L’affaire SV.

“Mi dico che ormai siamo tutti collegati alla rete globale – non solo: ci siamo legati a essa, ne siamo dipendenti. E’ la nuova droga: l’istante, l’adesso, il globale” (“Accanto alla macchina – la mia vita nella Silicon Valley”, di Ellen Ullman – 1997, Minimum Fax 2018, Kindle 355)

“Le società tecnologiche stanno distruggendo qualcosa di prezioso, ossia la possibilità di meditare, poiché hanno creato un mondo nel quale siamo costantemente monitorati e continuamente distratti. (…) Il loro bene più prezioso è anche il nostro, ovvero la nostra attenzione, e loro ne hanno abusato” (“I nuovi poteri forti”, di Franklin Foer, Longanesi 2018, Kindle 159)

“In quanto umani, viviamo tra le rovine di uno splendore immaginato. Le cose non dovevano andare così: nel pacchetto originale non rientravano debolezza, vergogna, dolore, e neanche morte. Abbiamo sempre avuto un’idea ben più alta del nostro destino. Tutte le nostre disavventure – il giardino, il serpente, la mela, la cacciata – sono frutto di un errore fatale, di un crash di sistema” (“Essere una macchina”, di Mark O’Connell, Adelphi 2018, pag13)

Ho pensato molto a come affrontare questa materia oscura. Occorrerebbe la scienza di uno sguardo esterno, libero dal pregiudizio, mi dicevo. Cosa di cui io probabilmente difetto a causa di certi miei trascorsi professionali.

Basti dire che poco tempo fa mi capitò di dissertare amichevolmente proprio della discrepanza tra l’astrattezza rarefatta del codice e gli scopi pratici tutto fuorché astratti per i quali esso viene creato, con una persona di cui per ovvie ragioni non posso specificare nulla. Eravamo asserragliati dentro a un non-luogo simile a una conchiglia vetrificata, libera da qualsiasi contatto con la realtà esterna, identificata al suo interno da una quasi totale assenza di rumore, di suoni – finanche di TEMPERATURA. Dai vetri insonorizzati guardavo le gocce di pioggia strisciare sui parabrezza delle auto parcheggiate di sotto ma anche la pioggia mi pareva una realtà astratta, creata ad arte.

Un altro giorno della medesima estate, quella appena trascorsa, ho dovuto fare un lungo viaggio in macchina. Mi sono inoltrata nelle campagne di un nord Italia rovente. Ho passato quasi tre ore in autostrada, mi sono lasciata alle spalle una tangenziale suburbana e poi anche l’ultimo avamposto abitato – un grumo di casette a due piani, intonacate di arancione – per finire la mia corsa in mezzo al nulla dei campi di soia. O così pensavo, salvo poi comprendere che dentro certi capannoni che finalmente vedevo in lontananza e verso i quali dovevo dirigermi stava racchiusa una parte di quell’industria italiana e internazionale che progetta il nostro Futuro (…ma per un momento, un unico, piccolissimo istante, che il Cielo mi perdoni, ho pensato solo a “Toys” con buona pace di chi le convergenze evolutive le fa prendendo a benchmark Black Mirror)

toys

Totalmente inadeguata quindi, per affrontare certi discorsi: forse la gente vuole qualcuno che critichi, mi dicevo, qualcuno che gliela canti, qualcuno che FACCIA OSSERVAZIONE – e quel qualcuno non sono certo io, dato che la prima reazione che ho avuto di fronte ai due casi di cui sopra, esemplificativi di un modo di fare business molto specifico, – reazione che in genere ho sempre, da 15 anni a questa parte, ogni volta che vengo a contatto con simili realtà professionali – è stata quella della stupefatta meraviglia. Siccome però c’era caso di doverne parlare, ho pensato che fosse il momento di rompere gli indugi: e forse anche lo stupore e la meraviglia possono essere un inizio.

.1 – “Accanto alla macchina – la mia vita nella Silicon Valley”, di Ellen Ullman (1997), Minimum Fax 2018

“Ho attraversato una membrana oltre la quale il mondo reale e i suoi fini perdono di consistenza” (Kindle 55)

Partite da qui, se volete capirne qualcosa di più sulla Silicon Valley e su chi – o su ciò – che l’ha creata. Partite dalla pioniera Ullman, che dopo un dottorato in materie umanistiche entra quasi per caso nel mondo della tecnologia high level, all’epoca ancora agli albori, e la sconvolge dall’interno scrivendo con “Close to the machine – Technophilia and Its Discontents“, un memoir che è anche un atto di accusa, oltre che una dichiarazione d’amore (quasi) incondizionato. Donna, over 30, ebrea, bisessuale, ex attivista politica, programmatrice – Ellen Ullman, da outsider qual era, per prima ha trovato il coraggio (e si è potuta permettere) di mettere in chiaro il rischio intrinseco a cui espone il lavoro esclusivo sulle stringhe di programmazione, ossia la depersonalizzazione.

“Gli eventi-macchina avevano più realtà, mi accompagnavano da più tempo, degli esseri umani seduti intorno a quel tavolo. Di colpo mi sono resa conto che il problema non era rimpiazzare una realtà con un’altra, ma il fatto che le realtà fossero due. Io ero lì, al confine: l’interfaccia fra il sistema, in tutta la sua esistenza, e le persone, in tutta la loro” (Kindle 172)

“Nel programmatore entrano a contatto il mondo per come lo comprendono gli umani e il mondo per come va spiegato a un computer: ma quello che si produce è uno strano stato di disgiunzione” (Kindle 270)

Di “Close to the machine” ne hanno parlato in tanti – gente molto più in gamba di me – e li trovate tutti qui. E tutti hanno sottolineato i pericoli in cui incorre chi fa dell’astrattezza del lavoro sui numeri il proprio core business, dimenticando così che alla fine quei numeri hanno una destinazione che rimane, prettamente e inesorabilmente, umana. Qualcuno poi è giustamente andato oltre, facendo notare di come il rapporto che verrebbe da definire speciale, elitario, tra la macchina e il suo programmatore (ma non solo: anche tra la Ullman stessa e i suoi collaboratori più stretti, mi vien da dire) sia qualcosa di prezioso, almeno nei suoi fondamenti, qualcosa che la Ullman trattene con sé e difende (con cognizione di causa evito di utilizzare il verbo “giustificare” sebbene mi sia venuto in mente per primo) in nome di un concetto altro, figlio di processi mentali, in specie di stampo socio-politico, nati e cresciuti ben prima dell’invenzione delle macchine stesse.

“Quando ero nel partito dicevamo spesso che il marxismo-leninismo era una *scienza*, e il partito la sua *macchina*. E quando il mondo non si adeguava alle idee che avevamo su di esso (…) reagivamo da programmatori. Ci avvicinavamo alla macchina. Dovendo avere a che fare con la confusione della vita umana, cercavamo di semplificarla” (Kindle 378)

E questo, ahinoi, non è che l’inizio della questione.

.2- “I nuovi poteri forti”, di Franklin Foer, Longanesi 2018

“L’algoritmo sarà anche l’essenza dell’informatica, ma non è esattamente un concetto scientifico. (…) Benché le sue origini siano evidentemente umane, la fallibilità umana non è tra le caratteristiche che tendiamo ad associare all’algoritmo. (…) Diamo per scontato che l’algoritmo sia privo di pregiudizi, intuizioni, emozioni o indulgenza” (Franklin Foer, “I nuovi poteri forti”, Longanesi 2018 – Kindle 1105)

poteri fortiFranklin Foer, fratello dello scrittore Jonathan Safran, ha diretto per sei anni la rivista “The New Republic” ed è ora corrispondente del “The Atlantic”. Nel suo “World Without Mind: The Existential Threat of Big Tech” alcuni direbbero che “si scaglia” – io preferisco un più grezzo “se la prende” – contro/con tutto ciò che Ellen Ullman aveva potuto soltanto intuire ma non sperimentare appieno, dati i tempi: il monopolio tecnologico – in questo caso dell’informazione. Facebook, Google, Amazon, Apple: aziende che ci hanno venduto – o meglio ancora, regalato – i loro “prodotti” con il dichiarato intento di rendere migliore la nostra vita, facendoci guadagnare in efficienza e risparmiare tempo. Peccato che il dichiarato intento poi abbia portato con sé questioni che col miglioramento della nostra vita paiono aver poco a che fare.

La parte a mio avviso più interessante di questo pamphlet è lo storytelling riguardo la nascita della Silicon Valley, che si compone per lo più – e il fatto degno di nota è che in pochi ormai ne sono a conoscenza – di temi politici e sociali.

“La brama di monopolio della Silicon Valley risale (…) alla controcultura degli anni Sessanta, all’interno della quale emerse dalla visione più poetica del  concetto di peace and love. Per essere ancora più precisi, inizia con uno dei principi del movimento hippie” (Kindle 185)

Ad esempio, tra le altre Foer analizza nei dettagli la figura, controversa e carismatica, di Stewart Brand – uno dei punti di riferimento dei frequentatori del mondo psichedelico della penisola di San Francisco. Il dono di “Brand, figlio di un dirigente di un’agenzia pubblicitaria (…) fu quello di saper incanalare i desideri spirituali della sua generazione e poi spiegare come potessero essere realizzati dalla tecnologia. (…) Sviluppò un nuovo genere di pubblicazione, che conteneva qualcosa di simile a collegamenti ipertestuali ai testi di altri viaggiatori e, molto prima dei TED, creò un circuito di conferenze scientifiche. In questo modo Brand finì per ispirare una rivoluzione nel mondo informatico” (Kindle 208-209).

