“La lingua geniale”, di Andrea Marcolongo

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“La nostra presunta eredità culturale ci è stata dunque generosamente consegnata da un popolo antico che non capiamo, in una lingua antica che non capiamo. Formidabile. E’ terribile la condizione di chi non capisce, ma gli è stato detto che deve amare: inizia subito ad odiare” (XI)

Ma cos’altro potevate aspettarvi da me, in effetti? Io, che mi muovo soltanto per ipotassi, che non manco mai di ritornar con la testa e il cuore a miei anni universitari appena ne annuso l’opportunità, io che ho perfino tirato fuori dal letto all’alba mio figlio di otto anni, un sabato mattina grigio di un Novembre fradicio, e l’ho trascinato da un capo all’altro di Milano soltanto per fargli conoscere Giuseppe Zanetto. Che leggessi e poi scrivessi su #LaLinguaGeniale era francamente inevitabile.

“La lingua geniale” è stato per me un salto indietro nel tempo, un sorridere a ogni paragrafo, un annuire commossa di fronte a questioni che se da una parte credevo dimenticate, dall’altra permeano ancora tutta la mia quotidianità – e me ne rendo conto, talvolta: una visione periferica, qualcosa che scintilla lì, ai margini del mio campo visivo, e che fugge giusto un momento prima di afferrarlo. Questa è la potenza di una lingua incredibile che, se studiata per anni, produce una sorta di imprinting da cui non è più possibile affrancarsi. E non parlo unicamente del terribile riflesso pavloviano che ci prende alla gola nell’udire qualcuno che in sussurro bisbiglia il lemma “ὁράω”, anche a vent’anni dalla laurea (ma basta arrivare solo alla terza liceo, per trovarsi la vita irrimediabilmente danneggiata dal greco).

“Capire il greco non è questione di talento, ma di militanza” (X)

A me accadde al terz’anno, prima di Natale, quando la mia vera, Prima Versione da liceale mi fu restituita accompagnata da un bel 2 meno meno vergato in matita blu: fu quello l’attimo furioso in cui giurai a me stessa che no, il greco su di me non avrebbe vinto. E’ lì che firmai la mia condanna. Fu lì che cominciò – dopo due anni di ginnasio durante i quali mi pareva di aver appreso così poco (che sciocca) – la mia battaglia personale col greco: una lotta impari e indefessa, durata in tutto poco meno di dieci anni, che condussi a testa bassa, testarda come un caprone, tra alterne fortune, improvvisi rovesci, qualche miracolo, inspiegabili illuminazioni e inattese botte di culo.

[Chiaro, capisco che una certa fortuna indipendente dai miei meriti l’ho avuta, dato che sono stata letteralmente circondata da docenti che il greco lo sapevano davvero (uno dell’università l’ho già citato, a cui ne va aggiunto anche un altro, che di cognome faceva Del Corno) e che soprattutto sapevano insegnarlo]

Dall’aspetto dei verbi alla spinosissima questione degli accenti (le maledizioni, che abbiamo lanciato agli Alessandrini; oh, le maledizioni), da quel duale che non si studia mai, che non si trova praticamente mai, ma che poi ti frega nella versione di fine quadrimestre e allora “ti punisce così tanto che non lo scordi più” (pag59) al misterioso ottativo obliquo fino al dialetto ionico della lingua omerica e alla κοινὴ dei Vangeli: Andrea Marcolongo esplora in maniera appassionante, agile e fruibile per tutti, anche per chi non ha studi classici alle spalle, i tratti salienti della grammatica del greco antico, restituendone un’immagine che ha in sé una dignità e una grandezza incredibile, spesso dimenticata. E che lungi dall’essere soltanto l’espressione di un’elite culturale, cosa di cui spesso è stata tacciata, è uno dei pochi strumenti che abbiamo, noi occidentali, a salvaguardia della nostra libertà di pensiero.

“Li riconosci spesso quelli che hanno frequentato il liceo classico. (…) Li riconosci dal modo di parlare e di scrivere: segno concreto che il greco è entrato dentro di loro, nel modo di vedere e di esprimere il mondo in italiano, e mai più ne è uscito. Oltre alla ricchezza del vocabolario (…) e ad una certa propensione per (…) i discorsi complicati, fatti di lunghe subordinate, alcuni modi di dire del greco non solo sopravvivono, ma anzi vivono in chi ha studiato il greco. (…)

In secundis, la pretesa di coerenza logica. Difficile, molto difficile, per chi ha sudato a tenere il filo delle speculazioni logiche ineccepibili dei dialoghi di Platone, essere oggi preso per il naso da un articolo di giornale manipolato, da un discorso incongruente di un politico, da un’opinione non richiesta su Facebook, dalle istruzioni contraddittorie di un manuale dell’Ikea. (…)

Frequentare il classico è come essere protagonisti (senza saperlo) delle tragedie e delle commedie greche. lì è custodito il senso primitivo e feroce dello stare al mondo e lo si apprende su se stessi, discenti” (pag.119-121)

***

Mi permetto un’unica nota tecnica, sulla traduzione dei testi: Andrea Marcolongo utilizza il proprio sistema, personale e abbastanza libero, a cui io non sono particolarmente avvezza. Preferisco una traduzione un po’ più scolastica, vuoi per impostazione a cui mi hanno abituata vuoi per scelta successiva. La verità è che la mia grammatica non è – più – così buona come quella dell’autrice, quindi scelgo di non correre rischi ed evito licenze che poi faticherei a governare. Niente di male: basta saperlo, e tutto si aggiusta.

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