“L’arte di legare le persone”, di Paolo Milone

Paolo Milone (1954) è psichiatra; comincia la carriera presso un Centro di salute mentale e poi, dal 1988 al 2016, esercita la professione nel reparto di Psichiatria dell’ospedale Galliera di Genova. Ha scritto “L’arte di legare le persone”, una raccolta di componimenti poetici in verso libero che raccontano, per piccole sequenze, tanti episodi della sua attività professionale.

“Poetica è la nostalgia, impoetica la depressione.

Poetica è la fantasia, impoetico è il delirio.

Poetico è il timore, impoetica l’ansia.

Poetico è il desiderio, impoetica la dipendenza.

La poesia non frequenta la Psichiatria, si ferma sulla soglia.”

Qui, Milone ci racconta che “L’arte di legare le persone” è tante cose – prima di tutto è l’ossimoro del dire in poesia che la malattia mentale non ha nulla di poetico. E che se si ravvede qualcosa di poetico lì, nel luogo in cui supponiamo viva e si nutra la bestia, beh allora quel che stiamo guardando è tutto fuorché malattia mentale.

“Se non hai mai provato il dolore psichiatrico,

non dire che non esiste.

Ringrazia il Signore e taci.”

Qui, invece, ci spiega bene il motivo per cui ad alcuni del mestiere delle lettere – e della psiche – queste pagine proprio non siano andate giù. “L’arte di legare le persone” non è un romanzo in poesia, non è Spoon River, non è un memoir strappalacrime, non è una collezione di vite fragili sulle quali poter adoperare il nostro migliore e più redditizio guilty pleasure. Queste pagine non sono altro (e ci piacerebbe fossero altro, ma no) che un resoconto molto lucido di come noi – noi quelli sani – intendiamo la malattia mentale e di come essa sia stata, sempre da parte nostra, quella dei sani, negata (nel nome di un “nessuno è normale” che di danni ne ha fatti parecchi) o, all’inverso, esaltata alla maniera di un dono degli dei grazie al quale l’essere umano, dallo scrittore alla pittrice, si trova in grado di esprimere se stesso come mai in alcun’altra maniera.

Con questa raccolta di piccoli e piccolissimi testi poetici (Milone li chiama “frammenti”, “mescolati, accostati per assonanza e per contrasto”) in verso libero, suddivisa in dieci sezioni ciascuna delle quali rappresenta un ambito di intervento, Milone racconta l’intero arco temporale della sua vita come psichiatra d’urgenza.

“E dopo tanti anni mi ritrovo ancora qui,

alle prese col dolore inutile.

Dolore che non insegna, non rigenera, non rinnova.

Non dolore di crescita ma di prigione.

Non dolore di potatura ma di morte.

Dolore che non finisce per guarigione, non finisce per necrosi e amputazione: non finisce mai.

Sia benedetto mille volte il dolore utile, sia maledetto mille volte il dolore inutile.”

Dai TSO della vita in reparto (“Reparto 77”) ai colloqui in libera professione (“La stanza del glicine”), dal dialogo con la giovane paziente Lucrezia alla cronaca dei recuperi per strada tra tossici e barboni, prostitute e transessuali, fino al capitolo struggente sulla difficoltà di separare l’uomo dal medico – la vita privata da quella professionale – Milone traccia le coordinate per un viaggio sempre più buio, verso quel cuore di tenebra che è il rapporto con “la signora”, quella che nella psichiatria arriva quasi sempre per mano del suicidio.

“Da parte mia, non ho bisogno di tante finezze:

quando la notte cammino nei corridoi dell’ospedale,

incrocio la Morte che mostra la faccia.

A quell’ora non procede rasente i muri, fa i suoi giri con passo sicuro.”

Gli acidi delle lettere hanno pensato – con giusta contezza – che Milone sia stato purtroppo in grado di segnare un prima e un poi: una ferita di crepaccio letterario che finalmente, al di là della poetica della psiche addolorata che tanto ha venduto negli ultimi anni, attribuisce alla malattia mentale la dignità dell’esistere. Gli acidi della psico-qualcosa hanno pensato – con giusta contezza – che Milone sia stato purtroppo in grado di svelare il grande inghippo della nostra contemporaneità: che “la psicoterapia trova un colpevole, la psichiatria ti fa restare vivo”. Con buona pace di chi non crede al potere salvifico di uno psicofarmaco o di chi è contrario ai metodi contenitivi (pure Milone lo è ma questo s’è fatto finta di dimenticarlo, in giro), o di chi salta sulla sedia quando gli si dice che (ndr: quando Milone dice che-) i manicomi hanno chiuso grazie allo sviluppo della farmacologia e per motivi politici più che per reale e concreta utilità sanitaria (ndr2: del fatto che il matto da allora in poi, salvo eccezioni, realtà virtuose o semplicemente situazioni favorevoli, sia stato completamente abbandonato alla cura domiciliare di genitori, fratelli, sorelle, mogli mariti e perfino figli – sempre più sfiniti e sempre più anziani – nelle narrazioni mainstream che tessono le lodi del manicomio chiuso non si fa cenno e invece oh sì, quante ne racconta Milone in proposito).

