#Annientamento, di Jeff VanderMeer

Nel Febbraio del 2008 lo scrittore statunitense Jeff VanderMeer in collaborazione con la moglie Ann diede alle stampe per la Tachyon Publications, casa editrice specializzata in smart science fiction & fantasy, l’antologia di autori vari The New Weird
Autori – Clive Barker, Michael Moorcock, China Miéville tra gli altri  che secondo VanderMeer appartengono appunto alla corrente New Weird di cui lo scrittore, nella parte critica del testo, offre per primo la definizione stabilendone canoni, caratteristiche e derivazioni:

“A type of urban, secondary-world fiction that subverts the romanticized ideas about place found in traditional fantasy, largely by choosing realistic, complex real-world models as the jumping off point for creation of settings that may combine elements of both science fiction and fantasy”

Questo sottogenere della narrativa fantastica si definisce quindi attraverso la presenza dell’elemento fantasy e fantascientifico (steampunk in certi casi) mescolato talvolta anche a quello horror che porta con sé la predilezione per le ambientazioni lugubri e il gusto per l’aberrazione e il grottesco. Tuttavia, e qui sta una delle maggiori differenze con la speculative fiction classica, il new weird crea mondi alternativi estremamente verosimili e coerenti proprio nel tentativo di affrancare il fantasy dai topoi della narrativa di stile tolkeniano (specie per quanto riguarda la dicotomia bene/male, che viene ampiamente superata) anche riguardo al finale che spesso, pur non rimanendo irrisolto, quasi mai aspira all’ happy ending e alla presenza di contenuti filosofici e socio-politici presentati anche sotto forma di allegoria.

Il New Weird viene quindi a definirsi non solo per le sue caratteristiche intrinseche ma anche e soprattutto per il fatto di trascendere per paradigma e con un processo sistematico e mai casuale i generi letterari da cui parte e prende spunto


Un processo di rielaborazione profonda nell’ambito della letteratura di genere, sentita forse non tanto qui da noi quanto più negli States e in generale nel mondo anglosassone in cui è più forte la tradizione della speculative fiction e che Einaudi ha voluto proporre nella sua interezza a partire dal packaging e dalle copertine, realizzate da Lorenzo Ceccotti:

La trilogia “The Southern Reach” (prima edizione, 2014, Farrar Straus and Giroux, NY) si compone di tre titoli: Annihilation, Authority e Acceptance, (il secondo e il terzo volume in uscita per Einaudi rispettivamente per giugno e settembre 2015). 

“L’AreaX, alla vigilia dell’Evento imprecisato che trent’anni fa l’ha imprigionata dietro il confine ed esposta a così tante vicende inspiegabili, faceva parte di una regione selvaggia situata nei pressi di una base militare. Era ancora popolata, quella specie di oasi naturale, ma da pochi abitanti, che tendevano a comportarsi da laconica progenie di pescatori. Qualcuno avrà visto nella loro scomparsa il semplice accentuarsi di un fenomeno iniziato generazioni addietro.

“Quando ebbe origine l’AreaX, le informazioni erano vaghe e confuse, ed è tuttora vero che al mondo pochi sono al corrente della sua esistenza. Il governo, nella sua versione dei fatti, pose l’accento su una catastrofe ecologica circoscritta derivante dalla sperimentazione in campo militare. (…) Nel giro di un paio d’anni diventò materia per i teorici del complotto e altri personaggi di nicchia. Quando mi arruolai e mi venne rilasciato il nullaosta di sicurezza per apprendere come fossero realmente andate le cose, l’idea di un’ <> persisteva nella testa di molte persone come una fiaba oscura, un’idea su cui non volevano riflettere troppo. Ammesso che ci riflettessero” (pp.89-90)

credits: qui 

Questa è la storia, raccontataci in prima persona, della dodicesima spedizione inviata dall’Agency governativa “Southern Reach” alla volta dell’AreaX. Il gruppo, capitanato da una psicologa, che impone la sua autorità su altre tre colleghe, è composto da altre tre donne di cui non sapremo mai il nome: una topografa, un’antropologa e infine una biologa – l’io narrante della vicenda – che si spingeranno nel cuore di questa terra incontaminata e misteriosa decise a carpirne il segreto, come tutti coloro che le hanno precedute. Che fine abbiano fatto i membri delle precedenti undici spedizioni (sempre che fossero solo undici) qui non si può dire.

“La conclusione logica era solo una: l’esperienza diceva ai nostri superiori che pochi di noi, se non nessuno, sarebbero tornati” (pag.91)

Protagonista delle vicende – almeno, di quelle di questo primo volume – non è tanto la giovane donna di cui leggiamo il diario (perché di questo si tratta, per quanto: “Non resta molto altro da raccontarvi, anche se non l’ho raccontata proprio giusta” – pag.180) quanto la Natura in tutta la sua magnificenza, descritta, questo sì, attraverso gli occhi esperti di una professionista del mestiere. Fauna e flora mirabilmente ispezionate nei minimi particolari, prima osservati e poi dettagliatamente riprodotti per mezzo di un linguaggio che nella sua asettica scientificità trasuda, per paradosso, una passione infinita e totalizzante per le meraviglie di un mondo che alla fine l’Uomo non può fare altro che osservare, con inquietante e crescente estraneità. 
Ma il rovesciamento della prospettiva non si attua, come sovente accade in questi casi, applicando alla Natura le caratteristiche di un maelstrom incontenibile e privo di significato che travolge in ondate di violenza inesplicabile tutto ciò che incontra sul proprio cammino, quanto quelle, piuttosto, di un organismo cosciente che si muove secondo una propria intima e precisa volontà. Intenzione che non ha nulla di sovrannaturale ma che comunque rimane insondabile all’occhio dell’Uomo, ridotto a mero spettatore e forse a microscopica vittima di un processo che di certo non è cominciato con la nascita dell’umanità e forse neppure si concluderà con la scomparsa degli esseri umani.

Siamo di fronte a un testo complesso anche per impianto narrativo e linguaggio – tradotto con perizia da Cristiana Mannella – che di certo non può essere definito soltanto come lettura di evasione ma che al contrario pone diversi interrogativi, stesi in forma simbolica, tra cui quelli ad esempio relativi all’intelligenza artificiale (come sottolinea Wired citando il Los Angeles Review) sui quali già da tempo si stanno interrogando scienza e letteratura. 

E no, don’t worry, non è Lost.

Nota sull’autore: tra i premi vinti dallo scrittore ed editore Jeff VanderMeer (Bellefonte, 1968) figurano il BSFA Award, il World Fantasy Award, il Nebula Award. E’ stato finalista all’Hugo Award. E’ autore del best-seller “City of Saints and Madmen” e di numerosissime raccolte di racconti e saggi sia propri sia in raccolta di autori vari. Qui la bibliografia completa.

Buona lettura 🙂

"La nave di Teseo", di JJ Abrams e Doug Dorst

E’ che “La nave di Teseo” ci fa tornare tutti bambini. Questo il punto. 
E’ una scatola dei tesori, che ci prende per mano con sicura ruvidezza e ci riporta indietro nel tempo dei nostri dieci anni, l’età dei pirati e dei cavalieri, tra castelli incantati e isole misteriose, mappe di carta bruciata e bucata con l’accendino e scatole di latta sepolte in cortile.
Un progetto narrativo sperimentale ai confini con il bookgame che coinvolge il lettore rendendolo parte attiva di un processo di fruizione testuale composto non soltanto dalla parola scritta (e stampata) ma anche di un apparato iconografico imprescindibile – fatto di immagini e materiali di ogni forma e genere, da scoprire, guardare, toccare, annusare.

D’altra parte, cosa ci si poteva aspettare di diverso dall’enfant prodige JJ Abrams
Quarantanovenne NewYorkese ma cresciuto a Los Angeles, figlio d’arte di due produttori cinematografici, durante l’ultimo anno di liceo redige la composizione scritta (in gergo un “trattamento cinematografico”) alla base di Filofax e l’anno successivo stende la sceneggiatura di A proposito di Henry. Sperimentatore su tutti i fronti, si dedica presto anche alla TV creando series di successo, dal drama (Felicity) alla spy-action (Alias, Undercovers), dallo sci-fi (Fringe) al post-apocalittico (Revolution) per non parlare del pluripremiato fenomeno di culto Lost (2004-2010), naturalmente. 
Abile compositore, Abrams è autore delle musiche di alcune sue series – tra cui anche la sigla dello stesso Lost; ripensando poi agli ultimi lavori cinematografici di questo prolifico director non si può non citare Mission Impossibile IIICloverfieldStar Trek (2009) e Star Wars VII (in uscita 2015). 

Abrams, che ama circondarsi spesso di brillanti collaboratori, in questo caso non fa eccezione perché per “S-” si avvale del talento e dell’esperienza del novellist statunitense Doug Dorst, autore di “Alive in Necropolis” (finalista all’Hemingway Foundation/PEN Award del 2008) e di “The Surf Guru” (2011) nonché Associate Professor of English alla Texas State University.


Date le premesse si comprende come parlare semplicemente della lettura di “S-” sia opzione alquanto riduttiva – eppure è da qui che dobbiamo partire per altro scegliendo in maniera completamente autonoma una dei tanti punti prospettici a disposizione. 

Se volete seguire rigore e tradizione allora potreste decidere di cominciare dalla carta stampata, ignorando completamente (per ora) l’apparato iconografico, note a margine comprese.
Tra le mani vi ritroverete un vecchio volume a quanto sembra appartenuto alla biblioteca della Laguna Verde High School, California (e sì, lo so, che è un po’ scontato ma Laguna Verde ha fascino, via riconosciamolo) con tanto di etichetta a codice decimale Dewey applicata in costa. 
Il volume pare pubblicato nel 1949 da tale casa editrice Winged Shoes Press of Canada (e sì, lo so, che serpeggia in rete la bizzarra questione relativa al presunto sentore di carta vecchia della versione americana; a riguardo, cosa posso dire, sarà un’allucinazione collettiva sarà una svista sinaptica, sarà marketing editoriale, eppure…) e si intitola “S. – La nave di Teseo”. 
E’ la diciannovesima fatica letteraria – per altro incompiuta – di uno scrittore a noi ignoto, ovviamente, che di nome fa V.M. Straka: no worries, per avere qualche notizia in più possiamo confidare sulla prefazione con cui il volume si apre, a firma del traduttore F.X. Caldeira; Straka è un autore versatile, affermato, prolifico, poliglotta la cui reale identità, esistenza e (presunta) morte sono tuttavia avvolte da un fitto mistero. E quindi? Quindi niente, per ora – se volete seguire il solo testo – dobbiamo farcene una ragione. Andiamo avanti.

