“Nel mondo a venire”, di Ben Lerner (trad. Martina Testa)

“Gli animali impagliati e gli sfondi dipinti dell’Ottocento apparivano al tempo stesso datati e futuristici: datati perché rudimentali nella tecnica e metodologicamente approssimativi e poco rispettosi; futuristici perché postapocalittici; era come se una razza aliena avesse cercato di ricostruire il passato del territorio desolato nel quale si era imbattuta. Mi ricordava il pianeta delle scimmie o altri film degli anni Sessanta e la cui distanza dal presente si percepiva soprattutto nell’estetica antiquata dei futuri che immaginavano; niente al mondo, pensai fra me e me, era così vecchio quanto ciò che era futuristico nel passato.” (pag186)

Faticosamente ho finito Nel mondo a venire. La verità è che non ricordavo nemmeno di averlo – m’è tornato in mente per la curiosità verso il nuovo lavoro di Ben Lerner, Topeka school; insomma questo “10:04” (sì, in originale è proprio così) era rimasto sullo scaffale dei non letti: l’acquistai perché mi pareva curioso, poi ne affrontai dieci pagine (ma avete mai pensato a come possa cambiare la percezione che si ha di uno scritto: qualche anno fa sono andata a sottolineare righe sulle quali rifletterei ancora ma anche altre che oggi non mi spiego il perché io le abbia furiosamente evidenziate spendendoci sopra strisce di mina 6B) e infine, immagino spinta da un certo tipo di sopraffazione, lo abbandonai – al primo giro di capitolo.

I pro sono che Ben Lerner – o almeno, il suo alter ego romanzato (un momento, forse questo è un contro: stiamo parlando di autofiction?) – di fatto è un tipo brillante. Pur dando soddisfazione a quei cliché che ci sistemano tutti più sollevati (“dormi bene, lettore, ti rimbocco le coperte, leggi queste pagine, non ne uscirai né sconvolto né in lacrime: andrà tutto bene“) perché corrispondono a quell’idea d’oltreoceano che piace tanto a noi esterofili residenti ai confini della provincia dell’impero – colto 30enne, newyorkese d’adozione, trasandato quanto basta, poeta, professore universitario, inserito nei contesti necessari, quel misto d’elettrizzante artistico sperimentale decadente che fa immaginario collettivo – insomma (va bene, respiro) pur con tutto quanto sopra che restando così le cose ne farebbe la bella copia maschile di, che so, Ottessa Moshfegh o Sheila Heti (perché alla fine tutti e tre parlano e s a t t a m e n t e delle stesse questioni: diventare adulti, il rapporto con i genitori, la tradizione, le relazioni sentimentali, la genitorialità, gli psicofarmaci, le ipocondrie eccetera eccetera), Ben Lerner, gli va dato il merito, in qualche modo riesce a creare per sé una voce nuova. Sarà per l’ironia e per il sarcasmo spesso feroce con cui, forse grazie alla sua formazione poetica, riesce a descrivere in pennellate minimamente autoreferenziali (il superego fallocentrico del “guardate come so scrivere bene” non è per lui) se stesso e il mondo che lo circonda, o per il procedimento d’evidenza maieutica attraverso cui è in grado di gestire il lettore, regalandogli una fruizione sempre attiva lontana da quella sensazione di inerzia indolente che è come un coccodrillo preistorico, nascosto in agguato nel pantano melmoso del “racconto di sé”. Sarà per la commistione dei generi – dal dialogo allo stream of consciousness, dall’utilizzo delle immagini alle pagine in poesia; sarà perché riesce a costruire un libro tra i pochi che – per miracolo o per intuito (penso più a questa seconda opzione) – creati nel pre- vanno bene pure nel post- (pandemico/apocalittico). Insomma con tutti questi sarà, la conclusione è che Ben Lerner è bravo davvero. E’ un’anima in subbuglio per i motivi giusti: la precarietà del lavoro universitario, la difficoltà di inserirsi nel mondo delle lettere mantenendo una certa coscienza critica, scavalcando leccaculismi d’ogni ordine e grado, il desiderio di formare una famiglia e di fare pure dei figli – peccato che l’amica del cuore, 37 anni single, gli dice che sì un figlio da lui lo vorrebbe anche, ma senza coito e con la clausola che comunque poi questo figlio lo terrebbe per sé perché deve ancora decidere se sia il caso di condividere il proprio, ipotetico frutto gravidico con l’uomo che ha contribuito a generarlo.

“(…) la grandiosità e la stupidità omicida di quell’organizzazione di tempo, spazio, carburante e forza lavoro diventavano visibili nel prodotto stesso, ora che gli aerei erano fermi sulle piste e le autostrade iniziavano a chiudere. Tutto sarà com’è ora, solo un po’ diverso” (pag32-33)

Sicché, dicevo dei contro. A parte il pericolo dell’incursione nell’autofiction (è un mio problema, lo so, considerarla il danno più funesto e micidiale della letteratura americana contemporanea, il parassita tossico che minerà dall’interno quel poco che ancora resta di una narrativa moribonda a cui il “parlo di me” se va avanti ancora un po’ tirerà la mazzata finale), il contro più contro di tutti è stata la noia. Che poi suppongo sia stato il motivo per cui avevo abbandonato la lettura all’epoca (ndr: avevo i bambini ancora piccoli, di tempo da sprecare ne avevo pochissimo). Malgrado la trama per certi versi fulminante, la distopia gestita alla maniera ballardiana – e per intima convinzione, non per furbizia – le capacità tecniche indubbie e il linguaggio attentissimo, specie per le questioni artistiche – insomma su tutto è stata la noia. Il ritmo stupefacente, quello bassissimo della marcia funebre, con cui l’ecco, ci risiamo m’assaliva le tempie . Ecco, ci risiamo: il giovane newyorkese crepuscolare, l’algida 35enne che non riesce a proiettarsi né compagna né madre per via del rapporto conflittuale col padre/patrigno, il mondo dell’arte “d’avanguardia”, gli spinelli, la cocaina, le ubriacature, le ipocondrie alla Woody Allen, gli psicofarmaci, il terapista, le riflessioni sulle ingiustizie sociali “fatte dall’alto del proprio privilegio”, la (ri)scoperta delle piccole cose, la banalità delle riflessioni sulla paternità (“sarei capace? oh mio dio no!” – ma davvero).

Quindi, lo stremo.

E’ un libro da leggere? Sì,

1. se piace un certo tipo di storia, di personaggi e di sistema-romanzo, perché l’autore li rappresenta bene – meglio di tutti gli altri che in questi ultimi tempi ci hanno provato.

2. perché mostra come la qualità di certe scritture possa valicare anche una pandemia interplanetaria.

3. perché Ben Lerner è conscio di appartenere a una certa tradizione e a un ambiente così peculiare tanto da esimersi dal finto naifevitando quindi, in sostanza, di prenderci per scemi.

Sicché leggerò Topeka school? E’ una situa complicata ma penso di sì: al Grande Romanzo Americano o presunto tale, di qualsiasi esperimento si tratti, non si può (ancora) rinunciare.