“Questo sogno di trasformazione, di un mondo curato dalla tecnologia e unito in un pacifico modello di collaborazione, trasmette un piacevole senso di innocenza. All’interno della Silicon Valley (…) quello che era nato come un sogno entusiasmante – l’umanità intera unita da una sola rete al di sopra di tutto – è diventato la base del monopolio. Nelle mani di Facebook e Google, la visione di Brand è divenuta un pretesto per la sopraffazione” (Kindle 213)

Per farla breve, diciamo che il punto di partenza di Brand fu il “tentativo di indurre artificialmente un senso di consapevolezza amplificata“. Cosa che più avanti lo portò ad “attribuire le stesse capacità di alterazione della coscienza ai computer” (Kindle 235). E’ un punto molto importante questo, perché è il cardine su cui dobbiamo far peso se vogliamo davvero capirne qualcosa (e sarà fondamentale più avanti, all’elenco che porta il numero 3):

“Nel suo manifesto, Brand riassumeva il pensiero del movimento delle comuni, e lo faceva avanzare sotto certi importanti punti di vista. Era stata la tecnologia, sosteneva, a creare i mali del mondo, e solo la tecnologia poteva risolverli. Gli attrezzi, tolti dalle mani di monopolisti e guerrafondai, potevano rendere gli individui più autosufficienti e liberi di esprimere se stessi. Gli strumenti di potere al popolo, insomma. Se alcuni di questi concetti sembrano familiari, è perché risuonano da anni in decine di pubblicità Apple”

Sicché, se da una parte la cultura che si respira ancora nella Silicon Valley, coi manager in t-shirt e le strutture organizzative a matrice all’interno delle quali (vivaddio!) non è così facile individuare i legami gerarchici (ma è molto facile individuare la catena delle responsabilità individuali, e non è poco), è derivazione diretta dello spirito della comune, dall’altra essa stessa, contemporaneamente, giustifica la necessità del monopolio convinta che un’eventuale concorrenza non sia di aiuto nella ricerca del bene universale.

“Le big tech ritengono che l’uomo sia fondamentalmente un essere sociale, fatto per l’esistenza collettiva, ripongono la loro fiducia nella Rete, nella saggezza della folla e della collaborazione, coltivano un desiderio profondo di porre rimedio all’atomizzazione della società. Ricucendo il mondo, lo cureranno dai mali che lo affliggono” (Kindle 75)

E questo, ahinoi (reloaded), è un altro, significativo pezzo dell’affaire Silicon Valley.

.3- “Essere una macchina”, di Mark O’Connell, Adelphi 2018

“A forza di informarmi, mi sono reso conto che del movimento non esiste una versione ortodossa, autorizzata, ma che chiunque vi aderisca condivide una visione meccanicistica della vita umana, in cui gli uomini si considerano dispositivi tenuti e destinati a inventare versioni migliori – più efficienti, potenti utili – di sé. (…) Definizione generale: il transumanesimo è un movimento di liberazione che rivendica nientemeno che una totale emancipazione dalla biologia. Esiste una concezione alternativa – uguale e contraria – secondo cui questa apparente liberazione sarebbe, in realtà, soltanto il definitivo e totale asservimento alla tecnologia” (p17-18)

essere una macchina

Allora, facciamo un passo indietro. il giornalista irlandese Mark O’Connell, corrispondente di varie testate tra cui Slate e The Guardian, nel 2015 decide di impegnare una dozzina di mesi della sua vita, giorno più giorno meno, nello studio del movimento del transumanesimo. Quel che ne viene fuori è un reportage potentissimo, pubbicato in Italia da Adelphi, che indaga uno dei fenomeni culturali più sinistri e inquietanti della nostra epoca. Cosa questo abbia a che fare con l’affaire, è presto detto.

“Più approfondivo la questione, più mi rendevo conto di come il transumanesimo (…) esercitasse un’influenza molto forte sulla cultura della Silicon Valley, quindi più in generale sull’immaginario culturale legato alla tecnologia. Tale influenza mi pareva riscontrabile nella fanatica devozione di molti imprenditori della tecnologia all’ideale di una radicale estensione della vita: si pensi, ad esempio, ai fondi stanziati da Peter Thiel – cofondatore di PayPal e investitore in Facebook – in favore di svariati progetti per l’allungamento della vita, o a Calico, la sussidiaria biotecnologica di Google che si propone di trovare rimedi all’invecchiamento. E l’influenza del transumanesimo era percepibile anche negli ammonimenti sempre più accorati di Elon Musk, Bill Gates e Stephen Hawking sulla prospettiva di un annientamento della specie a opera di una superintelligenza artificiale, per non parlare del coinvolgimento in Google, come direttore dell’engineering, di Ray Kurzweil, il sommo sacerdote della Singolarità Tecnologica. (p19)

In “To Be a Machine – Adventures Among Cyborgs, Utopians, Hackers, and the Futurists Solving the Modest Problem of Death“, verrete edotti sulle più avanzate tecniche di estensione dell’aspettativa di vita e del suo potenziamento attraverso mezzi farmacologici e tecnologici, uploading della mente, tanatologia crionica, intelligenza artificiale, applicazione di protesi e manipolazioni genetiche. Comprenderete come mai, se è vero che le nostre aspettative “dipendono in larga parte da ciò che riusciremo a fare con le macchine”, la questione della cultura capitalistica (ecco, ci risiamo!) sia di fondamentale importanza insieme a quella della trickle-down economy tanto cara agli americani. Comprenderete anche quale siano le connessioni che collegano la “cultura del tecno-progressismo” (p59), nata e cresciuta all’interno della Silicon Valley, a tutta la Bay Area e il perché Elon Musk abbia “definito l’intelligenza artificiale *la più grande minaccia alla sopravvivenza dell’umanità*” (p92) all’interno di una riflessione più ampia, “tecno-darwinista“, secondo cui “mentre l’essere umano progetta la propria evoluzione, crea simultaneamente le condizioni per la propria obsolescenza” (p102). [Non per nulla il Future Life Institute, ente privato fondato tra gli altri anche da Jaan Tallin (Skype) ha recentemente ricevuto una donazione di 10 milioni di dollari proprio da parte di Musk, “per avviare un progetto di ricerca globale mirante a scongiurare la catastrofe che potrebbe essere causata dall’intelligenza artificiale” (p109)]. Per non parlare dello sforzo ormai ben noto di Amazon, che con l’Amazon Picking Challenge aveva messo in piedi una “gara di robot” che altro non era se non un’operazione di business volta a scoprire se qualche azienda fosse (già) in grado di sviluppare un robot capace di sostituire la manodopera umana all’interno dei magazzini. Farete la conoscenza di biohacker (detti anche “transumanisti pratici“) che scelgono di auto-impiantarsi pezzi sottocutanei di tecnologia capaci, a loro dire, di ampliare le “capacità sensoriali e cognitive del corpo umano” (p150) e capirete infine come mai, parlando di uploading della mente e di radicale allungamento della vita ci si trovi a fare i conti, alla fine, quasi più con una dimensione spirituale che con il vero e proprio progresso tecnologico.

“Il verbo *risolvere* riassume, a mio parere, l’ideologia della Silicon Valley secondo cui tutte le faccende della vita si possono suddividere in problemi e soluzioni: e le soluzioni consistono immancabilmente in una qualche applicazione della tecnologia. Che il problema sia ritirare i vestiti in lavanderia, districarsi tra le complessità delle relazioni sessuali o affrontare il fatto che prima o poi si morirà, possiamo trovare una soluzione. La morte, da questo punto di vista, non è più un problema filosofico: è un problema tecnico. E ogni problema tecnico prevede una soluzione tecnica” (pag197-198)

**

Cosa penso. • Penso che questo sia stato un viaggio incredibile –  che per me non si può certo dire concluso. Né sui libri dato quel che c’è da leggere in merito (guardatevi la bibliografia citata da O’Connell e poi mi direte!) ma nemmeno fuori dai libri, dato che non credo – ma neppure lo spero, in verità – di aver chiuso qui con la SV per quanto riguarda la mia professione “fuori” dai libri. •  Ringrazio Adelphi per l’invio di “Essere una macchina”.  • E mi permetto anche altri tre ringraziamenti: il primo per Mr. Giuseppe Strazzeri, di Longanesi, che ha sopportato con dedizione le mie elucubrazioni notturne via Twitter su “World Without Mind”; il secondo e il terzo per la mia coppia di mentori Francesco Guglieri e Luca Albani.

ps. domenica 25 novembre 2018 torna Studio in Triennale. Tra gli altri, sarà presente anche Mark O’Connell.

“Grande trampoliere smarrito”, di Arthur Cravan – a cura di Edgardo Franzosini (*)

trampoliere

Ma quanto mi piace Edgardo Franzosini. C’è che qualsiasi cosa lui scriva, io devo leggerla per forza. Sarà che sono cresciuta a suon di favole prima e con le rime omeriche poi, rendendomi di fatto dipendente – me lo spiego così – da un certo modo di raccontare storie, con quel gusto che mi prende ogni volta che ascolto qualcuno favoleggiare a voce alta delle “vite degli altri” – vite di altri veri però, o presumibilmente tali; sarà l’art nouveau, il futurismo e il dadaismo, il fascino per il peculiare, lo strambo, il freak di una certa epoca (nella narrazione della quale Franzosini dà il meglio di sé). So solo che se esce qualcosa a firma Franzosini, io devo precipitarmi a leggerla.

**

Non fa eccezione “Grande trampoliere smarrito”, che in realtà è un lavoro un po’ diverso dai precedenti perché la nota biografica su Arthur Cravan, scritta da Franzosini, è preceduta da una raccolta di scritti di Cravan stesso – o meglio, di Fabian Avenarius Lloyd di cui Arthur Cravan rappresenta solo lo pseudonimo. Nato a Losanna nel 1887, nipote di un consigliere della regina Vittoria e parente di Oscar Wilde per parte di padre, Cravan “fu poeta, scrittore, pittore, critico d’arte, conferenziere e pugile (ma, secondo Blaise Cendrars, anche scassinatore, raccoglitore di arance nelle piantagioni della California, pescatore di merluzzi al largo di Terranova, conducente di taxi e ricattatore: tutte occupazioni che Cravan intraprese e quindi abbandonò perché attratto, come scrisse lui stesso, dalla *meravigliosa vita del fallito*)” (p143).

Viaggiò in Europa e nelle Americhe, scappando dalla legge e dalle amanti; dall’alto dei suoi 104 chili di peso si misurò sul ring coi pugili più famosi tra cui Jack Johnson e Jim Smith (“el diamante negro“), incontrò i più grandi letterati e artisti dell’epoca, pubblicò riviste, studiò il greco antico, navigò come clandestino, si travestì da donna per scappare alla leva militare, insegnò la boxe ai giovani messicani.

Tutto finisce bruscamente il 18 ottobre 1918 a Salima Cruz, davanti al Golfo di Tehuantepec: dopo questa data, ultima testimonianza scritta della sua presenza in vita, di Cravan si perdono le tracce. Alcuni dicono che fu assassinato dopo una lite, altri che sparì consapevolmente, altri ancora che non sparì per nulla – e da quel momento in poi visse il resto della vita sotto pseudonimo. Andò come andò, il suo corpo non si trovò mai.

