo un passo indietro. Ai primi di marzo appare su Rivista Studio un intervento di Francesco Guglieri dal titolo “Dire attraverso la natura”. FGuglieri (per primo) ad uso e consumo di noi residenti nelle province dell’impero si propone di fare il punto sulla questione dello “scrivere secondo natura” differenziando la tradizione tutta britannica dello scrivere sulla natura dall’approccio moderno al tema dell’ambientazione rurale, che diviene, piuttosto, un dire qualcosa utilizzando la natura. [Qui su ADC potete trovare un po’ di bibliografia sull’argomento, nel post dedicato all’ultimo romanzo della scrittrice canadese Frances Greenslade pubblicato in Italia da Keller Editore]. Guglieri è seguito più o meno a stretto giro da Fabio Deotto che dalle pagine della Lettura (2/08/2016) addirittura si spinge fino ad annoverare la SRT tra gli esempi più felici e recenti della climate-fiction.
Ricominciamo. Nel suo saggio Guglieri citava tra gli altri l’articolo — divenuto ormai un must-read sull’argomento — del giornalista Steven PooleIs our love of nature writing bourgeois escapism?” (The Guardian, 6/07/2013). Poole, pur tecnicamente abbastanza scettico (“L’aumento del moderno appetito dei lettori metropolitani nei riguardi di opere che parlano di passeggiate e della scoperta di se stessi nella natura è l’equivalente letterario dei mercatini a chilometro zero che vediamo nascere e crescere nel nord di Londra” — e citando questo passo ho detto tutto) pone l’accento su una questione specifica, quella del rewilding:

“On one hand, nature is considered as something we should not attempt to manage — what is wild is just what is not cultured. Rewilding, Monbiot promises, “is about resisting the urge to control nature and allowing it to find its own way”. There is a certain smug hands-off paternalism to this image, as though the rewilder is watching from a safe distance while nature, like an adorable little child, wanders off haltingly on its own path

che se ne porta dietro inevitabilmente un’altra:

Nature writers do tend to whitewash the non-human world as a place of eternal sun-dappled peace and harmony, only ever the innocent victim of human depredation (Leach even says nature is like a “hostage” and we her “captors”) — always somehow forgetting that nature has exterminated countless members of her own realm through volcanic eruption, tsunami, or natural climate variation, not to mention the hideously gruesome day-in, day-out business of parts of nature killing and eating other parts. (…) If you go back far enough, human beings aren’t native to any part of the world except Africa. So we must be among the most invasive species of all. We’re eternal immigrants to a nature where we don’t belong. This assumption, too, is common in modern nature writing. We are interlopers, intruders. Nature is no longer our home”.

Va bene, questa cosa dell’Antropocene l’abbiamo già sentita. Dove? Ma certo, vi ricordate l’hashtag dell’agosto scorso, #TheSixthExtinction? Si tratta del titolo di quel documented book che zitto zitto ha scalato le classifiche US e alla fine s’è vinto pure il Pulitzer 2015 per la non-fiction e che, in sostanza, raccoglie gli ultimi reportage riveduti e corretti della giornalista statunitense Elizabeth Colbert, specializzata in temi ambientali. In Italia è stato pubblicato da Neri Pozza e io ne avevo parlato qui, ammorbando i miei followers con decine di twitts sull’argomento.
Ma parlando di Antropocene, a darci il colpo di grazia in tutta questa storia, ingarbugliata di suo fin dalla nascita, come si vede, è stato infine il bravo Gianluca Didino che con l’articolo “Alle radici del nature writing contemporaneo: da Ballard a Sebald, la scrittura della natura al tempo dell’Antropocene racconta molto più di quanto si possa pensare” ci è venuto in soccorso poche settimane fa associando il NNW al superamento del genere letterario di origine.
D’altra parte, già nel 2013 così si esprimeva lo scrittore Tim Dee nell’articolo “Supernatural: the rise of the new nature writing”:

“Until relatively recently, things were clearer; the British branch of nature writing was mostly about the countryside, its landscape and creatures; it was non-fiction, non-scientific prose characterised by close attention to living things that were known and often loved by its writers. It almost always felt as if it had come from the pre- or barely industrial past and, with rare exceptions, nature writing was nice writing and it walked — stout shoes and knapsack — a thin green lane between hedges of science on one side and a wild wood of poetry on the other. It was different from either, though fed by both, and it bled palely back into each. It developed through letters (for example, Gilbert White),diaries (Francis Kilvert), essays (Edward Thomas) and journalism (WH Hudson). (…) In this crisis of the end of nature, poetry, polemic and scientific prose have vastly lengthened the nature-writing booklist. Meanwhile old taxonomies, hierarchies and clarities have disappeared”.

The High Shore, (1923) Lyonel Feininger. Credits TBC
3. Il “New Nature-Writing”. Parte seconda: “a religious experience”

“Books on nature and landscape follow fashion, just like everything else. At present, the dominant mode is the transcendental: muddy-booted birdwatchers are out, and high-minded Emersonians are in. Arguments from authority — the lab smarts of the ecologist or zoologist, the field knowhow of the naturalist — have lost their clout. The writer Melissa Harrison has made the case that “some experts forget that fostering a love of nature doesn’t start with facts and statistics, but stories and experience: things that engage our hearts and bodies as well as our minds.” Facts are less interesting than personal experience. But this is not any old personal experience. It is, to all intents and purposes, religious experience”.

