“L’esperienza del cielo”, di Federico Nati

Non ringrazierò mai abbastanza gli amici di @unimib (presso cui F. Nati ricopre la carica di Assistant Professor) per questa occasione che mi è stata offerta. Qui trovate il video completo di quel qualcosa che formalmente si potrebbe chiamare intervista o presentazione e che secondo me contiene tutto quello che un post, stavolta, non può contenere.

“Associamo spesso l’idea di spazio al futuro: tecnologie all’avanguardia, satelliti, sonde, rover, esplorazioni planetarie e teorie fisiche ancora da scoprire. Ma il cielo che ci sovrasta nelle notti senza nome arriva da un profondo passato. E’ una luce ancestrale, una reliquia, un’eco di mondi ormai non più esistenti e profondamente mutati. Osservare il cielo è come leggere una lettera postuma, studiare un fossile, riflettere su come andarono le cose”

“Il desiderio e la nostalgia sono aspetti connaturati a questa ricerca. L’etimologia stessa della parola *desiderio*, dal latino de e sidera, ovvero *privato della visione della luce siderale*, associa l’umano anelito verso ciò che non possiamo avere, ma continuiamo a volere, al mistero dell’intoccabile bellezza delle stelle. Persino alle stelle cadenti, che non sono stelle, alcune tradizioni accostano desideri da esprimere e altre il pianto per la nostalgia di persone perdute” (pag95)

Mi era piaciuto leggere di questo “come andarono le cose”. Così ho chiesto a Federico Nati di spiegarmelo, e già che c’era di spiegarmi anche quella nostalgia lì, quella per le persone perdute – quella che viene proprio dall’averle incontrate. E’ finita così, con lui che mi parla dell’importanza dell’imprevisto, dei fatti che accadono, delle scelte non premeditate che si trasformano, a volte, in destino. Mi ha raccontato di luoghi lontanissimi, di un lavoro che io penso mestiere perché va proprio imparato, con le mani; di un momento in cui, in certe professioni, “l’inizio e la fine delle vicende personali e collettive non sono mai davvero identificabili”. E poi sì, mi ha raccontato anche delle persone che ha incontrato e con cui ha lavorato, di come apprendere un metodo, del sistema del mentoring, di tutte le contraddizioni degli States. E mi ha parlato anche dell’umiltà e della caparbietà che in qualità di persona di scienza gli pare debba per forza impiegare – specie nel momento in cui si sceglie di dedicare la propria vita professionale alla ricerca scientifica, quando insomma “non rinunciamo a far parte di un’esperienza preziosa, condivisa che ereditiamo e che lasceremo in eredità”.

Che cos’è “L’esperienza del cielo”: è un viaggio sentimentale all’interno di un’esperienza professionale. E’ un modo nuovo di fare divulgazione scientifica ma anche un momento che occorre prenderci per ragionare sui modi in cui oggi si produce sapere. E’ un diario personale che si trasforma continuamente sotto gli occhi del lettore: un gioco di specchi che non guardano in alto, stavolta, ma dentro e intorno. Curiose, le immagini che ci vengono restituite.

Buona lettura

“Le cose come sono”, di Hervé Clerc (trad. C. Laurenti)

In questi giorni un po’ concitati – a dire il vero sempre, quando i giorni si fanno concitati – sento il bisogno di *tornare indietro*. Quindi mi lascio sul comodino questo libretto, che all’apparenza sembra piccolo ma non lo è. E’ per dire che le cose accadono e non sappiamo mai come né quando. A volte le facciamo accadere noi, a volte vengono da sole, insomma accadono. Sempre curiose, le intersezioni.

Hervé Clerc, classe 1952, è stato per più di 30 anni giornalista e reporter per l’Agence France-Presse, inviato in Spagna, Paesi Bassi, Pakistan, Afghanistan. Caro amico di Emmanuel Carrère, fa proprie le tecniche di scrittura e di auto-analisi del maestro e ci consegna un libricino denso di significati che è sia un compendio sia, alla maniera dello scrittore di cui segue le orme (e che talvolta, mi vien da dire, sorpassa in scioltezza), il racconto di un’esperienza personale, ossia quella dell’incontro (attenzione: incontro, non “conversione”) con il Buddhismo.

“Il buddhismo che troverete in queste pagine non è né religioso né ateo, ma neppure agnostico. Non è tibetano, giapponese o cinese. Non è del Sud o del Nord. Non sentirete parlare di cakra, di mantra, di mudra o di mandala, né di guru, di tulku e neanche di circunambulazione o di terton. Il buddhismo che ho incontrato, incolto come sono, è anch’esso incolto, nel senso che non è compreso in nessuna cultura. Un tale oggetto ha la tendenza a perdere il proprio nome, come un alimento ben digerito la cui sostanza si assimila alla nostra. L’ho chiamato buddhismo comune.” (pag15)

Non fatevi ingannare da questa malcelata autoironia. Di comune “Le cose come sono” non ha proprio niente. Racchiudendo in sé l’esperienza più pura della narrative non fiction – per altro declinata alla francese – ci parla non soltanto di un’esperienza mistica, non voluta, non cercata – ma soltanto accaduta (e i motivi di questo accadimento, che qui non possiamo raccontare, fidatevi – sono i più inverosimili e controversi ed eticamente discutibili possibile), ma anche di tutto quello che il buddhismo è, con tanto di citazioni in lingue morte e sepolte, utilizzo di un lessico adeguato e specifico, rimandi bibliografici, glossario, riflessioni di filosofia comparata. Insomma, non proprio un testo (così) in-colto (nell’idea latina del “non lavorato”) come il buon Hervé ci vuol far credere. D’altra parte Clerc è uno che il buddhismo lo studia da più di vent’anni, quindi non è che ci si potesse aspettare un “Buddha for dummies”, ecco.

Io vorrei pubblicare le foto di come ne ho ridotte le pagine a forza di note, sottolineature con la mina B4, orecchie, piegature della costa. Questo per dire che si potrebbe star qui a parlarne, a scriverne e a citarlo per anni interi – senza per altro riuscire a cavarne fuori per intero il tutto che c’è dentro. La verità è che l’incontro con il buddhismo una volta che avviene cambia nell’animo; non è più possibile tornare indietro perché nel momento in cui accade ribalta in maniera radicale la prospettiva che fino a quel momento avevamo avuto del mondo e di noi stessi. Ma se pensate che io stia accennando alla questione “fricchettone mistico” (il virgolettato è di un amico che così scrive nel suo libro appena uscito, va detto non riferendosi in maniera specifica al buddhismo ma ad altri tipi di ascetismo – e ne parla pure con una certa benevolenza; sicché mi concedo di prendere in prestito solo l’espressione in sé, perché mi è piaciuta molto), bene, dicevo, se pensate a questo tipo di storie, state sbagliando di nuovo.

“Poi l’Occidente passa all’eccesso opposto. Alcuni occidentali prendono tutto in blocco, senza beneficio di inventario; si trasformano in buddhisti, anima, corpo e abiti, senza vedere che il buddhismo non è un blocco, che non si presenta mai come tale, che non è da prendere o lasciare. Il Buddha non ha preso tutto. Al contrario ha lasciato tutto dietro di sé, come un serpente si disfa della vecchia pelle, prima di entrare nel nirvana e di scomparirvi. Tra queste vestigia chiamate buddhismo figura un lascito prezioso fra tutti: il senso critico. (pag22)

“Quando alla televisione vedo dei buddhisti occidentali vestiti con gli abiti gialli e rossi dei monaci tibetani rimango perplesso. Mi dico: c’è un malinteso, siamo nel paese di Montaigne, Molière, Descartes, delle trecentosessantacinque varietà di formaggi, dell’amor cortese, dei grandi vini, dove deve pur esistere un’altra maniera, meno esotica, meno clericale soprattutto, di presentare il buddhismo. Se continuiamo in questo modo, un insegnamento così degno di essere conosciuto e così benefico verrà percepito dalla maggior parte della gente come un innesto estraneo e relegato, accanto agli extraterresti, agli iperborei, ai millenaristi e alla meditazione trascendentale, nel cassetto *New Age*, che le persone assennate evitano con cura di aprire. Non faranno la selezione. Pochi si prenderanno la briga di farla. Un’occasione di riconscimento e di dialogo sarà andata perduta” (pag51)

La strada – che poi è anche il cammino, per chi pensa alla maniera del Buddha – non è così facile da percorrere, nemmeno sulla carta, dato che uno dei principi cardine del buddhismo stesso è proprio quello dell’impegno costante. Quindi Clerc prima ci parlerà del modello cinese col suo “sincretismo per natura” di Buddha-Confucio (nb: dall’incontro buddhismo, taoismo e confucianesimo, val la pena ricordarlo, nasce oltre che l’impero Tang pure il ch’an, che in Giappone divenne lo Zen), poi della comparazione tra Buddha e la filosofia greca dei presocratici e platonica, e infine con il Cristianesimo – guardando il Buddhismo da tre lati: come religione, come filosofia, come nessuna delle due. Ovviamente dedicherà ampia parte alla storia di Buddha,

“In cerca del costruttore della casa / Ho corso la mia corsa nel turbine / delle nascite innumerevoli che mai sfuggono alla morte; / Il male, di nascita in nascita, ritorna. / Costruttore della casa, io ti vedo / Non costruirai più case. L’intelaiatura è infranta / La trave del colmo è volata in frantumi / La costruzione non c’è più. / La mia mente ha estinto la sete.” (pag90 – NdR: questo è il “Dahmmapada” ossia la via del Buddha, strofe 153-154, sezione “della vecchiaia”. Ps: Io quest’estate ne ho comperata un’edizione “nuova” – in verità del 2006 – di Feltrinelli, a cura di Genevienne Pecunia che la traduce direttamente dal Pali)

e per concludere ci racconterà delle principali dottrine della pratica: fare la guardia alle porte dei sensi, sati, “la chiara coscienza”, appamada – la continuità della chiara coscienza – e via via con le quattro nobili verità e l’ottuplice sentiero. Niente scorciatoie metodologiche quindi: fatevene una ragione, il buddhismo non ne accetta. Eppure state sereni, fosse soltanto per i titoli dei capitoli – ed esempio il tredicesimo, “Rumori di ferraglia“, in cui Clerc intraprende una corposissima discussione su anatta (“una dottrina tanto profonda – dice Clerc citando Edward Conze – che una vita non basta a capirla tutta”) – e così mi vien da supporre, non so quanto fondatamente, che i rumori di ferraglia non siano altro che quelli dei marchingegni che girano a vuoto dentro i nostri cervelli, surriscaldati dal tentativo di capirci qualcosa in tutto questo marasma di alfa privativi che però nel buddismo, toh che caso, “sono spesso dotati di carica positiva”.