“Mi sentii un caratterista che tentava di rientrare in un vecchio personaggio” (pag217)

“Sud”, di Mario Fortunato

Storia di copertina: “The Diagonal”, uno dei lavori più noti di Euan Uglow (UK, 1932-2000). Pittore con predilezione per le figure umane, aveva lo sguardo rivolto alla scultura di cui fissava nel dipinto i tratti, i modi, le strutture. Questa donna (?) mi ha conquistata: nuda, sotto un sole estivo, fuori campo – stampa lucidissima a contrasto anche tattile con la cornice bianca – rappresenta l'involucro del corpo, mi pare, che dà forma ai nomi della storia.

“I decenni volano mentre certi pomeriggi non passano mai” (pag194)

Di questi tempi il rapporto che abbiamo con la “nostra memoria” si tinge di complessità. Se da una parte è concreto il bisogno intrinsecamente umano del ricordo, dall’altra è pur vero che il nostro passato storico, specie novecentesco, ci chiama alla necessità di una rielaborazione e ri-contestualizzazione, esigenza a cui occorre dar voce e che va collocata in quel preciso, nevralgico momento che sta tra l’accettazione acritica di una realtà avvenuta, e in un certo modo raccontata, e la tentazione della damnatio memoriae.

Con questo spirito mi sono avvicinata a “Sud” di Mario Fortunato, che ho domandato a Bompiani per via della mia bolla su Twitter – all’interno della quale questo racconto “bi-familiare” girava da qualche settimana. Sul palcoscenico di un mai chiaramente identificato paese del sud Italia, Fortunato mette in scena una saga familiare – in realtà doppia, perché comprende due nuclei distinti, quello “del Notaio” e quello “del Farmacista” uniti dal vincolo di matrimonio tra Tamara, figlia del Farmacista, e “l’Avvocato”, figlio del Notaio – che si snoda dagli albori del fascismo sino al 1970 circa. A far da perno della vicenda, che è strutturata attraverso una godibilissima narrazione svelta, a episodi (all’interno dei quali poi si creano rimandi e ritorni quasi stessimo assistendo a una sorta di intricata Spoon River calabrese), è la figura del “Notaio” attorno al quale ruotano decine di comprimari: l’amante di gioventù, le due mogli (Vita e poi Elvira), i sette figli tra cui “l’Avvocato” (non conosceremo mai il suo nome di battesimo), le persone di casa (le domestiche/balie Cicia e Rosa, la cuoca Maria-la-pioggia, l’autista-confidente dell’Avvocato, Ciccio Bombarda), i nipoti tra cui Valentino – figlio dell’Avvocato, da cui prende avvio tutto il racconto – la nuora Tamara con i consuoceri (il padre “Farmacista”, la madre Lea), i fratelli di lei Maria, Giorgio e Nina, i figli Picchio, Erri, Vita e appunto Valentino. Parrebbe faticoso seguire le vicende di ognuno; tuttavia dopo poche pagine e l’aiuto di un paio di alberi genealogici all’inizio del testo ogni linea narrativa si dipana evidente, tanta è la varietà di vita e di esperienze diverse contenute in ciascuna.

In numerose interviste, tra cui per esempio quella a Fahrneheit e Rai Cultura, Mario Fortunato racconta la genesi di questo “romanzo familiare” che se da una parte ha l’intento, come ogni romanzo storico, di mettere insieme “la dimensione personale e quella collettiva” dall’altra si impegna a creare una narrazione di un sud alternativo, perché liberato dagli stereotipi relativi al modo in cui comunemente viene trattata la questione meridionale e da quel binomio quasi “folkloristico” miseria/nobiltà che per una volta resta ai margini, con i suoi colori privi di sfumature. Il mondo che Fortunato infatti attrezza è quello della borghesia – di cui era ricchissimo il sud Italia – quasi mai rappresentata a favore di una narrazione sovente archetipizzata; un mondo nel quale era forte il senso di avvicinamento tra le classi sociali, al cui interno la quotidianità era imbrigliata in una rete di rapporti fittissimi, raramente di malanimo, più spesso di profonda fratellanza – e sorellanza. “Sud” non è un libro sulla questione meridionale ma è, di fatto, un libro che si occupa anche di politica e critica sociale nella misura in cui spinge alla riflessione su quel procedimento di rimozione che ha caratterizzato spesso la raffigurazione del sud novecentesco. Il tema dell’ “ubi sunt”, da cui il romanzo parte (il “dove sono” di un Valentino ormai adulto che, emigrato in Inghilterra, si trova a ricevere la notizia della morte dell’ultima zia) porta con sé prima di tutto la riflessione sul proprio passato – perché il momento di guardarsi indietro arriva sempre e per tutti (in proposito, qui potete trovare il bell’articolo di Sandra Petrignani uscito per Il Foglio) – e poi spinge a un’analisi profonda su quel sud Italia fecondo, ricco di aspettative, culturalmente e politicamente attivo, ben radicato nella terra e nelle tradizioni ma aperto alle novità di un presente in rapido cambiamento. Dalla militanza del Notaio nelle fila dell’antifascismo regionale, latitanza compresa, alle lotte partigiane delle quattro giornate di Napoli a cui prende parte il figlio Vincenzo fino all’impegno politico locale dell’Avvocato, di idee socialiste, Fortunato mostra come la borghesia del sud Italia, di base colta e istruita presso le migliori scuole, abbia sempre rappresentato una parte fortemente attiva e influente della vita politica italiana pre e post-bellica.

Sicché si capisce, ritornando al principio, come il significato di memoria vada ben oltre la questione del ricordo poiché viene a identificarsi più con il concetto di appartenenza che con quello della rimembranza. Quel che si perde, sembra dire Fortunato, non è tanto il ricordo quanto la consapevolezza di quel qualcosa con cui siamo in relazione, e se si perde questo vincolo si perde il senso stesso della Storia.

Il realismo magico presente in tutto il romanzo è un altro elemento con cui occorre fare i conti leggendo “Sud”: mai come nel Novecento, racconta Fortunato, è stata così concreta e pervasiva la vicinanza tra il sud e il mito – che non solo viene dall’esperienza dell’antico ma anche dal fatto che la formazione culturale (che, si badi, coinvolge allo stesso modo maschi e femmine, vecchi e giovani) era continua e profonda: le famiglie borghesi amavano l’opera, che veniva ascoltata, cantata, recitata; si leggevano i quotidiani, si condivideva l’interesse per la lettura di prosa e poesia e la “memoria del mitico” che va dai poemi epici al culto dei morti, sempre percepiti come entità non-separabili dal mondo dei vivi. Fantasmi, visioni notturne scaturite dalla bellezza struggente del paesaggio marino o dall’arsura dei campi in agosto, voci misteriose, echi di violini e musiche risalenti alla Shoa e allo sterminio nazista riecheggiano tra i corridoi bui e freschissimi delle case di famiglia modellando un presente che si fa realtà ma anche sogno, fantasia, immaginazione.

Un sostrato ricco di elementi nutritivi che comprendevano anche, per esempio, l’apertura verso l’emancipazione femminile e un sistema-famiglia che, nonostante non potesse far altro, dati i tempi, se non relegare le donne al ruolo di figlie, mogli e madri, creava una rete di rapporti pressoché paritari, finanche di stampo matriarcale; o ancora, ad esempio, l’accettazione dell’omosessualità, riguardo alla quale di fatto non v’era scandalo. Oppure l’approccio aperto, improntato all”accoglienza e alla condivisione delle cure, nei riguardi dell’assistenza agli anziani di casa e della malattia mentale.