Lascio da parte la questione dell’Antropocene per soffermarmi su un altro aspetto del NNW che mi sta particolarmente a cuore. A scrivere quanto sopra è il giornalista Richard Smyth, che nell’aprile scorso pubblica sulla rivista New Humanist un saggio dal titolo inequivocabile: “The cult of nature writing. A resurgence in nature writing offers secular transcendence. But are we being led up the garden path?”. [O.T. : “Authority”: ora, non so voi, ma io a volte ho, onestamente, l’impressione che Jeff Vandermeer mi stia prendendo in giro, seminando sassolini qui e là che poi mi tocca raccogliere e conservare. Comunque, andiamo avanti]. Smyth si occupa di un aspetto a suo dire fondamentale del New Nature Writing, ossia l’esperienza religiosa, spesso a un passo dal misticismo, che il NNW o per lo meno quello di ultimissima generazione porta con sé.
“Ora che la maggior parte degli scrittori ha escluso la divinità dai propri progetti, siamo rimasti o di essa sguarniti, oppure, viceversa, ci troviamo nella condizione di dover cercare qualche altro punto di riferimento”: cosi Smyth cita David George Haskell, autore di The Forest Unseen. E continua:

“The many stories of the universe from which we sprang provide one such center: transcendent power, inscrutable complexity, and humbling vastness. When we get a taste of these we’re inclined to preach the revelation to others. I see this move as directly parallel to the impulses underlying mystical religious writings. This parallelism results in not a convergence of language, but language flowing from the same source. (…) Haskell is a writer who can combine a kind of transcendentalism with a clear, human prose style. He also has a Cornell PhD in Ecology and Evolutionary Biology. Others of those who come down to us from the mountain bearing strange writings might not have PhDs or years of hands-on experience, but that’s precisely the point — they don’t need those things, because they have something better. They speak with the voices of prophets”.

[Nota a margine: per complicare ulteriormente le cose, accenno soltanto al fatto che Smyth citi tra le altre sue fonti anche Philip Hoare, che scrisse l’introduzione a “Leviathan” di Samuel Johnson (2008), opera poi pubblicata in Italia da Einaudi e recentemente suggerita su Twitter dallo stesso Guglieri quale esempio di testo NNW].
Smyth affronta la questione anche dal punto di vista stilistico quindi, evidenziando come all’aumentare della dimensione trascendentale vada in crescendo anche una certa, tipica “prosa da pulpito” che “duplica l’oscurità e crea qualcosa che può essere potente ed evocativo — e che può, forse, essere poeticità – ma che non è realmente interessato a spiegare alcunché” . Né più né meno di quel che accade nella SRT (“Leaning towards obscurity may be an honest reflection of the writer’s priorities — after all, putting the personal ahead of the general is what novelists and poets do all the time” chiosa bonariamente Smyth):

“It’s interesting to note, by the way, that while the Victorian heyday of popular nature writing was dominated by Anglican clergymen exploring the science of their subject, the big players in today’s scene are writers of a humanist bent pushing a transcendentalist angle”.

Non è possibile fare altro se non concludere così questo terzo punto:

“La mano del peccatore esulterà, perché non c’è peccato nell’ombra o nella luce che i semi dei morti non possano perdonare” (Jeff Vandermeer, “Accettazione”, Einaudi 2005 pag. 259). Detto e fatto.

French Coast, (1892) Van Rysselberghe. Credits @MichikoKakutani
4. Appunti in breve: “Accettazione”, di Jeff Vandermeer
Con “Accettazione” si conclude infine la Trilogia dell’Area X: tra continui flashback e ritorni al presente torniamo a seguire le vicende della biologa (o meglio, del suo doppio, l’Uccello Fantasma) e di John Rodriguez (“Controllo”), del guardiano del faro Saul Evans, di Cinthya, la direttrice, e della sua vice, Grace Stevenson, fino alla conclusione (o presunta tale?) che non disattende di certo le premesse e il piano dell’opera.
Non ci si aspetti neppure in questo volume — che va assolutamente letto di seguito ai precedenti pena la perdita di una consequenzialità tematica e stilistica difficile da recuperare a distanza, ecco il perché della pubblicazione a date ravvicinate — una lettura facile, svelta e di chiara interpretazione.
La struttura di questa terza parte è già di per sé complessa, definita com’è dai continui salti temporali a cui il lettore è costretto: il presente — la fuga della biologa e di John Rodriguez all’interno dell’Area X e, in parallelo, quella della vicedirettrice Grace; un passato recente — la spedizione misteriosa e non autorizzata della direttrice e del suo vice Whitby; un passato invece più remoto — quello del guardiano del faro, Saul Evans; il racconto della biologa, anch’esso ormai trascorso, che narra in prima persona i momenti passati all’interno dell’arcipelago e del faro sull’isola contaminata.
La lettura è complicata anche da un progetto stilistico che raggiunge una forte ed evidente complessità sintattica e lessicale (ben resa anche in traduzione) mai fine a se stessa ma vòlta a dimostrare l’inutilità della più alta espressione umana nel momento in cui sia necessario descrivere un reale altro e completamente estraneo.
Vandermeer è preparato in materia e sono evidenti la consapevolezza riguardo il genere letterario affrontato e la conoscenza dell’opera dei predecessori. Specie la stampa estera si è domandata, all’uscita di “Acceptance”, se la “Southern Reach Trilogy” sia da considerarsi oltre che un manifesto programmatico del fenomeno New Weird un esempio di quel complesso sistema “New Nature Writing” che sta facendo tanto parlare di sé. Gli elementi come si diceva ci sono tutti: dalla riflessione, se vogliamo più banale e intuitiva, sul ruolo del genere umano all’interno della biosfera fino alla suggestione del rewilding (i conigli di “Authority”, ve li ricordate?), per non parlare dei temi legati all’utilizzo del linguaggio, ai sistemi di comunicazione, alla loro interpretazione e al misticismo religioso. Parallelismi che sembrano non lasciare dubbi sulle origini dell’opera ma anche sull’intenzione dell’autore di travalicare anche questo sottogenere letterario con un lavoro che, come abbiamo visto, raccoglie in sé le tendenze più innovative della letteratura contemporanea.
5. Il “New Nature Writing” autoctono: sogno o realtà? & Thanks to…