Certo poi, la buon’anima di Hervé ci parlerà di karma e soprattutto di meditazione (attenzione, si ritorni col pensiero alla questione del “fricchettone mistico” e si tenga ben presente questo punto: “Nel buddhismo antico esistono tre pratiche di meditazione che si basano su tre attività umane elementari: respirare, camminare, amare” pag156). [A questo proposito mi permetto di ricordare, in primis a me stessa, l’abate del monastero Zen Fudenji a Fidenza, che alla domanda di mio figlio e di un compagno: “come si fa a meditare?” semplicemente rispose: “guardati, stai già meditando”] e infine dello yoga, che di fatto è “mettersi sotto il giogo”, ossia “l’applicazione costante della mente su un punto determinato” che è “la condizione della *comprensione*” – pag183.

Insomma, solo alla fine – come in ogni giallo che si rispetti – riusciremo a capire cosa davvero capitò a Hervé Clerc quel maggio 1968, quando aveva sedici anni. Ricordatevi: il buddhismo non accetta scappatoie, quindi non fate i furbi andandovi subito a leggere quel che gli accadde. Perché, di fatto, non lo capireste. La pratica del Buddha è un sentiero, occorre percorrerlo tutto, senza sconti.

Buona lettura 🙂

“Gun Love”, di Jennifer Clement (trad. Silvia Castoldi)

“Ogni domenica, dopo la funzione delle dieci, il padre di April May e altri uomini che abitavano in città avevano l’abitudine di scendere al fiume armati di pistole e fucili con un frigo da campeggio pieno di birre. Bevevano e sparavano in acqua a ripetizione, nel caso che dentro ci fossero degli alligatori” (pag69)

Jennifer Clement è una che la sa lunga. A parte la laurea in Letteratura Inglese e Antropologia e un Master in Fine Arts per la fiction, a parte essere l’autrice del memoir “Widow Basquiat”, di quattro romanzi (tra cui “Prayers for the Stolen”, vincitore del New York Times Book Review Editor’s Choice Book e del Gran Prix des Lectrices Lyceenes de ELLE 2015, finalista al PEN/Faulkner Award e altri premi ancora) e di diverse raccolte poetiche, a parte tutto questo, insomma, Jennifer Clement dal 2012 è presidente del PEN International – la prima donna a essere stata eletta per tale carica, a partire dalla fondazione del 1921. A parte, di nuovo – l’essersi occupata, in parallelo alla sua carica di presidente del PEN Messico (2009-2012), del fenomeno della sparizione e delle esecuzioni extragiudiziali dei giornalisti scomodi, per dire.

Insomma ho l’impressione che se Jennifer Clement s’è disturbata a misurarsi con un tema delicatissimo, quello dell'”amore armato“, è stato perché era già convinta del risultato prima ancora di cominciare a metter giù le prime due righe. Due righe – qualcuna in più – che recitano così:

“Mia madre era una tazza di zucchero. Potevi prenderla in prestito quando volevi. Era così dolce che aveva le mani sempre appiccicose, come in una festa di compleanno. Il suo alito sapeva dei cinque gusti di frutta delle caramelle Life Savers. E conosceva a memoria tutte le canzoni dell’università che parlavano d’amore: Slowly Walk Close to Me, Where Did You Sleep Last Night?, Born Under a Bad Sign, e l’intera serie “Se mi lasci ti uccido” ” (pag9)

Ora non è che si può dir molto, di fronte a questo incipit. Forse solo che a parlare è Pearl, la figlia quattordicenne di una madre scappata da casa a sua volta adolescente, subito dopo aver partorito questa bambina preziosissima che poi ha cresciuto da sola, dentro una Mercury Topaz del 1994 parcheggiata nell'”area ospiti” di un parco caravan. Per quattordici anni.

“Eri così piccola, mi disse. Stavi dentro un asciugamano. E così bianca. Sembravi fatta di perla più che di pelle. Eri come il ghiaccio, o una nuvola; come una meringa. Riuscivo quasi a vedere dentro il tuo corpo. Ti ho guardata negli occhi di pietra dura azzurro chiaro e ti ho dato il nome” (pag21)

#GunLove è uno sguardo di latte e sciroppo sull’orrore di un luogo e di un tempo che Jennifer Clement, con un abile gioco di specchi, ci fa credere molto distante. Salvo poi scoprire che quel parcheggio visitatori proprio così lontano non è, da ciò che siamo noi oggi, da quel che cerchiamo e soprattutto da quel che dell’America, oggi, proprio oggi, vogliamo vedere.

“Non eravamo nel sud della Florida, tra le spiagge calde e il Golfo del Messico. Non eravamo vicino agli aranceti o a Saint Augustine, la città più antica d’America. Non eravamo nella zona delle Everglades, dove nuvole azzurre di zanzare e una spessa coltre di rampicanti proteggevano aggraziate orchidee. Per arrivare a Miami, con la sua musica cubana e le strade piene di decappottabili, ci voleva un bel pezzo. L’Animal Kingdom e il Magic Kingdom erano a chilometri di distanza. Eravamo nel nulla. Circondavano il campo due strade statali e un fiumiciattolo, che noi chiamavamo fiume ma in realtà era solo una piccola diramazione del Saint John’s River. In fondo, oltre una macchia d’alberi, c’era la discarica della cittadina. Respiravamo spazzatura. Esalazioni di ruggine e marciume, di batterie corrose, cibo in decomposizione, mortali rifiuti ospedalieri, odori di medicinali e nuvole di detergenti chimici” (pag13)

L’animo di Pearl è intatto, puro nella sua essenza; il suo sguardo è limpido e intelligente – ma corrotto fin nelle fondamenta. Il filtro che Pearl usa per raccontarci il suo mondo – fatto di predicatori in odore di mafia, storpi di guerra, trafficanti di droga – è ingenuo e allo stesso tempo inconsciamente accorto – quel sistema del crescere guastati di cui nemmeno Pearl ha consapevolezza ma che lavora nel profondo fin dal primo vagito, scava il sentiero con dita e unghie, pervicace, ostinato, con un unico scopo: trascinare Pearl là dove Pearl, alla fine del libro, sarà trascinata. Perché una volta che la strada è presa, ci racconta Jennifer Clement, la prima a perdersi non è la gente che la percorre ma la possibilità stessa di una redenzione.

“Mia madre aveva ragione. Nella nostra parte della Florida era tutto incasinato. La vita sembrava sempre una scarpa sul piede sbagliato. Quando leggevo i titoli dei giornali, allineati accanto alle caramelle e alle gomme da masticare vicino alle casse del supermercato, sapevo che la Florida voleva qualcosa. Leggevo: Non chiamare la polizia, comprati una pistola. Orso torna in città dopo essere stato liberato. Mortale eroina messicana: quattro vittime. Uragano declassato a giornata nuvolosa. Un’estate, sulle rive del nostro fiume, comparvero due alligatori gemelli siamesi. Avevano quattro zampe e due teste” (pag13)

#GunLove è poesia di carabattole: è la madre di Pearl e la sua favola di scappata di casa – una famiglia importante di cui custodisce i cimeli nel bagagliaio: porcellane preziose, soprammobili d’avorio, scampoli di seta pregiata, scatolette di gioie – le mani da pianista. Sono i disegni di Pearl appiccicati ai finestrini della Mercury, i libri di scuola sotto al seggiolino, il sole polveroso di un tramonto che illumina capelli bianchissimi. E’ la consistenza di tre carabine AR-15 calibro 223, l’odore di una Beretta Px4 Storm, l’impugnatura di una Glock, di una Smith & Wesson, di una Taurus, di una semiautomatica calibro 40, di una Glock calibro 45, di un fucile Remington e una carabina Bushmaster XM-15; è il rumore dei fogli di giornale in cui sono accartocciate: “le strisce a fumetti, le inserzioni, le pagine sportive, le previsioni del tempo, la guida tv e gli annunci delle nascite” (pag245)

“Una volta per San Valentino il sergente Bob regalò a Rose una pistola 9 millimetri. Quando un uomo regala un’arma alla sua donna è perché si fida davvero di lei, disse. Questa pistola non sarà mai una fabbricavedove. Certe armi lo sono, ma questa qui è roba seria. Molto più utile di una scatola di cioccolatini. Preferirei mille volte tornare a casa e trovare il medico legale che porta via qualcuno che le stava dando fastidio piuttosto che scoprire che mi ha cucinato una torta di mele. Sì, è questa la verità. Se un uomo regala un’arma alla sua donna è perché si fida davvero di lei” (pag50)

Il libro di Jennifer Clement è potente per quello che sta fuori dal libro. Per quello che la Clement non dice e che lascia a noi, sottinteso. E’ il fuori, stavolta, a entrare nel libro, non il contrario.

E ricordiamoci i back to school essentials:

Buona lettura.

“Maternità”, di Sheila Heti (trad. Martina Testa)

Eh no, non ha funzionato. Questo è il libro delle occasioni mancate. L’evento è più unico che raro su ADC e spiace, è accaduto.

Nessuna introduzione. Si parte così.

Ho trovato l’impianto narrativo di “Maternità” scarsamente funzionale, un miscuglio di generi che, se ben fatto, avrebbe potuto costituire un punto di partenza brillante al fine della narrazione del sé: diario, memoir, cronaca familiare, saggio. Peccato che di questi, Sheila Heti ne prenda il peggio.

Del diario non c’è la sistematicità cronologica, in certi punti francamente sconclusionata (esempio: alla fine del libro la protagonista dice di essere diventata vecchia e infertile ma poi più avanti specifica di aver appena passato la quarantina: da quando si diventa sterili a quarant’anni?). Il memoir (e cronaca familiare, esempio le vicende accadute alla nonna materna, vittima dello sterminio nazista) è un terreno sul quale l’autrice prima arranca e poi si perde quasi come se non le interessasse, mi vien da dire. Del saggio c’è l’idea, una sottotrama di encomiabile e necessaria denuncia sociale (esempio: l’identificazione della donna che ancora oggi avviene troppo spesso solo attraverso il diventare madre) che però viene vanificata nella sua credibilità dall’estrema soggettività dello sguardo, di aspetto clinicamente disturbato, e dalla figura del compagno della scrittrice/protagonista che presenta alcune criticità a mio parere oggettive, di incongruenza strutturale.