Il capitolo ottavo, “Legare le persone“, è il nodo incriminato e viene per ultimo perché al fine di introdurlo correttamente tutto il resto che vien prima è necessario a senso metodologico; necessario per comprendere che a essere accettata deve essere “la persona, non la malattia”, che il lavoro in psichiatria è un mestiere di equipe all’interno della quale il medico deve imparare a ricoprire un ruolo finanche secondario, che il coma farmacologico non è la soluzione, che lo stremo del “convincimento infinito”, in quel luogo della mente in cui il dire non ha più significato (sull’inaccessibilità al malato psichiatrico tramite il linguaggio c’è tutto un capitolo, “La parola è paglia”), non è sostenibile, né dal paziente né dal medico e che, udite udite, “Il metodo più semplice per non legare nessuno, è non ricoverare pazienti da legare”, trasformando la Psichiatria in Psicologia.

“Ma la violenza e la libertà sono tematiche psicologiche,

non psichiatriche.

Il paziente psichiatrico in acuto non concepisce il significato di violenza e libertà.

Per lui è più rilevante la tematica esistere o non esistere.

(…)”

“(…) dire a un paziente psichiatrico

che la malattia mentale non esiste

è come dire al paziente che quello che prova non esiste,

che lui non esiste.”

Qui è quando Milone ci dice che se al principio siamo partiti a sfogliare queste pagine col dir secco e sogghignato ecco vedi, forse questo è mio cugino, questa può essere la mia capa, o mio padre – bene, restiamo accorti, perché come nelle migliori tragedie s’inizia col ridere e si finisce a piangere: qui si arriva al pensare che questo, ecco, potrei essere io, e speriamo di no. Speriamo di no.

“L’altro mondo”, di Fabio Deotto

“Senza quasi accorgermene ho raggiunto Milano. Sono le cinque del pomeriggio e il sole ha già cominciato a nascondersi dietro l’orizzonte. (…) l’abitacolo viene inondato dalla luce di un tramonto mozzafiato. Lo smog e lo strato di nuvole rade appeso sopra la città si sono combinati a trasformare il cielo in un drappo arancione (…). È una visione così suggestiva che cedo di nuovo al mio lato adolescente, parcheggio l’auto e mi sporgo per scattare una foto. Ma poi mi tornano in mente i post frustrati su Instagram di tutti gli utenti che cercavano di catturare il cielo di San Francisco durante gli incendi incontrollati del 2020, quando il fumo aveva steso un’uniforme cappa arancione su tutta la California del Nord. Quell’assortimento cromatico era così insolito che gli algoritmi dei loro telefonini lo prendevano come un errore da correggere e restituivano immagini sbiadite o sovraesposte, in cui l’arancione si trasformava a volte in un giallo opaco altre in un rosa grigiastro.”

Non so dire il sentimento che mi ha preso a metà agosto, quando al telegiornale passavano le immagini dei passeggeri di quel traghetto – lo spettacolo dentro lo spettacolo come gli specchi che, nelle sale dei barbieri, guardano se stessi in un continuo infinito: io guardavo la televisione che a sua volta riproduceva delle immagini catturate con una telecamera, che a sua volta aveva inquadrato persone in calzoncini e ciabatte che riprendevano coi loro telefonini quelle fiamme altissime e il cielo rosso, infernale nella notte. Qualche giorno prima, isolata nella valle tra un fiume di fango che vomitava se stesso giù verso il lago e lo spavento della grandine notturna, chicchi come nocciole che sbattevano sui coppi del tetto, avevo deciso di cominciare “L’altro mondo”, un poco in anticipo rispetto al calendario delle letture che mi ero prefissata (ma ormai si sa, i programmi editoriali di ADC sono antica leggenda, di quelle che si raccontano ai bambini nelle sere d’inverno).

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“L’Altro mondo – la vita in un pianeta che cambia” è un reportage che il giornalista Fabio Deotto ha realizzato a cavallo della pandemia, tra il 2018 e il 2020, con lo scopo non tanto “di convincere che il cambiamento climatico sia reale, né spronare a un’azione climatica più o meno pacifica” quanto di mostrare come il mondo attuale, nonostante la riottosità praticamente globale ad ammetterlo, sia già profondamente cambiato – con noi che più o meno consapevolmente ci viviamo dentro. Il saggio si articola in otto capitoli, ciascuno dei quali dedicato a un luogo e alle interviste sul campo (Maldive, Miami, New Orleans, Houston, Lapponia [per due], Pianura Padana e infine delta del Po con Venezia). Il filo conduttore che lega l’analisi di Deotto e la scelta dei propri interlocutori, è, come racconta lo stesso autore, lo scorrere dell’acqua:

“Il nostro ambiente ci sta comunicando la crisi climatica soprattutto attraverso l’acqua. Che si tratti di scioglimento dei ghiacci, aumento del livello dei mari o desertificazione, è questo il vettore principale.”