“S- La nave di Teseo” narra l’avventura di “S-” un uomo senza passato, probabilmente colpito da una amnesia (di più non si può dire), che si aggira di notte, sporco e bagnato fradicio, tra i vicoli di una città vecchia, portuale, volutamente decontestualizzata sia nel tempo sia nello spazio. Dopo poche ore, S- viene rapito e caricato a forza su un vascello misterioso, dall’equipaggio sconcertante, e coinvolto suo malgrado in una serie di tenebrose e astruse avventure.
Lo stile è volutamente arcaicizzante per rispecchiare la lingua in uso a metà del secolo scorso e i registri linguistici sono vari e multiformi. La lettura è affascinante, il racconto è d’atmosfera grazie alle fitte parti descrittive che, a sprazzi, illuminano un passato postbellico denso di luoghi e avvenimenti, fittizi e reali, dai quali i personaggi – anch’essi sempre a metà strada tra la verità e la finzione – escono ed entrano in un continuo gioco di rimandi, flashback e proiezioni nel futuro. 

Postilla per chi é abituato a sottolineare (a matita, a penna, con l’evidenziatore… eh sì, cari puristi della pagina stampata, qui è tutto sdoganato): attenzione, andateci cauti e procedete con metodo, ché poi, siccome dovrete riprendere il mano il testo per ricostruire la parte definiamola “a margine”, non vi capiti di entrare in confusione non sapendo più se le note a lato sono vostre, o di qualcun altro 

Se invece vi sentite pronti a osare subito, allora è il caso di affiancare fin dal principio l’esperienza mutisensoriale delle note a margine e del materiale iconografico a quella della lettura tradizionale. 
E’ così che farete la conoscenza di Jan, laureanda in letteratura alla Pollard State University, che per caso (o forse no) studiando in biblioteca si imbatte in un vecchio libro lasciato fuori posto, “S-” pubblicato più di mezzo secolo prima e pieno di note scritte a matita. Inizia così un carteggio emozionante, ingarbugliato, frammentato, tra la ragazza e il presunto proprietario del libro, che presto si rifà avanti per recuperare il prezioso volume (proprietario si fa per dire, visto che come sappiamo il testo appartiene in realtà a una biblioteca pubblica): l’ex dottorando Eric, espulso dall’università stessa alcuni mesi prima per motivi che si chiariranno poi ma comunque strettamente collegati a V.M. Straka sui cui lavori e sulla cui identità vertevano gli studi del ragazzo e del suo mentore, il Professor Moody e della di lui affascinante assistente Ilsa
Eric e Jan verranno coinvolti in un’avventura senza precedenti che documenteranno, ognuno a proprio modo, scrivendone ai margini del libro; e ce n’è per tutti, state tranquilli: enigmi da risolvere, documenti segreti, codici da decifrare, complotti politici, rivalità tra baronati universitari, viaggi avventurosi tra la vecchia Europa e il SudAmerica in un crescendo di suspance e mistero alla ricerca della vera identità di V. M. Straka.

Nb: anche qui vale la postilla di cui sopra relativa alle sottolineature).
Jan ed Eric si conoscono nel modo più romantico possibile, attraverso le pagine di un libro. La loro bella grafia, fitta, colorata, complicata, è specchio di una gioventù curiosamente molto distante dallo stereotipo di US-teen a cui siamo stati abituati: li contraddistingue l’amore per lo studio e le lettere, l’attenzione partecipata verso il mondo che li circonda, il chiamarsi fuori, almeno in parte, dalla tribù dei millennials da cui (pare) siamo così circondati, assuefatti all’uso autoreferenziato dei social e alla necessità di una visibilità a tutti i costi unita, se possibile, ad un cospicuo conto in banca.
Jan ed Eric riportano in superficie, naturalmente riqualificandoli attraverso un uso più consapevole, tutti quei sistemi di vita si direbbe off-line – o pre-facebook – (il silenzio, lo studio solitario, l’intimità che regala una matita e un quaderno di appunti, una cartolina inviata da un luogo lontano con buona pace di Instagram, il conoscersi se non di persona per lo meno attraverso un mezzo diverso dalla rete) che si fanno paradigma della strada da seguire e che ancora una volta dichiarano la parziale sconfitta del classico way of life americano a cui questa volta si affianca un riscatto forse possibile. 


E a ben pensarci, come hanno rilevato molti commentatori, che cos’è “S- La nave di Teseo” se non un’ode al libro, a quello analogico, si intende, una dichiarazione d’amore verso tutto ciò che lo compone, materiale e spirituale, verso tutte le sue potenzialità e verso tutto ciò che l’atto stesso della lettura porta con sé? 


Buona lettura 🙂
Nota a parte per la traduzione: Enrica Budetta, che da quasi un decennio lavora per i più noti marchi editoriali italiani sulle traduzioni dall’inglese e dallo spagnolo, in diverse interviste (anche qui, sul quotidiano on line Due Righe) ha illustrato la complessità dell’approccio al testo. Da una parte, il doversi confrontare con una lingua volutamente agée e per altro multiregistro, che occorreva differenziare da quella contemporanea utilizzata dai due ragazzi. Dall’altra, l’attenzione necessaria per interpretare e poi riportare in italiano i numerosi enigmi e codici cifrati presenti nel testo. Doveroso citare Francesca Martucci ed Elisabetta Sedda, le curatrici del volume.

"Cuore primitivo", di Andrea De Carlo

Ancora una volta Andrea De Carlo punta sulle dinamiche di coppia. Qui però in maniera esclusiva, diversamente da quanto aveva fatto due anni fa con “Villa Metaphora” opera in cui lo scrittore si era messo alla prova affrontando in maniera esplicita anche temi di natura politica e sociale. 

Luglio 2014. Craig Nolan, antropologo inglese di fama internazionale, come ogni estate da sette anni torna per le ferie a Canciale, un paesino a mezza costa tra La Spezia e le Alpi Apuane in cui sua moglie – l’affermata scultrice di gatti in pietra Mara Abbiati – possiede da tempo una piccola casetta a cui è sentimentalmente molto legata. L’abitazione è vecchia e avrebbe bisogno di una ristrutturazione che entrambi i coniugi rimandano di anno in anno, ognuno per le proprie ragioni. A seguito di un forte temporale Craig sale sul tetto per controllare i danni ma le tegole cedono e l’antropologo, non più agile come un tempo, frana rovinosamente all’interno, riportando tra l’altro alcune contusioni. Nella spasmodica ricerca di qualcuno disponibile anche nel pieno dell’estate a riparare il cratere che rende inagibile la stanza da letto, i due coniugi si imbattono in Ivo Zanovelli, proprietario di una piccola impresa edile. Il motociclista Ivo, bicipiti e tattoo in evidenza, catenone d’oro al collo e coda di cavallo, con la sua banda di operai slavi sarà la scintilla che scardinerà gli equilibri già precari e le tensioni che minano non solo la coppia ormai al limite ultimo di vicendevole sopportazione ma anche la fragile stabilità emotiva dello stesso Zanovelli. 

L’impianto narrativo a prospettiva multipla, differenziato anche a livello stilistico, per strutture sintattiche e lessico, segue quello sviluppato negli ultimi romanzi ed è lo strumento che De Carlo utilizza per raccontare a capitoli alterni la verità di ciascun protagonista. Quindi la narrazione pur procedendo lungo una linea temporale ben precisa si nutre di continui flashback e cambi di punti di vista. Ciò permette in primis una caratterizzazione dei tre personaggi a tutto tondo e in secondo luogo è in grado di offrire dinamicità a un canovaccio che altrimenti avrebbe forse risentito di una certa statica ripetitività. Non manca poi – altro segnale di differenziazione tra questa diciottesima fatica dell’autore e le sue precedenti – un certo gusto per la suspance e l’effetto sorpresa reso vivo proprio dal continuo movimento di prospettiva che dilata il tempo delle tre narrazioni individuali.

“E’ in un’altra fase della sua vita, anche se è meglio non chiedergli quale perché non lo sa. Non è più dov’era prima, va bene? (…) Non serve nemmeno cercare di mettere tutto in parole. Per raccontarlo a chi, poi?” (pag.112)

sbotta tra sé Ivo Zanovelli. Forse lo è anche De Carlo, in un altro momento della propria storia creativa. Perché alla tecnica dello spostamento della prospettiva e quella della suspance che per altro non manca di un insolito risvolto noir aggiunge pure una pungente e abile ironiaAbbandonando la consueta dicotomia di sentimento nei confronti dei propri personaggi – o la resa incondizionata o l’odio feroce – De Carlo per una volta (a dire la verità ci aveva già provato in “Villa Metaphora” ma qui affina il gusto, limandone gli eccessi precedenti) prova a divertirsi, e ci riesce pure, dando vita a tre entità caratteriali completamente differenti ma estremamente verosimili alla cui osservazione si dedica poi con piglio quasi scientifico, lasciandole libere di sperimentare la propria individualità

Da una parte abbiamo così l’antropologo Craig Nolan, una fulgida giovinezza di studi passata “nella valle del Wahgi in Papua Nuova Guinea” (pag.31) – e in molti altri luoghi dai nomi francamente impronunziabili, dimenticati da Dio e dagli uomini – che ora, imbolsito dall’età, dalla vita sedentaria a cui l’insegnamento universitario lo ha abituato accalappiandolo scaltramente col passare degli anni, imbrigliato nel tutore che gli costringe la gamba malconcia, se ne sta lì sotto il sole cocente – la pelle arrossata da inglese pallido, il sudore che cola copioso sulla fronte – a criticare tutto e tutti.

