“Il giro dell’oca”, di Erri De Luca

giro oca

Risposte letterarie, si vede che hai un buco al centro e lo ricopri a frasche. Non te la caverai con le storie, lo sai?” (p43)

Quasi nulla o nessuno a parte i figli e, purtroppo, i grandi imprevisti non sempre forieri di buone notizie riescono nell’impresa di costringere un adulto all’ “Esame di Coscienza“(*). E’ un fatto: prima c’è tempo, a premere il lavoro, la vita attiva, le cose da fare, il “si vedrà”. Poi di tempo si scopre che ce n’è sempre meno e che qualcosa, o qualcuno, ti sta tirando insistentemente per la manica della giacchetta.

Per quanto riguarda i figli non è l’idea in sé, che so, del proteggerli e del difenderli, del “tirar fuori le unghie” o viceversa dell’educarli e del lasciarli andare per “abituarli al mondo”. Non è questo il meccanismo. E’ proprio che loro ti guardano. Ti fissano. Iniziano a fissarti da che nascono e il problema è che se li lasci fare non la smettono più. Ti denudano con gli occhi. Ti spogliano dei vestiti e poi della pelle, dei muscoli e delle ossa, ti scrutano dentro: lucidi, spietati. E poi arrivi a un certo punto che non sai se era meglio o peggio quando ti guardavano perché ti ammiravano, quando ti guardavano per disprezzarti, o quando ti guardano adesso, per compatirti – si, non sempre, ma assicuro che di tanto in tanto accade (ed è lo stesso sguardo di noi figli adulti nei confronti dei nostri genitori anziani. Non sempre – ma di tanto in tanto, questo sì).

Insomma “Il giro dell’oca” di Erri De Luca affronta quell’aspetto lì, dei figli che guardano i genitori. E lo fa a suo modo, attraverso un racconto in atto singolo.

In una sera illuminata soltanto dalla luce del camino a causa di un calo di corrente, lo scrittore – novello Ebenezer Scrooge – riceve una visita per cena. E’ suo figlio: il figlio ormai adulto che non ha ma che avrebbe potuto avere poiché frutto di una relazione avuta in gioventù e conclusasi con un aborto di cui lo scrittore era stato messo al corrente a cose fatte. Un figlio mai nato, insomma.

“Sei adulto, non so niente di come eri prima. Non ti ho rimproverato per un gioco rischioso da bambino, né toccato la febbre sulla fronte. Ci troviamo stasera a tavola, per cena. Una donna in gioventù mi disse di avere abortito. Stetti zitto, non contavo niente nella sua decisione presa e fatta. Stavamo insieme dentro una folla di coetanei. Era un amore e un tempo che non si poteva e non si badava a vita privata” (p11-12)

In questo monologo che piano piano si fa dialogo (“Sto parlando da solo? Sto inventando la tua compagnia?”), con l’immagine del figlio che si fa sempre più concreta Erri De Luca condivide la sacralità del pasto: pane e olio, un bicchiere di vino. Un primo appuntamento che si fa ultima cena; e che scivola dall’imbarazzo ingessato di chi si trova ma non si conosce, alla complicità della confidenza, all’intimità rubata che viene dal giudizio più critico.

“Finché i muri reggono, i miei ospiti esistono. Li tengo qui con me e li riporto alla loro vita di prima”.

Non è un’immagine nuova. In letteratura le visite dei fantasmi, specie all’ora di cena, sono meno rare di quanto potremmo pensare. Questa sopra per esempio non è citazione tratta da “Il giro dell’oca” ma da “Cade la terra“, il romanzo di esordio dell’abbandonologa Carmen Pellegrino (Giunti 2015) che ben appunto mette in scena, nella parte conclusiva dell’opera, una cena tra vivi e morti “come fra le quinte di un teatro in disfacimento”.

Ogni fantasma, però, di per sé ha libertà di far ciò che vuole. Se Mr. Scrooge viene visitato dal defunto amico e socio in affari Jacob Marley grazie al quale opererà un cambio di rotta significativo, i fantasmi di Carmen Pellegrino invece, vecchi abitanti di un paese abbandonato, franato su se stesso, di cambiare un futuro ormai spacciato non ne hanno pretesa; semmai appaiono desiderosi di recuperare una voce e farsi sentire attraverso la conversazione con Estella, unica sopravvissuta, colei che la cena, ogni anno, la apparecchia.

