“Instagram al tramonto”, di Paolo Landi

“Il social più alla moda e più glamour ci fa intendere che bisognerebbe vergognarsi di non essere felici. La foto del cane, la pasta al pomodoro con le foglie di basilico, il sorriso di nostro figlio ma anche la piscina del resort, la tavola lussuosamente imbandita, l’amore fotografato in tutte le sue declinazioni: sono questi i momenti che Instagram ci spinge a ricordare, i momenti migliori. Per dare alla nostra vita, sempre, l’immagine del successo” (Kindle pos133)

Qualche giorno fa, girovagando su Instagram, mi ero chiesta cosa sarebbe potuto capitare, lì sopra, nel caso in cui a mancare fosse stata una particolare tipologia di contenuti: quella delle esperienze. Quando cioè non fosse stato più possibile pubblicare storie e foto sulla serata al ristorante, lo show immersivo a cui siamo stati invitati in anteprima, il viaggio in India. Sicché, ieri mi sono messa a curiosare tra i profili delle varie influencer e ho notato che, ovviamente data la situazione, al momento difettano tutte proprio di quel particolare comune: la celebrazione dell’esperienza.

Nei giorni scorsi avevo condiviso la riflessione di cui sopra con Paolo Landi, su Twitter: “molte domande ma anche qualche risposta”, mi aveva risposto lui, riferendosi al suo “Instagram al tramonto”, che è un phamplet, svelto e aguzzo, scritto per spiegarci – senza alcuna lezioncina – che cosa succede nella nostra testa quando Instagram lo utilizziamo sia da utenti attivi nella pubblicazione e nel commento, sia da semplici fruitori (ehrm) passivi.

Effettivamente, attraverso l’analisi di alcuni temi cardine del sistema-Instagram (la felicità, l’economia, l’ipermercato, l’inglese, lo snobismo, la moda, il kitsch, l’arte, il cibo, gli animali, la politica, il sesso, la religione e addirittura la morte) Paolo Landi ci racconta di un microcosmo all’interno del quale vengono riprodotti “tutti i meccanismi tradizionali della società, allargandola all’universo mondo, conservando intatti gli arcaici e sempreverdi sentimenti come l’amore, l’invidia, il narcisismo, l’egocentrismo, l’esibizionismo, lo snobismo” (pos63). Tuttavia Paolo Landi è ben lontano dallo scrivere l’ennesimo lamento sterile su inutilità/pericolosità di un certo tipo di stare on line. “Instagram al tramonto” è piuttosto uno strumento che aiuta a riflettere sui processi mentali alla base dell’utilizzo di questo social, rispetto ai quali è necessario che gli utenti prendano consapevolezza.

Ad esempio il fatto che Instagram, di fatto e contro-intuitivamente, non sia certo uno strumento attraverso cui tenere attiva la comunicazione interpersonale, oppure che sia un sistema-mondo all’interno del quale le nozioni di passato e futuro non possiedono significato, in nome di un presente continuo, senza ricordi, privo di conseguenze. Ancora, viene analizzato il tema del “lavoro“, “sempre dematerializzato dalla fatica, dalla routine, dall’alienazione” (pos151) e identificato in uno strumento utile a definire criteri di differenziazione di classe. Parte del libro è dedicata al fenomeno degli influencer (“forme massificate di individualismo, ossimori viventi che incarnano una esclusività omologata” – pos259) e anche alla questione dei “consumi regressivi” ma anche a tutto quel fenomeno che celebra “l’umile e il banale, cercando di riscattarli con il pathos della realtà”, fino alla rappresentazione dello spirituale, del religioso e della morte (o meglio – della sua negazione).

“Instagram al tramonto” lo consiglio davvero a tutti: a chi di Instagram è dipendente, a chi non ce l’ha, a chi vorrebbe ma non osa, a chi da Instagram s’è cancellato. Paolo Landi è spiritoso, ironico, attento, intercetta bisogni e tendenze con uno sguardo acuto sul mondo che cambia.

Ps. Gli argomenti trattati da Paolo Landi sono parecchi. Qui sul Twitter trovate tutte le mie note, quelle che prendo durante la lettura, che comprendono anche altri temi non citati qui sul blog per ovvi motivi di spazio.

I Cazalet – “Confusione”, di Elizabeth J. Howard (trad. Manuela Francescon)

“I piani non possono mai essere semplici quando coinvolgono altre persone; lo sembrano quando uno se li fa nella propria testa, ma quando entra in scena l’altra parte in causa ecco che le intenzioni più semplici s’incrinano sotto il peso del conflitto”

Non si può più fare a meno dei #Cazalet. Sono la nostra zona di conforto, il rifugio che sa di casa – e questa volta avevano anche il profumo del Natale, per noi Cazaladies: della crema al cioccolato, delle vellutate, del panettone caldo, del caffè preso con calma (e pure della pasta all’olio e parmigiano!).

La questione è che ci eravamo messe d’impegno: avremmo vivisezionato questo terzo volume, avremmo fatto alla Liz pelo e contropelo, ne avremmo tirato fuori le magagne. Dopo due volumi ci sentivamo pronte: saremo implacabili! ci raccontavamo. “Loro tre” avanti, io come al solito un passo indietro, a raccoglier quel che ne veniva.

Poi però sono capitate delle cose.

Ci siamo trovate di fronte una struttura per certi versi inedita, fatta di dialoghi strettissimi e ciechi, di lettere e bigliettini spediti chissà dove e a chissà chi, di personaggi meteora capitàti in due pagine e poi basta, messi lì apposta per consegnarci più dubbi che certezze.

E infine, ciliegina sulla torta, è capitato pure l’amore. L’amour toujours l’amour: quello vero, dirompente, adulto, magnifico, tragico – quello a cui la Liz non ci aveva proprio abituate. Lo davamo già per spacciato e invece eccolo: quel sentimento per cui non ci si capisce più niente.

La professionalità delle Cazaladies, tuttavia, si rende evidente nel momento del bisogno: è stata dura ma alla fine, a restar lucide ce l’abbiamo fatta. Abbiamo riflettuto sui temi importanti che questo #Confusione ha sollevato (l’acutezza con cui Elizabeth li ha trattati è sbalorditiva): ad esempio la questione del diventar madre, del crescere i figli, della depressione post-parto, del meccanismo della “rinuncia”; oppure del rapporto tra genitori e figli nel momento in cui lo scarto generazionale diventa insostenibile; o ancora il diventar grandi di Polly e Clary tra identità individuale, desiderio di emulazione, riflessioni sul tempo che passa e su un futuro che più incerto di così non si può (perché la guerra, nonostante i suoi orrori, era strumento perfetto per creare l’alibi della non-fattibilità dell’azione). Abbiamo discusso di quella certa bidimensionalità in cui sembrano scivolare alcuni protagonisti e della ridondanza (per definizione superflua) concessa a un altro paio di comprimari – e qui è contenuta alla fine tutta la nostra stoica resistenza nei riguardi della serialità: il timore che il personaggio sparisca, vittima di colpi di scena sempre più frequenti, sempre più necessari e sempre meno realistici. Ma niente panico, Liz comunque ne esce assolta: perché è risultato chiaro che se da una parte tenere salde le redini di una saga familiare così sostanziosa non è sempre possibile, dall’altra l’opera mantiene di fatto una sobrietà di trama all’interno della quale anche il più imprevisto coup de théâtre non risulta improbabile né affettato.