“Era quella che si dice una giornataccia. Salivo per il sentiero a picco sul mare lottando con le raffiche, e nel buio dovevo badare a dove mettere i piedi. Da ovest arrivava il temporale, la folgore mitragliava un promontorio lontano simile a una testuggine. Ero sbarcato appena in tempo: con quel mare in tempesta non sarebbe arrivato più nessuno per chissà quanti giorni. Ero solo, non conoscevo la strada del faro e l’Isola era deserta. Miglia e miglia lontano, il resto dell’arcipelago era inghiottito dal buio e dalla spruzzaglia. Non una luce, niente”.

“Rileggo il diario di quel primo giorno. Frasi brevi, quasi degli haiku. ‘Ore tre. Impossibile riprender sonno. Aprile, notti fredde’”.

Scale a chiocciola, una porta bianca, una scala di ferro, una seconda scala. Oltre non vado. Ho paura che l’occhio di Polifemo si possa guardarlo solo nel riflesso dei vetri esterni, e da un angolo più basso. Oltre, temo che la luce sia intollerabile. (…) A ripensarci, mi rendo conto di non aver scritto io questa storia. Sono stati il vento e la marea. Io non ho fatto che registrarne la voce amplificata dal ventre cavo della torre”.

“E’ la notte della Risurrezione, ma sembra quella del Golgota: chissà se il Nazareno ha già spostato la pietra del Sepolcro. (…) Quanto ci farebbe bene, penso, un po’ di sano, superstizioso timore dell’ira d’Iddio — o degli dèi — per guarire da questa oscena sicumera che nasce dal sentirci garantiti e sazi in un mondo pieno di strepito e incoscienza”.

“Forse è il corpo che tenta di resistere al risucchio del nulla. Perché davvero qui sei solo, rischi di diventare matto. Parli con te stesso, ti viene naturale, e non ti accorgi di farlo per il semplice motivo che hai il tuo Doppio accanto (…). Lo sento anche ora: se aprissi gli occhi lo vedrei seduto al capezzale. Ieri per due volte volte, esplorando l’Isola prima della pioggia, mi sono voltato per capire di chi erano i passi dietro di me, ma non c’era nessuno”.

Edward Hopper. Credits @HopperAtoZ

Questi brani non sono tratti dalla SRT bensì da “Il Ciclope”, l’ultimo lavoro di Paolo Rumiz uscito a novembre 2015 per Feltrinelli e credo parlino da soli, senza bisogno di commento. Mi piacerebbe avere il tempo e le risorse (nonché il talento! — piccolo particolare) per raccogliere la sfida lanciata da Luca Albani via Twitter: cominciare a definire un corpus di testi su cui poter poi innestare una riflessione critica riguardo la potenziale esistenza di un New Nature Writing tutto italiano: a quanto pare, il materiale non mancherebbe.

Per il momento però non posso fare altro che ringraziare non solo Luca Albani ma anche Francesco Guglieri che con pazienza e passione, tra un twitt e l’altro, mi hanno accompagnato in questa mia avventura da autodidatta alla scoperta del New Nature Writing. Spero di aver ricambiato con queste note, almeno in parte, la loro infinita cortesia.

Buona lettura

 

"Books by foot" parte seconda: come se ne esce una volta che hai cominciato (tips&tricks e qualche sgamo)