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Il libro è stato presentato come un esempio di approccio rinnovatore all’argomento tabù della maternità autonegata. Il problema è che in “Maternità” di maternità si parla poco e per altro, quando avviene, in maniera abbastanza banale. Il titolo in sé è fuorviante perché in realtà quello a cui il lettore assiste non è un riflettere sulla condizione childfree e sulle dinamiche che hanno portato a questa scelta quanto alla mera narrazione di una parte della vita della scrittrice/protagonista (dai 30 ai 40 anni, a spanne) all’interno della quale Sheila Heti fa affrontare a se stessa/alla protagonista tutti i temi propri di quell’età: la carriera, il diventare adulti, le relazioni sentimentali, la sessualità e, certo, la maternità. Fatto sta che il libro avrebbe potuto camminare da solo anche se l’editor gli avesse cambiato intestazione (“La coscienza di Sheila”, per dire, o “Sheila & Miles, cronaca di una dipendenza”, o anche, che so, “L’odio del corpo”). Anzi penso che da parte dell’editore sarebbe stato più onesto cambiarglielo davvero, il titolo. “Motherhood” avrebbe funzionato soltanto in un caso: laddove si fosse inteso come “maternità” qualsiasi frutto di qualsiasi tipologia di parto, quindi inserendo tra i “parti” anche le produzioni intellettuali e gli sviluppi del pensiero personale, di qualsiasi tipologia. Ma sinceramente non credo proprio – forse sono in malafede – che il progetto sotteso fosse questo.

Mi resta difatti la sensazione di essere stata presa in giro da un’abile operazione di marketing – che sta alla base, dentro la scrittura della Heti, non tanto al livello successivo dell’editing e della pubblicazione: diciamocelo, in un’epoca di nuovi femminismi e di mee too, scrivere un libro di autofiction, intitolarlo “Maternità” e suggerire che al suo interno verranno trattati temi childfree ha sicuramente il suo perché.

E qui arriviamo agli argomenti: già, peccato appunto che di maternità se ne parli davvero poco e per mezzo di approcci che non riescono a ottenere la necessaria credibilità. Da una parte alcune riflessioni sfiorano la banalità di un discorso tra sedicenni (della serie: non voglio essere madre perché a un figlio bisogna dedicare tutto il proprio tempo – ma dai, davvero?) e non apportano sostanziali novità al dibattito in corso sulle dinamiche importantissime dell’influenza che il giudizio sociale ancora oggi possiede. Dall’altra la scrittrice/protagonista si dimostra una donna dal vissuto certamente ricco ma intensamente fragile e nevrotico; un contesto che produce spesso riflessioni e situazioni – finanche di vero e proprio delirio paranoico – nei confronti delle quali è difficile che si attivi il processo di immedesimazione ma nemmeno quello della com-passione anche a causa di alcune criticità etiche che a mio parere non sono da sottovalutare. (Ad esempio la scelta di non volere figli e nel contempo quella di rifiutare l’utilizzo di qualsiasi anticoncezionale a parte la pillola del giorno dopo che viene assunta con la stessa frequenza di un’aspirina – quando anche solo dal punto di vista della farmacologia si tratta, lo sappiamo tutti, di un medicamento che va utilizzato con cautela poiché non privo di effetti collaterali. Oppure la fissazione che la scrittrice/protagonista ha nei confronti della chiromanzia, o l’utilizzo del metodo dell’I-Ching in maniera del tutto disgiunta dalla filosofia millenaria a esso sottesa, minimizzandone la portata: “Nelle pagine che seguono vengono usate tre monete: tecnica ispirata all’I-Ching, ma non corrispondente al vero I-Ching, che è qualcosa di diverso” -pag9 – qualcosa di molto diverso, cara Sheila).

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“…con tutte le bugie che il corpo racconta alla mente, e tutti i brutti scherzi che gli fa. Assicurarmi che il corpo non mi faccia più scherzi (…)” (pag120)

[NB: Il fatto che la protagonista sia una personalità borderline che abbisogna di supporto psicoterapeutico non lo sto inventando io ma lo conferma lei stessa quando, a circa tre quarti del volume (attenzione, spoiler!) afferma di aver dato una svolta alla propria vita per mezzo degli psicofarmaci, grazie al cui effetto ora può vedere la negatività e l’incongruenza di alcune posizioni sostenute in precedenza (posizioni che, ricordo, il lettore si è dovuto sciroppare per almeno metà libro: ops, scusate, ero depressa, soffrivo di paranoie: ho detto delle cavolate, cancellate tutto!)]

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“Svegliandomi ho detto a Miles: Magari sarebbe bello avere un figlio. Lui ha risposto: Sicuramente è molto bello anche farsi lobotomizzare. Tutta la fatica che ho fatto in questi anni per diventare il tipo di persona per cui riesce a provare rispetto, dice che significherebbe buttarla a mare; quando la cosa più difficile nella vita è diventare qualcuno” (pag131)

Vedi? Non è una cosa sana, questa pressione che ti mettono le. tue amiche per farti fare un figlio. Ti vogliono sulla loro stessa barca. Vogliono che tu abbia il loro stesso handicap. Ha ripetuto che è un gioco che non vale la candela, essere genitori. L’ha definito la più grande truffa di tutti i tempi” (pag186)

Chi oppone più resistenza all’idea di diventare genitore è Miles, il compagno della scrittrice/protagonista. Ho parlato sopra di incongruenza strutturale del personaggio, spero di riuscire a spiegare il perché.

Miles, affermato avvocato 40enne, è spregiudicato nelle proprie affermazioni; rivela un profondo disprezzo per la questione maternità e una completa incapacità di empatia nei confronti della compagna che, questo va convenuto, sta affrontando un visibile e profondo disagio. Eppure, se ciò non fosse già sufficiente per dargli il benservito, il problema è un altro ancora. Il fatto è che Miles non vuole figli perché lui (attenzione, spoiler!) una figlia ce l’ha già. Avuta per sbaglio in giovane età, certo; cresciuta dalla madre, chiaro; ma ce l’ha. Con lei va in vacanza, sta al telefono, passa i week end; le paga gli alimenti, si interessa dei suoi hobbies. Ora, genitori all’ascolto: quanti di voi non hanno mai risposto “no, grazie, siamo a posto così” a chi vi chiede “fate il maschio?”, oppure “non volete altri figli?”. Perché è vero: dopo uno, o due, magari dopo il terzo o il quarto figlio – ma alla fine quel “siamo a posto così” arriva. Quindi, caro Miles, non raccontarcela. Tu, come diciamo noi madri di figli ormai grandicelli, “hai già dato” – e limitando la tua compagna nella riflessione sul perché vorrebbe dei figli, suggerendole non la tua opinione ma il tuo insindacabile volere, non fai altro che impegnarti nella conservazione del tuo status quo – in maniera del tutto disonesta perché tu, quell’esperienza, l’hai già fatta.

Di conseguenza, anche le affermazioni di Miles riguardo l’ingiustizia sociale che tocca quelle donne che decidono coscientemente di non aver figli finiscono nel calderone di quel che poteva avere un senso, se solo espresso meglio; se solo non fossero state inficiate da interessi personali che ne minano l’autenticità.

Disonesto a mio parere è anche il modo in cui il lettore viene trascinato e costretto a leggere di argomenti che con la “maternità” c’entrano ben poco; mi riferisco in specie alle frequenti scene di sesso spinto/sogni erotici (infarciti di termini volgari e descrizioni molto crude), che non sono in se stessi il male dell’universo, sia chiaro, ma di cui non si comprende il significato all’interno della narrazione. Forse l’intento dell’autrice era la dimostrazione della profonda intesa fisica e mentale della coppia: niente di più corretto. I mezzi a disposizione sarebbero stati molti e ancora una volta peccato, perché Sheila Heti ha scelto, di nuovo, quelli sbagliati: parlare di rapporti sessuali durante il ciclo mestruale con tanto di descrizione particolareggiata dei fiumi di sangue che copiosi allagano la camera da letto, o di penetrazioni anali poco consenzienti, o di sesso a tre non mi è parsa una grande idea, non tanto perché voglio gridare allo scandalo, figuriamoci, ma perché mi sembra una trovata degna che so, dei primi anni Novanta, o dei più recenti mum-porn alla cinquanta sfumature (NB: di target femminile… Una buona occasione per parlare ai maschi – di nuovo sprecata).

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Appunto, parliamo della vecchiezza di questo testo. Sheila Heti sembra incastrata non soltanto nel personaggio Sheila Heti ma soprattutto in un tempo che ormai ha fatto la propria storia. Questo interrogarsi, chiudersi in casa a tende tirate, far muffire la roba in frigo, crogiolarsi nella recitazione della parte dell’intellettuale tormentata che non cucina e non lava i panni, spendere ore e ore a parlare con l’amica delle proprie nevrosi, avvolti dal fumo delle sigarette… ecco, questo modo di raccontarsi ha fatto il proprio tempo. Era Woody Allen il sovrano indiscusso dei monologhi “dell’analista”. Il terapeuta, la seduta, la sigaretta, le pillole (non “pastiglie”, no, proprio “pillole”) lui che piegato su se stesso, camicia bianca e maniche flosce, finge di balbettare ma io – ma io… Sembra quasi che Sheila Heti si sia dimenticata, di come tutto questo sia blasé.

Si parlava recentemente su Twitter dei romanzi millennials, in specie autofiction, e ci si domandava come mai questo tipo di narrazione da noi non riesca a prendere piede. Ho pensato che forse è il nostro Novecento, ad averci salvato. Gli americani, di struttura dimenticano. Il proprio passato, le radici, le eredità della Storia. Lo dimentica anche Sheila Heti (anche se è canadese!) come mi è stato fatto notare su Twitter, perché dei suoi illustri predecessori, quelli che avrebbero potuto darle una gran mano nella stesura di questo testo – che come idea, mi preme ricordare, non era affatto male – non gliene può fregare una beata.

Noi per fortuna non dimentichiamo e quindi non possiamo fare a meno, per quanto riguarda il romanzo psicologico novecentesco, di fare i conti con autori del calibro di Svevo, Moravia, D’Annunzio – per dirne solo alcuni. Personalità complesse con cui è molto difficile se non impossibile confrontarsi alla pari. E menomale.

Stavolta il buona lettura non c’è. Ciò non toglie che possiate cimentarvi ugualmente, a leggere “Maternità”. Non ho la presunzione di dir male di un libro e pensare che il mio dir male sia definitivo. E’ stato definitivo per me – ciò non vuol dire che lo debba essere per tutti. Mi scuso con Sellerio: mi dispiace sempre criticare un testo perché so quanto lavoro c’è dietro, quanto entusiasmo e quante scommesse. Mi capita di leggere libri che non funzionano e scelgo di non parlarne; a tutto però c’è l’eccezione e per me capita quando il libro, che ha in sé un potenziale distruttivo per via del semplice fatto che può essere venduto, letto e divulgato, passa a mio parere messaggi incongrui e distorti. “Maternità” non parla di maternità, parla di disturbo mentale. Ed è giusto che il lettore lo sappia prima di cominciare la lettura.

