“La guerra invernale nel Tibet”, di Friedrich Dürrenmatt (trad. di Donata Berra)

la guerra invernale

Intro. Va detto, occorre chiudere subito il cerchio e ringraziare gli amici della Libreria Minimum Fax, che qualche settimana fa tra un twitt e l’altro hanno avuto l’idea di consigliare “La guerra invernale nel Tibet” dello scrittore svizzero-tedesco Friedrich Dürrenmatt (Berna 1921 – Neuchatel 1990). Il racconto, uscito poche settimane fa per Adelphi, in realtà è datato 1981 ed è uno degli ultimi scritti di questo poliedrico artista elvetico, di cui nel 2015(*) sono stati ricordati i 25 anni dalla morte.

Recuperare l’opera omnia di questo filosofo, sceneggiatore, pittore, autore di radiodrammi scomodo e turbolento – i problemi di alcool cominciarono già dall’infanzia, per dire – in traduzione italiana è un po’ complicato: si va infatti dagli Einaudi di “La valle del caos” (2009) e “La visita della vecchia signora” (2007) agli Adelphi di “Giustizia” (2014) e “L’ultimo boia” (2015) passando per parecchi MarcosYMarcos (“Il Minotauro”, 1997 con testo tedesco a fronte, “Un angelo a Babilonia”, 2014), diversi Feltrinelli (“La promessa”, 2009) e altre curatele (es. Casagrande Edizioni). A parte la difficoltà nel recupero e nella scelta del materiale, è innegabile che questa dispersione non aiuti il neofita nell’identificare il punto da cui partire. E capite come questa non sia questione di poco conto, trattandosi di uno scrittore di racconti brevi, testi teatrali, romanzi a trame investigative estremamente prolifico. Questo per dirvi che io ho iniziato da qui, da “La guerra invernale nel Tibet”, solo ed esclusivamente per ragioni intuitive e personali, che poi vi spiegherò e che hanno ben poco a che fare con un ipotetico intento di avvicinamento e comprensione – metodologicamente strutturata – della vita e dell’opera di Friedrich Dürrenmatt.

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“Vista sul lago di Neuchatel” – Guache su cartone 1966

“La guerra invernale nel Tibet”. Sottotitolo: il mito della caverna, Platone e le distopie apocalittiche.

“La produzione letteraria di Dürrenmatt ha come sfondo un mondo dominato da misteriose entità che si divertono a trasformare la storia in caos, la città in labirinto, la vita in avventura insensata e grottesca”

“La visione sconsolata dello Scrittore raggiunge il maximum in “La guerra invernale nel Tibet”. In questo macabro racconto egli descrive un mondo totalmente corrotto, anzi imbestiato, da una terza guerra mondiale di dimensioni apocalittiche. Si combatte in campi sotterranei e labirintici, senza sapere perché né contro chi.  

– I mercenari non sanno perché combattono, perché muoiono, amputati in primitivi lazzaretti da campo, rispediti al fronte invernale con rozze protesi, taluni con ganci e viti al posto delle mani, alcuni ciechi, la faccia ridotta a una massa di carne cruda: a un fronte che è ovunque. Sanno solo che combattono contro il nemico. (p.1091).

Così ridotto – a strumento di morte, a robot micidiale, senz’anima  – l’uomo non ha più nulla da perdere.

– Questa è la mia forza. Sono diventato invincibile. Ho risolto l’enigma della guerra invernale. (p1139) Il requiem all’uomo del ventesimo secondo non poteva avere note più acute”

Uno dei testi che mi hanno aiutato nell’approccio ai temi durenmattiani è forse un po’ agée ma è tra quelli che ho considerato più immediati, forse perché parte da un presupposto – quello dell’analisi sul divino – che permea tutta l’opera di Dürrenmatt, laico convinto. Si tratta del saggio di F. Castelli “La mia vita è una discesa nel nulla: Friedrich Dürrenmatt” apparso sul quindicinale “La Civiltà Cattolica” del 19 ottobre 1996 e che potete trovare su Google Books (menzione a parte merita lo sforzo sovrumano della digitalizzazione degli archivi della Civiltà Cattolica, questione di cui se volete potete leggere qui). Seguendo questo testo, che attraverso l’analisi cronologica delle opere Durenmattiane esplora i vari soggetti affrontati dall’autore nel corso della sua lunga vita artistica, spiccano le caratteristiche fondanti del racconto breve “La guerra invernale nel Tibet” che racchiude in sé quasi tutti i riferimenti stilistici e tematici cari all’autore. In primis, il gusto per la rappresentazione drammatica, macabra e perfino grottesca che permea quasi tutte le opere dell’autore, attraverso la quale Dürrenmatt tende a smascherare i difetti della società contemporanea e i perbenismi tipici del proprio contesto mitteleuropeo. In secondo luogo, l’utilizzo sapiente della più classica distopia post-apocalittica (la catastrofe atomica a seguito di un non ben definito conflitto mondiale), che lungi dall’indugiare in uno sterile esercizio di stile diviene il cuore pulsante di una narrazione che porta in primo piano – rispettando i dettami precisi di questo sottogenere letterario – la critica feroce nei confronti della società contemporanea.

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“Ascensione nera” – Gouache su cartone 1983 (*) Il 2015 – l’”Anno di Dürrenmatt – ha visto il lancio di numerose manifestazioni volte alla commemorazione del 25esimo anniversario della morte dello scrittore. I suoi manoscritti sono conservati presso l’Archivio Svizzero di Letteratura di Berna mentre i suoi lavori artistici (circa mille tra dipinti, incisioni e disegni) dal 2000 sono depositati presso il Centro Dürrenmatt di Neuchâtel (CDN), creato appositamente dalla vedova dello scrittore ed edificato dall’architetto Mario Botta accanto alla casa dell’artista.

Centoeotto pagine da leggere e di necessità da rileggere per essere in grado di cogliere appieno tutti i diversi livelli di lettura di cui l’opera è composta e che assalgono il lettori tutti insieme, destabilizzanti. Si  va dalla sospensione del giudizio nell’accettazione del visionario distopico:

“Si spostò barcollando verso il centro della caverna e schiacciò sul ventre del mercenario appeso la punta rovente del sigaro. (…) Qui sotto soffoco. Devo tornare al fronte. Cambiammo parecchi ascensori. Il primo era sontuoso. Ci stravaccammo su un divano, alla parete di fronte era appeso un quadro: una giovane ragazza nuda a pancia in giù su un divano” (p19)

“L’annuncio secondo cui gli alleati e le armate nemiche avevano capitolato raggiunse il comandante all’Hotel delle Terme nella Bassa Engadina. Ci trovavamo nel grande salone dell’albergo, seduti in comode poltrone, attorno a noi lo stato maggiore al completo. L’alcool scorreva a fiumi. Un’atmosfera scoppiettante. Il comandante si abbandonò alla sua passione per la musica. Un quartetto suonava La morte e la fanciulla di Schubert. (…) Avevano messo a sacco St. Moritz, gli hotel di lusso bruciavano avvolti in grandi lingue di fuoco” (p53-54)

“Mentre costeggiavo la navata una gargolla si schiantò dietro di me sul lastricato (…). Intorno al fonte battesimale c’erano tre sedie, e nella vasca un piatto con una fetta di torta2 (p64-65)

all’attenzione che occorre porre come nei riguardi di un trattato filosofico, un manuale di fisica, un eserciziario di chimica:

 

“Le leggi a cui è sottoposta la società umana arrivo a intenderle soltanto come leggi di natura. Le leggi che il materialismo dialettico pretende di aver scoperto sono, a mio avviso, un’idiozia: come se fosse possibile descrivere una qualunque legge di natura con la logica hegeliana” (p28).

“Il moto di un singolo atomo è imprevedibile, prevedibili sono invece le stelle, in quanto istituzioni di atomi. Tali istituzioni sono sottoposte a leggi che di necessità deformano gli atomi. Allo stesso modo le istituzioni degli uomini deformano gli uomini, Lo Stato è un’istituzione degli uomini. Di conseguenza, quando rifletto sulle stelle, sprofondato nelle viscere dell’Himalaya, rifletto sugli Stati. Soltanto così, vista la mia situazione, mi è ancora possibile ragionare sugli uomini” (p30).

“Ma intendo confutare l’assunto secondo cui la terza guerra mondiale sarebbe dovuta alla mancanza di un’amministrazione in grado di impedirla. In realtà la guerra è scoppiata perché un’amministrazione non poteva ancora esistere” (p31)

“Non esiste un imperativo della coscienza, bensì un imperativo del pensiero. Coscienza e pensiero. Coscienza e pensiero sono una cosa sola” (89)

Gli echi letterari riguardo la condizione del soldato nascosto nelle profondità della montagna, in attesa dell’arrivo del nemico, sono naturalmente parecchi. Primo fra tutti il mito platonico della caverna, a cui Dürrenmatt si riferisce direttamente:

“La via che porta alla conoscenza è difficile da seguire, più difficile ancora del cammino che ho percorso da quando, in una piccola città nepalese, nudo, sono precipitato giù da una scala sdrucciolevole. Se non ci si assume il rischio dell’immaginazione, la strada verso la conoscenza è impraticabile. Così io, immerso in un buio totale, mi figuro una luce; non la luce assoluta, ma una luce che corrisponda alla mia situazione: mi rappresento dunque degli esseri umani in una caverna, fin da giovani stretti in catene per le gambe e per il collo, così che siedano immobili e possano soltanto guardare la parete che hanno di fronte. Imbracciano un mitra. Sopra di loro brilla un fuoco” (p100)

E poi cosa dire. A parte l’inequivocabile corrispondenza con il sottotenente Giovanni Drogo e la sindrome della Fortezza Bastiani – rivisitata alla luce della violenza e della modernità della guerra atomica:

“All’improvviso compresi che cosa mi mancava, da quando avevo ucciso Edinger. Il nemico – dissi lentamente. Non ho più un nemico” (p92)

a me ha colpito in particolare la questione delle scritte nella caverna. Il soldato durenmattiano, mutilato, senza gambe – uncini e armi al posto delle mani – incide e graffia la roccia nel buio del sottosuolo raccontando il lucido delirio in cui è precipitata la società post-bellica. Parole scritte l’una sull’altra che non possono non ricordare, chissà quanto coincidenza, chissà quanto convergenza evolutiva, le frasi incise all’interno della torre (e/o faro  e/o cunicolo sotterraneo) da parte del guardiano Saul Evans ormai interamente posseduto dall’entità aliena, uno dei protagonisti della trilogia dell’Area X di Jeff Vandermeer.

Nonostante la mole non indifferente dei temi trattati e il linguaggio metodologicamente affine alla discettazione filosofica, la lettura di “La guerra invernale nel Tibet” scorre veloce, grazie all’impianto distopico e all’inserimento di un punto di vista esterno e onnisciente – di cui qui non si può fare anticipazione – che mantiene alta la tensione narrativa bilanciando in maniera suggestiva e sorprendente fiction e scritto programmatico.

Di blog indipendenti, biblioteche, prestito digitale e SlowReading

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Intro. 65mila nuovi titoli all’anno: regole di sopravvivenza per lettori forti

Diciamolo apertamente, l’ossessione del lettore forte è sempre e soltanto una: recuperare la materia prima. Il lettore forte ci pensa da mattina a sera e pure durante la notte perché, lo capìte bene, di fronte al panorama editoriale italiano fatto di 4608 case editrici (sì, quattromilaseicentootto) e “65mila i nuovi titoli su carta nel 2015, cui si aggiungono 63mila ebook”* c’è da perderci la testa e, siamo onesti, anche il portafogli. Questa bulimia letteraria si sparge ovunque e contagia un po’ tutti: l’editore, il libraio (specie se di catena), il lettore (che si deve destreggiare tra più di 150 uscite al giorno in un contesto in cui non è sempre vero che a prodotto costoso corrisponde libro di qualità) e chi a vario titolo si occupa di editoria.

1. Il “book”-blogger indipendente, un lettore forte molto particolare. Modalità di approvvigionamento: l’alternativa esiste, è il circuito bibliotecario

Dentro a questo ricco minestrone ci mette del suo (tadaà!) anche la figura un po’ stramba del “book”-blogger indipendente, che o è cliente platinum della Gringotts Wizarding Bank oppure per far quadrare i conti** – al netto degli invii omaggio che, come sapete già, per il”book”-blogger indipendente non rappresentano la best option – deve di necessità affidarsi a un buon circuito bibliotecario.

In realtà la questione è più ampia e riguarda proprio la bulimia di cui al capoverso precedente, perché ha a che fare con il mio scarso apprezzamento – personale si intende – verso quel “tutto e subito” a cui ci vuole abituare un certo tipo di compravendita. Senza stare qui a sciorinarvi pipponi non richiesti sulla mia avversione verso l’e-commerce, vi dirò soltanto che a me la biblioteca piace perché c’è caso che, per viverla, sia necessario aspettare e dedicare del tempo non tanto alla lettura in sé ma alla scelta di cosa leggere.

