"I parassiti", di Daphne Du Maurier

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Ti punta un non so che di fastidioso, questa lettura. Qualcosa di acuto, irritante. Fin dalle prime pagine. Ti senti a disagio sulla sedia, ci rifletti ma non riesci ad arrivare al perché della questione, pare sempre che qualcosa sfugga via, giusto un attimo prima di essere catturata.
Eppure, vai avanti, pagina dopo pagina perché non ne puoi fare a meno. E la cosa ti snerva parecchio (irritazione parte prima: la fruizione della lettura), perché, per un libro così (cosa vuoi che sia, romanzo di atmosfera, crisi familiare, upper class), vorresti essere tu, quello che governa la situazione. Ti senti anche un po’ spostato, in balia di una narrazione che per le prime 20 pagine almeno non sembra condurre da nessuna parte.
A un certo punto, intorno a pagina 15, vorresti anche un po’ mollarla lì la cosa, ma poi, improvviso, arriva “tutto il resto” e non è che ci puoi fare molto.
“Tutto il resto” è il passato, che riaffiora a getti discontinui, ma sempre più forti e potenti (come l’acqua del mare che sale su della sentina, vien da dire…).
Ricordi che ti ottenebrano la mente, persi tra i flashback di un passato lontano, privato di qualsiasi coordinata di tempo e di spazio – teatri, hotel, appartamenti, città, lingue diverse – “Stagioni” senza né tempo né luogo, commedie, impresari, orchestre, matinée, musica, balli e feste notturne. Un mondo privato, personale, intimo, scardinato da qualsiasi logica e pretesa di normalità.
Il caos regna sovrano (irritazione parte seconda, il contesto), tra orari mai rispettati, bambini selvaggi, domestici con veci di genitori, capricci di artisti e presunti tali, turbinanti mondi di spettacoli che sono piece teatrali sia sul palcoscenico, sia fuori.
Non che l’autrice – o meglio, la voce corale a cui si affida, per lo meno all’inizio del romanzo – dia un’interpretazione univoca, alla qual cosa (irritazione parte prima: la fruizione della lettura, vedi sopra). E ti urta davvero, l’idea, perché è sempre irritante quando qualcuno si prende la briga di farti osservare le tue, personali, mancanze.
La fascinazione per il mondo dello spettacolo, per questa famiglia di artisti, per le vite vissute, per quelle rappresentate, per quelle soltanto immaginate, è in te così potente da non permetterti, per ora, la minima possibilità di uno scarto verso il negativo – malgrado il desiderio intimo.
Perché “Tutto il resto” non solo è “Mamma e Papà”, ma è anche Maria, la primadonna, l’attrice bellissima, la donna dalla pelle di porcellana e lo sguardo sognante, adagiata sul divano nel salotto di una casa di campagna, in una fredda e cupa domenica di inverno, un braccio sospeso, l’altro reclinato sul volto. E’ lei, nella sua parte da diva del palcoscenico, attraverso falsità e maschere, a dettare legge. Non solo sui suoi familiari e sul mondo che la circonda (irritazione parte seconda, il contesto, vedi sopra), ma anche, disgraziatamente, sul lettore (irritazione parte prima: la fruizione della lettura, vedi sopra).
E’ Niall, spirito inconcludente, in balia degli eventi, delle donne e del suo estro di compositore di jngle buoni per casalinghe, soldati, barbieri e lustrascarpe. Ragazzino viziato e mai cresciuto del tutto, deresponsabilizzato, irritante nel suo disprezzo egocentrico per il mondo scintillante del successo – che tuttavia, malgrado i propositi, mai abbandona – e le fatiche degli uomini (irritazione parte seconda, il contesto, vedi sopra).
E’ Celia, vittima inerme prima dei genitori e poi dei fratelli (che poi, per la cronaca, hanno sangue in comune con lei ma non tra loro). Curioso: sarà proprio Celia, unica progenie per così dire legittima del clan Delaney, a rinunciare al talento, alle ambizioni, alla fama e alla celebrità, che forse sarebbero potute arrivare attraverso il disegno e la scrittura. Scialba, grassoccia, timida, introversa, passerà la vita al capezzale di chi ne avrà bisogno, cercando di compensare così la tenerezza, l’affetto e il sentimento di cui mai era stata oggetto da bambina, ma con l’incapacità totale di un recupero – e rinnovamento – di se stessa e del mondo che la circonda (irritazione parte seconda, il contesto, vedi sopra).
Nessuno si salva: né Mamma, morta per un incidente all’apice della carriera, né Papà, spento in vecchiaia, minato nel fisico e nella mente, umiliato da una leggera demenza aggravata dal consumo eccessivo di bevande alcoliche, che lo rende ridicolo agli occhi della famiglia, della servitù, degli estimatori di un tempo.

Solo al termine della lettura il giudizio sospeso rientra nei canoni, e rende nuovamente visibile quello stridore – quella vocina interiore – insomma quel sibilo all’orecchio che ci angustiava tanto (toh, c’è ancora, ma da che parte arriva?).
In un modo o nell’altro, siamo arrivati ad essere, soltanto e ancora una volta, meri spettatori di fronte al palcoscenico. Come sia potuto succedere, non riusciamo a capacitarci.
I Delaney stessi l’avevano predetto: “La gente parlava male di noi già quando eravamo bambini. Ovunque andassimo, riuscivamo a suscitare una strana ostilità” – pag. 18. “Quando si gioca a (…) nessuno sceglie mai “I Delaney”. Non ci scelgono neanche uno per uno come singoli individui. Ci siamo guadagnati, e non sempre giustamente a nostro avviso, la reputazione di ospiti difficili” – pag. 205.
Di fronte a simili affermazioni, abbiamo corrugato la fronte, perché non ne capivamo il senso, così, a metà lettura. Facendo spallucce le avevamo archiviate, ma il sibilo all’orecchio era sempre lì, non se ne andava.
Il merito della Du Maurier sta proprio nell’averci portato, con subdole armi letterarie (irritazione parte prima: la fruizione della lettura, vedi sopra) e un felice intreccio che mescola il prima e il poi, a ricoprire lo stesso ruolo dei muti spettatori che non hanno fatto altro se non osservare, distrattamente, le vicende della famiglia Delaney, nel trascorrere dell’esistenza: il fascino per questa famiglia sconclusionata, vittima di se stessa e degli eventi, si trasforma ben presto in fastidio e irritazione, sentimenti che non sono mitigati neppure dalla conclusione del romanzo, che anzi, risveglia nel lettore un’inquietudine sottile da senso di colpa mal celato.
La chiusa, di notevole impatto, è composta da sei capitoli conclusivi, uno per ogni fratello, concatenati, ritmici nel loro insieme di struttura a chiasmo: a Farthings, nell’ordine, pre-cena con Niall in camera, Maria nella vasca da bagno, Celia, che erra vagabonda da una stanza all’altra.
Successivamente, dal capitolo 23, Celia, Maria (significativa l’ultima immagine che abbiamo di lei, attraverso lo specchio della toilette, mentre la guardarobiera termina la vestizione, ennesima mascherata senza logo né tempo) e infine, a conclusione del tutto, passato, presente e futuro, Niall e l’acqua di un ritorno. Acqua di mare, come quella che inghiottì sua madre e che, guarda caso, non riporta altro che la nostalgia per un passato perduto di figlio amato, unica parvenza di una vita di equilibrio e stabilità di affetti e luoghi che soltanto la vecchia nutrice era stata in grado di procurare.
Note a margine:
  • Degno di interesse uno dei capitoli centrali del libro, quello sulla “maternità” di Maria, e sul suo rapporto con la primogenita appena nata. Una lezione di puro babyblues: onesta, lampante, precisa, scabrosa, che pochi, oggi, hanno il coraggio di celebrare (mi viene in mente la Cristina Comencini di “Quando la notte”). Come anche la parte conclusiva su Celia e l’amarezza dell’orologio biologico, tictac, tictac.
  • Immediato il raffronto con “Un passato imperfetto” di Julian Fellowes (Neri Pozza, 2009) e “Ritorno a Brideshead”, come dire, parafrasando Yates, che se non parli di famiglia, nei tuoi libri, non parli di nulla.