Le nostre cartoline mentali delle Maldive, per dire, certo non comprendono immagini dalle isole-discariche che contornano l’arcipelago o l’odore di uovo marcio che proviene dagli stabilimenti industriali al largo dei resort paradisiaci (nelle cui acque il corallo è morto e stecchito da anni), ma non comprendono nemmeno i progetti di innalzamento artificiale già tutt’ora in corso, intorno ai quali gravitano gli interessi e il denaro di superpotenze quali la Cina e l’India. Nemmeno il villaggio di Babbo Natale a Korvatunturi ce lo immaginiamo immerso in un’opaca luce crepuscolare che non riflette il biancore della neve semplicemente …perché di neve non ce n’è più; e forse non sappiamo nemmeno che i souvenir sami di cui sono piene le botteghe dei villaggi lapponi di autentico non hanno proprio nulla perché di Sami (ndr: per decenni deportati e costretti all’assimilazione) dediti all’artigianato ne rimangono ben pochi, avendo essi priorità un poco più stringenti dell’intagliar scodelle. Come forse ignoriamo l’inglorioso destino del quartiere afroamericano Lower 9th a New Orleans, “modello virtuoso di ricostruzione postcataclisma” voluto addirittura da Brad Pitt (spoiler: sommerso dall’acqua salmastra che tutto distrugge). Questo nostro errore di sistema di valutazione deriva, per la maggior parte, da tutta una serie di calcoli sbagliati che la nostra psiche ha ricevuto “in dotazione dal nostro passato evolutivo”; calcoli che, utili per la nostra sopravvivenza preistorica, ora possono perfino risultare fuorvianti se utilizzati per la ricerca di soluzioni globali e condivise per affrontare il cambiamento climatico. Attraverso nove parti, interposte ai reportage, Deotto analizza proprio queste “distorsioni cognitive” che vanno dall’illusione del controllo alla differente percezione nei riguardi del cambiamento climatico a seconda che esso sia affrontato da chi fa proprio uno stato d’ansia o un modo di porsi regolato dalla paura – o da chi utilizza “l’approccio cowboy” (guess who!) e chi invece vorrebbe spingere (o lo sta già facendo tra mille più una difficoltà) verso una “tutela sperimentale” lontana da ogni approccio muscolare; leggendo questi intermezzi capiremo cosa si intende con “amnesia ambientale generazionale” o il motivo per cui sarebbe ora di sostituire l’espressione “cambiamento climatico” con “crisi climatica” o l’ormai fuorviante “scetticismo climatico” con il più adeguato “negazionismo”.

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Chiunque oggi può leggere di “crisi climatica” poiché l’editoria offre una gran varietà di equipaggiamento: se fino a una decina di anni fa i temi del surriscaldamento globale e delle sue conseguenze erano relegati alla saggistica accademica o al romanzo postapocalittico (con tutti i limiti caratteristici di entrambi i generi), oggi possiamo scegliere fra più strumenti tra cui per esempio quello della narrative non fiction, che può comprendere come in questo caso anche il reportage. Lo sviluppo di generi nuovi per raccontare il presente (e il futuro) implica anche lo studio di nuovi linguaggi che, al momento, non possono trovarsi se non in fase sperimentale. Ad esempio l’utilizzo, nel caso di Deotto, di un sistema di narrazione che comprende concetti quali i bias cognitivi, la “tossicità del mito” o quello di “decostruzione delle distorsioni cognitive” e dello “stereotipo”. Non sono molto d’accordo con l’impiego di questo tipo di lessico multiuso che personalmente trovo eccessivamente polarizzato e in un certo senso ormai vittima d’inflazione; d’altra parte comprendo come la forza di queste pagine stia nell’impegno a stimolare una riflessione di tipo nuovo, un pensiero laterale di cui, va detto, in tanti siamo ancora privi. Il linguaggio appropriato nonché il superamento di certe espressioni “stereotipate” e traslitterate da una lingua inglese che in certi contesti non ci appartiene verranno poi.