Dalla casa di Canciale (e si badi al ruolo che via via assume, questa casupola decrepita infestata dalle erbacce): 

“La verità (però quale verità, quella di adesso, o quella di allora?) è che Canciale gli era sembrato un luogo rude, sciatto, semidesolato. (…) Niente a che vedere con il solare villaggio che aveva continuato a visualizzare fino a quel momento: nessuna traccia di bianche casette risplendenti nella luce, di buganvillee dall’intenso color porpora, di terrazze affacciate sul mare blu cobalto. A vista d’occhio c’erano solo pendenze verde scuro attraversate dalle linee più chiare di oliveti ormai in gran parte inselvatichiti e punteggiate di piccoli edifici mal ridipinti e mal curati, orti primitivi, garage abusivi, erbe infestanti fuori controllo, reti metalli che, lampioni dagli steli sproporzionatamente grandi” (pag.15)

alle sane abitudini dell’italiano medio: 

“E’ una cultura di furbi, truffatori, improvvisatori, arruffapopoli, seduttori da bar, prostitute e clown, che privilegia gli esercizi verbali a vuoto e i giochi di prestigio sulla serietà e l’affidabilità” (pag.72)

agli immigrati fuorilegge (i “balcanici indemoniati” come li definisce a pag.97), il tutto condito da dottissime e pedantissime digressioni antropo-psicologiche a spiegazione dei fatti accaduti e di quelli che a breve accadranno, che Nolan predice con assoluta, certosina accuratezza – va detto. 
Su tutto, la pruriginosa relazione di sesso occasionale (citata a pag.256 e indagata – finalmente! – soltanto cento pagine più tardi, alla 347) con la giovane studentessa universitaria, recente conquista del noto professore: più un’affermazione del sé, vittima della classica crisi di mezza età, che un vero e proprio innamoramento. 
De Carlo guarda a Craig Nolan con curioso disincanto: che fine ha fatto, sembra chiedersi, questo Indiana Jones de’ no’ artri, che dieci anni prima aveva incantato una donna straniera, meravigliosa e passionale raccontandole di viaggi e avventure, con magia di parole, destrezza di ragionamenti e fedele osservanza a misticheggianti questioni di principio (niente patente, niente auto, niente cellulare)? 
Ma non c’è spazio per il livore perché “La pancetta degli ultimi due o tre anni che sporge da sopra l’orlo dei calzoni” (pag.81) non fa differenze di classe e colpisce tutti, democraticamente, e le questioni di principio trascinate all’estremizzazione dopo un po’ scocciano perché:

“Qualunque libertà (…) ha un costo: è vero, ma spesso il costo viene semplicemente trasferito a qualcun altro” (pag.104)

Si rimane davvero basiti di fronte a questa affermazione che difficilmente De Carlo avrebbe affidato a un suo personaggio fra quelli descritti in passato. Non contento, lo scrittore rincara la dose: “La realtà è che la sua carriera si è diversificata sempre più negli ultimi anni, e lui ha sempre più bisogno di un’organizzazione di vita stabile per raccoglierne i frutti” (pag.102) e affronta sempre attraverso l’alter ego Craig Nolan uno dei temi più cari, quello del viaggio, ribaltandolo addirittura nella prospettiva: la scoperta di nuovi luoghi si tramuta in pedanti elenchi di nomi astrusi e alla fine insignificanti, a favore di una riflessione a trecentossessanta gradi sul valore delle radici e delle abitudini condivise (uh sì, come no, parlatene a Guido Laremi…):

“Chiunque ha bisogno di luoghi in cui sentirsi a casa, attraverso cui definire il proprio carattere e i propri gusti, a cui affidare le proprie memorie e le proprie immaginazioni” (pag.21)

Quasi che la soluzione sia non tanto saltar da un posto all’altro come cavallette impazzite quanto imparare a comprendere quando fermarsi per poi prendere il meglio di quel che viene offerto, per migliorare non solo noi stessi ubbidendo a un semplice edonismo narcisista ma anche chi ci sta intorno.

Naturalmente a Craig Nolan fa da contrappeso Ivo Zanovelli, un personaggio bizzarro che DeCarlo studia con raffinatezza di intento evitando di cadere nel tranello della macchietta. Il costruttore motorizzato è un tamarro senza patria e senza legge; si accompagna a un gruppo di operai slavi alcolizzati di cui non fa mistero a lamentare le abitudini violente che non vengono condannate ma neppure edulcorate in nome di una presunta com-passione umanitaria; stipula accordi in nero, corrompe con qualche mazzetta, si rifornisce di materiale ecocompatibile di prima qualità prendendolo da cantieri in sequestro; ha avuto due figlie da altrettante ex-donne. Zanovelli però all’opposto di Craig è vittima consapevole di uno stile di vita che di alcune, vere questioni di principio ne ha fatto il fil rouge, lontano anni luce dall’antropologo di fama internazionale che (per chissà qual motivo – DeCarlo, è un j’accuse o un mea culpa?) si è piegato alla divulgazione televisiva da documentario in prima serata, chinando il capo di fronte a drammatiche semplificazioni contenutistiche tra ospitate di starlette nazional-popolari e doppi sensi di innegabile cattivo gusto. E vedremo a quali conseguenze porterà questa presa di posizione.

E Mara Abbiati? Sta lì, tra i due contendenti, acquattata nell’erba come una delle gatte che estrae dal tufo a colpi di scalpello. Il personaggio più sfuggente, il più abbozzatoforse quello meno riuscito dei tre, il più criticato e criticabile. Craig le rimprovera una certa fatuità credulona che forse poteva affascinare dieci anni addietro ma che adesso crea soltanto fraintendimenti e irritazioni:

“Mara è prontissima a rinunciare a qualunque tipo di garanzia: trascinata dalla sua fiducia ingiustificata nel prossimo, travolta dall’impazienza, insofferente di qualunque rallentamento” (pag.76) 

“Lei sta per ribattergli qualcosa a proposito del diritto di un cittadino a disporre dei propri soldi come gli pare” (pag.158)

Lei stessa si strugge, nella vana ricerca di un punto fermo tra mente e corpo che cambia, il passare degli anni, la maturità intellettuale, l’insofferenza verso l’accademia a cui Craig la costringe:

“Craig qualche tempo fa le ha detto che la trovava “bella pienotta”, non era chiaro se in tono di apprezzamento o disapprovazione. Di fatto i jeans che l’estate scorsa le stavano già un po’ attillati quest’estate le vanno decisamente stretti” (pag.53)

E anche Ivo pur affascinato non le risparmia l’osservazione riguardo a una certa indolenza di atteggiamento – mascherata (ancora una volta De Carlo cambia prospettiva, sarà mica l’età?) sotto l’affascinante ma pericoloso mito della passione (o della repulsione, che è lo stesso) istintiva, caduca, instabile:

“Non puoi non essere curiosa (…)! Anche se odi il marmo fa comunque parte del tuo lavoro, no?” (pag.162)  

Se Starnone ci ha illuminato raccontandoci nient’altro che il poi di una crisi coniugale ormai consumata, De Carlo ci aiuta a interpretare questo poi attraverso il durante, testimoniando il momento stesso in cui essa accade:
“All’iniziale cessione spontanea di sovranità, e all’accettazione di comportamenti estranei che ne discende, alla mimesi temporanea, all’adattamento volenteroso a modi e ritmi altrui, segue una fase di resistenza crescente, un rigetto progressivo, nel tentativo (spesso disperato) di recuperare la propria identità perduta” (pag.99-100)
“E’ la paura a tenerli insieme? Un sistema incrociato di minacce e rassicurazioni? Un’offerta reciproca di familiarità e consuetudine come antidoto al terrore del non conosciuto? Hanno stabilito con il loro matrimonio il diritto a paralizzarsi a vicenda la vita sentimentale, senza in cambio il dovere di coltivare sentimenti o emozioni l’uno nell’altra?” (pag.256) 
“Ma l’alternativa non è molto peggiore, come hanno dimostrato i fatti di oggi? Non è la destabilizzazione totale, la moltiplicazione dei dubbi, una perdita generale di senso?” (ibid.)
Le conclusioni a cui giungono i due autori, pur analizzando lo stesso fenomeno, non sono affatto le medesime. Ancora una volta De Carlo ci sorprende perché, a differenza di Starnone e distaccandosi anche da tante sue opere precedenti, ci regala un finale sostanzialmente aperto (anche per trama) in cui per una volta viene dato spazio a una soluzione non convenzionale, nella sua apparente, semplice banalità:
“La realtà è che rifare alla perfezione il tetto di una casa in cattive condizioni strutturali non ha molto senso (…). Forse è vero che qualunque cosa può essere riparata, ma solo con un intervento radicale sull’insieme (dalle fondamenta in su, per così dire), non cercando di sistemare le singole parti” (pag.352)


Buona lettura 🙂

"Morte di un uomo felice", di Giorgio Fontana

“Morte di un uomo felice” conclude il dittico su magistratura e giustizia iniziato nel 2011 con “Per legge superiore”, di cui è naturale prosecuzione.

Nella prima opera, ambientata ai giorni nostri, era protagonista un sostituto procuratore milanese, il sessantenne Roberto Doni, alle prese con un caso di delinquenza urbana ad opera di un giovanotto extracomunitario (lesioni gravissime inferte a una ragazza italiana durante una rissa), stando alle risultanze processuali. Un dibattimento all’apparenza semplice e di ordinaria amministrazione le cui carte però vengono scompaginate da Elena, una giovane reporter di strada convinta sostenitrice dell’innocenza del muratore tunisino. La giornalista prende contatto con Doni e lo convince a immergersi nella realtà multietnica della periferia nord di Milano, tra le case di ringhiera di Viale Padova e i casermoni di Via Porpora. Un viaggio – novello Cuore di Tenebra – che non sarà per il sostituto procuratore soltanto un’indagine parallela, ufficiosa e ai limiti del lecito volta a scoprire il reale svolgimento dei fatti ma soprattutto una dirompente analisi intima e introspettiva che, rimandata da troppi anni, scardinerà le certezze personali e professionali del protagonista: un tranquillo funzionario pubblico con la coscienza imborghesita dagli anni che sarà condotto, proprio dall’età anagrafica prossima alla pensione, ad interrogarsi – di nuovo, dopo molto tempo – sul ruolo della giustizia e sul significato di parole quali dubbio e compromesso.

Se questo primo racconto era inficiato da qualche indecisione nell’impianto narrativo e da una caratterizzazione dei personaggi, specie di quelli secondari (a parte uno, poi vedremo meglio chi), che in alcuni episodi risente di una eccessiva tipizzazione, lo stesso non si può dire di “Morte di un uomo felice” nella cui stesura è possibile apprezzare invece la maturità tecnica raggiunta dell’autore.