I ringraziamenti vanno in primis alle mie ladies Angela, Giulia e Monica (in rigoroso ordine alfabetico): sembra di conoscersi da sempre – so che non è così ma mi pare che leggere insieme apra gli animi. Grazie poi a tutti gli estimatori dei Cazalet che hanno interagito con noi su Twitter e a tutti coloro che si sono avvicinati alla Liz a seguito della nostra lettura condivisa. Last but not least: ma quindi le Cazaladies torneranno con la puntata numero quattro? Pensiamo proprio di sì – anche se i tempi sono da definire (causa Salone del Libro e letture obbligate). Fosse solo per assistere a giusto un paio di vendette che non vediamo l’ora, in tutto il nostro aplomb di esperte delle lettere, di veder servite a chi se le merita, su un bel piatto di finissima porcellana – di quelli che stanno a far bella mostra di sé nella credenza della Duchessa. Liz, confidiamo in te, non deluderci.

Nota personale: su tutto e tutti comunque spicca il Generale, avvinghiato all’apparecchio telefonico come una cozza al suo paletto, nella spasmodica attesa di un trillo. Il Generale nomofobico ante litteram, insomma, è tutti noi.

[Se siete interessati a capire come tutto sia cominciato, qui la prima e la seconda puntata di questa avventura]

“Città sommersa”, di Marta Barone

“Chi ero io? Non me lo chiedevo mai. (…) E poi non sentivo alcun bisogno di chiedermelo. Vedevo il tempo dietro di me come una sorta di unica, lunga giornata, nella cui luce chiara e piana tutto quello che era stato la mia vita sembrava avvenuto poche ore prima e totalmente evidente” (pag18-19)

#CittàSommersa è uno scritto molto onesto perché parte da una domanda intensa: fino a che punto possiamo spingerci per difendere la nostra zona di conforto. Non è solo un romanzo (le parti effettivamente “romanzate” sono poche, relegate nel mondo onirico dell’illusione), non è soltanto un memoir che ripercorre i momenti più bui della nostra Repubblica, quelli degli anni di piombo torinesi e della lotta armata di Prima Linea; è soprattutto un percorso (auto)biografico di formazione, il racconto del diventare adulti. L’onestà sta nella limpidezza con cui l’autrice non si fa scrupoli nel dichiarare la propria inadeguatezza: “Non sapevo, ma nemmeno cercavo: ero cieca come il mio nuovo padre morto e senza occhi”. Mi pare un fatto raro questo, che certe *giovani generazioni* si interroghino su alcune questioni con tale trasparenza d’animo, cioè partendo dalle proprie mancanze: mi dà l’impressione che nella narrativa contemporanea si prediliga il racconto del sé esperienziale, enfatizzando chi il proprio vissuto nelle sue presunte peculiarità, chi le proprie opinioni sui fatti del mondo, date spesso per inconfutabili. Ecco, Marta Barone da questi subdoli tranelli si tiene bene alla larga.

Non è un caso che “Città sommersa” cominci proprio con la descrizione di una vita sospesa. Non è un caso che Marta Barone parta proprio da questo suo vivere dentro l’acquario (la luce, il vetro, la città, l’assenza di confronto: quel senso di cose che scivolano via e non si riescono ad afferrare, una luminosità diffusa che appena cerchi di catturarla sparisce).

“Abitavo in un monolocale al terzo piano di un palazzo degli anni venti. Aveva il pavimento di legno e una piccola cucina bianca incastonata in un angolo ed era invaso dalla luce fino a sera – una cosa che più tardi avrei trovato opprimente”. “Poteva passare un’intera giornata senza che parlassi con qualcuno”. “Tutto in verità sembrava riguardarmi assai poco. Avevo un po’ di denaro a disposizione (…), il che mi permetteva di vivere ancora per qualche mese senza uno stipendio fisso (…) La crisi era un’entità astratta, fumosa, certo irritante ma che non poteva avere davvero un effetto a lungo termine sulla mia vita”

C’è il senso del precario, il non sapere quale sia il proprio posto, e c’è l’idea del crescere, la sensazione avvertita della necessità – come un cambiar pelle che a un certo punto deve arrivare.

(NdR: che poi io sia di Ballardiana memoria con la questione del sommerso, è un altro conto. D’altra parte anche Ballard aveva il pensiero per la luce che si specchia sulle rovine di quel che siamo, su quello che di nascosto, sott’acqua, c’è ancora: scheletri di animali preistorici, mutazioni genetiche, palazzi annegati, il nostro passato, il germe del futuro – alla fine i protagonisti del Mondo Sommerso sono *esploratori* – cadaveri, piante enormi, calore e luce immensa, ma crepuscolare)

Il percorso di crescita dell’autrice comincia intorno ai ventisei anni, poco dopo la morte del padre – uomo complicato e sfuggente. La ricerca del padre comincia dal ritrovamento quasi casuale di alcune carte processuali. Il vecchio scatolone, dimenticato per anni in fondo a un armadio, viene aperto all’improvviso; novello vaso di Pandora non rigetterà chissà quale verità nascosta: al contrario si libererà di un unico, piccolissimo seme, quello del dubbio. Marta Barone si mette così sulle tracce di quel padre che, a mano a mano, corrisponderà sempre meno alla figura del genitore e sempre più allo sconosciuto “L.B.” (il “nuovo padre”). “Città sommersa” racconta un cammino parallelo, nel presente e nel passato; due dimensioni, quella del padre e della figlia separate dal tempo, che si incontrano nel ricordo e nel recupero della Storia e delle storie individuali; nel meccanismo dello “svegliarsi” – che vale per entrambi – dall’intorpidimento della quotidianità; del prendere coscienza, del chiamarsi fuori da certi sistemi. Un percorso all’interno del quale si rimescola l’idea di un confronto – le età che corrispondono, uguali, non è un caso – che spinge all’azione, intesa anche come percezione del senso di colpa, sia conseguenza sia motore della riflessione.

Questa strada per Marta Barone comincia proprio con l’apertura al dialogo fuori dalla zona di conforto. Marta srotola gli anni, consulta archivi, cerca numeri di telefono, chiede colloqui con amici di suo padre fino a quel momento sconosciuti, si rivolge da Milano a Torino. Il percorso della figlia è il risveglio del sé, si fa strada lentamente come l’idea della consapevolezza – che non può piovere dall’alto, ma deve essere cercata e invocata – ed è chiaro, non si può pretendere indolore.

Marta Barone è figlia del suo tempo, quel tempo in cui noi figli venivamo educati al silenzio: di certe cose, semplicemente, non si parlava. Sicché è finita che noi figli di un certo tempo (io e Marta Barone, curiosamente, per ragioni che più opposte di così non si potrebbe) certi eventi li possiamo vivere soltanto attraverso il recupero delle nostre percezioni – quelle che durante l’infanzia ci erano negate. Il problema è il modo in cui avviene questo recupero, ossia attraverso il ricordo: che per stessa definizione è soggettivo, spesso unilaterale, frammentato, incompleto e corrotto. E se da una parte ci sentiremo per sempre rovinati da uno sciocco senso di colpa (“Possibile che non avessi visto su di lui nessun segno, mai, del passato? Cosa avevo ignorato, cosa avrei potuto chiedergli? Avrebbe cambiato qualcosa? Forse non ero stata abbastanza attenta”) dall’altra non perderemo mai l’urgenza di capire. Per via del fatto che abbiamo a che fare con questioni di cui ormai si sta perdendo la memoria; bisognerebbe sbobinare i ricordi eppure non si riesce, protetti come sono da quell’abitudine al non dire; si conservano sotto chiave scatole di cartone piene di storie e sale la paura del momento in cui riusciremo a trovarle, e ansiosi come avessimo scoperto un tesoro ricchissimo le apriremo e le troveremo ormai vuote. “Città sommersa” in questo significato è un medicamento e io mi auguro che l’autrice continui, nel suo cammino professionale e personale, a vivere out of comfort zone.