2. Il #ConvegnoStelline 2017: “Tecniche e strategie di condivisione”

Per non parlare del ruolo sociale che le biblioteche hanno sempre ricoperto, e di tutto il lavoro che c’è dietro ai progetti “da spazio pubblico a spazio partecipato” che da anni stanno coinvolgendo il mondo della biblioteconomia.  Settimana scorsa ad esempio si è svolto qui a Milano l’annuale #ConvegnoStelline, due giornate di riflessione sui temi più importanti della biblioteconomia contemporanea. Quest’anno l’attenzione si è focalizzata sul concetto di biblioteca aperta: “trasversale, convergente, inclusiva, capace di utilizzare le opportunità offerte dalla tecnologia per realizzare un progetto culturale dallo straordinario valore sociale”, seguendo un percorso di analisi e riflessioni partite due anni fa con gli studi sulla biblioteca digitale e sull'”architettura dei servizi e dei contenuti professionali”.

3. MLOL: la prima rete italiana di biblioteche pubbliche per il prestito digitale

Tra le iniziative collaterali proposte dal Convegno Stelline c’è stata anche la serie di incontri promossa da MLOL, che è la prima rete di biblioteche pubbliche per il prestito digitale – ed è lo strumento che da un po’ di tempo utilizzo anch’io quando decido di servirmi dei servizi bibliotecari.

Schermata 2017-03-28 alle 14.57.48Non c’è da fare nient’altro se non iscriversi a una delle biblioteche aderenti (al momento più di 5000), e poi tutto funziona come un normale prestito bibliotecario: si consulta gratuitamente l’offerta digitale della struttura di riferimento e si sceglie quello che occorre. Se quel che occorre non è al momento disponibile, si prenota, e poi le notifiche arrivano in email (ndr: per un testo ho aspettato… 1 giorno. Per un altro, molto richiesto e appena uscito, 4). Le opzioni sono molte, dai prodotti per la consultazione a quelli abilitati per il download, fino alle risorse open. Qui trovate tutte le informazioni. ***

4. Conclusioni …e buona lettura

Insomma la verità è che andare in biblioteca non è tanto l’atto pratico del recarsi lì. Andare in biblioteca significa informarsi sulle novità, muoversi per tempo, operare una scrematura, richiedere il testo e forse anche mettersi in lista per averlo. Ah, il tanto vituperato principio dell’attesa.

Mi dà poi l’impressione che la modalità del prestito (ndr: qui da noi è possibile chiedere 6 testi cartecei e 3 digitali al mese) favorisca inoltre la ricalibrazione del processo di lettura: se da una parte limita la quantità del leggibile – Dio, ti ringrazio – dall’altra abitua il lettore (quello debole, soprattutto) a un ben determinato ritmo di lettura – che oggi abbiamo un po’ perso(?) – e che solo con la pratica può diventare il proprio, personale modo di leggere.  Penso che il lettore diventi capace di operare scelte consapevoli nel momento in cui entra in biblioteca – o in libreria – solo quando è pienamente consapevole di quel che è in grado/ha voglia di leggere. In altre parole, dal comodino zeppo di libri intonsi che non leggeremo mai perché “l’ho comperato ma non mi piace”, ci salva soltanto l’esercizio pratico della lettura; e la biblioteca serve proprio a questo, a metterci in gioco come lettori, rendendoci consapevoli dei nostri limiti e dei nostri punti di forza.

Quindi… buona lettura.

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*Purtroppo non sono cifre campate in aria. Sono i dati AIE 2016, e li trovate qui 

** Per un blog indipendente il problema fondamentale è uno solo: rimanerlo. Insomma navigare nel vasto mare magno della rete (traduzione: “in modo che qualcuno, almeno qualcuno, ti legga”) creando un delicato equilibrio tra quella roba un po’ misteriosa che è la brand reputation e tutte quelle cose da fare che creano la “linea editoriale” del blog stesso (altrimenti detta concept – non so quale dei due termini sia il più brutto, se ne trovate uno migliore fatemelo sapere). In mezzo a tutto questo c’è la delicata questione dell’invio dei prodotti omaggio, che nel nostro caso sono rappresentati dall’oggetto-libro: un prodotto un po’ particolare per via delle implicazioni etiche a presupposto di ogni post-consiglio di lettura- recensione (chiamatelo come vi pare) che il blogger decide di pubblicare sul suo spazio on-line.

***Il prodotto MLOL è affiancato dalle diverse offerte personalizzate tra cui MLOL Scuola e MLOL Plus, catalogo ebook delle biblioteche italiane disponibili al prestito tramite abbonamento e titoli in vendita.

“Miami”, di Joan Didion (trad. Teresa Martini)

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“(Miami non è) esattamente una città americana nell’accezione comunemente data a questo termine fino a poco tempo fa, ma piuttosto una capitale tropicale: ricca di pettegolezzi e povera di memoria, smisuratamente edificata sulla chimera del denaro in fuga e ammiccante non tanto a New York, Boston, Los Angeles o Atlanta, ma Caracas e Città del Messico, l’Avana e Bogotà, Parigi e Madrid” (pag.13-14)

“Non sono mai passata attraverso il controllo di sicurezza di un volo per Miami senza provare una sensazione di leggerezza mista a un innalzamento del livello di guardia, dovuto alla coscienza di aver lasciato il mondo civilizzato per entrare in un’atmosfera più fluida in cui lo scetticismo riguardo all’osservazione delle istituzioni democratiche nella fascia temperata degli Stati Uniti regnava sovrano” (pag.21)

“La sensazione era quella di trovarsi in una capitale sudamericana a un paio d’anni da un cambio di governo. (…) Un’entropia tropicale sembrava prevalere, facendo andare in malora i grandi progetti anche quando venivano portati a termine” (pag.24-25) (…) “Le gru e le scavatrici continuavano la loro danza nel celebre e scintillante panorama, il quale, galleggiando tra una palude di mangrovie e la barriera corallina, continuava a esercitare una specie di pericolosa attrazione, simile a un miraggio” (pag26)

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Ramiro Gomez (b. Los Angeles, 1980) – “Luxury, Interrupted. / No Splash”. Questo acrilico su tela fa parte di una serie di dipinti in cui l’artista – nato e cresciuto a Los Angeles ma figlio di immigrati messicani – reinterpreta alcune celebri opere di David Hockney inserendo al loro interno le figure faceless di umili lavoratori Latinos (giardinieri, domestici, cameriere)

“Tra il livello stradale e la lobby del’Hotel Omni International di Biscayne Boulevard ci sono due piani di negozi, cinema e altre attrazioni. Il centro commerciale è progettato in maniera che i teenager, in maggioranza neri e di sesso maschile, che di sera fanno avanti e indietro sui nastri trasportatori mentre aspettano di entrare al cinema, nella *Passeggiata Spaziale*, nel *Mare di Palline* o mentre sono semplicemente alla ricerca di qualcosa di interessante, possano vedere in alto la sala delle feste dell’Hotel Omni e il piano della lobby, ma non possano raggiungerla, dal momento che una griglia di acciaio chiude l’accesso alle scale dopo il tramonto e gli uomini della sicurezza tengono sotto controllo gli ascensori. (…) Soprattutto durante i fine settimane, quando la sorveglianza è ridotta al minimo e l’hotel è occupato da uno sfarzoso quince o da uno di quei galà di beneficenza che riempiono il calendario cubano locale, la sinistra musica che sale dal nastro trasportatore dal piano di sotto sembra voler ricordare la presenza di un mondo oscuro, violento e sottomesso che non vede l’ora di emergere” (pag.40-41)

“In generale il tono di Miami, il modo in cui la gente appariva, parlava e si incontrava era cubano, L’immagine che la città aveva allora cominciato a dare si se stessa era improntata a un fascino del tutto nuovo, fatto di colori vibranti, di vizio e di oscuri traffici all’ombra delle palme, ovvero le stesse caratteristiche (nella mente degli americani) dell’Avana pre-rivoluzionaria” (pag.45-46)

“Di fatto esistevano in Florida due culture parallele, separate, e non esattamente sullo stesso piano. La differenza più importante era che una delle due, quella cubana, mostrava un seppur limitato interesse per le attività dell’altra. (…) Gli *anglo* erano interessanti ai cubani solo fino al punto in cui potevano etichettarli come immigranti *determinati ad assimilarsi*” (pag.49)

“Non c’era motivo di voler sapere di più riguardo al cibo cubano, perché i ragazzini cubani preferivano gli hamburger. Non c’era motivo di sforzarsi di pronunciare correttamente i nomi cubani, perché erano troppo complicati, e comunque sarebbero stati americanizzati dalla seconda generazione se non già dalla prima. *Jorge L. Mas* c’era scritto sul biglietto da visita di Jorge Mas Canosa. *Raùl Masvidal* era il nome con cui Raùl Mavidal y Jury aveva partecipato alle elezioni a sindaco di Miami. Non c’era bisogno di sapere niente della storia di Cuba, perché era proprio dalla loro storia che gli immigrati stavano scappando” (pag.51-52)

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Pare che questa idea gli sia venuta mentre si guadagnava da vivere come babysitter dopo aver lasciato l’accademia d’arte di LA (CalArts), e che abbia cominciato col dipingere i suoi  Latino domestic workers all’interno di alcune patinate riviste di fashion e design. E pare anche che la cosa gli abbia portato un gran fortuna. Io l’ho scelto per la parte iconografica di questo strambo post perché mi ha affascinato il modo in cui è riuscito a sgretolare l’opera “acquatica” di Hockney riposizionandola nell’esperienza concreta di una normalità quotidiana diversa. Processo che forse non si discosta poi tanto da quel che è riuscita a fare la Didion con “Miami”, raccontando la Guerra Fredda attraverso il punto di vista d’eccezione dell’enclave cubana presente in Florida dagli anni ’60.

“Arthur M. Schlesinger Jr. fa addirittura sparire del tutto questi eventi (ndr: i gruppi i infiltrazione CIA e FBI nelle Keys della Florida e il *problema di smaltimento* delle reclute cubane  – la brigata 2506 per la Baia dei Porci) dal suo libro I mille giorni di Kennedy, un’opera essenzialmente antistorica, in cui tutta la faccenda degli esuli cubani è ridotta a poche ispirate righe (…)” (pag.74-75)

“Credo che per la CIA l’importante fosse cercare di fare in modo che gli esuli non fossero costretti ad affrontare la dura realtà, ovvero che non potevano fare ritorno in patria perché i loro più stretti alleati avevano raggiunto un accordo alle loro spalle” (pag.77)

“A Miami c’erano esuli che si definivano comunisti anticastristi, e c’era anche una folta schiera di esuli socialisti che condividevano con i primi unicamente il fervore anticastrista. Esistevano anche due importanti gruppi di esuli anarchici, molti dei quali poco più che vent’enni, tutti ancora anticastristi ma divisi, da *divergenze di personalità*” (pag.104-105)

Il reportage “Miami” viene dato alle stampe nel 1987 e assume immediatamente i connotati di una testimonianza unica degli anni della Guerra Fredda, perché narrata da un osservatorio esclusivo, quello della città degli esuli cubani.

***

Per capire Joan Didion è inutile scriverne, specie su un bloggino come ADC. Bisogna leggerla e basta. E quando si è finito, c’è caso che occorra ricominciare da capo, perché il new journalism della Didion deve penetrare sotto pelle e fino a che non è arrivato lì, poco si può fare.

“New Journalism: American literary movement in the 1960s and ’70s that pushed the boundaries of traditional journalism and nonfiction writing. The genre combined journalistic research with the techniques of fiction writing in the reporting of stories about real-life events. The writers often credited with beginning the movement include Tom Wolfe, Truman Capote, and Gay Talese. As in traditional investigative reporting, writers in the genre immersed themselves in their subjects, at times spending months in the field gathering facts through research, interviews, and observation. Their finished works were very different, however, from the feature stories typically published in newspapers and magazines of the time. Instead of employing traditional journalistic story structures and an institutional voice, they constructed well-developed characters, sustained dialogue, vivid scenes, and strong plotlines marked with dramatic tension”. (Credits: Encyclopaedia Britannica – continue here)

“Cresceva in me il convincimento che nulla a Miami potesse essere completamente immobile, o del tutto solido. Anche le consonanti dure scomparivano nel dialetto locale, in inglese come in spagnolo, Addirittura il denaro si muoveva secondo verbi idraulici (…). Questa particolare atmosfera faceva sì che Miami non sembrasse una città, ma una fiaba, una storia d’amore ai tropici, una specie di sogno a occhi aperti in cui tutto è possibile ” (pag28-29)

Nota: questo libro è stato preso in prestito attraverso il Sistema Bibliotecario Digitale della città di Milano, ossia… gli amici di MLOL. In uno dei prossimi post vi spiegherò bene di cosa parliamo quando parliamo del primo “network italiano di biblioteche digitali pubbliche” e come si fa a usarlo. Niente di più facile (e bello), ve lo garantisco.