In verità sono due i punti di carattere metodologico che mi hanno lasciata perplessa. Il primo riguarda, in senso lato, la presenza dell’opinione personale e del sentire politico dell’autore all’interno del sistema-reportage (cfr. in particolare il capitolo: “La nostra pretesa di stanzialità”, dedicato all’analisi dei fenomeni migratori). Il secondo riguarda la base tecnica su cui si fonda il capitolo “Il nostro bisogno di storie” all’interno del quale il mito (quello di origine indoeuropea) viene accomunato alla storia (la cui base latina è non il mito ma la fabula) e di conseguenza viene indicato come elemento suscettibile di necessaria “decostruzione” (ndr: il mito va semmai contestualizzato, non decostruito). Come ultima nota, mi pare che resti aperta – perché non discussa – la questione dell’accessibilità (intersezionale, mi verrebbe da dire) alle smart & green cities da parte degli utenti più deboli: non si tratta soltanto di persone appartenenti a classi sociali disagiate, minoranze etniche o immigrati (su cui si concentra parte dell’analisi di Deotto) ma anche di anziani e soprattutto delle persone con handicap. Mi sarebbe piaciuto un approfondimento su questo punto perché molto spesso lo sviluppo di “città ecologiche” prevede di fatto – per esempio – modelli di mobilità non inclusivi.

Parte delle note al testo, diverse citazioni e una rapida discussione su questi punti finali sono disponibili nel filo di twitt che, un po’ per comodità e un po’ per caso (al solito, ADC procede con gran criterio), è nato dalla lettura di queste pagine.

“Piccolo inventario dei saluti”, di Carla Corsi

“Madri e figli credo nascano in maniera opposta. Durante la gravidanza, viviamo un senso di pienezza che non compromette la nostra possibilità, ancora tutta intatta, di sperimentare lo spazio vuoto intorno a noi e godere delle braccia slegate. I figli, durante i nove mesi invece, riempiono uno spazio piccolo e stretto che finisce col permettere pochissimi movimenti. (…) Al momento della nascita di suo figlio, una donna si accorge quasi subito che, da qual momento in poi, al suo utero vuoto si è sostituito uno spazio tra le braccia che sarà sempre colmato da quella presenza nuova. Le braccia, prima libere e slegate, quasi ventose, si chiudono in un nodo insicuro che stringe al petto e che prova a proteggere il neonato.”

Siamo tutte uguali ma anche diverse. Se il dolore spinge fuori, dalla medesima origine, certo differenti sono la reazione e l’effetto. Se il dolore spinge fuori da una ferita identica, quella della maternità per esempio, ciascuna madre declinerà a propria maniera l’amore soverchio, il sentimento che strabocca, la rabbia, il disprezzo per sé, il senso della manchevolezza.

Ho sempre faticato ad apprezzare le narrazioni retorico-ridanciane sulla maternità: il simpatico episodio della puerpera che apre al postino indossando la maglia impatellata e neanche se ne accorge, il monologo finto consolatorio sulla disperazione iperbolica che prende quando il passeggino che “si piega in un clic” non si chiude manco con l’utilizzo d’una motosega. D’altra parte questo prendere le cose alla leggera, evitando d’esser trattate da squilibrate da internare, fino a tempi recentissimi è stato l’unico modo di rendere noto che sì, la maternità ha pure un lato osceno. Quindi il merito dello sdazio a queste narrazioni va dato. Resta il fatto che di fronte a queste divertenti storielle dal finale consolatorio alla “ma sì, facciamoci una risata”, a me veniva da pensare un’unica roba: “ma no, non c’è proprio un cazzo da ridere”. Poi, intendiamoci: il finale consolatorio può anche essere opzione percorribile perché non è che prendersi sul serio con severità da monaco in penitenza sia condizione necessaria o sufficiente al recupero di una chiave di lettura risolutiva sulla maternità; e va detto inoltre che quando si parla appunto di maternità il confine interpretativo tra l’esposizione del proprio disagio, rendendolo in tal modo effettivo, reale, sussistente – perché condiviso – e la pratica della lamentazione, della vittima, del senso di colpa diventa sottilissimo, quasi impalpabile – a favore di quest’ultima.

Sicché, dicevamo, per un certo periodo l’unica maniera in cui sdoganare le complessità del mondo materno senza apparire del tutto rincoglionite (“Vedete, guardatemi! Ho partorito ma sono ancora io! So fare le battute! So ironizzare sul mio stato di puerpera”) o fuori di testa (sì, esatto!) è stato quello di buttarla in caciara. Il passo successivo, difatti, s’è concretizzato nel raccontare la maternità attraverso la lente di ingrandimento del disagio mentale a essa collegato – in tutto o in parte. Il merito di queste narrazioni è, paradossalmente, di aver contribuito a separare il disturbo, che spesso cova come la brace sotto la cenere, dall’evento del parto o del puerperio (episodi scatenanti non diversi da altri di grande impatto emotivo) sbugiardando la formula del “si vede che non eri pronta a fare figli” frequentemente applicata a qualsiasi donna soffrisse, per esempio, di depressione post-parto.