“Ed era sempre a casa sua che, dopo aver visto W. portare nei vari ambienti di cui era il re (cosa che gli valse un’accusa di vanità: come se ogni grandezza non avesse i suoi abissi) quella strana irradiazione di vita che costringeva le teste a voltarsi e le conversazioni a languire, e dopo i suoi giorni brillanti, lo si poteva vedere nei suoi giorni di depressione, di reazione, i suoi giorni di spleen, in cui era, secondo l’espressione inglese, ineffably bored, come svuotato” (Artur Cravan, “Documenti inediti su Oscar Wilde”, “Maintenant“, I, 1, aprile 1912 – a firma W. Cooper)

**

Gli scritti di Cravan sono poliedrici, così come è poliedrica la sua personalità:

“Voglio anche mostrare le stranezze del mio carattere, focolaio delle mie incongruenze, la mia natura detestabile, che pure non scambierei con nessun’altra, sebbene mi abbia sempre impedito una linea di condotta, perché talora mi rende onesto, talora subdolo, e vanitoso e modesto, volgare e raffinato” (Artur Cravan, “Oscar Wilde è vivo!”, “Maintenant“, II, 2, luglio 1913 )

e in lui è così vivo lo spirito di un’epoca fatta di scoperte e sperimentazioni, arte, lussi e povertà, viaggi, esperienze estreme, enormi rivolgimenti storici e scientifici che non è quasi mai possibile identificare con certezza la linea praticamente impalpabile che separa la persona dal personaggio. La perizia di Edgardo Franzosini sta proprio qui, nel saper illuminare, cautamente, gli angoli d’ombra – sempre in equilibrio instabile eppure così solido tra l’accuratezza del lavoro di ricerca e documentazione e la suggestione che deriva da un racconto non privo di fascino, per la particolarità sia dei soggetti scelti, sia del periodo storico preso in esame.

“Il fascino del suo carattere, in quei momenti ingrati in cui *la si paga* – non è forse stato lo stesso W. a dire che il guaio nella vita è che bisogna sempre pagarla? -, gli toglieva il senso dello humor, e allora si mostrava mite, come ferito. Aveva bisogno di cure e di carezze femminili, era come un bambino viziato che sorride, un po’ triste… ” (Artur Cravan, “Documenti inediti su Oscar Wilde”, “Maintenant“, I, 1, aprile 1912 – a firma W. Cooper)

**

cravan

La settimana scorsa, di sera, ho attraversato una Milano piovosa e piena di vento fino a raggiungere gli amici di VersoLibri e assistere alla presentazione del libro, riguardo al quale discutevano Edgardo Franzosini e Marco Rossari. Sarà stato il meteo, sarà stata VersoLibri di per sé – un angolo di luce incastrato così, tra il buio delle colonne di San Lorenzo – insomma, di nuovo nessuno può capire fino in fondo, ma potrei descrivere questo incontro come una “esperienza immersiva“. Di un certo modo di vivere Milano, di raccontare storie, di narrazione condivisa, di autunno alle porte.

Buona lettura 🙂

(*) Traduzione di Maurizia Balmelli e Nicola Muschitiello

“Il giro dell’oca”, di Erri De Luca

giro oca

Risposte letterarie, si vede che hai un buco al centro e lo ricopri a frasche. Non te la caverai con le storie, lo sai?” (p43)

Quasi nulla o nessuno a parte i figli e, purtroppo, i grandi imprevisti non sempre forieri di buone notizie riescono nell’impresa di costringere un adulto all’ “Esame di Coscienza“(*). E’ un fatto: prima c’è tempo, a premere il lavoro, la vita attiva, le cose da fare, il “si vedrà”. Poi di tempo si scopre che ce n’è sempre meno e che qualcosa, o qualcuno, ti sta tirando insistentemente per la manica della giacchetta.

Per quanto riguarda i figli non è l’idea in sé, che so, del proteggerli e del difenderli, del “tirar fuori le unghie” o viceversa dell’educarli e del lasciarli andare per “abituarli al mondo”. Non è questo il meccanismo. E’ proprio che loro ti guardano. Ti fissano. Iniziano a fissarti da che nascono e il problema è che se li lasci fare non la smettono più. Ti denudano con gli occhi. Ti spogliano dei vestiti e poi della pelle, dei muscoli e delle ossa, ti scrutano dentro: lucidi, spietati. E poi arrivi a un certo punto che non sai se era meglio o peggio quando ti guardavano perché ti ammiravano, quando ti guardavano per disprezzarti, o quando ti guardano adesso, per compatirti – si, non sempre, ma assicuro che di tanto in tanto accade (ed è lo stesso sguardo di noi figli adulti nei confronti dei nostri genitori anziani. Non sempre – ma di tanto in tanto, questo sì).

Insomma “Il giro dell’oca” di Erri De Luca affronta quell’aspetto lì, dei figli che guardano i genitori. E lo fa a suo modo, attraverso un racconto in atto singolo.

In una sera illuminata soltanto dalla luce del camino a causa di un calo di corrente, lo scrittore – novello Ebenezer Scrooge – riceve una visita per cena. E’ suo figlio: il figlio ormai adulto che non ha ma che avrebbe potuto avere poiché frutto di una relazione avuta in gioventù e conclusasi con un aborto di cui lo scrittore era stato messo al corrente a cose fatte. Un figlio mai nato, insomma.

“Sei adulto, non so niente di come eri prima. Non ti ho rimproverato per un gioco rischioso da bambino, né toccato la febbre sulla fronte. Ci troviamo stasera a tavola, per cena. Una donna in gioventù mi disse di avere abortito. Stetti zitto, non contavo niente nella sua decisione presa e fatta. Stavamo insieme dentro una folla di coetanei. Era un amore e un tempo che non si poteva e non si badava a vita privata” (p11-12)

In questo monologo che piano piano si fa dialogo (“Sto parlando da solo? Sto inventando la tua compagnia?”), con l’immagine del figlio che si fa sempre più concreta Erri De Luca condivide la sacralità del pasto: pane e olio, un bicchiere di vino. Un primo appuntamento che si fa ultima cena; e che scivola dall’imbarazzo ingessato di chi si trova ma non si conosce, alla complicità della confidenza, all’intimità rubata che viene dal giudizio più critico.

“Finché i muri reggono, i miei ospiti esistono. Li tengo qui con me e li riporto alla loro vita di prima”.

Non è un’immagine nuova. In letteratura le visite dei fantasmi, specie all’ora di cena, sono meno rare di quanto potremmo pensare. Questa sopra per esempio non è citazione tratta da “Il giro dell’oca” ma da “Cade la terra“, il romanzo di esordio dell’abbandonologa Carmen Pellegrino (Giunti 2015) che ben appunto mette in scena, nella parte conclusiva dell’opera, una cena tra vivi e morti “come fra le quinte di un teatro in disfacimento”.

Ogni fantasma, però, di per sé ha libertà di far ciò che vuole. Se Mr. Scrooge viene visitato dal defunto amico e socio in affari Jacob Marley grazie al quale opererà un cambio di rotta significativo, i fantasmi di Carmen Pellegrino invece, vecchi abitanti di un paese abbandonato, franato su se stesso, di cambiare un futuro ormai spacciato non ne hanno pretesa; semmai appaiono desiderosi di recuperare una voce e farsi sentire attraverso la conversazione con Estella, unica sopravvissuta, colei che la cena, ogni anno, la apparecchia.

Qui, ne “Il giro dell’oca”, l’apparizione del figlio per Erri De Luca sembra più vicina ai fantasmi dickensiani, fatto salvo che non sappiamo bene come andrà a finire. Quel che ci interessa è che Erri De Luca si trova a parlare di Erri De Luca, e lo fa in un modo poco incline all’autoassoluzione. Ci racconta, col pretesto di narrare al figlio, della sua infanzia all’ombra di una madre potente, difficile da compiacere, e di un padre distante ma a modo suo punto di riferimento da cui svincolarsi, perché troppo impegnativo. Ci racconta degli anni dell’impegno politico – verso i quali, sia per fini sia per metodi, il figlio resta scettico:

Cosa volevate fare, prendere il potere? Perché se si trattava di questo, avete fatto fiasco completo” (p70)

Ci racconta della dimensione mistica da cui l’autore si è sempre dichiarato lontano, all’interno della quale le domande del figlio risultano da una parte accettazione infine acritica dell’altro, dall’altra ricerca, forse, di un altro (o nuovo) se stesso:

Questa è una dichiarazione mistica. Non sei credente in una divinità creatrice, ma sei credente in un vocabolario. Nel cambio ci rimetti parecchio. Preferisco credere all’operato di un creatore, autore di particelle nucleari e di galassie. Sai che l’universo si espande? Non ti sembra geniale che la vita esiste perché va alla deriva insieme alla Via Lattea? Non è geniale che il nostro corpo è composto di idrogeno, il gas più diffuso dell’universo? Che siamo fatti dello stesso elemento? Arrivati alla soglia di queste evidenze, non è meglio applaudire il capomastro?

E via così, attraverso il tema della famiglia, delle donne, della vita privata fino alla letteratura e al mestiere di scrittore.

E’ un’immagine curiosa, quella che viene fuori dal ritratto del figlio che ne fa Erri De Luca. Inevitabilmente, ci si domanda di che genere: se sia uno di quei figli della notte, idealizzati, immaginati come li immagina la madre quando ancora stanno nella pancia. O se Erri De Luca se lo figuri come una (brutta?) copia di se stesso, meno intransigente, meno polarizzato, più addentro nelle cose del mondo, più integrato – e per questo meno corroso, più …felice, verrebbe da osare.

Il figlio (perché poi, declinato al maschile? Questo domanderei, all’autore – se abbia mai pensato a una donna, se poi abbia accantonato l’ipotesi, se non ci abbia nemmeno fatto caso, all’idea – chi lo sa) sono i dubbi che vengono a visitarci di notte. “Succede in una sera d’inverno a uno che sbanda tra un’epoca passata e un frattempo presente”. Succede a un padre che china il capo e permette ai bambini di guardarlo negli occhi, succede a una madre nel mezzo delle sue insicurezze, nel tornado dei sentimenti che si accavallano subito dopo la nascita del primogenito quando ancora nel letto di ospedale, con la creatura in braccio, si domanda ce la farò, condannandosi automaticamente al senso di colpa. Come finirà, forse nessuno lo può sapere. E’ un lancio di dadi.