Ricordate? Ci eravamo lasciati qui e siccome ogni promessa è debito, ecco a voi il risultato finale:
E’, tecnicamente parlando, solo una parte del tutto perché in realtà il tutto si compone di altri quattro scaffali, mancanti in foto, uguali a questi e ordinati  con sistema identico.
Procederò senza indugio con dei rigorosi bullet points riguardo al making of, a cui si mescoleranno dei simpatici e accattivanti tips&tricks dedicati – sia mai che qualcuno di voi voglia cimentarsi nell’impresa. Ma andiamo con ordine.
Qualche numero, giusto per farsi un’idea:
  • Volumi lavorati: più o meno 1200
  • Ore di lavoro impiegate: 2gg lavorativi, 6 ore/giornata
  • Volumi eliminati – sì, ho osato anche questo: un centinaio
Prima di cominciare, assicuratevi un numero di scatoloni di cartone sufficienti a contenere almeno i 3/4 dei volumi di cui sopra coprendo tutte le palette che volete utilizzare. Io ne ho presi cinque, questi qui, perché la dimensione 60x40x40 mi pareva fosse, tra le tante disponibili, quella con il miglior rapporto tra numero di volumi stipabili vs. probabilità di incriccarsi la schiena.
How to make it (no, il tutorial su youtube no, mi vergogno)
  • Presto detto. Tirate giù tutto (sì, TUTTO) e a mano a mano che spolverate, pulendo come più ritenete opportuno, sistemate ogni volume IN ORDINE PER COLORE negli scatoloni.
  • Io ho trovato comodo selezionare fin da subito i volumi di cui avevo intenzione di liberarmi (per mia organizzazione – vi dirò poi il perché – ho dedicato loro uno scatolone a parte). In questo modo è possibile stoccare il materiale in eccesso in altre stanze, si crea meno confusione e nello stesso tempo ci si fa un’idea immediata dei volumi rimasti.
  • E poi, cominciate a risistemare.
    • Dopo un lungo studio su Pinterest, di cui vi avevo già parlato, personalmente ho preferito un ordinamento orizzontale con continuità cromatica, come si vede dalla foto, perché mi dava l’impressione che questo schema si adattasse meglio alle dimensioni della mia libreria (più lunga che alta) e alla quantità di volumi/colore che possiedo, ma le combinazioni sono pressoché infinite.
    • Poi ho scelto la sfumatura dal bianco al nero sul verticale, partendo dal basso, perché i miei volumi bianchi sono risultati i più uniformi dal punto di vista del progetto cartografico (gli Einaudi per esempio) e la mia libreria ha, sotto tutta la scaffalatura, una serie di armadietti in color avorio che poteva garantire una certa continuità.
    • E qui siam giunti: le categorie.
      • Sono partita in primis da una macroarea: libri nuovi vs. già letti.
      • Per i volumi nuovi la questione è stata abbastanza semplice nel senso che non ho utilizzato alcuna specifica sottocategoria: ho una buona memoria quindi non ho avuto particolari remore a infilare un libro dietro l’altro. Ho cominciato poi a sistemare ogni ripiano in ordine alfabetico per autore, dalla A alla Z (attenzione, A e Z coincidono con l’inizio e con la fine di ogni fascia cromatica). Quando ho potuto, ho naturalmente accorpato testi dello stesso autore e/o della medesima casa editrice.
      • Andiamo ai già letti. NB: per ora non ho ancora sistemato l’ordine alfabetico, perché volevo prima vedere l’effetto d’insieme.
        • Siccome la mia collezione di non-fiction è scarsa, zoppicante e poco coesa ho deciso di conservare la narrativa davanti e la saggistica dietro (sì, sono due file per ripiano). Ero scettica sulla possibilità di accorpare autori e/o case editrici tenendo fede al criterio cromatico ma mi sono dovuta ricredere: la bella notizia è che di norma le case editrici – almeno quelle con un buon concept alle spalle – sanno il fatto loro, perché lavorano su una continuità stilistica ben precisa. Quindi vi ritroverete, ad esempio, l’Irene Nemirovsky di Adelphi tutta colorata di un bel rosa/violetto o i Vargas di Stile Libero con la famosa costa gialla; anche certa saggistica comunque non cede il passo: per esempio sono riuscita a sistemare la linguistica tutta insieme (dorso bianco). In ogni modo, vi ritroverete comunque nella necessità di rinunciare all’ordine per casa editrice che salvo appunto alcune situazioni particolari non potrà essere mantenuto. Qui dovete convincervi da soli: io non pensavo di essere pronta al grande passo ma poi, superati i primi momenti di shock alla vista degli Adelphi sparpagliati qui e là, me ne sono fatta una ragione e vi confesso che proprio così male non stanno, in giro per la libreria. Naturalmente non finirò mai di ringraziare Einaudi o Sellerio che con la consueta eleganza mi hanno tolto da grandi ambasce.
        • E ora passiamo alla gestione delle eccezioni. Ammetto, qualche momento critico c’è stato: una lezione di Crisis Management? Direi di sì, perché ho scoperto che quando ti capita la pecora nera non ce n’è, in qualche modo bisogna sfangarsela. Di casi spinosi da dirimere ne ho avuti diversi, vediamone qualcuno:
          • un malefico manuale di glottologia marroncino e oblungo che con il resto della linguistica bianca e bassa non ci azzeccava proprio per niente
          • i vecchi Feltrinelli tascabili, per definizione tutti diversi l’uno dall’altro anche se dello stesso autore (Ballard, Pennac e Banana Yoshimoto per esempio)
          • Tutti gli Yates di Minimum Fax, dannazione
          • Gli Iperborea di Larsson
          • La narrativa italiana postbellica
E quindi, che si fa? Niente, perché sono quei casi in cui con l’archiviazione per palette non c’è verso di far tornare i conti. Sicché ho abdicato, scegliendo di puntare sull’unico soft skill che per ora non mi ha mai abbandonato, cioè la memoria fotografica.
  • Per l’autore di cui possiedo vari testi in edizioni differenti ho scelto di tener presente la copertina che mi ricordo meglio; la prima opera comperata, o quella che mi era piaciuta di più: insomma la cover a cui penso quando penso a quell’autore. Ad esempio, per Banana Yoshimoto in edizione economica ho considerato (ovviamente) “Kitchen” (dorso bianco); sicché ho dovuto tirarla per i capelli, prendere tutte le Banane-Feltrinelli economiche e infilarle dietro a “Kitchen”, IN SECONDA FILA.
  • Di Ballard mi innamorai quando in un’estate torrida lessi tutto “Mondo Sommerso” aspettando un autobus che di pomeriggio non arrivava mai, e quindi verdino mare fu.
Lo ammetto, la questione è molto personale perché questo sistema è adeguato e funzionale alle mie esigenze ma magari non lo è per le vostre: io di base ricordo le cover, NON le case editrici; quelle vengono subito dopo, di conseguenza, una frazione di secondo più tardi. Non era raro infatti che seguendo l’ordine per casa editrice mi perdessi qualcosa quindi diciamo che con questo sistema ci ho guadagnato. Ci sarebbe da rifletterci sulla questione ma non è questo il luogo, magari poi su questo fatto della memoria fotografica e dell’importanza delle cover ne riparleremo.
Ho operato in questo modo principalmente per i miei autori preferiti: non sono stata dura e pura? Eh lo so, ma come dicevo nell’altro post, sono convinta che la gestione della biblioteca di casa sia una continua lotta tra testa fuori e piedi freddi.
Ultime due note:
  • I classici della letteratura italiana. Quelli li ho lasciati a parte, in bella vista, su una mensola lunga sopra il televisore. Principalmente sono tutti Garzanti e Mondadori. Li ho lasciati lì perché penso che rappresentino una parte importantissima della nostra storia e da classicista quale sono credo fermamente che lo studio del passato sia imprescindibile per interpretare il presente e riflettere sul futuro. Quindi, figli, sono lì per voi.
  • Il fantasy, l’unico punto su cui ho derogato davvero. Di base è tutto black ed è sempre stato in alto a destra e quindi, fortuna vuole, lì è rimasto, intatto, perché i rari volumi policromatici (quasi tutti Longanesi) erano già in seconda fila. Un attacco di isteria a dire il vero mi è venuto con il terzo volume di “Queste Oscure Materie” che Longanesi chissà perché aveva avuto la brillante idea di fare GIALLO, rispetto agli altri due blu – roba che mi aveva infastidito già all’epoca. In realtà ci avevo anche provato, a sistemare Carofiglio di “Non esiste saggezza” vicino a Susanna Clarke. Li ho lasciati lì un’oretta, a vedere se si acclimatassero. Poi però ho avuto paura: dopo un po’ mi ha assalito un terrore viscerale, stava pure scendendo la sera e c’era aria di temporale. Ho avuto paura del Re Corvo: i libri si lasciano maltrattare, ci sono abituati, ma fino a un certo punto e con certa gente non è proprio il caso di mettersi a scherzare. Quindi, prima che facesse buio, ho riportato tutto all’antico ordine. C’è che poi, scendendo dalla scala, ho come avuto l’impressione di sentire un rumore, quasi un lieve sospiro. Ma avevo le persiane aperte, sicuramente sarà stato il vento del temporale in arrivo.

