“Il giro dell’oca”, di Erri De Luca

giro oca

Risposte letterarie, si vede che hai un buco al centro e lo ricopri a frasche. Non te la caverai con le storie, lo sai?” (p43)

Quasi nulla o nessuno a parte i figli e, purtroppo, i grandi imprevisti non sempre forieri di buone notizie riescono nell’impresa di costringere un adulto all’ “Esame di Coscienza“(*). E’ un fatto: prima c’è tempo, a premere il lavoro, la vita attiva, le cose da fare, il “si vedrà”. Poi di tempo si scopre che ce n’è sempre meno e che qualcosa, o qualcuno, ti sta tirando insistentemente per la manica della giacchetta.

Per quanto riguarda i figli non è l’idea in sé, che so, del proteggerli e del difenderli, del “tirar fuori le unghie” o viceversa dell’educarli e del lasciarli andare per “abituarli al mondo”. Non è questo il meccanismo. E’ proprio che loro ti guardano. Ti fissano. Iniziano a fissarti da che nascono e il problema è che se li lasci fare non la smettono più. Ti denudano con gli occhi. Ti spogliano dei vestiti e poi della pelle, dei muscoli e delle ossa, ti scrutano dentro: lucidi, spietati. E poi arrivi a un certo punto che non sai se era meglio o peggio quando ti guardavano perché ti ammiravano, quando ti guardavano per disprezzarti, o quando ti guardano adesso, per compatirti – si, non sempre, ma assicuro che di tanto in tanto accade (ed è lo stesso sguardo di noi figli adulti nei confronti dei nostri genitori anziani. Non sempre – ma di tanto in tanto, questo sì).

Insomma “Il giro dell’oca” di Erri De Luca affronta quell’aspetto lì, dei figli che guardano i genitori. E lo fa a suo modo, attraverso un racconto in atto singolo.

In una sera illuminata soltanto dalla luce del camino a causa di un calo di corrente, lo scrittore – novello Ebenezer Scrooge – riceve una visita per cena. E’ suo figlio: il figlio ormai adulto che non ha ma che avrebbe potuto avere poiché frutto di una relazione avuta in gioventù e conclusasi con un aborto di cui lo scrittore era stato messo al corrente a cose fatte. Un figlio mai nato, insomma.

“Sei adulto, non so niente di come eri prima. Non ti ho rimproverato per un gioco rischioso da bambino, né toccato la febbre sulla fronte. Ci troviamo stasera a tavola, per cena. Una donna in gioventù mi disse di avere abortito. Stetti zitto, non contavo niente nella sua decisione presa e fatta. Stavamo insieme dentro una folla di coetanei. Era un amore e un tempo che non si poteva e non si badava a vita privata” (p11-12)

In questo monologo che piano piano si fa dialogo (“Sto parlando da solo? Sto inventando la tua compagnia?”), con l’immagine del figlio che si fa sempre più concreta Erri De Luca condivide la sacralità del pasto: pane e olio, un bicchiere di vino. Un primo appuntamento che si fa ultima cena; e che scivola dall’imbarazzo ingessato di chi si trova ma non si conosce, alla complicità della confidenza, all’intimità rubata che viene dal giudizio più critico.

“Finché i muri reggono, i miei ospiti esistono. Li tengo qui con me e li riporto alla loro vita di prima”.

Non è un’immagine nuova. In letteratura le visite dei fantasmi, specie all’ora di cena, sono meno rare di quanto potremmo pensare. Questa sopra per esempio non è citazione tratta da “Il giro dell’oca” ma da “Cade la terra“, il romanzo di esordio dell’abbandonologa Carmen Pellegrino (Giunti 2015) che ben appunto mette in scena, nella parte conclusiva dell’opera, una cena tra vivi e morti “come fra le quinte di un teatro in disfacimento”.

Ogni fantasma, però, di per sé ha libertà di far ciò che vuole. Se Mr. Scrooge viene visitato dal defunto amico e socio in affari Jacob Marley grazie al quale opererà un cambio di rotta significativo, i fantasmi di Carmen Pellegrino invece, vecchi abitanti di un paese abbandonato, franato su se stesso, di cambiare un futuro ormai spacciato non ne hanno pretesa; semmai appaiono desiderosi di recuperare una voce e farsi sentire attraverso la conversazione con Estella, unica sopravvissuta, colei che la cena, ogni anno, la apparecchia.

Qui, ne “Il giro dell’oca”, l’apparizione del figlio per Erri De Luca sembra più vicina ai fantasmi dickensiani, fatto salvo che non sappiamo bene come andrà a finire. Quel che ci interessa è che Erri De Luca si trova a parlare di Erri De Luca, e lo fa in un modo poco incline all’autoassoluzione. Ci racconta, col pretesto di narrare al figlio, della sua infanzia all’ombra di una madre potente, difficile da compiacere, e di un padre distante ma a modo suo punto di riferimento da cui svincolarsi, perché troppo impegnativo. Ci racconta degli anni dell’impegno politico – verso i quali, sia per fini sia per metodi, il figlio resta scettico:

Cosa volevate fare, prendere il potere? Perché se si trattava di questo, avete fatto fiasco completo” (p70)

Ci racconta della dimensione mistica da cui l’autore si è sempre dichiarato lontano, all’interno della quale le domande del figlio risultano da una parte accettazione infine acritica dell’altro, dall’altra ricerca, forse, di un altro (o nuovo) se stesso:

Questa è una dichiarazione mistica. Non sei credente in una divinità creatrice, ma sei credente in un vocabolario. Nel cambio ci rimetti parecchio. Preferisco credere all’operato di un creatore, autore di particelle nucleari e di galassie. Sai che l’universo si espande? Non ti sembra geniale che la vita esiste perché va alla deriva insieme alla Via Lattea? Non è geniale che il nostro corpo è composto di idrogeno, il gas più diffuso dell’universo? Che siamo fatti dello stesso elemento? Arrivati alla soglia di queste evidenze, non è meglio applaudire il capomastro?

E via così, attraverso il tema della famiglia, delle donne, della vita privata fino alla letteratura e al mestiere di scrittore.

E’ un’immagine curiosa, quella che viene fuori dal ritratto del figlio che ne fa Erri De Luca. Inevitabilmente, ci si domanda di che genere: se sia uno di quei figli della notte, idealizzati, immaginati come li immagina la madre quando ancora stanno nella pancia. O se Erri De Luca se lo figuri come una (brutta?) copia di se stesso, meno intransigente, meno polarizzato, più addentro nelle cose del mondo, più integrato – e per questo meno corroso, più …felice, verrebbe da osare.

Il figlio (perché poi, declinato al maschile? Questo domanderei, all’autore – se abbia mai pensato a una donna, se poi abbia accantonato l’ipotesi, se non ci abbia nemmeno fatto caso, all’idea – chi lo sa) sono i dubbi che vengono a visitarci di notte. “Succede in una sera d’inverno a uno che sbanda tra un’epoca passata e un frattempo presente”. Succede a un padre che china il capo e permette ai bambini di guardarlo negli occhi, succede a una madre nel mezzo delle sue insicurezze, nel tornado dei sentimenti che si accavallano subito dopo la nascita del primogenito quando ancora nel letto di ospedale, con la creatura in braccio, si domanda ce la farò, condannandosi automaticamente al senso di colpa. Come finirà, forse nessuno lo può sapere. E’ un lancio di dadi.

“Non conosco questa gioventù e per difetto mio non la riconosco simile a nessuna del passato.

Aspetti da loro un calco della tua

No, mi aspetto un’arroganza nuova, che non sia guapperia verso il più debole. Mi aspetto verbi all’imperativo, un atto di dolore. Non li vedo piangere neanche al cinema.

Che stai facendo? Scrolli il capo, disapprovi? Fruga invece nei crepacci, nelle fenditure, nei talloni dove c’è la spinta a sollevarsi sulle punte. Si allenano in disparte a inaugurare un tempo di ripensamenti” (p87-88)

“Tieniti le immagini e fai finta di credere alle cose che dici. Sei uno che racconta storie, ma non a chiunque. Le racconti a chi le vuol sentire” (p120)

Buona lettura 🙂

Note: si ringrazia Feltrinelli Editore per l’invio del volume.

(*) se così si può ancora chiamare – io lo faccio: amo il rischio.

“Foliage – vagabondare in autunno”, di Duccio Demetrio

 

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“L’autunno è allegoria infatti delle inquietudini che non rinunciano a conoscerne altre, ad amarle nonostante tutto. I colori smaglianti degli alberi, in dissolvenza, invitano al piacere e al privilegio di goderne la bellezza: l’insorgere del bisogno di ripensare al cammino intrapreso, non voltandogli per timore le spalle, genera voglia di scriverne; l’attesa del vino e dell’olio nuovi riaccende ancestrali echi dionisiaci, sensi e umori assopitisi” (p44)

Di “Foliage” si apprezza tutto: per primo l’oggetto-libro in sé, con i risguardi decorati e la qualità della carta. Poi, a sfogliarlo una prima volta, colpisce l’alternanza della poesia alla prosa, con citazioni da Adriana Zarri, Giorgio Caproni, Ermanno Olmi, Virgilio, Mimnermo, Holderlin, Calvino, Thoreau, Vivian Lamarque e tanti altri. E di seguito l’apparato iconografico con riproduzioni di Schiele, Van Gogh, Klimt, Mondrian, Gauguin, Pissarro, Sisley… in un tripudio di rossi, gialli, marroni e blu scuri. Infine, di “Foliage”, stupisce questa sua sostanza di controcanto: un lungo viaggio interiore, che può essere di “viandante, flaneur, pellegrino o vagabondante” (capitolo 6: “Di radura in radura – verso sentieri interrotti e reveries” p159-205), nel cuore della stagione più difficile da raccontare e più facile da essere fraintesa, l’autunno.