“Non conosco questa gioventù e per difetto mio non la riconosco simile a nessuna del passato.

Aspetti da loro un calco della tua

No, mi aspetto un’arroganza nuova, che non sia guapperia verso il più debole. Mi aspetto verbi all’imperativo, un atto di dolore. Non li vedo piangere neanche al cinema.

Che stai facendo? Scrolli il capo, disapprovi? Fruga invece nei crepacci, nelle fenditure, nei talloni dove c’è la spinta a sollevarsi sulle punte. Si allenano in disparte a inaugurare un tempo di ripensamenti” (p87-88)

“Tieniti le immagini e fai finta di credere alle cose che dici. Sei uno che racconta storie, ma non a chiunque. Le racconti a chi le vuol sentire” (p120)

Buona lettura 🙂

Note: si ringrazia Feltrinelli Editore per l’invio del volume.

(*) se così si può ancora chiamare – io lo faccio: amo il rischio.

“Foliage – vagabondare in autunno”, di Duccio Demetrio

 

foliage

“L’autunno è allegoria infatti delle inquietudini che non rinunciano a conoscerne altre, ad amarle nonostante tutto. I colori smaglianti degli alberi, in dissolvenza, invitano al piacere e al privilegio di goderne la bellezza: l’insorgere del bisogno di ripensare al cammino intrapreso, non voltandogli per timore le spalle, genera voglia di scriverne; l’attesa del vino e dell’olio nuovi riaccende ancestrali echi dionisiaci, sensi e umori assopitisi” (p44)

Di “Foliage” si apprezza tutto: per primo l’oggetto-libro in sé, con i risguardi decorati e la qualità della carta. Poi, a sfogliarlo una prima volta, colpisce l’alternanza della poesia alla prosa, con citazioni da Adriana Zarri, Giorgio Caproni, Ermanno Olmi, Virgilio, Mimnermo, Holderlin, Calvino, Thoreau, Vivian Lamarque e tanti altri. E di seguito l’apparato iconografico con riproduzioni di Schiele, Van Gogh, Klimt, Mondrian, Gauguin, Pissarro, Sisley… in un tripudio di rossi, gialli, marroni e blu scuri. Infine, di “Foliage”, stupisce questa sua sostanza di controcanto: un lungo viaggio interiore, che può essere di “viandante, flaneur, pellegrino o vagabondante” (capitolo 6: “Di radura in radura – verso sentieri interrotti e reveries” p159-205), nel cuore della stagione più difficile da raccontare e più facile da essere fraintesa, l’autunno.

“Ci siamo imbattuti in un tempo ora quasi sfacciato per la vividezza dei colori che soltanto per pochi giorni ci possono entusiasmare; ora, all’opposto, caliginoso, cupo, sempre più desolato che smaschera, contrastandole, le belle promesse del foliage. (…) Difficile è raccontare l’autunno in una sua supposta unitarietà di manifestazioni (…). E’ un tempo in continua metamorfosi. (…) In relazione alla doppia presenza, incalzante, sia di motivi dolenti riconducibili ai passaggi naturali e umani che conducono verso la fine, la morte, il declino: sia di motivi rallegranti che annunciano nuovi inizi, ritorni, attese motivate da cicli che si chiudono, da addii inevitabili” (p238-239)

20181021_2139251

La verità è che dell’autunno spesso si tende a seguire ormai un’immagine stereotipata, frutto di una progressiva semplificazione della complessità intrinseca di questa stagione i cui archetipi giungono a noi sin dalle origini dell’umanità, e a “vederne il peggio” (p241): “non si ricordavano né la vendemmia né la raccolta di frutti ma solo le prime nebbie, il declinare del sole, l’accorciarsi del giorno e, naturalmente, il cadere delle foglie” (p241-242). Dimenticandosi forse che “nessuna stagione delle quattro rappresenta il tempo del commiato come l’autunno; il tempo della presa di coscienza della sua irreversibilità temporale, se inteso come durata; dei bilanci esistenziali necessari a dar senso morale alla propria vita” (p243).

La sostanza, e il punto di partenza dell’autore* in “Foliage”, sta proprio qui: nell’invitare il lettore ad andare oltre; “Oltre ogni addio smagliante dalle tonalità accese e folgoranti, tanto più tali quando quei colori assomigliano a un requiem senza parole che ci rifiutiamo di ascoltare. Per paura, superficialità, insipienza, edonismi soltanto primaverili ed estivi” (p243-244).

“Quando pare proprio che simili giornate – per un verso – vogliano, con quanto possono offrirci, consolarci; per l’altro, pare ci incitino a non approfittare soltanto delle sollecitazioni piacevoli di un presente dedito a esorcizzare l’autunno con riti di rimozione, in un tempo lontano, dionisiaci e sacrali. La fuga dall’autunno, all’insegna della ricerca dell’ultima spiaggia, dell’ultimo sole, degli ultimi godimenti, è illudersi di riuscire a superare i fantasmi e i traumi che le sue atmosfere, le poesie che l’hanno mestamente celebrato, i suoi pallori che dilagano nel mondo hanno prodotto in noi contagiando l’animo nostro. Ciò accade ogni volta sia inevitabile confrontarci con l’ineluttabile, con quelle tristezze che sarebbe preoccupante – e un peccato – non ci pervadessero nemmeno in questa stagione” (p244)

20181021_213953

Insomma, bisogna procedere con accortezza, seguendo passo passo il lavoro filosofico di Duccio Demetrio che attraverso l’analisi dei topoi dell’autunno, della letteratura che ce lo propone in ogni forma, dell’arte figurativa che da tempi immemori lo riproduce e pensiero filosofico che da sempre ne ha discusso, offre di questa “Quinta Stagione” una versione si oserebbe dire quasi inedita, se non fosse che inedita non è per nulla, essendo piuttosto un recupero di ciò che era agli albori della riflessione.

“(…) il rapimento estatico, ai confini della percezione del sacro, può creare sensazioni momentanee di pacificazione che rischiano di rivelarsi ingenue. La relazione con il cosmo non può – se andiamo cercando verità e non emozioni pacificanti – che attuarsi invece all’insegna dell’inquietudine inestirpabile dinanzi alla grandiosità del tremendum dell’incessante divenire cosmico. La bellezza che tale senso di appartenenza, nella sua universalità, non possiamo non avvertire, equivale alla percezione del meraviglioso che va compreso anche nella sua forza distruttiva. Appunto per nulla rasserenante né consolatoria”

Buona lettura 🙂

*già professore di Filosofia dell’educazione e di Teorie e pratiche della narrazione, ora direttore scientifico della Libera università dell’Autobiografia di Anghiari e di “Accademia del silenzio”. Si occupa di pedagogia sociale, educazione interculturale ed epistemologia della conoscenza in età adulta.

Nota a margine: più andavo avanti nella lettura di “Foliage” e più pensavo alla famosa frase del Giovane Holden: “Quelli che mi lasciano proprio senza fiato sono i libri che quando li hai finiti di leggere e tutto quel che segue vorresti che l’autore fosse un tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira”. Ecco va detto, io alla fine sono qui, che brucio e veramente mi struggo perché non vorrei fare altro se non domandare all’autore cosa ne pensi del fenomeno del “cozy”. Giuro. Il cozy – atteggiamento che io personalmente ho sempre faticato molto a comprendere e percepito come “autolimitante”. Forse grazie a “Foliage” ho ricevuto l’illuminazione, e capito il perché. 

#Paesologia: (1) “Vento forte tra Lacedonia e Candela”, di Franco Arminio – e altre storie

“Sono venuto qui proprio per le cose che non ci sono. In fondo le delusioni, le mancanze, sono le stampelle a cui si sorregge la mia scrittura” 

“Se la poesia è la scienza del dettaglio, direi che la poesia oggi attecchisce meglio dove il mondo è più spoglio”

Quest’estate è passata tra frammenti di letture, troppi pensieri, carrozze gelide di treni a lunga percorrenza, viaggi in macchina nel silenzio di tangenziali torride. Per certi versi, quest’estate non l’ho neppure vista: mi è passata attraverso, con il cielo bianco di Milano e la densità dell’aria – quella collosa che viene su dall’asfalto, alle cinque di pomeriggio fuori dall’ufficio, e quella ghiacciata di cui i colleghi della Bay Area pare che proprio non possano fare a meno. C’è stata la mia incapacità di madre dal cuore di burro a gestire le videochiamate con Skype e l’idiosincrasia nei confronti della casa silenziosa, degli stendibiancheria liberi e del tempo vuoto che quando non c’è lo vorresti e poi quando te lo ritrovi in mano non sai cosa farne.

Io ho provato a fotografarlo, questo tempo vuoto, perché non potevo pensare di averlo ma lasciarlo inutilizzato. Se non riesci a viverlo – mi son detta – almeno forse potresti ricordarlo. Poi, è andata a finire che foto dopo foto ho provato a metterlo su Instagram questo tempo vuoto, non tutto ma tanta parte. A volte l’ho commentato, altre volte anche no perché mi pareva che si commentasse da solo – e poi io a scrivere didascalie non sono mai stata brava.  

Uno dei percorsi che mi sono ritrovata a fare, nella fotografia e nella lettura, è stato quello della paesologia. Che in sé non ha bisogno di presentazioni, specie se si parla di Franco Arminio. La verità forse – ma l’ho capito solo più tardi – è che avevo bisogno di poesia. Ma siccome io e la poesia andiamo poco d’accordo, avevo bisogno di qualcuno che questa poesia me la spiegasse in qualche modo, me la facesse incontrare e ci presentasse a metà strada, come quando la tua amica ti fa conoscere un ragazzo che potrebbe piacerti e vi date un appuntamento in un caffè, una cosa veloce perché poi viene una certa e devo scappare, l’alibi che ci aspetta dietro l’angolo.