“Qualcosa, là fuori”, di Bruno Arpaia

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“Nessuno ricordava più con esattezza quando era cominciato tutto. Forse perché non c’era stato un vero e proprio inizio, forse perché si era trattato di una lenta e implacabile alleanza di eventi impercettibili, di alterazioni minime che, almeno in apparenza, cambiavano poco o nulla, finché, quasi di colpo, ci si era ritrovati in quel disastro. Teoria delle catastrofi: una teoria di fine Novecento che riguardava i mutamenti improvvisi causati da piccole, successive alterazioni in un sistema, come il passaggio da un bruco a una farfalla, un nuvolone che si trasforma bruscamente in pioggia, ma anche quello sfacelo in cui, quasi senza rendersene conto, il mondo era precipitato” (pag 13-14)

E’ delicato, Bruno Arpaia, nel raccontarci l’orrore di quel che a breve l’essere umano potrà combinare – o che forse ha già combinato. Non vorrebbe farci male eppure ci riesce benissimo col solo potere dell’evidenza scientifica a cui si affida anche per la costruzione di quest’ultimo romanzo. Non si misura più con la spy-story com’era accaduto ad esempio con “L’energia del vuoto” ma con la climate-fiction, portando in scena una distopia post-apocalittica (siamo nell’anno 2050) all’interno della quale narra le vicende di un gruppo di migranti clandestini, multietnico e ormai apolide, che dalle zone del Mediterraneo cerca disperatamente di raggiungere i paesi scandinavi e artici, ultimo baluardo di salvezza e del vivere civile dato il clima ancora mite. Da una parte, migliaia di chilometri quadrati ormai abbandonati dai rispettivi stati sovrani, desertificati e ostaggio di terribili bande criminali che lottano per la sopravvivenza. Dall’altra l’estremo Nord, che ovviamente di questi moderni profughi proprio non ne vuole sapere.

Il viaggio è lungo, estenuante e naturalmente l’esito molto più che incerto. Un paradossale lusso esclusivo di chi – a fronte di ingenti sacrifici – si è potuto permettere il pagamento dell’enorme, sproporzionata cifra richiesta dai guerriglieri prezzolati che guidano (e che dovrebbero in qualche modo “proteggere”) questa carovana di esuli tra i quali alla fine si conteranno morti e dispersi a migliaia. Una traversata visionaria tra pianure di fango e sterpaglie bruciate, scheletri di città in rovina e capannoni abbandonati che non è altro se non l’escamotage grazie al quale Arpaia mette in scena – attraverso le memorie e i racconti in flashback dei protagonisti, uno su tutti l’anziano professore di Neuroscienze Livio Delmastro – le cause e gli effetti di tutta quella serie di processi di matrice antropica che, dati alla mano, potrebbero portare al definitivo collasso ambientale del nostro pianeta.

Il testo è molto crudo e lascia poco spazio al meccanismo catartico – ancor meno al guilty pleasure e alla sospensione del giudizio che spesso accompagna la lettura della fiction distopica – proprio perché è forse improprio parlare di fiction distopica tout-court. La realtà descritta da Arpaia – con un approccio più simile a quello della narrative non-fiction che a quello del romanzo distopico classico – è possibile, probabile, e per certi versi addirittura già in atto, basti pensare a quei conflitti mediorientali le cui cause sono di origine ambientale prima che politica, o all’inequivocabile innalzamento delle temperature e all’erosione costiera. Nella postfazione al testo è lo stesso Arpaia a elencare le sue fonti, tra cui ad esempio il saggio di Gwynne Dyer “Le guerre del clima” e i rapporti IPCC.

Di certo il tema è attuale e sentito, e non può più essere altrimenti soprattutto a fronte delle ultime prese di posizione del governo Trump che mira a circondarsi di esponenti del mondo politico ed economico dichiaratamente contrari alla tesi dell’origine antropica degli attuali climate changes. (Nota: di questo fatto se n’è occupata nell’ultimo numero anche @La_Lettura con un articolo di Serena Danna all’interno del quale vengono messe a confronto le tesi del famoso negazionista William Happer con quelle dello studioso Mark Cane – che da più di venti anni studia il fenomeno di El Niño. Oppure anche, per parlare delle ultime letture qui su blog, Michel Floquet in “Triste America” riferendosi ai programmi negazionisti supportati dalle lobby dell’industria estrattiva US).

***

“Mentre percorrevano il lungolago, Livio prese il binocolo e vide di fronte a sé la costa scoscesa e ormai priva di boschi, i paesini abbandonati sulla montagna brulla, le scalinate che una volta portavano alla riviera, i ruderi saccheggiati delle antiche ville signorili e, in alto, le dolomie dalle rocce dentate, piene di guglie e torri. In basso, invece, oltre il parapetto su quello che era stato il lungolago, Livio scorse uno spettrale pendio incavato fra le Prealpi. Un chilometro più in là, a una profondità di un centinaio di metri, si estendeva una fanghiglia marrone”

E’ innegabile che tanta parte della fascinazione che l’opera porta con sé sia dovuta all’abilità dello scrittore nell’evocazione di scenari distopici di grande impatto. Dall’oceano piatto, morto e oleoso che invade senza scampo un nord Europa ormai quasi del tutto sommerso, a quel che resta della siderurgia teutonica ridotta a un ammasso di capannoni in rovina, sepolti dalla polvere, Arpaia raccoglie un’eredità ballardiana difficile da maneggiare proprio perché forse nessuno al pari di “JG” è riuscito mai nell’impresa di ritrarre un mondo distopico in maniera così tanto scientifica e credibile ma così poco compiaciuta.

Arpaia ce la fa, dimostrando arte, coscienza e rispetto verso la lezione di Ballard, che nelle sue opere più riuscite ha coltivato così ossessivamente l’idea di un’ambientazione distopica mai ridondante, mai fine a se stessa ma – e qui sta il paradosso – sempre a servizio della speculazione scientifica e dello spinta alla riflessione personale, sebbene indiscutibilmente necessaria all’economia del racconto.

[Nota: di climate change e di altre calamità se ne parla spesso su ADC, specie sul Twitter: seguite #TheSixthExtinction, ad esempio, o lo stesso #QualcosaLàFuori, hashtag che viene utilizzato da molti, Arpaia compreso, per segnalare le ultime notizie riguardanti le sopraddette vicende US]

“La lingua geniale”, di Andrea Marcolongo

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“La nostra presunta eredità culturale ci è stata dunque generosamente consegnata da un popolo antico che non capiamo, in una lingua antica che non capiamo. Formidabile. E’ terribile la condizione di chi non capisce, ma gli è stato detto che deve amare: inizia subito ad odiare” (XI)

Ma cos’altro potevate aspettarvi da me, in effetti? Io, che mi muovo soltanto per ipotassi, che non manco mai di ritornar con la testa e il cuore a miei anni universitari appena ne annuso l’opportunità, io che ho perfino tirato fuori dal letto all’alba mio figlio di otto anni, un sabato mattina grigio di un Novembre fradicio, e l’ho trascinato da un capo all’altro di Milano soltanto per fargli conoscere Giuseppe Zanetto. Che leggessi e poi scrivessi su #LaLinguaGeniale era francamente inevitabile.

“La lingua geniale” è stato per me un salto indietro nel tempo, un sorridere a ogni paragrafo, un annuire commossa di fronte a questioni che se da una parte credevo dimenticate, dall’altra permeano ancora tutta la mia quotidianità – e me ne rendo conto, talvolta: una visione periferica, qualcosa che scintilla lì, ai margini del mio campo visivo, e che fugge giusto un momento prima di afferrarlo. Questa è la potenza di una lingua incredibile che, se studiata per anni, produce una sorta di imprinting da cui non è più possibile affrancarsi. E non parlo unicamente del terribile riflesso pavloviano che ci prende alla gola nell’udire qualcuno che in sussurro bisbiglia il lemma “ὁράω”, anche a vent’anni dalla laurea (ma basta arrivare solo alla terza liceo, per trovarsi la vita irrimediabilmente danneggiata dal greco).

“Capire il greco non è questione di talento, ma di militanza” (X)

A me accadde al terz’anno, prima di Natale, quando la mia vera, Prima Versione da liceale mi fu restituita accompagnata da un bel 2 meno meno vergato in matita blu: fu quello l’attimo furioso in cui giurai a me stessa che no, il greco su di me non avrebbe vinto. E’ lì che firmai la mia condanna. Fu lì che cominciò – dopo due anni di ginnasio durante i quali mi pareva di aver appreso così poco (che sciocca) – la mia battaglia personale col greco: una lotta impari e indefessa, durata in tutto poco meno di dieci anni, che condussi a testa bassa, testarda come un caprone, tra alterne fortune, improvvisi rovesci, qualche miracolo, inspiegabili illuminazioni e inattese botte di culo.

[Chiaro, capisco che una certa fortuna indipendente dai miei meriti l’ho avuta, dato che sono stata letteralmente circondata da docenti che il greco lo sapevano davvero (uno dell’università l’ho già citato, a cui ne va aggiunto anche un altro, che di cognome faceva Del Corno) e che soprattutto sapevano insegnarlo]

Dall’aspetto dei verbi alla spinosissima questione degli accenti (le maledizioni, che abbiamo lanciato agli Alessandrini; oh, le maledizioni), da quel duale che non si studia mai, che non si trova praticamente mai, ma che poi ti frega nella versione di fine quadrimestre e allora “ti punisce così tanto che non lo scordi più” (pag59) al misterioso ottativo obliquo fino al dialetto ionico della lingua omerica e alla κοινὴ dei Vangeli: Andrea Marcolongo esplora in maniera appassionante, agile e fruibile per tutti, anche per chi non ha studi classici alle spalle, i tratti salienti della grammatica del greco antico, restituendone un’immagine che ha in sé una dignità e una grandezza incredibile, spesso dimenticata. E che lungi dall’essere soltanto l’espressione di un’elite culturale, cosa di cui spesso è stata tacciata, è uno dei pochi strumenti che abbiamo, noi occidentali, a salvaguardia della nostra libertà di pensiero.

“Li riconosci spesso quelli che hanno frequentato il liceo classico. (…) Li riconosci dal modo di parlare e di scrivere: segno concreto che il greco è entrato dentro di loro, nel modo di vedere e di esprimere il mondo in italiano, e mai più ne è uscito. Oltre alla ricchezza del vocabolario (…) e ad una certa propensione per (…) i discorsi complicati, fatti di lunghe subordinate, alcuni modi di dire del greco non solo sopravvivono, ma anzi vivono in chi ha studiato il greco. (…)

In secundis, la pretesa di coerenza logica. Difficile, molto difficile, per chi ha sudato a tenere il filo delle speculazioni logiche ineccepibili dei dialoghi di Platone, essere oggi preso per il naso da un articolo di giornale manipolato, da un discorso incongruente di un politico, da un’opinione non richiesta su Facebook, dalle istruzioni contraddittorie di un manuale dell’Ikea. (…)

Frequentare il classico è come essere protagonisti (senza saperlo) delle tragedie e delle commedie greche. lì è custodito il senso primitivo e feroce dello stare al mondo e lo si apprende su se stessi, discenti” (pag.119-121)

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Mi permetto un’unica nota tecnica, sulla traduzione dei testi: Andrea Marcolongo utilizza il proprio sistema, personale e abbastanza libero, a cui io non sono particolarmente avvezza. Preferisco una traduzione un po’ più scolastica, vuoi per impostazione a cui mi hanno abituata vuoi per scelta successiva. La verità è che la mia grammatica non è – più – così buona come quella dell’autrice, quindi scelgo di non correre rischi ed evito licenze che poi faticherei a governare. Niente di male: basta saperlo, e tutto si aggiusta.

“Il grande marinaio”, di Catherine Poulain (trad. Margherita Botto)

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“Forse ce ne andremo per sempre così, fino alla fine di tutti i tempi, sull’oceano rosseggiante e verso il cielo aperto, una corsa folle e magnifica nel nulla, nel tutto, cuore caldo, piedi gelidi, scortati da un nugolo di gabbiani urlanti, un grande marinaio sul ponte, con la faccia distesa, quasi dolce. Da qualche parte ancora… città, muri, folle cieche. Ma per noi non più. Per noi più niente. Inoltrarsi nel grande deserto, fra le dune sempre mobili e il cielo” (Kindle pos.823)

“Se lo spilungone lo vorrà, sarà per sempre così: inoltrarsi sull’oceano nero, sul mare di Bering. Che io spenda le mie forze fino a morire alla vita di prima, o a morire e basta, che l’usura e lo sfinimento mi levighino fino al cristallo, lasciando solo il mare in me, sotto di me, intorno a me, e l’uomo-leone di carne e sangue che tiene testa all’onda” (pos.1508)

“Ho la morte nel cuore, una sofferenza in grado di paralizzarmi, ho appena capito che non durerà per sempre, che non durerà a lungo, la vita a bordo, gli uomini, la barca (pos.27279)

Penso sinceramente che il romanzo di Catherine Poulain sia una lettura preferibile a tanti manuali di auto-aiuto sulla questione del Team-Building.