Non tutte le donne childfree sono donne insolute, dalla personalità borderline, che abbisognano di un supporto psicologico e farmacologico per affrontare questo e altri passi della loro vita e che hanno per compagno un uomo misogino e indifferente al dolore altrui. Vivere childfree è una scelta alla pari con quella dell’avere figli – entrambe possono e dovrebbero essere fatte in serenità e sentimento reciproco.

“Molto mossi gli altri mari”, di Francesco Longo

Continuo a twittare di mare anche se la stagione del mare è finita. TUitto dipinti delle spiagge di Biarritz, tuitto le foto che ogni mattina mi arrivano dal Northumberland e da Whitstable. Tuitto di un pittore che dipinge solo onde. Sono ancorata all’indietro, di nuovo disallineata; dovrei proiettarmi verso settembre, come fanno le altre bookblogger: foglie gialle, tazze fumanti, progetti futuri, sfumature di arancioni. E invece no, sto qui a cantarmela sul mare, sul precario che ne deriva, gli ombrelloni un po’ su e un po’ giù, il meteo instabile, l’umido della sabbia che ti prende i piedi.

“Case basse con tetti piatti e vetrate rotte, gabbiotti di proprietà delle ville chiusi sul ciglio del mare, rimesse utilizzate come depositi di canoe e lettini. Due scale a pioli di ferro inchiodate alla roccia cadevano in picchiata. Case con finestre larghe aggredite dal sole. Case abitate per brevi periodi, dove dovevano essersi svolte feste, salotti in cui la vita non aveva attecchito, perché nessuna esistenza resisteva così esposta, nessun corpo e nessuna mente potevano sostenere tutta quella bellezza ruggente, la perfezione della luce totale che da milioni di chilometri arrivava a schiacciare le ville e martellarle dentro al promontorio, il sole famelico e opprimente che baciava tutto con una bocca troppo grande per baciare senza inghiottire” (Kindle, pos993)

Del mare fuori stagione tanti ne hanno parlato. C’è stato il Giampaolo Simi di “Cosa resta di noi” – dire ‘Edo, il marito di Guia, il bagnino‘, è già tutto lì, il significato del dramma -, e poi Giorgio Falco (insieme alle foto di Sabrina Ragucci) che in “Condominio oltremare” ha costruito un modo nuovo di raccontarlo, il mare fuori stagione, a metà strada tra parola e immagini. C’è stata, proprio poco tempo fa (e mi stupisco sempre, dei miei percorsi di lettura, che vanno da soli, si generano da qualche parte dentro di me in maniera indipendente, non posso controllarli), “L’invenzione del vento” di Lorenzo Pavolini, con la storia di Giovanni e Pietro – che scava ancora più lontano e tira fuori dalla sabbia domande vecchie e scomode a cui nessuno ha ancora risposto. C’è stato “Lux”, di Eleonora Marangoni, il romanzo delle tazzine rotte e dei cappelli ammuffiti, dei pavimenti scheggiati, “Laggiù dove il sole non illuminava le cose, le abitava dall’interno, e pareva di trovarsi in un’altra età del mondo, in cui era il cielo a governare il creato”.

Ora c’è Francesco Longo. Che ci racconta di Silvia, Valentina (“Si è certi che sarà bella per sempre”), Margherita, Guido, Il Cicogna, Micol – e Michele. Mi vien più facile partire da quello che non è, “Molto mossi gli altri mari” (e già qui, l’eco di un disturbo televisivo che non tutti riescono a captare, coi loro radar lontani di app telefoniche, a far da discriminante – chi queste pagine le può leggere senza filtri). Non è un romanzo sulla nostalgia, no per carità. E’ un romanzo che parla del tempo sprecato, di quello non goduto o goduto troppo, dei momenti che vorremmo eterni e che invece è bene che non ritornino più e di quelli che invece, da sciocchi, abbiamo sottovalutato.

“Da quassù la Baia è un paradiso addormentato, svela di essere stata pensata per farci assaporare la felicità terrena” (Kindle, pos2094)

Una felicità che ci viene consegnata per quella che è: unilaterale, individuale, che si gode in solitudine nell’illusione che invece sia condivisa, oppure viceversa così promiscua da perdere tutte le definizioni nell’attimo stesso in cui viene consumata.

“Molto mossi gli altri mari” non è un romanzo sul surf ma è un romanzo sull’acqua salata e sull’eredità che ci lascia addosso e dentro alle orecchie: il padre di Michele, che di mestiere faceva il pescatore (“Le rotte del mare non si vedono, ma sono antichissime, si percorrono sempre le stesse da secoli, diventano vere e proprie opere collettive”), il mostro alato, preistorico, che giace nelle profondità del lago di Acqua Madre, invisibile a tutti – sempre con lo scarto degli opposti: da una parte la luce azzurrissima del sole di luglio che si riflette sullo specchio piatto, dall’altra la tempesta perfetta nel buio di una mattina che sa di apocalisse.

Non è un racconto di vita ma è l’analisi di un sé su cui regna incontrastato il dio degli autosabotaggi, quegli scarti del pensiero che spingono alla non-azione e ai falsi ricordi, alle loro conseguenze.

Io Michele lo avrei anche amato. Penso che di lui mi sarei innamorata perdutamente, forse l’ho anche fatto. E’ entrato di diritto nel mio personale elenco di personaggi perfetti – quelli che riescono a raccontare, di loro, tutto quel che serve, senza sbavature, senza ritocchi, senza velleità. Michele, quanto ti avrei strozzato, con le mie mani, davvero. Quante volte la scorsa notte ho gridato fermati, guardati indietro, aspetta, non aspettare, sbrigati, taci, parla. E tu, a fare sempre esattamente il contrario di quello che ci si aspettava da te. Il perché non l’ho ancora capito. Penso che ci sia di mezzo la stima di sé, quel considerarsi sempre un passo indietro. Ma che passo indietro poi, Michele – tu, con la tua intelligenza acutissima, i sensi sempre all’erta, il sellino della bicicletta appiccicato al sedere; tuo padre, l’uomo buono con cui hai dovuto fare i conti – “Con giudizio, Michele. Mi fido”; tuo nonno, per dio Michele, tuo nonno, che dal pozzo di petrolio di Karachaganak portava a casa astucci di pietre preziose, elefanti d’argento, “statuette di legno, stoffe dall’odore forte che avrebbero riempito armadi e soppalchi, pelli di cammello nauseanti, che mia nonna lasciava per settimane appese a un filo in giardino”, aromi di cardamomo e zenzero (“capaci di stordire”); tua madre, la pianista con in testa la musica. Eppure Michele, quel che sentivi era ben altro.

“Sentii che una distanza incolmabile mi separava dagli Argentina e a ogni successivo riferimento a rabbini e dolci della tradizione, ebbi sempre più la certezza che per loro sarei rimasto un estraneo per sempre. Forse un giorno mi sarei potuto trasferire a Roma, o a New York, avrei potuto annacquare le mie origini geografiche, travestirmi da perfetto cittadino, pensare come loro, ma di certo non avrei mai potuto indossare vecchi maglioni ereditati dai nonni ebrei né recitare il kaddish” (Kindle, pos1072)

“(…) l’orologio al polso, con il quadrante antico e un cinturino di cuoio rossastro, doveva essere stato ereditato da un nonno, segno che veniva da una famiglia in cui le generazioni si tramandavano fazzoletti di stoffa, sterline d’oro, consuetudini, e probabilmente si chiamava Andrea Venezia come il nonno o il bisnonno” (Kindle, pos1147)

“Molto mossi gli altri mari” non è un romanzo su Micol; né su questa Micol né sull’altra, di cui questa Micol è un’ombra, una suggestione letteraria che sta dietro le spalle, priva di invadenza. Piuttosto sono le radici, il senso della propria Storia, quel considerarla troppo – o troppo poco, a premere sulla nuca. E’ una storia d’amore, questo sì, di quelle che portano con sé l’equivoco dei non detti, delle azioni asincrone, della dissipazione dell’attimo. E’ il momento preciso in cui ci rendiamo conto che quello che noi consideriamo tutto, per qualcun altro è solo una briciola di un tutto più vasto: quell’attimo in cui noi ci fermiamo e cristallizziamo, quell’attimo che per altri diventa solo un ricordo tra tanti – per poi scoprire che alla fine, così insignificante non era – o che lo era stato, troppo.

“L’ambiguità dei sentimenti ci legava come un filo di corrente elettrica scoperto capace di fulminare chiunque fosse passato in mezzo a noi” (Kindle, pos1047)

Buona lettura (e un consiglio: leggetelo come ho fatto io, dalla mezzanotte alle tre, tutto di fila dall’inizio alla fine. Non credo ci sia altro modo).

I Cazalet – “Gli anni della leggerezza”, di Elizabeth J. Howard (trad. Manuela Francescon)

Tutto è partito da qui, per dire il potere dei libri. Accadde di domenica, il 18 agosto. Dalle mie parti era una bella giornata di sole, quello proprio alpino con il cielo blu fortissimo, nemmeno una nuvola all’orizzonte e le bandiere mosse da una brezza leggera, in cima ai pennoni piantati nei giardini: italiane di qui – dalla parte della valle – rosse con la croce bianca al di là della strada.

Succede che a un certo punto della mattina una persona a me cara apre Twitter e chiede, così a bruciapelo – che faccio, prendo? (Con quel tono, sarà che mi è piaciuto proprio, come la scena del salumiere: “Signora è unettoeventi, lascio?” E tu che sospiri un rassegnato sì, cosa vuol fare? Sta a levarmi due fette, ora che le ha messe? E lasci pure; tanto – pensi – qualcuno si trova sempre, che alla fine quelle due fette di crudo se le mangerà).

Che facciamo quindi, lasciamo?

E’ stato lì, in quel momento p r e c i s o – quello scarto del pensiero, uno sliding doors a momenti impercettibile – che la Liz ci ha fregate. Proprio lì. Sta di fatto: io rispondo che sì, se clicca lei sul tasto acquista ci clicco pure io e va’, potremmo pure leggere insieme, ché io ad andare avanti da sola stavolta proprio non mi fido. Lei risponde si potrebbe, ma tentenna, sai le saghe familiari, duecento nomi da ricordare, i mattonazzi… però c’è qualcosa più forte del dubbio. Non cediamo e addirittura finisce che ci ritroviamo in tre. A cliccare su acquista e cominciare i Cazalet.