In fin dei conti, la magia dei libri è un po’ questa: il potere curativo di alcune letture che arrivano per caso ma poi alla fine non si sa quanto a caso. 

vento

“Forse è il tempo che gli scrittori lascino le città e prendano la via delle montagne e dei posti sperduti. Da questo volontario esilio rispetto alle città-garage potrebbe nascere un nuovo umanesimo in cui l’uomo capisca di essere un animale tra altri animali e non l’ingorda creatura che si sta mangiando il pianeta”

bianco e nero

“Una volta c’era più allegria, una volta c’era più gente. Il tappeto su cui sono disegnati questi ragionamenti è sempre il rimpianto. Nei paesi non ci sono molte ipotesi sul futuro. Sembra che il futuro sia bandito. Tutto è avvitato nella mestizia del presente e nella fantasia del passato. Fantasticare è in genere un’attività rivolta al futuro. Invece nei paesi si fantastica sul passato”

porta

“La paesologia non si occupa di chi parte ma di chi resta. È la disciplina che segue chi non avanza a vele spiegate, ma chi inciampa, chi sente la vita che si guasta giorno per giorno, paese per paese”

 

finestra

“Per questo i paesani che pensano di cavarsela introducendo nella loro vita le uscite tipiche dei metropolitani fanno un errore piuttosto grave: basta tornare dopo due giorni di assenza, basta dormire una notte fuori ed ecco che il luogo natio ti appare assai più mesto di come lo percepisci normalmente.
Andare in un paese è come andare a teatro, un teatro a cielo aperto, con la recita muta dei muri, dei lampioni, delle porte chiuse, con gli sguardi dei vecchi, con le loro parole che nessuno più ascolta, e poi un gatto che attraversa la strada, una macchina parcheggiata: tutte cose singole e spaiate che s’impongono all’attenzione perché non sai che fare, non puoi stordirti con la patina dell’eccezionale”

porta 2

È che lì non ci sono piazze, perché la piazza d’una volta era la stalla, il luogo più caldo. E non ci sono panchine, forse perché la gente non ha l’attitudine mediterranea ad oziare en plein air. Quando si esce è sempre per fare qualcosa. Qui non s’improvvisa nulla. L’ozio, se c’è, è clandestino. Tetra pazienza di restare qui / a morire in casa o lavorando: / non ci sono panchine, / il Nord calvinista quando sta fuori è in piedi”

bianco e nero 2

Forse un giorno non lontano sarà evidente che l’irrealtà con cui abbiamo svuotato il mondo e noi stessi può essere sconfittatornando a vivere in luoghi dimessi e appartati, tornando ad accumulare giornate bianche, giornate in cui accade poco, ma quel poco che accade non svanisce nella girandola che c’è adesso”

Buona lettura 🙂

“Loop”, di Simon Stalenhag (trad. Luca Di Maio)

loop

Prestate attenzione a “Loop” – perché è un condensatore di incubi. Qualcuno può pensarla diversamente e affrontarlo con leggerezza; eppure, “Loop” è anche altro.

Parte del fascino di questa graphic-novel, che in realtà è un ibrido a metà strada tra la fiction distopica, il reportage d’invenzione e un silent-book, passa attraverso il meccanismo di immedesimazione che è per molti, ma non per tutti. I più giovani apprezzeranno la qualità delle tavole, l’abilità dell’autore e la trama di una narrazione avvincente che strizza l’occhio alle mode del momento (Twin Peaks, Stranger Things, The Dark). I meno giovani si troveranno di fronte a un magnifico horror apocalittico che tenterà con tutte le forze di portare in superficie tutti quei ricordi di infanzia che si credevano, o si speravano, ormai sotterrati nell’oblio della dimenticanza.

La realtà distopica dipinta dal visionario Stalenhag è un’architettura complessa di piani temporali in cui il presente – attuale, in background – è un mero strumento di recupero di un passato non privo di attrattive (i primi anni ’80) all’interno del quale un gruppo di bambini vive una realtà quotidiana permeata da elementi ancora più remoti, risalenti agli anni Cinquanta. Le commistioni sono moltissime, stratificate, e il fascino per due periodi storici così complessi se per i più giovani ha il sapore di una ri-contestualizzazione fedele e coinvolgente, per i meno giovani acquista un senso diverso, più incline alla malinconia e al sentimento un poco opprimente delle cose perdute.

loop1

“Loop” per noi meno giovani è tornare all’infanzia, specie se vissuta nei campi, nelle periferie, in un paese piccolo dalle attrattive limitate e dall’economia non particolarmente florida. E’ fare i conti con una realtà modesta, con la scarsezza di mezzi pratici, con famiglie all’interno delle quali le difficoltà quotidiane, legate alla durezza fisica di un mestiere pesante, corrompono i sentimenti. Se da una parte qualcuno apprezzerà i rimandi a Sonic The Hedgehog e a Godzilla, dall’altra qualcun altro non farà altro che notare l’ambientazione wilderness, la quotidianità di bambini avvezzi a stare all’aperto e divertirsi col poco che offre l’ambiente, le difficoltà nel rapporto con le figure istituzionali, specie nella scuola, l’impegno indefesso dei genitori nel tentativo di superare lo scarto generazionale, psicologico, culturale ed economico che divide la realtà del cosiddetto boom economico da quella precedente, figlia del periodo post-bellico e della guerra fredda; e l’ingenuità con cui gli adulti, in nome di un progresso che pareva del tutto positivo e inarrestabile, abbracciava acriticamente qualsiasi novità tecnologica e industriale venisse suggerita e proposta, dall’eternit all’atomo.

loop2

Naturalmente a ciò si deve aggiungere il tema distopico che non manca di spunti interessanti: l’utilizzo mal governato di tecniche di fatto sconosciute, l’inquinamento ambientale, la critica sociale e il romanzo di formazione.

Leggendo “Loop” insomma noi adulti di una certa età anagrafica ci ritroviamo ancora lì, col sedere poggiato sulla polveriera del nostro passato: ancora una volta bambini insicuri, incastrati dentro un mondo nuovo ed estraneo che nemmeno i nostri genitori erano in grado di comprendere ma a cui, in nome di schemi precostituiti che pareva irriverente non rispettare, era necessario affidarsi. Un’ingenuità appena venata di dubbio che ci riporta con inquietudine, amarezza e un pizzico di nostalgia a un’età, e una realtà, molto diversa da quella attuale.

Buona lettura 🙂

Note:

  1. La curiosa storia di come ho scoperto Simon Stalenhag l’ho raccontata qui sul blog (il mistero dei libri che chiamano altri libri: in questo caso si tratta di una… partita di poker on line) e anche su IG, negli highlight con tag #percorsi
  2. Restiamo in attesa di “Things from the Flood” (il seguito di “Loop”), uscito a gennaio 2017 e ancora inedito in Italia.

“Il libro del mare”, di Morten A. Stroksnes (trad. di Francesco Felici)

mare

“Abbiamo mappato il globo e non riempiamo più le macchie bianche con strani mostri o animali fantastici creati dalla nostra fantasia. Ma forse dovremmo. Perché la vita sul pianeta è ben lungi dalla sua completa rivelazione. Poco meno di due milioni di specie animali sono state finora descritte dalla scienza, ma i biologi stimano che al mondo esistano in totale circa dieci milioni di organismi pluricellulari. Le scoperte più grandi aspettano in mare” (p21)

“Tra di noi non è quasi mai opprimente, il silenzio. E questa è una buona definizione, di amicizia, non peggiore di altre” (p237)

Prendete un poliedrico artista norvegese. Pittore, scultore, perfino musicista. Uno che, in spregio alla lunga trazione familiare che li voleva tutti pescatori nell’Artico, figli nipoti e pronipoti, appena adolescente si iscrive a una prestigiosa accademia di design, ne viene fuori col massimo dei voti e per i successivi 30 anni non fa quasi nient’altro se non esporre le proprie installazioni nelle gallerie internazionali più quotate.

Poi mettetegli accanto il suo migliore amico, quello della giovinezza, che nel frattempo ha studiato ed è diventato un acclamato autore internazionale di longform, saggi e reportage letterari.

Bene. Prendete questi due bizzarri individui – che di casa stanno nelle Loften, tra i fiordi norvegesi – dotateli di un po’ di tempo libero, issateli su un piccolo e scalcagnato gommone, dategli in mano una catena da pesca, quattrocento metri di lenza di nylon, ami in acciaio inossidabile lunghi più di venti centimetri, una carcassa di vacca putrefatta come esca e lanciateli alla caccia del Grande Squalo della Groenlandia, un bestione preistorico quasi completamente cieco, che può vivere anche 400 anni, dalle carni tossiche perché contenenti urea e che risulta essere a oggi il più grosso squalo carnivoro del mondo, date le dimensioni.

No, non è la rivisitazione horror di “Three Men in a Boat (To Say Nothing of the Dog)” ma poco ci manca.

Hugo Aasjord (1955) è cresciuto e vive tra le isole Lofoten e il distretto di Steigen. Le sue opere sono per lo più di carattere astratto ma conservano ben evidenti le tracce della materia da cui trae continua ispirazione: i paesaggi della costa norvegese, la natura che circonda le aree costiere, la luce che permea la terra e soprattutto il mare. Parte della storia di Aasjord e della sua famiglia – tra cui l’ultimo suo progetto, il restauro autogestito dell’“Aasjordbruket”, lo stabilimento per il trattamento del pesce che era di proprietà della sua famiglia al fine di trasformarlo in uno spazio espositivo polifunzionale, comprensivo di stanze per il pernottamento e ristorante – è raccontata da uno dei suoi più cari amici, lo scrittore e giornalista Morten A. Stroksnes (1965), nelle pagine di “Shark Drunk: The Art of Catching a Large Shark from a Tiny Rubber Dinghy in a Big Ocean Through Four Seasons” (suona più o meno così la traduzione inglese dal Norvegese “Havboka – eller Kunsten å fange en kjempehai fra en gummibåt på et stort hav gjennom fire årstider”). 

Il volume, vincitore nel 2015 del Brage Prize e del Norvegian Critics Prize for Literature e in corso di pubblicazione in ben 21 Paesi, l’anno scorso è uscito anche in Italia, per Iperborea, con il titolo “Il libro del mare – come andare a pesca di uno squalo gigante con un piccolo gommone su un vasto mare” ed è un fantastico, incredibile, stupefacente zibaldone di cose marinaresche.