“Ci siamo imbattuti in un tempo ora quasi sfacciato per la vividezza dei colori che soltanto per pochi giorni ci possono entusiasmare; ora, all’opposto, caliginoso, cupo, sempre più desolato che smaschera, contrastandole, le belle promesse del foliage. (…) Difficile è raccontare l’autunno in una sua supposta unitarietà di manifestazioni (…). E’ un tempo in continua metamorfosi. (…) In relazione alla doppia presenza, incalzante, sia di motivi dolenti riconducibili ai passaggi naturali e umani che conducono verso la fine, la morte, il declino: sia di motivi rallegranti che annunciano nuovi inizi, ritorni, attese motivate da cicli che si chiudono, da addii inevitabili” (p238-239)

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La verità è che dell’autunno spesso si tende a seguire ormai un’immagine stereotipata, frutto di una progressiva semplificazione della complessità intrinseca di questa stagione i cui archetipi giungono a noi sin dalle origini dell’umanità, e a “vederne il peggio” (p241): “non si ricordavano né la vendemmia né la raccolta di frutti ma solo le prime nebbie, il declinare del sole, l’accorciarsi del giorno e, naturalmente, il cadere delle foglie” (p241-242). Dimenticandosi forse che “nessuna stagione delle quattro rappresenta il tempo del commiato come l’autunno; il tempo della presa di coscienza della sua irreversibilità temporale, se inteso come durata; dei bilanci esistenziali necessari a dar senso morale alla propria vita” (p243).

La sostanza, e il punto di partenza dell’autore* in “Foliage”, sta proprio qui: nell’invitare il lettore ad andare oltre; “Oltre ogni addio smagliante dalle tonalità accese e folgoranti, tanto più tali quando quei colori assomigliano a un requiem senza parole che ci rifiutiamo di ascoltare. Per paura, superficialità, insipienza, edonismi soltanto primaverili ed estivi” (p243-244).

“Quando pare proprio che simili giornate – per un verso – vogliano, con quanto possono offrirci, consolarci; per l’altro, pare ci incitino a non approfittare soltanto delle sollecitazioni piacevoli di un presente dedito a esorcizzare l’autunno con riti di rimozione, in un tempo lontano, dionisiaci e sacrali. La fuga dall’autunno, all’insegna della ricerca dell’ultima spiaggia, dell’ultimo sole, degli ultimi godimenti, è illudersi di riuscire a superare i fantasmi e i traumi che le sue atmosfere, le poesie che l’hanno mestamente celebrato, i suoi pallori che dilagano nel mondo hanno prodotto in noi contagiando l’animo nostro. Ciò accade ogni volta sia inevitabile confrontarci con l’ineluttabile, con quelle tristezze che sarebbe preoccupante – e un peccato – non ci pervadessero nemmeno in questa stagione” (p244)

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Insomma, bisogna procedere con accortezza, seguendo passo passo il lavoro filosofico di Duccio Demetrio che attraverso l’analisi dei topoi dell’autunno, della letteratura che ce lo propone in ogni forma, dell’arte figurativa che da tempi immemori lo riproduce e pensiero filosofico che da sempre ne ha discusso, offre di questa “Quinta Stagione” una versione si oserebbe dire quasi inedita, se non fosse che inedita non è per nulla, essendo piuttosto un recupero di ciò che era agli albori della riflessione.

“(…) il rapimento estatico, ai confini della percezione del sacro, può creare sensazioni momentanee di pacificazione che rischiano di rivelarsi ingenue. La relazione con il cosmo non può – se andiamo cercando verità e non emozioni pacificanti – che attuarsi invece all’insegna dell’inquietudine inestirpabile dinanzi alla grandiosità del tremendum dell’incessante divenire cosmico. La bellezza che tale senso di appartenenza, nella sua universalità, non possiamo non avvertire, equivale alla percezione del meraviglioso che va compreso anche nella sua forza distruttiva. Appunto per nulla rasserenante né consolatoria”

Buona lettura 🙂

*già professore di Filosofia dell’educazione e di Teorie e pratiche della narrazione, ora direttore scientifico della Libera università dell’Autobiografia di Anghiari e di “Accademia del silenzio”. Si occupa di pedagogia sociale, educazione interculturale ed epistemologia della conoscenza in età adulta.

Nota a margine: più andavo avanti nella lettura di “Foliage” e più pensavo alla famosa frase del Giovane Holden: “Quelli che mi lasciano proprio senza fiato sono i libri che quando li hai finiti di leggere e tutto quel che segue vorresti che l’autore fosse un tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira”. Ecco va detto, io alla fine sono qui, che brucio e veramente mi struggo perché non vorrei fare altro se non domandare all’autore cosa ne pensi del fenomeno del “cozy”. Giuro. Il cozy – atteggiamento che io personalmente ho sempre faticato molto a comprendere e percepito come “autolimitante”. Forse grazie a “Foliage” ho ricevuto l’illuminazione, e capito il perché. 

#Paesologia: (2) “Abbiamo fatto una gran perdita”, di Alberto Cellotto – e altre storie

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“Provo a vivere ricercando quello che non è più uno spettacolo, ora che tutto ambisce a esserlo. La realtà che rimane fuori è pulviscolare e piena di una farragine che non posiamo osservare, ma è quello che resta fuori dal perimetro degli spettacoli (ed è poco, sempre meno); ho care le persone che avvicinano con un silenzio o con la parola quello che è vero a quello che è vivo. (p20)

Chi sia davvero Martino Dossi, noi non lo sapremo mai. Siamo condannati a un’informazione parziale, corrotta dalla soggettività delle fonti.  E tanto ci deve bastare.

Tra le mani abbiamo difatti solo una quarantina di lettere, più alcune cartoline, che Martino scrive durante un viaggio lungo la penisola, intrapreso giusto i primi giorni di autunno; le notizie su di lui le dobbiamo cercare scavando con le unghie tra le sue carte, saltando avanti e indietro, cogliendo i rimandi tra una lettera e l’altra, dissotterrando i piccoli, irregolari frammenti di vetro che compongono il mosaico della sua esistenza. Nessun interlocutore, nessuna controparte, nulla a cui aggrapparci fatti salvi i fogli che, in qualche modo, sono giunti fino a noi.

Del quarantenne Martino veniamo a sapere che si è da poco licenziato — ma non si capisce bene per quali ragioni – dalla ditta presso cui aveva posto fisso, che ha una moglie e dei figli ancora piccoli e che prima di ripartire alla ricerca di una nuova occupazione (che forse desidera ma forse anche no) si è concesso un periodo sabbatico – una sorta di ritiro spirituale, verrebbe da pensare – per un giro in solitaria che lo porterà da Monselice, in Veneto, sino a Cortona passando per Ravenna, Ancona, Roma, Catania, Perugia, Piombino.

“Ho perso quel lavoro che facevo da anni e credo di aver fatto in modo di perderlo. Prima di mettermi a cercarne uno nuovo, ho deciso di andare verso sud” (p38)

Di Martino verremo a sapere che non si fermerà nello stesso albergo quasi mai per più di una notte e che visiterà luoghi appartati, spesso lontani dalla rotte turistiche, fuori stagione, per la maggior parte dei chilometri alla guida di un’auto sgangherata.

Durante queste soste – specie la sera, in albergo – Martino scrive.

“Da quando ho lasciato casa sabato scorso scelgo i posti dove sostare con gli occhi che devono ave avuto gli antichi mentre sceglievano un altipiano, un tratto di costa o una valle per fondarvi una città o una colonia. Mi vergogno molto di questo procedere. E ogni camera d’albergo diventa un impluvio provvisorio, dove raccogliere l’acqua di un giorno, in parole per amici, compresi quelli che da anni non vedo. Anzi, soprattutto per quelli. Fondo una religione che non dura più di una notte e un giorno, io che ho sempre creduto alle religioni come giganti custodi del tempo, un tempo che non è diverso dall’immagine di un vecchio che sale arrancando per la salitina di una città di mare” (p44)

Scrive agli amici, a una donna incontrata per caso, alla moglie, a non sappiamo chi, ad alcune amanti virtuali e reali: Marco (due lettere), Sara (due lettere), la signora Halima, Lucio (due lettere), Luisa, Giorgio (tre lettere), “cara” (una lettera), Sergio (due lettere), Alessandra, Luca, Adele, Giulia, Milena (due lettere), Davide, Marianna, Stefano (tre lettere), Anna, Costanza, Serena, Enzo, Giulio, Luca, Ester, Veronica, “Signora Elsa”… potremmo continuare così fino alla fine della serie.

Pensieri che assomigliano a versi poetici, lettere lunghe a occuparsi di politica e società civile – in tono sommesso, uno sguardo verrebbe da dire esterno, ormai trascorso, per nulla polemico, come se il tempo dell’azione fosse ormai passato e concluso, ma con il cuore sempre gonfio di sentimenti: l’ardore disperato alla ricerca di amicizie che non siano convenienza ma compenetrative – simbiotiche, la febbre per l’arte, l’amore per i figli, la passione per le donne (quante amanti hai avuto, Martino? Tua moglie sa, delle tue frequentazioni?).

“In realtà sto scrivendo a tante persone, a chi ha mancato con me tanti giorni di vita. Provo rammarico e quanto lontani sento tutti quei discorsi sul non avere rammarichi o rimpianti: io ne sono pieno, divorato” (p50)

Il viaggio fisico si fa viaggio dell’anima, a indagare – uno per uno, con meticolosa lucidità – gli aspetti più profondi di se stesso: le cattive abitudini prese con gli anni, l’ignavia, la difficoltà sempre più evidente a uscire dal ruolo che, in fin dei conti, ci si è per la maggior parte autoimposti.