Questo perché l’autrice è stata capace di mettere in luce una delle dinamiche più perverse e più tossiche del lavoro di squadra – quello fatto bene, quello “che funziona”: la sensazione di profondo down che ti prende non appena scopri di vivere* dentro una bolla di finzione, adrenalina e illusione. (*No, meglio: “aver vissuto” dato che quando te ne rendi conto, è proprio in quel preciso momento che con la mente ne sei già fuori – e il problema è che dentro non ci puoi più tornare).

team di lavoro il cui destino è funzionare bene partono sempre col piede giusto, nell’assoluta buona fede di chi li forma (capitani talentuosi, in grado di scegliere con accortezza i propri sottoposti); soltanto poi, col passar del tempo, si trasformano in autentiche famiglie adottive disfunzionali all’interno delle quali ognuno sarà spinto a dare il meglio di sé nell’ambito professionale e quasi tutti saranno vittime di fraintendimenti emotivi dalle conseguenze più o meno tragiche. Sensazione di straniamento se si esce dal gruppo, delirio di onnipotenza legato alle situazioni più adrenaliniche e/o drammatiche vissute insieme, quanto più importanti tanto più pietre miliari di un’intimità condivisa e non replicabile all’esterno, interpretazione falsata della prossimità fisica. E più il tempo passa e peggio è, perché questi gruppi tendono a restare coesi anche per anni.

“Non sono stanca, forse non lo sarò mai più, forse bastava volerlo intensamente: non avrò sonno mai più” (pos.2699)

Questa naturalmente è soltanto una parte della storia, perché i livelli di lettura sono tanti e multiformi: ben altre cose racconta infatti “Il grande marinaio”, che è prima di tutto il diario di un’esperienza di wilderness estremo, nel solco di quel new #NatureWriting riguardo cui si discute tanto. L’autrice, all’esordio letterario, è nata in Francia nel 1960; ora è allevatrice e viticoltrice in patria ma in passato ha svolto decine di lavori differenti in tutti i luoghi del mondo, tra cui proprio quello di pescatrice in Alaska. Di questa esperienza decennale condensa il succo ne “Il grande marinaio”, traducendola in un romanzo a episodi che raccolgono l’essenza degli anni trascorsi al Nord.

Si dice che l’Alaskan long-lining fishing sia il mestiere più pericoloso al mondo e i racconti della Poulain lo testimoniano: fatica fisica enorme, condizioni meteo eccezionali, alterazione del ritmo sonno-veglia a cui i tempi della pesca e la latitudine costringono. Un mondo a parte all’interno del quale si muove un’umanità varia, più o meno derelitta e  ai margini. Pescatori stagionali rovinati dalle sgobbate, indiani autoctoni avvezzi alla vita sui docks, armatori senza scrupoli, marinai drogati di antidolorifici e alcool utilizzati per sostenere le notti passate tra i marosi. Un’esistenza dai cui eccessi la protagonista Lili – una giovane “runaway” francese giunta in Alaska con l’intento di imbarcarsi come pescatrice, alter-ego dell’autrice – non è di certo esente.

Non c’è compiacimento nella narrazione. Lungi dal voler indicare una strada da percorrere (verso la salvezza o l’autodistruzione, a ciascuno il suo) l’autrice semplicemente riporta in maniera quasi asettica l’esperienza di Lili. La svincola così dai giudizi esterni, siano essi di approvazione o di condanna per una vita trascorsa ai limiti, le cui conseguenze la protagonista si fa punto di accettare, in sottomissione tacita per quanto dolorosa. Ed è questo il cardine del testo – insieme all’artificio letterario dell’alter-ego – che permette nel lettore il meccanismo di immedesimazione, la capacità della com-passione e la sospensione di un giudizio che altrimenti potrebbe farsi implacabile:

“Siete tutti uguali, voi che arrivate qui come degli esaltati. Io, è il mio paese, non ho mai visto nient’altro. (…) Non cerco l’impossibile. Voglio semplicemente vivere e allevare i miei figli. E’ casa mia. (…) Siete migliaia così, che arrivate da più di un secolo. I primi erano gente spietata. Voi non siete come loro. Siete venuti a cercare qualcosa che è impossibile trovare. Una sicurezza? Be’, no, neanche, dato che quello che avete l’aria di cercare, o comunque di voler incontrare, è la morte. Cercate… una certezza forse… qualcosa che sia abbastanza forte da combattere le vostre paure, i vostri dolori, il vostro passato – che salvi tutti, voi per primi” (pos.3841)

L’estremismo di questa esperienza si riflette anche nello stile. Il lettore è accolto fin dalla prima pagina da una paratassi scarna, violenta e invasiva fatta di frasi brevissime e smozzicate e di una serie infinita di sottintesi. Protagonisti e situazioni vengono presentati utilizzando il tempo presente, secondo uno stream of consciousness in prima persona che segue non tanto la trama quanto i pensieri sconnessi di Lili. Una struttura che funziona e che non potrebbe essere costruita altrimenti, pena la perdita del carattere evocativo del testo. Di questa necessità il lettore prende coscienza col procedere della lettura che per questo motivo deve essere la più continua possibile specie all’inizio, quando occorre forzarla un po’ – ma poi il meccanismo page-turner si instaura da sé, state tranquilli, anche perché il periodare si allunga soprattutto nell’ultima parte.

Se fossi riuscita a leggere “Il Grande Marinaio” nel 2016 credo che questo libro avrebbe meritato senza dubbio il titolo di best book dell’anno per ADC. Dire che “Il grande marinaio” sarà la mia miglior lettura del 2017 è azzardato dato che siamo solo a Febbraio, ma in tutta onestà non così improbabile.

Nota: sfrugugliando in rete ho avuto il piacere di imbattermi in un signore che si chiama Corey Arnold, che su Twitter trovate come @Coreyfishes: è un pluripremiato fotografo dell’Oregon che dal 1995 lavora in Alaska (sic.) come commercial fisherman e che con le sue fotografie ha reso pienamente il fascino di questa professione estrema.

“Rosso Marte”, di Giovanni Caprara

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“La sera del 30 Ottobre 1938 accadrà un fatto significativo che fa capire come fosse percepito Marte. Dallo studio radiofonico della Columbia Broadcasting System di New York Orson Welles racconta un’incredibile storia: l’arrivo dei marziani sulla Terra” (pag243)

Resistere al richiamo seduttivo di questo “pianeta della porta accanto” (pag7) è quasi impossibile adesso più che mai, a seguito delle recenti scoperte scientifiche e dell’impegno tecnologico che tante potenze mondiali (ben quattordici agenzie spaziali) stanno mettendo in campo.

Di Marte se ne parla sempre un po’ di più e non passa giorno in cui il web non si arricchisca di qualche aggiornamento, che siano foto e video dai robot rover e dalle sonde Esa e Nasa o le ultime notizie sulla partenza della quinta missione del programma HI-SEAS (sei persone che per otto mesi vivranno recluse sulle pendici di un vulcano delle Hawaii, simulando una spedizione marziana). Marte oggi colpisce il nostro immaginario in maniera se possibile ancora più forte che nel passato perché al vagheggiamento mitico dei secoli scorsi – una strada dritta, lunga più di centomila anni e ben radicata nella nostra memoria subcorticale di Homo Sapiens migrante dall’Africa – ora si affianca l’ipotesi sempre più concreta di un Journey to Mars effettivamente possibile e forse imminente (si parla addirittura del 2030).

Se il fascino per il pianeta rosso ha contagiato anche voi e se volete capirne un po’ di più specie dal punto di vista della scienza e dell’esplorazione spaziale, quel che dovete fare è affidarvi alla penna di Giovanni Caprara che di divulgazione scientifica ne sa, come dire, più di qualcosa. Dalle prime osservazioni ai canali di Schiaparelli, dalle sonde ai robot fino alla formazione dell’International Space Exploration Coordination Group; dalla ricerca dei segni di vita fino alle simulazioni più ardite (senza mai dimenticare il ruolo che gli scienziati italiani hanno avuto nel passato e che hanno tutt’ora) l’editorialista accompagna il lettore in un viaggio emozionante ed emotivamente coinvolgente alla scoperta “di un sogno che potrà diventare realtà scientifica” (pag8).

Qui, sul website di Utet, potete trovare la rassegna stampa su #RossoMarte. Io ho apprezzato in particolare l’articolo di Francesco Longo pubblicato su Rivista Studio: un’affascinante storia crossmediale che porta in superficie tutte le motivazioni di quella “seduzione culturale” che tanta parte ha sempre avuto nella creazione del sogno marziano.

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Di “Bring Him Home – the Martian” se n’era parlato su ADC, con l’analisi dell’opera da cui poi è stato tratto il film: “L’uomo di Marte” di Andy Weir – in un post che a quanto pare vi era piaciuto molto. Lo trovate qui

"Città in Fiamme", di Garth Risk Hallberg

“L’albero di Natale sembrava solo e triste nel suo angolo, senza mobili attorno. Ecco lì tutto quello che serve per rendere sgradevole un abete: la luce solare diretta” (pag.119)

cityDue milioni di dollari di anticipo, la vendita dei diritti cinematografici in anteprima, un battage pubblicitario senza precedenti supportato dalle migliaia di copie spedite in anteprima a giornalisti e critici, l’endorsement di gran parte dell’establishment culturale americano. Novecentoundici pagine fitte, sostenute da un apparato iconografico che comprende riproduzioni di lettere scritte a mano, facsimili di fanzine anni ’70, pezzi giornalistici dattiloscritti, fotografie in collage – tutto materiale necessario all’economia della vicenda, di imprescindibile lettura.

Questi i numeri e i fatti che hanno accompagnato, a metà 2015, l’uscita di “City on Fire”. L’autore è l’esordiente Garth Risk Hallberg, giovinotto trentaseienne cresciuto in una cittadina del North Carolina ma nato il Louisiana, e la leggenda ormai vuole che l’idea folgorante gli sia venuta nel 2003, durante uno dei suoi viaggi quotidiani in pullman verso New York, ascoltando “Miami 2017” di Billy Joel.

Questi i numeri e i fatti che hanno accompagnato, a metà 2015, l’uscita di “City on Fire”. L’autore è l’esordiente Garth Risk Hallberg, giovinotto trentaseienne cresciuto in una cittadina del North Carolina ma nato il Louisiana, e la leggenda ormai vuole che l’idea folgorante gli sia venuta nel 2003, durante uno dei suoi viaggi quotidiani in pullman verso New York, ascoltando “Miami 2017” di Billy Joel.

 
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“Nella sua mente il libro continuava a crescere in lunghezza e complessità, quasi come se si fosse assunto il peso di soppiantare la vita reale, invece di evocarla. Ma com’era possibile per un libro essere grande come la vita?” (pag.946) 
“Città in Fiamme” – trama e personaggi
Riassumere “Città in Fiamme” significa prima di tutto tenere a mente due date: la notte del 31 dicembre 1976 e quella del 13 luglio 1977. Hallberg utilizza la prima, un banale capodanno newyorkese come tanti, per mettere in scena l’omicidio fittizio di Samantha Cicciaro, una giovane studentessa universitaria – ultima erede di una sfortunata famiglia italoamericana specializzata nella costruzione artigianale di prestigiosi fuochi d’artificio, ora caduta in disgrazia a causa dell’avvento della produzione in serie e della tecnologia – che viene ritrovata in fin di vita in un angolo di Central Park, vittima di una sparatoria.
Credits @NYCDailyPics
Credits @NYCDailyPics
In un continuo scambio di punti di vista e piani temporali (dal presente della narrazione ai numerosi flashback 1950-’60 fino ai flashforward del dopo-millennio) Hallberg segue non soltanto gli ultimi mesi della vita della ragazza ma anche e soprattutto le vicende di coloro che in un modo o nell’altro erano entrati in recente contatto con lei: un paio di amici del Lower East Side, tossici e disoccupati, che l’avevano iniziata al movimento punk; alcuni insospettabili membri della facoltosissima dinastia Hamilton–Sweeney con i rispettivi figli, consorti e tirapiedi di stanza a Manhattan; Mercer Goodman, maestro e aspirante scrittore emigrato da Altana, Georgia; Richard Groskoph, un reporter alcolizzato in cerca di riscatto e infine Lawrence Pulaski, viceispettore (poteva mancare?) claudicante, a fine carriera, deciso a risolvere il rompicapo dell’omicidio. I destini di questo gruppo così eterogeneo si riuniscono nella notte – non altrettanto banale – del 13 luglio dell’anno successivo, notte in cui New York piomba in un drammatico black-out che diviene pietra miliare nella storia (vera) della metropoli.
Alvin Langdom “Night in NY” 1905-1911
L’arte di Hallberg nell’organizzazione della materia è evidente e si tocca con mano.
Le parti descrittive, specie quelle relative alla città di New York, sono quasi sempre valide, contestualizzate e rivelano conoscenza diretta, ispezione, esperienza. Oggettivamente stupisce il risultato raggiunto da questo esordiente trentaseienne, per altro non originario della metropoli:

“Il centro di Flower Hill, con tutta la buona volontà del consiglio del Village, non poteva librarsi oltre i suoi limiti intrinseci. Di giorno simulava un ambiente urbano senza qualità – c’erano un fioraio, un salone per feste di nozze, un negozio di dischi niente di che – ma di sera, le luci delle facciate dei negozi sparavano in faccia le coordinate delle vere urgenze cittadine. Massaggi. Tatuaggi. Banco dei pegni. Davanti a una caffetteria vuota, un Babbo Natale animatronico con le gambe incatenate a una recinzione ruotava rigido su se stesso al tempo di Jingle Bells” (pag.19)

I protagonisti vengono presentati inizialmente uno a uno per capitolo ma l’autore è abile a scardinare presto anche questo prevedibile meccanismo perché nel momento in cui l’introduzione di un’altra figura standing-alone avrebbe potuto creare una sensazione di effetto cinematografico a fruizione passiva (ndr: fra il terzo e il quarto cap.) modifica tono e struttura. Attraverso l’inserimento di tutti gli altri personaggi per mezzo di una tecnica ad avvicinamento lento, Hallberg consegna i collegamenti nelle mani del lettore che quindi viene coinvolto in prima persona, come per ogni giallo che si rispetti.
Edward Hopper credits @HopperAtoZ
“Città in fiamme” è sicuramente un romanzo d’atmosfere e la dinamica di dialogo poco serrato insieme all’osservazione sempre contestualizzata della realtà ne limitano l’effetto cinematografico che tuttavia permane – o meglio si rende evidente – in alcuni punti ben precisi e che tendono a ripetersi nel corso della narrazione: l’abitudine ad accostare immagini e colonne sonore, una certa teatralità di espressioni ad effetto tipiche della filmografia USA, alcune inquadrature dietro le quali si intravede la telecamera e l’età anagrafica dell’autore che comunque è persona cresciuta, come tutti noi, con la televisione in salotto.