Sostrato di cui, con la creazione dell’Italia unita e ancor più col dramma dei due conflitti mondiali, s’è andata perduta la tradizione in nome di nuove condizioni di vita e nuove opportunità che, private del filtro ipocrita di una narrazione “strabica”, acquistano tutt’altro sapore. Opportunità che – sostiene Fortunato – in qualche modo favorirono, non del tutto ma almeno in parte, il dilagare di quella rete malavitosa locale che poi travalicherà il microcosmo del paese per trasformarsi nella ‘ndrangheta.

“Certo, i sacrifici a cui i maschi meridionali sono sottoposti in pieno miracolo economico sono paradossalmente molti di più del passato, quando facevano i contadini: lasciando il lavoro nei campi ci hanno guadagnato in denaro e in regolarità salariale, ma ora vivono ammassati in poche stanze in affitto nelle periferie più grigie del Settentrione e del Nuovo Mondo, hanno turni di lavoro estenuanti alla catena di montaggio, sperimentano la privazione del sesso e dei sentimenti, sono oggetto di discriminazioni e di razzismo” (pag154)

Di questi tempi si lamenta una certa ridondanza di temi nella letteratura italiana contemporanea – tra cui, si dice, spicca anche il “romanzo borghese”. Viene invocato il bisogno di novità: occorre aria fresca, si dice. Però io penso che sia la nostra stessa storia, culturale e letteraria, a richiamarci sempre indietro, al romanzo storico: in fin dei conti non si tratta di dover per forza inventare qualcosa di nuovo quanto di saper leggere in maniera nuova il nostro passato; utilizzando, perché no, le medesime forme con cui ci siamo confrontati fino a ora.

Dispacci da lontano. #ADCchina

Da qualche tempo andavo in giro a segnarmi titoli di riflessioni dall’oriente: era nel pre-virus, m’interessava capirne di più di geopolitica. Ora siamo tutti diversi – per certe questioni è più una mia speranza che una realtà oggettiva a dire il vero – e il dibattito si è acceso: dall’economia spregiudicata ai nuovi ricchi, dal problema dell’approccio culturale alle derive sempre presenti di censura e propaganda, l’analisi sul potere asiatico si rivela in tutta la sua complessità. In questo articolo aperto lascio alcuni degli ultimi titoli che mi hanno incuriosita: è come al solito benvenuto ogni altro suggerimento.

Nella testa del Dragone. Identità e ambizioni della nuova Cina“, Giada Messetti – ed. Mondadori (marzo 2020). Una voce secondo me fresca e al tempo stesso autorevole che penso possa riuscire a chiarire quel che la Cina in sostanza è: un crocevia di tante realtà – e identità diverse – che inevitabilmente sfuggono alla maggior parte dei nostri sforzi tassonomici.

Red Mirror“, Simone Pieranni – ed. Laterza (2020). La tecnologia che offre soluzioni a problemi altrimenti ingestibili, la tecnologia invasiva: a che punto siamo? Dalla domotica agli smartphone, dall’AI alla smart city, ce lo spiega la Cina.

“Le potenze del capitalismo politico. Stati Uniti e Cina“, Alessandro Aresu – ed. La Nave di Teseo. Che cos’è il geodiritto? “Una guerra giuridica e tecnologica combattuta attraverso sanzioni, uso politico delle istituzioni internazionali, blocchi agli investimenti esteri”.

Il nuovo Mao“, Gennaro Sangiuliano – ed. Mondadori (2019). Una fittissima biografia del leader cinese, ricca di spunti di riflessione non solo sulla figura di quest'”uomo più potente del mondo” (davanti a Putin e Trump – Forbes 2018) ma anche sulla storia della Cina contemporanea.

Mao Zedong è arrabbiato – verità e menzogne dal pianeta Cina”, Yu Hua – ed. Feltrinelli. “Yu Hua è nato nel 1960 a Hangzhou. Figlio di un’infermiera e di un medico, trascorre lunghi pomeriggi dell’infanzia a giocare nei corridoi dell’ospedale. Lì fa il suo apprendistato di scrittore. È considerato uno dei migliori autori della nuova generazione”. Tra censura, propaganda, ricchezze spregiudicate e mal condivise, lotte di classe, una lettura che mi pare indispensabile per l’ironia e la passione che la contraddistingue.

La seconda guerra fredda“, Federico Rampini – ed. Mondadori (novembre 2019). A fine 2019, Rampini firma un libro sullo scontro tra America e Cina: curiosa di capire se le sue osservazioni, fatte appunto nel pre-virus, saranno valide anche nel post, mi incuriosisce l’analisi sul ruolo di chi resta schiacciato in mezzo, ossia noi europei.

Scacco all’Europa“, Danilo Taino, ed. Solferino (marzo 2019). Anche qui, il focus è in parte l’Europa e quel ruolo mondiale eurocentrico ormai in declino. La Belt and Road Initiative avanza inesorabilmente?

Il secolo asiatico?“, Parag Khanna – ed. Fazi (marzo 2019). Questo è uno dei testi che mi interessa di più: mi domando se dentro a quel punto di domanda fosse già conservato, in embrione, parte di un futuro che è diventato il nostro presente.

“Instagram al tramonto”, di Paolo Landi

“Il social più alla moda e più glamour ci fa intendere che bisognerebbe vergognarsi di non essere felici. La foto del cane, la pasta al pomodoro con le foglie di basilico, il sorriso di nostro figlio ma anche la piscina del resort, la tavola lussuosamente imbandita, l’amore fotografato in tutte le sue declinazioni: sono questi i momenti che Instagram ci spinge a ricordare, i momenti migliori. Per dare alla nostra vita, sempre, l’immagine del successo” (Kindle pos133)

Qualche giorno fa, girovagando su Instagram, mi ero chiesta cosa sarebbe potuto capitare, lì sopra, nel caso in cui a mancare fosse stata una particolare tipologia di contenuti: quella delle esperienze. Quando cioè non fosse stato più possibile pubblicare storie e foto sulla serata al ristorante, lo show immersivo a cui siamo stati invitati in anteprima, il viaggio in India. Sicché, ieri mi sono messa a curiosare tra i profili delle varie influencer e ho notato che, ovviamente data la situazione, al momento difettano tutte proprio di quel particolare comune: la celebrazione dell’esperienza.

Nei giorni scorsi avevo condiviso la riflessione di cui sopra con Paolo Landi, su Twitter: “molte domande ma anche qualche risposta”, mi aveva risposto lui, riferendosi al suo “Instagram al tramonto”, che è un phamplet, svelto e aguzzo, scritto per spiegarci – senza alcuna lezioncina – che cosa succede nella nostra testa quando Instagram lo utilizziamo sia da utenti attivi nella pubblicazione e nel commento, sia da semplici fruitori (ehrm) passivi.