"Il Direttore Generale", di Bruno Agostini

More about Il direttore generale Ho atteso un po’, per parlarvi di questo. In primis, per rispetto verso l’autore. Glielo dovevo perché lui, con le parole, ci sa giocare alla grande. E poi ho dovuto rifletterci sopra, e pure attentamente. Perché ogni libro ha la sua storia, la sua magia, il suo Momento Giusto.
La storia di questo libro parte proprio da qui, dal Web. E lo ringrazio davvero, il Dottor Agostini, intendo, perché senza la sua segnalazione (come dire, un bel consiglio di lettura, un sasso lanciato nello stagno), mai e poi mai ci sarei arrivata, all’Iliade Napoletana. Questo per dire di quanto io sia ancora indietro, sulle “Minori”.
L’ho lasciato lì, il libricino, in formato url, segnato a copia incolla sul blocnotes giallo del mac. A decantare, qualche settimana, solitario. Del perché.
“Ah, Agostini?” Mi chiede la signora allo stand della Robini, a Torino – gentilissima. “Posso domandarle come ha conosciuto l’opera?” 
L’avevo tra le mani, un pocket size liscio liscio, con una bella copertina di quelle goduriose, morbide al tatto e al naso. Tanti libricini hanno forma e fogli simili, una morbidezza di pagine di misura inusuale. E lo so, come si comportano, lo si capisce a priori. A mano a mano che la lettura procede, pagina dopo pagina si piegano, da destra verso sinistra. Paiono sfaldarsi, ma non è così. Rimangono uniti e compatti, sciupati dalla loro essenza di libri letti, pasticciati, rovinati dal tram, dalla sabbia del mare, dal vento che soffia sul terrazzo in una sera di temporale.
Cerco di spiegarle – alla signora, dico – la metafisica di Anobii. I messaggi in bottiglia, i contatti con gli Autori. Mi trovo a balbettare qualcosa di poco consistente, a cui lei risponde con un sorriso che non è di circostanza (forse forse, vedi che ne sa più di me, a proposito del Grande Demone Celeste dei libri capitati in mano per caso. Ma non glielo chiedo, per pudore).
Cerco di spiegarle la famosa questione del cercare i libri sui banchi delle esposizioni. Del fatto che per acquistare il titolo di cui in oggetto, io abbia aspettato due mesi e mezzo e un viaggio a Torino.
I libri che profumano, a me piacciono. Intendo, quelli che profumano davvero, non quelli che ti piazzano lì due ricette da leccarsi le dita e poi ci girano intorno cercando di costruirci qualcosa sopra. Questo qui profuma di percoche macerate nel Greco di Tufo; di malvarose; di cotoletta con contorno di peperoni e patate in padella, da mandare giù un boccone per volta assaporando i due sapori senza mescolarli, assieme a un bicchiere di Pere e’ Palummo; di friarielli e babà. E’ inutile, da qualsiasi parte lo rigiri, ne senti l’odore.
Senti l’odore del mare, della città, mille storie di persone e luoghi e sapori.
Avevo parlato di Iliade a proposito di Educazione Siberiana:
Lungi dall’essere considerate vicende reali, Iliade e Odissea venivano ascoltate, in parte, per il puro piacere della narrazione (di una potenza enorme, ipnotica, grazie all’uso dell’esametro: una metrica dotata di una purezza stilistica estrema che dava alla narrazione quel ritmo lungo del respiro che ben si adattava alla recitazione, alla riflessione e alla meditazione, ma che, proprio per questa intima circolarità, offriva la possibilità di un distacco totale dall’analisi della forma a favore di una fruizione totale su contenuto), ma anche – si diceva – quale testo didattico e di riflessione morale.
Le divinità dei poemi omerici non sempre corrispondono alla nostra idea di Entità Soprannaturale: accanto a figure mitologiche di grande spessore morale, troviamo anche creature capricciose e vendicative, abituate ad ottenere tutto il richiesto senza porsi troppi problemi in fatto di etica e giustizia.
Allo stesso modo, non tutti i protagonisti (comprimari e non) dei poemi omerici sono cavalieri senza macchia e senza paura: ci si imbatte in animi malvagi, personaggi ambigui e bugiardi, assassini e mentitori di professione. E anche gli eroi veri e propri sono Uomini a tutto tondo, che sbagliano, soffrono, maturano e attraverso questo percorso di vita creano la propria strada e influenzano quella degli altri.

La vita di Elena, così lineare, pura, semplice, ordinata, viene scomposta dal sentimento allo stesso modo in cui il vento sfiora il vaso del geranio sul balcone. Napoli, con la sua  bellezza sanguigna, scompone e sconvolge la percezione che il Direttore Generale ha di se stesso e del mondo che lo circonda.

Qui, su ADC, siamo particolarmente affezionati a Elena e al suo mondo di quotidianità perduta. Forse ci accomuna a lei il senso forte per la terra, per la Casa e per l’amicizia. Aspettiamo di leggerne le sorti, di questa storia d’amore sottile e leggera, eppure così greve.