NdR: di tutto qui non si riesce a scrivere, per ovvi motivi di spazio. Ad esempio sul Twitter si è parlato dello stile e della metrica di #CittàSommersa – e anche di tante altre cose. Ringrazio l’editore per l’invio della copia.

“La casa mangia le parole”, di Leonardo G. Luccone

Ripongo sempre fiducia nei libri che vengono dal destino – l’ho già detto. “La casa mangia le parole” arriva da lì, un incontro creato dalla sorte. Ma io all’occasionalità dei libri non ho mai creduto.

“31 dicembre 2011

E’ uno di quei giorni che non si ricordano mai se non perché è un giorno di partenza, quei giorni dove il tempo si mette a fare le bizze e ingrigisce pure quel residuo che a Roma si chiama sole d’inverno, un sole che rende meno cupe e umide le giornate della stagione triste e sembra che ci siano troppe poche occasioni per far succedere qualcosa, e si procede così, per inerzia o a strappi, e alla fine della giornata ci si ritrova ammaccati per niente” (pos.40)

Nelle favole di Esopo i protagonisti non hanno nome. C’è la volpe furba, la cicala ingenua, la tartaruga saggia, l’uomo sciocco che grida al lupo al lupo. Esopo evita di identificare i suoi personaggi attraverso i nomi propri perché ha l’intenzione dell’universalità; i protagonisti delle sue favole non sono casi particolari: al contrario non devono mai passare di moda, come non deve mai passare di moda il messaggio che ciascuno di essi porta.

Per i De Stefano è lo stesso: di loro finiremo per conoscere soltanto il cognome perché i De Stefano siamo un po’ tutti noi, a quanto pare indegni di essere nominati per quel che siamo – i veri nomi – ma solo per quel difetto (o più raramente per quella virtù) che ci distingue gli uni dagli altri. I De Stefano saranno sempre lui e lei, neoborghesi quarantacinquenni e qualcosa, un figlio grande, la bella casa dalle cui finestre entra Roma in tutto il suo fulgore di impero condannato; le cene con gli amici, le piccole neghittosità, i silenzi annodati, le ombre di quel che non si è più capaci di dire. Questa è la storia di una famiglia come tante: di noi che ci avviciniamo alla mezza età, del modo in cui lo spavento ci prende, della resa dei conti. Ci chiamano Generazione X (ove X, pare, sta a significare la mancanza di una identità sociale definita), quelli che sono venuti dopo il babyboom ma prima degli echo boomers, quelli cresciuti con MTV, quelli che hanno screditato i propri genitori – senza tuttavia riuscire a recuperare la concretezza di intenti in grado di eliminare il senso di subalternità.

Eppure, perverso gioco di specchi, i veri nomi qui ci sono – ma ce li hanno tutti gli altri, ad alimentare un senso di infinita attrazione gravitazionale per cui ciascuno non è specificato da quel che è ma da quel che gli sta intorno. Graziano Fauci, Fernando Pomarici, Bernardo Vaciaghi, Michele Giuli Capponi, Carlo Alborghetti, Ezio Carmasciani, Franco Terracciano. Matilde. Moses Sabatini. In una girandola di personaggi di finzione mescolati al reale, di avvenimenti soltanto verosimili avvinghiati a quella Storia che noi, ultima generazione del nostro tempo, portiamo a marchio indelebile – qualcosa che ci è fatto divieto cancellare – Leonardo Luccone trascina il lettore nel gorgo di un racconto che da individuale (la crisi matrimoniale a seguito dell’emancipazione del figlio) diventa canto collettivo.

Lascio qui una nota, tre fumetti azzurri incastrati nella memoria del mio telefono – buttati lì imprecisi com’è questo mio lavoro, per come lo sento io: precario, randagio, dai confini scomposti. Dicevano che spesso nei libri vedo parole e qui mi piace pensare a redenzione o affrancamento – che c’è per assenza nel senso che non c’è. Il fatto è che non si può tornare indietro da un certo tipo di lingua se scritta in un certo modo (e menomale). E non si può tornare indietro da certe questioni, specie per noi: un po’ solo pars destruens, se non ce ne fosse anche un’altra di parola che mi gira in testa, che si avvicina a consapevolezza. Poi c’è di nuovo la conferma di quella mia idea, che di genitorialità riescano a parlar bene soltanto le persone intelligenti. E alla fine c’è Matilde, l’ultimo vero nome. Mi annotavo: Matilde è l’idea del tempo perduto, di quello non goduto, sottovalutato, o sopravvalutato e goduto troppo, senza merito, senza necessità.

“Le cose esistono quando vengono nominate. Si creano quando viene pronunciato il nome. Poi diventano ingombranti. Hanno spigoli da tutte le parti, un colore fluorescente, che si vede pure di notte. Quando le cose vengono nominate per la prima volta diventano vere” (pos2979)

“Svegliami a mezzanotte”, di Fuani Marino

“Tutto si poteva dire, meno che la tragedia non fosse annunciata”

Ho pensato molto a come parlare di “Svegliami a mezzanotte” e ancora la soluzione non l’ho trovata; penso però che il nodo sia un po’ qui, lo chiamerei del rendere evidente. Fuani Marino usa del coraggio (sfidando il pericolo perché questo, va detto, è un libro arrischiato e va trattato con molta cautela) a mettersi in gioco e raccontare quel che troppo spesso facciamo finta di non vedere e di non sapere.

“Numerosi studi continuano a indicare nella familiarità un criterio predittivo per la malattia mentale. Avere un genitore o un parente con disturbi psichiatrici non si traduce per forza nello svilupparne a propria volta, quanto piuttosto nella predisposizione a manifestarne in particolari circostanze”

Ciò significa che qualora sia presente una certa fragilità di fondo, in latenza o già conclamata (di cui spesso però ci si rende conto a posteriori), è possibile che in determinate circostanze questa debolezza possa venire – o tornare – a galla. Quindi anche se è ben chiaro che la correlazione tra malattia psichica, famiglia e ambiente non sia sempre così facile da identificare, non è tuttavia altrettanto sicuro che l’importanza di un momento favoreggiatore sia sempre da sottovalutare.

“La mia testa, forse predisposta dalla nascita, ha incontrato situazioni sfavorevoli fino al punto di rottura, molto più avanti nel tempo”

Ma non solo. Fuani Marino porta l’attenzione su una questione che per me, personalmente, ha del fondamentale: la tendenza che oggi abbiamo un po’ tutti a utilizzare le parole sbagliate. Un’iperbolica deriva che detta così sembra cosa di poco conto ma poi in certi contesti vien fuori che così di poco conto non è.

“Espressioni come *buttarsi dalla finestra*, *tagliarsi le vene*, *impiccarsi* sono di uso corrente. Io stessa devo averle usate diverse volte (…)”

Penso anche a tutte le volte in cui il lunedì mattina sui social ci definiamo depressi, o quando ci sentiamo isteriche, o quando ci rivolgiamo a nostro figlio e gli chiediamo, un po’ orripilati da qualcosa di bizzarro o di maleducato che ha detto o fatto: “Ma sei fuori di testa?”

