“Foliage – vagabondare in autunno”, di Duccio Demetrio

 

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“L’autunno è allegoria infatti delle inquietudini che non rinunciano a conoscerne altre, ad amarle nonostante tutto. I colori smaglianti degli alberi, in dissolvenza, invitano al piacere e al privilegio di goderne la bellezza: l’insorgere del bisogno di ripensare al cammino intrapreso, non voltandogli per timore le spalle, genera voglia di scriverne; l’attesa del vino e dell’olio nuovi riaccende ancestrali echi dionisiaci, sensi e umori assopitisi” (p44)

Di “Foliage” si apprezza tutto: per primo l’oggetto-libro in sé, con i risguardi decorati e la qualità della carta. Poi, a sfogliarlo una prima volta, colpisce l’alternanza della poesia alla prosa, con citazioni da Adriana Zarri, Giorgio Caproni, Ermanno Olmi, Virgilio, Mimnermo, Holderlin, Calvino, Thoreau, Vivian Lamarque e tanti altri. E di seguito l’apparato iconografico con riproduzioni di Schiele, Van Gogh, Klimt, Mondrian, Gauguin, Pissarro, Sisley… in un tripudio di rossi, gialli, marroni e blu scuri. Infine, di “Foliage”, stupisce questa sua sostanza di controcanto: un lungo viaggio interiore, che può essere di “viandante, flaneur, pellegrino o vagabondante” (capitolo 6: “Di radura in radura – verso sentieri interrotti e reveries” p159-205), nel cuore della stagione più difficile da raccontare e più facile da essere fraintesa, l’autunno.

“Ci siamo imbattuti in un tempo ora quasi sfacciato per la vividezza dei colori che soltanto per pochi giorni ci possono entusiasmare; ora, all’opposto, caliginoso, cupo, sempre più desolato che smaschera, contrastandole, le belle promesse del foliage. (…) Difficile è raccontare l’autunno in una sua supposta unitarietà di manifestazioni (…). E’ un tempo in continua metamorfosi. (…) In relazione alla doppia presenza, incalzante, sia di motivi dolenti riconducibili ai passaggi naturali e umani che conducono verso la fine, la morte, il declino: sia di motivi rallegranti che annunciano nuovi inizi, ritorni, attese motivate da cicli che si chiudono, da addii inevitabili” (p238-239)

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La verità è che dell’autunno spesso si tende a seguire ormai un’immagine stereotipata, frutto di una progressiva semplificazione della complessità intrinseca di questa stagione i cui archetipi giungono a noi sin dalle origini dell’umanità, e a “vederne il peggio” (p241): “non si ricordavano né la vendemmia né la raccolta di frutti ma solo le prime nebbie, il declinare del sole, l’accorciarsi del giorno e, naturalmente, il cadere delle foglie” (p241-242). Dimenticandosi forse che “nessuna stagione delle quattro rappresenta il tempo del commiato come l’autunno; il tempo della presa di coscienza della sua irreversibilità temporale, se inteso come durata; dei bilanci esistenziali necessari a dar senso morale alla propria vita” (p243).

La sostanza, e il punto di partenza dell’autore* in “Foliage”, sta proprio qui: nell’invitare il lettore ad andare oltre; “Oltre ogni addio smagliante dalle tonalità accese e folgoranti, tanto più tali quando quei colori assomigliano a un requiem senza parole che ci rifiutiamo di ascoltare. Per paura, superficialità, insipienza, edonismi soltanto primaverili ed estivi” (p243-244).

“Quando pare proprio che simili giornate – per un verso – vogliano, con quanto possono offrirci, consolarci; per l’altro, pare ci incitino a non approfittare soltanto delle sollecitazioni piacevoli di un presente dedito a esorcizzare l’autunno con riti di rimozione, in un tempo lontano, dionisiaci e sacrali. La fuga dall’autunno, all’insegna della ricerca dell’ultima spiaggia, dell’ultimo sole, degli ultimi godimenti, è illudersi di riuscire a superare i fantasmi e i traumi che le sue atmosfere, le poesie che l’hanno mestamente celebrato, i suoi pallori che dilagano nel mondo hanno prodotto in noi contagiando l’animo nostro. Ciò accade ogni volta sia inevitabile confrontarci con l’ineluttabile, con quelle tristezze che sarebbe preoccupante – e un peccato – non ci pervadessero nemmeno in questa stagione” (p244)

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Insomma, bisogna procedere con accortezza, seguendo passo passo il lavoro filosofico di Duccio Demetrio che attraverso l’analisi dei topoi dell’autunno, della letteratura che ce lo propone in ogni forma, dell’arte figurativa che da tempi immemori lo riproduce e pensiero filosofico che da sempre ne ha discusso, offre di questa “Quinta Stagione” una versione si oserebbe dire quasi inedita, se non fosse che inedita non è per nulla, essendo piuttosto un recupero di ciò che era agli albori della riflessione.

“(…) il rapimento estatico, ai confini della percezione del sacro, può creare sensazioni momentanee di pacificazione che rischiano di rivelarsi ingenue. La relazione con il cosmo non può – se andiamo cercando verità e non emozioni pacificanti – che attuarsi invece all’insegna dell’inquietudine inestirpabile dinanzi alla grandiosità del tremendum dell’incessante divenire cosmico. La bellezza che tale senso di appartenenza, nella sua universalità, non possiamo non avvertire, equivale alla percezione del meraviglioso che va compreso anche nella sua forza distruttiva. Appunto per nulla rasserenante né consolatoria”

Buona lettura 🙂

*già professore di Filosofia dell’educazione e di Teorie e pratiche della narrazione, ora direttore scientifico della Libera università dell’Autobiografia di Anghiari e di “Accademia del silenzio”. Si occupa di pedagogia sociale, educazione interculturale ed epistemologia della conoscenza in età adulta.

Nota a margine: più andavo avanti nella lettura di “Foliage” e più pensavo alla famosa frase del Giovane Holden: “Quelli che mi lasciano proprio senza fiato sono i libri che quando li hai finiti di leggere e tutto quel che segue vorresti che l’autore fosse un tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira”. Ecco va detto, io alla fine sono qui, che brucio e veramente mi struggo perché non vorrei fare altro se non domandare all’autore cosa ne pensi del fenomeno del “cozy”. Giuro. Il cozy – atteggiamento che io personalmente ho sempre faticato molto a comprendere e percepito come “autolimitante”. Forse grazie a “Foliage” ho ricevuto l’illuminazione, e capito il perché. 

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"La malinconia – inutile avvalersi di giustificazioni e giri di parole – è figlia e madre del senso del tragico. Da esso deriva, addolcendone ma senza poterne guarire le ferite che si aprono all'idea della fine, e da esso è generata. L'autunno, tempo della malinconia, può però medicarle almeno un poco. . . Il suo compito, attraverso quanto ci dona, ci fa scoprire e fa pensare; consiste nel mitigare il senso della tragigicità cui ineluttabilmente apparteniamo con l'ingresso nella vita, che facciamo di tutto per dimenticare e occultare come verità prima e ultima". . . Io di questo saggio mi sono innamorata. . . "#Foliage – vagabondare in autunno", di Duccio Demetrio @cortinaeditore 🍂🍁

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