“Lo sai che sono il solito coglione: un vigliacco, uno che non ha saputo immaginare la propria vita al di là di un lavoro qualsiasi che non ha mai amato, una donna e tre figli, tutti più belli di me. Io sono uno che ha assecondato il pensiero di dipingere, suonare e provarle tutte per restare un pressapochista dell’infinito desiderio di fare più quel che sapeva fare. E sapeva fare ben poco perché io sono uno, non zero, non mille. Nessun noi abita in me, solo indulgenze del mondo e della Storia che cadono come neve, ogni giorno, nella mia testa e che con me si scioglieranno, ma che per ora mi impacciano il cammino” (p49)

Ci si immedesima in Martino, specie se con lui si condivide l’età anagrafica – il giro di boa dei quarant’anni a dirti che, c’è caso, ormai dietro di te hai più tempo di quanto ne resta davanti e quindi è inutile, forse perfino dannoso, procrastinare gli esami di coscienza – perché di tempo per migliorare ce n’è ancora, e forse abbiamo capito come fare, e cosa dire – ma non è che ne resti poi così tanto, e questi pensieri bisogna in qualche modo passarli, farli conoscere, con urgenza, specie ai propri figli. Ma forse anche no, forse meglio se ce li teniamo per noi. Chi lo sa.

“La tortura è quella che mi porto in serbo da troppi anni, è essere attorcigliato tra dire e non voler dire più nulla. (p15)

“Da oggi questa idea di essere uno potrebbe placare le inquietudini in modo definitivo e scaraventare la maledizione della differenza dagli altri e quella di una realtà accolta solo attraverso contenuti e impauriti spostamenti dello sguardo” (p49)

E’ un po’ un limbo, questo dei quarant’anni: l’adolescenza dell’età adulta, in cui spiace lasciare qualcosa che è ovvio, non fa più per noi, e nel frattempo si desidera dare un’occhiata a quel che c’è oltre perché ci si sente in grado, ma non così tanto coraggiosi da tentare il tuffo di testa. Ed è curioso che questo guardar oltre sia in certi casi più un ritrarsi, rinunciando consapevolmente a determinati aspetti del vivere – cose che prima ci piacevano, cose di cui, ci pareva, non potevamo proprio fare a meno. E curioso, poi, che così d’improvviso (ma davvero, è quel che accade) si affacci la speranza, che più che fiducia nel mondo tangibile, diviene – quasi – un atto di fede.

“Il cinema non mi manca però. Quando entravo in sala ogni film mi aggrediva come la dimostrazione di un teorema perfetto in sé conchiuso, definitivo: il cinema è molte volte costruito sui dialoghi, ma non è affatto dialogico oppure non lo è più. Il cinema pretende di scrivere una gigantesca didascalia per leggere il mondo, ma non ce la farà e il suo tentativo è sempre meno attraente” (p66)

Chi sia davvero Martino Dossi, noi non lo sapremo mai. Un flaneur? Un uomo tormentato dai demoni della depressione? O dell’arte, o tutti e due? Non è possibile andare oltre nel racconto della trama, per capirne un po’ di più dovremo arrivare fino in fondo, all’ultima lettera – o a quella che forse è l’ultima lettera, noi non lo sapremo mai.

“Il fatto è che qui, di nuovo, alla bella vista in valle, si è incollato per un istante quel pensiero del tutto che proviene da una convinzione di un nulla, un sentore di niente. E solo questo momento, quando accade, è bilanciato dalla vista di un paesaggio di fede (qualcosa di così vicino alla speranza, non dirlo meglio) allora succede quell’aggancio vertiginoso tra tutto e niente. Non si chiede altro: si sta bene come al varco di un confine celeste, privati del pensiero che si sottrae a sé e anche dell’istinto. Alla fine anche un infelice è un apprendista felice” (p98)

Nota: ringrazio l’autore, Alberto Cellotto, per avermi proposto la lettura di “Abbiamo fatto una gran perdita”.

Qui se ne parla: Poetarum Silva; Matteo Giancotti La Lettura; blog dell’autore

A volte, come in questo caso, ho l’impressione che l’identità di ADC, che cerco continuamente di tener viva e perfezionare, sia più evidente agli occhi di chi legge il blog che ai miei – e che qualche autore e/o qualche casa editrice conosca questo blog, nelle sue parti strutturali, molto meglio di come, alla fine, lo conosco io. Il che è, di fatto, un grande conforto e un bel traguardo professionale. Grazie.

“Cattiva”, di Rossella Milone

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“Il tempo da soli con una neonata può essere orrendo. Non passa, è pesante, è pericoloso. Ti fa guardare in faccia chi sei, e alla fine sei qualcuno di solo e inesperto”

Non sono mai stata in grado di apprezzare per intero i racconti auto-ironici sulle disavventure della maternità. Un mio limite, suppongo.

Comunque c’era questo trend alcuni anni fa e va detto, l’operazione ha funzionato: per la prima volta infatti, grazie ad alcune ardite outsider (blogger, giornaliste, madri comuni con un certo talento per la scrittura e l’utilizzo dell’internet) sono venuti alla luce in maniera colorata, divertente e spiritosa tutti quei piccoli e grandi dolori della giovane puerpera che sino a quel momento erano stati come lasciati da parte – dimenticati, ignorati – intenzionalmente o meno. Dimenticati o ignorati senza secondi fini, perché tanto è stato sempre stato così quindi è inutile lamentarsi, dimenticati o ignorati con deliberata pianificazione, perché se non canti inni di gioia ogni volta che una ragade ti spacca un capezzolo, non sei una madre degna.

Quindi ben venga che qualcuno abbia trovato il modo di far sapere al mondo che sì, far figli è proprio una bella storia ma ci sono quei due o tre punti che varrebbe la pena mettere in chiaro. Perché il bodyshaming in gravidanza esiste; esiste pure la competizione tra puerpere, o l’assenza dei padri – sì, anche quella esiste; e da ultimo, udite udite, esiste anche la depressione post-parto e di depressione post-parto soffrono milioni di donne nel mondo, e di depressione post-parto a volte ci si rimane anche secche, o si fa ancora peggio. Ma spesso parlare di questi temi significa(va) fare come nella famosa storiella dei vestiti nuovi dell’imperatore: tutti sapevano che il sovrano era nudo ma nessuno voleva prendersi né la briga né il fardello di farglielo notare.

Detto ciò, per quanto mi riguarda (SPOILER: questo è un post un po’ più intimo del solito, abbiate pietà) sdrammatizzare va bene perché se no sai che pesantezza, ma la verità è che io sono sempre stata più incline al dramma che alla commedia. Sicché mi trovo a fare le tre di notte per finire “Cattiva“: perché Rossella Milone racconta, senza tanto girarci in giro, l’abisso profondo, e ne parla come piace a me: ci si affaccia, lo guarda bene e poi, dando voce a tutte quelle come me, noi che non siamo brave con le parole, lo descrive nella sua crudezza.

“Quando mia figlia piange io so di essere un animale e corro. Non è amore, è corsa; un’impellenza da cui mi devo salvare. Quando mia figlia piange io la devo salvare. A me a salvare qualcuno non me lo ha insegnato nessuno”

In una manciata di pagine, con un linguaggio secco e brutale intessuto di dialetto e materia, la Milone ci parla di Emilia, giovane donna napoletana, e delle settimane successive alla nascita della prima figlia. Sono giornate intensissime, lunghe eppure brevi, in cui l’orologio pare aver cambiato il suo giro consueto, rifiutandosi di obbedire alle leggi dell’alternanza giorno e notte che per tanti anni avevano scandito le nostre attività dentro e fuori casa. Giornate sospese, fatte di riflessioni e spaventi, paure e pensieri, fatica fisica e sfinimenti mentali – perché si sa, l’estrema gioia e l’estremo dolore prostrano allo stesso modo; fatte di suprema, fisica aderenza, e nello stesso tempo di enorme solitudine.

“Se soffri tu soffro anch’io, mamma, e questa fu la prima libertà che persi: la libertà di stare male, ché se il mio cuore perdeva un battito lei ne perdeva due”

“Non ha bisogno di me, ha bisogno di ciò che le so dare. E io non so cosa le so dare, se non il latte”

Sono giornate che trascorrono alla ricerca continua di punti di riferimento vecchi e nuovi: dai nonni che non è detto siano di aiuto anche se presenti – come ben sottolinea l’autrice, al marito che comunque ritorna subito alla propria routine (la quale, va detto, mica è mai cambiata più di tanto), alla vicina di casa che pare sapere sempre tutto, alle amiche che però si dileguano, al lavoro che chissà se si potrà riprendere, alla pediatra che parlare con un divano darebbe più soddisfazione.

“Mentre lei succhia io posso ritornare a essere viva, non per la vita che passo a lei, no: per la vita che devo passare a me. Perché magari un paio di pagine di un libro pescato dalla libreria riesco a leggermele, venti minuti di un film preso a caso in Tv riesco a vedermeli, starmene coi piedi abbandonati sul divano, mentre con una mano faccio le parole crociate, riesco a stare”

“Cattiva” è intessuto di parole vere. E se da una parte mi viene da concordare con il famoso assunto, che chi non ci è passato non può capire, dall’altra permetto a me stessa di pensare che questo libro andrebbe fatto leggere in tutte le medie superiori della nostra penisola – ma d’obbligo però, di programma. In primo luogo, perché è un testo non giudicante e molto oggettivo nei fatti – fatti che, certo, non accadono sempre ma che per il solo fatto che potrebbero accadere e talvolta accadono dovrebbero metterci tutti sul chi va là. In secondo luogo, perché secondo me aiuta nel contestualizzare le esperienze.