“Lei la considerava una tipica attività californiana, guardare la tua vita da lontano, cercando di riconoscere dai profili degli alberi e delle strade e dai ristoranti costruiti con la stessa forma delle loro specialità culinarie quale casa fosse la tua. (Questo prima di trasferirsi a New York e scoprire che riscrivere la propria vita in chiave cinematografica era un fenomeno nazionale, forse anche globale)” (pag.579)

E non è certo un caso che uno dei passi più riusciti dell’opera sia l’evidente tributo al Kubrick di “Eyes Wide Shout” delle pagg.40-90.
Night in NY Alfred Stieglitz 1896
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“All’inizio avevo intenzione di scrivere un pezzo che specchiasse l’enigma che cercavo di risolvere: in che modo, dai contenitori grandi come macchine per il caffè e pieni di materiale inerte, escano sfolgoranti trame di colore che riempiono il cielo. Ho immaginato me stesso ricavare con maestria da pezzi separati un’unica esplosione. Invece adesso scopro di avere tentato di andare a ritroso, di aver provato a ricostruire un corpo unico dagli elementi che lo scoppio aveva disperso a caso” (Richard Groskoph, “Gli artificieri”, pag.31 – in “Città in Fiamme”)
“Città in Fiamme” – Il nuovo GRA
L’interesse statunitense per l’esordio di Hallberg è presto spiegato se si considera l’affanno con cui la critica a stelle e strisce è da tempo alla ricerca del nuovo GRA, il Grande Romanzo Americano. Giusto un anno fa, in occasione dell’uscita di “Purity” di cui venne proposta un’anteprima in traduzione italiana, IL pubblicò un interessante reportage in proposito (ospitando diversi interventi tra cui quelli di Christian Rocca e Marco Rossari), a uso e consumo del pubblico italiano. Philip Roth, Don De Lillo, Cormac McCarthy, John Updike e Toni Morrison – e poi, David Foster Wallace, Jonathan Franzen, Zadie Smith, Nathan Englander e Jeffrey Eugenides sono soltanto alcuni degli autori citati.
Non sorprende quindi l’ansia sempre crescente dell’audience americana, in attesa di quella nuova leva di scrittori casalinghi in grado di dare testimonianza dei mutamenti più recenti occorsi al mondo oltreoceano.
Hallberg in questo senso stupisce per furbizia, va notato. Con una captatio benevolentiae intelligente e sottile, che percorre tutto il testo, non si espone mai direttamente ma si schermisce e affida le sue (pur numerose) riflessioni a riguardo a due personaggi si potrebbe dire minori – e per altro destinati a fortune incerte: il primo è Mercer Goodman, il fidanzato di colore di William Hamilton-Sweeney, giunto a New York per “la divorante ambizione di scrivere il Grande Romanzo Americano” (pag.5-6) ma poi costretto a un impegno frustrante e a tempo pieno, quello dell’insegnante in una scuola privata d’elite (episodi di razzismo e omofobia compresi), e vittima di una relazione sentimentale complicata e di certo non alla pari, neppure dal punto di vista economico; il secondo è il giornalista sbandato Groskoph che, caduto in disgrazia dopo un esordio promettente, cerca con fatica di risalire la china – e si tace dell’esito.
 
Più di una volta Hallberg stempera le buone idee di cui è innegabilmente disseminato “City on Fire” attraverso l‘autoironia e l’impegno nel ridimensionare il ruolo dello scrittore, che se da una parte quasi mai risulta all’altezza alle aspettative a causa di limiti intrinseci (“Non illuderti di trovare qualcosa sotto la superficie” – pag.80), dall’altra è dichiarato vittima di un sistema che considera l’arte della narrazione soltanto come un mezzo attraverso cui autoincensarsi (“Non c’era niente che NY amasse leggere di più che di se stessa” – pag.194).
D’altro canto Hallberg non fa mistero della propria affezione (“…un tradizionalista” – pag.376) per un certo tipo di narrativa (“…la vecchia idea che il romanzo possa insegnare qualcosa” – pag.377) e del proprio debito nei confronti di tanti predecessori (“Truman [Capote] aveva i suoi demoni – chiunque avesse scolato un bicchiere insieme a lui lo sapeva- ma nessuno avrebbe potuto negargli quello di cui stavolta era stato capace: scomparire del tutto nelle vite degli altri” – pag.195) e raramente cede all’autocompiacimento (“…un giovane poeta [Balzac] arriva dalla provincia a Parigi per far fortuna, e alla fine scopre di essersi sbagliato su tutto. Tutti quelli che credeva dei geni sono degli idioti e viceversa” – pag.260). 
Non manca comunque una discreta dose di positive thinking – non averla sarebbe stato del tutto contrario ai principi del GRA – sia per quanto riguarda il Romanzo in sé (“…era ancora convinto che l’arte americana dovesse essere Grande” – pag.597) sia per quello che concerne l’istruzione pubblica statunitense – ricca com’è l’opera di riflessioni riguardo la necessità di mantenere alto il livello dell’offerta culturale del Paese, tanto quanto quello delle istituzioni scolastiche e degli spazi d’arte e cultura come musei e biblioteche, veri e propri luoghi di sviluppo della società civile.
 
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“…c’erano ballerini impegnati in una danza al rallentatore sotto gli alberi rivitalizzati. Famigliole sedute in ordine sui teli, in una luce vinosa. Continuo a vedere scene simili dappertutto, arte pubblica difficile da distinguere dalla vita pubblica. (…) Quasi che i sogni potessero essere piatti alternativi nel menu delle esperienze possibili (…) [la] razionalizzazione di ogni ultimo desiderio” (prologo)
“Città in Fiamme” – il mondo artefatto
 
Early Spring Afternoon in Central Park
Willard Metcalf 1911 Credits @MichikoKakutani
E’ chiaro come il fil rouge di tutta l’opera di Hallberg sia la riflessione sull’essere e sul divenire, e la responsabilità individuale che questa trasformazione da <> a <> porta con sé. E’ un tema tipico della letteratura US – imprescindibile dal sistema-GRA – che viene direttamente dall’epica del selfmade-man – artefice del proprio destino e della propria fortuna, maglio se conquistata con fatica e sofferenza – così cara all’immaginario americano. Naturalmente a ciò fanno seguito l’altrettanto tipica ossessione per il raggiungimento del successo sia personale sia professionale, il problema connesso alla gestione del senso di colpa in caso di fallimento e il senso di profonda ingiustizia percepita nel momento in cui, pur avendo fatto tutto il possibile, ciò per cui ci si è spesi non accade, o non si ottiene:

“…l’esistenza di una causa logica significa che le cose non sono così incontrollabili. Ma per sua esperienza, a cercarne una con troppo accanimento si rischiava di sentirsi colpevoli, di rendere se stessi la causa quando invece si era ben lontani dall’esserlo” (pag.348)

Nonché l’idea dell’esperienza di vita unica e perfetta, irripetibile (“Il momento clou della giornata” – pag. ), che deve essere cercata e goduta a tutti i costi che tuttavia come conseguenza porta con sé l’idiosincrasia nei riguardi del momento della scelta. Una continua serie di bivi che, come ovvio, escludono a priori altre strade che non potranno più essere battute:

“…sembrava che oggi ogni americano avesse il suo gemello oscuro, la possibilità di una vita vissuta in un modo diverso, a fissarlo dalle vetrine e dallo specchio del bagno” (pag.290)

Tant’è che la passione tutta newyorkese per il racconto delle nevrosi – vere o posticce che siano, irrompe sin da pagina 45 e investe un po’ tutti i protagonisti specie quelli dell’alta società: manie di controllo, disturbi ossessivi, ipocondria, disordini alimentari, nient’altro se non i sintomi di un disagio profondo che rivela la tensione sempre crescente tra il desiderio di un cambiamento e il terrore del giro di boa all’uscita dalla propria zona di comfort. La situazione della classe operaia è da trattare a parte, densa com’è di fenomeni sociali al limite tra cui abbandono scolastico, bullismo, dipendenza dall’alcool, utilizzo di stupefacenti (e a far da collante tra operai e upper-class, l’eroina).
Edward Hopper credits @HopperAtoZ
La rappresentazione visiva di questo struggimento è, e sempre sarà, la metropoli newyorkese, che nell’immaginario di ogni statunitense è il “luogo in cui si concentra il cambiamento” (pag.320) per antonomasia tanto che, in un continuo disallineamento di aspettative, essa diviene l’unica entità in grado di insegnare ad ognuno “non quello che ti occorreva per vivere, ma prima ancora, quello per cui valeva la pena vivere” (pag.231). Una final destination che tuttavia, lungi dall’essere vissuta con rispetto e senso del dovere, è spesso depauperata e bistrattata in maniera parassitaria, per poi finire abbandonata nel momento in cui si ritiene abbia offerto tutto quello che era nelle sue possibilità offrire (o in assenza di un feedback giudicato adeguato):

“(…) gli americani non amano molto questa città, non la ammirano, non la stimano, non credono in lei e non ne hanno molta fiducia” (pag.161)

“(…) suo fratello William a diciassette anni era separato dal mondo che lo conteneva solo da una membrana sottilissima. In altre parole, era un ragazzo di città fatto e finito” (pag.172)

“(…)perfino i bambini, dietro il riflesso della strada che fluttuava nel vetro, avevano imparato l’arte di fingere di non vedere” (pag.671)

Il problema dell’aderenza a un canone è un altro tema tipico del romanzo di Hallberg e in generale della letteratura US, e nasce dalla necessità di inserirsi in un gruppo sociale coeso, definito da determinati parametri all’interno dei quali occorre rientrare. Chiaramente, non essendo tutto assoggettabile al raziocinio, la ricerca di un’identità propria diviene spesso una corsa al raggiungimento di una perfezione assolutamente astratta che nel migliore dei casi porta a una pantomima di inganno e finzione in cui sogni e desideri si mescolano a dar vita a una storia ideale, che non è reale, (una delle parole chiave che forse si potrebbero usare per capire qualcosa di più su “Città in Fiamme” è “coreografia” [pag.90]) e nel peggiore a un immobilismo decisionale se possibile ancora più pericoloso:

“(…) aveva preso tutte le carenze del suo matrimonio e della sua vita e le aveva suste per dare forma a una fantasia” (pag.360)

Da qui, l’impossibilità di sostenere una felicità qualunque (specie l’altrui: “la vicinanza al fascino del successo” pag.232) e la spinta a crogiolarsi nel decadente collettivo, nel momento della presa di coscienza: quell’attimo in cui si comprende la banalità della propria esistenza. Il sogno americano si spezza, i figli scappati di casa tornano dai genitori (nota a margine: il tema del ritorno in famiglia è molto forte in questo ultimo periodo, complice anche la crisi economica che mina l’indipendenza dei giovani e il drastico calo di stima nei confronti dei celeberrimi campus universitari che a parte qualche rara eccezione da IVY League si sono dimostrati, negli anni, centri di aggregazione di scarsa qualità e poco utili allo sviluppo personale e professionale dei teenagers), ogni scelta personale è foriera di gravi conseguenze, a volte drammatiche. La verità è una sola e Hallberg non fa mistero della sua tesi: nella città in cui tutti corrono per farcela, qualcuno ci riesce ma qualche altro, inevitabilmente, no.
Conclusioni: 1- mi è sembrato di vedere un gatto (cit.)
Se vi assale improvvisamente una certa sensazione di dejavu non preoccupatevi, siete in buona compagnia – ossia quella di tutte le persone che hanno pensato a Donna Tartt dopo aver letto le prime dieci pagine di Hallberg.
In verità c’è solo da rassegnarsi, perché è squisitamente inutile sforzarsi di combattere le assonanze che per tutta la lettura di “Città in Fiamme” il vostro cervello continuerà a produrre con “Il Cardellino”.
C’è da dire che i temi in comune sono davvero tanti, dalla location, naturalmente, all’intersecarsi di molteplici vicende su più piani temporali sfalsati, alla questione della Grande Disgrazia: dall’adolescente Charlie – adottato, asmatico, sfigato – a Samantha Cicciaro – abbandonata dalla madre e cresciuta da un padre assente, fino ai fratelli William e Regan (per la serie: anche i ricchi piangono) – insomma tutti i personaggi della saga non fanno altro che porre l’accento su un tema che alla Tartt è sempre stato a cuore, quello della genitorialità disfunzionale. Sia “City on Fire” sia “The Goldfinch” sono prima di tutto storie di padri e di madri anormali, e poi storie di figli che con fatica e dolore cercano in qualche modo di rimettersi in piedi, pur portando sul proprio corpo le cicatrici di anni di indifferenza e abbandono. Ambito riguardo al quale la letteratura d’oltreoceano s’interroga ormai da tempo.
Ma se Donna Tartt con “Il Cardellino” riesce nell’impresa di creare e mantenere viva una pluralità di voci e d’esperienze, focalizzando l’attenzione specie sull’infanzia abusata (le pagine sulla permanenza californiana del giovane Theo Decker sono tra le più belle della letteratura contemporanea, per intensità del lirismo e veridicità dell’introspezione), non si può dire lo stesso di Hallberg, che nonostante un’analisi complessivamente buona del mondo infantile molto probabilmente ne esce penalizzato dalla propria età anagrafica, riuscendo a perforare il muro del cliché letterario soltanto a tratti e restituendoci una serie di personaggi da questo punto di vista scarsamente caratterizzati.
 