Per mezzo di uno stream of consciousness sgangherato ovviamente soltanto all’apparenza, Stroksnes procede seguendo proprio le orme di Jerome K. Jerome: le spedizioni che i due amici intraprendono alla ricerca del malefico pescione (ogni riferimento al capitano Ahab è ovviamente puro caso) si trasformano ben presto in pretesti, più o meno concreti, per prendere il largo, abbandonarsi alla Natura, cazzeggiare, riflettere di ecologia e riscaldamento globale, raccontarsi aneddoti e vecchie storie di famiglia, fare progetti a lungo termine, bere un po’ di più del consentito, ritrovare lo spirito dell’avventura, discutere, bisticciare. Con un’unica differenza: che se George ed Harris pagaiavano dolcemente da una riva all’altra del Tamigi, immersi nell’Austeniana campagna inglese, qui abbiamo a che fare con il Circolo Polare Artico; il che vuol dire mare aperto, tempeste improvvise, onde massicce come mura di pietra, qualche grado sottozero, mostri marini dalle svariate tonnellate di peso e, talvolta, possibilità più che concrete di non riuscire a recuperare la rotta verso casa.

“Il libro del mare” è un libro coltissimo, dalla bibliografia sterminata (che Stroksnes si pregia di inserire tutta in appendice, Dio lo abbia in gloria). Le digressioni sono immense – a opera del “protagonista” Stroksnes – e toccano i più svariati argomenti: trattati di biologia marina, dissertazioni di cartografia, vicende storiche, narrazioni di miti e leggende nordiche. A bilanciare le pagine dotte stanno poi i racconti di Hugo, riportati sempre da Stroksnes, che puntano sulla dimensione intima, personale dei ricordi delle avventure in mare vissute da bambino, quando il pittore accompagnava il padre e i fratelli, o sulle coinvolgenti “storie di pesca” tramandate da generazioni, invischiate di iperboli e superstizioni popolari, ma anche sull’esperienza della pesca in sé – a testimoniare di quanto la vita sul mare abbia permeato il vissuto del pittore nonostante egli se ne sia professionalmente allontanato in giovane età – che mi hanno fatto pensare alle digressioni omeriche sul “come fare”: quella parte dei poemi omerici che, attraverso il canto a uso didascalico, tenevano viva in tutto il mondo greco percorso dagli aedi, dalle corti degli aristocratici alle feste di popolo, la conoscenza dei mestieri: come costruire una barca, come dipingere uno scudo, come intagliare il legno o la pietra.

“Nansen scrisse anche degli iperborei. Secondo la mitologia greca questo popolo viveva *a nord del vento del nord*, in prossimità del mare più settentrionale, dove le stelle andavano a riposarsi e la luna era così vicina che si potevano vedere i dettagli della sua superficie. Gli iperborei potevano mettersi in testa di invitare il dio Apollo a una danza o a una cena. Qualcuno sosteneva che nella loro terra ci fosse un tempio enorme a forma di sfera che fluttuava a mezz’aria, sostenuto dai venti. Gli iperborei erano anche molto musicali, e passavano la maggior parte della giornata suonando il flauto e la lira. Non conoscevano né guerra né ingiustizia, non invecchiavano mai né si ammalavano. Erano, in altre parole, immortali. Quando si stancavano della vita, si buttavano da una scogliera, con ghirlande tra i capelli. Thule, gli iperborei e altre misteriose fantasie sul Nord non sono caratterizzate dalla desolazione, ma da bellezza, purezza, quiete – e da una grande nostalgia per tutto questo. Il Nord sconosciuto era una sorta di riserva o rifugio per qualcosa di elevato, qualcosa di cui noi non potevamo godere, qualcosa di virginale e puro – in un certo senso di immacolato” (p227-228)

“Il libro del mare” è opera di autentico New Nature Writing perché è il racconto, indiscutibilmente personale e lirico, di un’amicizia profonda e duratura – che si sviluppa nel tempo e come tutte le amicizie vere affronta gli alti e i bassi delle circostanze individuali misurando il proprio valore non in giorni ma in anni – racconto che viene inserito all’interno di un contesto prettamente wilderness. Ma è anche un esempio di ciò che al momento la narrative non-fiction può fare per venire incontro a un pubblico di lettori alla ricerca di una saggistica nuova, che porti in sé una facilità di esposizione al di là dell’accademia ma che, di contro, non scada né in raffinatezza di forma né in qualità di contenuti.

Ovviamente non vi starò a raccontare come è finita con lo squalo della Groenlandia. Per saperlo dovrete leggere “Il libro del mare” sino alla fine.

Buona lettura 🙂

20180725_110937

“La casa sull’estuario”, di Daphne du Maurier (trad. di Maria Napolitano Martone) #EstateconADC

estuario nuovo

The House on the Strand” è uno dei miei libri del cuore. Il perché sia tornato a casa solo ora, e dopo tanti anni, è uno di quei misteri che riguardano le mie letture: inutile credere di poterne venire a capo.

Se proprio volessimo approfondire, potrei dirvi che lo lessi nella primavera dei miei 12 anni. Ci spesi sopra due pomeriggi che trascorsi in soggiorno, spiaggiata sul nostro rigido e scomodissimo divano color castagna; intanto, fuori dalla finestra, la fine di aprile era incarognita da una pioggia insistente e fredda.

Di quei due giorni mi ricordo il momento in cui scovai quel volume ancora intonso nella libreria dei miei genitori, tra i tanti che facevano parte di una selezione del “Club degli editori” a cui ci si era abbonati all’epoca. E l’insindacabile bruttezza della copertina spingeva a guardarci dentro, per paradosso e puro atto di ribellione preadolescenziale.

estuario old

Mi ricordo che la camera da letto dei miei genitori era luminosa ma poco accogliente, perché i termosifoni erano già spenti ma la temperatura non certo primaverile; e che la sveglia sul comodino di mia mamma, un parallelepipedo tozzo, simile a un grosso sapone di cioccolato con le lancette fosforescenti (ebbene sì, in casa mia era tutto marrone, ne avevamo di ogni nuance, purtroppo), segnava le due e trentacinque del pomeriggio. Mi ricordo che quando cominciai a leggere, piantata nel corridoio che faceva da anticamera alle stanze da letto, fui assalita da un terrore così assurdo e potente che l’unica cosa che riuscii a pensare fu che quel libro lo dovevo finire il più in fretta possibile e poi rimetterlo lì, da dove era venuto. Di lasciarlo da parte a priori, ovviamente, nemmeno a discuterne.

La casa sull’estuario” – di Daphne du Maurier, pubblicato nel 1969 – ebbe su di me l’effetto dirompente di un primo contatto: fu il mio primo viaggio nel tempo, il mio primo incontro con un certo modo di scrivere di Natura e di wilderness. Un primo, piccolissimo passo verso il mistero del new-weird. La consapevolezza, per la prima volta, che certi libri inevitabilmente si leggono e poi si perdono, specie se ci sono di mezzo tre traslochi, due città e un matrimonio.

“Le prime cose che notai furono l’aria cristallina e il verde netto della campagna, senza mezze tinte o sfumature morbide. Invece di fondersi col cielo, le colline lontane si stagliavano come rocce, così vicine da poterle quasi toccare, dandomi quel senso di sorpresa e meraviglia che prova un bambino guardando per la prima volta in un telescopio. Anche più da vicino tutto aveva la stessa durezza quasi metallica: l’erba si divideva in singoli steli scaturendo da un suolo più giovane e aspro di quello che conoscevo” (pag.9)

“La marea era bassa, il canale stretto, e ai due lati del nastro azzurro dell’acqua si stendevano strisce di sabbia affollate da ogni sorta di uccelli acquatici che s’immergevano o saltellavano intorno alle pozzanghere lasciate dalla marea che si era ritirata” (pag.130)

“Nevicava. I fiocchi morbidi mi piovevano sulla testa e le mani, e tutt’intorno a me il mondo era diventato a un tratto bianco, senza più erbe estive rigogliose e verdi, e filari di alberi. (…) Faceva un freddo aspro, non la tormenta rapida, tagliente, che spazza le cime, ma il freddo stagnante e umido di una valle dove nell’inverno non penetravano sole o venti purificatori” (pag.235)

Però poi, all’improvviso, ne trovo in libreria l’edizione appena pubblicata da Neri Pozza – Beat: la meraviglia che può venire dalle parole scritte non smette mai di appassionarmi.

Cornovaglia, estate, anni ’60.

Dick Young è un quarantenne insoddisfatto. Si è appena licenziato dalla prestigiosa casa editrice londinese presso cui lavorava da più di vent’anni perché stanco di certi ritmi lavorativi, delle grosse responsabilità che gli vengono affidate e dell’ambiente editoriale.

La moglie Vita tuttavia, (americana ambiziosa, vedova in seconde nozze, due figli ormai grandicelli – nomen omen), vorrebbe convincerlo ad accettare l’impiego offerto dal di lei fratello: lavorare nella parimenti prestigiosa impresa editoriale di famiglia, così da trasferirsi tutti felicemente a New York.

“Lei si girò per affrontarmi nella posa classica della moglie oltraggiata, con una mano sul fianco, una sigaretta nell’altra, stringendo gli occhi nel viso gelido” (pag.139)

Dick prende tempo: il trasferimento non lo entusiasma ma il colpo di testa è stato fatto e ora le alternative non sono molte. Braccato dalla pressioni che sta ricevendo in famiglia, accetta l’invito del suo amico storico dei tempi dell’università, Magnus Lane, diventato nel frattempo uno stimato professore e ricercatore di biofisica, per trascorrere qualche settimana estiva nel cottage della famiglia Lane in Cornovaglia, dalle parti del borgo di Kilmarth.

Peccato che l’invito non sia del tutto disinteressato. Il professor Lane infatti, personaggio di indubbio carisma e di pari furbizia, utilizza il proprio ascendente su Dick per convincerlo a portare avanti alcuni esperimenti nel laboratorio sotterraneo alla cascina. Tra teste di scimmia in formaldeide, alambicchi, cadaveri di animali utilizzati come cavie e boccette di erbe magiche, Dick dovrà testare su se stesso una pozione misteriosa, quasi una droga, che ha la capacità di aprire varchi temporali sul passato medioevale della zona, in special modo sulle vicende delle famiglie di proprietari terrieri Champernoune, Carminowe e Bodrugan.

E lo dovrà fare prima che Vita e i ragazzi raggiungano il cottage per trascorrere insieme il resto delle vacanze. Ma non tutto, ovviamente, andrà come previsto.