Milano, estate 1981; siamo nel pieno degli anni di piombo. Il magistrato Giacomo Colnaghi, appena quarantenne, è impegnato nella lotta alle organizzazioni terroristiche e insieme a un piccolo manipolo di colleghi coordina le indagini relative alla morte di un politico democristiano, assassinato da una banda armata di nuova costituzione. La figura di Colnaghi era apparsa, personaggio secondario, già in “Per legge superiore”, così ricordata dal sostituto procuratore Doni:

“1981. Erano gli ultimi mesi ad Ancona, e stava preparandosi al trasferimento a Gallarate. Elisa aveva due anni e Doni era così felice da non riuscire nemmeno a trovare un nome esatto per quello stato: non era abituato alla gioia. Era rientrato a Milano per vedere i suoi e qualche casa in città, e ne aveva approfittato per cenare con Giacomo Colnaghi, un vecchio compagno di università, allora sostituto procuratore. 

Erano sempre stati conoscenti affettuosi, più che grandi amici – vite diverse, idee diverse su quasi tutto: ateo Doni e credente Colnaghi, antisportivo Doni e appassionato ciclista Colnaghi – ma ora eccoli lì, accidenti: due magistrati sui trentacinque che escono sottobraccio, gonfi di risotto e un po’ ubriachi, da una trattoria sul naviglio pavese. Il nome per la felicità che Doni non trovava poteva essere riassunto in quella gamma di dettagli: i colori a tempera della sera, il margine malfamato e romantico del quartiere, due gatti che dormivano nell’ingresso di una corte, il profumo elettrizzante dell’estate. Quella era la vita. Quella e nient’altro – un amico, una figlia, un progetto.” (“Per legge superiore”, p.68-69)

“Morte di un uomo felice” si interpreta proprio come una costola del precedente lavoro, di cui ne specifica i contorni e ne ridefinisce le tematiche creando una rete di rimandi e precisazioni che ne completano il significato.

“Attraversarono e risalirono via Padova

per una cinquantina di metri. Elena si fermò
davanti a un palazzo non molto diverso dagli altri:
giallognolo, la facciata sfatta. 
La fila centrale di finestre aveva dei balconi in marmo; 
su uno di essi Doni 
vide amassati un triciclo, due assi di legno 
e una rete di letto” (PLS p.85)

Se Doni è il pubblico ufficiale anziano, all’apice di una fulgida e irreprensibile carriera, lo spirito un po’ intorpidito e disincantato da anni di fedele sudditanza alla nomenklatura nell’esercizio quotidiano di applicazione della Legge dentro le aule dei tribunali, Colnaghi rappresenta, in una prospettiva rovesciata all’indietro, ciò che il sostituto procuratore sessantenne non è più o peggio non ha mai avuto il coraggio di essere fino in fondo: un giovane uomo schierato in prima linea, costantemente roso dai tarli del dubbio e dell’irrequietezza nei confronti di una materia, quella penale, irta di ostacoli e di dilemmi primo fra tutti quello della differenza che passa tra legge e giustizia

L’inchiesta di Colnaghi e del suo pool di colleghi è un’investigazione a tutto campo fatta di perseveranza, assiduità e rigore e porta con se i tratti drammatici della tragicità del periodo preso in esame: dagli indizi recuperati a fatica sfacchinando da un ufficio all’altro, vittime della più ottusa burocrazia, agli interrogatori dei collaboratori di giustizia, alle indagini per strada alla ricerca di eventuali testimonianze, alle minacce di morte, ai colleghi assassinati (il citato Guido Galli, per esempio). 

Il filo che collega i due romanzi tuttavia non si ferma al dialogo a distanza tra i due protagonisti. Il segnale di quanto una lettura pluridimensionale sia necessaria e imprescindibile è offerto direttamente dall’autore che sceglie di accantonare, per “Morte di un uomo felice”, la forma cronachistica in favore di una prospettiva più intima e privata (che tuttavia lascia inalterata la precisione della narrazione, a rivelare l’ottima preparazione di Fontana riguardo l’utilizzo delle fonti).
Questo tratto intimistico è dato dalla narrazione, che va in parallelo a quella principale, della vita di Ernesto Colnaghi, il padre del protagonista: un umile operaio lombardo, fucilato dai soldati tedeschi a seguito di un’azione partigiana a cui aveva preso parte, e verso cui Giacomo prova un sentimento ambivalente fatto di ammirazione e al tempo stesso di incomprensione per un gesto che tutta la famiglia paterna ha sempre considerato come la mattana di uno squilibrato idealista. Una memoria di cui Giacomo, piccolissimo alla morte del padre, non può serbare ricordo diretto: fatto questo – il doversi sempre riferire ad altri per avere accesso alla figura del padre – che alimenta una perenne sensazione di precarietà e incertezza di giudizio.

Il naviglio della Martesana all’imbocco di Viale Padova
Giacomo Colnaghi è un padre di famiglia per intima vocazione, ma poi alla fine nella pratica della quotidianità se ne vien fuori distratto e impacciato: col figlio di due anni il dialogo è naturalmente ancora scarso mentre con il maggiore, in età di scuola, i rapporti sono pesanti, inficiati dalla fragilità caratteriale del ragazzino che fatica a stare al passo dei coetanei e ricerca ancora l’appoggio emotivo genitoriale, specie quello paterno: bisogno che tuttavia come naturale si tramuta spesso in malcelata ostilità, per via della goffaggine del padre. Colnaghi difatti è poco presente in famiglia anche per via della distanza fisica cui è costretto a causa del suo lavoro che vive in maniera totalizzante e ossessiva. Ha una bella casetta in provincia alla quale torna soltanto nel fine settimana, come un ospite temporaneo(per il resto abita uno scarno monolocale in affitto, dalle parti di viale Monza nel quale il senso di estraneità è paradossalmente molto minore – e i sonni più facili) e una moglie che si occupa dell’economia domestica e dell’anziana suocera: ma i rapporti con le due donne sono sempre più distanti, rarefatti, farraginosi. E’ fervente cattolico ma di una religiosità sentita, struggente e mai bigotta che offre più dilemmi che conforti; è amante della solitudine ma alla fin fine si accompagna spesso a un paio di amici di vecchia data con cui condivide una birra ghiacciata all’osteria, una corsa in bicicletta o una discussione di letteratura. Sceglie fin da giovane ma con animo tormentato la strada della magistratura, spinto dal desiderio di comprendere le origini del male e di ricomporre attraverso la giustizia ciò che quel male ha straziato, evitando così che tutto si risolva nella mera applicazione astratta della Legge in un inutile sforzo di prevenzione mediante lo strumento della condanna al carcere. 

Le vicende di Giacomo si intersecano con quelle di Ernesto e ad esse di sovrappongono in un continuo gioco di rimandi e avvicinamenti. Come in parte capita a Giacomo, così Ernesto, di umili origini, durante la guerra si accasa con una donna del paese, di famiglia benestante (e forse anche vicina al Fascio) ma poi si avvicina alla lotta partigiana e finisce che ad essa, in nome di un bene superiore, sacrifica il lavoro, la famiglia e infine la vita stessa abbandonando a un destino difficile la giovane vedova e i due figli ancora piccoli che di questo gesto porteranno per sempre le cicatrici. 

Bocciofila con trattoria, Melchiorre Gioia
Interessante come in entrambe le narrazioni una posizione di estrema rilevanza sia dedicata ai bambini: con tratti delicati, estremamente veritieri, Fontana ne descrive gli atteggiamenti, le necessità, i bisogni, le aspettative. Fulcro di entrambe le vicende, sono il motore che muove le azioni dei tre protagonisti: Doni che desidera riallacciare i rapporti con Elisa ormai emigrata all’estero per concludere gli studi (e che mai più tornerà in Italia); Ernesto che prende parte alla lotta partigiana nel tentativo di salvare i figli dalla guerra, dalla miseria e dalla dittatura; Giacomo che nonostante l’esperienza tragica del genitore – o proprio per questo, chi lo sa – attraverso l’esempio di operosità sul lavoro spera di insegnare a Daniele e al piccolo Giovanni il valore dell’empatia e della com-passione.

In entrambi i casi, i protagonisti si confrontano – per scelta dell’autore che in questo modo rivela un intento certamente ambizioso e sofisticato – con tre dei più drammatici accadimenti che hanno caratterizzato la Storia moderna e contemporanea del nostro Paese: la lotta partigiana, gli anni del terrorismo e la questione dell’immigrazione.

Casa di ringhiera, quartiere Martesana
Su tutto domina Milano, specie la sua periferia nord fatta, nel passato, di case di ringhiera, osterie e bocciofile di quartiere, sferragliare dei tram, caldo torrido dell’estate in città; nel presente, di palazzoni fatiscenti con le parabole sul balcone e le tende di plastica trasparente alle finestre, quartieri multietnici, gabbiotti di kebap e oggettistica made in China – e la luce rosata di un tramonto primaverile. 

Due opere fortemente contestualizzate che innegabilmente perdono parte del loro fascino se lette da chi a Milano non è mai vissuto o da chi, malgrado ci risieda, ne sperimenta soltanto la parte più commerciale e, vien da dire, turistica. 

Lode a un autore che pur essendo un arioso ha saputo rendere appieno, sia per temi sia per lessico, una realtà urbana complessa, e affascinante, come quella della periferia milanese. 
“Per legge superiore” (Sellerio 2011) ha vinto il Premio Racalmare – Leonardo Sciascia 2012, il Premio lo Straniero 2012 e la XXVI edizione del Premio Chianti. “Morte di un uomo felice” (Sellerio 2014) è vincitore del Premio Campiello 2014.

Buona lettura 🙂

"Scompartimento n.6", di Rosa Liksom

Nata nel 1958 nel villaggio lappone di Ylitornio e figlia di un allevatore di renne, Anni Ylävaara studia antropologia a Helsinki e poi a metà degli anni ’70 si trasferisce nella vicinissima URSS, terra di cui ha sempre subito il fascino, e si specializza in scienze sociali all’Università di Mosca. Spinta dalla passione che ha fin da ragazza per i viaggi e la cultura di strada girovaga per l’Europa, aderisce alla cultura punk, vive in comuni autogestite (tra cui quella di Christiania a Copenhagen) e per mantenersi svolge i lavori più umili. Nel 1986 all’età di 28 anni, a un anno di distanza dal suo esordio letterario col nom de plume di Rosa Liksom (una raccolta di racconti: “Stazioni di transito”, che vince il premio J.H. Erkko), torna in Russia e da Mosca arriva fino a Ulan Bator – in treno, naturalmente.