Credo che la permanenza all’estero abbia donato a B Agostini quella cura tutta particolare per la lingua italiana che abbiamo ritrovato anche – e forse soltanto – in altri italiani “espatriati”. Rigore stilistico, attenzione per la sintassi, un vocabolario particolarmente curato che in alcuni casi rievoca un’attenzione al dettaglio proprio di una letteratura di un tempo forse ormai passato, che ancora non risentiva di globalizzazione, tecnologia e prestiti linguistici.

In linguistica (Berruto, per la precisione, 1993a), il repertorio italo-romanzo si definisce come un bilinguismo endogeno a bassa distanza strutturale, e – per non farci mancar nulla – dilalico. Va bene, proviamo a chiarire il punto.  Bilinguismo endogeno perché l’italiano è una lingua che, come oramai poche altre, conserva ancora una dualità visibile e concreta (due sistemi linguistici), quella tra lingua  e dialetto (ovvero, a bassa distanza strutturale, più bassa di quella presente in sistemi bilingui classici) – lingua e dialetto che il 90% degli italiani utilizza in maniera compenetrata, ovvero con dilalìa.

Qui, la presenza del dialetto, di alcune forme meno nobili della lingua, di una sintassi che risente spesso, consapevolmente, di varietà regionali, sono indice di una pluralità e di un ricchezza di espressione che pochi sistemi linguistici oggi possono ancora vantare e di cui dobbiamo andare fieri.

Che dire, Dottor Agostini. La attendiamo con ansia. Vogliamo sapere tutto: cosa ne sarà del nostro Direttore Generale, di Elena e di tutti coloro che hanno partecipato al loro destino. Vogliamo leggere della sua Napoli, che tanto assomiglia alla Bari dell’Avvocato Guerrieri. Curioso, entrambe città del sud Italia, così belle, così forti e vive.

"Viaggio a Itaca", di Anita Desai – parte terza

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Per la prima parte si veda qui
Per la seconda parte si veda qui

Eccoci a voi con la terza parte del libro, che porterà Sophie e il lettore a riflettere sul senso della famiglia, delle convinzioni profonde e della fede radicata nell’animo di ciascuno.

La vita di Laila è un continuo viaggio. Nata ad Alessandria d’Egitto da padre egiziano e madre francese, comincia a manifestare i primi segni di inquietudine fin da bambina: rimane fuori fino a tardi girovagando per la città, rifiuta gli studi, ha una passione viscerale per la danza e il ballo.
Le similitudini con la vita di Matteo sono evidenti. Mandata a studiare in Francia da alcuni parenti della madre, la ragazza, anziché fare amicizia con le cugine (da notare i provocatori nomi delle due: Yvette e Claudette – del tutto simili, indaffarate a condividere oltre che la medesima stanza, anche le medesime aspirazioni di vita, i medesimi studi, i medesimi svaghi di ragazze facoltose e ben educate, tali e quali alla sorella maggiore di Matteo) utilizza il denaro inviatogli non per gli studi ma per frequentare una scuola di danza.
In uno dei suoi lunghi viaggi di esplorazione attraverso Parigi, scopre per caso un negozio di articoli indiani, e la compagnia di ballo del maestro Krishna. E’ un’illuminazione. Scappa di casa (i genitori e i parenti, a quanto sembra, non avranno più notizie di lei) e impara l’arte del ballo. Viaggerà fino in Italia, dove conoscerà le più influenti dame dell’alta società veneziana. Si spingerà addirittura fino a New York, per approdare alla fine a Bombay. Arrivata in India, lascia Krishna e la compagnia di danza, alla ricerca della vera illuminazione.

La strada percorsa da Laila è molto simile a quella di Matteo. La ragazza, di intelligenza acuta e inquieta, si lascia trasportare completamente dal viaggio, abbandonando il suo passato e il suo presente, incurante delle conseguenze. Alla fine, dopo molte peripezie, dopo aver incontrato saggi veri e fasulli, ecco la sua verità, l’incontro con il maestro maestro Sri Aurobindo.

A noi rimane l’arduo compito di stabilire se Laila e Matteo abbiano incontrato davvero l’illuminazione che cercavano, o se abbiano visto soltanto ciò che con la più drammatica intensità desideravano vedere.

Vorremmo soffermarci da ultimo sul ruolo di Giacomo e Isabel. Già dalle prime pagine capiamo come i due ragazzini siano minati nel profondo dalla vita peregrina a cui sono stati costretti, un continuo errare tra luoghi e affetti. I bambini non hanno punti di riferimento: il padre non è mai vissuto insieme a loro, la madre è in viaggio da tempo.
Isabel cerca di sembrare più grande della sua età, ma allo stesso tempo chiede l’affetto di chi le sta vicino, e si comporta con Giacomo in maniera ambivalente: da una parte, cerca di proteggerlo assumendo il ruolo della madre assente, dall’altra è dispettosa e a tratti crudele, come spesso lo sono i bambini più irrequieti. Isabel è Matteo, e la nonna ne è consapevole. Inquieta e curiosa, irriverente e passionale, non esita a gloriarsi della sua nascita e della sua educazione indiana.
Giacomo invece sembra più tranquillo, ma ribolle nel profondo. Anche se, come Isabel, soffre la vita a casa dei nonni e la loro presenza, è taciturno e sottomesso, introverso e sensibile. Lo troviamo, la prima volta in cui ci viene presentato, seduto in giardino, intento a ricamare un girasole di lana su un cartoncino.
Senza inoltrarsi nei particolari della raffinata analisi psicologica dei due bambini, è evidente come l’autrice si sforzi di indicarli al lettore come le uniche, vere e tangibili conseguenze delle scelte di Matteo e Sophie, che risultano così ancora più colpevoli.
Itaca è Ulisse che torna a casa, è la famiglia di Sophie e di Matteo, sono i loro due bambini. Ma né Matteo né Sophie saranno abbastanza saggi da capire ciò che Itaca vuole significare (pag. 1, la poesia di Constantinos Kavafis che dà il titolo al libro).

L’opera richiede una lettura lenta e accurata, per gustare appieno le dettagliate e complesse sfumature psicologiche sottese ai personaggi descritti. Malgrado le descrizioni particolareggiate che superano in numero i dialoghi, l’attenzione del lettore è sempre viva e il libro scorre fluido. Da leggere con calma e in maniera continuativa, per non rischiare di smarrirsi tra le vicende di Laila, Isabel e Giacomo, Matteo e Sophie, visti gli scarti temporali che le separano. 

"Viaggio a Itaca", di Anita Desai – parte seconda

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Seconda parte: India.

Una pomeriggio di primavera, a un pranzo di famiglia Matteo incontra Sophie, figlia unica di una facoltosa famiglia di banchieri d’oltralpe; i due ragazzi si innamorano a prima vista, e poco dopo, più per compiacere i genitori che per intima scelta, ufficializzano la loro relazione con il matrimonio.