Mi spiego (SPOILER II, vedi sopra). Mi sono imbattuta in questi giorni in una polemica molto social che riguardava una delle più famose influencer italiane la quale, divenuta mamma da pochi mesi, è diventata oggetto di feroci critiche per la sua vita poco dedita alla prole – a quanto pare. Quel che mi ha stupito non è tanto l’esperienza della singola persona che comunque, date le contingenze, non credo debba venire presa a misura, quanto la violenza verbale dei commenti pubblicati on line e il messaggio complessivo che viene fuori da questa storia. In primis, un relativismo etico con cui, forse per l’età, faccio fatica a interagire (il corpo è mio e decido io, se ti dà fastidio vai da un’altra parte), seguito a stretto giro dall’aggressività di talune risposte (stai zitta e torna in cucina a fare il sugo in ciabatte e mollettone) a cui si affianca, di contro, la strenua difesa di un ben preciso concetto di maternità autoreferenziata che è quella che poi porta alla competizione tra mamme, intessuta di bugie nella mitizzazione di aspettative francamente inaccessibili.

“Ci sono certe cose che nessuno vuole sforzarsi di comprendere, e in quel momento in cui non vuoi comprendere l’odio si trasforma, non più incandescente e vivo e fertile come l’odio è, ma una cosa morta e inutile, e questa cosa è il disprezzo”

La questione che mi stupisce è, di fatto, la difficoltà nell’affrontare una delle emozioni più potenti e distruttive che esistano: la paura. Da una parte c’è infatti il terrore (esemplificato dall’immagine della donna sciatta, chiusa in cucina a preparare la pietanza per marito e figli) di trovarsi ingabbiate nel piccolo mondo asfittico che in qualche modo fa parte dell’esperienza di chi a oggi è in età riproduttiva. La maggior parte di noi ha per madri donne che dopo il parto hanno rinunciato al lavoro e ai divertimenti, perché figlie a loro volta di un’Italia del passato; madri che a quanto pare sono state capaci di trasmettere alle proprie figlie, ovvero a noi, soltanto la pars destruens della storia, cioè le indubbie fatiche dell’accudimento genitoriale, tralasciando il significato profondo e non scontato della parola “sacrificio” (con tutte le gioie, il senso di liberazione e i cambi di prospettiva che esso porta con sé). Ne viene fuori una donna aggressiva, che in nome di una presunta “libertà” da conquistare e mantenere, accetta acriticamente qualsiasi modello sociale altro – basta che sia diverso da quello di cui ha esperienza, che rifiuta in toto (ma attenzione, rifiutare un costrutto sociale non vuol dire liberarsi automaticamente dal senso di colpa, anzi). Dall’altra parte c’è l’angoscia – che si trasforma spesso in terrorismo psicologico (il tuo CUCCIOLO ne soffrirà, chiamerà ‘mamma’ la tata) – di chi, facendo proprio quel valore rifiutato dalla maggioranza (il senso dell’accudimento esclusivo, il tempo della mutazione, la rinuncia a ciò che era prima) si scaglia contro tutti coloro che, in un modo o nell’altro, cercano di mostrare i limiti intrinseci a questa interpretazione e di dare legittimità a un altro punto di vista. In tutto questo, il buon senso va a farsi benedire e, last but not least, le figure maschili scompaiono: impaurite si fanno da parte, ridotte al silenzio.

Emilia sta nel mezzo. Questa bambina, così desiderata e voluta, è altra cosa dalla figlia immaginata: non dorme, piange sempre, è una bambina ad alto contatto, non dà tregua. Il marito Vincenzo pur attento e premuroso è di fatto distante dalla quotidianità del puerperio. I genitori di Emilia non sono d’aiuto, incastrati tra supposizioni e pregiudizi (e la convinzione che Emilia farebbe bene a togliersi dalla testa l’idea di tornare al lavoro – questa è una delle pagine più belle, più struggenti).

Non funziona nemmeno il servizio pubblico: la culla in camera è una favola che ci si racconta in tante, ma a cui non crede quasi nessuna (“E poi dovevo tenermi le forze per quelle notti con la neonata, lì in ospedale, che in quell’ospedale c’era il rooming-in, come se in inglese suonasse meno faticoso: i bambini li devi accudire da subito, diventi madre da un’ora all’altra, e quando ti accorgi che semplicemente non ne sei in grado, non sai cambiare manco un pannolino, altro che evoluzione, vorresti tanto stringere la mano a Darwin e dirgli Ma vaffanculo”). I pediatri, sbrigativi e poco empatici.

La soluzione a cui arriva Emilia, perché ci arriva, non ve la racconterò: non è una pillola miracolosa, è qualcosa che si trova alla fine di un cammino, e in questo caso il cammino è il processo di fruizione del testo. Una lettura che spesso non scorre né facile né piacevole, perché o non c’è mai stata immedesimazione (figurarsi, che esagerazione), o il testo risulta fin troppo destabilizzante (dallo speriamo che a me non capiti al o Dio mio, ecco cosa mi è successo, non ne voglio sentir parlare mai più), ma che è necessaria, e va fatta.

Io confido molto nell’istruzione. Nella lettura, nell’approfondimento, nella creazione di figure professionali adeguate che riescano ad aiutare le donne a trovare la propria dimensione nella maternità al di là di ogni pregiudizio, convenzione, imposizione. Ecco perché secondo me i libri come questo di Rossella Milone dovrebbero essere letti a scuola.

“Quando sono rientrata Vincenzo era seduto sulla sedia a dondolo di vimini, è lì che li ho trovati: incastrata nell’incavo del suo gomito c’era la testolina di Lucia, il corpo abbandonato nel calore del padre; una coperta di cotone, la tettarella del biberon tra le labbra che lei schifa, che spesso rifiuta. (…) Eppure la bambina lì nel suo grembo, mi pareva, finalmente aveva recuperato un po’ di serenità”

Buona lettura 🙂

“Loop”, di Simon Stalenhag (trad. Luca Di Maio)

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Prestate attenzione a “Loop” – perché è un condensatore di incubi. Qualcuno può pensarla diversamente e affrontarlo con leggerezza; eppure, “Loop” è anche altro.

Parte del fascino di questa graphic-novel, che in realtà è un ibrido a metà strada tra la fiction distopica, il reportage d’invenzione e un silent-book, passa attraverso il meccanismo di immedesimazione che è per molti, ma non per tutti. I più giovani apprezzeranno la qualità delle tavole, l’abilità dell’autore e la trama di una narrazione avvincente che strizza l’occhio alle mode del momento (Twin Peaks, Stranger Things, The Dark). I meno giovani si troveranno di fronte a un magnifico horror apocalittico che tenterà con tutte le forze di portare in superficie tutti quei ricordi di infanzia che si credevano, o si speravano, ormai sotterrati nell’oblio della dimenticanza.

La realtà distopica dipinta dal visionario Stalenhag è un’architettura complessa di piani temporali in cui il presente – attuale, in background – è un mero strumento di recupero di un passato non privo di attrattive (i primi anni ’80) all’interno del quale un gruppo di bambini vive una realtà quotidiana permeata da elementi ancora più remoti, risalenti agli anni Cinquanta. Le commistioni sono moltissime, stratificate, e il fascino per due periodi storici così complessi se per i più giovani ha il sapore di una ri-contestualizzazione fedele e coinvolgente, per i meno giovani acquista un senso diverso, più incline alla malinconia e al sentimento un poco opprimente delle cose perdute.

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“Loop” per noi meno giovani è tornare all’infanzia, specie se vissuta nei campi, nelle periferie, in un paese piccolo dalle attrattive limitate e dall’economia non particolarmente florida. E’ fare i conti con una realtà modesta, con la scarsezza di mezzi pratici, con famiglie all’interno delle quali le difficoltà quotidiane, legate alla durezza fisica di un mestiere pesante, corrompono i sentimenti. Se da una parte qualcuno apprezzerà i rimandi a Sonic The Hedgehog e a Godzilla, dall’altra qualcun altro non farà altro che notare l’ambientazione wilderness, la quotidianità di bambini avvezzi a stare all’aperto e divertirsi col poco che offre l’ambiente, le difficoltà nel rapporto con le figure istituzionali, specie nella scuola, l’impegno indefesso dei genitori nel tentativo di superare lo scarto generazionale, psicologico, culturale ed economico che divide la realtà del cosiddetto boom economico da quella precedente, figlia del periodo post-bellico e della guerra fredda; e l’ingenuità con cui gli adulti, in nome di un progresso che pareva del tutto positivo e inarrestabile, abbracciava acriticamente qualsiasi novità tecnologica e industriale venisse suggerita e proposta, dall’eternit all’atomo.

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Naturalmente a ciò si deve aggiungere il tema distopico che non manca di spunti interessanti: l’utilizzo mal governato di tecniche di fatto sconosciute, l’inquinamento ambientale, la critica sociale e il romanzo di formazione.

Leggendo “Loop” insomma noi adulti di una certa età anagrafica ci ritroviamo ancora lì, col sedere poggiato sulla polveriera del nostro passato: ancora una volta bambini insicuri, incastrati dentro un mondo nuovo ed estraneo che nemmeno i nostri genitori erano in grado di comprendere ma a cui, in nome di schemi precostituiti che pareva irriverente non rispettare, era necessario affidarsi. Un’ingenuità appena venata di dubbio che ci riporta con inquietudine, amarezza e un pizzico di nostalgia a un’età, e una realtà, molto diversa da quella attuale.

Buona lettura 🙂

Note:

  1. La curiosa storia di come ho scoperto Simon Stalenhag l’ho raccontata qui sul blog (il mistero dei libri che chiamano altri libri: in questo caso si tratta di una… partita di poker on line) e anche su IG, negli highlight con tag #percorsi
  2. Restiamo in attesa di “Things from the Flood” (il seguito di “Loop”), uscito a gennaio 2017 e ancora inedito in Italia.