Hytti nro 6”, un racconto lungo in cui l’autrice mette per iscritto questa sua esperienza sulla leggendaria Transiberiana, vince il Premio Finlandia 2011, il più alto riconoscimento letterario nazionale, è finalista al Premio del Consiglio Nordico e al Prix Médicis e ottiene un ampio successo di critica e pubblico: il tutto nonostante l’iniziale scetticismo dell’editore che lo aveva dato alle stampe addirittura in formato economico, certo di una sicura debacle visto l’argomento trattato e lo stile ermetico e malgrado la fama già consolidata dell’autrice, che da anni è ormai una delle figure più in vista del panorama culturale finnico: scrittrice, pittrice, artista e regista di cortometraggi (questo il suo website, bianco neve, minimal, molto chic e molto nordico). 

L’esperienza autobiografica, come l’autrice spesso sottolinea, è parte fondamentale della sua produzione artistica:

“Non scrivo di niente che non abbia vissuto” 

“Ogni anno di distanza che ho preso da quel viaggio era necessario. Da lontano si vede meglio”  


ribatte la scrittrice a chi le domanda come mai abbia impiegato quasi vent’anni per scrivere della Transiberiana; proprio per questo non bisogna cadere nel tranello di considerare “Scompartimento n.6” alla stregua di uno dei tanti documenti di viaggio a testimonianza di questa mitica traversata. 
In realtà questo è uno degli ultimi documenti vòlti ad attestare quella Russia (anzi, l’URSS) che fu, lì proprio a principio dello sgretolamento, in equilibrio sul precipizio, ed è prezioso per due motivi: perché nonostante sia stato redatto da una scrittrice di nazionalità non sovietica è un racconto che possiede l’accuratezza di una testimonianza da insider, grazie alla profonda dimestichezza dell’autrice con l’ambiente e la popolazione descritta; parimenti questo distacco inevitabile dalle vicende narrate, perché non proprie, dona alla narrazione un’onestà intellettuale e di intento che garantisce una visione certamente super partes
A far da sfondo la straordinaria Transiberiana che lo sguardo della Liksom scarnifica di qualsiasi facile mistificazione e che da mero pretesto per inscenare una finzione letteraria si trasforma nell’unico mezzo utileper penetrare il mondo sovietico, grazie alla versatilità di contesti che per definizione offre la letteratura di viaggio.
Mosca, 1986. Una ragazza finlandese (di cui non sapremo mai il nome perché non verrà mai pronunciato) sale sul treno che la condurrà fino in Mongolia. Si sistema in una delle cuccette dello scompartimento numero 6 (e sì, il titolo è voluto omaggio alla novella di Čechov ambientata nella corsia di un manicomio) è una studentessa di antropologia e il suo intento dichiarato è quello di arrivare fino a Ulan Bator per visionare alcune iscrizioni rupestri. 

A condividere con lei lo spazio angusto sarà un carpentiere cinquantenne, Vadim Nikolaevic Ivanov, russo fino al midollo, che durante la stagione estiva si guadagna da vivere nei nuovi cantieri alla periferia di Ulan Bator. Tanto è silenziosa e poetica lei, coi suoi pensieri delicati e sconnessi e mai espressi ad alta voce, quanto chiassoso lui nelle sue esternazioni: odori di cibo e di quotidianità, risate grasse e pianti incontrollati, canzoni, volgarità sessuali, parolacce ma anche citazioni dai classici e brevi quanto fulminanti aforismi di vita vissuta:


“Qui soffriamo senza alcun motivo e senza protestare. Ci possono fare di tutto e noi accettiamo umilmente tutto”(pag.70) 

“Quante volte ho maledetto questo paese! Eppure cosa sarei senza la Russia? Io amo questa terra” (pag.108)


Anche qui non si cada nell’errore di pensare a Vadim come a una macchietta stereotipata del personaggio-Russia; il falegname avvezzo ai campi di correzione e imbevuto, oltre che di vodka, della propaganda sciovinista di cui faceva uso il PCUS per l’educazione di massa, non è che una delle tante declinazioni dell’animo sovietico in tutte le sue passioni, idiosincrasie e contraddizioni, come l’autrice ben testimonia attraverso l’utilizzo della narrazione di viaggio grazie alla quale può mettere in scena, in una esperienza letteraria che deriva dalla conoscenza reale e concreta dei fatti, una commedia di protagonisti e di comparse che va dalla babushka al militare dell’Armata Rossa. 


Sono molte le tracce attraverso cui leggere l’opera, al di là della semplice narrazione di viaggio. Uno su tutti naturalmente l’interesse dell’autrice per i temi politici e sociali. Fondamentale la fascinazione della scrittrice per tutto ciò che all’epoca ancora traspariva, nonostante lo sfacelo, della millenaria cultura sovietica e asiatica in generale: dalle tradizioni culinarie alla passione per la musica (onnipresente) passando per la proverbiale ospitalità della steppa e gli ultimi scenari naturali mozzafiato sopravvissuti allo sciacallaggio della cementificazione.

Non è un caso che l’autrice abbia scelto – seguendo quel criterio di verosimiglianza di cui sopra – di ambientare l’opera in primavera: la coltre di neve che nell’immaginario collettivo caratterizza la steppa russa e le dona un fascino atemporale è qui prossima a sciogliersi rivelando, col ritiro dei ghiacci, panorami millenari rovinati dall’inquinamento atmosferico e delle acque, l’orrore dell’abuso edilizio, l’estrema povertà rurale, le aree suburbane vittime dell’incuria e del degrado.


“Quando il treno si mosse, il quartetto l’archi numero otto di Sostakovic proruppe improvviso dagli altoparlanti di plastica dello scompartimento e del corridoio” (pag.12)

Gli altoparlanti riversavano il dolce-amaro canto dell’ospite vichingo di Rimskij-Korsalov” (pag.46) 

“Prese dalla borsa un grosso pezzo di formaggio Rossijskij, un’interna pagnotta di segale, una bottigkia di kefir e un vasetto di panna acida. Per finire, sfilò dalla tanca laterale della borsa un sacchetto di cetrioli che perdeva salamoia, e cominciò a rimpinzarsi di pane con una mano e di cetrioli con l’altra” (pag.15) 

“Versò l’acqua nel samovar e l’accese, dosò con un cucchiaino le foglie di tè e le mise nella teiera smaltata. Non restava che aspettare che l’acqua bollisse e che linfuso riposasse quel che serviva per versarlo nei bicchieri” (pag.48)

La tensione narrativa è garantita non dall’azione ma dalle vicende personali dei due protagonisti che affiorano a tratti, ben studiati, con la tecnica del flashback (la vita sentimentale della ragazza che svelerà il vero significato del suo volontario allontanamento da Mosca) e del racconto aneddotico (gli eventi della vita passata del carpentiere Vadim che scava nella memoria della Russia comunista post-bellica) in un crescendo di tensione e curiosità da parte del lettore che però viene abilmente frenato:

“La fretta uccide, ricordatelo” (pag.58) 

raccomanda Vadim alla ragazza invitandola ancora una volta a servirsi del cibo che lui, incessantemente, le propone; medesimo atteggiamento dell’autrice, che tra il serio e il faceto strizza l’occhio allo spettatore impaziente e si serve ancora una volta dello strumento letterario (un treno che arranca verso la meta e più si avvicina, più va lento e a singhiozzo) per mostrare uno dei caratteri peculiari dell’animo russo:

“Molti concittadini che hanno voluto lanciarsi a precorrere il loro tempo, hanno poi dovuto aspettarlo in un luogo spaventoso. Bando alle fretta, quindi, e godiamoci la reciproca compagnia e questo istante!” (pag.92)

L’effetto ritmico e quasi ipnotico della trama che alterna il fermarsi e il ripartire, il dialogo e il silenzio, il sonno e la veglia, la sobrietà e l’ubriachezza, il digiuno e il nutrimento, il giorno e la notte (e che all’avvicinarsi della meta si accavallano l’uno sull’altro in un ritmo percettivo alterato, sempre più personale e meno oggettivo) è amplificato dalla struttura che in diverse parti assume i toni dell’epos narrativo fatto di ripetitività di azione, contesto e sintassi:

Tutto è in movimento: la neve, l’acqua, l’aria, gli alberi, le nuvole, il vento, le città, i villaggi, gli uomini e i pensieri” (pagg.14-64-165 etc)

L’edizione italiana di “Hytti nro 6” era stata presentata da Iperborea a Maggio scorso durante Caffè Helsinki, il festival della cultura finlandese a Milano. 

Cristina Gerosa di @IperboreaLibri descrive il testo a #BCM14, all’interno del panel “La scelta editoriale ai tempi del #selfpublishing” e oltre che identificarne il carattere: “Claustrofobia e intimità condivise da Mosca a Ulan Bator” parla dell’autrice e soprattutto di come si è arrivati a scoprire questo testo e della genesi della traduzione, ad opera di Delfina Sanna che firma anche la meravigliosa postfazione.


Qui i post condivisi: grazie a tutti per l’interesse e i retwitt.

Buona lettura 🙂

"Lacci", di Domenico Starnone

Napoli, 1962. Aldo e Vanda, vent’anni, si sposano: giovanissimi, come vuole la convenzione. Nel 1965 nasce il primogenito Sandro, tre anni dopo viene Anna.
Vanda si dedica alla casa e ai figli, mette le pezze alle attenzioni svagate di un uomo non ancora adulto che arranca nel lavoro e che coi bambini ha un rapporto sconnesso:
“Finché ero vissuto con loro ero stato un padre distratto che per riconoscerli non sentiva il bisogno di conoscerli” (pag.80)  

racconta Aldo, ormai anziano.

“Ero giovane, mi sentivo attratta, non sapevo quanto è casuale l’attrazione. Per anni non sono stata felice, ma nemmeno infelice. Ho capito tardi che mi incuriosivano gli altri né più né meno di quanto mi avevi incuriosito tu. (…) Credevo di dover amare solo te per sempre e quindi guardavo da un’altra parte, stavo dietro ai capricci dei bambini. Che stupidaggine. Ammesso che io ti abbia mai amato – e oggi non se sono sicura. (…) Sicuramente per me non sei stato niente di unico, niente di intenso. Mi hai solo permesso di considerarmi una donna adulta: vivere in coppia, il sesso, i figli. Quando mi hai lasciata, ho sofferto soprattutto per quello che di me ti avevo inutilmente sacrificato. E quando ti ho riaccolto in casa, l’ho fatto solo per farmi restituire ciò che ti eri preso” (pag.104-105)


così di rimando una Vanda ultra settantenne apostrofa il marito.