 

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Anticipazioni:
Nella prossima e ultima puntata di questa avventura casalinga vi parlerò di cosa si può fare con i libri che, per necessità o per scelta, si decide di eliminare.

Cos’è questo? “Twilight” in brossura a chi indovina! 🙂

"Books by foot" parte prima: metodologia per un approccio consapevole (no, è solo un tentativo)

La verità è che sulla questione dei booksbyfoot s’è raccontato di tutto. 

Croce e delizia dei designer d’oltreoceano, che da almeno dieci anni si cimentano nella ricerca delle più unusual color combs per l’arredo pubblico e privato; incubo notturno per i puristi della biblioteconomia, che inorridiscono al solo pensiero di una libreria ordinata secondo un mero criterio estetico (passi l’organizzazione per formato dettata da imprescindibili esigenze logistiche ma dannazione, il colore no); e infine desiderio inconfessabile di chi i libri li compera per dare un tono al proprio soggiorno ma non li legge mai, e a metterli in ordine di sfumatura cromatica proprio non osa, terrorizzato com’è dall’outing che ne potrebbe seguire.


Qui su Pinterest potete trovare la mia gallery personale,
l’ho creata pochi giorni fa quindi è in continuo divenire.
Attendo vostri suggerimenti!

Tutto perché, si dice, la tecnica del booksbyfoot non sembra proprio andare a braccetto con l’idea che i libri debbano essere letti, consultati, sfogliati, annusati oltre che osservati da una religiosa distanza di sicurezza. Sì perché il piccolo particolare è che prima di fare tutte quelle cose divertenti di cui sopra (leggere, consultare etc…) i libri occorre pure recuperarli: questione di non semplice risoluzione nel caso in cui se ne possegga un numero superiore a, supponiamo, un centinaio.