“Orrore”, di Pietro Grossi

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“Se solo. Di tutti i momenti per cui da anni mi maledico, questo è l’unico indipendente da me e da qualunque mia volontà. Dunque, il più immacolato. Di questo posso evitare di domandarmi se sia il frutto di altri fatti o scelte precedenti, ripercorrendo la mia vita all’indietro fino a perdere traccia dei ricordi. No, questo è un momento esatto, libero da qualunque necessità di analisi. Se solo. Tre semplici, striscianti sillabe, capaci di sgretolare esistenze come termiti in una trave di legno” (pag14)

“Orrore” l’ho letto in meno di due ore, accartocciata dentro lo scomodo sedile di un Frecciarossa seconda classe, un venerdì sera di esodi estivi e temporali. Mentre il treno di tanto in tanto rallentava e scricchiolava un po’, per via della grandine, e fuori dal finestrino il cielo si faceva prima giallo e poi color del carbone, io non potevo fare altro se non girare le pagine, una dopo l’altra, di questo racconto nerissimo che ha la capacità di riportare il lettore indietro nel tempo, schiaffeggiando i suoi sensi intorpiditi.

Pietro Grossi (classe 1978, vincitore del premio Campiello Europa 2010 – edizione Gran Bretagna – con la raccolta di racconti “Pugni“) alla sua prima esperienza nel mondo dell’horror utilizza gli archetipi del genere attraverso un lavoro di recupero meticoloso attingendo sia dalla letteratura più nera, da Bram Stoker a Poe, sia a certa, precisa filmografia che evidentemente ha fatto parte della sua infanzia, dati i rimandi presenti nel testo.

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“Superate una zona industriale e una rotonda, prendemmo a salire lungo una bella e larga statale a curve. Attraversammo una piccola valle, passammo qualche paesino e imboccammo una strada a destra. Salimmo e scendemmo un paio di colline. La strada si srotolava in mezzo ai boschi, corteggiata da querce con indosso appena qualche foglia secca. I rami spogli si allungavano intorno ai tronchi come scariche elettriche” (pag32)

Impegno accurato che travalica il fine utilitario per diventare omaggio alla tradizione di quell’horror classico che non ha né nome né volto ma che è, prima di tutto, sensazione, atmosfera, introspezione. E che diviene ancora più convincente per via delle ambientazioni coeve.

L’inverno rigido e nevoso dei boschi umbri, un vecchio mulino isolato e fatiscente, la provincia italiana più profonda. Le luci dell’albero di Natale e la malinconica irrequietezza che il clima delle feste spesso porta con sé; l’infiacchimento di uno scrittore in crisi di identità che nemmeno la nascita del suo primogenito riesce a rianimare, ma che si tutto d’un tratto si esalta di fronte all’insperato dono di una bella storia da raccontare.

L’orrore non ha né nome né volto. Alberga in certe case borghesi, dai corridoi lunghi, scuri e stretti, nelle collane di perle di vecchie signore, nell’odore di flanella dei copriletti. Quasi scaturisce proprio dall’interno degli oggetti stessi: una stanza ammuffita al cui interno giace un tavolino perfettamente tirato a lucido, una porta chiusa a chiave affacciata sul nulla: il topos della casa stregata che, come un animo senziente – il nostro, quello di ciascuno di noi – contiene in sé il germe del male che siamo noi stessi a richiamare al mondo, spalancando la porta proibita.

“Orrore” si attiene ciecamente alla regola del “se solo” come ogni horror che si rispetti. Se solo l’amico Diego non avesse fatto cenno al protagonista (ndr: il racconto è redatto in forma di lunga lettera, scritta in prima persona dal protagonista scrittore e indirizzata al figlio) di quella brutta avventura accadutagli in montagna. Se solo lo scrittore fosse stato un po’ meno sensibile al richiamo di una trama promettente, se soltanto avesse riflettuto un po’ di più sul suo ruolo di padre, così nuovo, così giovane e pieno di ricchezze. Se solo, quel giorno, non avesse preso una decisione che avrebbe cambiato, nel giro di pochi minuti, non solo la propria vita ma anche quella di tutti coloro che lo circondavano.

“Il punto, in fin dei conti e fin dall’inizio, restava sempre lo stesso: valeva la pena stare lontano da casa e da voi per seguire le fumose tracce di quella vicenda?” (pag69)

Ripercorsi in un lampo la mia vita e mi tornarono in mente tutte le occasioni in cui mi ero pentito di essere stato frettoloso. Il mio passo era sempre stato la marcia e – a differenza di altri che dovevano imparare a sveltirsi – la sfida per me era sempre stata imparare ad avere pazienza. Ripensai alle innumerevoli volte in cui mi ero ripetuto questa semplice frase, *nel dubbio, fermati*, a quanto spesso mi ero pentito di non averla seguita e quanto invece mi aveva giovato quando ci ero riuscito.

Eccomi dunque, innanzi alla grande prova: lontano da casa, al freddo, in un inospitale paesino sperso nei boschi, di fronte a una storia grigiastra e con tutti i buoni motivi per andarmene, sarei invece rimasto, e avrei atteso” (pag79-80)

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Buona lettura 🙂

“Borne”, di Jeff VanDerMeer (trad. di Vincenzo Latronico)

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“Avvicinandomi fui investita da un fiotto di odore salmastro e per un attimo sparì la città in rovine tutt’intorno a me, sparì la ricerca incessante di acqua e di cibo, sparirono le bande di razziatori e le creature modificate evase da chissà dove, con chissà quale intenzione. Sparirono i cadaveri mutili e combusti impiccati ai lampioni spezzati. Per un rischiosissimo istante, invece, sentii che quella cosa che avevo trovato veniva dalle calette sabbiose della mia infanzia, così tanto tempo prima che arrivassi in città. Distinguevo la nota di fiori essiccati nel profumo di sale, avvertivo la brezza, riconoscevo il fresco dell’acqua che si increspava a ogni passo. Le ore interminabili a raccogliere conchiglie, la voce roca di mio padre, la cantilena squillante di mia madre” (pag.5)

La verità è che “Borne” è una storia più tradizionale di quello che potremmo pensare. E se la considerassimo soltanto una fiction di fantascienza faremmo un grave errore.

A me pare che l’avventura della cercarifiuti Rachel, che a un certo punto si imbatte nel trovatello e neonato Borne, sia prima di tutto una riflessione sulla famiglia e sul ruolo che hanno i genitori all’interno delle dinamiche comunicative della famiglia stessa; e anche sulla responsabilità educativa che ciascuno di noi, in qualità di adulto, ha il dovere di prendere su di sé nel caso in cui si trovi ad avere a che fare con chi – figlio proprio oppure no – del mondo dell’infanzia fa ancora parte.

Abbiamo già parlato di come la fantascienza contemporanea stia cercando di riguardagnare un po’ di quello spazio che aveva perduto. Jeff VanDerMeer è uno degli esponenti di questo rinnovamento che se da una parte si impegna a recuperare il passato distopico pre-hitech da Silicon Valley (della questione ne ha parlato ad esempio Christian Raimo, qui) dall’altra non abbandona di certo la tensione verso la critica sociale che da sempre ha caratterizzato questo sotto-genere della fantascienza – ma rileggendone i canoni e riadattandoli alla realtà attuale.

“Erano quelle le ciminiere che avevano sterminato questa parte di mondo. Erano state quelle le catene di montaggio che ci avevano ingozzati di prodotti inutili che eravamo addestrati a bramare” (pag.99)

Credo che quindi non occorra stupirsi troppo del fatto che questa nuova prova di Jeff VanDerMeer, autoconclusiva stavolta (e ricordiamoci ciò che dicevamo recentemente sul declino della scifi seriale) non si focalizzi sulla dinamica extraterrestre come accaduto per la “Southern Reach Trilogy” ma sulle realtà alternative di cui l’essere umano è l’unico artefice, con riguardo particolare a tutto quello che concerne la manipolazione genetica e la creazione di nuove forme di vita bio-tec. Le quali poi, inevitabilmente, riescono a sfuggire al controllo del loro creatore.

Le realtà in cui Jeff VanDerMeer ci ha abituato non sono costituite da mondi lontani a cui arrivare attraverso l’esplorazione dello spazio profondo. Non è la distanza siderale, a interessarlo, non lo è mai stata, quanto al contrario il concetto di prossimità, l’assoluta permeabilità delle dimensioni (malgrado i nostri sforzi per mantenerle nettamente divise). E se nella “Southern Reach Trilogy” questa incapacità di limitare i confini si esemplificava nella assoluta impossibilità di individuare le “porte di accesso” (e di uscita) di un fenomeno altro, in continua espansione (esterna e interna), in “Borne” essa è rappresentata dalla presenza ossessiva, sempre in background, dell’elemento distopico delle “vasche di contenimento“, una sorta di brodo primordiale creato artificialmente dall’uomo (“La Compagnia”) che nel progetto iniziale avrebbe dovuto funzionare da elemento isolante per i risultati degli esperimenti di biotecnologia svolti all’interno della struttura di cui fanno parte.

Ovviamente, ça va sans dire, niente andrà come deve e tutto devierà verso l'(in)immaginabile.

“Pinne morte e branchie tremolanti, vibrazioni disincarnate, sguazzi e fruscii di cose concepite a quattro zampe ma che ne avevano due. Creaturine arricciate come gamberi costrette in piccoli stagni in cui sbocciavano e morivano, sbocciavano e morivano in perpetuo, sempre il medesimo organismo che procreava se stesso. Tossico. Un circuito chiuso. Un brandello di materiale genetico che girava in tondo, che moriva costantemente ma mai del tutto, ma neppure viveva, in fondo. (…)

Era quella la consistenza delle pozze di contenimento che cingevano sia la sede della Compagnia sia la piana desolata, una salina che non era naturale ma un trito di materie plastiche, vetro e metallo. I rifiuti che non potevano o non volevano incenerire. Componeva anche il fondale delle pozze. Lambiva i margini della sede della Compagnia come il caviale gommoso di un pesce industriale. (…) Da lì veniva il colore dei laghi, era per quello che riflettevano ogni colore immaginabile, benché la combinazione risultasse ai nostri occhi di un verde scuro, sotto una certa luce, e azzurro o rosa altrimenti” (pag.280)

Difatti anche Borne è frutto di un esperimento scappato di mano (ma forse no): un’identità cangiante, come a vedere un celenterato mascherato da pianta carnivora o viceversa un tubero più simile a un calamaro che a una patata.