La trama è tutta qui, in quest’ultimo capoverso: c’è che il trentenne Aldo all’improvviso se ne va di casa; abbandona moglie e figli e scappa a Roma con Lidia, maggiore età appena superata. Non si fa né vedere né sentire per quattro anni; si dedica all’amore (quello vero, quello mai provato con nessun’altra) e alla carriera professionale di autore televisivo che finalmente riesce ad intraprendere con profitto e riconoscimenti sociali.

“Hai sragionato con tranquillità saccente sui ruoli dentro cui c’eravamo imprigionati sposandoci – il marito, la moglie, il padre, i figli – e ci hai descritti – me, te, i nostri bambini – come ingranaggi di una macchina priva di senso, costretti a ripetere per sempre gli stessi movimenti insulsi” (pag.7)


scriveva Vanda al marito, in una delle tante lettere rabbiose e disperate che gli inviava durante gli anni della separazione, e rincara:
“Tu non stai affatto lottando contro un’istituzione opprimente che riduce le persone a funzioni. (…) Tu vuoi sbarazzarti di Sandro, di Anna, di me proprio in quanto persone. Ci vedi come un ostacolo alla tua felicità” (pag.14) 

“Mi era sembrato piacevolmente avventuroso sposarmi ancora ragazzo, senza aver finito gli studi, senza un lavoro. Avevo avuto l’impressione di tagliar via da me e l’autorità di mio padre e mettermi finalmente a capo della mia esistenza. (…) I primi anni erano stati belli (…). Poi l’avventura si era piano piano trasformata in una consuetudine imposta dai bisogni dei bambini. (…) Essere sposato, avere una propria famiglia in giovanissima età, era diventato non segno di autonomia, ma di arretratezza. A meno di trent’anni mi sentivo vecchio” (pagg.58-59)


Ribatte ora Aldo, a distanza di quarant’anni, chiuso nello studio – un grande e lussuoso appartamento di famiglia affacciato sul Tevere – leggendo quelle lettere che mai all’epoca si era sognato di aprire.

Potremmo continuare all’infinito citando passi interi di questo dialogo a distanza che da una parte riporta il testo delle missive inviate da Vanda ad Aldo negli anni dell’allontanamento e dall’altro ripercorre i pensieri solitari di Aldo ormai anziano nel momento in cui si trova, a causa di un evento drammatico e imprevisto, ad affrontare il proprio passato sepolto sotto decenni di consapevole oblio.

“Lacci” è la storia di un matrimonio come tanti, luminoso di nuovi inizi ed entusiasmi e poi via via sempre più spento e infine devastato dagli accadimenti brutti della vita, un po’ fortuiti, un po’ cercati; la storia di tutto quel disastro che la mancanza di sentimento porta con sé trascinando nel gorgo chiunque capiti a tiro, bambini compresi.

Di questo sfacelo coniugale si vorrebbe dare la colpa a qualcuno. Poi, a pensarci, vien fatto di non sapere da chi iniziare. Aldo, marito adultero e padre degenere. Eppure…

“Mi allontanai da mia moglie e dai miei figli andando dietro a ciò che mi appassionava. (…) Una nebbia secca copriva il passato in cui mi ero sentito lento e inconcludente” (pag.74)


E che dire di Vanda: casalinga frustrata, isterica scribacchina di lettere minatorie, che ora – agiata ottuagenaria – si prende il lusso, inacidita, di una vendetta tardiva fatta di musi lunghi e labbra strette. Sì, ma di che vendetta stiamo parlando?

“Ora che sono vicina agli ottant’anni posso dire che della mia vita non mi piace niente. Non mi piaci tu, non mi piacciono loro (NdR: i due figli), non mi piaccio io stessa” (pag.106)

L’amante Lidia, che muta e bellissima attraversa tutta la narrazione, prima presenza viva e poi, ancor peggio, ricordo soffuso di dolce nostalgia? Lei che non ha avuto rimorsi a prendersi un uomo più vecchio, sposato, e nemmeno un ripensamento poi nel mollarlo, dopo anni, quando lui accenna a un ricongiungimento coi figli. Ecco però cosa pensa Anna, di Lidia:

“In quell’occasione io guardai quella ragazza attentamente (…). Pensai: com’è bella, com’è colorata, da grande voglio essere identica a lei” (pag.130)

Sandro e Anna, appunto. Di cui sappiamo poco o nulla, riflessi nello specchio deformante dello sguardo genitoriale.

“Hanno faticato a trovare lavoro, lo perdono di continuo, si rivolgono a noi per i soldi, hanno vite disordinate” (pag.89)


Quante domande. Andiamo oltre, per il momento.

Leggere Starnone è tuffarsi nella lingua italiana, utilizzata in tutta la sua versatilità. Lessicale, prima di tutto, attraverso la varietà puntuale dell’aggettivazione. Nella struttura della sintassi modulata a misura del personaggio, una paratassi scarna e limpida a illuminare la praticità schietta di Vanda, un via vai di subordinate serpeggianti nel pensiero di Aldo. Mediante la poliedricità degli stili narrativi utilizzati: epistola, monologo, dialogo serrato.

L’unica debolezza dell’opera sta forse nelle parti in cui l’autore dà voce ai due figli ormai adulti. Se gli anziani coniugi vengono descritti accuratamente complice anche il sistema a flashback che dona alle immagini una piena tridimensionalità, i due figli sembrano cristallizzati nel momento presente e poco definiti.
Su Sandro l’autore si sofferma un po’ di più (forse grazie al fatto che comunque si tratta di un soggetto maschile, cosa che rende più facile il meccanismo di identificazione) offrendo un dipinto parziale ma abbastanza convincente, per deduzione: un bell’uomo di mezza età, colto, istruito ma poco incisivo nella vita professionale e ancor meno in quella sentimentale, costellata da numerose relazioni e altrettante paternità vissute a singhiozzo.
Con Anna, Starnone è invece più sfuggente: non sappiamo nulla di più se non quanto ci riporta lei stessa ma è un quadro distorto dai cattivi sentimenti che la donna prova verso di sé. Si vede brutta, sciupata, in sovrappeso:
“Sono grassa, mi si moltiplicano le rughe e i capelli bianchi” (pag.122)

Attribuisce gran parte delle esperienze negative della propria vita alla situazione famigliare, in un crescendo di recriminazioni che – onestamente – rivelano non tanto le mancanze dei genitori ma una particolare immaturità di pensiero. Un po’ banali e forse poco credibili perché tese all’esasperazione anche le riflessioni di Anna nei riguardi della decisione di evitare matrimonio e maternità: una scelta lecita, certo, che tuttavia ci si aspetterebbe un po’ più motivata, specie da una donna di più di 40 anni.

La totale assenza di pars construensriferita ai due figli adulti è ciò che più di tutto genera il pessimismo di fondo che pare insito nell’opera: non solo i genitori non si sono salvati dal disastro coniugale ma neppure i figli riusciranno a staccarsi dal proprio passato liberandosi dall’ereditarietà della colpa.
A questo punto occorre quindi da parte del lettore una decisione personale; se eleggere l’opera a paradigma assoluto di un esperienza drammatica di per sé atemporaleo se storicizzarla: i due giovanissimi sposi hanno vissuto il loro dramma personale e di coppia in un’epoca turbata da profondi cambiamenti sociali (la liberalizzazione sessuale, l’istituzione del divorzio, il crollo dei valori della famiglia italiana tradizionale) e per certi versi non avevano a disposizione il bagaglio culturale ed esperienziale volto a sostenere uno tzunami emotivo di queste dimensioni; forse non così si può dire per Sandro e Anna che dalla loro parte avrebbero l’esperienza e le conoscenze con le quali affrontare se stessi.

Occorre quindi decidere se considerare la situazione di Sandro e Anna come una condizione imposta e immutabile oppure, semplicemente, una scelta di vita (inconscia, di pigrizia, per comodo etc). Bisognerebbe domandarlo a Starnone.


Buona lettura 🙂

"Hollow City", di Ransom Riggs

La vera, singolare peculiaritàdei bambini Speciali di Miss Peregrine è alla fine forse una sola: l’autenticità del mondo infantile che li permea, caratterizzandoli.

Un manifesto programmatico e una presa di posizione netta a ri-definire i canoni letterari dell’infanzia che rivendica se stessa e la propria genuinità; una brusca virata di rotta per un genere, quello del fantasy paranormale(Rowling a parte, ovviamente, lei di fanciullezza ne sa qualcosa), che spesso oramai ambisce unicamente a identificarsi – al fine di accattivare il sempre più esigente pubblico young-adult – nella celebrazione di piccoli eroi salvamondo tutti coraggio e spirito di abnegazione e di sedicenti signorine che, appena adolescenti, sciorinano una serie invereconda di consapevolezze e granitici convincimenti da far invidia a una quarantenne.

“Non c’è niente di male ad avere paura” (pag.121)


dichiarano con orgoglio i bambini speciali di Miss Peregrine. Eh sì perché i bambini dell’Anello di paura ne hanno eccome. Tremano, di paura. Sragionano, per colpa della paura. Balbettano e piagnucolano e cercano rifugio tra le gambe di mamma e papà (o di chi ne fa le veci), quando hanno paura. Conservano in sé tutto quel che distingue l’infanzia dall’età adulta e ne fanno tesoro: la prevalenza dell’istinto sulla ragione, l’attitudine al gioco, la serenità che viene e va, figlia di un momento, tale e quale al capriccio improvviso; il moccio al naso, il pianto incontrollato in un momento di stanchezza, il desiderio di affidarsi, anima e corpo, alle braccia forti di un adulto che li guidi e li protegga e li rassereni con una favola della buonanotte.