“Scesi questa scala e girai la chiave della porta. Il laboratorio non aveva affatto un aspetto clinico. Accanto al vecchio lavandino, sempre al suo posto sul lastricato di pietra, sotto una finestrella a grata, c’era un camino, con uno di quei forni d’argilla che si usavano anticamente per cuocere il pane, contenuto nello spessore del muro. Dal soffitto coperto di ragnatele pendevano ancora gli uncini arrugginiti ai quali venivano probabilmente attaccati una volta carni salate e prosciutti. Magnus aveva disposto i suoi strani esemplari sugli scaffali fissati al muro. Alcuni erano scheletri, altri erano ancora intatti, conservati in una soluzione chimica che li aveva sbiancati.. Non riuscii a decidere che cosa fossero esattamente, se embrioni di gatti o topi. I due soli esemplari che riconobbi, erano la testa di scimmia, dal teschio lucido, perfettamente conservato, simile al cranio calvo di un minuscolo feto umano, cogli occhi chiusi, e accanto un’altra testa di scimmia, da cui era stato asportato il cervello e che si trovava in un barattolo di vetro scurito dalla soluzioni salina in cui era immerso. In altri barattoli e bottiglie c’erano funghi, piante ed erbe con tentacoli mostruosi e foglie sottili e ricurve come lingue” (pag.29)

Discutere sul fascino della scrittura di Daphne Du Maurier sarebbe ridondante. Basti sapere che “La casa sull’estuario” ha in sé tutte le caratteristiche tecniche e tematiche che contraddistinguono le opere di questa poliedrica autrice. L’accuratezza per un’ambientazione coeva affascinante, l’estremo acume con cui vengono tratteggiate le figure femminili (una su tutte, la femme fatale Vita, intelligenza vigile e scattante, agghindata con gonne a tubo, guanti da viaggio, rossetti scarlatti, fumo di sigaretta e generosi bicchieri di gin-tonic), il gusto per la rappresentazione gotica e non ultimo l’interesse per il rapporto tra l’Uomo e la Natura (che di certo all’uomo non è sempre favorevole, basti pensare a “The Birds“, ovviamente).

Prendetevi del tempo per leggere “La casa sull’estuario”. Luglio è il momento perfetto. Non sarà una lettura facile per il semplice fatto che ormai non siamo più abituati a un certo tipo di scrittura che ha tutto tranne che un’impronta cinematografica. Le pagine scorrono lente, in un continuo alternarsi di salti temporali ricchi di personaggi, note, riferimenti.

Ma Daphne du Maurier ha il dono di penetrare nelle cose, come se riuscisse sempre a scattare fotografie in cui una lievissima sovraesposizione riesce a evidenziare dettagli altrimenti invisibili. E poi c’è la paura più pura, quella che viene dal noir e certe atmosfere gotiche che la du Maurier riesce a evocare, a tirar fuori a forza da un passato inglese profondissimo. Quasi come se, in quel passato, lei stessa ci avesse messo piede, in un modo o nell’altro.

Buona lettura 🙂

Nota: in un mondo in cui ultimamente tutti si propongono come “traduttori” basta che abbiano fatto il linguistico e vissuto per un paio di anni in un qualunque paese anglosassone, vi invito a dare un’occhiata alla biografia di Maria Napolitano Martone.

“Borne”, di Jeff VanDerMeer (trad. di Vincenzo Latronico)

borne

“Avvicinandomi fui investita da un fiotto di odore salmastro e per un attimo sparì la città in rovine tutt’intorno a me, sparì la ricerca incessante di acqua e di cibo, sparirono le bande di razziatori e le creature modificate evase da chissà dove, con chissà quale intenzione. Sparirono i cadaveri mutili e combusti impiccati ai lampioni spezzati. Per un rischiosissimo istante, invece, sentii che quella cosa che avevo trovato veniva dalle calette sabbiose della mia infanzia, così tanto tempo prima che arrivassi in città. Distinguevo la nota di fiori essiccati nel profumo di sale, avvertivo la brezza, riconoscevo il fresco dell’acqua che si increspava a ogni passo. Le ore interminabili a raccogliere conchiglie, la voce roca di mio padre, la cantilena squillante di mia madre” (pag.5)

La verità è che “Borne” è una storia più tradizionale di quello che potremmo pensare. E se la considerassimo soltanto una fiction di fantascienza faremmo un grave errore.

A me pare che l’avventura della cercarifiuti Rachel, che a un certo punto si imbatte nel trovatello e neonato Borne, sia prima di tutto una riflessione sulla famiglia e sul ruolo che hanno i genitori all’interno delle dinamiche comunicative della famiglia stessa; e anche sulla responsabilità educativa che ciascuno di noi, in qualità di adulto, ha il dovere di prendere su di sé nel caso in cui si trovi ad avere a che fare con chi – figlio proprio oppure no – del mondo dell’infanzia fa ancora parte.

Abbiamo già parlato di come la fantascienza contemporanea stia cercando di riguardagnare un po’ di quello spazio che aveva perduto. Jeff VanDerMeer è uno degli esponenti di questo rinnovamento che se da una parte si impegna a recuperare il passato distopico pre-hitech da Silicon Valley (della questione ne ha parlato ad esempio Christian Raimo, qui) dall’altra non abbandona di certo la tensione verso la critica sociale che da sempre ha caratterizzato questo sotto-genere della fantascienza – ma rileggendone i canoni e riadattandoli alla realtà attuale.

“Erano quelle le ciminiere che avevano sterminato questa parte di mondo. Erano state quelle le catene di montaggio che ci avevano ingozzati di prodotti inutili che eravamo addestrati a bramare” (pag.99)

Credo che quindi non occorra stupirsi troppo del fatto che questa nuova prova di Jeff VanDerMeer, autoconclusiva stavolta (e ricordiamoci ciò che dicevamo recentemente sul declino della scifi seriale) non si focalizzi sulla dinamica extraterrestre come accaduto per la “Southern Reach Trilogy” ma sulle realtà alternative di cui l’essere umano è l’unico artefice, con riguardo particolare a tutto quello che concerne la manipolazione genetica e la creazione di nuove forme di vita bio-tec. Le quali poi, inevitabilmente, riescono a sfuggire al controllo del loro creatore.

Le realtà in cui Jeff VanDerMeer ci ha abituato non sono costituite da mondi lontani a cui arrivare attraverso l’esplorazione dello spazio profondo. Non è la distanza siderale, a interessarlo, non lo è mai stata, quanto al contrario il concetto di prossimità, l’assoluta permeabilità delle dimensioni (malgrado i nostri sforzi per mantenerle nettamente divise). E se nella “Southern Reach Trilogy” questa incapacità di limitare i confini si esemplificava nella assoluta impossibilità di individuare le “porte di accesso” (e di uscita) di un fenomeno altro, in continua espansione (esterna e interna), in “Borne” essa è rappresentata dalla presenza ossessiva, sempre in background, dell’elemento distopico delle “vasche di contenimento“, una sorta di brodo primordiale creato artificialmente dall’uomo (“La Compagnia”) che nel progetto iniziale avrebbe dovuto funzionare da elemento isolante per i risultati degli esperimenti di biotecnologia svolti all’interno della struttura di cui fanno parte.

Ovviamente, ça va sans dire, niente andrà come deve e tutto devierà verso l'(in)immaginabile.

“Pinne morte e branchie tremolanti, vibrazioni disincarnate, sguazzi e fruscii di cose concepite a quattro zampe ma che ne avevano due. Creaturine arricciate come gamberi costrette in piccoli stagni in cui sbocciavano e morivano, sbocciavano e morivano in perpetuo, sempre il medesimo organismo che procreava se stesso. Tossico. Un circuito chiuso. Un brandello di materiale genetico che girava in tondo, che moriva costantemente ma mai del tutto, ma neppure viveva, in fondo. (…)

Era quella la consistenza delle pozze di contenimento che cingevano sia la sede della Compagnia sia la piana desolata, una salina che non era naturale ma un trito di materie plastiche, vetro e metallo. I rifiuti che non potevano o non volevano incenerire. Componeva anche il fondale delle pozze. Lambiva i margini della sede della Compagnia come il caviale gommoso di un pesce industriale. (…) Da lì veniva il colore dei laghi, era per quello che riflettevano ogni colore immaginabile, benché la combinazione risultasse ai nostri occhi di un verde scuro, sotto una certa luce, e azzurro o rosa altrimenti” (pag.280)

Difatti anche Borne è frutto di un esperimento scappato di mano (ma forse no): un’identità cangiante, come a vedere un celenterato mascherato da pianta carnivora o viceversa un tubero più simile a un calamaro che a una patata.

E’ buffo Borne – non certo il figlio immaginato che noi tutte madri ci aspettiamo. E’ prima una pianta da innaffiare, poi un animaletto da sfamare e infine un piccolo umano – o una cosa prossima all’umano – da crescere e da educare. Un figlio che meno biologicamente nostro non potrebbe essere ma un figlio che, come tutti i figli, ci viene consegnato senza il libretto di istruzioni, né sul montaggio, né sull’utilizzo, né sulla manutenzione … né sul futuro che gli sarà destinato. Un figlio che come tutti i figli cresce troppo in fretta e ci costringe a cambiare continuamente i nostri punti di riferimento per adattarli ai suoi; e che a un certo punto prenderà una strada diversa da quella che ci aspettavamo e da quella che sognavamo per lui ma che in qualche modo, inevitabilmente, sarà la sua strada. Un figlio che tuttavia, nel suo diventare adulto, non dimenticherà mai le proprie origini e chi lo ha cresciuto, nutrito ed educato.

“Stavo cercando di essere una brava madre, una buona amica con Borne, così dissi: – Sì, ogni cosa ha uno scopo. E ogni persona ha uno scopo, o lo trova -. O se non altro trova una ragione. – E io sono una persona? disse Borne, con le antenne tese a dimostrare un’attenzione particolare. Non esitai. – Sì, Borne. Certo che sei una persona”. (pag.70)

Gli elementi della fiction distopica stavolta ci sono tutti, diversamente da quanto era accaduto con la “Trilogia dell’Area X”. Abbiamo l’ambientazione post-apocalittica, in cui la parte fondamentale è rappresentata dall’attenzione per i temi dell’ecologia e del wilderness, prima che su scenari industriali o di discendenza cyber-punk. Ambientazioni in cui l’acqua, declinata in tutte le sue forme di archetipo Ballardiano, presenti o assenti, gioca un ruolo fondamentale quale origine primigenia dell’Uomo ed elemento fondante e imprescindibile per la sopravvivenza del genere umano. Abbiamo la critica verso la società del consumo sfrenato, dell’indifferenza verso l’ambiente, della lotta senza esclusione di colpi per il mantenimento di uno status-quo insostenibile.