“Svegliami a mezzanotte” l’ho letto praticamente tutto su Twitter, nel senso che le mie note a margine e le sottolineature anziché scriverle sul libro le ho sistemate lì. Devo proprio ringraziare l’autrice ed Einaudi, a questo punto, perché mi hanno guidata in questa direzione – quella delle espressioni dico, del linguaggio – a suon di risposte e retweet che come sassolini mi indicavano la strada (di qui, non di là e di nuovo di qui ma non di là). Mi hanno spinta a considerare il testo in sé, prima di tutto, – perché ne ero scettica, in primis sulla forma che erroneamente avevo attribuito all’auto-fiction (con tutto quello che ne consegue – specie perché se la memoria non mi inganna, sospetto che fossi già venuta al mondo quando il marito di mia zia, che viveva con noi, fu sottoposto tra le varie anche a un’ennesima TEC. Quindi, capite il mio disincanto).

In “Svegliami a mezzanotte” non ho visto egocentrismi – non ci sono e non li ho nemmeno dovuti immaginare proprio perché qualcuno mi ha spinta a esaminare prima di tutto la lingua con cui “Svegliami a mezzanotte” è stato scritto. Da lì ho camminato a ritroso come il gambero, tornando sui miei passi e considerando il contenuto proprio alla luce della forma stessa.

“Il racconto della malattia, l’autoproclamazione della stessa, o il *privilegio* di viverla da spettatori contagia oggi una buona fetta di letteratura, ma si tratta di un filone relativamente recente, se consideriamo che fino all’Ottocento il linguaggio medico, scientifico, necessario per parlare del corpo e delle sue funzioni, era bandito dai testi letterari. (…)

La narrazione di patologie, ospedali e morte necessita di un codice linguistico diverso da tutti gli altri. (…) Anche io vorrei evitare di trasformare la malattia in una metafora (…)”

La novità di un testo non insiste solo sul contenuto ma anche sulla forma in cui quel testo è redatto. E a quanto pare esistono forme nuove per raccontare l’antico male che ha afflitto tante donne e che le affligge tutt’ora: evitando con cura l’autocelebrazione e il rischio di un’emulazione che mai si vorrebbe; limitando così il pericolo che il paziente psichiatrico si trasformi in un “eroe”, dentro a quell’immaginario che, intrinsecamente, crea la letteratura (da Anna a Emma, racconta Fuani Marino, passando per Sylvia Plath e Susanna Kaysen, solo per fare qualche nome) ma allo stesso tempo consegnandogli la dignità, il rispetto e la visibilità che merita.

E infine mettendo bene in chiaro che esistono situazioni di stress profondo a cui è sottoposta una donna solo perché donna – in quanto tale. Situazioni rispetto alle quali tutti, ma proprio tutti, abbiamo una responsabilità sociale.

[In verità mi sento un po’ incerta a pubblicare questo post. Spero di averne scritto con decenza, di “Svegliami a mezzanotte”, di aver messo insieme qualche frase con senso compiuto. Se non ci sono riuscita, me ne scuso già.]

I Cazalet – “Il tempo dell’attesa”, di Elizabeth J. Howard (trad. Manuela Francescon)

Insomma qui siamo giunte. Sempre noi tre – più una. E’ stato un mese complicato perché si sa, non è questione facile riuscire a leggere per piacere quando i libri si leggono anche per mestiere. Eppure ce l’abbiamo fatta e ne siamo molto orgogliose – anche perché in un paio di occasioni lavorative ed extra abbiamo navigato in acque agitate, chi per un motivo, chi per un altro. Ma ci siamo riuscite.

E quindi ecco cosa ho imparato da questo secondo volume dei Cazalet, in rigoroso ordine sparso.

Ho imparato che prendere troppe aspirine non è elegante e la Duchessa disapprova. Che l’amicizia ha una potenza enorme nel legare le donne, una forza spaventosa e dovremmo sfruttarla di più – tutte quante. Che mi piacerebbe ricevere in regalo uno scrittoio di legno pregiato con dei cassetti segreti dentro cui trovare buste vecchissime scritte in una lingua incomprensibile. Che in un’altra vita avrei sicuramente fatto l’attrice. Che se una sera ti ritrovi a un tavolo con quell’uomo lì, quello che ti fa battere il cuore, l’alternativa è tra restare seduti e non riuscire ad abbracciarlo, o invitarlo a ballare. Che gli orchi esistono, dovunque, e soprattutto sbucano fuori dagli angoli da cui meno te li aspetti. Che la guerra, vicina o lontana, rovina il futuro. Che devo ricominciare a indossare vestiti di lana. Che non è semplice sistemare sotto lo stesso tetto decine e decine di personaggi e tenere le redini di tutte le loro storie, e che scrittore e opera alla fine forse sono sempre un po’ la stessa cosa, almeno in certi luoghi dell’anima e del testo.

Mie care Angela, Giulia e Monica: niente da fare, io senza di voi non ci sto più. Tanti cuori (ps. lo spazio qui sotto, nei commenti, è sempre vostro, se volete).

“L’esperienza del cielo”, di Federico Nati

Non ringrazierò mai abbastanza gli amici di @unimib (presso cui F. Nati ricopre la carica di Assistant Professor) per questa occasione che mi è stata offerta. Qui trovate il video completo di quel qualcosa che formalmente si potrebbe chiamare intervista o presentazione e che secondo me contiene tutto quello che un post, stavolta, non può contenere.

“Associamo spesso l’idea di spazio al futuro: tecnologie all’avanguardia, satelliti, sonde, rover, esplorazioni planetarie e teorie fisiche ancora da scoprire. Ma il cielo che ci sovrasta nelle notti senza nome arriva da un profondo passato. E’ una luce ancestrale, una reliquia, un’eco di mondi ormai non più esistenti e profondamente mutati. Osservare il cielo è come leggere una lettera postuma, studiare un fossile, riflettere su come andarono le cose”

“Il desiderio e la nostalgia sono aspetti connaturati a questa ricerca. L’etimologia stessa della parola *desiderio*, dal latino de e sidera, ovvero *privato della visione della luce siderale*, associa l’umano anelito verso ciò che non possiamo avere, ma continuiamo a volere, al mistero dell’intoccabile bellezza delle stelle. Persino alle stelle cadenti, che non sono stelle, alcune tradizioni accostano desideri da esprimere e altre il pianto per la nostalgia di persone perdute” (pag95)

Mi era piaciuto leggere di questo “come andarono le cose”. Così ho chiesto a Federico Nati di spiegarmelo, e già che c’era di spiegarmi anche quella nostalgia lì, quella per le persone perdute – quella che viene proprio dall’averle incontrate. E’ finita così, con lui che mi parla dell’importanza dell’imprevisto, dei fatti che accadono, delle scelte non premeditate che si trasformano, a volte, in destino. Mi ha raccontato di luoghi lontanissimi, di un lavoro che io penso mestiere perché va proprio imparato, con le mani; di un momento in cui, in certe professioni, “l’inizio e la fine delle vicende personali e collettive non sono mai davvero identificabili”. E poi sì, mi ha raccontato anche delle persone che ha incontrato e con cui ha lavorato, di come apprendere un metodo, del sistema del mentoring, di tutte le contraddizioni degli States. E mi ha parlato anche dell’umiltà e della caparbietà che in qualità di persona di scienza gli pare debba per forza impiegare – specie nel momento in cui si sceglie di dedicare la propria vita professionale alla ricerca scientifica, quando insomma “non rinunciamo a far parte di un’esperienza preziosa, condivisa che ereditiamo e che lasceremo in eredità”.