Era una domenica di metà agosto e non lo sapevamo ancora: quel giorno la nostra vita di lettrici sarebbe cambiata (forse per sempre? Chi lo sa!)

Dei Cazalet hanno scritto tutti. Quindi non starò a raccontarvi chi sono o da dove vengono o di cosa si narra nel primo volume. Questo post non racconta un libro ma il potere che hanno i libri di unire le persone e di generare riflessioni e pensieri nuovi. Il potere di far cambiare idea.

Noi #GliAnniDellaLeggerezza lo abbiamo letto proprio insieme, riga per riga, un paragrafo via l’altro, a suon di 10percento alla volta. Ognuna con il proprio bagaglio di dubbi, preconcetti e brutte esperienze. Eravamo scettiche, poco convinte, pensavamo di saperlo, cosa ci avremmo trovato dentro – ne eravamo così sicure. Troppi nomi! Troppe vicende! Troppe pagine, troppi volumi! Quel troppo “tirar di trama”, quel senso del costruire accadimenti uno dopo l’altro mettendo le pezze via via, dove occorre. Questo, avremmo trovato. Ne eravamo praticamente certe.

Come è finita la mia (nostra), personale avventura con Elizabeth potete leggerlo sul Twitter. La Liz è potente: crea magie, spazza via in un solo colpo ben assestato tutti i pregiudizi. Troppi personaggi? Sì, ma sono così veri che troppi non lo diventano mai. Troppe pagine? Sì, ma vanno così una dentro l’altra – e per paradosso mai di fretta, non vi ingannate – che troppe non lo sono mai. Troppe vicende? No, perché i Cazalet si incastrano in un domino di eventi che fatto uno tutti gli altri arrivano a catena, inarrestabili – e poi la Liz non si prende certo la briga di spiegare tutto al lettore, anzi. Le pagine scritte gli bastino! par che dica – e per il resto si arrangi – niente toppe postume a spiegar questioni. E l’estate, cielo, l’estate. Quella magia che capita sempre, quando succede di leggere un libro esattamente nella stagione del libro(*).

E poi ancora, la questione del femminile, della maternità o troppo celebrata, o data per scontata, finanche negata; il rapporto tra uomini e donne, lo scarto generazionale, il new nature writing; lo stile, le concatenazioni della trama, la sapienza del progetto creativo. Sono state due settimane di lettura intensa, di confronti, di citazioni, di stravolgimenti, di stupefazioni, di ah sì te lo avevo detto e no non farmi parlare che lì tu non ci sei ancora arrivata e stai attenta, usa cautela, vai adagio, cerca gli indizi. Trovate tutto qui.

Io non posso fare altro che ringraziare le due preziose amiche che mi hanno accompagnata in questo viaggio – mai avrei potuto intraprenderlo da sola: Angela con quel suo sguardo da insider che sa prendersi il giusto tempo, quel suo modo lento di leggere, soppesando le parole una a una – l’approccio attento che a volte mi manca, perché sono spesso vittima dell’urgenza del finire; Monica con l’istinto per la forma, nel recuperare i nodi della traduzione, i punti critici della narrazione, il progetto nella sua totalità – visione d’insieme di cui io talvolta difetto per struttura mia, personale.

Leggete in gruppo se vi capita, anzi createne l’occasione, perché la lettura collettiva è uno dei mezzi attraverso cui si riesce a scoprire se un libro è buono per davvero. E’ un percorso in compagnia, un tratto di strada fatto insieme da cui si esce sempre arricchiti, con qualcosa in più da conservare, qualcosa in più su cui continuare a riflettere.

Buona lettura 🙂

(*) sì, ammettiamolo, qui l’editore ci ha messo del suo! – ma a proposito (ultima nota, mia personale) soo many thanks al SMM di Fazi Editore, attivo/a pure a metà agosto. Super engagement e tante persone che ci hanno seguito in questa avventura: ecco cosa succede quando i social funzionano, e pure nel modo giusto. Tanti cuori, come si dice.

L’estate sta finendo (“Lux”, di Eleonora Marangoni e “Mr Rochester”, di Sarah Shoemaker, trad. A. Zabini)

“Quella notte ci addormentammo tutti e tre immaginando di essere seduti a pranzo e di udire il fragore terribile della terra che si spaccava, eruttando soffocanti fiumi sulfurei come se l’inferno affiorasse alla superficie, mentre le strade crollavano nel porto e il mare si gonfiava in onde possenti a strappare i bastimenti dagli ancoraggi e catapultarli nell’entroterra, oltre le rovine della città sprofondata” (“Mr. Rochester”, Kindle pos410)

“Nelle sue narrazioni il mare non era popolato soltanto di pirati, bensì anche di serpenti marini e di sirene, e parecchi marinai perdevano il cuore per quelle ammaliatrici dai capelli d’oro, oppure perdevano la vita, divorati dalle bestie emerse all’improvviso dagli abissi caraibici” (“Mr. Rochester”, Kindle pos417)

“La gente oggi non fa che dire che ha bisogno di esotismo, che sogna di spostarsi lontano dalle città, via da tutto e da tutti, che se potesse oh se solo potesse se ne andrebbe in campagna o su un’isola remota, ma dopo un numero di ore tutto sommato contenuto o anche solo alla minima contrarietà, in quelle città non vede l’ora di far ritorno, per ritrovare finalmente la banda larga, le sedute di depilazione laser, il pesce crudo abbattuto dei ristoranti e tutto quello che spergiurava di voler abbandonare” (“Lux”, Kindle pos3264)

“Cerchiamo nei libri quello che non capiamo della vita, e nella vita quello che leggiamo nei libri. Forse è questa, la nostra condanna all’infelicità: cercare risposte e trovare solo commozione” (“Lux”, Kindle pos1264)

“Quanto si deve essere immaturi e ignoranti per pensare di poter apprendere lezioni di vita dai romanzi!” (“Mr. Rochester”, Kindle pos2052)

Mi perdonerà Neri Pozza se sistemo in un unico post due titoli che per forma e per trama hanno poco a che fare l’un con l’altro. Ad accomunarli qui su ADC è stato quel meccanismo della celebrazione delle stagioni che vanno e che vengono. L’idea di mettere un punto, ritualizzare un passaggio, lasciar andare e nello stesso tempo trattenere il necessario.

“Lux”: dire addio all’estate, e alle cose perdute

“Avevano un odore complicato, quelli, di umido e acqua di rose, zucchero filato e naftalina: l’odore del tempo che passa indisturbato senza che nessuno lo veda, dentro alle cuciture, attraverso le asole, in fondo alle fibre del lino e tra i capricci del falpalà” (Kindle, pos1332)

Se volete cullarvi ancora un po’, in quell’idea d’estate di mare fuori stagione, quello che dà principio alla fine di maggio, o ancor meglio a questo, di coda, coi cieli saturi e stanchi di agosto a far presa su un settembre ancora a venire – bene, allora leggete “Lux”. Che è un romanzo di piccole cose e grandi questioni: l’amore un po’ stanco e scipito di due non più adolescenti alle prese con l’adultità al cui arrivo non ci si può opporre; un anziano scrittore che deve far fronte alla vecchiezza irrimediabile – quella che vien dall’anima prima che dal corpo; una serie di altri personaggi irrisolti, femmine e maschi, adulti e bambini, a cui vorremmo costantemente suggerire come comportarsi salvo il fatto che poi alla fine si capisce che più perfetti di così, nelle loro totali imperfezioni, non potrebbero essere e che ognuno alla fine la propria vita se la fa un po’ come vuole perché le scelte, quelle profonde e da farsi in completa solitudine, sono sempre possibili checché uno ne dica (“Alla fine la vita è solo questione di scegliersi la bugia giusta”). Viceversa però, sta a guardarci – dalla lontananza siderale di un tavolinetto da tè in legno di teak appartenuto a chissà quale signora della nobiltà inglese – la famigerata tazzina sbeccata: a ricordarci che a ogni azione corrisponde una conseguenza; una volta caduta a terra, la tazzina mai più tornerà come prima – e però potrà essere rattoppata, mani sapienti e arte antica dell’oro, a crearne una nuova, stoffa di passato e futuro cuciti insieme. Su tutto domina l’elenco – di comodini in legno di cedro, servizi di porcellana cinese, stoffe e tendaggi, tappeti e suppellettili, animali impagliati e copricapi ammuffiti – che per chi come me è cresciuto a cataloghi (delle navi, dei guerrieri, degli eroi, degli dei, degli scudi, delle battaglie, dei consoli, degli imperatori, dei condottieri, dei capitelli, delle metope, degli esametri, delle opere, dei versetti del Dhammapada), rappresenta non tanto un catalizzatore di facili nostalgie quanto un mezzo espressivo potentissimo attraverso cui catturare la memoria del lettore, la sua capacità di ricordare, recuperando quel vizio tutto indoeuropeo di imparare attraverso l’oralità degli aedi – e di tutti coloro che sono capaci di inventare storie. (*)

“Eppure a lui, soltanto a lui aveva dedicato pensieri, stagioni, e chissà quante altre cose ancora si sarebbe preso senza che lei lo volesse, senza che potesse farci nulla. Non era forse assurdo affannarsi, allora? Cosa pensavamo di dimenticare davvero, se passavamo la vita a ricordare? cosa ci ostinavamo a voler salvare, se poi smarrivamo tutto?” (Kindle, pos2345)

“Mr. Rochester”: salutare l’autunno – di mettere punti e creare mondi

“Bisogna giocare con le carte che si hanno” (Kindle, pos588)

La prima fu Jean Rhys, scrittrice inglese di origini caraibiche, che ci raccontò di Antoinette Cosway, la folle ereditiera creola data in sposa a Edward Rochester con l’inganno. Romanzo postcoloniale dai tratti decisamente femministi e di critica sociale, dalla questione della schiavitù alla condanna del contesto fortemente misogino e patriarcale dell’epoca (nb: il romanzo è del 1966) “Il grande mare dei Sargassi” è di fatto la prima fanfiction canon (di lusso) a base Jane Eyre. Venne poi Bianca Pitzorno che con il suo “La bambinaia francese” (2004) prese le parti di Sophie Gravillon, la tata che la cantante d’Opera Céline Varens assume per occuparsi della figlia Adele – come tutti ben sappiamo la pupilla di Edward Rochester, convinto ad occuparsi di lei per spirito di carità, nel dubbio che sia sua figlia. Anche qui, un’opera di fiction (OOC “out of character” – per l’esattezza) che pur partendo chiaramente dal testo di Charlotte Bronte se ne discosta sia per l'(in)fedeltà all’originale (si parla in questo caso di un “what if” ucronico), sia per il forte intento di rottura con il personaggio femminile “passivo” di Jane Eyre, e infine per il target giovane a cui il romanzo è dedicato.