I due ragazzi, come tutti i giovani dell’epoca, si considerano più viaggiatori che turisti: abbandonano il viaggio “all’occidentale” e si addentrano sempre più nel sub-continente, rinunciando a ogni rapporto con l’Europa e i suoi lussi.
Matteo, spinto da un sincero bisogno di ascetismo e di preghiera, e attirato dalle filosofie mistiche e dai guru (veri o presunti tali) che popolano l’India multicolore, ben presto trascina Sophie in un viaggio che ha sempre meno i contorni della scoperta geografica e culturale ma che acquista i connotati di una ricerca spasmodica dell’illuminazione spirituale.
Sophie, dapprima entusiasta del viaggio e desiderosa quanto il marito di evadere (ma solo per un poco, ecco la differenza tra lei e Matteo) dalla realtà asfissiante della famiglia di origine, diviene a mano a mano sempre più scettica sulle scelte intraprese dal coniuge. Ragazza di mentalità pratica e schietta, per lei l’essenza del vivere deve essere cercata nel reale e nel mondo che ci circonda, non in mistiche favoleggianti e desideri irrealizzabili di perfezione interiore. E’ lei che ci descrive, critica e disincantata, (e attraverso di lei vediamo l’autrice, ironica e pungente) la miriade di giovani di buona famiglia arrivati in India: spinti da un bisogno più o meno vago di mistico e di esotico, guidati da un desiderio di ribellione spesso stereotipato, questi ragazzi il più delle volte pongono fine al loro viaggio pochi mesi più tardi, le tasche vuote, i risparmi sperperati nelle droghe più varie, costretti ad elemosinare un biglietto aereo proprio alla famiglia da cui, tempo prima, erano scappati a gambe levate.

Sophie è tanto più scettica quanto più il marito, sempre più distante e perso nella sua ricerca, la costringe a seguire improbabili santoni e loro adepti in ashram di volta in volta sempre più fatiscenti e ai limiti della civiltà. La situazione si complica poi ulteriormente: la prima gravidanza la coglie impreparata e debole, proprio nel momento in cui Matteo incontra “La Madre”.

Personaggio enigmatico e per stessa ammissione dell’autrice ispirato alla figura storica di Mirra Alfassa, la donna, che ci viene presentata ormai anziana, è fondatrice, insieme al maestro Sri Aurobindo, deceduto da anni, di un ashram che conta diverse decine di adepti. Matteo viene accolto con entusiasmo, e le giornate sono scandite dal lavoro nei campi, dall’attività nella stamperia, ove vengono pubblicati i testi divulgativi del pensiero della Madre, e la meditazione serale. La donna inizia a occupare ben presto una parte consistente nella vita di Matteo – che viene addirittura nominato suo assistente personale e allontanato piano piano, con una tecnica subdola e inquietante, dalla moglie e dalla bambina appena nata.
La vita con Sophie – tornata dopo una lunga degenza in ospedale – e la bambina è ormai persa. Dopo la nascita del secondo figlio, concepito in uno dei pochissimi attimi di tenerezza, Sophie, che non ha mai condiviso la vita della comunità, con grande pena e dispiacere decide di tornare in patria, per assicurare ai bambini un futuro concreto.

Le riflessioni su questa seconda parte sono molteplici: una su tutte, il contrasto tra la comunità scelta da Matteo come sua nuova famiglia e il nucleo familiare di appartenenza.
Il bisogno di ricerca e di introspezione di Matteo è indubbiamente reale e genuino – forse molto più autentico di quello della moglie, che vede questo viaggio in India solo come un periodo sabbatico pianificato, terminato il quale potrà tranquillamente riprendere a vivere nel mondo da cui proviene.
Sono i presupposti ad essere sbagliati. Matteo legge Hesse, ha notizie vaghe, si tuffa a capofitto in un’esperienza che non può fare sua, tanto da essere aspramente rimproverato da un medico dal quale era stato visitato per una delle numerose infezioni contratte (l’India non si impara sui libri).
Indubbiamente la famiglia di Matteo ha delle lacune. La mancanza di naturalezza a cui Matteo fa riferimento non è altro che la patina di formalismi e convenzioni che la madre e il padre sono stati abituati a seguire. Ci si domanda quanto la scelta di Matteo, sia il frutto di una decisione consapevole, o piuttosto, un’avventatezza, segnata da uno stato di disagio generale che il giovane forse avrebbe fatto meglio a risolvere a casa (evitando pesanti conseguenze a se stesso e alle persone intorno a lui, in primo luogo Sophie)? Anita Desai ci lascia con questa domanda.
Sophie torna a casa, e con pena e angoscia cerca di ricostruire il suo mondo e quello dei bambini, seppure con scarso successo. L’esperienza indiana l’ha cambiata radicalmente: soffocata dai familiari e dalla vita di Francoforte, si trasferisce con i figli dalla nonna paterna: i bambini sembrano trovare pace, Sophie trascorre mesi inquieti, in preda all’inquietudine e alla violenta nostalgia per Matteo.
Dopo qualche tempo, riceve un telegramma da alcuni adepti dell’ashram: La Madre è morta, i giorni dell’ashram sono ormai un ricordo e Matteo è gravemente malato. Decisa a riportarlo a casa e a dimostrargli di come tutta questa ricerca sia stata vana e inconcludente, la donna si rimette in viaggio.
Paziente e attenta, ricostruisce attraverso diari e testimonianze la vita della Madre, Laila, visitando i luoghi da lei toccati nel corso delle sue peregrinazioni: l’Egitto della fanciullezza, l’Europa e l’America attraversate con una famosa compagnia di ballo indù alla quale si era unita, scappando da casa; l’arrivo in India. 

"Viaggio a Itaca", di Anita Desai – parte prima

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Attenzione: l’analisi che segue non è propedeutica alla lettura. 
Tornate da noi dopo aver letto il libro.

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Occorre analizzare il libro unendo la sinossi all’analisi del testo, visto che l’apparato della trama risulta spesso inestricabile dall’analisi dei personaggi e delle ambientazioni.

Primi Anni Ottanta. Siamo con Isabel e Giacomo, due bambini irrequieti che vivono con i nonni paterni in una grande villa sul lago di Como, circondata da un meraviglioso giardino; veniamo a sapere che i genitori dei due piccoli, Matteo e Sophie, sono assenti da diverso tempo. Nel corso delle prime pagine, la vicenda esposta nel prologo si chiarisce: Sophie è tornata in India per convincere il marito a tornare a casa.
I due infatti, diversi anni prima, al termine degli studi e appena sposati, sull’onda degli incipienti anni ’70 avevano intrapreso un viaggio in India, luogo da cui Matteo non aveva più voluto far ritorno, dopo aver conosciuto la fondatrice di una comunità spirituale presso cui poi aveva deciso di stabilirsi. Matteo ha rinnegato il suo passato, la moglie, i figli e la sua famiglia. Ora però, giace, ammalato e prostrato, in un letto di un ospedale ai confini con la civiltà.