Che cos’è “L’esperienza del cielo”: è un viaggio sentimentale all’interno di un’esperienza professionale. E’ un modo nuovo di fare divulgazione scientifica ma anche un momento che occorre prenderci per ragionare sui modi in cui oggi si produce sapere. E’ un diario personale che si trasforma continuamente sotto gli occhi del lettore: un gioco di specchi che non guardano in alto, stavolta, ma dentro e intorno. Curiose, le immagini che ci vengono restituite.

Buona lettura

“Le cose come sono”, di Hervé Clerc (trad. C. Laurenti)

In questi giorni un po’ concitati – a dire il vero sempre, quando i giorni si fanno concitati – sento il bisogno di *tornare indietro*. Quindi mi lascio sul comodino questo libretto, che all’apparenza sembra piccolo ma non lo è. E’ per dire che le cose accadono e non sappiamo mai come né quando. A volte le facciamo accadere noi, a volte vengono da sole, insomma accadono. Sempre curiose, le intersezioni.

Hervé Clerc, classe 1952, è stato per più di 30 anni giornalista e reporter per l’Agence France-Presse, inviato in Spagna, Paesi Bassi, Pakistan, Afghanistan. Caro amico di Emmanuel Carrère, fa proprie le tecniche di scrittura e di auto-analisi del maestro e ci consegna un libricino denso di significati che è sia un compendio sia, alla maniera dello scrittore di cui segue le orme (e che talvolta, mi vien da dire, sorpassa in scioltezza), il racconto di un’esperienza personale, ossia quella dell’incontro (attenzione: incontro, non “conversione”) con il Buddhismo.

“Il buddhismo che troverete in queste pagine non è né religioso né ateo, ma neppure agnostico. Non è tibetano, giapponese o cinese. Non è del Sud o del Nord. Non sentirete parlare di cakra, di mantra, di mudra o di mandala, né di guru, di tulku e neanche di circunambulazione o di terton. Il buddhismo che ho incontrato, incolto come sono, è anch’esso incolto, nel senso che non è compreso in nessuna cultura. Un tale oggetto ha la tendenza a perdere il proprio nome, come un alimento ben digerito la cui sostanza si assimila alla nostra. L’ho chiamato buddhismo comune.” (pag15)

Non fatevi ingannare da questa malcelata autoironia. Di comune “Le cose come sono” non ha proprio niente. Racchiudendo in sé l’esperienza più pura della narrative non fiction – per altro declinata alla francese – ci parla non soltanto di un’esperienza mistica, non voluta, non cercata – ma soltanto accaduta (e i motivi di questo accadimento, che qui non possiamo raccontare, fidatevi – sono i più inverosimili e controversi ed eticamente discutibili possibile), ma anche di tutto quello che il buddhismo è, con tanto di citazioni in lingue morte e sepolte, utilizzo di un lessico adeguato e specifico, rimandi bibliografici, glossario, riflessioni di filosofia comparata. Insomma, non proprio un testo (così) in-colto (nell’idea latina del “non lavorato”) come il buon Hervé ci vuol far credere. D’altra parte Clerc è uno che il buddhismo lo studia da più di vent’anni, quindi non è che ci si potesse aspettare un “Buddha for dummies”, ecco.

Io vorrei pubblicare le foto di come ne ho ridotte le pagine a forza di note, sottolineature con la mina B4, orecchie, piegature della costa. Questo per dire che si potrebbe star qui a parlarne, a scriverne e a citarlo per anni interi – senza per altro riuscire a cavarne fuori per intero il tutto che c’è dentro. La verità è che l’incontro con il buddhismo una volta che avviene cambia nell’animo; non è più possibile tornare indietro perché nel momento in cui accade ribalta in maniera radicale la prospettiva che fino a quel momento avevamo avuto del mondo e di noi stessi. Ma se pensate che io stia accennando alla questione “fricchettone mistico” (il virgolettato è di un amico che così scrive nel suo libro appena uscito, va detto non riferendosi in maniera specifica al buddhismo ma ad altri tipi di ascetismo – e ne parla pure con una certa benevolenza; sicché mi concedo di prendere in prestito solo l’espressione in sé, perché mi è piaciuta molto), bene, dicevo, se pensate a questo tipo di storie, state sbagliando di nuovo.

“Poi l’Occidente passa all’eccesso opposto. Alcuni occidentali prendono tutto in blocco, senza beneficio di inventario; si trasformano in buddhisti, anima, corpo e abiti, senza vedere che il buddhismo non è un blocco, che non si presenta mai come tale, che non è da prendere o lasciare. Il Buddha non ha preso tutto. Al contrario ha lasciato tutto dietro di sé, come un serpente si disfa della vecchia pelle, prima di entrare nel nirvana e di scomparirvi. Tra queste vestigia chiamate buddhismo figura un lascito prezioso fra tutti: il senso critico. (pag22)

“Quando alla televisione vedo dei buddhisti occidentali vestiti con gli abiti gialli e rossi dei monaci tibetani rimango perplesso. Mi dico: c’è un malinteso, siamo nel paese di Montaigne, Molière, Descartes, delle trecentosessantacinque varietà di formaggi, dell’amor cortese, dei grandi vini, dove deve pur esistere un’altra maniera, meno esotica, meno clericale soprattutto, di presentare il buddhismo. Se continuiamo in questo modo, un insegnamento così degno di essere conosciuto e così benefico verrà percepito dalla maggior parte della gente come un innesto estraneo e relegato, accanto agli extraterresti, agli iperborei, ai millenaristi e alla meditazione trascendentale, nel cassetto *New Age*, che le persone assennate evitano con cura di aprire. Non faranno la selezione. Pochi si prenderanno la briga di farla. Un’occasione di riconscimento e di dialogo sarà andata perduta” (pag51)

La strada – che poi è anche il cammino, per chi pensa alla maniera del Buddha – non è così facile da percorrere, nemmeno sulla carta, dato che uno dei principi cardine del buddhismo stesso è proprio quello dell’impegno costante. Quindi Clerc prima ci parlerà del modello cinese col suo “sincretismo per natura” di Buddha-Confucio (nb: dall’incontro buddhismo, taoismo e confucianesimo, val la pena ricordarlo, nasce oltre che l’impero Tang pure il ch’an, che in Giappone divenne lo Zen), poi della comparazione tra Buddha e la filosofia greca dei presocratici e platonica, e infine con il Cristianesimo – guardando il Buddhismo da tre lati: come religione, come filosofia, come nessuna delle due. Ovviamente dedicherà ampia parte alla storia di Buddha,

“In cerca del costruttore della casa / Ho corso la mia corsa nel turbine / delle nascite innumerevoli che mai sfuggono alla morte; / Il male, di nascita in nascita, ritorna. / Costruttore della casa, io ti vedo / Non costruirai più case. L’intelaiatura è infranta / La trave del colmo è volata in frantumi / La costruzione non c’è più. / La mia mente ha estinto la sete.” (pag90 – NdR: questo è il “Dahmmapada” ossia la via del Buddha, strofe 153-154, sezione “della vecchiaia”. Ps: Io quest’estate ne ho comperata un’edizione “nuova” – in verità del 2006 – di Feltrinelli, a cura di Genevienne Pecunia che la traduce direttamente dal Pali)

e per concludere ci racconterà delle principali dottrine della pratica: fare la guardia alle porte dei sensi, sati, “la chiara coscienza”, appamada – la continuità della chiara coscienza – e via via con le quattro nobili verità e l’ottuplice sentiero. Niente scorciatoie metodologiche quindi: fatevene una ragione, il buddhismo non ne accetta. Eppure state sereni, fosse soltanto per i titoli dei capitoli – ed esempio il tredicesimo, “Rumori di ferraglia“, in cui Clerc intraprende una corposissima discussione su anatta (“una dottrina tanto profonda – dice Clerc citando Edward Conze – che una vita non basta a capirla tutta”) – e così mi vien da supporre, non so quanto fondatamente, che i rumori di ferraglia non siano altro che quelli dei marchingegni che girano a vuoto dentro i nostri cervelli, surriscaldati dal tentativo di capirci qualcosa in tutto questo marasma di alfa privativi che però nel buddismo, toh che caso, “sono spesso dotati di carica positiva”.