Effettivamente, attraverso l’analisi di alcuni temi cardine del sistema-Instagram (la felicità, l’economia, l’ipermercato, l’inglese, lo snobismo, la moda, il kitsch, l’arte, il cibo, gli animali, la politica, il sesso, la religione e addirittura la morte) Paolo Landi ci racconta di un microcosmo all’interno del quale vengono riprodotti “tutti i meccanismi tradizionali della società, allargandola all’universo mondo, conservando intatti gli arcaici e sempreverdi sentimenti come l’amore, l’invidia, il narcisismo, l’egocentrismo, l’esibizionismo, lo snobismo” (pos63). Tuttavia Paolo Landi è ben lontano dallo scrivere l’ennesimo lamento sterile su inutilità/pericolosità di un certo tipo di stare on line. “Instagram al tramonto” è piuttosto uno strumento che aiuta a riflettere sui processi mentali alla base dell’utilizzo di questo social, rispetto ai quali è necessario che gli utenti prendano consapevolezza.

Ad esempio il fatto che Instagram, di fatto e contro-intuitivamente, non sia certo uno strumento attraverso cui tenere attiva la comunicazione interpersonale, oppure che sia un sistema-mondo all’interno del quale le nozioni di passato e futuro non possiedono significato, in nome di un presente continuo, senza ricordi, privo di conseguenze. Ancora, viene analizzato il tema del “lavoro“, “sempre dematerializzato dalla fatica, dalla routine, dall’alienazione” (pos151) e identificato in uno strumento utile a definire criteri di differenziazione di classe. Parte del libro è dedicata al fenomeno degli influencer (“forme massificate di individualismo, ossimori viventi che incarnano una esclusività omologata” – pos259) e anche alla questione dei “consumi regressivi” ma anche a tutto quel fenomeno che celebra “l’umile e il banale, cercando di riscattarli con il pathos della realtà”, fino alla rappresentazione dello spirituale, del religioso e della morte (o meglio – della sua negazione).

“Instagram al tramonto” lo consiglio davvero a tutti: a chi di Instagram è dipendente, a chi non ce l’ha, a chi vorrebbe ma non osa, a chi da Instagram s’è cancellato. Paolo Landi è spiritoso, ironico, attento, intercetta bisogni e tendenze con uno sguardo acuto sul mondo che cambia.

Ps. Gli argomenti trattati da Paolo Landi sono parecchi. Qui sul Twitter trovate tutte le mie note, quelle che prendo durante la lettura, che comprendono anche altri temi non citati qui sul blog per ovvi motivi di spazio.

“Vita su un pianeta nervoso”, di Matt Haig (trad. Silvia Castoldi)

“E sono convinto che il motivo per cui i supermercati rappresentano un fattore scatenante così potente è che sono già derealizzati. Come i centri commerciali, anche loro sono luoghi completamente innaturali. Ormai sembreranno fuori moda, quasi pittoreschi, in quest’era di shopping online, ma sono comunque molto più moderni della nostra biologia. La luce non è quella naturale. (…) Il numero di scelte possibili è superiore a quello che la nostra natura si è evoluta per affrontare. La folla e gli scaffali sono iperstimolanti. E molti dei prodotti in vendita sono a loro volta innaturali. Non sto parlando del fatto che quasi tutti contengono additivi chimici, anche se pure questo ha la sua importanza. Mi riferisco al fatto che il loro aspetto è stato alterato. Il pesce in scatola, le buste di insalata, le confezioni di riso soffiato e dolcificato, i medaglioni di pollo impanati, gli insaccati, le pillole di vitamine, i vasetti di aglio tritato, i pacchetti di patatine dolci al peperoncino. Non sono cose naturali. E in un ambiente innaturale, quando l’ansia è già abbastanza acuta, c’è il rischio di sentirsi innaturali a propria volta” (pag285-286)

Febbraio si avvia alla fine con questo libretto – che stava sul mio comò da qualche tempo ma che solo ora si è fatto catturare, per chissà quale destino – e forse sul comò deve restare perché il modo di leggerlo, l’approccio dico, non è mai identico: cambia sempre, a seconda del momento in cui questo libricino lo si prende in mano. Succede perché “Vita su un pianeta nervoso” non è solo il racconto di un’esperienza personale (l’autore, come è noto, soffre di disturbi d’ansia e altre psicopatologie di cui non fa mistero – anzi è sempre in prima linea, anche sui social, nel promuovere la conoscenza e una corretta informazione in merito) ma è anche un saggio ben documentato su cosa significhi oggi vivere in un mondo interconnesso – è questo il senso del “pianeta nervoso”: una rete infinita, neurologicamente collegata e iperstimolata – e, in certi punti, perfino una sorta di manuale self-help minimamente intrusivo.

Attraverso il racconto di alcune vicende personali (ad esempio l’utilizzo invasivo del cellulare che con le notifiche impone un’attenzione costante ma – paradossalmente – discontinua, il sovraccarico di informazioni rigettate da telegiornali sempre più -volutamente- apocalittici, l’incapacità di gestire un ambiente di lavoro all’interno del quale la misura della performance è diventata l’unico strumento attraverso cui valutare l’individuo) Matt Haig cerca di capire in che maniera la grande e unica mente che è il nostro mondo di oggi – vittima si direbbe di una malattia d’ansia generalizzata che è dentro il mondo stesso, come se il nostro pianeta fosse un unico, immenso essere vivente – è in grado di influenzare la nostra psiche. E in che modo sia possibile, per noi micro-organismi che questo enorme animale nevrastenico ci troviamo ad abitarlo, da una parte accettarlo, sviluppando la nostra innata capacità di resilienza, dall’altra proteggerci dalle sue più cupe manifestazioni.

“Il problema non è che il mondo sia un casino, ma che noi ci aspettiamo il contrario. Ci hanno messo in testa l’idea che abbiamo il controllo. Che possiamo andare ovunque ed essere qualunque cosa. Che in virtù del libero arbitrio in un mondo fatto di scelte, dovremmo essere in grado di scegliere non solo dove andare su Internet, o cosa guardare in televisione, o quale ricetta seguire tra i miliardi disponibili in rete, ma anche quali emozioni provare” (pag235)

Haig oltre a essere un bravo scrittore è anche un ottimo divulgatore che riesce nella comunicazione di concetti complessi: per esempio quello di sottrazione (che, si badi, è cosa diversa dalla passione per una dieta particolare o per la “disintossicazione digitale”), di “camera dell’eco“, quello del rischio insito nel”vivere il futuro” dimenticandosi del presente, oppure della necessità di accettare l’invecchiamento. E lo fa anche attraverso il riferimento a una ricca bibliografia – spesso âgée – che ci fa intendere di come effettivamente quel che dovrebbe essere detto è già stato detto – da altri prima di noi che in qualche modo avevano avuto la lungimiranza per comprendere certi fenomeni ancora al di là da venire.

L’approccio tipicamente self-help che l’autore utilizza in molti punti (competo di decaloghi e “to do lists”) non deve ingannare: non ci troviamo di fronte all’ennesimo guru dell’ovvio inneggiante alla decrescita felice o al maestro di una lezioncina retronostalgica. Matt Haig è una persona profondamente spirituale e come ogni praticante yoga che si rispetti punta a due questioni fondamentali: la consapevolezza e la necessità di utilizzare al meglio ciò che si ha tra le mani. Insomma non è questione che si stesse meglio prima (anche no, evidentemente) ma è questione di imparare a usare al meglio gli strumenti che ci troviamo a possedere proprio adesso, in questo presente.