Di Edward in realtà avevano scritto entrambe ma a tirare per bene le fila ci pensa infine Sarah Shoemaker, americana dell’Illinois, costruendo una narrazione parallela volta a gettar luce, almeno un pochetto, sulla figura maschile per eccellenza della romance fiction britannica. Uno scorcio di notevole interesse storico su ambienti, società e psicologia dell’epoca: dalle industrie tessili della fumosa e poverissima periferia londinese al crescendo delle lotte operaie, dai rapporti non sempre pacifici tra élite aristocratiche ed emergente classe mercantile fino all’esotica Giamaica, in un turbine di colori e sentimenti. Avviene però solo a tratti e mai del tutto (come è giusto che sia) la rivalutazione dell’operato di Mr. Rochester, che da tempo è necessaria – sia perché Charlotte Bronte è sempre stata davvero parca di dettagli, sicché di fatto ne abbiamo saputo sempre ben poco, dei trascorsi di Mr. Rochester, sia perché questo personaggio così come mostrato dalla Bronte rischia col tempo di perdere quel fascino poliedrico che indubbiamente possedeva nella testa della sua creatrice, sacrificato sull’altare dello stereotipo vittoriano nel quale talvolta Charlotte indulge.

Già. Perché su tutto e dentro a tutti, come ha fatto ben capire nel 2011 Cary Fukunaga, con quelle inquadrature a campo lungo che rimarranno iconiche e definitive, dominerà sempre – e incontrastata – la brughiera: coi suoi autunni precoci e meravigliosamente colorati, i tramonti d’oro, le eriche piegate dal vento, le candele alla finestra, le serate buie e interminabili, gli spifferi da sotto le porte, le stanze segrete di Thornfield.

“Arrivate al vespro, come un sogno o come un’ombra” (Kindle, pos5624)

Buona lettura e buon autunno 🙂

(*) Per la lettura di “Lux” ringrazio l’amico @LukeAlb: ero scettica, mi ha convinto lui – e menomale.

“I luoghi del pensiero”, di Paolo Pagani

Quando mi capita di raccontare come ho studiato filosofia al liceo, certi rabbrividiscono. In classe non abbiamo mai posseduto un manuale, mai seguito il “programma”, (quasi) mai preso appunti durante la lezione. Il famoso libro di filosofia, per dire, comparve solo a metà della terza liceo, imposto dall’alto: poco prima di Pasqua, non per voler nostro ma per insistenza di alcuni genitori terrorizzati dallo spauracchio dell’imminente esame di maturità. Il bello fu che quando lo sfogliammo per la prima volta scoprimmo che proprio non lo sapevamo utilizzare: il sommario dei capitoli, uno per ogni pensatore, le linee cronologiche, i paragrafi per ogni argomento, gli elenchi delle opere con le date di pubblicazione, tutto ci faceva venire il mal di mare – dover saltare di qui e di là, con le dita a segnalibro, per recuperare fili di senso più o meno compiuto, sempre più deboli, sempre più sfrangiati. Noi la filosofia l’abbiamo quasi sempre studiata partendo dalla dialettica sull’argomento – a seconda dell’umore nostro o dell’insegnante, da un fatto politico letto sul giornale, da un collegamento con la lezione di Storia, da un brano di letteratura greca preso in prestito dall’ultimo compito in classe. Chi fu il primo che ne parlò, perché la questione venne fuori proprio lì, in quel luogo, in quel momento e in quel tempo. Se fu affrontata per convinzione, per studio, per piaggeria verso qualche potente. Durante un viaggio in terre lontane, nel contatto con modi di pensiero differenti o per mere e curiosissime convergenze evolutive. Sicché è finita così, che in tre anni diventammo bravissimi a far collegamenti tra tesi e materie, a costruire labirintiche tele di ragno saltando da un secolo all’altro, a determinare d’istinto i contesti socio-politici, a tracciare rotte burrascose di pensieri paratattici sotto l’egida inespugnabile dei nostri μέν – δέ. Ma di certi pensatori importanti, ecco, di alcuni l’opera non la conoscemmo mai per il semplice fatto che non ci capitò di toccarli; e la verità è che se ci avessero interrogato proprio su quelli, all’esame di maturità, avremmo fatto tutti – chi più chi meno – scena muta.

Ma così si studiava filosofia lì dove l’ho studiata io – e l’aver intuito parte del medesimo schema sotteso leggendo “I luoghi del pensiero”, e l’aver scoperto poi che Paolo Pagani (al caso non credo) viene da quelle stesse aule che ho frequentato io anche se in tempi un pochino diversi, bene, mi è stato di gran conforto perché mi ha confermato che quando si impara a pensare per paratassi (da una parte e dall’altra), quei μέν – δέ incistati nella nostra testa, dalla nostra testa non se ne vanno più.

“Non è una novità costruire un saggio filosofico partendo dai luoghi” – dice Paolo Pagani. No, non lo è ma è bene continuare a raccontarne, del modo in cui certi luoghi ci parlano – non perché noi siamo gli eletti ma perché hanno qualcosa in sé, un qualcosa che ha attirato già altri (prima di noi) e più bravi di noi a tirarne fuori il potenziale, o il magico – mi vien da pensare.

E’ impossibile e pur ridondante riassumere qui il potere salvifico di questo libretto, molti ne hanno già parlato sui giornali. Non fatevi ingannare dalle dimensioni: scivola ma occorre prudenza, con la precauzione di non sottovalutarlo; si legge in scioltezza con la curiosità di sapere quel che vien dopo (in puro spirito narrative non-fiction) ma è un treno da prendere in corsa, tanta è la densità della materia: una volta iniziato prendete coraggio e andate dritti fino alla fine.

Dunque c’è Spinoza, che non sarebbe stato Spinoza se non fosse nato ad Amsterdam, nella casa di suo padre, al Waterlooplein (suo padre, il ricchissimo importatore e mercante di spezie giudeo Michael de Espinoza), da cui dovette fuggire bandito dal cherem. Uno strappo che non si ricucì mai. Amsterdam, il nodo epocale, la medesima città in cui per un poco si fermò anche Cartesio che, paranoico, cambiava residenza di continuo, alla ricerca di un eremitaggio ossessivo.

Poi ci sono le vite parallele di Leibniz e Newton, un cammino che si direbbe psicogeografico alla ricerca di ciò che è sepolto, quasi lasciti culturali in un procedimento a sezioni di tecnica archeologica, a recuperare gli strati sovrapposti finendo poi a raccontare di gentrificazioni urbane, inevitabili quanto bizzarre:

“La mamma rifiutava di pagargli la retta perché era fortemente contraria al progetto di una carriera accademica. Isaac allora, fino al 1664, aveva tra i suoi obblighi quello di sorvegliare i fellows, pulire le loro scarpe infangate, svuotare i pitali al mattino. (…) Vive al 35 si St. Martin’s Street, un tiro di schioppo da Leicester Square. Una placca ricorda anche l’appartamento occupato ad appena mezzo miglio da qua, al numero 87 di Jermyn Street nella zona di St. James’s a Westminster. Oggi occhieggia la vetrina della lussuosa sartoria maschile Hackett, quintessenza della upper class” (pag83-84).

e ancora Darwin e Marx, un interrogarsi sulle modalità contemporanee del recupero di un passato importante, qualsiasi esso sia:

“Sopra l’insegna bianca al neon in corsivo di Euroshop e agli strilli commerciali trash che promettono Alles 1E, tutto a un euro, nella facciata color salmone della bassa palazzina in Simeonstrasse 8 una targa grigia avvisa: “In diesem Hause wohnte von 1819 bis 1835 Karl Max” (pag109)

Tra borghesia, salotti in cui si sviluppava il pensiero europeo, sexy shop e una “dining room griffata, di lusso, con cinquanta posti a sedere su divanetti di velluto blu, esclusiva, a disposizione per party privatissimi” (pag116) al posto della celebre topaia al 28 di Dean Street (Soho) dove Marx, in povertà, lavorò alla stesura del primo volume de “Il capitale”.

Insomma si cammina in punta di piedi tra aneddoti, tombe, dimore lussuose, scambi epistolari di grandezza immensa, dissertazioni sull’utilità dell’espressione verbale (da leggere e sottolineare due volte il capitolo su Wittgenstein e su tutta la sua bislacca tribù di fratelli e sorelle a cui Brahms, spesso in visita con l’amica Clara Schumann, concedeva lezioni). Un pellegrinaggio filosofico che si fa riflessione sul luogo quale parte fondante di un sistema di pensiero “antimetafisico: la filosofia non si svolge lontana dalle vite concrete e dalle modalità comunicative tra gli individui in carne e ossa” (pag204):

“La casa è sempre autobiografia, segno del tempo anche quando è luogo disertato, lasciato. Dà voce a un mondo anche quando diventa muto, quando è stato un fugace fondale provvisorio. E’ sinonimo di patria perché le case sono spugne che assorbono i gesti di chi le abita. Ogni casa produce memoria, qualcosa di immateriale eppure concreto, esperito. E’ luogo iniziatico, è sintesi come nient’altro. Dove vivi ogni giorno, quello è ciò di cui vivi” (pag205)

Da Wittgenstein a Keynes, da Heidegger alla Arendt (e i luoghi del loro amore clandestino) fino a quella celebre fotografia di Mann in abiti da marinaretto, sdraiato sulla spiaggia davanti alla sua villa di Nida; da chi è vissuto in completa povertà a chi, come Darwin, si circondava di cameriere, bambinaie, cuoche e domestiche nella dimora di Down House, “la Gerusalemme laica dell’evoluzionismo dalla quale non si allontanò per quarant’anni”; da chi non ha mai lasciato gli amati luoghi natii a chi, all’opposto, non fece altro se non cambiar casa, vita, abitudini e padroni, Paolo Pagani con lo sguardo acuto da giornalista che fiuta notizie (senza lasciarsi tentare dalle false deduzioni non suffragate dai fatti) ci suggerisce un modo nuovo di fare turismo: un approccio consapevole che si appropri non tanto dell’esperienza del momento, come vuole la moda di oggi, ma soprattutto delle eredità del nostro passato.