Conclusioni: 2- guardo da qui o guardo da là?
Difatti è stato evidenziato da più parti come il punto debole di “Città in Fiamme” stia proprio nella pluralità di situazioni e personaggi che Hallberg, al pari della Tartt, decide di presentare.
In primis c’è la questione del punto di vista, che tecnicamente si avvicina più a un interno multiplo ma che poi in certi casi scivola verso un esterno quasi onnisciente, creando qualche strappo nel continuum della lettura. Pongono anche qualche difficoltà anche le connessioni tra i personaggi che non sono sempre intuitive e necessitano di una lettura attenta e soprattutto continua – il che non è semplice, data la mole dell’opera. Ciò che tuttavia ha impegnato di più (ad esempio su Minima&Moralia, per quanto riguarda la critica italiana) è stata l’analisi dello stile: sono proprio le sue peculiarità – forbito, sia per sintassi sia per lessico, erudito – moltissimi riferimenti letterari espliciti e impliciti – e complesso, a crearne il limite, quello dell’uniformità e del livellamento, fino al paradosso di avere personaggi completamente antitetici (Reagan Hamilton-Sweeney e Samantha Cicciaro, ad esempio, o il reporter Groskoph a confronto con Mercer Goodman) che pensano, riflettono, agiscono e si esprimono secondo modalità molto simili. Un risultato che in alcuni punti risulta poco credibile.
Un’altra critica mossa all’opera è la sensazione di collage che si respira leggendo alcuni capitoli che, è evidente, sono stati composti in tempi diversi (Hallberg ha impiegato quasi 10 anni per concludere la stesura). Alcune parti risultano convincenti e ispirate, altre invece funzionano meno perché ridondanti e poco coese, altre ancora convincono poco a livello di intreccio che per certi avvenimenti risulta un po’ semplificato e poco verosimile. Questo in verità è un difetto anche del Cardellino la cui autrice però, forte dell’esperienza e di una trama più accattivante, riesce ad attenuare con risultati migliori rispetto a quelli di Hallberg.
Conclusioni: 3- #punkeverywhere

“Il punk era un dio geloso che non tollerava l’esistenza di altra musica al di fuori di lui” (pag.250)

“(…) il paese è sfinito, le multinazionali controllano le nostre menti, i politici sono dei criminali. Potrei citarti capitoli e versetti, ma per quello ci sono i libri e, comunque, tu sai che è così se no non saresti davvero un punk” (pag.352)

Anche qui si potrebbe discutere per ore riguardo all’idea di Hallberg in merito, che se da un lato fa indiscutibilmente del suo meglio per inscenare un movimento punk credibile e aderente all’originale, dall’altro non fa mistero della coolness che deriva da una contestualizzazione di questo genere:

“Ultimamente tutto quello che era anni Ottanta, tutto quello che veniva da downtown, aveva acquisito lo status di icona del millennio” (pag.954)

Il risultato di tutto ciò è un’inevitabile sospensione del giudizio. Tecnicamente è impossibile mettere in atto un qualsiasi meccanismo di immedesimazione riguardo alcuno dei protagonisti della saga: i leader della vicenda sono da un lato imprenditori facoltosi, ricchissimi e cattivissimi e i loro discendenti dei casi umani debosciati e lagnosi che trovano conforto o nella droga o nel sesso promiscuo o nelle nevrosi alla Woody Allen. Dal punto di vista della classe operaia i personaggi potrebbero far pensare a una morale Dickesiana ma risultano troppo stereotipati per essere credibili: dal reporter alcolizzato al detective sottostimato e poliomielitico, dall’operaio italiano immigrato, tutto birra e televisione, al professore afroamericano, colto e gay, vittima di apartheid e omofobia. Anche volendo lasciar da parte la questione dell’immedesimazione, ci si chiede dove stia quell’idea dell'”insegnare qualcosa” attraverso la letteratura di cui Hallberg si fa ambasciatore: perché si rimane un po’ con la sensazione che sia stato tutto un gioco: giocare al giornalista, al detective, al tossico punk, all’adolescente disadattato, alla MILF vittima di disturbi alimentari. Ma un bel gioco, si sa, è bello fino a che dura poco e fino a che si è in grado di smettere.
Buona lettura (perché, comunque, è da leggere).

NB: Doverosa lode merita la traduzione di Massimo Bocchiola: musicale, dinamica, sciolta e croccante.

cityCredits @NYCDailyPics

Nota: il tweet di cui sopra #punkeverywhere fa riferimento alla mostra fotografica “Punk in Britain” che potete visitare ancora per una settimana alla Galleria Sozzani . Un buon modo per approfondire la questione, con i dovuti accorgimenti perché si fa riferimento appunto al movimento inglese e non a quello del cugino americano.

"Il Ciclope", di Paolo Rumiz

“A chi, come me, è nato in Adriatico, non la darete a intendere che i fari più belli d’Europa stanno in Bretagna o Cornovaglia. Sappiatelo, voi che amate il mare e vi fate infinocchiare dalle foto che glorificano torri oceaniche assediate dai marosi. Il Mediterraneo non è da meno” (pag.87)

Da diversi anni il giornalista triestino Paolo Rumiz – che, lo ricordiamo, da inviato speciale ha testimoniato attraverso i suoi scritti i momenti più salienti delle vicende mediterranee, dai conflitti balcanici agli eventi dell’Afghanistan – ogni estate intraprende un viaggio che poi riporta sulle pagine di Repubblica in forma di reportage a puntate.
Accompagnato da amici, poeti, registi, attori, scrittori e utilizzando i mezzi di trasporto più diversi (dalla bicicletta a una Topolino del ’53, dalla barca all’autostop) in più di dieci anni ha percorso migliaia di chilometri tra l’Italia e i Balcani, dall’Europa all’Artico, fino a Gerusalemme e Istanbul, con gli intenti più disparati: seguire le Alpi in tutta la loro estensione, raggiungere il sepolcro di Cristo, percorrere il lungo tragitto della Via Appia, visitare insediamenti industriali e civili in rovina. Da molti di questi itinerari sono stati tratti non solo delle inchieste giornalistiche ma anche dei docu-films alcuni dei quali presentati con successo di pubblico e critica.
Gita al faro
Nell’estate del 2014 Rumiz per la prima volta parte da solo, per trascorrere tre settimane su uno sperduto e deserto isolotto nel mezzo del Mediterraneo, all’interno di un impianto di segnalazione luminosa ancora attivo e comandato manualmente da un manipolo di guardiani in turnazione continua.

“Ora dovrei dirvi dove sono. Per esempio, che questa è un’isola lontana da tutto eppure al centro di tutto. Uno scoglio che, nonostante la distanza, è impossibile mancare. Dirvi che è microscopia, ma sulle mappe nessuno la dimentica, perché è un punto nave fondamentale. (…) Dovrei darvi le coordinate, latitudine e longitudine. Ma non lo farò. Non vi dirò nemmeno la nazione cui appartiene. (…). Non chiedetemi altro. Troppo facile, con i motori di ricerca. Bastano due-tre nomi e anche un bambino distratto ci arriva. Voglio che fatichiate a trovarla, che la navigazione si ardua, che vi perdiate nei libri prima che negli arcipelaghi. (…) Vi prego dunque, nel caso la trovaste, se siete affezionati alla mia scrittura e non volete che un luogo benedetto si invaso dall’orda degli infedeli, non ditelo a nessuno” (pag.17)

Nel volume “Il Ciclope”, edito da Feltrinelli come la maggior parte dei testi di Rumiz, il giornalista raccoglie in corpus le note di questo “viaggio immobile”, già pubblicate su Repubblica in precedenza.
L. Feininger

 

In realtà questo testo mi ha interessato non tanto per l’argomento in sé quanto perché esempio di un certo tipo di approccio al tema del viaggio, quello psicogeografico (che include anche, in questo caso, la prospettiva del turismo eco-compatibile), e inoltre per l’attraente assonanza tra le osservazioni di Rumiz e le caratteristiche che, almeno nelle opere di base anglofona, definiscono l’appartenenza al genere letterario definito del New Nature Writing.
Pronti, partenza, via
In completa antitesi con la formula contemporanea del mordi e fuggi all-inclusive, magari coadiuvata da qualche bel buono sconto per esperienze one-shot dichiarate imperdibili e relative foto sui Social, Rumiz celebra un turismo diverso, fatto prima di tutto di una progettualità che affonda le sue radici nel desiderio di trascorrere un tempo libero qualitativamente valido. Questo momento altro, che è segnato dalla consapevolezza per lo spazio e il tempo che ci si trova a occupare e che mira a evitare la trappola dello sfruttamento consumistico del territorio, è oltremodo speciale nel caso di Rumiz, il cui interesse si concentra soprattutto nei riguardi dell’interazione tra le vicende umane e lo spazio terrestre all’interno del quale si sono svolte, con particolare attenzione verso la Storia, antica e moderna.

 

 

Fa il resto l’approccio giornalistico del professionista che è caratterizzato da un impegno costante per la ricerca, la scoperta, la documentazione e la condivisione del sapere.
In questo caso tuttavia Rumiz va ancora oltre, scegliendo deliberatamente un luogo di reclusione assoluta all’interno del quale l’esperienza del viaggio – che occorre porti con sé non tanto avventure da spartire sul momento quanto conoscenze da condividere in seguito, una volta elaborate – diviene di necessità un percorso intimo all’interno di se stessi.
La reclusione è anche l’occasione per riflettere su analoghe esperienze passate ed è su questi racconti, trasfigurati nel più puro stile marinaresco, che si concentra tanta parte del reportage di Rumiz. Ecco allora la mente si affolla di ricordi: vecchi lupi di mare che in osterie fatiscenti, davanti a un buon bicchiere di vino, raccontano di naufragi e bastimenti fantasma affondati al largo di coste perigliose; luoghi remoti visitati da solo o grazie al talento dei compagni d’avventura (qualcuno dei quali anche in grado di recitare l’Odissea a memoria): le coste e i faraglioni del Pembrokeshire, nel Sudovest dell’Inghilterra, le acque attorno a Itaca fino a Corinto, Mikonos e le Cicladi, la visita alle rovine del carcere dell’Asinara; una gita a Capo Colonna, sulle orme di Annibale; quella al faro disabitato di Capo Trionto, a nord di Crotone; la spedizione a Point Hope, nell’estremo nord dell’Alaska.
E’ la perizia di skipper consumati, di maestri di vela, di anziani capitani in pensione che attraverso l’arte del racconto e del passaparola tessono una rete fittissima di notizie, rimandi, suggestioni che a poco a poco, con la lentezza vecchia di anni tipica del racconto orale di matrice ellenica, avvicinano Rumiz alla meta desiderata che si fa via via più vicina in un continuo “approccio pelagico” lontano anni luce dall’insipida rapidità del click al computer.