“Sarai felice quando scriverai. Sarai felice quando verrai pubblicato. Sarai felice quando sarai ripubblicato. Sarai felice quando il tuo libro diventerà un bestseller. Sarai felice quando il tuo libro sarà al primo posto nelle classifiche di vendita. Sarai felice quando ne trarranno un film. Sarai felice quando ne trarranno un grande film. Sarai felice quando sarai J.K. Rowling. Sarai felice quando piacerai alla gente. Sarai felice quando piacerai a più gente. Sarai felice quando piacerai a tutti. Sarai felice quando la gente sognerà di te” (pag73)

Buona lettura 🙂

I Cazalet – “Confusione”, di Elizabeth J. Howard (trad. Manuela Francescon)

“I piani non possono mai essere semplici quando coinvolgono altre persone; lo sembrano quando uno se li fa nella propria testa, ma quando entra in scena l’altra parte in causa ecco che le intenzioni più semplici s’incrinano sotto il peso del conflitto”

Non si può più fare a meno dei #Cazalet. Sono la nostra zona di conforto, il rifugio che sa di casa – e questa volta avevano anche il profumo del Natale, per noi Cazaladies: della crema al cioccolato, delle vellutate, del panettone caldo, del caffè preso con calma (e pure della pasta all’olio e parmigiano!).

La questione è che ci eravamo messe d’impegno: avremmo vivisezionato questo terzo volume, avremmo fatto alla Liz pelo e contropelo, ne avremmo tirato fuori le magagne. Dopo due volumi ci sentivamo pronte: saremo implacabili! ci raccontavamo. “Loro tre” avanti, io come al solito un passo indietro, a raccoglier quel che ne veniva.

Poi però sono capitate delle cose.

Ci siamo trovate di fronte una struttura per certi versi inedita, fatta di dialoghi strettissimi e ciechi, di lettere e bigliettini spediti chissà dove e a chissà chi, di personaggi meteora capitàti in due pagine e poi basta, messi lì apposta per consegnarci più dubbi che certezze.

E infine, ciliegina sulla torta, è capitato pure l’amore. L’amour toujours l’amour: quello vero, dirompente, adulto, magnifico, tragico – quello a cui la Liz non ci aveva proprio abituate. Lo davamo già per spacciato e invece eccolo: quel sentimento per cui non ci si capisce più niente.

La professionalità delle Cazaladies, tuttavia, si rende evidente nel momento del bisogno: è stata dura ma alla fine, a restar lucide ce l’abbiamo fatta. Abbiamo riflettuto sui temi importanti che questo #Confusione ha sollevato (l’acutezza con cui Elizabeth li ha trattati è sbalorditiva): ad esempio la questione del diventar madre, del crescere i figli, della depressione post-parto, del meccanismo della “rinuncia”; oppure del rapporto tra genitori e figli nel momento in cui lo scarto generazionale diventa insostenibile; o ancora il diventar grandi di Polly e Clary tra identità individuale, desiderio di emulazione, riflessioni sul tempo che passa e su un futuro che più incerto di così non si può (perché la guerra, nonostante i suoi orrori, era strumento perfetto per creare l’alibi della non-fattibilità dell’azione). Abbiamo discusso di quella certa bidimensionalità in cui sembrano scivolare alcuni protagonisti e della ridondanza (per definizione superflua) concessa a un altro paio di comprimari – e qui è contenuta alla fine tutta la nostra stoica resistenza nei riguardi della serialità: il timore che il personaggio sparisca, vittima di colpi di scena sempre più frequenti, sempre più necessari e sempre meno realistici. Ma niente panico, Liz comunque ne esce assolta: perché è risultato chiaro che se da una parte tenere salde le redini di una saga familiare così sostanziosa non è sempre possibile, dall’altra l’opera mantiene di fatto una sobrietà di trama all’interno della quale anche il più imprevisto coup de théâtre non risulta improbabile né affettato.

I ringraziamenti vanno in primis alle mie ladies Angela, Giulia e Monica (in rigoroso ordine alfabetico): sembra di conoscersi da sempre – so che non è così ma mi pare che leggere insieme apra gli animi. Grazie poi a tutti gli estimatori dei Cazalet che hanno interagito con noi su Twitter e a tutti coloro che si sono avvicinati alla Liz a seguito della nostra lettura condivisa. Last but not least: ma quindi le Cazaladies torneranno con la puntata numero quattro? Pensiamo proprio di sì – anche se i tempi sono da definire (causa Salone del Libro e letture obbligate). Fosse solo per assistere a giusto un paio di vendette che non vediamo l’ora, in tutto il nostro aplomb di esperte delle lettere, di veder servite a chi se le merita, su un bel piatto di finissima porcellana – di quelli che stanno a far bella mostra di sé nella credenza della Duchessa. Liz, confidiamo in te, non deluderci.

Nota personale: su tutto e tutti comunque spicca il Generale, avvinghiato all’apparecchio telefonico come una cozza al suo paletto, nella spasmodica attesa di un trillo. Il Generale nomofobico ante litteram, insomma, è tutti noi.

[Se siete interessati a capire come tutto sia cominciato, qui la prima e la seconda puntata di questa avventura]

“Città sommersa”, di Marta Barone

“Chi ero io? Non me lo chiedevo mai. (…) E poi non sentivo alcun bisogno di chiedermelo. Vedevo il tempo dietro di me come una sorta di unica, lunga giornata, nella cui luce chiara e piana tutto quello che era stato la mia vita sembrava avvenuto poche ore prima e totalmente evidente” (pag18-19)

#CittàSommersa è uno scritto molto onesto perché parte da una domanda intensa: fino a che punto possiamo spingerci per difendere la nostra zona di conforto. Non è solo un romanzo (le parti effettivamente “romanzate” sono poche, relegate nel mondo onirico dell’illusione), non è soltanto un memoir che ripercorre i momenti più bui della nostra Repubblica, quelli degli anni di piombo torinesi e della lotta armata di Prima Linea; è soprattutto un percorso (auto)biografico di formazione, il racconto del diventare adulti. L’onestà sta nella limpidezza con cui l’autrice non si fa scrupoli nel dichiarare la propria inadeguatezza: “Non sapevo, ma nemmeno cercavo: ero cieca come il mio nuovo padre morto e senza occhi”. Mi pare un fatto raro questo, che certe *giovani generazioni* si interroghino su alcune questioni con tale trasparenza d’animo, cioè partendo dalle proprie mancanze: mi dà l’impressione che nella narrativa contemporanea si prediliga il racconto del sé esperienziale, enfatizzando chi il proprio vissuto nelle sue presunte peculiarità, chi le proprie opinioni sui fatti del mondo, date spesso per inconfutabili. Ecco, Marta Barone da questi subdoli tranelli si tiene bene alla larga.