Qui, ne “Il giro dell’oca”, l’apparizione del figlio per Erri De Luca sembra più vicina ai fantasmi dickensiani, fatto salvo che non sappiamo bene come andrà a finire. Quel che ci interessa è che Erri De Luca si trova a parlare di Erri De Luca, e lo fa in un modo poco incline all’autoassoluzione. Ci racconta, col pretesto di narrare al figlio, della sua infanzia all’ombra di una madre potente, difficile da compiacere, e di un padre distante ma a modo suo punto di riferimento da cui svincolarsi, perché troppo impegnativo. Ci racconta degli anni dell’impegno politico – verso i quali, sia per fini sia per metodi, il figlio resta scettico:

Cosa volevate fare, prendere il potere? Perché se si trattava di questo, avete fatto fiasco completo” (p70)

Ci racconta della dimensione mistica da cui l’autore si è sempre dichiarato lontano, all’interno della quale le domande del figlio risultano da una parte accettazione infine acritica dell’altro, dall’altra ricerca, forse, di un altro (o nuovo) se stesso:

Questa è una dichiarazione mistica. Non sei credente in una divinità creatrice, ma sei credente in un vocabolario. Nel cambio ci rimetti parecchio. Preferisco credere all’operato di un creatore, autore di particelle nucleari e di galassie. Sai che l’universo si espande? Non ti sembra geniale che la vita esiste perché va alla deriva insieme alla Via Lattea? Non è geniale che il nostro corpo è composto di idrogeno, il gas più diffuso dell’universo? Che siamo fatti dello stesso elemento? Arrivati alla soglia di queste evidenze, non è meglio applaudire il capomastro?

E via così, attraverso il tema della famiglia, delle donne, della vita privata fino alla letteratura e al mestiere di scrittore.

E’ un’immagine curiosa, quella che viene fuori dal ritratto del figlio che ne fa Erri De Luca. Inevitabilmente, ci si domanda di che genere: se sia uno di quei figli della notte, idealizzati, immaginati come li immagina la madre quando ancora stanno nella pancia. O se Erri De Luca se lo figuri come una (brutta?) copia di se stesso, meno intransigente, meno polarizzato, più addentro nelle cose del mondo, più integrato – e per questo meno corroso, più …felice, verrebbe da osare.

Il figlio (perché poi, declinato al maschile? Questo domanderei, all’autore – se abbia mai pensato a una donna, se poi abbia accantonato l’ipotesi, se non ci abbia nemmeno fatto caso, all’idea – chi lo sa) sono i dubbi che vengono a visitarci di notte. “Succede in una sera d’inverno a uno che sbanda tra un’epoca passata e un frattempo presente”. Succede a un padre che china il capo e permette ai bambini di guardarlo negli occhi, succede a una madre nel mezzo delle sue insicurezze, nel tornado dei sentimenti che si accavallano subito dopo la nascita del primogenito quando ancora nel letto di ospedale, con la creatura in braccio, si domanda ce la farò, condannandosi automaticamente al senso di colpa. Come finirà, forse nessuno lo può sapere. E’ un lancio di dadi.

“Non conosco questa gioventù e per difetto mio non la riconosco simile a nessuna del passato.

Aspetti da loro un calco della tua

No, mi aspetto un’arroganza nuova, che non sia guapperia verso il più debole. Mi aspetto verbi all’imperativo, un atto di dolore. Non li vedo piangere neanche al cinema.

Che stai facendo? Scrolli il capo, disapprovi? Fruga invece nei crepacci, nelle fenditure, nei talloni dove c’è la spinta a sollevarsi sulle punte. Si allenano in disparte a inaugurare un tempo di ripensamenti” (p87-88)

“Tieniti le immagini e fai finta di credere alle cose che dici. Sei uno che racconta storie, ma non a chiunque. Le racconti a chi le vuol sentire” (p120)

Buona lettura 🙂

Note: si ringrazia Feltrinelli Editore per l’invio del volume.

(*) se così si può ancora chiamare – io lo faccio: amo il rischio.

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