“La scelta di venire in questa Isola misteriosa la devo anche a un grande narratore di mare, Antonio Mallardi da Bari. Difficilmente conoscerò un’anima più omerica della sua. Pescatore, contadino, violoncellista, maestro d’ascia e consulente editoriale, ha inseguito dentici e murene dalle Tremiti alle Jonie e oltre ancora, fino al mare infuocato di Haifa. Con Fosco Maraini ha circumnavigato Itaca sott’acqua, una settimana a caccia di pesce di scoglio, con una barca d’appoggio. (…) Anche lui, cinquant’anni prima, aveva sognato di fare il guardiano di un faro. Gli mancava solo quello, nella sua vita inquieta. Il ministero della Marina lo aveva chiamato a sostenere gli esami e lui l’aveva detto a Mara, sua moglie. “O me, o il faro”, era stata la risposta. E così il desiderio inappagato è rimasto a covare in lui nelle notti di vento” (pag.22)

 

E. Hopper (@HopperAtoZ)
A ciascuno il suo (di New Nature Writing)
Su Medium, a proposito di tutt’altra narrazione – (fiction vs. non-fiction, e anche qui sta anche un po’ il succo – si rifletteva sulla declinazione nostrana del tema del New Nature Writing. Se per gli scrittori d’oltreoceano il NNW si definisce nel rapporto tra una natura aliena e insondabile e un’Umanità sempre meno propensa (e sempre più incapace) a comprenderla, probabilmente per noi il canone si svilupperà – parlo al futuro perché nessuno ha ancora provato a stilare un elenco – tenendo conto del ruolo che l’uomo ha, o ha avuto, sul nostro territorio, specie per quanto riguarda il rapporto con il Mediterraneo: e i reportage psicogeografici ne sono (forse) un esempio. E’ comunque stupefacente osservare come certe suggestioni travalichino geografia e generi letterari, ad esempio accomunando la scrittura del californiano Jeff Vandermeer, visionario, prolifico e apprezzatissimo sci-fi writer, con l’esperienza del più anziano Rumiz, appartenente a tutt’altra scuola:
  • l’idea di una natura che cerca in ogni modo di riprendersi i propri spazi difendendo se stessa dall’invasione dell’uomo (“Il mare si svuota: e a ripulirlo non è la pesca dei miei due simpatici bucanieri, ma quella industriale e sistematica. I tre-quattromila gabbiani sulle praterie e gli strapiombi non hanno quasi più niente da mangiare in acqua e cercano cibo in terraferma. Qualsiasi cibo. Sono diventati feroci. Da allora molto è cambiato per me. La natura, cui all’inizio avevo guardato con l’imbecillità contemplativa dell’uomo urbanizzato, si è svelata tutt’altro che pacifica. (…) Il loro urlo senza voce dice che in trent’anni il Mediterraneo si è svuotato del settanta per cento della sua ricchezza ittica. Me l’aveva svelato Tamara Vucetic, biologa marina croata, durante un viaggio in Dalmazia” [pag.65-66] “Siamo pieni di paure, certo, ma paure di cose senza significato, e le paure a vuoto si chiamano paranoie. Ci manca il timore vero, quello supremo. L’orrore di noi stessi, incapaci di sentire il grido della natura che boccheggia (…). [pag.69])
  • un viaggio che è esplorazione e racconto, pieno di note e diari (“Rileggo il diario di quel primo giorno. Frasi brevi, quasi degli haiku” [pag.13]); una meta che si distingue più per quello che non è, un non-luogo denso di storia che crea nel visitatore uno sdoppiamento dell’individualità (“Troppo improvviso il passaggio dal pieno al vuoto di questo luogo. Forse è il corpo che tenta di resistere al risucchio del nulla. Perché davvero, qui, se sei solo, rischi di diventare matto. Parli con te stesso, ti viene naturale, e non ti accorgi di farlo per il semplice motivo che hai il tuo Doppio accanto” [pag.15]) ; l’archetipo dell’Isola, quasi una creatura senziente gettata di traverso a intersecare coordinate universali altrimenti imperscrutabili (“Per leggere ora devo accendere la lampadina frontale. Sento che l’Isola è un sensore nell’universo che la circonda. Un’antenna parabolica di pensieri vaganti” [pag.92] “La torre solitaria in cima alla montagna è un ripetitore di suoni ultraterreni, un’antenna sintonizzata su frequenze non udibili ai vivi” [pag.114])
  • il misticismo religioso, l’esigenza di contatto con il divino e la ricerca di un significato superiore (“Qui sei un miserabile nulla davanti all’immensità della natura. (…) Quanto ci farebbe bene, penso, un po’ di sano, superstizioso timore dell’ira d’Iddio – o degli dei – per guarire da questa oscena sicumera che nasce dal sentirci garantiti e sazi in un mondo pieno di strepito e incoscienza” [pag-15]); il faro come luogo di culto, legato non solo al divino tradizionale (sia esso Cristiano, Musulmano o pagano) ma anche a una dimensione ultraterrena che affonda le sue origini nel mistero (“Non so perché ci ho messo tanto a guadare dentro i cristalli concentrici dell’apparato ottico. (…) Quel capolavoro millimetrico ti costringeva quasi a prostrarti, come davanti a una divinità, un enigma. O la pupilla di una sfinge” [pag.53-54])
  • l’inesprimibilità dei concetti, la meditazione sul linguaggio e in generale sulla lingua (“A ripensarci, mi rendo conto di non aver scritto io questa storia. Sono stati il vento e la marea. Io non ho fatto che registrarne la voce amplificata dal ventre cavo della torre” [pag.14] Ho anche la sensazione che il mare aperto lentamente disidrati i pensieri, renda superflua la sintassi, le spiegazioni, come se fosse vano comunicare l’incommensurabile. (…) Scrivo per disciplina, per mestiere o per autosuggestione. Scrivo perché lascio che sia il mare a dettare la storia. Ma sento che, se davvero non opponessi resistenza, quello stesso mare mi porterebbe pian piano al silenzio” [pag.93])
Una nota a parte merita la riflessione, sempre presente ma mai né ridondante né stucchevole, sulla storia e le civiltà del Mediterraneo che da sempre, e per millenni, ha ricoperto l’importantissima funzione di crocevia e luogo di scambio di lingue, culture, mestieri e materie. E’ un tema chiaramente difficile da affrontare, specie di questi tempi; Rumiz lo gestisce con sapienza e serietà, senza mai abbandonare una certa leggerezza di approccio (cfr. il capitolo “Ego Adriaticus Sum”), che doveva necessariamente caratterizzare questo reportage.
 
L’unico appunto al testo potrebbe derivare da una fruizione che evidentemente non è per tutti, in special modo per coloro che non provengono dall’area delle lettere classiche. Non solo perché il testo è denso di rimandi espliciti ma anche impliciti alla grecità antica in tutte le sue forme – storia, arte e letteratura – ma anche perché la lettura di alcuni punti necessita, per essere apprezzata appieno dal punto di vista stilistico, di una parziale sospensione del giudizio. Mi riferisco in special modo alle parti relative ai racconti in stile marinaresco e alla poetica che ruota intorno al cibo e al nutrimento: due temi per i quali Rumiz utilizza un linguaggio ricercato, costruito e arcaicizzante che mira alla creazione di particolari corrispondenze mentali. Tali assonanze tuttavia risultano evidenti soltanto a chi è pratico di certi studi mentre c’è rischio che vengano fraintese e interpretate solo come uno stucchevole gioco letterario da parte di orecchie meno allenate. 
 
Buona lettura

“The Southern Reach Trilogy”, di Jeff Vandermeer

Avvertenza: data la lunghezza (lettura stimata 13 minuti) il post è stato originariamente pubblicato su @MediumItaliano: ho scelto poi di copiarlo su ADC per facilitare l’utilizzo di Google Translator così come mi hanno richiesto alcuni followers anglofoni. Cliccare qui per essere reindirizzati alla pagina originale – e ai commenti.
In cui si cerca di riflettere, tra le altre cose, su: l’evoluzione del sistema New Weird e la nuova frontiera dell’eco sci-fi — o climate fiction che dir si voglia; cosa sia il *new #NatureWriting*, per quale motivo se ne parli così tanto all’estero e così poco qui da noi, e del perché lo si ponga in correlazione con la SRT; le belle amicizie che si fanno su Twitter, specie durante le ferie estive. Non ultimo, su “Accettazione”, il terzo e ultimo volume della trilogia di cui al titolo.

 

1. Il New Weird. Corrispondenze, interferenze

 

“Kerans si disse che aveva fatto bene a restare all’interno dell’albergo: le tempeste scoppiavano con frequenza sempre maggiore via via che la temperatura andava aumentando. Ma Kerans sapeva benissimo che il reale motivo della sua decisione era l’accettazione ormai passiva del fatto che gli restasse ben poco da fare. Le rilevazioni biologiche erano diventate un gioco senza senso e privo di alcuna utilità, dato che la nuova flora seguiva pedissequamente le tendenze anticipate dagli scienziati vent’anni prima, ed era sicuro che nessuno a Camp Byrd, nella Groenlandia settentrionale, si preoccupava di archiviare i suoi rapporti, figuriamoci poi di leggerli” . (JG Ballard, “Il mondo sommerso”, Feltrinelli 2005, trad. Stefano Massaron, pag.5)

“Il microscopio era abbandonato da tempo in un angolo, coperto di muffa, semisepolto dal passare degli anni . Non avevo la forza di prelevare un campione, di scoprire quello che già sapevo. In fondo, un microscopio non poteva dirmi niente di quel gufo che già non sapessi. Niente che non avessi capito in anni e anni di stretta interazione e osservazione”. (Jeff Vandermeer, “Accettazione”, Einaudi 2005 pag. 148)

 

Edward Hopper. Credits @HopperAtoZ

 

E’ sufficiente questa simmetria tra il biologo Kerans e la biologa senza nome protagonista della SRT a rendere evidente il debito di Jeff Vandermeer nei confronti di James Graham Ballard, debito a cui segue di necessità un tributo che percorre tutta la “Southern Reach Trilogy”. In verità però ho scelto questo paragrafo, uno tra i tanti recuperati dal mio Feltrinelli sgualcito, anche perché credo che confrontato con quello di Vandermeer, citato appena sotto, riesca a identificare meglio di molti altri (forse più evocativi ma meno efficaci) le motivazioni che hanno determinato la scissione di cui Jeff Vandermeer è stato artefice: quella tra la fantascienza propriamente detta e il movimento New Weird.

Del fenomeno New Weird avevamo già avuto modo di parlare in occasione dell’uscita di “Annientamento” e ancor più con la pubblicazione di “Autorità”, SRT parte seconda, che aveva innegabilmente risvegliato le attenzioni della critica nostrana fino ad allora sicuramente entusiasta dell’opera ma poco avvezza a trattare certi argomenti più consoni, per tradizione, alla narrativa d’oltreoceano.

[Ricordiamolo cos’è, questo New Weird, utilizzando proprio la definizione data dallo stesso Vandermeer nel lontano 2008: “A type of urban, secondary-world fiction that subvert the romanticized ideas about place found in traditional fantasy, largerly by choosing realistic, complex real-world models as the jumping off point for creation of settings that may be combine elements of both science fiction and fantasy”]
Il columnist Joshua Rothman, l’Archive Editor del The New Yorker, con l’articolo “The weird Thoreau” (01/2015) dimostra inequivocabilmente come in realtà la critica anglofona, guardando ancora più avanti, non solo abbia affrontato il fenomeno NW con dovizia di interventi ma si sia ritrovata ad accostarlo, e non senza ragione, a uno dei temi che da un paio d’anni tengono banco sulle maggiori riviste culturali UK/US: la rinascita del Nature Writing.
 
2. Il “New Nature-Writing”. Parte prima: dalla nostalgie della boue all’Antropocene

“Try sci-fi and sci-fi film (…). “It opens up worlds of imagination. (…) “Some of the most exciting thinking about identity and landscape seems to me to be happening in science fiction and speculative fiction, which I teach in these terms: the extraterrestrial pastoral as a means of radically rethinking notions of belonging and place”.

Tra i tanti espedienti attraverso cui cominciare a parlare di #NatureWriting ho scelto deliberatamente questo, ossia riferirmi a un passo dell’articolo “Toward a Wider View of “Nature Writing” a firma della giornalista e scrittrice Catherine Buni, pubblicato sul Los Angeles Review of Books il gennaio scorso. In verità qui la Buni sta citando altre due fonti (Nikky Finney e Robert Macfarlane) e la questione centrale dell’articolo si basa non tanto sul NNW quanto su una sua particolare interpretazione (lo studio delle relazioni che legano “culture, place, *race* and identity”) — ma questo al momento ci interessa relativamente.
Cito questo passo non perché sia il primo sull’argomento, o il più interessante; la realtà è che mi ci sono affezionata perché leggendolo sono riuscita per la prima volta a fissare nei miei appunti un concetto fondamentale: il New Nature Writing ha ormai travalicato il genere letterario da cui è nato; il che, a mio parere, non è poco. Poi vedremo perché.
Ma facciamo un passo indietro. Ai primi di marzo appare su Rivista Studio un intervento di Francesco Guglieri dal titolo “Dire attraverso la natura”. FGuglieri (per primo) ad uso e consumo di noi residenti nelle province dell’impero si propone di fare il punto sulla questione dello “scrivere secondo natura” differenziando la tradizione tutta britannica dello scrivere sulla natura dall’approccio moderno al tema dell’ambientazione rurale, che diviene, piuttosto, un dire qualcosa utilizzando la natura. [Qui su ADC potete trovare un po’ di bibliografia sull’argomento, nel post dedicato all’ultimo romanzo della scrittrice canadese Frances Greenslade pubblicato in Italia da Keller Editore]. Guglieri è seguito più o meno a stretto giro da Fabio Deotto che dalle pagine della Lettura (2/08/2016) addirittura si spinge fino ad annoverare la SRT tra gli esempi più felici e recenti della climate-fiction.
Ricominciamo. Nel suo saggio Guglieri citava tra gli altri l’articolo — divenuto ormai un must-read sull’argomento — del giornalista Steven PooleIs our love of nature writing bourgeois escapism?” (The Guardian, 6/07/2013). Poole, pur tecnicamente abbastanza scettico (“L’aumento del moderno appetito dei lettori metropolitani nei riguardi di opere che parlano di passeggiate e della scoperta di se stessi nella natura è l’equivalente letterario dei mercatini a chilometro zero che vediamo nascere e crescere nel nord di Londra” — e citando questo passo ho detto tutto) pone l’accento su una questione specifica, quella del rewilding:

“On one hand, nature is considered as something we should not attempt to manage — what is wild is just what is not cultured. Rewilding, Monbiot promises, “is about resisting the urge to control nature and allowing it to find its own way”. There is a certain smug hands-off paternalism to this image, as though the rewilder is watching from a safe distance while nature, like an adorable little child, wanders off haltingly on its own path

che se ne porta dietro inevitabilmente un’altra:

Nature writers do tend to whitewash the non-human world as a place of eternal sun-dappled peace and harmony, only ever the innocent victim of human depredation (Leach even says nature is like a “hostage” and we her “captors”) — always somehow forgetting that nature has exterminated countless members of her own realm through volcanic eruption, tsunami, or natural climate variation, not to mention the hideously gruesome day-in, day-out business of parts of nature killing and eating other parts. (…) If you go back far enough, human beings aren’t native to any part of the world except Africa. So we must be among the most invasive species of all. We’re eternal immigrants to a nature where we don’t belong. This assumption, too, is common in modern nature writing. We are interlopers, intruders. Nature is no longer our home”.