Certo poi, la buon’anima di Hervé ci parlerà di karma e soprattutto di meditazione (attenzione, si ritorni col pensiero alla questione del “fricchettone mistico” e si tenga ben presente questo punto: “Nel buddhismo antico esistono tre pratiche di meditazione che si basano su tre attività umane elementari: respirare, camminare, amare” pag156). [A questo proposito mi permetto di ricordare, in primis a me stessa, l’abate del monastero Zen Fudenji a Fidenza, che alla domanda di mio figlio e di un compagno: “come si fa a meditare?” semplicemente rispose: “guardati, stai già meditando”] e infine dello yoga, che di fatto è “mettersi sotto il giogo”, ossia “l’applicazione costante della mente su un punto determinato” che è “la condizione della *comprensione*” – pag183.

Insomma, solo alla fine – come in ogni giallo che si rispetti – riusciremo a capire cosa davvero capitò a Hervé Clerc quel maggio 1968, quando aveva sedici anni. Ricordatevi: il buddhismo non accetta scappatoie, quindi non fate i furbi andandovi subito a leggere quel che gli accadde. Perché, di fatto, non lo capireste. La pratica del Buddha è un sentiero, occorre percorrerlo tutto, senza sconti.

Buona lettura 🙂

“Gun Love”, di Jennifer Clement (trad. Silvia Castoldi)

“Ogni domenica, dopo la funzione delle dieci, il padre di April May e altri uomini che abitavano in città avevano l’abitudine di scendere al fiume armati di pistole e fucili con un frigo da campeggio pieno di birre. Bevevano e sparavano in acqua a ripetizione, nel caso che dentro ci fossero degli alligatori” (pag69)

Jennifer Clement è una che la sa lunga. A parte la laurea in Letteratura Inglese e Antropologia e un Master in Fine Arts per la fiction, a parte essere l’autrice del memoir “Widow Basquiat”, di quattro romanzi (tra cui “Prayers for the Stolen”, vincitore del New York Times Book Review Editor’s Choice Book e del Gran Prix des Lectrices Lyceenes de ELLE 2015, finalista al PEN/Faulkner Award e altri premi ancora) e di diverse raccolte poetiche, a parte tutto questo, insomma, Jennifer Clement dal 2012 è presidente del PEN International – la prima donna a essere stata eletta per tale carica, a partire dalla fondazione del 1921. A parte, di nuovo – l’essersi occupata, in parallelo alla sua carica di presidente del PEN Messico (2009-2012), del fenomeno della sparizione e delle esecuzioni extragiudiziali dei giornalisti scomodi, per dire.

Insomma ho l’impressione che se Jennifer Clement s’è disturbata a misurarsi con un tema delicatissimo, quello dell'”amore armato“, è stato perché era già convinta del risultato prima ancora di cominciare a metter giù le prime due righe. Due righe – qualcuna in più – che recitano così:

“Mia madre era una tazza di zucchero. Potevi prenderla in prestito quando volevi. Era così dolce che aveva le mani sempre appiccicose, come in una festa di compleanno. Il suo alito sapeva dei cinque gusti di frutta delle caramelle Life Savers. E conosceva a memoria tutte le canzoni dell’università che parlavano d’amore: Slowly Walk Close to Me, Where Did You Sleep Last Night?, Born Under a Bad Sign, e l’intera serie “Se mi lasci ti uccido” ” (pag9)

Ora non è che si può dir molto, di fronte a questo incipit. Forse solo che a parlare è Pearl, la figlia quattordicenne di una madre scappata da casa a sua volta adolescente, subito dopo aver partorito questa bambina preziosissima che poi ha cresciuto da sola, dentro una Mercury Topaz del 1994 parcheggiata nell'”area ospiti” di un parco caravan. Per quattordici anni.

“Eri così piccola, mi disse. Stavi dentro un asciugamano. E così bianca. Sembravi fatta di perla più che di pelle. Eri come il ghiaccio, o una nuvola; come una meringa. Riuscivo quasi a vedere dentro il tuo corpo. Ti ho guardata negli occhi di pietra dura azzurro chiaro e ti ho dato il nome” (pag21)

#GunLove è uno sguardo di latte e sciroppo sull’orrore di un luogo e di un tempo che Jennifer Clement, con un abile gioco di specchi, ci fa credere molto distante. Salvo poi scoprire che quel parcheggio visitatori proprio così lontano non è, da ciò che siamo noi oggi, da quel che cerchiamo e soprattutto da quel che dell’America, oggi, proprio oggi, vogliamo vedere.

“Non eravamo nel sud della Florida, tra le spiagge calde e il Golfo del Messico. Non eravamo vicino agli aranceti o a Saint Augustine, la città più antica d’America. Non eravamo nella zona delle Everglades, dove nuvole azzurre di zanzare e una spessa coltre di rampicanti proteggevano aggraziate orchidee. Per arrivare a Miami, con la sua musica cubana e le strade piene di decappottabili, ci voleva un bel pezzo. L’Animal Kingdom e il Magic Kingdom erano a chilometri di distanza. Eravamo nel nulla. Circondavano il campo due strade statali e un fiumiciattolo, che noi chiamavamo fiume ma in realtà era solo una piccola diramazione del Saint John’s River. In fondo, oltre una macchia d’alberi, c’era la discarica della cittadina. Respiravamo spazzatura. Esalazioni di ruggine e marciume, di batterie corrose, cibo in decomposizione, mortali rifiuti ospedalieri, odori di medicinali e nuvole di detergenti chimici” (pag13)

L’animo di Pearl è intatto, puro nella sua essenza; il suo sguardo è limpido e intelligente – ma corrotto fin nelle fondamenta. Il filtro che Pearl usa per raccontarci il suo mondo – fatto di predicatori in odore di mafia, storpi di guerra, trafficanti di droga – è ingenuo e allo stesso tempo inconsciamente accorto – quel sistema del crescere guastati di cui nemmeno Pearl ha consapevolezza ma che lavora nel profondo fin dal primo vagito, scava il sentiero con dita e unghie, pervicace, ostinato, con un unico scopo: trascinare Pearl là dove Pearl, alla fine del libro, sarà trascinata. Perché una volta che la strada è presa, ci racconta Jennifer Clement, la prima a perdersi non è la gente che la percorre ma la possibilità stessa di una redenzione.