Questi scenari sconvolgenti, che forse appartengono al pianeta Terra ma forse anche no (e qui sta uno dei nodi del romanzo, di più non si può dire) e che in parte anticipano come sappiamo il mondo che verrà se non cambiamo i paramenti attraverso cui viviamo l’attuale, fanno da contrappunto alla tenerezza di una madre per caso, che accoglie un figlio (forse atteso, forse no) come lo accolgono tutte le madri del mondo: con dubbio e imperizia.

“Ora avrei cominciato a preoccuparmi per lui. Mi sarei preoccupata della sua incolumità, perché non potevo più controllarlo, ma anche se lo avessi controllato non avrei avuto alcuna garanzia di riuscire a tenerlo al sicuro. Mi sarei preoccupata dell’ingenuità della sua fiducia. Mi sarei preoccupata di ogni mancanza” (pag.161)

Borne, come tutti i figli, non dà risposte perché la sua natura di figlio è solo una: quella di porre domande.

“Devo avere la certezza di aver compreso correttamente quei momenti, di aver fatto le scelte giuste. Ma è una certezza che non potrò avere mai” (pag.192)

Allo stesso modo fa Jeff VanDerMeer con questo romanzo, perché se ne guarda bene dal consegnare al lettore una qualsiasi opinione preconcetta sui temi cardine che si è proposto di affrontare: la manipolazione genetica, i nuclei familiari non convenzionali, i cambiamenti climatici, l’ecologia, il capitalismo. Semplicemente, attraverso quello che sa fare – scrivere bene e scrivere di fiction distopica – non fa nient’altro se non parlare di ciò che ormai, volenti o nolenti, fa parte – questa volta sì – della nostra realtà e non di un mondo soltanto immaginato.

La storia della cercarifiuti Rachel è l’esperienza di tutte noi madri. E Borne non è altro che l’innocenza dell’infanzia e della sua fine, quel momento insieme magico e straziante in cui ogni genitore deve prendere per mano il proprio figlio e poi affidarlo al mondo e al destino.

“La cosa che non avrei mai potuto scordare, è che era davvero bello. Era così incredibilmente bello, e non me ne ero mai accorta prima di allora. Nello strano blu oltremare della sera, il fiume schiumava di lilla, oro e arancio fra gli isolotti rocciosi chiazzati di alberi… ed era incredibile. Con quella luce, la Scogliera risplendeva di un colore profondo che era quasi nero ma non del tutto, quasi blu ma non del tutto, irto di ombre solide e fredde. Borne non sapeva che era tutto letale, velenoso, davvero schifoso. Forse per lui non lo era. Forse sarebbe stato in grado di nuotare in quel fiume senza farsi niente. E forse, me ne rendevo conto solo in quel momento, forse fu allora che cominciai ad amarlo. Perché non vedeva il mondo come lo vedevo io” (pag.61)

… e grande apprezzamento per la traduzione di Vincenzo Latronico. Non deve essere stata impresa facile.

Buona lettura 🙂

ps. questa lettura conclude (si fa per dire) quel percorso che ho intrapreso qualche mese fa, forse in maniera un po’ inconscia, di cui ho parlato qui. Di cose da leggere in proposito ce ne sarebbero molte altre ovviamente – ne ho già in mente una di cui parlarvi: spero di riuscire a farlo presto, magari anche su Instagram. Il suo nome è #Loop 🙂

E se volete qualche immagine, di orsi e di astronauti… andate qui: 

https://www.newyorker.com/magazine/2017/04/24/jeff-vandermeer-amends-the-apocalypse

e qui:

http://weirdfictionreview.com/2017/05/interview-jeff-vandermeer-borne/

Di cose dall’Est e comodini pieni

russia1

C’è caso che sul Twitter qualcuno di voi recentemente me ne abbia chiesto ragione, delle mie cose russe.

Per chi non lo sapesse, #LeMieCoseRusse definisce un mucchio eterogeneo di scritti spiaggiati in principal modo sul mio comodino ma anche nei ritagli del mio quaderno – che vanno dalla fiction al reportage; una pigna sempre diversa nella composizione ma sempre identica nelle dimensioni (e questo dovrebbe darvi l’idea del problema. – Cioè potrebbe avvenire anche una roba del genere, tipo “Mamma, sai dove ho messo il disegno/il compito/la verifica/ il libro di flauto?” – “Non lo so tesoro, hai guardato tra le mie cose russe?” Ecco, sì, potrebbe anche accadere, prima o poi, a pensarci).

Insomma un maelstrom di parole composto da testi appena usciti ma anche cose non proprio recenti, da cose che ho comperato e che mi piacerebbe leggere, da cose che ho comperato e che ho già letto, da wishlist di libricini il cui tempo di arrivare non è ancora arrivato e chissà se arriverà mai.

E che hanno tutti in comune l’essere frutto dell’occhio lungo di certi progetti editoriali, avvezzi a mostrare la loro grazia sulle lunghe distanze.

russia3

“I conigli non muoiono mai”, Keller – seconda di copertina e aletta anteriore

Quindi eccole qua, in rigoroso ordine sparso – sì insomma, più o meno tutte. Se avete suggerimenti, se pensate che io abbia dimenticato qualcosa di indimenticabile, bene, attendo Vostre.

  • Savatie Bastovoi (Chisinau 1976), “I conigli non muoiono mai“, Keller 2015 – romanzo. (Prima pubblicazione 2012, trad. dal romeno di Anita Natascia Bernacchia). Ove si racconta degli anni più feroci del comunismo e della quotidianità di vivere sotto il regime, attraverso gli occhi di una bambina di nove anni. Le notizie sull’autore, che vanta una biografia di tutto rispetto (dall’internamento in un ospedale psichiatrico durante l’adolescenza al suo ritiro in un monastero) le trovate qui.
  • Alina Bronsky (Ekaterinburg, 1978), “L’ultimo amore di Baba Dunja“, Keller 2016 – romanzo (trad. dal tedesco di S. Forti). Una fiaba sul potere che hanno certe persone di creare paradisi in terra – in una terra che più infernale non si può, perché di nome fa Cernovo.
  • Saltykov Scedrin (Spas-Ugol 1826, San Pietroburgo 1889), “I signori Golovlev“, Quodlibet 2014 (trad. di Ettore Lo Gatto) – romanzo. Il capolavoro di questo autore classico dell’Ottocento, impiegato presso il ministero della guerra a San Pietroburgo, giornalista di tendenze liberal-progressiste, è il racconto in fiction di quel che accadde a tante famiglie di proprietari terrieri con il crollo della nobiltà di provincia: le lotte per il possesso di quel poco che restava, l’avidità, l’anteporre il mantenimento disperato di uno status quo irrinunciabile ad ogni affetto e ogni sentimento del vivere civile.
  • Venedikt Erofeev (Kola, circolo polare artico, 1938 – Mosca 1990), “Mosca – Petuski poema ferroviario“, Quodlibet 2014. Per non rovinarvi la sorpresa vi dico solo che l’autore, espulso dall’università, ha passato una vita da disoccupato e senza fissa dimora (in Russia, si deve aggiungere), vinto dall’alcolismo, e che il poema, che si svolge “in uno stato di estasi superalcolica tra la stazione di Mosca e quella di Petruski”, circolava clandestinamente dal 1973 e fu ammesso ufficialmente e integralmente solo nel 1990 – riguardo al successo che ebbe, si veda quel che dice di lui Limonov. E che il testo è stato tradotto da Paolo Nori che firma anche l’introduzione al volume.
russia2

“I conigli non muoiono mai”, Keller – terza di copertina e aletta posteriore

  • Christian Garcin (1959), “Le notti di Vladivostok“, edizioni ObarraO, 2014 (trad. di Alessandro Giarda) – romanzo. L’autore è un affermato scrittore di reportage, specie dalle regioni della Siberia. Les nuits de Vladivostok è una commedia dell’equivoco il cui protagonista, un agente letterario di nome Thomas Rawicz, a causa della troppa vodka si confonde, prende il treno sbagliato e finisce in Siberia per poi cadere tra le mani della mafia russa in combutta con una triade cinese. Ovviamente non si parla solo di un thriller di fantasia ma di un vero e proprio viaggio nell’Estremo Oriente russo con tutte le sue contraddizioni.

russia4

  • Jacek Hugo-Bader (Sochaczew 1957), “Febbre bianca – un viaggio nel cuore ghiacciato della Siberia“, Keller 2014 – reportage. Di Hugo-Bader si potrebbe parlare per ore. Qui si dica solo che dal 1991 è corrispondente per il più importante quotidiano polacco, specializzato nei reportage dall’ex Unione Sovietica e Asia Centrale,  e che ha vinto il Pen Award con “I diari della Kolyma“. La mia copia di “Febbre Bianca” – di cui vado fierissima perché è una prima edizione ormai vintage – è così piegata e sottolineata che non si riconosce più ma il mio sogno nel cassetto sarebbe quello di entrare in possesso della nuova edizione tascabile, che fa ora parte della collana “Razione K” di Keller. Così come gradirei che Babbo Natale arrivasse con “I diari della Kolima – viaggio ai confini della Russia profonda” (trad. dal polacco di Marco Vanchetti, Keller 2018) sottobraccio: lo accoglierei a braccia aperte. Ma temo che fino a Natale non resisterò, dovrò attrezzarmi per averlo prima.

russia5

#wishlist, in #bicblu sul quaderno: “Il confine dell’oblio”, “I diari della Kolima” e “Viaggiare contro vento“, che non si può perdere (ps. se vi piacciono le mirabolanti avventure delle mie #bicblu andate su Stories, sono lì – ogni tanto. @appuntidicartaADC)

Mancano ancora tante cose che ho letto negli anni e che sono già al loro posto in libreria, o sul Kindle: ad esempio le due opere più belle di Jaan Kross (Tallin, Estonia): “La congiura” e “Il pazzo dello Zar“. Ovviamente manca all’appello un post tutto dedicato ad “Anime baltiche” di Jaan Brokken (Iperborea). Anche l’Irene è ormai al suo posto in libreria – ma lei apre un capitolo diverso di questa storia.

Buona lettura 🙂