Per parte mia non posso fare altro che ringraziare l’autore e la casa editrice: con grande pazienza ed entusiasmo mi hanno accompagnata nella lettura e nella discussione che ho portato avanti sul Twitter. Ringrazio Paolo Pagani per gli spunti di riflessione, per i retweet e soprattutto per le bellissime fotografie che mi ha “regalato” (una su tutte, la scrivania di Mann a Pacific Palisades): trovate tutto sul Twitter di ADC, #IluoghiDelPensiero.

Buona lettura 🙂

Mercoledì 12 giugno, la presentazione di “I luoghi del pensiero” presso la Casa della Cultura. Anche questo un lieto ritorno per me, dopo tanti anni: un luogo pieno di ricordi che imparai a conoscere proprio durante il liceo. Assistere alle conferenze del pomeriggio, questi erano i compiti a casa per noi – di quando si studiava filosofia.

“L’invenzione del vento”, di Lorenzo Pavolini

“La distanza che li separa dal mito non può giudicarsi in termini di lunghezza e brevità perché fatta di mare, dove certe proporzioni sono sballate e vigono leggi anamorfiche, correnti e trasparenza” (pag11)

Della mia crisi spirituale nei riguardi del romanzo ho appena raccontato. A leggere di fiction ho ripreso da poco, con cautela. E ho ricominciato da un romanzo breve che evita accuratamente di portare con sé il sapore delle cose compiute. Si tratta piuttosto di uno scorcio di pensiero, una riflessione personale di cui ci sono state aperte le porte dopo molta insistenza, ad argomento già avviato; una proiezione a cui siamo arrivati in ritardo per colpa nostra; inutile chiedere quel che è capitato prima, inutile brontolare perché siamo arrivati nel mezzo: ci deve bastare così.

E’ questa “L’invenzione del vento”, Lorenzo Pavolini l’autore, professione redattore, scrittore e windsurfer; torna al romanzo con una storia che sa di minuscolo e di personale ma che poi, proprio per questo, assume i contorni di una vicenda comunitaria. Questa è semplicemente la storia di Giovanni e di Pietro: lui, il primo, ragazzo di buona famiglia, l’altro, il secondo, figlio del benzinaio. S’incontrano al liceo Farnese, “nascono surfisti”, è il 1978, scappano dagli “ideali collettivi”, vogliono sentirsi “smemorati e senza nome”.

“Ma certo la stessa vicenda del liceo Farnese, che vive la propria sgangherata fondazione in quel giro di anni, sembra precipitare tutti – preside, famiglie, professori, bidelli e studenti – in un esperimento sociale a bassa intensità, dove ognuno mette il meno possibile di sé, impegnandosi a demoltiplicare i conflitti, a dimenticare per sempre le assemblee, i tazebao, le botte fuori, le botte dentro, la politica in generale e forse anche la storia in assoluto. (…) Un esodo che, come tutti gli esodi, guarda male davanti a sé e dimentica molto indietro” (pag19)

Li troviamo sin dalla prima pagina, senza sapere né come si siano conosciuti né come sia nata la loro amicizia: un pomeriggio di febbraio, a mollo nel freddissimo lago di Bracciano, a cavalcioni di due tavole da surf. Perché Giovanni e Pietro passano i pomeriggi tra barattoli di resine, vapori epossidici, lana di vetro, pennelli e carte vetrate, chiusi nel garage-laboratorio concesso dal papà di Pietro – benzinaio sì, “Ciccio” per tutti, “liberi di credere che la pinguedine significhi inerzia e soddisfazione”, ma illuminato (il primo a pensare di aprire, a lato delle pompe di benzina, un negozio per la vendita di “menhir in polietilene”): Giovanni e Pietro sono pionieri del windsurf, l’ha imparato Giovanni in Grecia con la vela imprestata da una famiglia di tedeschi – nei luoghi di formazione del campione coetaneo Robby Naish di cui seguono le evoluzioni in tutti i modi che possono.

“Certi stampati floreali delle magliette, l’arcobaleno teso sul didietro dei pantaloncini, guidano dritti come uno stradone sterrato a Kaiula, Maui, Ho’okipa e Diamond Head, un arcipelago di innocenza che non ha ancora conosciuto le imprese di Magnum, P.I.” (pag10)

La Storia d’Italia scivola a fianco come l’acqua tagliata dalla tavola: di lato, senza ferirli, costretta a forza dall’autore nelle note a piè pagina separate dal testo – questo sì, fitto e graffiante – dal tratto di un’onda d’inchiostro appena accennata: il caso Moro, Gradoli, la legge Cossiga, Tardelli e Pertini, le Falkland; il delitto di Giorgiana Masi, la spesa pubblica, la corruzione, Soros, Milano capitale dell’eroina, il delitto Marta Russo. Eppure, così come le goccioline dei prodotti chimici che Giovanni e Pietro utilizzano per trattare le tavole, anche questi eventi – che paiono così lontani, che si ha cura di tenere così lontani – se non si sta attenti schizzano fuori dai pennelli e corrodono la pelle, penetrando nel profondo.

“D’altronde, cara prof, questa del terrorismo è una cosa fatta con ostinata approssimazione, molto sciattamente, da una parte e dall’altra, tanto da non lasciare nulla che valga la pena di essere considerato come esempio, se ne rende conto anche lei. Saprebbe indicarmi altrimenti una traiettoria umana a cui guardare?” (pag17)

Il sogno di Giovanni e Pietro è invero un altro: “Pietro e Giovanni avevano davanti l’estate più lunga della vita, quella di fine liceo. Le prime tavole dovevano assolutamente essere pronte entro luglio. Era un’occasione unica” (pag30)

“Non è vero che tutto quel che si fa è politico – andavano ripetendosi in quei giorni, non può essere sempre vero, come per le api e le formiche, quanto è vero che apparteniamo alla sola specie animale capace di sollevare lo sguardo alle stelle – noi facciamo le nostre tavole e voi fate pure la vostra lotta armata. Vedremo chi fa peggio” (pag38)

Però poi si sa, il destino non va quasi mai come ci saremmo aspettati; va come era inevitabile perché la Storia è quella che è e nessuno se ne può sottrarre:

“L’esser cresciuti in appartamenti dove tra librerie e televisori le proporzioni erano speculari e inverse, anche quando le madri frequentavano cittadine termali a spese della medesima cassa mutua, produce una crepa alla base, forma uno sbalzo: lo senti passando la mano, è un gradino di sospetti. Tu mi tradirai. O meglio, tu non andrai fino in fondo. La fuga sarà interrotta, per te, in un dato momento, e ognuno proseguirà per la sua strada” (pag24)

Leggere “L’invenzione del vento” significa misurarsi con una scrittura sferzante e freddissima come d’inverno l’acqua del lago. A volte occorre tornare indietro, recuperare pensieri concatenati la cui soluzione, come per i koan, è sistemata a pagine di distanza, ma non costa gran fatica perché a ogni rilettura c’è la scoperta di qualcosa che prima era sfuggito. Capitoli uno dopo l’altro in pagine dense che si fanno sempre più ermetiche, uno stream of consciousness che apre le porte a una cronologia incerta, rarefatta, deformata dalle distanze via via più esasperate. Anche le note e le onde a piè pagina si fanno più rare, quasi come a dire che il mondo se ne chiama fuori da questa vicenda sempre più intima – tanto da richiedere anche un sussulto enorme nello stile, un cambio di rotta improvviso, un giro di vento repentino e impudente, una smagliatura, una crepa come quella che spacca la tavola – che coglie nel segno.

Pavolini è bravo a creare nostalgie perché non si tratta di un rimpianto posticcio, intriso di oggetti o atmosfere da finta polaroid. Si tratta piuttosto di un suggerimento a guardarsi indietro, recuperare domande e tornare sui propri passi, quegli incroci che tanto tempo fa abbiamo sorpassato.

“Anche a voler ammettere il proprio errore, se era vero che ce n’era uno, anzi molti, avrebbe voluto che gli spiegassero almeno perché a lui non sembravano tanto gravi” (pag157)

Non c’è nulla che possa stare in pari con “Due di due” e credo che non ci sarà mai, non perché De Carlo abbia scritto di un’amicizia il racconto migliore in assoluto o perché io “Due di due” lo possa recitare quasi a memoria, pagina dopo pagina per tutte le volte che l’ho letto; è stato il momento a renderlo tale, la maniera che ha avuto quel libro di incastrarsi con gli anni in cui è ambientato, dentro l’epoca in cui è stato scritto, con l’età di coloro che l’hanno letto. “L’invenzione del vento” però miracolosamente lo segue e ne sono contenta: gli sta dietro per una serie di coincidenze che lo richiamano.

E’ una narrazione salda e non scontata di una certa parte della nostra vita, lontana dallo stereotipo della facile saudade e per questo vera e condivisibile. Non ci si immedesimerà né in Giovanni, che alla fine abbandona il sogno del windsurfer (“Ma Giovanni sapeva che non sarebbe rimasto ancora a lungo da solo su quella spiaggia. Che presto anche altri come lui avrebbero reagito alle scrivanie, ai divani e alle pareti delle proprie stanze, inimmaginabili qui e ora, en plen air. Perché era la cosa migliore da fare” – pag165), né in Pietro, che quel sogno lo realizzerà, pagandone il prezzo (“Anche a fare il coglione. Anche a credere troppo in quel che facevi. Anche ad avere fiducia nelle generazioni che ci hanno preceduto. Era chiaro che volevamo fallire” – pag172): eppure ci si impersona eccome, fosse soltanto per quella sensazione, così familiare, “l’impressione di fare da cavia per una conferenza che riguardava un altro pubblico” (pag158).

Buona lettura 🙂

Intermezzo – (ri)leggere Siddhartha, a 40 anni e oltre

Siddhartha, un libro che scappa. La storia racconta che della prima copia se ne persero le tracce quando avevo sedici anni, forse perché prestata a un amico; una seconda si dileguò misteriosamente dopo un trasloco mentre la terza, di proprietà di marito, non uscì più dagli zaini, alla fine di una vacanza al mare. Un libro che come un gatto poco addomesticato se ne va e torna da noi solo quando gli pare opportuno. A questo giro è capitato, per la prima volta, non nelle nostre mani di adulti ma in quelle di figlio1 che l’ha scovato a Jesolo nell’edicola-libreria sotto casa, infilato in seconda fila dentro un espositore verticale – tra i granelli di sabbia appiccicati alle copertine porose degli Oscar Mondadori e le pagine un po’ ingiallite di vecchi gialli Sellerio.