E’ buffo Borne – non certo il figlio immaginato che noi tutte madri ci aspettiamo. E’ prima una pianta da innaffiare, poi un animaletto da sfamare e infine un piccolo umano – o una cosa prossima all’umano – da crescere e da educare. Un figlio che meno biologicamente nostro non potrebbe essere ma un figlio che, come tutti i figli, ci viene consegnato senza il libretto di istruzioni, né sul montaggio, né sull’utilizzo, né sulla manutenzione … né sul futuro che gli sarà destinato. Un figlio che come tutti i figli cresce troppo in fretta e ci costringe a cambiare continuamente i nostri punti di riferimento per adattarli ai suoi; e che a un certo punto prenderà una strada diversa da quella che ci aspettavamo e da quella che sognavamo per lui ma che in qualche modo, inevitabilmente, sarà la sua strada. Un figlio che tuttavia, nel suo diventare adulto, non dimenticherà mai le proprie origini e chi lo ha cresciuto, nutrito ed educato.

“Stavo cercando di essere una brava madre, una buona amica con Borne, così dissi: – Sì, ogni cosa ha uno scopo. E ogni persona ha uno scopo, o lo trova -. O se non altro trova una ragione. – E io sono una persona? disse Borne, con le antenne tese a dimostrare un’attenzione particolare. Non esitai. – Sì, Borne. Certo che sei una persona”. (pag.70)

Gli elementi della fiction distopica stavolta ci sono tutti, diversamente da quanto era accaduto con la “Trilogia dell’Area X”. Abbiamo l’ambientazione post-apocalittica, in cui la parte fondamentale è rappresentata dall’attenzione per i temi dell’ecologia e del wilderness, prima che su scenari industriali o di discendenza cyber-punk. Ambientazioni in cui l’acqua, declinata in tutte le sue forme di archetipo Ballardiano, presenti o assenti, gioca un ruolo fondamentale quale origine primigenia dell’Uomo ed elemento fondante e imprescindibile per la sopravvivenza del genere umano. Abbiamo la critica verso la società del consumo sfrenato, dell’indifferenza verso l’ambiente, della lotta senza esclusione di colpi per il mantenimento di uno status-quo insostenibile.

Questi scenari sconvolgenti, che forse appartengono al pianeta Terra ma forse anche no (e qui sta uno dei nodi del romanzo, di più non si può dire) e che in parte anticipano come sappiamo il mondo che verrà se non cambiamo i paramenti attraverso cui viviamo l’attuale, fanno da contrappunto alla tenerezza di una madre per caso, che accoglie un figlio (forse atteso, forse no) come lo accolgono tutte le madri del mondo: con dubbio e imperizia.

“Ora avrei cominciato a preoccuparmi per lui. Mi sarei preoccupata della sua incolumità, perché non potevo più controllarlo, ma anche se lo avessi controllato non avrei avuto alcuna garanzia di riuscire a tenerlo al sicuro. Mi sarei preoccupata dell’ingenuità della sua fiducia. Mi sarei preoccupata di ogni mancanza” (pag.161)

Borne, come tutti i figli, non dà risposte perché la sua natura di figlio è solo una: quella di porre domande.

“Devo avere la certezza di aver compreso correttamente quei momenti, di aver fatto le scelte giuste. Ma è una certezza che non potrò avere mai” (pag.192)

Allo stesso modo fa Jeff VanDerMeer con questo romanzo, perché se ne guarda bene dal consegnare al lettore una qualsiasi opinione preconcetta sui temi cardine che si è proposto di affrontare: la manipolazione genetica, i nuclei familiari non convenzionali, i cambiamenti climatici, l’ecologia, il capitalismo. Semplicemente, attraverso quello che sa fare – scrivere bene e scrivere di fiction distopica – non fa nient’altro se non parlare di ciò che ormai, volenti o nolenti, fa parte – questa volta sì – della nostra realtà e non di un mondo soltanto immaginato.

La storia della cercarifiuti Rachel è l’esperienza di tutte noi madri. E Borne non è altro che l’innocenza dell’infanzia e della sua fine, quel momento insieme magico e straziante in cui ogni genitore deve prendere per mano il proprio figlio e poi affidarlo al mondo e al destino.

“La cosa che non avrei mai potuto scordare, è che era davvero bello. Era così incredibilmente bello, e non me ne ero mai accorta prima di allora. Nello strano blu oltremare della sera, il fiume schiumava di lilla, oro e arancio fra gli isolotti rocciosi chiazzati di alberi… ed era incredibile. Con quella luce, la Scogliera risplendeva di un colore profondo che era quasi nero ma non del tutto, quasi blu ma non del tutto, irto di ombre solide e fredde. Borne non sapeva che era tutto letale, velenoso, davvero schifoso. Forse per lui non lo era. Forse sarebbe stato in grado di nuotare in quel fiume senza farsi niente. E forse, me ne rendevo conto solo in quel momento, forse fu allora che cominciai ad amarlo. Perché non vedeva il mondo come lo vedevo io” (pag.61)

… e grande apprezzamento per la traduzione di Vincenzo Latronico. Non deve essere stata impresa facile.

Buona lettura 🙂

ps. questa lettura conclude (si fa per dire) quel percorso che ho intrapreso qualche mese fa, forse in maniera un po’ inconscia, di cui ho parlato qui. Di cose da leggere in proposito ce ne sarebbero molte altre ovviamente – ne ho già in mente una di cui parlarvi: spero di riuscire a farlo presto, magari anche su Instagram. Il suo nome è #Loop 🙂

E se volete qualche immagine, di orsi e di astronauti… andate qui: 

https://www.newyorker.com/magazine/2017/04/24/jeff-vandermeer-amends-the-apocalypse

e qui:

http://weirdfictionreview.com/2017/05/interview-jeff-vandermeer-borne/

“Non oso dire la gioia”, di Laura Imai Messina

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“Ha vissuto così a lungo nascosta che ora tutto le sembra tempesta. Questo vento che scaraventa, percuote, scuote le spalle, disturba” (“Non oso dire la gioia”, Kindle, pos. 4413)

“Quando ero sola sbarravo porte e finestre, mentre i sospetti mi si incistavano in testa. Avevo nausea per le oscillazioni degli alberi nelle scariche di vento” (“La vita lontana”, pag.44)

“Esperta dei loro umori, m’illudevo di conoscerli alla perfezione” (“La vita lontana”, pag.81)

“A nessuno si augurano errori madornali come a chi non sembra farne” (“Non oso dire la gioia”, Kindle, pos.2897)

Credo poco nelle coincidenze, specie quelle che hanno a che fare con i libri – con quei libri che trasudano lo sforzo che fanno per essere trovati, essere letti. Mi domando se non ci sia un nesso, o meglio una convergenza, che si fa mia, intendo: un percorso di acque carsiche che in qualche modo io stia seguendo, inconsapevole.

Tutto è cominciato con “L’estate muore giovane“, una storia cruda di bambini venuti su troppo in fretta sotto il sole caldissimo di un passato italiano così difficile da vivere, figuriamoci da dimenticare. Ho continuato poi con “La vita lontana“, una specie di confessione intima e urticante scritta da una madre ormai matura, col cuore straziato dai rimorsi e dai rimpianti. E tanto il passaggio da Sabatino a Pecere era stato consapevole e strutturato, dettato dal desiderio di restare ancora per un po’ a camminare nel solco della narrativa contemporanea italiana (ndr: indipendente) e dalla necessità di approfondire ancora gli stessi temi (quali, di preciso, va detto che non sapevo), tanto è stato inconscio e viscerale lo scivolamento verso “Neghentopia“. Che non è altro se non la favola truce di un ragazzino che, per garantirsi la sopravvivenza – fisica e mentale – uccide i propri genitori, in tutti i modi in cui possono essere uccisi e poi dimenticati. Lì, tra le pagine finali di “Neghentopia”, ho intuito per la prima volta che quello che mi interessava davvero non era tanto il soggetto familiare quanto, nel dettaglio, il tema dell’allontanamento dei figli dal nucleo familiare e dall’influenza genitoriale.

“La maternità, lo sente, la sconfigge in ogni forma” (cit. , Kindle, pos.1142)

E poi è arrivato “Non oso dire la gioia“, a confermarmi che ciò di cui ero alla ricerca aveva a che fare con la genitorialità: il modo in cui i figli li si cresce attraverso quello sforzo di continua, incessante e quotidiana correzione di rotta che viene chiamata, pomposamente, “educazione” ma che assomiglia di più a una scalcagnata barchetta lignea in balia dell’oceano, che cerca disperatamente di tenere la rotta verso la terraferma alla mercé di maree, vortici, tempeste e finanche qualche coccodrillo uscito da chissà dove.

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“Perché la violenza è un contagio. E la famiglia ha maglie larghissime, così che l’odio, e l’amore, e la viltà, e ogni emozione che germoglia nella madre, e poi nel padre, passa ai figli, e vi si insedia senza antidoto né soluzione” (cit. , Kindle, pos.1024)

Si dice spesso che per un romanziere la seconda prova sia la più difficile. Non so se Laura Imai Messina l’abbia percepito così, questo suo secondo romanzo, o se abbia prevalso il senso della creazione in sé dell’opera, un parto intellettuale che ha accompagnato la fisicità della gravidanza e della maternità. Ho la presunzione di pensare che sia stato un po’ così – ma solo per via del fatto che, nel caso, mi troverei a condividerne l’esperienza. Il voler fissare per iscritto non una storia qualsiasi ma come fosse un pezzo della propria, come un diario, quasi che la scrittura, cesellata e limata negli spigoli e per questo fattasi così tagliente, sia il modo attraverso cui rendere espliciti i timori e le inquietudini che riempiono le future madri durante il periodo dell’attesa (Sarà sano? Sarò ancora bella dopo il parto? Sarò in grado di occuparmene? Perché ho desiderato tanto questo figlio, eppure sento quasi il bisogno di tornare indietro e riavvolgere il nastro? Crescerà bene? E se qualcosa non andrà come deve, durante il parto? Stanotte ho sognato di essere al mare, sulla spiaggia. Era bel tempo, ma poi all’improvviso si è sollevata una grande onda di acqua, una massa gigantesca di materia densa e trasparente, che voleva ingoiarmi).