“Mia madre aveva ragione. Nella nostra parte della Florida era tutto incasinato. La vita sembrava sempre una scarpa sul piede sbagliato. Quando leggevo i titoli dei giornali, allineati accanto alle caramelle e alle gomme da masticare vicino alle casse del supermercato, sapevo che la Florida voleva qualcosa. Leggevo: Non chiamare la polizia, comprati una pistola. Orso torna in città dopo essere stato liberato. Mortale eroina messicana: quattro vittime. Uragano declassato a giornata nuvolosa. Un’estate, sulle rive del nostro fiume, comparvero due alligatori gemelli siamesi. Avevano quattro zampe e due teste” (pag13)

#GunLove è poesia di carabattole: è la madre di Pearl e la sua favola di scappata di casa – una famiglia importante di cui custodisce i cimeli nel bagagliaio: porcellane preziose, soprammobili d’avorio, scampoli di seta pregiata, scatolette di gioie – le mani da pianista. Sono i disegni di Pearl appiccicati ai finestrini della Mercury, i libri di scuola sotto al seggiolino, il sole polveroso di un tramonto che illumina capelli bianchissimi. E’ la consistenza di tre carabine AR-15 calibro 223, l’odore di una Beretta Px4 Storm, l’impugnatura di una Glock, di una Smith & Wesson, di una Taurus, di una semiautomatica calibro 40, di una Glock calibro 45, di un fucile Remington e una carabina Bushmaster XM-15; è il rumore dei fogli di giornale in cui sono accartocciate: “le strisce a fumetti, le inserzioni, le pagine sportive, le previsioni del tempo, la guida tv e gli annunci delle nascite” (pag245)

“Una volta per San Valentino il sergente Bob regalò a Rose una pistola 9 millimetri. Quando un uomo regala un’arma alla sua donna è perché si fida davvero di lei, disse. Questa pistola non sarà mai una fabbricavedove. Certe armi lo sono, ma questa qui è roba seria. Molto più utile di una scatola di cioccolatini. Preferirei mille volte tornare a casa e trovare il medico legale che porta via qualcuno che le stava dando fastidio piuttosto che scoprire che mi ha cucinato una torta di mele. Sì, è questa la verità. Se un uomo regala un’arma alla sua donna è perché si fida davvero di lei” (pag50)

Il libro di Jennifer Clement è potente per quello che sta fuori dal libro. Per quello che la Clement non dice e che lascia a noi, sottinteso. E’ il fuori, stavolta, a entrare nel libro, non il contrario.

E ricordiamoci i back to school essentials:

Buona lettura.

“Maternità”, di Sheila Heti (trad. Martina Testa)

Eh no, non ha funzionato. Questo è il libro delle occasioni mancate. L’evento è più unico che raro su ADC e spiace, è accaduto.

Nessuna introduzione. Si parte così.

Ho trovato l’impianto narrativo di “Maternità” scarsamente funzionale, un miscuglio di generi che, se ben fatto, avrebbe potuto costituire un punto di partenza brillante al fine della narrazione del sé: diario, memoir, cronaca familiare, saggio. Peccato che di questi, Sheila Heti ne prenda il peggio.

Del diario non c’è la sistematicità cronologica, in certi punti francamente sconclusionata (esempio: alla fine del libro la protagonista dice di essere diventata vecchia e infertile ma poi più avanti specifica di aver appena passato la quarantina: da quando si diventa sterili a quarant’anni?). Il memoir (e cronaca familiare, esempio le vicende accadute alla nonna materna, vittima dello sterminio nazista) è un terreno sul quale l’autrice prima arranca e poi si perde quasi come se non le interessasse, mi vien da dire. Del saggio c’è l’idea, una sottotrama di encomiabile e necessaria denuncia sociale (esempio: l’identificazione della donna che ancora oggi avviene troppo spesso solo attraverso il diventare madre) che però viene vanificata nella sua credibilità dall’estrema soggettività dello sguardo, di aspetto clinicamente disturbato, e dalla figura del compagno della scrittrice/protagonista che presenta alcune criticità a mio parere oggettive, di incongruenza strutturale.

***

Il libro è stato presentato come un esempio di approccio rinnovatore all’argomento tabù della maternità autonegata. Il problema è che in “Maternità” di maternità si parla poco e per altro, quando avviene, in maniera abbastanza banale. Il titolo in sé è fuorviante perché in realtà quello a cui il lettore assiste non è un riflettere sulla condizione childfree e sulle dinamiche che hanno portato a questa scelta quanto alla mera narrazione di una parte della vita della scrittrice/protagonista (dai 30 ai 40 anni, a spanne) all’interno della quale Sheila Heti fa affrontare a se stessa/alla protagonista tutti i temi propri di quell’età: la carriera, il diventare adulti, le relazioni sentimentali, la sessualità e, certo, la maternità. Fatto sta che il libro avrebbe potuto camminare da solo anche se l’editor gli avesse cambiato intestazione (“La coscienza di Sheila”, per dire, o “Sheila & Miles, cronaca di una dipendenza”, o anche, che so, “L’odio del corpo”). Anzi penso che da parte dell’editore sarebbe stato più onesto cambiarglielo davvero, il titolo. “Motherhood” avrebbe funzionato soltanto in un caso: laddove si fosse inteso come “maternità” qualsiasi frutto di qualsiasi tipologia di parto, quindi inserendo tra i “parti” anche le produzioni intellettuali e gli sviluppi del pensiero personale, di qualsiasi tipologia. Ma sinceramente non credo proprio – forse sono in malafede – che il progetto sotteso fosse questo.

Mi resta difatti la sensazione di essere stata presa in giro da un’abile operazione di marketing – che sta alla base, dentro la scrittura della Heti, non tanto al livello successivo dell’editing e della pubblicazione: diciamocelo, in un’epoca di nuovi femminismi e di mee too, scrivere un libro di autofiction, intitolarlo “Maternità” e suggerire che al suo interno verranno trattati temi childfree ha sicuramente il suo perché.

E qui arriviamo agli argomenti: già, peccato appunto che di maternità se ne parli davvero poco e per mezzo di approcci che non riescono a ottenere la necessaria credibilità. Da una parte alcune riflessioni sfiorano la banalità di un discorso tra sedicenni (della serie: non voglio essere madre perché a un figlio bisogna dedicare tutto il proprio tempo – ma dai, davvero?) e non apportano sostanziali novità al dibattito in corso sulle dinamiche importantissime dell’influenza che il giudizio sociale ancora oggi possiede. Dall’altra la scrittrice/protagonista si dimostra una donna dal vissuto certamente ricco ma intensamente fragile e nevrotico; un contesto che produce spesso riflessioni e situazioni – finanche di vero e proprio delirio paranoico – nei confronti delle quali è difficile che si attivi il processo di immedesimazione ma nemmeno quello della com-passione anche a causa di alcune criticità etiche che a mio parere non sono da sottovalutare. (Ad esempio la scelta di non volere figli e nel contempo quella di rifiutare l’utilizzo di qualsiasi anticoncezionale a parte la pillola del giorno dopo che viene assunta con la stessa frequenza di un’aspirina – quando anche solo dal punto di vista della farmacologia si tratta, lo sappiamo tutti, di un medicamento che va utilizzato con cautela poiché non privo di effetti collaterali. Oppure la fissazione che la scrittrice/protagonista ha nei confronti della chiromanzia, o l’utilizzo del metodo dell’I-Ching in maniera del tutto disgiunta dalla filosofia millenaria a esso sottesa, minimizzandone la portata: “Nelle pagine che seguono vengono usate tre monete: tecnica ispirata all’I-Ching, ma non corrispondente al vero I-Ching, che è qualcosa di diverso” -pag9 – qualcosa di molto diverso, cara Sheila).