Il vero coming-out però deve andare ancora oltre e noi, ora, siamo proprio qui, all’osservare quel qualcosa che cambia di nuovo, in perenne evoluzione: è avere il coraggio di mostrare che no, spesso non ce la si fa, e non ce la si fa perché la maternità è un evento travolgente e punto.

“E io non sapevo mai cosa fare, Nina. Se piangere, arrabbiarmi e obbligarti a mangiare o lasciare che ti nutrissi solo di budino alla vaniglia. E mi sentivo la madre peggiore del mondo, così incapace da non saper sfamare la figlia.”

Dell’idea che nessuno nasce imparato è Carla Corsi che col suo “Piccolo inventario dei saluti” ci dimostra che diventare madri nella testa quasi mai va di pari passo – e con la medesima, sconvolgente rapidità con cui si partorisce – del diventar madri nel corpo. Specie se non si posseggono validi modelli di riferimento familiare, specie se il momento del puerperio è vissuto, per distanza fisica o emotiva, lontano dalle persone che invece avremmo bisogno di avere accanto, specie se la maternità coincide con un completo ribaltamento delle proprie abitudini o caratteristiche (che spesso, ricordo, non ci scegliamo: ci nasciamo, “fatte così”).

“E a te, tanto piccola, che hai già perso tanto e a me, che scappo per salvarmi, dimenticandomi sempre di quanta delicatezza abbiano bisogno gli addii definitivi.”

Il “Piccolo inventario dei saluti” racconta, a mo’ di epistolario, una piccola porzione della vita di Agata, soverchiata dalle incombenze familiari e dalle cure per la figlia treenne Nina. Tanto sopraffatta da prendere una decisione drastica, d’impulso ma lucidissima: la fuga. Sì, diciamocelo pure: Agata abbandona il tetto coniugale. In seguito all’ennesimo capriccio della bambina, Agata ha sbroccato: ficca due abiti in valigia, stropiccia un telegrafico messaggio su un post-it, sale su un pullman e si dà a una disperata evasione. Ora è ospite di un’amica che l’accoglie nella sua casa-rifugio, al freddo di una primavera montana non ancora sbocciata.

Agata, in una serie di lettere indirizzate alla figlia (lettere che non aveva pianificato di scrivere ma che vengon fuori così, da sole, in un dialogo madre-fglia che si nutre di distanza), cerca pian piano di riordinare il proprio presente: un presente fatto, finalmente, di grandi dormite, bagni caldi e cibi bollenti ma anche di un lavoro nuovo e materico (sì, Agata trova anche un mestiere attraverso cui rendersi autonoma, il che non è da sottovalutare). Un presente che però è innegabilmente composto di una maternità potente e invasiva che si fa prima di tutto fatica fisica, tra notti insonni e ritmi personali soffocati da un orologio che appartiene soltanto ai piccoli, mai agli adulti (sommessamente ricordo: la tortura della privazione del sonno viene applicata ai prigionieri di guerra sin dall’antichità). È chiaro che poi la riflessione sul presente diventa anche studio del passato perché la provenienza da famiglie complicate certo non facilita il compito di crescerSI.

“Piccolo inventario dei saluti” è lontanissimo da quello stile “ascesa-caduta-rinascita consapevole” da autofiction d’oltreoceano. Anzi è un testo che, sia per l’impostazione a epistolario a dimostrazione di come sia possibile parlare di questioni nuove attraverso forme antiche, sia per l’approccio, mi pare molto “indo-europeo”; quel non affondare eccessivamente alla ricerca del motivo e della colpa, nel tentativo di abbracciare l’accettazione di un così è stato, rivendicando, nella negazione dell’ereditarietà irreparabile del difetto, la possibilità concreta di una ri-costruzione del sé, ciascuna madre a modo suo: da qui il rispetto che occorre nei confronti della sofferenza altrui.

“Ho pensato che una soluzione all’imperfezione potesse essere l’assenza. Ho riempito la mia valigia e sono sparita, perché se non potevate avermi perfetta era meglio non avermi.”

Nota: “Piccolo inventario dei saluti” racchiude pagine piene di microcitazioni fortunatissime, aiku perfetti da far la buona sorte di un twitt ipercondiviso. “Piccolo inventario dei saluti” però è uno di quei libri che vanno letti in silenzio – e così mi sono permessa di farlo io, lontana dal mio account. La pubblicazione di queste parole al di fuori del loro contesto originario – le pagine, e l’estrema cura lessicale che le contraddistinguono – si sarebbe trasformata automaticamente in eccesso, un chiasso esorbitante che la fragilità di certi dolori non consentono.

“La lingua del tempo”, di Eva Hoffman (trad. Maria Baiocchi)

tempo di lettura: 10minuti

“Gli aggettivi non varcano i continenti. (…) Non si può trasportare il significato dell’umanità tutto intero da una cultura all’altra, né più né meno di quanto si può traslitterare un testo.”