Il romanzo si compone di tre parti fondamentali.
Nella prima – una sorta di lunga introduzione – ci vengono presentati il giovane Matteo e la sua famiglia: i due coniugi, ricchi imprenditori, la figlia maggiore Carolina, perfettamente compresa nel ruolo di giovane ragazza di buona famiglia, e Matteo, di carattere ombroso e inquieto.

Alcuni appunti.
I due coniugi sembrano fisicamente incapaci di allevare bambini, che talvolta sembrano essere stati procreati soltanto per convenienza sociale. Il marito è impegnato con il lavoro e la carriera, Livia, la moglie, con il ruolo sociale che l’alta posizione le conferisce. Incapace di rapportarsi con una realtà totalmente diversa da quella precostituita che conosce, la donna, pur avendo provato a scalfire la dura corteccia che ricopre l’animo del bambino, si ritrova terrorizzata e inerme di fronte a un figlio che non riconosce e che non rispecchia i canoni attesi.
Il marito, uomo rude e silenzioso e unica figura maschile del romanzo oltre a Matteo, è costantemente impegnato nel suo lavoro e nelle sue attività.
I coniugi tuttavia sembrano due adulti imprigionati nel loro imbarazzo, più che persone di poca umanità. Questo figlio irrequieto e davvero irritante, che scardina tutte le loro sicurezze, chiede a gran voce che gli sia rivelata la verità dell’esistenza. Il ragazzo ha un comportamento che mal si concilia con lo status sociale della famiglia, perché rinnega tutte le convenzioni alle quali – secondo i due genitori – è necessario e naturale sottomettersi. E’ la vittoria dell’incapacità di esprimere se stessi (il marito, un buon uomo preda di un carattere introverso e timido che lo porta a evitare ogni contatto per paura di cadere nell’imbarazzo) e di comprendere gli altri (la moglie, dura donna del dopoguerra, rigida nelle sue convinzioni).

Bisognerebbe sforzarsi di abbandonare la strada tracciata, di seguire questo bambino ribelle nel suo profondo, abbandonando le modalità note e apprese attraverso un imprinting perverso. Ma non possiamo chiedere questo sforzo ai due genitori; per loro, ci sarà soltanto l’incapacità di scostare il velo dei formalismi che continueranno a filtrare i sentimenti e le sensazioni, nonostante gli sforzi.
Matteo passa da un collegio all’altro, fino ad approdare a un precettore privato che tuttavia viene licenziato dalla madre che non approva i metodi di insegnamento forse non convenzionali (e proprio per questo, forse, gli unici che riuscissero in qualche modo a far presa sul ragazzo) e l’insegnamento delle materie umanistiche, e poi ad un vecchio prete, che con pazienza e fatica riesce a colmare le lacune negli studi. Ma il rapporto con i genitori è oramai compromesso.

"il tè nel deserto", di Paul Bowles

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La trama è nota. Port e Kit Moresby, facoltosi New Yorkers poco più che 30enni, insieme all’amico George Tunner intraprendono – un po’ per moda e un po’ per noia – un coraggioso viaggio nell’Africa del nord. Siamo nell’immediato Dopoguerra.

Tra Kit e Port i rapporti sono difficili: dopo dieci anni di matrimonio l’intesa tra i due è perduta, naufragata tra convenzioni sociali da rispettare per necessità e un’intimità poco condivisa. Kit, creatura inquieta e delicata, non nasconde l’irritazione per un viaggio che non condivide e che ritiene privo di significato.
Presto annoiato dalle città asfissianti del Maghreb, desideroso di scoprire a tutti i costi l’esotico e misterioso fascino del deserto in tutta la sua meraviglia e di mostrarlo a Kit, che cerca di riconquistare allontanandola in tutti i modi da Tunner (avversario quanto mai improbabile e innocuo), l’irrequieto Port dà il via ad una vera e propria fuga nell’entroterra, insieme alla moglie, verso il cuore del deserto. Questa corsa a perdifiato alla ricerca del Sahara e di se stessi porterà i due protagonisti alle estreme conseguenze che tutti conosciamo.

Difficilissimo inserire il libro entro precise categorie di lettura. Gotico romanzo sentimentale, studio di caratteri ove la trama non è che secondaria, romanzo introspettivo e psicologico (con un tocco di freudiana memoria).

Credo che una valida chiave di lettura si potrebbe ottenere leggendo il libro seguendone i contrasti stridenti che lo caratterizzano.

Prima di tutto, il titolo. L’originale inglese “The sheltering sky” (intraducibile in italiano) si rivela utilissimo per comprendere i vari livelli di lettura di questo romanzo.
Ecco gli ultimi pensieri di un Port ormai devastato della febbre tifoidea: Aprì gli occhi, li richiuse, vedendo soltanto il cielo sottile che si stendeva in alto a proteggerlo. Lentamente si sarebbe formata una fessura, il cielo si sarebbe ritirato, ed egli avrebbe visto quello che non aveva mai dubitato vi fosse, al di là, avanzare verso di lui con la velocità di un milione di venti. Il suo grido era una cosa separata accanto a lui, nel deserto. Continuava, incessante (pag. 196).
Appare una stella nera, un punto di tenebra nella luminosità del cielo notturno. Punto di tenebra e porta spalancata sulla pace. Protenditi, penetra oltre il tessuto impalpabile della protezione del cielo, trova riposo (pag. 198).
Il cielo di Port protegge dall’infinito che spaventa e come una coperta leggera lo ripara dalle emozioni troppo forti, da ciò che non vogliamo vedere, da ciò da cui ci nascondiamo, dal potere terribile della vita e della morte.
Il cielo di Port nasconde Kit dietro a convenzioni sociali e mancanza di intimità, nasconde la difficoltà di entrambi a interfacciarsi con se stessi e con gli altri e di capire i bisogni reciproci.
(Siamo così sicuri che Kit abbia bisogno di un viaggio estremo, lei, così delicata e fragile, così disperatamente alla ricerca di un senso da dare alla propria vita e a ciò che la circonda? Non è piuttosto Port, a non essere in grado di capire i reali bisogni della moglie, che non è attratta da Tunner spinta da un reale sentimento, quanto piuttosto perché vede in lui ciò che il marito non è: un uomo energico, solare, socievole, rassicurante nella sua semplicità forse banale ma così concreta? La conclusione del viaggio personale di Kit ci darà una risposta).