Non è un caso che “Città sommersa” cominci proprio con la descrizione di una vita sospesa. Non è un caso che Marta Barone parta proprio da questo suo vivere dentro l’acquario (la luce, il vetro, la città, l’assenza di confronto: quel senso di cose che scivolano via e non si riescono ad afferrare, una luminosità diffusa che appena cerchi di catturarla sparisce).

“Abitavo in un monolocale al terzo piano di un palazzo degli anni venti. Aveva il pavimento di legno e una piccola cucina bianca incastonata in un angolo ed era invaso dalla luce fino a sera – una cosa che più tardi avrei trovato opprimente”. “Poteva passare un’intera giornata senza che parlassi con qualcuno”. “Tutto in verità sembrava riguardarmi assai poco. Avevo un po’ di denaro a disposizione (…), il che mi permetteva di vivere ancora per qualche mese senza uno stipendio fisso (…) La crisi era un’entità astratta, fumosa, certo irritante ma che non poteva avere davvero un effetto a lungo termine sulla mia vita”

C’è il senso del precario, il non sapere quale sia il proprio posto, e c’è l’idea del crescere, la sensazione avvertita della necessità – come un cambiar pelle che a un certo punto deve arrivare.

(NdR: che poi io sia di Ballardiana memoria con la questione del sommerso, è un altro conto. D’altra parte anche Ballard aveva il pensiero per la luce che si specchia sulle rovine di quel che siamo, su quello che di nascosto, sott’acqua, c’è ancora: scheletri di animali preistorici, mutazioni genetiche, palazzi annegati, il nostro passato, il germe del futuro – alla fine i protagonisti del Mondo Sommerso sono *esploratori* – cadaveri, piante enormi, calore e luce immensa, ma crepuscolare)

Il percorso di crescita dell’autrice comincia intorno ai ventisei anni, poco dopo la morte del padre – uomo complicato e sfuggente. La ricerca del padre comincia dal ritrovamento quasi casuale di alcune carte processuali. Il vecchio scatolone, dimenticato per anni in fondo a un armadio, viene aperto all’improvviso; novello vaso di Pandora non rigetterà chissà quale verità nascosta: al contrario si libererà di un unico, piccolissimo seme, quello del dubbio. Marta Barone si mette così sulle tracce di quel padre che, a mano a mano, corrisponderà sempre meno alla figura del genitore e sempre più allo sconosciuto “L.B.” (il “nuovo padre”). “Città sommersa” racconta un cammino parallelo, nel presente e nel passato; due dimensioni, quella del padre e della figlia separate dal tempo, che si incontrano nel ricordo e nel recupero della Storia e delle storie individuali; nel meccanismo dello “svegliarsi” – che vale per entrambi – dall’intorpidimento della quotidianità; del prendere coscienza, del chiamarsi fuori da certi sistemi. Un percorso all’interno del quale si rimescola l’idea di un confronto – le età che corrispondono, uguali, non è un caso – che spinge all’azione, intesa anche come percezione del senso di colpa, sia conseguenza sia motore della riflessione.

Questa strada per Marta Barone comincia proprio con l’apertura al dialogo fuori dalla zona di conforto. Marta srotola gli anni, consulta archivi, cerca numeri di telefono, chiede colloqui con amici di suo padre fino a quel momento sconosciuti, si rivolge da Milano a Torino. Il percorso della figlia è il risveglio del sé, si fa strada lentamente come l’idea della consapevolezza – che non può piovere dall’alto, ma deve essere cercata e invocata – ed è chiaro, non si può pretendere indolore.

Marta Barone è figlia del suo tempo, quel tempo in cui noi figli venivamo educati al silenzio: di certe cose, semplicemente, non si parlava. Sicché è finita che noi figli di un certo tempo (io e Marta Barone, curiosamente, per ragioni che più opposte di così non si potrebbe) certi eventi li possiamo vivere soltanto attraverso il recupero delle nostre percezioni – quelle che durante l’infanzia ci erano negate. Il problema è il modo in cui avviene questo recupero, ossia attraverso il ricordo: che per stessa definizione è soggettivo, spesso unilaterale, frammentato, incompleto e corrotto. E se da una parte ci sentiremo per sempre rovinati da uno sciocco senso di colpa (“Possibile che non avessi visto su di lui nessun segno, mai, del passato? Cosa avevo ignorato, cosa avrei potuto chiedergli? Avrebbe cambiato qualcosa? Forse non ero stata abbastanza attenta”) dall’altra non perderemo mai l’urgenza di capire. Per via del fatto che abbiamo a che fare con questioni di cui ormai si sta perdendo la memoria; bisognerebbe sbobinare i ricordi eppure non si riesce, protetti come sono da quell’abitudine al non dire; si conservano sotto chiave scatole di cartone piene di storie e sale la paura del momento in cui riusciremo a trovarle, e ansiosi come avessimo scoperto un tesoro ricchissimo le apriremo e le troveremo ormai vuote. “Città sommersa” in questo significato è un medicamento e io mi auguro che l’autrice continui, nel suo cammino professionale e personale, a vivere out of comfort zone.

NdR: di tutto qui non si riesce a scrivere, per ovvi motivi di spazio. Ad esempio sul Twitter si è parlato dello stile e della metrica di #CittàSommersa – e anche di tante altre cose. Ringrazio l’editore per l’invio della copia.

“Svegliami a mezzanotte”, di Fuani Marino

“Tutto si poteva dire, meno che la tragedia non fosse annunciata”

Ho pensato molto a come parlare di “Svegliami a mezzanotte” e ancora la soluzione non l’ho trovata; penso però che il nodo sia un po’ qui, lo chiamerei del rendere evidente. Fuani Marino usa del coraggio (sfidando il pericolo perché questo, va detto, è un libro arrischiato e va trattato con molta cautela) a mettersi in gioco e raccontare quel che troppo spesso facciamo finta di non vedere e di non sapere.

“Numerosi studi continuano a indicare nella familiarità un criterio predittivo per la malattia mentale. Avere un genitore o un parente con disturbi psichiatrici non si traduce per forza nello svilupparne a propria volta, quanto piuttosto nella predisposizione a manifestarne in particolari circostanze”

Ciò significa che qualora sia presente una certa fragilità di fondo, in latenza o già conclamata (di cui spesso però ci si rende conto a posteriori), è possibile che in determinate circostanze questa debolezza possa venire – o tornare – a galla. Quindi anche se è ben chiaro che la correlazione tra malattia psichica, famiglia e ambiente non sia sempre così facile da identificare, non è tuttavia altrettanto sicuro che l’importanza di un momento favoreggiatore sia sempre da sottovalutare.

“La mia testa, forse predisposta dalla nascita, ha incontrato situazioni sfavorevoli fino al punto di rottura, molto più avanti nel tempo”

Ma non solo. Fuani Marino porta l’attenzione su una questione che per me, personalmente, ha del fondamentale: la tendenza che oggi abbiamo un po’ tutti a utilizzare le parole sbagliate. Un’iperbolica deriva che detta così sembra cosa di poco conto ma poi in certi contesti vien fuori che così di poco conto non è.