Questo invece riesce a fare Eva Hoffman con “Lost in translation: Life in a new language” (1989), laborioso, denso e bellissimo memoir: raccontare non tanto la propria vita di esule ebrea polacca quanto, attraverso episodi anche minimi o (solo) all’apparenza insignificanti, le difficoltà dell’integrazione – quelle che passano dall'(in)comprensione linguistica. Prima di raccoglierci su queste pagine, però, occorre una piccola digressione biografica.

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Cracovia, 1959. I coniugi Boris e Maria Wydra, sopravvissuti all’olocausto (prima in un bunker di montagna e poi nascosti grazie all’aiuto di alcuni amici), sopraffatti dalla nuova, dilagante ondata di antisemitismo, dalle ristrettezze economiche e dai disordini politici decidono di emigrare nella British Columbia insieme alle due figlie: la tredicenne Ewa, promettente pianista, e la sorella Alina, di qualche anno più giovane. Eva Hoffman (dal cognome del marito, un fellow student con cui rimane sposata dal 1971 al 1976), è brillante studentessa premiata con numerosi riconoscimenti e borse di studio. Si laurea alla Yale School of Music e ad Harward; diviene insegnante di letteratura inglese e di creative writing presso diverse università, poi editor e writer per il The New York Times e ancora autrice di testi per la BBC Radio. Vincitrice di numerosi Award per i suoi lavori e per l’impegno nel mondo delle arti e della cultura, da 30 anni vive a Londra.

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“Per tradurre una lingua o un testo senza alterarne il significato bisognerebbe trasportare anche il pubblico.”

Le questioni che la Hoffman solleva sono parecchie e sarebbe ingenuo pensare di poter raccogliere qui tutte le suggestioni che “La lingua del tempo” porta con sé. Il punto più importante a mio avviso, il cardine intorno a quale si sviluppa l’impianto narrativo del testo (e per questo lo cito qui) è il privilegio dell’intelligenza e del talento. Quell’immunità che fa di Ewa e della sorella (costrette perfino a cambiare nome, nell’ottica di una più rapida inglesizzazione – “Il mio non è stato un problema, Ewa in inglese diventa Eva, che è la stessa cosa, ma a mia sorella Alina è toccato Elaine”) due corpi in perenne stato di estraneità: favorite e incoraggiate dalla comunità scolastica e dall’ambiente scientifico e letterario, lontane dai traumi del bullismo e dell’esclusione (ad esempio quella economica, grazie alle sovvenzioni ricevute per merito), tuttavia in equilibrio perpetuo e precario tra il riconoscimento legittimo di una capacità e lo sguardo, un poco meno legittimo, dell’“esotico ed erotico”. Sarebbe però un errore enorme – benché certe corrispondenze siano innegabilmente evidenti – leggere le vicende della Hoffman, figlie di un ben preciso momento americano, con gli occhi della contemporaneità. Hoffman per prima ci mette in guardia da questo pericolo (“Poiché ho imparato sulla mia pelle la relatività dei significati culturali, non posso mai assumere una serie di significati come definitiva.”), fornendoci nel contempo la chiave di lettura esatta, quella della contestualizzazione, attraverso cui recuperare il senso di queste pagine che occorre trattenersi dal piegare a proprio favore, né in un verso né in quello opposto, proprio perché “La normalità non deriva da una norma convenzionale ma da questa conoscenza delle proporzioni.”

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“La lingua del tempo” è, si diceva, un memoir – strutturato in tre parti. Uno dei pregi dell’autrice è la capacità di modulare il linguaggio, che porta con sé anche le tecniche dell’osservare e l’interpretazione del reale, in base ai differenti archi temporali. Senza mai risultare stucchevole, Hoffman affida alla prima sezione, “Il paradiso”, lo sguardo dell’infanzia a Cracovia che illumina il paesaggio di luce violenta e passionale. Questo modo di raccontare la prima età tuttavia non limita né manipola l’osservazione, che rimane sempre giusta nei riguardi di una realtà sicuramente favorita all’interno della quale, tuttavia, quel che si potrebbe definire “privilegio” non è altro che un traballante predellino sospeso sulla miseria per non più di qualche centimetro.

“Abbiamo avuto il permesso di portare con noi il pianoforte, anche se fa parte della categoria di oggetti che andrebbero lasciati al patrimonio nazionale.”

[Mi appunto qui un’ulteriore suggestione per questa prima sezione: “Andiamo all’opera, a teatro e al cinema – tutte cose accessibili a poco prezzo – e spesso andiamo a trovare gli amici.” – il punto della cultura diffusa che permea la Polonia rurale e urbana, senza distinzione alcuna. Quell’“a poco prezzo” che in specie oggi, nel post covid apocalittico dello spettacolo in ginocchio, dovrebbe spingerci a molte e non scontate riflessioni.]