“I bambini Speciali faticavano a rispondere alle domande degli adulti Normali” (pag.171)


Eh già. Diciamocelo: i bambini Speciali, come tutti i bambini, sono spesso molesti agli occhi dei grandi. Pongono domande scomode e non rispondono quasi mai se interrogati; si infilano le dita nel naso senza vergogna, fanno le bizze, si ammalano sotto le feste o alla vigilia della partenza per le ferie; fanno e dicono cose all’apparenza prive di alcun senso logico. Di verità in tasca ne hanno poche, per non parlar dello spirito di abnegazione. E poi hanno bisogno di noi, sempre: è questo, talvolta, a spaventarci.
“Hollow City” è una speculative fiction che strizza l’occhio alla gotic novel e all’horror, più che al tradizionale fantasy a cui invece verrebbe naturale riferirsi, data la presenza dell’elemento soprannaturale e mitico. Se a ciò si aggiunge un’ambientazione da folle circo steampunk, tra alambicchi, mostruosità e aberrazioni, il tutto condito dal nero pece dei bombardamenti su Londra nel momento più buio della Seconda Guerra Mondiale, il gioco è presto fatto. 

Anche in questo volume, seconda parte di un progetto che ormai ha assunto a quanto pare i caratteri di una trilogia, il senso di disagio che il lettore si trova ad affrontare e che deriva da tutta quella serie di paure ancestrali che l’horror stimola per definizione (dal terrore per la morte e la sofferenza fisica al disgusto per il grottesco e il ripugnante) è amplificato dalle foto d’epoca da cui l’autore sostiene di aver tratto ispirazione. 

Punto di forza e insieme di debolezzadell’impianto narrativo, verrebbe da dire, perché se da una parte la ricerca iconografica ha il merito di aver dato vita ad un’opera di fiction che stimola il lettore non soltanto attraverso la parola scritta ma anche attraverso l’immagine (e attraverso il progetto grafico sotteso, che ad esse riporta), dall’altra capita in un paio di occasioni che la narrazione – specie in questo secondo volume che riveste chiaramente il ruolo di testo di raccordo – risenta un po’ di questa organizzazione a episodi, concatenati tra loro in maniera un po’ meccanica.
Peccato meritevole di indulgenza, sia perché il risultato è comunque omogeneo e ben calibrato, sia perché questo approccio è reso evidente dall’autore stesso in partenza; tanti sono i testi che presuppongono una narrazione evidentemente costruita solo su episodi ma che celano questo canovaccio nell’ombra: ben venga quindi una prospettiva di questo tipo che riveli già in partenza l’intento sperimentale dell’autore. 

Progetto, questo dei Bambini Speciali, che ha il pregio di non scivolare mai nel facile tranello dell’adattamento cinematografico grazie prima di tutto alla presenza di svariate ambientazioni estremamente contestualizzate e alle decine di personaggi minori, ciascuno con una propria caratterizzazione ben definita; completano il quadro lo stile denso e ricco di aggettivazione sempre pertinente, la cura dei dettagli destinata alle parti di dialogo, limitate allo stretto necessario, attinenti al contesto, intervallate da lunghe descrizioni, e la meticolosità nella gestione della trama, che si prende il tempo necessario per il proprio sviluppo evitando improbabili accelerazioni da “colpo di scena”.

Buona lettura 🙂

"L’arte delle lettere", a cura di Shaun Usher – #BCM14

Al termine del panel #BCM14 La scelta editoriale ai tempi del #selfpublishing” – qui potete trovare lo storify competo – Chiara Valerio, in veste di moderatrice (con il merito di aver disciplinato con garbo e ironia un incontro effervescente e non privo di punti critici), ha domandato ai quattro editor presenti un consiglio di lettura per il pubblico in sala.


Fabio Muzi Falconi, narrativa straniera @FeltrinelliEd, ha quindi presentato in anteprima proprio “L’Arte delle lettere” (trad. Silvia Rota Sperti) affascinante documento di un tempo che fu, quando ancora la missiva, vergata a mano su carta di riso o battuta a macchina in duplice copia, era strumento e testimonianza di uno scambio – privato o istituzionale che fosse – sempre ricco di significato e partecipazione emotiva.  

L’opera comprende sia ampie parti di testo sia numerose testimonianze iconografiche che toccano le sfumature più varie del sentire umano.

Si va dalla ricetta per gli scones inviata da Sua Maestà Elisabetta II a DDEisenhower (24/01/1960) all’accorato appello di Kurt Vonnegut in difesa di “Mattatoio n.5” (16/11/1973), che Charles McCarthy – preside di una HighSchool del Nord Dakota – aveva dato ordine di bruciare nella fornace della scuola (in 32 esemplari, copie che erano state acquistate dagli studenti su suggerimento del ventiseienne professore di inglese Bruce Severy):

“Se lei e il suo consiglio scolastico ci tenete a dimostrare che in realtà esercitate con saggezza e maturità le vostre facoltà nell’educare i giovani, allora dovreste ammettere che censurare e poi bruciare dei libri – libri che non avete nemmeno letto – è stata una pessima lezione per i giovani di una società libera. Dovreste anche decidere di esporre i vostri figli a ogni genere di opinioni e informazioni così che in futuro siano meglio attrezzati a prendere decisioni e sopravvivere”

Fino al messaggio di commiato del kamikaze Masanobu Kuno ai figli, spedito loro il 23 maggio 1945, poco prima di schiantarsi a Okinawa; non meno toccanti le righe inviate da tutti gli altri militi, ignoti o meno, vittime di guerre antiche e moderne e le brevi note che accompagnavano nella culla i neonati abbandonati alle porte dell’Ospizio dei Trovatelli di NY (1850ca). E vogliamo parlare poi del carteggio tra LBarany della Ugly Publishing Int. e James Cameron (1987) riguardo ad “Aliens”? 

Quindi, che dire: buona lettura 🙂

"I Middlestein", di Jami Attemberg

Jami Attemberg affronta il danno della sovra-alimentazione conscia del proprio talento narrativo forte di una intensa esperienza redazionale.
Nata nel 1971, laureata alla John Hopkins University, ha scritto di “sex, technology, design, books,television, and urban life” per il New York Times e il Wall Street Journal, solo per citare le testate maggiori con cui ha collaborato; è poi autrice di quattro romanzi nei quali ha indagato temi di mai facile approccio quali i rapporti coniugali (“The Melting Season”) e le relazioni familiari complesse, anche all’interno di famiglie disfunzionali e disagiate (“The Kept Men”). “The Middlestein”, pubblicato nel 2012 e tradotto in nove lingue, è stato finalista del L.A. Times Book Prize.

E’ sufficiente qualche dato per comprendere cosa significhi parlare di Eating Disorders negli Stati Uniti. Si considera che in America la popolazione femminile sia interessata dal disturbo anoressico con un rapporto da 0.5 a 3.7%; tra l’1.1 e il 4.2% per il disagio bulimico. Negli USA, i disordini alimentari costituiscono la prima causa di morte per malattia mentale e colpiscono, trasversalmente e senza discriminazione, tutte le etnie e le classi sociali – e pare entrambi i sessi, visto che per esempio il 30% dei -teens vittime dell’anoressia è costituito da maschi*.
D’altra parte l’attenzione verso la provenienza degli ingredienti e verso le modalità del loro consumo è diventata argomento di attualità e oggetto del più sfrenato show-business in tutti quei Paesi in cui l’atto del nutrirsi ha smesso i panni della necessità primaria per trasformarsi in un fenomeno di cultura e costume. Tanto che anche l’Estremo Oriente, terra in cui il cibo viene considerato da centinaia di anni come esperienza non solo fisica ma anche spirituale, comincia a registrare un incremento delle patologie ossessivo-compulsive legate al meccanismo della nutrizione.
In Italia, per esempio, pare soffrire di ortoressia nervosa almeno il 15% di quei 3 milioni di individui soggetti a disturbi del comportamento alimentare**.

Effetto dirompente, un cerino a dar fuoco alla polveriera, se la questione di cui sopra viene denunciata attraverso un’opera di finzione e addirittura presa a pretesto per raccontare (diciamolo pure, si tratta proprio di lavare i panni sporchi in pubblico) le vicende, i drammi, le pruderie e le ossessioni di una famiglia della middle class americana, residente in uno dei più tipici garden suburbs della periferia snob di Chicago. E non è tutto: sacrableu, si tratta pure di un clan di religione devotamente ebraica.

Jami Attenberg costruisce un’opera dal fascino coinvolgente, fatta com’è di ironia e disincanto (l’unico modo in cui si poteva affrontare una trama così complessa da gestire) ma anche di lucida profondità e acuta analisi introspettiva.
Da una parte abbiamo la matriarca della famiglia, Edie Middlestein, brillante avvocato, sessant’anni e centocinquanta chili di grasso: diabete scompensato, bypass, problemi cardiaci e nessuna voglia di salvarsi la vita. Figlia di genitori migranti (leggenda vuole che il nonno venne in America per terra e poi per mare, succhiando per mesi solo la buccia di una patata), mandata all’ingrasso dalla madre fin da bambina perché:

“Il cibo era fatto d’amore, e l’amore era fatto di cibo, e se riusciva a far smettere di piangere un bambino, allora non c’era niente di sbagliato” (kindle, pos.80, trad. di Rosanella Volponi)


Dall’altra, Richard Middlestein, il di lei consorte: farmacista, pilastro della comunità, fondatore della sinagoga di quartiere; marito devoto che un bel giorno, inaspettatamente e dopo quasi quarant’anni di matrimonio, stanco di badare a una moglie malata – a suo giudizio – “solo” di una inguaribile forma di egoistico menefreghismo, chiede il divorzio per rifarsi una vita. Con tempismo perfetto per altro, perché siamo alla vigilia di un intervento vascolare dall’esito incerto a cui Edie deve di necessità sottoporsi e mancano poche settimane al pantagruelico b’nei mitzvah dei nipoti organizzato dalla nuora. Si perché in mezzo stanno pure i due figli della coppia: Robin, trentenne single, introversa, tendenze anaffettive e lieve dipendenza da alcool incluse, e Benny, affermato professionista, un debole per la marijuana, con la moglie Rachelle e i due figli gemelli, gli adolescenti Emily e Josh, concepiti per sbaglio in una toilette, ai tempi del college.
La deflagrazione è inevitabile. Le parti dell’una o dell’altro coniuge sono prese con impeto, la famiglia si scinde, il fiume in piena dello stress supera il livello di guardia e poi tracima in un crescendo di eventi sempre meno controllabili.