“Espressioni come *buttarsi dalla finestra*, *tagliarsi le vene*, *impiccarsi* sono di uso corrente. Io stessa devo averle usate diverse volte (…)”

Penso anche a tutte le volte in cui il lunedì mattina sui social ci definiamo depressi, o quando ci sentiamo isteriche, o quando ci rivolgiamo a nostro figlio e gli chiediamo, un po’ orripilati da qualcosa di bizzarro o di maleducato che ha detto o fatto: “Ma sei fuori di testa?”

“Svegliami a mezzanotte” l’ho letto praticamente tutto su Twitter, nel senso che le mie note a margine e le sottolineature anziché scriverle sul libro le ho sistemate lì. Devo proprio ringraziare l’autrice ed Einaudi, a questo punto, perché mi hanno guidata in questa direzione – quella delle espressioni dico, del linguaggio – a suon di risposte e retweet che come sassolini mi indicavano la strada (di qui, non di là e di nuovo di qui ma non di là). Mi hanno spinta a considerare il testo in sé, prima di tutto, – perché ne ero scettica, in primis sulla forma che erroneamente avevo attribuito all’auto-fiction (con tutto quello che ne consegue – specie perché se la memoria non mi inganna, sospetto che fossi già venuta al mondo quando il marito di mia zia, che viveva con noi, fu sottoposto tra le varie anche a un’ennesima TEC. Quindi, capite il mio disincanto).

In “Svegliami a mezzanotte” non ho visto egocentrismi – non ci sono e non li ho nemmeno dovuti immaginare proprio perché qualcuno mi ha spinta a esaminare prima di tutto la lingua con cui “Svegliami a mezzanotte” è stato scritto. Da lì ho camminato a ritroso come il gambero, tornando sui miei passi e considerando il contenuto proprio alla luce della forma stessa.

“Il racconto della malattia, l’autoproclamazione della stessa, o il *privilegio* di viverla da spettatori contagia oggi una buona fetta di letteratura, ma si tratta di un filone relativamente recente, se consideriamo che fino all’Ottocento il linguaggio medico, scientifico, necessario per parlare del corpo e delle sue funzioni, era bandito dai testi letterari. (…)

La narrazione di patologie, ospedali e morte necessita di un codice linguistico diverso da tutti gli altri. (…) Anche io vorrei evitare di trasformare la malattia in una metafora (…)”

La novità di un testo non insiste solo sul contenuto ma anche sulla forma in cui quel testo è redatto. E a quanto pare esistono forme nuove per raccontare l’antico male che ha afflitto tante donne e che le affligge tutt’ora: evitando con cura l’autocelebrazione e il rischio di un’emulazione che mai si vorrebbe; limitando così il pericolo che il paziente psichiatrico si trasformi in un “eroe”, dentro a quell’immaginario che, intrinsecamente, crea la letteratura (da Anna a Emma, racconta Fuani Marino, passando per Sylvia Plath e Susanna Kaysen, solo per fare qualche nome) ma allo stesso tempo consegnandogli la dignità, il rispetto e la visibilità che merita.

E infine mettendo bene in chiaro che esistono situazioni di stress profondo a cui è sottoposta una donna solo perché donna – in quanto tale. Situazioni rispetto alle quali tutti, ma proprio tutti, abbiamo una responsabilità sociale.

[In verità mi sento un po’ incerta a pubblicare questo post. Spero di averne scritto con decenza, di “Svegliami a mezzanotte”, di aver messo insieme qualche frase con senso compiuto. Se non ci sono riuscita, me ne scuso già.]

I Cazalet – “Il tempo dell’attesa”, di Elizabeth J. Howard (trad. Manuela Francescon)

Insomma qui siamo giunte. Sempre noi tre – più una. E’ stato un mese complicato perché si sa, non è questione facile riuscire a leggere per piacere quando i libri si leggono anche per mestiere. Eppure ce l’abbiamo fatta e ne siamo molto orgogliose – anche perché in un paio di occasioni lavorative ed extra abbiamo navigato in acque agitate, chi per un motivo, chi per un altro. Ma ci siamo riuscite.

E quindi ecco cosa ho imparato da questo secondo volume dei Cazalet, in rigoroso ordine sparso.

Ho imparato che prendere troppe aspirine non è elegante e la Duchessa disapprova. Che l’amicizia ha una potenza enorme nel legare le donne, una forza spaventosa e dovremmo sfruttarla di più – tutte quante. Che mi piacerebbe ricevere in regalo uno scrittoio di legno pregiato con dei cassetti segreti dentro cui trovare buste vecchissime scritte in una lingua incomprensibile. Che in un’altra vita avrei sicuramente fatto l’attrice. Che se una sera ti ritrovi a un tavolo con quell’uomo lì, quello che ti fa battere il cuore, l’alternativa è tra restare seduti e non riuscire ad abbracciarlo, o invitarlo a ballare. Che gli orchi esistono, dovunque, e soprattutto sbucano fuori dagli angoli da cui meno te li aspetti. Che la guerra, vicina o lontana, rovina il futuro. Che devo ricominciare a indossare vestiti di lana. Che non è semplice sistemare sotto lo stesso tetto decine e decine di personaggi e tenere le redini di tutte le loro storie, e che scrittore e opera alla fine forse sono sempre un po’ la stessa cosa, almeno in certi luoghi dell’anima e del testo.

Mie care Angela, Giulia e Monica: niente da fare, io senza di voi non ci sto più. Tanti cuori (ps. lo spazio qui sotto, nei commenti, è sempre vostro, se volete).

“Le cose come sono”, di Hervé Clerc (trad. C. Laurenti)

In questi giorni un po’ concitati – a dire il vero sempre, quando i giorni si fanno concitati – sento il bisogno di *tornare indietro*. Quindi mi lascio sul comodino questo libretto, che all’apparenza sembra piccolo ma non lo è. E’ per dire che le cose accadono e non sappiamo mai come né quando. A volte le facciamo accadere noi, a volte vengono da sole, insomma accadono. Sempre curiose, le intersezioni.

Hervé Clerc, classe 1952, è stato per più di 30 anni giornalista e reporter per l’Agence France-Presse, inviato in Spagna, Paesi Bassi, Pakistan, Afghanistan. Caro amico di Emmanuel Carrère, fa proprie le tecniche di scrittura e di auto-analisi del maestro e ci consegna un libricino denso di significati che è sia un compendio sia, alla maniera dello scrittore di cui segue le orme (e che talvolta, mi vien da dire, sorpassa in scioltezza), il racconto di un’esperienza personale, ossia quella dell’incontro (attenzione: incontro, non “conversione”) con il Buddhismo.