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“Vancouver non sarà mai per me il luogo più amato, perché è stato qui che sono cascata fuori dalla rete del significato nella leggerezza del caos.”

Nella seconda parte, ”L’esilio”, a far da padrone è il sentimento dello sradicamento che è linguistico – proprio del non capire – e di conseguenza culturale e valoriale. Predomina il racconto di episodi adolescenziali tra vita scolastica e prime amicizie, in una tensione continua fra desiderio di intimità e condivisione e, all’inverso, la spinta inevitabile all’isolamento. Il punto di questa seconda parte è evidenziare la mancanza degli strumenti di confronto, comunicazione, interpretazione del reale. Perché la fondatezza dell’infanzia spartita (i programmi in tv, il cinema, la storia americana, le tradizioni, la politica) crea il substrato sul quale è possibile ancorare il ponte dei legami extrafamiliari – possibilità fuori discussione per l’immigrato.

“A parte le infinite varietà di articoli di vestiario, macchine e piscine, non ho idea dei beni che questo continente è in grado di offrire. Non so che cosa si può amare qui, che cosa si può assorbire fino a considerarlo intimamente proprio. In seguito, quando si romperanno gli argini dell’invidia, la mia gelosia andrà soprattutto a quelli che, in America, hanno avuto un senso di appartenenza al luogo.”

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Con la terza parte, “Il nuovo mondo”, il racconto di episodi e aneddoti specifici si restringe attraverso una rarefazione discreta che lascia spazio, mediante accenni a eventi di svolta nella vita personale dell’autrice utilizzati come ganci narrativi, a una sorta di esposizione teorica che assomiglia da una parte alla summa delle riflessioni dell’autrice, ormai adulta e affermata, (riflessioni che per la prima volta, sempre secondo il principio dell’adattare linguaggio e svolgimento tematico al tempo narrato, si direbbero complete, strutturate) dall’altra a manifesto di un certo modo – forse l’unico possibile – di intendere il nodo dell’emigrante, tra assimilazione e conservazione del proprio nucleo identitario.

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L’aspetto più fortemente analizzato, sul quale l’acuto spirito di osservazione della Hoffman si infrange con violenza di tempesta rivelando la passione viscerale (tutta europea!) per l’approccio maieutico e l’afflizione che deriva dall’esperienza familiare, è quello, appunto, dell’identità. “La lingua del tempo” in questo senso è, sostanzialmente, un trattato sull’identità individuale che riconosce nell’ambiente circostante una delle variabili fondamentali – forse l’unica – capace di formare l’individuo. In questo sistema-identità si esplica la dicotomia (ricordiamo, siamo a cavallo degli anni ’70) tra lo sguardo europeo, per il quale “una personalità è una cosa che ci si limita ad avere”, e quello profondamente americano, all’interno del quale i vari soggetti “si vedono come i pellegrini di un cammino interiore, eroi ed eroine di un dramma psichico”.

“La lingua del tempo” è, per impostazione consapevole, un memoir lontano dall’intento didascalico tipico di certe narrazioni caduta-e-resurrezione a cui ci ha abituati la retorica d’oltreoceano; ciononostante, non nego che per certi versi mi piacerebbe concludere questa riflessione con lo spoiler del sì, l’autrice ce l’ha fatta, missione compiuta, integrazione completa, identità personale conservata. Ancora una volta però è la stessa Hoffman a prenderci per i capelli:

“Forse perché sono stata bombardata da tanti cambiamenti, ho bisogno di distinguere con precisione fra veri arricchimenti della conoscenza e pericolosi viaggi all’avanscoperta. Ho paura di arrischiarmi oltre le mie possibilità, ho paura delle false trasformazioni. Quello che conta per me in questo momento non è quanto riesco a uscire da me stessa, ma quanto riesco ancora ad assorbire veramente.”

Ancora:

“Io a volte mi sento tradita da questa miscela di rigide convinzioni e trasformismo, perché rende i miei compagni sfuggenti, avvolti come sono nella nebulosa delle ideologie e delle dichiarazioni di principio; mi riesce difficile distinguere fra mode e fedi sincere, le convinzioni appassionate dai dogmi di comodo. (…) Paradossalmente uno degli indizi della mia non completa assimilazione è la nostalgia residua – che tanti miei amici trovano francamente sconveniente, come una confessione di vergognosa debolezza – per qualcosa di più stabile, per un radicamento meno faticoso, una patria.”

“Ho la disgrazia di vedere la griglia delle persuasioni generali stampata sopra ogni singola personalità, di vedere la dipendenza dall’ideologia collettiva laddove ci dovrebbe essere solo il libero gioco della soggettività.”