Melvil – courtesy from Wikipedia
Per dovere di cronaca dobbiamo dire che ci hanno provato in tanti a risolvere il problema. Uno che si è impegnato non poco a riguardo è stato, ad esempio, il signor Melvil Dewey (USA, 1851-1931, ritratto in foto), che tanto ha fatto tanto ha detto da diventare addirittura l’inventore del moderno sistema di classificazione bibliografica. Ma – in tutta onestà – la DDC pura o ridotta che sia non ha mai fatto molta presa tra le mura domestiche, perché al lettore (diciamo quello medio-forte*) non va molto a genio l’idea di essere costretto ad avvicinarsi alla propria libreria via terzi, utilizzando, quale mediatore linguistico-culturale, un manuale di catalogazione da quattrocento pagine (ma poi? Il catalogo lo appendo a lato, legato con uno spago e un chiodino, come il librone degli ingredienti reparto rosticceria all’ipermercato? Anche no).
Ah… il caro vecchio orgoglio del lettore MF, che deve dimostrare di avere tutto lì, archiviato nella sua testa (mi vedete? mi sto battendo l’indice sulla fronte). Fosse la sua biblioteca composta da cento o diecimila volumi, lui li deve avere tutti lì, a portata di clic, dentro il suo cervello.
Quindi, gira che ti rigira, di scelte ce ne sono poche e nessuna, va detto, è quasi mai quella definitiva perché l’archiviazione dei libri di casa è come la storia del plaid corto: se te lo tiri fin sopra la testa stai certo che avrai freddo ai piedi. 

BooksByTheFoot, e-commerce specializzato
nella vendita di volumi “a peso”
organizzati per tipologie (cromatiche incluse).

Di solito si comincia (ingenuamente) con un grande classico adolescenziale: narrativa contro saggistica (eventuali sottoclassificazioni di genere a seguire: quasi una Dewey for Dummies, insomma). Sistema che può funzionare anche a livello estetico (sia per dimensioni sia per palette) dato che sono molte le case editrici – specializzate in saggistica ad esempio – a far uso di un progetto cartografico discretamente predefinito e long-lastingPerò chi ci rimette è l’ordine alfabetico: si può rimediare con ulteriori sottogruppi ma la questione diventa praticamente insostenibile se abbiamo la sfiga sfortuna di possedere più testi di un autore che si è dilettato in entrambi i generi. 

Appurate le lacune del metodo fiction / non-fiction, a questo punto il lettore MF prova a passare alla purezza dell’alfabeto latino (per cognome). Bene, vi svelo un segreto, l’altarino nascosto nella libreria di quasi tutti i lettori MF (bisbiglio sommessoHuston, abbiamo un problema): noi lettori MF incontriamo qualche difficoltà nel ricordare i cognomi degli autori contemporanei – il peggio del peggio lo tocchiamo con gli stranieri. 
Ergo, con la classificazione alfabetica ce la caviamo bene dai presocratici a Vittorini, ma poi, a parte qualche rara eccezione dovuta alle passioni personali, è buio totale.  

Quindi, solitamente verso i 18-20 anni, quando si è accumulato un discreto patrimonio libresco e si comincia anche a capire quali libri leggere e quali no prima di comperarli, si passa alle aree tematiche. Ah, qui ci si sbizzarrisce senza tanti sforzi mnemonici: narrativa contro saggistica, misto fritto diviso per aree geografiche, YA vs. sci-fi, classici a sinistra, contemporanei a destra, nuovi e intonsi sotto, già letti sopra. E poi gli autori preferiti, tassativamente a parte. 
Nuntio vobis gaudium magnum: la cosa funziona. Ed è anche duratura: garantisco che almeno 15 anni fatti così ve li sfangate, traslochi inclusi. Unico accorgimento: lasciare che la libreria “prenda aria”, ossia ricordatevi di prevedere i famosi spazi vuoti attraverso cui la collezione potrà essere ampliata. Sarete salvi, evviva! 

E’ questo un decennio di immense felicità biblioteconomiche. Sembra che tutto vada bene, il lettore MF è rilassato, lascia che la sua libreria viva, fa dell’altro nel frattempo, e accumula. ACCUMULA.

E poi, improvviso, arriva il giro di boa. 

Eccoci lì, alla torta di compleanno col 4 sopra.

Bene. Buongiorno, sono una lettrice MF, ho 41 anni e ho messo da parte qualcosa come 2000 volumi (a spanne). Tre traslochi, adolescenza nei primi anni 90′, liceo classico, università, 15 anni di lavoro e di tram, matrimonio con un marito lettore MF, due figli di cui almeno uno è venuto fuori dichiaratamente lettore MF – dell’altro ancora non si può dire.

Sicché è finita che la mia biblioteca ora raccoglie insieme (tutta insieme) roba del tipo “Va dove ti porta il cuore” (prima ed. Baldini&Castoldi 1994), “il giardino dei Finzi Contini” (Einaudi 1962), “La felicità è dentro di te” (AME 2009), “Fate la nanna” (2007), “Il linguaggio segreto dei neonati” (2007) “Project Management” (Hoepli 2009), “English Grammar in use” (2 volumi, anno 2006-1007, con eserciziari), i MinimumFax di Carver e Yates, un numero spropositato di Iperborea vintage e brand new (2015-2016), almeno quaranta Sellerio e una trentina di volumi unici di case editrici minori, tutti diversi tra loro per formato e argomento. Giusto così per dire, poi ovviamente c’è molto altro (taccio sulla saga di “Twilight”, non ve lo dirò mai se ce l’ho oppure no. MAI). (**)

La questione è che a un certo punto capita che il lettore MF si accorga con orrore che l’ordine per aree tematiche è andato a farsi benedire da tempo, per la questione di cui sopra: i mq procapite diminuiscono in maniera proporzionale all’aumento dei membri della famiglia e a ogni trasloco, il tempo da dedicare alla lettura si è risolto in pochi, preziosi attimi incastrati tra finisco-una-cosa-e-ne-inizio-un’altra, gli acquisti si accumulano uno sull’altro e le stagioni ingialliscono la carta friabile delle pagine e delle speranze.