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“…con tutte le bugie che il corpo racconta alla mente, e tutti i brutti scherzi che gli fa. Assicurarmi che il corpo non mi faccia più scherzi (…)” (pag120)

[NB: Il fatto che la protagonista sia una personalità borderline che abbisogna di supporto psicoterapeutico non lo sto inventando io ma lo conferma lei stessa quando, a circa tre quarti del volume (attenzione, spoiler!) afferma di aver dato una svolta alla propria vita per mezzo degli psicofarmaci, grazie al cui effetto ora può vedere la negatività e l’incongruenza di alcune posizioni sostenute in precedenza (posizioni che, ricordo, il lettore si è dovuto sciroppare per almeno metà libro: ops, scusate, ero depressa, soffrivo di paranoie: ho detto delle cavolate, cancellate tutto!)]

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“Svegliandomi ho detto a Miles: Magari sarebbe bello avere un figlio. Lui ha risposto: Sicuramente è molto bello anche farsi lobotomizzare. Tutta la fatica che ho fatto in questi anni per diventare il tipo di persona per cui riesce a provare rispetto, dice che significherebbe buttarla a mare; quando la cosa più difficile nella vita è diventare qualcuno” (pag131)

Vedi? Non è una cosa sana, questa pressione che ti mettono le. tue amiche per farti fare un figlio. Ti vogliono sulla loro stessa barca. Vogliono che tu abbia il loro stesso handicap. Ha ripetuto che è un gioco che non vale la candela, essere genitori. L’ha definito la più grande truffa di tutti i tempi” (pag186)

Chi oppone più resistenza all’idea di diventare genitore è Miles, il compagno della scrittrice/protagonista. Ho parlato sopra di incongruenza strutturale del personaggio, spero di riuscire a spiegare il perché.

Miles, affermato avvocato 40enne, è spregiudicato nelle proprie affermazioni; rivela un profondo disprezzo per la questione maternità e una completa incapacità di empatia nei confronti della compagna che, questo va convenuto, sta affrontando un visibile e profondo disagio. Eppure, se ciò non fosse già sufficiente per dargli il benservito, il problema è un altro ancora. Il fatto è che Miles non vuole figli perché lui (attenzione, spoiler!) una figlia ce l’ha già. Avuta per sbaglio in giovane età, certo; cresciuta dalla madre, chiaro; ma ce l’ha. Con lei va in vacanza, sta al telefono, passa i week end; le paga gli alimenti, si interessa dei suoi hobbies. Ora, genitori all’ascolto: quanti di voi non hanno mai risposto “no, grazie, siamo a posto così” a chi vi chiede “fate il maschio?”, oppure “non volete altri figli?”. Perché è vero: dopo uno, o due, magari dopo il terzo o il quarto figlio – ma alla fine quel “siamo a posto così” arriva. Quindi, caro Miles, non raccontarcela. Tu, come diciamo noi madri di figli ormai grandicelli, “hai già dato” – e limitando la tua compagna nella riflessione sul perché vorrebbe dei figli, suggerendole non la tua opinione ma il tuo insindacabile volere, non fai altro che impegnarti nella conservazione del tuo status quo – in maniera del tutto disonesta perché tu, quell’esperienza, l’hai già fatta.

Di conseguenza, anche le affermazioni di Miles riguardo l’ingiustizia sociale che tocca quelle donne che decidono coscientemente di non aver figli finiscono nel calderone di quel che poteva avere un senso, se solo espresso meglio; se solo non fossero state inficiate da interessi personali che ne minano l’autenticità.

Disonesto a mio parere è anche il modo in cui il lettore viene trascinato e costretto a leggere di argomenti che con la “maternità” c’entrano ben poco; mi riferisco in specie alle frequenti scene di sesso spinto/sogni erotici (infarciti di termini volgari e descrizioni molto crude), che non sono in se stessi il male dell’universo, sia chiaro, ma di cui non si comprende il significato all’interno della narrazione. Forse l’intento dell’autrice era la dimostrazione della profonda intesa fisica e mentale della coppia: niente di più corretto. I mezzi a disposizione sarebbero stati molti e ancora una volta peccato, perché Sheila Heti ha scelto, di nuovo, quelli sbagliati: parlare di rapporti sessuali durante il ciclo mestruale con tanto di descrizione particolareggiata dei fiumi di sangue che copiosi allagano la camera da letto, o di penetrazioni anali poco consenzienti, o di sesso a tre non mi è parsa una grande idea, non tanto perché voglio gridare allo scandalo, figuriamoci, ma perché mi sembra una trovata degna che so, dei primi anni Novanta, o dei più recenti mum-porn alla cinquanta sfumature (NB: di target femminile… Una buona occasione per parlare ai maschi – di nuovo sprecata).

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Appunto, parliamo della vecchiezza di questo testo. Sheila Heti sembra incastrata non soltanto nel personaggio Sheila Heti ma soprattutto in un tempo che ormai ha fatto la propria storia. Questo interrogarsi, chiudersi in casa a tende tirate, far muffire la roba in frigo, crogiolarsi nella recitazione della parte dell’intellettuale tormentata che non cucina e non lava i panni, spendere ore e ore a parlare con l’amica delle proprie nevrosi, avvolti dal fumo delle sigarette… ecco, questo modo di raccontarsi ha fatto il proprio tempo. Era Woody Allen il sovrano indiscusso dei monologhi “dell’analista”. Il terapeuta, la seduta, la sigaretta, le pillole (non “pastiglie”, no, proprio “pillole”) lui che piegato su se stesso, camicia bianca e maniche flosce, finge di balbettare ma io – ma io… Sembra quasi che Sheila Heti si sia dimenticata, di come tutto questo sia blasé.

Si parlava recentemente su Twitter dei romanzi millennials, in specie autofiction, e ci si domandava come mai questo tipo di narrazione da noi non riesca a prendere piede. Ho pensato che forse è il nostro Novecento, ad averci salvato. Gli americani, di struttura dimenticano. Il proprio passato, le radici, le eredità della Storia. Lo dimentica anche Sheila Heti (anche se è canadese!) come mi è stato fatto notare su Twitter, perché dei suoi illustri predecessori, quelli che avrebbero potuto darle una gran mano nella stesura di questo testo – che come idea, mi preme ricordare, non era affatto male – non gliene può fregare una beata.

Noi per fortuna non dimentichiamo e quindi non possiamo fare a meno, per quanto riguarda il romanzo psicologico novecentesco, di fare i conti con autori del calibro di Svevo, Moravia, D’Annunzio – per dirne solo alcuni. Personalità complesse con cui è molto difficile se non impossibile confrontarsi alla pari. E menomale.

Stavolta il buona lettura non c’è. Ciò non toglie che possiate cimentarvi ugualmente, a leggere “Maternità”. Non ho la presunzione di dir male di un libro e pensare che il mio dir male sia definitivo. E’ stato definitivo per me – ciò non vuol dire che lo debba essere per tutti. Mi scuso con Sellerio: mi dispiace sempre criticare un testo perché so quanto lavoro c’è dietro, quanto entusiasmo e quante scommesse. Mi capita di leggere libri che non funzionano e scelgo di non parlarne; a tutto però c’è l’eccezione e per me capita quando il libro, che ha in sé un potenziale distruttivo per via del semplice fatto che può essere venduto, letto e divulgato, passa a mio parere messaggi incongrui e distorti. “Maternità” non parla di maternità, parla di disturbo mentale. Ed è giusto che il lettore lo sappia prima di cominciare la lettura.

Non tutte le donne childfree sono donne insolute, dalla personalità borderline, che abbisognano di un supporto psicologico e farmacologico per affrontare questo e altri passi della loro vita e che hanno per compagno un uomo misogino e indifferente al dolore altrui. Vivere childfree è una scelta alla pari con quella dell’avere figli – entrambe possono e dovrebbero essere fatte in serenità e sentimento reciproco.