Sicché di nuovo si legge Siddhartha, stavolta ad alta voce, qualche pagina ogni sera prima di andare a dormire. Si legge da una parte per la quarta volta, dall’altra per la prima e quel che colpisce di questa (ri)lettura condivisa sono le molte voci, possedute ed emanate da questa coloratissima fiaba orientale – polifonia di cui forse non ci si era accorti subito, così immersi nell’impermanenza di una fruizione esclusiva.

Lo specchio nel quale noi adulti e i nostri figli ci riverberiamo in un gioco di gibigiane vetrificate riflette il loro sbalordimento per la scenografia: quest’India antica di oltre duemila e cinquecento anni, i colori sgargianti degli scialli e dei gioielli alle caviglie delle donne, gli eremiti dalla pelle scura, nuda e impolverata, immersi in una vegetazione lussureggiante, belve feroci e serpenti in agguato tra le foglie, gli enormi alberi di mango, il fiume vorticoso.

Negli occhi di figlio1 si vede anche, un poco lontano ma già presente, a metà strada tra la curiosità e l’apprensione, lo stupore per la storia di questo ragazzino ricco, insofferente alla vita di corte, scettico nei riguardi dei maestri, ribelle nei confronti dei genitori – un ragazzino inquieto e insoddisfatto che insieme al suo amico del cuore decide un giorno di andarsene di casa, abbandonare tutto e tutti non per godere delle agiatezze del mondo come si poteva supporre ma per ritirarsi in preghiera tra i samana, asceti girovaghi che abitano la foresta e vivono di carità.

“Lo assalivano sogni e pensieri irrequieti, portati fino a lui dalla corrente del fiume, scintillati dalle stelle della notte, dardeggiati dai raggi del sole: sogni lo assalivano, e un’agitazione dell’anima, vaporata dai sacrifici, esalante dai versi del Rig-Veda, stillata dalle dottrine dei vecchi brahamani. Siddharta aveva cominciato ad alimentare in sé la scontentezza. Aveva cominciato a sentire che l’amore di suo padre e di sua madre, e anche l’amore dell’amico suo, Govinda, non avrebbero fatto per sempre la sua eterna felicità, non gli avrebbero dato la quiete, non l’avrebbero saziato, non gli sarebbero bastati” (pag35)

La vita di Siddhartha, dai samana ai mercanti, dalla concubina al barcaiolo, è tutta uno guazzabuglio di fuochi d’artificio e coloratissimi colpi di scena ai suoi occhi, perché Siddhartha fa tutto il contrario di quel che potrebbe e soprattutto di quel che dovrebbe in base al senso comune. Ma si sa (lo sappiamo noi adulti, perché in qualche modo ci viene spiegato, se ci prendiamo la briga di leggerne – lo intuiscono meglio i bambini, perché hanno questo vantaggio rispetto a noi grandi: i bambini vedono, prima di comprendere) tutto è il Buddhismo tranne che la religione del senso comune.

“Molto apprese Siddhartha dai samana, molte vie imparò a percorrere per uscire dal proprio Io. Percorse la via della spersonalizzazione attraverso il dolore, attraverso la volontaria sofferenza e il superamento del dolore, della fame, della sete, della stanchezza. Percorse la via della spersonalizzazione attraverso la meditazione, svuotando la mente da ogni immagine per mezzo del pensiero” (pag45)

Negli occhi di chi rilegge Siddharta a 44 anni invece c’è la meraviglia per una creazione polimorfica capace di parlare contemporaneamente molte lingue a molte orecchie – anche a distanza di decenni dalla sua pubblicazione, in un mondo certo tanto diverso dal nostro (ma cosa ci saremmo aspettati di diverso poi? Stiamo parlando sempre di impermanenza dopotutto). A sedici anni avevamo ritrovato in Siddhartha la nostra stessa voglia di cercare e di percorrere strade nuove, la volontà di decidere autonomamente, nell’abbraccio a un qualcosa di superiore condiviso con altri, uguali a noi, scelti per desiderio indipendente e consapevole, non per destino di nascita.

“Tutto sapevano i brahmani e i loro libri sacri, tutto, e perfino qualche cosa di più; di tutto s’erano occupati, della creazione del mondo, della natura del linguaggio, dei cibi, dell’inspirare e dell’espirare, della gerarchia dei cinque sensi, dei fatti degli dèi… cosa infinite sapevano… Ma valeva la pena saper tutto questo, se non sapeva l’Uno ed Unico, la cosa più importante di tutte, la sola cosa importante?” (pag36)

Al giro di boa dei venticinque ci aveva conquistati l’esortazione a mescolarci con il samsara, quel mondo che cominciavamo soltanto a intravvedere nelle sue incongruenze ma soprattutto nelle sue opportunità quasi infinite – confidando nella nostra intelligenza, nella nostra abilità di stare al di fuori. Il passato era da lasciare indietro, sciocca materia adolescenziale; il futuro troppo vecchio e lontano per pensarci davvero.

“(…) e si augurò che anche a lui fosse dato di partecipare con la passione di tutto il suo cuore a questo puerile travaglio quotidiano, di vivere realmente, di agire realmente e di godere ed esistere realmente, e non solo star lì a parte come uno spettatore” (99)

Ora invece, a quaranta passati, ecco che di riflessioni leggendo Siddhartha ne vengono altre. I conti con la vita professionale e il tempo che passa, quelli nei confronti dei figli che dall’altra parte dello specchio ci guardano, pronti ad attraversare il fiume.

“Molto, certo, di ciò che egli aveva appreso dai samana, da Gotama, da suo padre il brahmano, era ancora vissuto a lungo in lui: la vita sobria, il gusto del pensare, le ore di concentrazione, la segreta cognizione di sé, dell’eterno Io, che non è né corpo né coscienza. Molto di ciò era rimasto in lui, ma una cosa dopo l’altra a poco a poco era andata a fondo e s’era coperta di polvere” (104)

“Poi era giaciuto a suo fianco e il volto di Kamala gli era stato vicino, e sotto gli occhi di lei e accanto agli angoli della bocca aveva letto, così chiaramente come non mai, un pauroso messaggio, un messaggio di linee sottili, di solchi lievi, un messaggio che parlava d’autunno e di vecchiaia, così come del resto anche Siddhartha stesso, allora entrato nella quarantina, aveva già scoperto qua e là qualche filo grigio tra i suoi capelli neri. La stanchezza stava scritta sul bel viso di Kamala, stanchezza d’un lungo cammino, senz’alcuna meta piacevole, stanchezza e minaccia di appassimento incipente, e una paura segreta, non ancora espressa, forse non ancora consapevole: paura dell’età, paura dell’autunno, paura del dover morire” (109)

“Ora, pensò, poiché tutte queste cose effimere mi sono di nuovo sfuggite, ora eccomi di nuovo alla bella stella, tale e quale come quand’ero bambino: nulla posseggo, nulla so, nulla posso, nulla ho imparato. Meraviglioso! Ora che non sono più giovane, che i miei capelli sono già mezzo grigi, che le forze mi abbandonano, ora ricomincio da capo, dall’infanzia!” (123)

Infanzia. La nostra o quella dei nostri figli? Forse entrambe dato che i figli ce la fanno rivivere tutta, dal principio alla fine ma non come quella sovrastruttura posticcia un po’ kawai che va tanto oggi tra i giovani adulti. Proprio dentro, nel suo intimo significato, senza filtri. Eppure.

“Siddhartha cominciò a comprendere che con suo figlio non gli erano piovute pace e felicità, ma dolore e affanno. Tuttavia lo amava e aveva più caro il dolore e l’affanno dell’amore, che pace e felicità senza quel bambino” (146)

“Gli era dunque mai successo di perdere a tal punto il proprio cuore, aveva mai amato a tal punto una creatura umana, così ciecamente, con tanto dolore, con tanto insuccesso, eppure con tanta felicità?” (149)

Figli che si fanno, si crescono e poi si debbono lasciare. Figli che fuggono dai genitori e passati dall’altra parte del fiume spaccano il remo, per evitare a se se stessi la tentazione del ritorno. Figli per i quali la nostalgia ci corrode, insieme al sollievo di saperli ormai adulti – o quasi.

“Se nella foresta troverai la beatitudine, ritorna, e insegnami la beatitudine. Se troverai la delusione, ritorna: riprenderemo insieme a sacrificare agli dèi” (41-42) Disse il padre a Siddhartha, tanti anni prima.

“(…) si rese conto, inoltre, che egli stesso non era in pena per suo figlio; nel suo intimo sapeva benissimo che non era morto, né lo minacciava nel bosco alcun pericolo. Tuttavia continuava a correre senza posa, non più per salvarlo, ma solo per nostalgia, per vederlo, se possibile, ancora una volta” (153)

Noi ora siamo qui, a questo piccolo, infinitesimale momento. Chissà come potrebbe essere rileggere Siddhartha a sessant’anni. Mi piacerebbe, anche solo per scoprire se potrò ancora trovarci dentro, come sospetto, qualcosa di nuovo che ancora adesso non riesco a vedere.

La lettura ad alta voce è un specchio nello specchio in cui si riflettono migliaia di immagini tutte uguali eppure tutte diverse, spinge a un confronto spiazzante, mette a nudo le emozioni come il blu delle vene su una pelle chiarissima, apre discussioni e collega tutti i fili rossi che legano le esperienze, nostre e dei nostri figli(*). I bambini vedono, più che comprendere, ed è curioso che questa sia una delle vie che il Buddha invita a percorrere, quella della mente aperta e presente a se stessa, sempre attiva, sempre attenta.

Buona (ri)lettura 🙂

(*) E’ vero, figlio1 ne ha fatte di particolari: dalla laicità pubblica della scuola al sincretismo religioso che paradossalmente dentro la scuola pubblica si respira fino al cammino di iniziazione cristiana che grazie alla lungimiranza di un uomo di Chiesa ha trascorso (senza mai metter piede in un’aula di catechismo) in giro per l’Italia, percorrendo tante strade diverse che lo hanno portato, in quattro anni, dalla freddissima Sinagoga di Casale Monferrato alle funzioni domenicali dei Cristiani Copti fino al monastero di SotoZen Fudenji con il suo Dojo, i piedi scalzi e le lezioni del maestro Taiten Guareschi. Io mi auguro che tutto questo lo accompagni per molto tempo, come l’Om a cui lo invita sempre sua madre, recitato all’inizio o alla fine della giornata: “(…) una parola, una sillaba, che egli pronunciava senza rendersene conto, con voce cantilenante, l’antica parola con cui hanno inizio e fine tutte le preghiere dei brahmani, il sacro Om, che significa qualcosa come *ciò che è compiuto*, o *la perfezione*” (pag117). Chi lo sa.