Il cielo del deserto, tuttavia, non è un cielo che protegge. Il sole abbacinante e violento e il vento arido e sabbioso non fanno altro che togliere veli e spalancare porte nascoste. Scopre i desideri nascosti e anestetizzati da anni, sradica comportamenti dati per acquisiti, riapre vecchie ferite che eravamo riusciti a nascondere così bene, a noi stessi e agli altri.
Kit e Port, entrambi alla ricerca di una rivelazione, cadono vittime del loro eccesso e della loro incapacità di affrontare il deserto esteriore e quello interiore.

Port, disincantato e scettico, ma nel profondo così desideroso di nuove esperienze, così impaziente di sperimentare nuove sensazioni – al punto di rifiutare di sottoporsi alle vaccinazioni preventive richieste per il viaggio – non vedrà nulla e non sentirà nulla. Per una crudele legge del contrappasso, il Port sano e vigoroso non riuscirà a godere delle meraviglie del deserto, pur volendolo strenuamente. E nel momento in cui arriverà a toccare la verità ultima del suo viaggio, cadrà malato e inerme, e terminerà la sua avventura non sotto il cielo del Sahara, ma in una stanza angusta dell’ultimo avamposto occidentale ai confini con le sabbie. Sua moglie, da sola e pagando un prezzo altissimo, arriverà nel cuore del deserto e di se stessa, luoghi a lui definitivamente preclusi.

Kit infatti, la persona meno interessata al viaggio e alla scoperta, sarà alla fine l’unica dei tre viaggiatori a raggiungere il cuore del deserto e le sue verità nascoste. Kit che non ha mai fatto mistero della sua avversione per il viaggio intrapreso, che non ha mai negato il suo disagio e la sua irritazione di fronte alla scelta estrema del marito che ha preferito il Magreb a un tranquillo soggiorno in Italia, meta indiscussa del più classico dei Grand Tour.

Le verità raggiunte da Kit – quelle verità a cui il marito voleva arrivare tenendola per mano – sono realtà non mediate dalle convenzioni occidentali, lontane da tutti i luoghi in cui vengono ricreate alla perfezione minuscole e fragili imitazioni dell’Inghilterra post bellica: tranquille signore dai baschetti di sughero color caki e dai colletti bianchi inamidati, tazze di tè pomeridiane, distinti viaggiatori equipaggiati di occhiali da lettura, giacca, bastone e cappello.
Il viaggio all’interno del deserto voluto da Port trascina Kit, la spoglia degli alberghi in stile europeo, dei compagni di viaggio occidentali, dei mezzi di trasporto a motore importati dall’Europa, e infine dei suoi vestiti a lei così cari.
Le stanze in cui Kit si ritrova a nascondersi, trascinando con sé un Port sempre più vittima del delirio, perdono via via le loro caratteristiche europee per assumere sempre più la fisionomia magrebina. Per attraversare il deserto, Kit cavalcherà cammelli, indosserà le stoffe Tuareg, si coprirà i capelli con un turbante, si travestirà addirittura da uomo per non attirare attenzione all’interno di un suq. La sua pelle, lattea come quella di tutte le ragazze di buona famiglia dell’epoca, diventerà scura e abbronzata. I suoi rossetti Helena Rubinstein resteranno inutilizzati nella pochette, che si terrà stretta al cuore, salvagente alla deriva. Indosserà collane e parteciperà a rituali e cerimonie che nulla più avranno a che fare con la sua terra di origine.

L’unico viaggiatore privo di aspettative di alcun genere, Tunner, uomo concreto, aperto ad ogni esperienza e curioso, è transitato dal deserto indenne; deserto che, in verità, ha soltanto intravisto, così come non è stato capace di conoscere nel profondo l’animo di Port e i desideri di Kit.

"La moglie di don Giovanni" – "Jezabel" – "Il calore del sangue", di Irene Némirovsky

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More about JezabelCosa dire. L’Irene, quando leggerla, te lo dice lei. Non è che puoi decidere tu, consapevolmente, ok, non ho altro da fare, mi leggo un’Irene. No. L’Irene ti capita tra le mani quando vuole lei. Al contrario, ti metti in testa di affrontare, con raziocinio e dedizione, che so, Suite Francese, e dopo due mesi sei ancora lì, a combatterci con tutte le tue forze, fermo e fisso a pagina 46.
L’Irene è l’arte del detto e del sottinteso, l’arte della pittura dalla pennellata veloce. L’Irene è quella che ti fa capire che se non osservi LE realtà che ti stanno intorno, se non le sperimenti, se non ne fai tesoro; se non ti documenti, se non te la sudi a studiare giorno e notte tutti coloro che sono venuti prima di te, ecco, scrittore non lo diventerai mai. Non che l’esperienza e l’applicazione salvino dalla mediocrità, comunque. Questa signorina vestita di chiffon rosa te lo rammenta, verrebbe da pensare – un sorrisetto malizioso e perfido sulle labbra – ogni volta che, santocielo, prende in mano una penna. Fastidioso.
Eppure utile, perché al di là delle tematiche (complesse) contingenti, viene da riflettere sul ruolo della Scrittura e dell’analisi interiore, sul valore dell’osservazione e della riflessione intima.
Ci dà l’impressione – tutta personale, ovviamente, e degna di qualsivoglia confutazione – che parte della letteratura contemporanea, soprattutto quella degli ultimi anni, si sia espressa favorendo, consapevolmente o no, una certa, come dire, ottica di globalizzazione. Personaggi più da film che da libro, tendenti di volta in volta alla caricatura o allo stereotipo; situazioni decontestualizzate, di facile montaggio, smontaggio e riposizionamento. L’adolescente inquieta, il giornalista tutto d’un pezzo, la donna in carriera. Figure evanescenti, pur nei loro (minimi) tratti peculiari, personaggi volutamente poco caratterizzati che potrebbero, con una certa facilità, poche modifiche e scarso impegno, essere estrapolati dal contesto originario e riposizionati, in un solo gesto, tra le righe di un qualcosa di completamente diverso.
La micro-caratterizzazione dei personaggi ha molteplici cause e qualche vantaggio di non poco conto. tra i vantaggi, una più vasta possibilità di immedesimazione. Molto più facile per un’adolescente confrontarsi con, poniamo, una Isabella Swan – per carità, nulla da dire, solo che Mrs Cullen è soltanto l’ultima delle tante ad incarnare il topos della ragazzina acqua e sapone (location non ben definita, potrebbe essere una cittadina qualsiasi della sterminata provincia americana come della molto meno sterminata bassa padana), carina ma non troppo, timidina ma forse no, abilità ginniche pari a zero, pochi amici, studiosa, elenco hobbies, gusti musicali, opinioni politiche… tutto non pervenuto – piuttosto che con i profili così complicati delle figure femminili descritte dall’Irene.
Donne giovani ma già adulte. Donne mai avulse dal contesto, al contrario inserite a pieno regime all’interno del proprio microcosmo, che è, e rimane, particolarissimo: l’alta società parigina del decennio ’30-’40, la Russia anteguerra, e che non potrebbe essere modificato in alcun modo. Donne dal carattere forte, indomito, alle prese con difficoltà che vanno bel oltre quelle di alcune “eroine” moderne: realtà sociali e politiche, il matrimonio, i figli, la guerra, la miseria, la deportazione, la fame, il lutto.
Il problema è che l’immedesimazione, talvolta, porta conforto, ma allo stesso tempo limita – e perdonate il gioco di parole – il confronto costruttivo e la visione di insieme.
Le donne dell’Irene sono creature dalla pelle candida e dagli occhi febbricitanti; tormentate, inquiete, passionali, vivide, reali. Nei loro balli, nei loro vestiti, nei loro gioielli. Nella grazia e nella rudezza dei discorsi, negli atteggiamenti, negli sguardi. Ognuna con il proprio carattere, fatto di luci e ombre, nessuna sovrapponibile all’altra. L’omologazione è improponibile. 
Dalla negazione del tutto, verso un io primario, definibile, indivisibile, nasce tuttavia, inaspettatamente, un altro tipo di immedesimazione, quella della pluralità: il modello, che non è univoco, lo diviene, cancellando in un soffio il pericolo dell’immedesimazione passiva in un singolo modello.
Le mille donne dell’Irene ne compongono una sola, che vive non soltanto nelle pagine di un romanzo, ma nella realtà e attraverso i secoli: una donna dalla femminilità fortissima, dalla grande identità personale, formata e plasmata dalle gioie ma anche – e forse soprattutto – dalle sofferenze e dalle difficoltà  della vita, ciascuna così diversa e personale, ma tutte così simili, nei tempi e nei modi.