“Nutriva il costante timore che Marcel si ferisse, che qualcuno lo rapisse, che un incidente banale lo uccidesse. Era dalla vita che lo voleva tenere lontano, quella cosa da cui lei stessa non conosceva protezione. Quanto poco doveva esserselo goduta da bambino, quanto affanno doveva aver provato fino a che non s’era fatto adulto e indipendente” (cit. , Kindle, pos.3413)

Attraverso le storie di quattro personaggi a cavallo dei trent’anni – storie che si intersecano l’una con l’altra in un modo di cui qui non si può dire – l’autrice affronta il tema dell’essere genitore, che in sé ne contiene molti altri, dalla scelta di diventarlo sino a cosa capita quando invece questa libertà di preferenza è preclusa, in un modo o nell’altro. Passando per tutti i “rimpiantivi” che inevitabilmente ogni sistema educativo porta con sé.

“Piange per quanto è perduto, per la nostalgia di quando la responsabilità era sempre di altri, per la poca fiducia che sta concedendo all’uomo di cui è innamorata, per il pericolo che ogni inganno porta con sé” (cit. , Kindle, pos.2865)

Credo che il nucleo fondamentale di “Non oso dire la gioia” sia proprio il desiderio dell’autrice di “rimettere tutto a posto“; di figurarsi un mondo in cui, nonostante tutto, si possa ricominciare e all’interno del quale ogni errore sia se non rimediabile, almeno accettabile. D’altra parte, il “bambino immaginato” non è cosa nuova (Silvia Vegetti Finzi lo chiama “il bambino della notte“, in un testo diventato ormai celebre) e parte del tempo della gravidanza – quell’ultima parte di “attesa” spesso tanto vituperata (Perché non resti al lavoro anche l’ottavo mese? Tanto l’alternativa è stare in casa a non far niente) – ho sempre avuto la convinzione che fosse in qualche modo biologicamente destinata a far germogliare non solo il feto ma anche l’intelletto.

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“Se uno può decidere cosa far ereditare al proprio figlio, la scelta è scontata. Le cose negative è sempre meglio tenersele per sé, anche a costo di mentire” (cit. , Kindle, pos.2186)

“Non oso dire la gioia” forse fa anche di più. Perché se l’autrice riesce da una parte nell’intento di rendere esplicita la dimensione genitoriale in tutte le sue forme e le sue paure, dal pre-nascita sino alla vecchiezza del genitore, dall’altra è in grado di creare una struttura narrativa e soprattutto stilistica che garantisce l’assoluta imparzialità di giudizio, attraverso la guida di un punto di vista esterno, collocato sempre “altrove“.  E’ questo, più che il proporre personaggi e situazioni culturalmente ibride date dalla dislocazione (e dicotomia) geografica occidente / oriente, a rendere l’autrice una scrittrice che appartiene a due mondi. E non è un caso che il senso del nonostante tutto di Pecere (la vita lontana in qualche modo, nella sua propria forma, diviene salvifica, nonostante il passato) si trovi a un certo punto a convergere e fondersi con quello di Laura Imai Messina (la vita futura in qualche modo, nella sua propria forma, andrà avanti, nonostante le cicatrici che si porterà inevitabilmente dietro): entrambi, guarda la coincidenza, hanno l’occhio rivolto lontano, là in fondo, in mezzo all’oceano. E ci vedono bene: forse davvero hanno tracciato la rotta per evitare le onde più grosse, i mostri marini e i coccodrilli.

“Senza saperlo si trovano a pensare la stessa cosa, ovvero che famiglia è forse allora la mancanza di confini, il non essere più in grado di stabilire con chiarezza l’inizio e la fine delle cose in una casa. Tutto piomba nel caos, nell’eliminazione sistematica della reciproca distanza, di quella sola cosa che sa separare e nella stessa misura avvicinare le persone. A star troppo vicini ci si fa male, a star lontani si soffre” (cit. , Kindle, pos.3765)

Buona lettura 🙂

ps. la questione “genitorialità”, ahimè per voi non è finita qui. Arriverà presto un nuovo (e forse conclusivo – almeno per il momento) capitolo.

“L’estate muore giovane”, di Mirko Sabatino

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“L’estate muore giovane” racconta una storia che mi sta a cuore. Ho avuto notizia della pubblicazione quasi per caso e ciò rafforza in me, ancora una volta, la convinzione che spesso sia il libro a scegliere il proprio lettore e a trovare da solo la strada per raggiungerlo.

La verità è che questo romanzo breve racchiude in poco meno di trecento pagine svelte, e la trattiene in sé senza lasciarsela scappare nemmeno per un istante, tutta la ferocia di quell’estate garganica che conosco bene, segnata dal sole di campagna cattivo e cocente, così lontano dalla frescura della brezza marina, che ha accompagnato per anni i miei pomeriggi di luglio. Un sole polveroso e fragrante di oleandro che ha marchiato, tatuando sulla mia pelle le esperienze di quegli anni, la modalità attraverso cui ancora oggi mi trovo a percepire la stagione estiva, o la sua assenza.

scogliera

“La macchia mediterranea premeva da tutti i lati, e noi ragazzi camminavamo a passo medio e deciso, come viandanti medievali in rotta verso un luogo sacro. Non parlavamo mai durante il tragitto, e dialogavamo, in silenzio, con gli arbusti e la vegetazione che si sparpagliava disordinata tutt’intorno. Mimmo spezzò un rametto da una pianta di rosmarino e ne sniffò l’esistenza; me lo passò e io feci lo stesso. (…) Poi gli arbusti infoltivano per un ultimo tratto e all’improvviso si ritraevano, e solo i nostri passi proseguivano fino al limitare della scogliera: e ogni volta era una vertigine nuova sbilanciare la testa in avanti e affacciarsi sul blu profondo del mare” (pagg.104-105)

Mirko Sabatino, originario di Foggia, classe 1978, parla di quel che sa. Parla di tre ragazzini cresciuti tra i vicoli di un paese incastrato tra le colline e la scogliera, un microcosmo universale che nemmeno la modernità del boom economico può scalfire nelle sue dinamiche essenziali. Racconta di riti antichi, tempi dilatati, del colore della terra e del grano, della polvere dentro i sandali e le giornate lunghe da tirar sera, quando ancora non si parlava di videogames e la televisione si poteva guardare solo al bar o a casa del sindaco e del farmacista.

Ma parla anche di molto altro. Di un mondo arcaico all’interno del quale ogni protagonista ha l’obbligo di muoversi seguendo percorsi prestabiliti e dettati dalla consuetudine e dalla tradizione, ogni deviazione dai quali viene considerata devianza, insubordinazione, finanche scandalo e onta; e all’interno del quale la minima, involontaria distrazione può rappresentare il drammatico punto di inizio di una serie di eventi dalle conseguenze inconvertibili.

panni

“La vita è ciò che ti capita tra la nascita e la morte. Tu scegli poco. Le persone e gli avvenimenti ti si impigliano addosso, ciechi, tenaci, e durante il percorso qualcosa resta, qualcosa si aggiunge, molto si perde, poi tutto” (pag.27).                                                                                                              Noi dimentichiamo le persone, completamente, spietatamente, dopo averle sentite per telefono, o incontrate per una visita o un’uscita, o averci pensato. Siamo con le persone solo quando ci troviamo con loro nella stessa stanza, o ci pensiamo. Poi scompaiono, anche quelle che amiamo di più, e nel tempo lungo dell’assenza non esistono” (pag.102-103)

Una società ancora prettamente patriarcale dalla quale il maschio di famiglia viene esautorato – per mano della collettività stessa o della Natura – nel momento stesso in cui pare ribellarsi alle regole comuni e non scritte che, pur nella loro paradossalità, garantiscono il mantenimento dello status quo all’interno del gruppo. Una società che richiede ai figli di crescere alla svelta e in autonomia, malgrado la presenza forte di un elemento femminile, che lungi dall’essere in grado di gestire al meglio la transizione dall’infanzia all’età adulta della propria progenie ondeggia, indeciso, a metà strada tra il ruolo defilato e sottomesso che però non si addice più alla modernità dei tempi e l’urgenza di un rinnovamento di condotta che tuttavia porterebbe con sé un affrancamento considerato inopportuno.

Alla base sta la riflessione di Sabatino sull’imposizione fiduciosa e ingenua di schemi precostituiti, proposti confidando acriticamente in una tradizione che, sempre apparsa come salvifica nei confronti del mondo esterno, si trova invece a determinare la rovina di quel costrutto di base rappresentato, allora come oggi, dal nucleo famigliare.