“Il buddhismo che troverete in queste pagine non è né religioso né ateo, ma neppure agnostico. Non è tibetano, giapponese o cinese. Non è del Sud o del Nord. Non sentirete parlare di cakra, di mantra, di mudra o di mandala, né di guru, di tulku e neanche di circunambulazione o di terton. Il buddhismo che ho incontrato, incolto come sono, è anch’esso incolto, nel senso che non è compreso in nessuna cultura. Un tale oggetto ha la tendenza a perdere il proprio nome, come un alimento ben digerito la cui sostanza si assimila alla nostra. L’ho chiamato buddhismo comune.” (pag15)

Non fatevi ingannare da questa malcelata autoironia. Di comune “Le cose come sono” non ha proprio niente. Racchiudendo in sé l’esperienza più pura della narrative non fiction – per altro declinata alla francese – ci parla non soltanto di un’esperienza mistica, non voluta, non cercata – ma soltanto accaduta (e i motivi di questo accadimento, che qui non possiamo raccontare, fidatevi – sono i più inverosimili e controversi ed eticamente discutibili possibile), ma anche di tutto quello che il buddhismo è, con tanto di citazioni in lingue morte e sepolte, utilizzo di un lessico adeguato e specifico, rimandi bibliografici, glossario, riflessioni di filosofia comparata. Insomma, non proprio un testo (così) in-colto (nell’idea latina del “non lavorato”) come il buon Hervé ci vuol far credere. D’altra parte Clerc è uno che il buddhismo lo studia da più di vent’anni, quindi non è che ci si potesse aspettare un “Buddha for dummies”, ecco.

Io vorrei pubblicare le foto di come ne ho ridotte le pagine a forza di note, sottolineature con la mina B4, orecchie, piegature della costa. Questo per dire che si potrebbe star qui a parlarne, a scriverne e a citarlo per anni interi – senza per altro riuscire a cavarne fuori per intero il tutto che c’è dentro. La verità è che l’incontro con il buddhismo una volta che avviene cambia nell’animo; non è più possibile tornare indietro perché nel momento in cui accade ribalta in maniera radicale la prospettiva che fino a quel momento avevamo avuto del mondo e di noi stessi. Ma se pensate che io stia accennando alla questione “fricchettone mistico” (il virgolettato è di un amico che così scrive nel suo libro appena uscito, va detto non riferendosi in maniera specifica al buddhismo ma ad altri tipi di ascetismo – e ne parla pure con una certa benevolenza; sicché mi concedo di prendere in prestito solo l’espressione in sé, perché mi è piaciuta molto), bene, dicevo, se pensate a questo tipo di storie, state sbagliando di nuovo.

“Poi l’Occidente passa all’eccesso opposto. Alcuni occidentali prendono tutto in blocco, senza beneficio di inventario; si trasformano in buddhisti, anima, corpo e abiti, senza vedere che il buddhismo non è un blocco, che non si presenta mai come tale, che non è da prendere o lasciare. Il Buddha non ha preso tutto. Al contrario ha lasciato tutto dietro di sé, come un serpente si disfa della vecchia pelle, prima di entrare nel nirvana e di scomparirvi. Tra queste vestigia chiamate buddhismo figura un lascito prezioso fra tutti: il senso critico. (pag22)

“Quando alla televisione vedo dei buddhisti occidentali vestiti con gli abiti gialli e rossi dei monaci tibetani rimango perplesso. Mi dico: c’è un malinteso, siamo nel paese di Montaigne, Molière, Descartes, delle trecentosessantacinque varietà di formaggi, dell’amor cortese, dei grandi vini, dove deve pur esistere un’altra maniera, meno esotica, meno clericale soprattutto, di presentare il buddhismo. Se continuiamo in questo modo, un insegnamento così degno di essere conosciuto e così benefico verrà percepito dalla maggior parte della gente come un innesto estraneo e relegato, accanto agli extraterresti, agli iperborei, ai millenaristi e alla meditazione trascendentale, nel cassetto *New Age*, che le persone assennate evitano con cura di aprire. Non faranno la selezione. Pochi si prenderanno la briga di farla. Un’occasione di riconscimento e di dialogo sarà andata perduta” (pag51)

La strada – che poi è anche il cammino, per chi pensa alla maniera del Buddha – non è così facile da percorrere, nemmeno sulla carta, dato che uno dei principi cardine del buddhismo stesso è proprio quello dell’impegno costante. Quindi Clerc prima ci parlerà del modello cinese col suo “sincretismo per natura” di Buddha-Confucio (nb: dall’incontro buddhismo, taoismo e confucianesimo, val la pena ricordarlo, nasce oltre che l’impero Tang pure il ch’an, che in Giappone divenne lo Zen), poi della comparazione tra Buddha e la filosofia greca dei presocratici e platonica, e infine con il Cristianesimo – guardando il Buddhismo da tre lati: come religione, come filosofia, come nessuna delle due. Ovviamente dedicherà ampia parte alla storia di Buddha,

“In cerca del costruttore della casa / Ho corso la mia corsa nel turbine / delle nascite innumerevoli che mai sfuggono alla morte; / Il male, di nascita in nascita, ritorna. / Costruttore della casa, io ti vedo / Non costruirai più case. L’intelaiatura è infranta / La trave del colmo è volata in frantumi / La costruzione non c’è più. / La mia mente ha estinto la sete.” (pag90 – NdR: questo è il “Dahmmapada” ossia la via del Buddha, strofe 153-154, sezione “della vecchiaia”. Ps: Io quest’estate ne ho comperata un’edizione “nuova” – in verità del 2006 – di Feltrinelli, a cura di Genevienne Pecunia che la traduce direttamente dal Pali)

e per concludere ci racconterà delle principali dottrine della pratica: fare la guardia alle porte dei sensi, sati, “la chiara coscienza”, appamada – la continuità della chiara coscienza – e via via con le quattro nobili verità e l’ottuplice sentiero. Niente scorciatoie metodologiche quindi: fatevene una ragione, il buddhismo non ne accetta. Eppure state sereni, fosse soltanto per i titoli dei capitoli – ed esempio il tredicesimo, “Rumori di ferraglia“, in cui Clerc intraprende una corposissima discussione su anatta (“una dottrina tanto profonda – dice Clerc citando Edward Conze – che una vita non basta a capirla tutta”) – e così mi vien da supporre, non so quanto fondatamente, che i rumori di ferraglia non siano altro che quelli dei marchingegni che girano a vuoto dentro i nostri cervelli, surriscaldati dal tentativo di capirci qualcosa in tutto questo marasma di alfa privativi che però nel buddismo, toh che caso, “sono spesso dotati di carica positiva”.

Certo poi, la buon’anima di Hervé ci parlerà di karma e soprattutto di meditazione (attenzione, si ritorni col pensiero alla questione del “fricchettone mistico” e si tenga ben presente questo punto: “Nel buddhismo antico esistono tre pratiche di meditazione che si basano su tre attività umane elementari: respirare, camminare, amare” pag156). [A questo proposito mi permetto di ricordare, in primis a me stessa, l’abate del monastero Zen Fudenji a Fidenza, che alla domanda di mio figlio e di un compagno: “come si fa a meditare?” semplicemente rispose: “guardati, stai già meditando”] e infine dello yoga, che di fatto è “mettersi sotto il giogo”, ossia “l’applicazione costante della mente su un punto determinato” che è “la condizione della *comprensione*” – pag183.

Insomma, solo alla fine – come in ogni giallo che si rispetti – riusciremo a capire cosa davvero capitò a Hervé Clerc quel maggio 1968, quando aveva sedici anni. Ricordatevi: il buddhismo non accetta scappatoie, quindi non fate i furbi andandovi subito a leggere quel che gli accadde. Perché, di fatto, non lo capireste. La pratica del Buddha è un sentiero, occorre percorrerlo tutto, senza sconti.

Buona lettura 🙂