E questo in foto, signori e signore, è parte del risultato.

Posso vedere nei vostri occhi /
l’orrore e il raccapriccio.

Ora capite che al booksbyfoot ci si arriva: 1. per disperazione, perché le hai provate già tutte e ti rimane solo quella 2. perché a 40 anni non puoi fare nient’altro se non cercare di mettere un po’ d’ordine ove l’ordine te l’eri scordato da tempo, e come diceva Banana Yoshimoto (antesignana di Marie Kondo? Non so, MK non l’ho ancora letta) disgraziatamente per fare ordine si parte quasi sempre dall’appagamento prima di tutto visivo che viene dagli oggetti (***).

La questione è che per un lettore MF c’è solo un modo per riordinare i pensieri del proprio cervello: mettere mano alla libreria.

Come? In tanti modi. Uno dei quali lo scoprirete, se vi va, nella prossima puntata.


___________________

(*) Da qui in poi *lettore MedioForte*. Chi è il lettore forte lo potete scoprire ad esempio qui. La questione del LF è cosa complessa e dibattuta; io preferisco adottare la terminologia in vigore e prendermi la libertà di raffreddare i toni, quindi vi parlo di lettore “medio”. Se penso al lettore forte come a colui che legge 12 libri all’anno mi vien da ridere – non tanto per la drammaticità del fatto in sé quanto perché siamo sempre alla solita questione dei jobtitles rispetto al curriculum: allora uno che di libri ne legge 50 cos’è? Un Senior Executive Reader? E via così (perché sono rari, ma esistono. Ndr: attestandomi annualmente sui 25 più o meno, preferisco – non so voi – essere certificata “media” piuttosto di “forte”).
(**) Amici SEO vi ci vedo, a ragionar su questo elenco bislacco (e parte la risata diabolica).
(***) Giveaway! Chi indovina dove e quando BY l’ha scritto si aggiudica in regalo il “Twilight” in brossura (prima edizione, non ristampa), sempre che io lo possieda, ovviamente. Spedizione a carico del vincitore.

"La carne", di Cristò

Nota introduttiva e concept
Un libricino dalla coda lunga, questo, che è in giro da fine 2015 e che ancora fa parlare di sé – anche al Salone appena concluso.
Ebbene sì, in un mondo di oneshot editoriali il cui il tempo medio di permanenza sugli scaffali, bestsellers inclusi, è di poco superiore alla famosa questione della gatto sulla tangenziale, pure sei mesi fan notizia e se da una parte ci inquieta un po’, l’idea che di tutto quel che si è pubblicato l’anno scorso poco ci rimarrà nella memoria, va da sé che degno di menzione è invece il prodotto che riesce, per qualche motivo, a sfidare l’eternità.
“La carne” di Cristò, scrittore e compositore barese classe 1976, quindi ce la fa perché pur strizzando l’occhio alla complessità della narrazione distopica, cui si riferisce, non ne resta mai dipendente – come ormai capita nella letteratura contemporanea di genere, che spesso scade nel mero cliché – ma ne assume le caratteristiche salienti, recuperandole dall’origine (ad esempio, il riferimento al sociale in chiave satirica) e travalicandole. 
La forma del racconto lungo, poi, offre al lettore una modalità particolare di fruizione della narrazione fantastico/distopica, che qui esula dall’imperante gusto per il prodotto consistente e seriale, risultando quindi godibile per la sua brevità che per altro rimanda agli echi lontani dei primi passi della distopia (Un altro tentativo ben riuscito ad esempio è “Prima di scomparire“, romanzo di Xabi Molia, 2013 L’Orma Editore, di cui si era parlato a suo tempo).

La sensazione di straniamento che di per sé la distopia propone è qui mitigata da una contestualizzazione molto stretta che se da una parte limita l’effetto cinematografico dall’altra crea nella mente del lettore – specie in quello over 40 – una inevitabile connessione immediata fatta di immagini e ricordi tipici dell’infanzia. 
In questo modo “La carne” risulta un’opera a più livelli di lettura, fruibili in toto soltanto da un particolare target di lettori (cui appartengono naturalmente anche l’autore e il protagonista del racconto) ma non per questo elitaria perché il carattere onirico della narrazione, che non si nutre di elementi distopici banali, stimola comunque l’immaginazione e spinge alla riflessione anche i più giovani.