Va bene, questa cosa dell’Antropocene l’abbiamo già sentita. Dove? Ma certo, vi ricordate l’hashtag dell’agosto scorso, #TheSixthExtinction? Si tratta del titolo di quel documented book che zitto zitto ha scalato le classifiche US e alla fine s’è vinto pure il Pulitzer 2015 per la non-fiction e che, in sostanza, raccoglie gli ultimi reportage riveduti e corretti della giornalista statunitense Elizabeth Colbert, specializzata in temi ambientali. In Italia è stato pubblicato da Neri Pozza e io ne avevo parlato qui, ammorbando i miei followers con decine di twitts sull’argomento.
Ma parlando di Antropocene, a darci il colpo di grazia in tutta questa storia, ingarbugliata di suo fin dalla nascita, come si vede, è stato infine il bravo Gianluca Didino che con l’articolo “Alle radici del nature writing contemporaneo: da Ballard a Sebald, la scrittura della natura al tempo dell’Antropocene racconta molto più di quanto si possa pensare” ci è venuto in soccorso poche settimane fa associando il NNW al superamento del genere letterario di origine.
D’altra parte, già nel 2013 così si esprimeva lo scrittore Tim Dee nell’articolo “Supernatural: the rise of the new nature writing”:

“Until relatively recently, things were clearer; the British branch of nature writing was mostly about the countryside, its landscape and creatures; it was non-fiction, non-scientific prose characterised by close attention to living things that were known and often loved by its writers. It almost always felt as if it had come from the pre- or barely industrial past and, with rare exceptions, nature writing was nice writing and it walked — stout shoes and knapsack — a thin green lane between hedges of science on one side and a wild wood of poetry on the other. It was different from either, though fed by both, and it bled palely back into each. It developed through letters (for example, Gilbert White),diaries (Francis Kilvert), essays (Edward Thomas) and journalism (WH Hudson). (…) In this crisis of the end of nature, poetry, polemic and scientific prose have vastly lengthened the nature-writing booklist. Meanwhile old taxonomies, hierarchies and clarities have disappeared”.

The High Shore, (1923) Lyonel Feininger. Credits TBC
3. Il “New Nature-Writing”. Parte seconda: “a religious experience”

“Books on nature and landscape follow fashion, just like everything else. At present, the dominant mode is the transcendental: muddy-booted birdwatchers are out, and high-minded Emersonians are in. Arguments from authority — the lab smarts of the ecologist or zoologist, the field knowhow of the naturalist — have lost their clout. The writer Melissa Harrison has made the case that “some experts forget that fostering a love of nature doesn’t start with facts and statistics, but stories and experience: things that engage our hearts and bodies as well as our minds.” Facts are less interesting than personal experience. But this is not any old personal experience. It is, to all intents and purposes, religious experience”.

Lascio da parte la questione dell’Antropocene per soffermarmi su un altro aspetto del NNW che mi sta particolarmente a cuore. A scrivere quanto sopra è il giornalista Richard Smyth, che nell’aprile scorso pubblica sulla rivista New Humanist un saggio dal titolo inequivocabile: “The cult of nature writing. A resurgence in nature writing offers secular transcendence. But are we being led up the garden path?”. [O.T. : “Authority”: ora, non so voi, ma io a volte ho, onestamente, l’impressione che Jeff Vandermeer mi stia prendendo in giro, seminando sassolini qui e là che poi mi tocca raccogliere e conservare. Comunque, andiamo avanti]. Smyth si occupa di un aspetto a suo dire fondamentale del New Nature Writing, ossia l’esperienza religiosa, spesso a un passo dal misticismo, che il NNW o per lo meno quello di ultimissima generazione porta con sé.
“Ora che la maggior parte degli scrittori ha escluso la divinità dai propri progetti, siamo rimasti o di essa sguarniti, oppure, viceversa, ci troviamo nella condizione di dover cercare qualche altro punto di riferimento”: cosi Smyth cita David George Haskell, autore di The Forest Unseen. E continua:

“The many stories of the universe from which we sprang provide one such center: transcendent power, inscrutable complexity, and humbling vastness. When we get a taste of these we’re inclined to preach the revelation to others. I see this move as directly parallel to the impulses underlying mystical religious writings. This parallelism results in not a convergence of language, but language flowing from the same source. (…) Haskell is a writer who can combine a kind of transcendentalism with a clear, human prose style. He also has a Cornell PhD in Ecology and Evolutionary Biology. Others of those who come down to us from the mountain bearing strange writings might not have PhDs or years of hands-on experience, but that’s precisely the point — they don’t need those things, because they have something better. They speak with the voices of prophets”.

[Nota a margine: per complicare ulteriormente le cose, accenno soltanto al fatto che Smyth citi tra le altre sue fonti anche Philip Hoare, che scrisse l’introduzione a “Leviathan” di Samuel Johnson (2008), opera poi pubblicata in Italia da Einaudi e recentemente suggerita su Twitter dallo stesso Guglieri quale esempio di testo NNW].
Smyth affronta la questione anche dal punto di vista stilistico quindi, evidenziando come all’aumentare della dimensione trascendentale vada in crescendo anche una certa, tipica “prosa da pulpito” che “duplica l’oscurità e crea qualcosa che può essere potente ed evocativo — e che può, forse, essere poeticità – ma che non è realmente interessato a spiegare alcunché” . Né più né meno di quel che accade nella SRT (“Leaning towards obscurity may be an honest reflection of the writer’s priorities — after all, putting the personal ahead of the general is what novelists and poets do all the time” chiosa bonariamente Smyth):

“It’s interesting to note, by the way, that while the Victorian heyday of popular nature writing was dominated by Anglican clergymen exploring the science of their subject, the big players in today’s scene are writers of a humanist bent pushing a transcendentalist angle”.

Non è possibile fare altro se non concludere così questo terzo punto:

“La mano del peccatore esulterà, perché non c’è peccato nell’ombra o nella luce che i semi dei morti non possano perdonare” (Jeff Vandermeer, “Accettazione”, Einaudi 2005 pag. 259). Detto e fatto.

French Coast, (1892) Van Rysselberghe. Credits @MichikoKakutani
4. Appunti in breve: “Accettazione”, di Jeff Vandermeer
Con “Accettazione” si conclude infine la Trilogia dell’Area X: tra continui flashback e ritorni al presente torniamo a seguire le vicende della biologa (o meglio, del suo doppio, l’Uccello Fantasma) e di John Rodriguez (“Controllo”), del guardiano del faro Saul Evans, di Cinthya, la direttrice, e della sua vice, Grace Stevenson, fino alla conclusione (o presunta tale?) che non disattende di certo le premesse e il piano dell’opera.
Non ci si aspetti neppure in questo volume — che va assolutamente letto di seguito ai precedenti pena la perdita di una consequenzialità tematica e stilistica difficile da recuperare a distanza, ecco il perché della pubblicazione a date ravvicinate — una lettura facile, svelta e di chiara interpretazione.
La struttura di questa terza parte è già di per sé complessa, definita com’è dai continui salti temporali a cui il lettore è costretto: il presente — la fuga della biologa e di John Rodriguez all’interno dell’Area X e, in parallelo, quella della vicedirettrice Grace; un passato recente — la spedizione misteriosa e non autorizzata della direttrice e del suo vice Whitby; un passato invece più remoto — quello del guardiano del faro, Saul Evans; il racconto della biologa, anch’esso ormai trascorso, che narra in prima persona i momenti passati all’interno dell’arcipelago e del faro sull’isola contaminata.
La lettura è complicata anche da un progetto stilistico che raggiunge una forte ed evidente complessità sintattica e lessicale (ben resa anche in traduzione) mai fine a se stessa ma vòlta a dimostrare l’inutilità della più alta espressione umana nel momento in cui sia necessario descrivere un reale altro e completamente estraneo.
Vandermeer è preparato in materia e sono evidenti la consapevolezza riguardo il genere letterario affrontato e la conoscenza dell’opera dei predecessori. Specie la stampa estera si è domandata, all’uscita di “Acceptance”, se la “Southern Reach Trilogy” sia da considerarsi oltre che un manifesto programmatico del fenomeno New Weird un esempio di quel complesso sistema “New Nature Writing” che sta facendo tanto parlare di sé. Gli elementi come si diceva ci sono tutti: dalla riflessione, se vogliamo più banale e intuitiva, sul ruolo del genere umano all’interno della biosfera fino alla suggestione del rewilding (i conigli di “Authority”, ve li ricordate?), per non parlare dei temi legati all’utilizzo del linguaggio, ai sistemi di comunicazione, alla loro interpretazione e al misticismo religioso. Parallelismi che sembrano non lasciare dubbi sulle origini dell’opera ma anche sull’intenzione dell’autore di travalicare anche questo sottogenere letterario con un lavoro che, come abbiamo visto, raccoglie in sé le tendenze più innovative della letteratura contemporanea.
5. Il “New Nature Writing” autoctono: sogno o realtà? & Thanks to…

“Era quella che si dice una giornataccia. Salivo per il sentiero a picco sul mare lottando con le raffiche, e nel buio dovevo badare a dove mettere i piedi. Da ovest arrivava il temporale, la folgore mitragliava un promontorio lontano simile a una testuggine. Ero sbarcato appena in tempo: con quel mare in tempesta non sarebbe arrivato più nessuno per chissà quanti giorni. Ero solo, non conoscevo la strada del faro e l’Isola era deserta. Miglia e miglia lontano, il resto dell’arcipelago era inghiottito dal buio e dalla spruzzaglia. Non una luce, niente”.

“Rileggo il diario di quel primo giorno. Frasi brevi, quasi degli haiku. ‘Ore tre. Impossibile riprender sonno. Aprile, notti fredde’”.

Scale a chiocciola, una porta bianca, una scala di ferro, una seconda scala. Oltre non vado. Ho paura che l’occhio di Polifemo si possa guardarlo solo nel riflesso dei vetri esterni, e da un angolo più basso. Oltre, temo che la luce sia intollerabile. (…) A ripensarci, mi rendo conto di non aver scritto io questa storia. Sono stati il vento e la marea. Io non ho fatto che registrarne la voce amplificata dal ventre cavo della torre”.

“E’ la notte della Risurrezione, ma sembra quella del Golgota: chissà se il Nazareno ha già spostato la pietra del Sepolcro. (…) Quanto ci farebbe bene, penso, un po’ di sano, superstizioso timore dell’ira d’Iddio — o degli dèi — per guarire da questa oscena sicumera che nasce dal sentirci garantiti e sazi in un mondo pieno di strepito e incoscienza”.

“Forse è il corpo che tenta di resistere al risucchio del nulla. Perché davvero qui sei solo, rischi di diventare matto. Parli con te stesso, ti viene naturale, e non ti accorgi di farlo per il semplice motivo che hai il tuo Doppio accanto (…). Lo sento anche ora: se aprissi gli occhi lo vedrei seduto al capezzale. Ieri per due volte volte, esplorando l’Isola prima della pioggia, mi sono voltato per capire di chi erano i passi dietro di me, ma non c’era nessuno”.

Edward Hopper. Credits @HopperAtoZ

Questi brani non sono tratti dalla SRT bensì da “Il Ciclope”, l’ultimo lavoro di Paolo Rumiz uscito a novembre 2015 per Feltrinelli e credo parlino da soli, senza bisogno di commento. Mi piacerebbe avere il tempo e le risorse (nonché il talento! — piccolo particolare) per raccogliere la sfida lanciata da Luca Albani via Twitter: cominciare a definire un corpus di testi su cui poter poi innestare una riflessione critica riguardo la potenziale esistenza di un New Nature Writing tutto italiano: a quanto pare, il materiale non mancherebbe.

Per il momento però non posso fare altro che ringraziare non solo Luca Albani ma anche Francesco Guglieri che con pazienza e passione, tra un twitt e l’altro, mi hanno accompagnato in questa mia avventura da autodidatta alla scoperta del New Nature Writing. Spero di aver ricambiato con queste note, almeno in parte, la loro infinita cortesia.

Buona lettura