"Il Ballo" di Irène Némirovsky

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Prendiamo l’Irene a piccole dosi. Malgrado la sopraggiunta “popolarità” dell’autrice, che oramai non si legge più grazie soltanto ad un semplice passaparola, come era qualche tempo fa, ci andiamo cauti.
Cominciamo a sentirci costretti, su questo punto. SAPPIAMO quel che ci si aspetta da noi: dovremmo leggere Suite Francese. Dovremmo leggere (PRIMA) I doni della vita, e poi di seguito Suite Francese; sappiamo che dovremmo comperare la biografia edita da Einaudi. 
Ma non è ancora arrivato il momento, benché la pressione stia salendo in maniera inesorabile. 

Ma resistiamo. Resistiamo perché ci piace fare le cose a pezzettini minuscoli, e poi mettere insieme il tutto soltanto quando siamo estremamente pronti. Per il momento ci limitiamo a piccoli morsichini, anche perché, in questi nostri tempi frenetici, in redazione si sente la necessità di questa letteratura di passo lento, fatta apposta per ricordarCI che, una volta, le storie si leggevano così. Pubblicate a capitoli sulle riviste settimanali oppure negli inserti della domenica dei quotidiani. E occorreva aspettare, e godersele, quelle storie. Occorreva aspettare l’uscita della rivista, oppure toccava stare composti a tavola, buoni e zitti, gli occhi avidi sul giornale che papà non aveva ancora terminato di leggere.

Che cos’è, “Il ballo”.
Noi lo prenderemmo come un folgorante esempio di cattiveria umana – e letteraria. Così, semplicemente.
Prima di tutto letteraria, ché, una persona così, che al suo secondo lavoro riesce a condensare in meno di 100 pagine udito, olfatto, vista, gusto e tatto, se la provi a cercare non la trovi neanche tra mille. L’Irene è fatta per rammentarci quel piccolo grande segreto che molti pseudo-scrittori di oggi si dimenticano: che scrivere non è per tutti.

Ci piacciono le sue descrizioni piantate a mezz’aria, un particolare per l’intero, il tutto percepito attraverso il dettaglio: le braccia nude sul vestito di chiffon color pesca, l’aria fredda della sera, il personale incompetente e poco affezionato ai nuovi padroni, fotografato nell’atto volgare e esemplificativo di tracannarsi lo champagne, tra risa sguaiate, di nascosto in una stanza di servizio. La carne in gelatina esposta sul tavolo di portata, le luci scintillanti moltiplicate dal gioco degli specchi.

Specchi e stoviglie d’argento che riflettono il viso tirato, sconvolto, dai tratti quasi scimmieschi, della madre di Antoinette. Una donna gretta, presuntuosa e prepotente, arricchita grazie alle sostanze di un marito abile negli affari ma poco propenso all’analisi interiore, di sé e degli altri (e qui, non si nega all’Irene una certa qual supponenza di giudizio – davvero giovanile – che la spinge a pensare che forse le “pescivendole” di estrazione proletaria, anche se arricchite e “ripulite”, sempre pescivendole debbano rimanere. Ma forse c’è anche dell’altro).
Che poi, d’altra parte, il viso di Antoinette non è che si discosti molto da quello di sua madre. Il suo sorriso, alla fine, sa più di indulgenza e distacco, commiserazione e disprezzo, piuttosto che intimo compatimento.
Lo scherzo crudele e veramente cattivo di Antoinette svela molto altro, rispetto alla semplice bravata adolescenziale tra le quali lo si vorrebbe, per indulgenza, annoverare. Rivela mancanza di raziocinio, intelletto e maturità, egoismo, rabbia profonda e una buona dose di cinismo che davvero lascia stupefatti. E’ sempre impressionante vedere come una ragazza di buona famiglia come l’Irene, all’apparenza così integrata nel sistema e nella società, potesse covare dentro di sé simili sentimenti autodistruttivi.

Non riusciamo a condannare Antoinette, così vulnerabile, infelice, abbandonata e dimenticata in uno sgabuzzino per le scope, in compagnia di un’istitutrice che di didattico e di realmente morale le insegna ben poco, tranne che l’arte della Pomiciata-con-il-fidanzato, consumata dove capita, dopo aver scaricato la ragazzina dovunque e a chiunque, solo per liberarsene e non averla tra i piedi. Eppure la bambinaia è istruita, e parla inglese. E’ di moda, avere un’istitutrice avvezza alle lingue straniere.

Eppure, per la madre di Antoinette, ci troviamo a non poter spendere una che una parola di conforto. Si potrebbe pensare ad un’infanzia di povertà, alle difficoltà della gioventù, ai tentativi di affrancarsi da una realtà misera e negletta.