Trama (per quel che si può anticipare)
L’ambientazione post-apocalittica consiste in una realtà nostrana misteriosamente ferma agli anni ’70-80′ del secolo scorso, popolata da individui sempre meno umani e sempre più simili a cupe figure di zombi tanto innocui quanto inquietanti. 
La tipizzazione geografico-temporale è data dai riferimenti a oggetti d’uso, eventi, personaggi pubblici, programmi televisivi, film e abitudini quotidiane che seppure quasi mai esplicitati direttamente attraverso l’identificazione nominale (evitando così di scadere nella banalità dell’espediente metonimico) risultano ben chiari al lettore di cui sopra. 

Il riferimento distopico a cui l’autore sceglie di affidarsi è l’accenno a una non meglio identificata pandemia che da circa 50 anni stravolge l’umanità intera, prima nella mente – a quanto sembra – e poi nel fisico. 
Questa trasformazione è raccontata in prima persona da un anziano sopravvissuto, che sembra immune al contagio (e il sospetto per la motivazione dell’immunità rimane sotteso e non scevro da ulteriori riflessioni in merito – ma qui non si può dire). Il racconto si snoda in un arco temporale di qualche settimana ed è il vecchio, attraverso continui flashback a focalizzare il proprio passato seguìti dal ritorno al presente della quotidianità, a introdurre le figure dei co-protagonisti: Giulio, il nipote adulto, la badante Monica e poi, a latere – con una narrazione utile a definire l’eziologia della pandemia, la storia del medico Tancredi e di sua moglie Lucia. 

“I vecchi inventano storie”
Quel che avviene in “La carne” è, banalmente, l’ormai non scontata relazione osmotica tra la microstoria e la macroarea del concept distopico classico che ad un certo punto viene ad assumere, pur nella sua centralità, un ruolo secondario, a supporto dell’altro tema cardine del racconto, che nella teoria distopica dovrebbe rendere universale la particolarità dell’ambientazione legittimando la sospensione dell’incredulità richiesta dal genere letterario. 
Qui, è il tentativo di mettere per iscritto una riflessione critica sulla vera pandemia il cui pensiero fisso attanaglia la mente del quarantenne di ogni tempo e di ogni luogo: l’approssimarsi della mezza età e, in definitiva, della vecchiaia.
“Nel mondo com’era quando avevo otto anni la gente era ossessionata dal cancro. Sentivo i grandi parlare della zia di qualche amico che aveva scoperto un cancro devastante a qualche organo del corpo. Non fumava, non beveva, faceva una vita sana, eppure. Colpa delle automobili, dicevano, colpa delle onde elettromagnetiche. Colpa di quella pentola antiaderente tutta graffiata che usava per cucinare. Colpa dell’inchiostro elle fotocopie, della carne alla brace, del prezzemolo e del basilico, del latte, del mais, delle bottiglie di plastica, dell’asfalto, del caffè, degli spinaci e delle bietole, dei funghi, dello zucchero, degli pneumatici, dell’insetticida, del rossetto e del mascara, del ferro, della pioggia, del sole e, naturalmente, della carne in scatola.  (kindle pos.642)
Attraverso una riflessione amara ma anche ironica e disincantata il protagonista riflette sulla propria condizione di non-ancora-morto (“vecchio, non obsoleto”, ha detto qualcuno ultimamente, per rimanere in tema di cross-referenzialità cinematografica) sia attraverso la narrazione della vicenda personale sia attraverso i riferimenti ai luoghi comuni della vecchiezza (che poi sono quelle, le immagini che in definitiva temiamo di più), in un gioco continuo di sorrisi e rammarico: i ricordi del passato che invadono le notti insonni, il fisico che non risponde più come dovrebbe, i giochi ballerini della memoria, la confusione di luoghi, date e persone, il rimpianto per gli sbagli commessi ma anche la serenità che viene dalla consapevolezza di aver fatto bene.
“Non posso più lavarmi da solo ma non ho bisogno di un’infermiera. Non ne ho bisogno. I vecchi hanno bisogno di un sacco di cose ma non è di un’infermiera che ho bisogno. La spugna è ruvida, raschia le braccia, ma l’acqua è tiepida. Mi piace. Non durerà molto. Presto lei mi farà alzare e mi aiuterà ad asciugarmi. Poi mi vestirà e raggiungerà mio nipote che aspetta in salotto. Lui le darà dei soldi e l’accompagnerà a casa. Non è delicata ma neanche sbrigativa. E’ professionale. Forse pensa che avere un lavoro è già qualcosa mentre mi afferra il polso con l’indice e mi alza il braccio destro. Ha dei guanti bianchi sottili. Mi abbandono, mi sembra appropriato. Mi faccio trattare come un manichino, è così che si fa, credo. Mi nonno faceva così quando mia madre lo lavava e io avevo otto anni. I vecchi fanno così” (37) 
“I vecchi, quando hanno voglia di stare zitti ci riescono meglio di chiunque altro. Adesso sono solo, un’altra volta. Solo e profumato. La solitudine deve puzzare per essere concreta” (329) 
“I vecchi dicono bugie in continuazione e inventano storie e pontificano” (205)” 
Ma poi alla fine che cosa succederebbe se un giorno fossimo costretti a sostituire il terrore atavico della morte che disturba da millenni il nostro sonno adulto con un altro, forse più agghiacciante interrogativo?

“Adesso il cancro non fa più paura a nessuno perché la maggior parte della gente ha paura di non morire” (642)

Buona lettura