“Il grande marinaio”, di Catherine Poulain (trad. Margherita Botto)

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“Forse ce ne andremo per sempre così, fino alla fine di tutti i tempi, sull’oceano rosseggiante e verso il cielo aperto, una corsa folle e magnifica nel nulla, nel tutto, cuore caldo, piedi gelidi, scortati da un nugolo di gabbiani urlanti, un grande marinaio sul ponte, con la faccia distesa, quasi dolce. Da qualche parte ancora… città, muri, folle cieche. Ma per noi non più. Per noi più niente. Inoltrarsi nel grande deserto, fra le dune sempre mobili e il cielo” (Kindle pos.823)

“Se lo spilungone lo vorrà, sarà per sempre così: inoltrarsi sull’oceano nero, sul mare di Bering. Che io spenda le mie forze fino a morire alla vita di prima, o a morire e basta, che l’usura e lo sfinimento mi levighino fino al cristallo, lasciando solo il mare in me, sotto di me, intorno a me, e l’uomo-leone di carne e sangue che tiene testa all’onda” (pos.1508)

“Ho la morte nel cuore, una sofferenza in grado di paralizzarmi, ho appena capito che non durerà per sempre, che non durerà a lungo, la vita a bordo, gli uomini, la barca (pos.27279)

Penso sinceramente che il romanzo di Catherine Poulain sia una lettura preferibile a tanti manuali di auto-aiuto sulla questione del Team-Building.

Questo perché l’autrice è stata capace di mettere in luce una delle dinamiche più perverse e più tossiche del lavoro di squadra – quello fatto bene, quello “che funziona”: la sensazione di profondo down che ti prende non appena scopri di vivere* dentro una bolla di finzione, adrenalina e illusione. (*No, meglio: “aver vissuto” dato che quando te ne rendi conto, è proprio in quel preciso momento che con la mente ne sei già fuori – e il problema è che dentro non ci puoi più tornare).

team di lavoro il cui destino è funzionare bene partono sempre col piede giusto, nell’assoluta buona fede di chi li forma (capitani talentuosi, in grado di scegliere con accortezza i propri sottoposti); soltanto poi, col passar del tempo, si trasformano in autentiche famiglie adottive disfunzionali all’interno delle quali ognuno sarà spinto a dare il meglio di sé nell’ambito professionale e quasi tutti saranno vittime di fraintendimenti emotivi dalle conseguenze più o meno tragiche. Sensazione di straniamento se si esce dal gruppo, delirio di onnipotenza legato alle situazioni più adrenaliniche e/o drammatiche vissute insieme, quanto più importanti tanto più pietre miliari di un’intimità condivisa e non replicabile all’esterno, interpretazione falsata della prossimità fisica. E più il tempo passa e peggio è, perché questi gruppi tendono a restare coesi anche per anni.

“Non sono stanca, forse non lo sarò mai più, forse bastava volerlo intensamente: non avrò sonno mai più” (pos.2699)

Questa naturalmente è soltanto una parte della storia, perché i livelli di lettura sono tanti e multiformi: ben altre cose racconta infatti “Il grande marinaio”, che è prima di tutto il diario di un’esperienza di wilderness estremo, nel solco di quel new #NatureWriting riguardo cui si discute tanto. L’autrice, all’esordio letterario, è nata in Francia nel 1960; ora è allevatrice e viticoltrice in patria ma in passato ha svolto decine di lavori differenti in tutti i luoghi del mondo, tra cui proprio quello di pescatrice in Alaska. Di questa esperienza decennale condensa il succo ne “Il grande marinaio”, traducendola in un romanzo a episodi che raccolgono l’essenza degli anni trascorsi al Nord.

Si dice che l’Alaskan long-lining fishing sia il mestiere più pericoloso al mondo e i racconti della Poulain lo testimoniano: fatica fisica enorme, condizioni meteo eccezionali, alterazione del ritmo sonno-veglia a cui i tempi della pesca e la latitudine costringono. Un mondo a parte all’interno del quale si muove un’umanità varia, più o meno derelitta e  ai margini. Pescatori stagionali rovinati dalle sgobbate, indiani autoctoni avvezzi alla vita sui docks, armatori senza scrupoli, marinai drogati di antidolorifici e alcool utilizzati per sostenere le notti passate tra i marosi. Un’esistenza dai cui eccessi la protagonista Lili – una giovane “runaway” francese giunta in Alaska con l’intento di imbarcarsi come pescatrice, alter-ego dell’autrice – non è di certo esente.

Non c’è compiacimento nella narrazione. Lungi dal voler indicare una strada da percorrere (verso la salvezza o l’autodistruzione, a ciascuno il suo) l’autrice semplicemente riporta in maniera quasi asettica l’esperienza di Lili. La svincola così dai giudizi esterni, siano essi di approvazione o di condanna per una vita trascorsa ai limiti, le cui conseguenze la protagonista si fa punto di accettare, in sottomissione tacita per quanto dolorosa. Ed è questo il cardine del testo – insieme all’artificio letterario dell’alter-ego – che permette nel lettore il meccanismo di immedesimazione, la capacità della com-passione e la sospensione di un giudizio che altrimenti potrebbe farsi implacabile:

“Siete tutti uguali, voi che arrivate qui come degli esaltati. Io, è il mio paese, non ho mai visto nient’altro. (…) Non cerco l’impossibile. Voglio semplicemente vivere e allevare i miei figli. E’ casa mia. (…) Siete migliaia così, che arrivate da più di un secolo. I primi erano gente spietata. Voi non siete come loro. Siete venuti a cercare qualcosa che è impossibile trovare. Una sicurezza? Be’, no, neanche, dato che quello che avete l’aria di cercare, o comunque di voler incontrare, è la morte. Cercate… una certezza forse… qualcosa che sia abbastanza forte da combattere le vostre paure, i vostri dolori, il vostro passato – che salvi tutti, voi per primi” (pos.3841)

L’estremismo di questa esperienza si riflette anche nello stile. Il lettore è accolto fin dalla prima pagina da una paratassi scarna, violenta e invasiva fatta di frasi brevissime e smozzicate e di una serie infinita di sottintesi. Protagonisti e situazioni vengono presentati utilizzando il tempo presente, secondo uno stream of consciousness in prima persona che segue non tanto la trama quanto i pensieri sconnessi di Lili. Una struttura che funziona e che non potrebbe essere costruita altrimenti, pena la perdita del carattere evocativo del testo. Di questa necessità il lettore prende coscienza col procedere della lettura che per questo motivo deve essere la più continua possibile specie all’inizio, quando occorre forzarla un po’ – ma poi il meccanismo page-turner si instaura da sé, state tranquilli, anche perché il periodare si allunga soprattutto nell’ultima parte.

Se fossi riuscita a leggere “Il Grande Marinaio” nel 2016 credo che questo libro avrebbe meritato senza dubbio il titolo di best book dell’anno per ADC. Dire che “Il grande marinaio” sarà la mia miglior lettura del 2017 è azzardato dato che siamo solo a Febbraio, ma in tutta onestà non così improbabile.

Nota: sfrugugliando in rete ho avuto il piacere di imbattermi in un signore che si chiama Corey Arnold, che su Twitter trovate come @Coreyfishes: è un pluripremiato fotografo dell’Oregon che dal 1995 lavora in Alaska (sic.) come commercial fisherman e che con le sue fotografie ha reso pienamente il fascino di questa professione estrema.

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