Gli specchi della sala da ballo, tuttavia, mostrano anche un’altra immagine, quella dell’adulta Antoinette, a sua volta ricca signora, e forse moglie, e madre. E’ una visione ancora imperfetta e sfocata, appannata dall’incertezza. Eppure c’è.
Quel sorriso creato ad arte, quelle frasi a metà (un flashforward ante litteram) sussurrate al fidanzato – vero o presunto: “quanto ero stupida, che cosa ridicola” fanno già intendere il fine verso il quale l’Irene ha puntato.

La nemesi storica, le colpe dei padri che ricadono sui figli, che vengono corrotti e sfregiati nell’animo, per sempre, da famiglie assenti e da madri “pescivendole” nell’animo.
Un decadimento spirituale che sa anche un po’ di denuncia morale
Madre, sono un mostro, così mi hai creato, come cera nelle tue mani. Da brivido.

“Ritorno a Brideshead”, di Evelin Waught

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Ci eravamo interessati a questo Evelin Waught grazie ad un articolo a firma Maurizio Porro apparso mesi fa sul CorSera, contemporaneo all’uscita del film (“Lui ama lui, passione impossibile”). Chiediamo fin d’ora perdono agli amici lettori e soprattutto all’autore dell’articolo, perché, nella nostra furia maniacale da collezionisti autodidatti, abbiamo scandalosamente dimenticato di appuntarci data e pagina da cui abbiamo estrapolato la nostra nota. Si dà il benvenuto a chi voglia darci una mano nel recupero di dati certi.
Il film, noi, non lo abbiamo visto e quindi non possiamo esprimere giudizio. Da quanto però ci era parso di aver capito (anche qui, i lettori ci confutino se occorre, saremo ben lieti di rettificare la nostra visione parziale) la pellicola in questione offriva una visuale incentrata più sul rapporto ipotetical-omossesuale tra i due giovani ragazzi protagonisti della prima parte del libro, Charles e Sebastian, e sulla relazione amorosa intessuta successivamente (terza parte) tra Charles e Julia, sorella di Sebastan, piuttosto che interessarsi allo spaccato sociale dell’epoca e alle vicissitudini dei comprimari.
Effettivamente però, la parte che a noi ha interessato particolarmente sono stati proprio gli interni giorno, ovverosia tutto quel mondo d’Oltremanica descritto dall’autore in maniera così puntuale, attenta, verosimile. Ed emozionante.
Abbiamo trovato la tematica omosessuale della prima parte del volume sinceramente soltanto accennata. Charles è semplicemente un ragazzo, giovanissimo (19 anni), che appartiene alla sua epoca: estrazione borghese e cultura elevata, un’identità personale e un futuro ancora da scoprire; pochi rapporti con la famiglia, filtrati, come da consuetudine, dalla pesante coltre dei formalismi, delle regole sociali e da quelle educative proprie del periodo storico.
Sebastian, altrettanto giovane, è invece un adolescente inquieto e tormentato: di estrazione più elevata rispetto a Charles, è vittima di una situazione familiare che noi oggi, malgrado i cambiamenti sociali intervenuti nel corso di quasi un secolo, non esiteremmo a definire “problematica”.
Per inciso, è anche (FORSE) omosessuale.
Il cocktail, che poi si rivela essere la tematica di più rilevante importanza sottesa al romanzo, tra pulsioni giovanili (anche omosessuali, ma non solo, si veda la passione tra Charles e Julia), regole sociali e soprattutto religione cattolica, sarà fatale per l’esito del romanzo.
Ora, a livello di stile, c’è da inchinarsi di fronte al dono di Waught, quello della prolissità (!) della descrizione. L’incredibile esercizio di stile, la fatica dell’aggettivazione puntuale, la cura per la descrizione non soltanto dei personaggi, ma anche del paesaggio e dell’architettura fanno del romanzo uno spaccato veramente esaustivo dell’epoca.
Oltre che, per altro, evidenziare, con il gusto tipicamente anglosassone per la citazione e il confronto letterario, la nostra poca dimestichezza di “lettori medi” con la letteratura, il cinema e il teatro dell’epoca, che varrebbe la pena approfondire (si raccomanda l’utilizzo massiccio di Wikipedia durante la lettura per verificare accenni letterari, autori, opere letterarie).
Niente potrebbe scostarsi maggiormente dalla sintesi (lessicale e contenutistica) a dir poco compulsiva dell’Irene Nemirowskj. Quel che stupisce è la destinazione ultima (l’identificazione e la descrizione di una ben specifica realtà sociale – per altro in declino), pari e raggiunta con successo da entrambi gli autori seppur seguendo vie completamente diverse.
In alcuni punti, soprattutto per quanto riguarda la seconda parte, ci è parso di ritornar con la memoria a “The sheltering sky” (“Il tè nel deserto”, di Paul Bowles, Feltrinelli, 2006), che sinceramente abbiamo sempre ritenuto una delle opere di fantasia più emozionanti e intense relative ai “Grand Tour” del Maghreb.

"Il condominio", di J. G. Ballard

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Approccio scientifico per questo Ballard d’annata (classe 1975) che, nonostante l’età, presenta sempre (più) consistenti e attualissimi spunti di riflessione.

I) Componente sociogeografica (psicogeografia, ne avevamo già parlato per “Disturbo della quiete pubblica” – “Super Cannes”)
II) Malattia mentale come strumento eletto e ultimo per la comprensione della realtà mutata.
III) Possibilità di evitare la limitazione di propri istinti antisociali attraverso una struttura (Eden Olympia / il condominio) che garantisce la quotidianità e la preserva
IV) Ambiente esterno – prime opere, Universo – ambiente interno (realtà modificata in un ambiente non fantascientifico, opere della “maturità”)
V) Violenza con connotazione non individuale ma sociale
VI) Il mondo nuovo che tende al caos – o meglio, alla costituzione di un nuovo ordine sociale attraverso la re-interpretazione del presente
VII) La ricontestualizzazione del brutto, del banale, del fuori moda, a confronto con lo stile, la pulizia delle linee (degli oggetti e… delle persone), il design, la consapevolezza della cultura e della conoscenza verso il dilagare degli aspetti primitivi dell’esistenza (quasi agognati).

NB. Avevamo già incontrato questo aspetto, quello della ricontestualizzazione, in un contesto completamente differente – ma forse non troppo, a ripensarci: torniamo di nuovo alla nostra ultima Oates, in “Sorella, mio unico amore”
Sono stati molto utili, durante la lettura, i vari interventi di uno tra i più eminenti studiosi di Ballard, Antonio Caronia. Vi invitiamo a consultare sul web la sua ampia bibliografia sull’argomento.