“Triste America”, di Michel Floquet

 

“Io arrivavo pieno di fiducia. Come quando si va a trovare la famiglia lontana. Tutti quei cugini che non si vedevano da anni, che si farà fatica a riconoscere, ma che sentiamo così vicini… (…) L’America è questo. Noi siamo convinti di conoscerla. Peggio ancora, crediamo che ci assomigli. (…) L’America è un mistero che ciascuno di noi vive a modo suo” (prologo)

triste_america_01Se volete capire qualcosa di più su Trump – non su cosa farà una volta insediatosi alla Casa Bianca, ma su come alla Casa Bianca ci è arrivato – dovete per forza leggere #TristeAmerica, reportage in quindici brevi capitoli scritto in tempi non sospetti (2016) da Michel Floquet, giornalista, anchorman di France Télévision 1 e corrispondente dagli States, in cui risiede da anni.

Floquet, coniugando accurata ricerca sul campo, rigore nel nel trattamento delle fonti e stile accattivante, consegna al lettore un saggio corposo e per certi versi sbalorditivo. Attraverso l’analisi dei maggiori temi sociali, politici ed economici che caratterizzano il mondo a stelle e strisce riesce difatti nell’impresa di dare concretezza al peggiore dei sospetti che serpeggia nell’Europa del dopo Brexit, quello secondo cui:

“A furia di guardare gli idoli troppo da vicino, si finisce col non vedere più niente” (prologo)

Facciamo un passo indietro. Punto di partenza del saggio di Floquet è l’ormai assodata scomparsa della scala mobile sociale. In barba all’assunto tutto americano del self-made man che ottiene ciò che vuole soltanto adoperandosi con tenacia e forza d’animo (quell’American Dream di cui non a caso Trump si è auto-eletto paladino e restauratore), la verità è che negli Stati Uniti attualmente vivono sotto la soglia della povertà più di 50 milioni di persone. Si tratta principalmente delle storiche minoranze etniche maggiori – afroamericani, latinos, nativi – che nonostante le illusioni post-razziali di cui l’amministrazione Obama li aveva nutriti continuano ed essere esclusi da quel benessere economico e sociale che potrebbe derivare soltanto dall’applicazione del più banale principio di uguaglianza. Ma non solo. Il costo proibitivo dell’istruzione superiore e la conseguente trasformazione delle università in enclave riservate ai rampolli delle famiglie benestanti hanno avuto come risultato il dilagare della disoccupazione negli strati più poveri di tutta la popolazione; nel resto della classe media questo fenomeno ha prodotto invece un fiorire di impiegati temporanei, sottoqualificati e sottopagati il cui salario si aggira intorno ai 7.25$: sono i cosiddetti working poors. E data la carenza di personale specializzato (ad esempio, gli ingegneri) le aziende più grandi sono costrette alla delocalizzazione.

La ricchezza ormai è appannaggio dello 0.1% della popolazione, vale a dire di circa 160 famiglie che rimpinzano i propri conti correnti grazie un complicato sistema di paradossi primo fra i quali il meccanismo del “trickle down economics” – quel criterio di tassazione agevolata che in teoria dovrebbe produrre “ricchezza a cascata” ma che in realtà non fa altro se non allargare sempre di più la forbice tra benestanti e indigenti.

[Rif. capp. “Alla felicità dei ricchi”, “Nessuna pietà per i poveri”]

L’America, in sostanza, si sta dissanguando – una stella moribonda di cui noi Europei ci ostiniamo ancora a osservare al telescopio la luce fasulla. Sempre più arida dal punto di vista delle risorse naturali che l’americano medio si ostina a sprecare, incurante delle conseguenze – come ha sempre fatto d’altronde sin dai tempi della prima colonizzazione e poi della conquista del West – è vittima del consumismo sfrenato, di un’avidità senza scrupoli e di un revisionismo storico che talvolta sfiora il grottesco. Dallo sterminio dei nativi (di cui gli studenti delle high-school non sono al corrente per il semplice fatto che nessun libro di testo ne parla) agli effetti del tabagismo passivo passando per il surriscaldamento globale di origine antropica, è tutto un fiorire di associazioni e potentissime lobby volte a difendere gli interessi di questo o quel gruppo industriale arrivando perfino al negazionismo. Per non parlare delle impressionanti condizioni igienico-sanitarie in cui versa il settore agroalimentare, invaso anche qui da lobby e regimi di monopolio, in un prosperare di carni nutrite ad antibiotici, cereali OGM, verdura e frutta dal costo esorbitante perché di difficile reperibilità e imbottite di conservanti per garantirne la “freschezza” anche dopo giorni e giorni di trasporto coast-to-coast.

[Rif. capp. “Spianare gli Appalachi”, “Wounded Knee in vendita”, “La giungla”]

Un’America politicamente isolata, socialmente divisa, incapace di vita comunitaria tanto da aver creato quella macchina infernale che di nome fa politically correct; ostaggio della criminalità, della violenza (un prigioniero su quattro, nel mondo, è americano, e “ogni giorno, nella vita quotidiana del paese, manca un milione e mezzo di uomini neri”, che sono in prigione o morti prematuramente specie per omicidio) e di un apparato di sicurezza pubblica che se da una parte è inadeguato a sostenere il peso di una tale responsabilità dall’altro non esita ad adoperare la brutalità specie nei confronti delle minoranze. Un’America militarizzata, che dopo l’11 Settembre investe più del 50% delle proprie risorse economiche non nella sanità o nell’istruzione ma nel mantenimento dell’apparato bellico. Un’America in cui:

bisogna avere ventun anni ed esibire un documento di identità per ordinare una birra in un bar, ma acquistare un fucile d’assalto è una pura formalità” (“Morte in un quartiere”)

[Rif. capp. “Vivere insieme”, “Morte in un quartiere”, “La sindrome Ferguson”, “La più grande prigione del mondo”, “La guerra permanente”]

Per non parlare poi delle questioni etiche: “meraviglioso esempio” di ipocrisia e perbenismo, l’America “si dichiara laica per il semplice fatto che non esiste una religione ufficiale”; eppure, per paradosso, studenti, membri di consigli municipali di ogni ordine e grado e perfino i presidenti “giurano sulla Bibbia e concludono con le parole So help me God“. Un paese in cui l’attuazione di normative di legge inerenti a matrimoni omossessuali, aborto e contraccezione è subordinata alle convinzioni dell’ufficiale pubblico di turno allo sportello.

“Nel paradiso dell’individualismo, il principio stesso del mutualismo appare qualcosa di assurdo” (“Sia fatta la volontà di Dio”)

[Rif. capp. “Bog Brother”, “Sia fatta la volontà di Dio”]

Floquet conclude il reportage domandandosi cosa ne sarà del futuro americano post-elezioni 2016. Noi ora lo sappiamo ma il merito di “Triste America” sta proprio nell’aver identificato appieno tutte le motivazioni per le quali – se l’ascesa di Trump non era così scontata –  per lo meno sarebbe dovuta essere prevedibile la débacle di Hillary Clinton e dell’establishment democratico. Nell’era delle fake-news e della post-verità, Floquet ha avuto l’ardire di mostrare all’Europa la drammatica miopia di cui il nostro vecchio continente soffre.

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