E’ un libro duro e dolente, ma vero e concreto perché non si attarda mai dove non dovrebbe e concede pochissimo spazio alla spettacolarizzazione di un’epoca e di un dolore che ben poco ha di nostalgicamente invidiabile. Il valore del testo, indipendentemente dalle sensazioni individuali, sta proprio nella forma mai scontata, mai banale, attraverso cui l’autore riesce a consegnare al lettore una orribile favola moderna che affonda sì le radici nella terra grassa di un meridione antico e bigotto, ma che assume ben presto una validità e una contemporaneità che travalica qualsiasi collocazione geografica e temporale.

peschici

“Una piazza, una chiesa, una drogheria, una macelleria, un bar, un forno, una scuola elementare, una scuola media, un’edicola, un ambulatorio medico, un ambulatorio veterinario, un negozio di vestiti e calzature a buon mercato, le case bianche e basse. E i vicoli. Dove le madri nei pomeriggi sonnolenti richiamavano i figli con voci lente e cantilenanti, e le vecchie di sera se ne stavano sedute sulle sedie, sulla soglia delle loro case, a sventolarsi pigramente col ventaglio, mentre i loro mariti passeggiavano con le mani incrociate dietro la schiena, ostinatamente, obsoletamente eleganti nel loro unico vestito, le facce serie e dure incise dal sole” (pag.12-13)

Si parla spesso di New Nature Writing declinato all’italiana. Ho la sensazione che “L’estate muore giovane” potrebbe esserne un buon esempio, perché mi pare che sia uno dei pochi testi che al momento comprende tanta parte di quello che si deve considerare  necessario quando si parla di NNW:

  • l’dea di una Natura sostanzialmente estranea, insensibile alle questioni umane, che tenta in ogni modo di riappropriarsi dei propri spazi, spesso utilizzando la violenza degli elementi che la compongono (o la forza della malattia, della contaminazione);
  • il topos del viaggio del protagonista che attraversa l’elemento naturale, estremamente contestualizzato, per giungere tuttavia non a una destinazione precisa ma a un non-luogo che crea percezioni alterate del sé e della realtà circostante;
  • l’archetipo dell’isola, dell’acqua (anche benedetta…) e di tutto quanto in essa nasce, cresce, vive e muore;
  • la presenza di un forte misticismo religioso (e qui non si può dire di più);
  • la riflessione sul linguaggio e sull’incomunicabilità verbale, sostituita da un sistema di relazioni che oltrepassa la razionalità e affonda nel mistero.

Buona lettura 🙂

In calce, un messaggio per l’autore – e per chi sa di cosa parlo. Ho avuto la fortuna di passarle tutte a nuoto, quelle insenature di cui parla Mirko Sabatino. Con le infradito chiuse dentro un sacchetto di plastica che legavo sulla schiena, ancorato alle spalline del costume. C’erano pesci piccolissimi che ci solleticavano le gambe abbronzate, c’erano le onde corte di scoglio, il rumore della risacca e una volta soltanto, di notte, il canto dei delfini. Quando non esistevano i barconi delle gite organizzate, quando ai ristoranti sui trabucchi ci potevi arrivare solo a piedi e mangiavi quel che ti veniva servito senza tanti complimenti, all’ora in cui voleva il padrone, non quella a cui volevi tu, e le mietitrebbia riposavano ancora in fondo al mare, adagiate sulla sabbia.

Photo credits: ADC, #nofilter.

 

“Gli autunnali”, di Luca Ricci

autunnali

1.

De “Gli Autunnali” ormai ne hanno parlato in tanti; e parla che ti riparla, leggi che ti rileggi, è arrivata pure la nomination allo Strega. Evviva. 

Vanni Santoni su Minima et Moralia lo definisce “un libro molto novecentesco”:

Sembra quasi di tornare alle atmosfere dei nostri grandi romanzieri borghesi – anche il titolo va in questa direzione – ma anche di un certo cinema”

Un approccio di forma e contenuto che per stessa ammissione dell’autore deve molto alla novellistica del secolo scorso da Maupassant a Moravia e che si rivela carta vincente perché da esso scaturisce un testo contemporaneo, solidissimo nell’eredità culturale che si porta dietro, dal risultato sempre credibile e mai eccessivo.

foglie autunno

“~ L’inverno a Roma e solo un autunno rigido, perciò qui più che altrove l’autunno non passa mai completamente. ~ L’autunno no, ma il tempo sì – mi gelò, prima di accodarsi dietro il feretro. ~ Il tempo passa, ed è tutto qui il nostro tormento” (“Gli autunnali”, pag.163)

2.

Nella Roma da cartolina di oggi (o meglio, dell’autunno scorso) si aggira un uomo senza nome.

Non dare il nome al protagonista: un lusso da scrittore di racconti” (cit. sempre dall’intervista di Vanni Santoni)

E’ uno scrittore di mezza età, raffinato ed elegante: ha raggiunto quel successo di critica e di pubblico che gli garantisce una vita oziosa e piena di agi condivisi con la moglie Sandra, donna colta e di bellezza matura, ma non più amata. Lo scrittore senza nome frequenta i migliori salotti letterari della capitale, si incontra con personaggi influenti e ha tanto tempo, forse troppo, per annoiarsi. Un giorno, andando a zonzo per un mercatino dell’usato, si imbatte in una foto di Jeanne “noix de coco” Hébuterne, la compagna suicida di Amedeo Modigliani, e se ne innamora perdutamente.

E’ iniziato come un omaggio a Maupassant e all’ossessione amorosa. In realtà mano a mano che procedevo mi sono reso conto che stavo scrivendo una storia molto contemporanea. Il protagonista si innamora di una donna di cui ha solo una foto, una situazione non troppo diversa da una relazione che nasce su Instagram” (cit.)

Già. Peccato che, come tutte le ossessioni che si rispetti, anche quella dello scrittore-senza-nome per Jeanne dovrà fare i conti col mondo reale.

Vacanze_romane_(film)

“Negli Autunnali c’è una Roma arcinota e da cartolina, ovvero una Roma inconsueta. Sembra un paradosso, ma in realtà le narrazioni della capitale negli ultimi anni – anche a causa delle serie tv –  hanno raccontato le borgate e le loro storie di malavita. Nel mio romanzo invece c’è l’aspetto potenzialmente delinquenziale delle persone perbene, c’è l’anima nera dei quartieri abbienti” (Minima & Moralia, cit.).                                                                                                                                       “Ci infilammo i caschi, poi lei si mise dietro e alla prima accelerazione mi poggiò le mani sulle spalle. Il nostro vecchio giro in scooter non era niente di speciale. Appena sposati, quando bastava poco a risolvere le serate (e, soprattutto, le serate erano ancora risolvibili)m andavamo su e giù per il lungotevere: Castel Sant’Angelo, Santo Spirito, Regina Coeli, Trastevere, Tempio di Vesta, Anagrafe, Sinagoga, Museo Napoleonico, e poi daccapo” (“Gli autunnali” pag.77)

3.

Se da una parte leggendo “Gli autunnali” abbiamo a che fare con un racconto lungo che del sentimento amoroso riesce a parlare, tra il serio e il faceto, ai lettori di tutte le età, e qui sta uno dei suoi innegabili pregi (come a dire che sì, di amore si può parlare con cognizione di causa durante il corso di tutta la propria esistenza, e che sì, sebbene i giovani siano l’inequivocabile emblema dello struggimento della passione, pure gli agée sanno difendersi bene, quando vogliono) dall’altra è anche una riflessione profonda su concetti che parevano un po’ desueti ma che sotto le braci ardono ancora e sui quali non è mai ridondante questionare un pochetto.

Scrive dalle pagine dell’Huffington Post Stefania Massari:

Leggendo “Gli Autunnali” ci s’imbatte, dunque, in un romanzo dalla trama complessa e per nulla ordinaria, che affonda le sue radici nel movimento filosofico dell’esistenzialismo (…). Quest’uomo che si aggira per la città, con aria inquieta, incarna le caratteristiche delineate nel manifesto esistenzialista che può essere riassunto in pochi punti esaustivi: valore dell’individuo inteso come essere precario e finito, vuoto che caratterizza la condizione dell’uomo moderno, solitudine di fronte alla morte e mondo percepito come completamente estraneo e ostile, nel quale si cerca di coglierne il senso, dominandolo attraverso gli strumenti della razionalità”

Il tema dell’ossessione amorosa si riversa dentro e fuori dal testo, scivolando liquido attraverso il lettore e per mezzo di esso in un continuo gioco di rimandi interni ed esterni alla pagina scritta. Così come lo scrittore-senza-nome è assillato dallo sguardo magnetico di Jeanne, così il lettore non può fare a meno di condividere con il protagonista del racconto l’esperienza dell’autunno, la cui partecipazione diventa una condizione necessaria attraverso cui giungere alla piena comprensione del testo. Esperienza che, nel più puro spirito estetico, non deve essere per forza vissuta direttamente ma può valere anche – e forse di più – quand’anche solo vagheggiata (ecco perché “Gli autunnali”, in barba titolo, argomento e a qual si voglia altro raziocinio, esce a metà inverno? Probabile).

Così come lo scrittore-senza-nome diviene folle nel tentativo di codificare il sentimento che lo pervade (e a ciò lo spinge l’autore, obbligandolo a sottostare alle regole ferree di un linguaggio poliedrico, multiforme e multigenere, pensato e cesellato fino allo stremo delle forze), così il lettore non può fare a meno di cedere all’ossessione di sottolinearne e condividerne interi brani. Se esistesse un “Most Underlined Book of the Year Award” penso che “Gli autunnali” entrerebbe almeno nella prima cinquina perché non è possibile trattenersi dal citare e mandarne a memoria pagine su pagine, sia per il gusto di recuperare, attraverso l’esercizio della riscrittura, il senso profondo di un testo così composito, sia per l’urgenza tutta moderna di condividerne delle estrapolazioni che tuttavia – altro indiscutibile pregio – non perdono né di senso né dì efficacia quand’anche decontestualizzate (E si veda in proposito #leggoinmensa su Twitter).

autunno

“Gli invernali erano persone solide, coerenti con le loro scelte, affidabili, egoisti ma non narcisi, in grado di offrire sicurezza e riparo; i primaverili erano incrollabilmente ottimisti, attratti dalla vita come sinonimo di festa, talvolta un po’ superficiali, nella migliore delle ipotesi edonisti, nella peggiore modaioli; gli estivi erano gli ignoranti e i rozzi, con un evidente attaccamento all’esistenza senza troppe complicazioni, folleggiavano senza follia, e non gli importava di concretizzare sogni e desideri. ~ E gli autunnali? Come sono gli autunnali? chiese Gittani, impaziente” (pag.100).

Buona lettura 🙂