Jami Attemberg guarda ai suoi personaggi, creature del suo io più profondo, con tenerezza ed estrema compassione. Li asseconda, accudendoli come una madre amorevole. Ce li fa apprezzare tutti, nessuno escluso, descrivendone con chirurgica e asettica precisione presa in prestito dall’esperienza giornalistica, e attraverso lo strumento narrativo della prospettiva multipla, le manie, i tic, le nevrosi, le contraddizioni (le loro, e le nostre). Senza mai cedere alla facilità stereotipata di un humor da macchietta, senza mai scivolare nella pesantezza dello psicodramma sociale ma utilizzando con cura il meccanismo della convergenza per contrasto che annulla, e ridicolizza, il radicalismodelle parti.

“Le aringhe, i bagels, il salmone affumicato, i vari assortimenti di carne di tipo talvolta incerto. Sottaceti dl color verde brillante, gonfi di aceto e di sale. Le paste alla ciliegia ricoperte da ghirigori di una glassa per metà sciolta” (256) 

“Lei si assicurava che mangiassero, Nessuno lasciava casa sua affamato (…). Mangiava tutto quello che mangiavano gli uomini. Loro fumavano, lei mangiava. Loro bevevano caffè, lei beveva CocaCola. La notte lei mangiava gli avanzi. (…) Sapeva che amava mangiare, che il suo cuore e la sua anima si sentivano pieni quando si sentiva sazia” (263-272)
(Edie)
 

“La sua missione nella vita era mantenere la famiglia sana e felice. (…) Mangiavano salmone, rosa brillante, insipido, e Rachelle teneva d’occhio tutti mentre allungavano la mano per aggiungere un pizzico di sale, qualsiasi cosa per salvare questo pasto, e sussurrava *Non troppo*. Riso integrale. *Bevete più acqua* intimò. Fragole fuori stagione e biscotti senza zucchero che ti toglievano il fiato. Nessuno si sarebbe trastullato col cibo sotto il suo controllo” (613)
(Rachelle)
 

“Pensava che essere un membro che sovvenziona la sua comunità, essere un buon ebreo, sarebbe stato sufficiente a fare prosperare i suoi affari” (1811)
“Lui era totalmente dentro gli schemi. (Cosa c’era di sbagliato negli schemi? Lui aveva agito così per tutta la sua vita)” (2374)
(Richard)
 

“Tirò un’altra boccata dal suo spinello e allora si rese conto che era fatto” (1931)
(Benny)
 

“Qualsiasi cosa era migliore di ciò che veniva servito a casa sua ultimamente, che era soprattutto (davvero, soltanto) fatto di verdure, qualche volta crude, qualche volta al vapore, qualche volta, se erano proprio fortunati, saltate in padella con appena una goccia d’olio, e tutto quel tofu disgustoso che in bocca si sclioglieva come i fiocchi di latte (fiocchi di latte a colazione: uno schifo anche quello), tutti questi pasti designati a mantenerli snelli e in forma e a innalzare il loro livello di salute, e a stare alla larga dal germe del diabete, come se il diabete fosse qualcosa che puoi prendere invece che procurartelo mangiando quintali di cibo spazzatura per anni e anni” (2138)
(Emily)


Buona lettura 🙂

*fonte: Epicentro Iss
**fonte: Corriere della Sera

"A nuoto verso casa", di Deborah Levy

Deborah Levy, nata in Sud Africa nel 1959, è scrittrice, drammaturga e poetessa inglese. Insignita di numerosi premi e menzioni, per anni ha lavorato per il teatro sia come scrittrice di arte drammatica sia come Company Director. La short story “Swimming home”, sua recentissima fatica intrapresa per altro a più di 10 anni di distanza dall’ultimo lavoro in prosa(“Pillow Talk In Europe And Other Places”, Dalkey Archive Press, 2004), è stata finalista per il Man Booker Prize 2012 e per il Jewish Quarterly-Wingate Prize 2013.

L’architettura del racconto deve molto all’arte della pièce teatrale: è infatti costituita da una narrazione di sette capitoli, a cui fa seguito un breve epilogo finale, tanti quanti i giorni della settimana – da un sabato all’altro – durante i quali è ambientata l’opera. Capitoli suddivisi a loro volta in sezioni (dai titoli enigmatici, fortemente allusivi), organizzate con il sistema della narrazione multipla. Il racconto non procede infatti soltanto attraverso un susseguirsi di eventi lineari ma anche mediante l’entrata in scena dei personaggi che interpretano, secondo una visione personale e soggettiva, la realtà circostante e alcuni piccoli episodi all’apparenza banali, ma significativi, che la compongono.

Costa Azzurra, luglio 1994. Due famiglie dell’upper class inglese trascorrono l’estate in un complesso residenziale per turisti. Joe Jacobs, poeta di fama internazionale (all’anagrafe Jozef Nowogrodzki, di nascita polacca, alle spalle un passato di emigrazione e povertà) cerca di ritrovare le energie tra un tour promozionale e l’altro. Con lui ci sono la moglie Isabel, celebre anchorwoman e corrispondente di guerra per la televisione, e la figlia adolescente Nina, una bella ragazza più matura di quel che potrebbe suggerire la sua età. E poi gli amici di famiglia, i coniugi antiquari Mitchell e Laura. Sarà un evento imprevisto, l’arrivo di una ragazza dai capelli rossi, capitata alla villa forse per caso (o forse no), a far deflagrare le tensioni, certamente già presenti, tra i membri del gruppo e all’interno dei due singoli nuclei familiari. Un equilibrio instabile, un castello di carte che la presenza invadente di Kitty Finch avrà l’unico scopo di far crollare, con una serie delicatissima di buffetti ben assestati.

Sono evidenti le influenze cinematografiche (in primis “Io ballo da sola”), così come quelle letterarie (per esempio il racconto da cui la Levy ha tratto ispirazione, come dichiarato in numerose interviste: “The swimmer” di John Cheever), da cui tuttavia l’autrice subito si discosta, dopo averne seguito per un momento le tracce, per modellare la narrazione su nuove e personali riflessioni. Tanto da essere in grado di definirle, alla fine, più tributi che veri e propri spunti narrativi.

Le ventenne Kitty Finch ha come unica ambizione l’applicazione dell’arte socratica della maieutica. Una ragazza “spostata”, senza che per altro questa sua fragilità mentale divenga il tema fondamentale dell’opera, anzi. Kitty Finch, eterea com’è, potrebbe benissimo essere quasi soltanto il parto di una allucinazione di gruppo, all’interno della quale ogni membro del clan posiziona il sé, riflesso dallo specchio deformante di questa figura femminile che, guarda caso, è spesso rappresentata nuda, una carne certamente al di là della volgarità ma così lirica nell’espressione dell’erotismo e della passione amorosa che determina e definisce ogni essere umano.
Così come l’ostetrica porta alla luce il bambino, Kitty Finch mostra, attraverso la confutazione di qualsiasi altra ipotesi non coerente, l’infondatezza delle convenzioni sociali, la falsità di certi atteggiamenti o di certe opinioni e la fragilità intrinseca dell’essere umano che ama nascondersi nel consueto e nel confortante per evitare lo sconvolgimento interiore.

“La conoscenza non le avrebbe necessariamente rese felici. Anzi, c’era una possibilità concreta che gettasse piena luce su visioni di cui era meglio restare all’oscuro” (kindle, pos.1175)


Per Joe è il confronto con la famiglia, con la moglie ormai estranea e con il passato di migrante.

“Joe Jacobs sapeva che avrebbe dovuto farle altre domande. (…) I perché i come i quando i chi e tutte le altre parole che avrebbe dovuto pronunciare per dare coerenza alla vita” (307)

“Perfino tu devi essere stato bambino, una volta. Perfino tu devi aver pensato che ci fossero dei mostri acquattati sotto il letto. Mentre ora che sei diventato un adulto così impeccabilmente normale ti limiti a dare un’occhiatina discreta pensando: be’, magari è un mostro invisibile!” (519) 

“Suo padre e sua madre andavano a trovarlo di notte, non di pomeriggio. Gli apparivano in sogni che dimenticava all’istante (…). A preoccuparlo era soprattutto l’idea che, tra i due, potessero non conoscere abbastanza parole inglesi per fari capire. E’ qui Jozef, mio figlio? L’abbiamo cercato per tutto il mondo” (792)


Per Nina è l’adolescenza e il rapporto con i genitori.

“Hai mai lavato un pavimento, Nina? Sei mai stata carponi con uno straccio in mano mentre tua madre ti grida di pulire bene negli angoli? Hai mai passato l’aspirapolvere sulle scale e portato fuori i sacchi dell’immondizia? (…) Hai bisogno di qualche problema serio da riportare con te nella tua sontuosa dimora londinese” (849) 

“Da piccola lei giocava sempre a un gioco morboso nel quale si sfidava a scegliere quale dei suoi genitori avrebbe preferito che morisse” (1821)


Per Isabel, il ruolo di moglie e madre.

“Nella sua casa londinese si sentiva un fantasma. Quando tornava dai vari teatri di guerra e scopriva che in sua assenza il lucido da scarpe o le lampadine di scorta avevano cambiato posto, erano cioè in un posto simile ma non proprio in quello in cui stavano prima, si rendeva conto che anche lei aveva un posto effimero nella casa di famiglia. (…) Aveva rischiato di perdere il suo posto di moglie e di madre, un posto inquietante, infestato da tutto ciò che era stato immaginato per lei se avesse scelto di occuparlo” (416-418)


Anche la bella copertina della versione italiana (in traduzione di Stefania Cherchi) pone naturalmente l’accento su uno degli elementi principi della narrazione che tuttavia, nonostante la presenza incombente di basso continuo, non smette mai di ricoprire una funzione quasi accessoria:

“La piscina nel giardino della villa per turisti somigliava più a uno stagno che alla languida vasca azzurra dei pieghevoli pubblicitari” (54) 

“La piscina rettangolare scavata nella pietra in giardino lo faceva pensare a una bra. Una bara aperta e fluttuante, illuminata dalle luci subacquee (…). Una piscina era solo una buca nel terreno. Una fossa piena d’acqua” (1048)

La critica, che ha accolto questo racconto lungo con toni entusiasti, ha accostato lo stile evanescente e rarefatto dell’opera – ma intenso e in alcuni punti folgorante – addirittura ad alcuni lavori di Virginia Woolf, per la capacità di analisi introspettiva, l’abilità di sintesi stilistica e la varietà dei temi oggetto dell’osservazione.

Buona lettura 🙂