E infine:

“Nella mia vita pubblica, di gruppo, finirò probabilmente per trovarmi sempre nelle fessure fra culture e subculture, fra gli scenari delle fedi politiche e i credo estetici. Non è poi il peggiore dei posti: ti permette di guardare il mondo da una prospettiva diversa.”

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Note all’edizione. “Lost in translation: Life in a new language” appare per la prima volta nel 1989. Viene pubblicato in Italia nel 1996 da Donzelli col titolo “Come si dice”. Ora viene riproposto dalla casa editrice Il Margine (da poco parte di Edizioni Centro Studi Erickson), sempre nella traduzione – rivista – di Maria Baiocchi. Ringrazio Il Margine per questo invio: “La lingua del tempo” è un libro del cuore che senza l’aiuto di cari amici non avrei mai scoperto: sarebbe stato per me non solo un gran peccato ma anche una vera mancanza.

“Quelli che non capiscono il passato possono essere condannati a ripeterlo, ma quelli che non lo ripetono mai sono condannati a non capirlo.”

“Solenoide”, di Mircea Cărtărescu (trad. Bruno Mazzoni)

Avvertenza: il post che segue ha un impianto stilistico e argomentativo un poco diverso dal solito. Si tratta infatti di un consiglio di lettura che avevo preparato per la pubblicazione on-line su un sito di recensioni molto più gagliardo del blog di ADC. Poi però, a seguito di alcune difficoltà sulle tempistiche e sullo spazio a disposizione, non è stato possibile procedere. Sicché lo lascio qui – emendato di sfumature marginali – a uso e consumo di chi abbia voglia di leggere queste righe minime.

*

Malgrado la mole e l’argomento non proprio spensierato, mi trovo a consigliare la lettura di “Solenoide”. A giustificazione potrei raccontarvi di Mircea Cărtărescu, pluripremiato autore romeno in odore di Nobel, della sua penna che riporta a Bolaño e Kafka e di questo “Solenoide” quale “iper-libro capolavoro” che in 937 pagine rappresenta la somma di un modo di fare letteratura specifico, viscerale, mitteleuropeo ai confini dell’impero. Oppure potrei dirvi che “Solenoide” va letto perché costringe all’utilizzo del dizionario, per tutte le parole sconosciute in cui vi imbatterete.

“Solenoide” è infatti il racconto di come il linguaggio rimanga, pur nella fallibilità, strumento fondamentale per comprendere il mondo. Attraverso le vicende anonime, sublimi nella loro veridicità, di un anonimo professore di romeno all’interno di un anonimo istituto scolastico alla periferia di Bucarest, Cărtărescu ripercorre il tentativo antropico di andare oltre, alla ricerca – discesa in un cuore di tenebra – di una verità cosmica quadrimensionale che di volta in volta può assumere le sembianze di una scoperta scientifica (gli studi di Tesla sui generatori di campo antigravitazionale), di un’equazione matematica (Boole e il cognato Charles H. Hinton col suo tesseratto, nonché il collega Edwin A. Abbott con “Flatlandia”), di un’opera letteraria (una delle figlie di Boole, Ethel, autrice del romanzo “Il figlio del cardinale”, lettura obbligata nei paesi dell’est sovietico per via di una reinterpretazione marxista della vicenda ambientata nell’Italia risorgimentale), di una spinta mistica (il marito di Ethel, Wilfrid Voynich, scopritore del “manoscritto Voynich”; i trattati sull’onirico di Vaschide).

La narrazione bucarestina della Romania satellite, che abbraccia il trentennio 1950-80 senza cedere al guilty pleasure retronostalgico, il flashback, il flusso di coscienza e il punto di vista personale lontano dall’immedesimazione eppure collettivo ci mostrano come l’essere umano sia inevitabilmente connesso a esperienze e contesto – finanche a quelle del dolore fisico e del disagio mentale (ecco il perché del “non proprio spensierato” di cui sopra). Mi sembra veramente doveroso tornare a quel non proprio spensierato dell’inizio: “Solenoide”, infatti, ci parla – anche – di sogni, visioni, momenti dissociativi e condotte che se fossimo su “Science of stupid” sarebbero marchiate col bollino del “do not try this at home”. Quindi durante la lettura usate attenzione e distacco perché, come racconta Cărtărescu, “nessun romanzo ha mai mostrato una strada da seguire, ma assolutamente tutto viene riassorbito nell’inutile nulla della letteratura”: piuttosto, leggere grandi autori significa imparare a parlare di noi stessi, a creare margini di contestualizzazione, a conservare la memoria della Storia – di qualsiasi genere, forma o sostanza essa sia composta.

Nota: se desiderate qualche riflessione in più sui temi, lo stile e la poetica di Cărtărescu in “Solenoide” (insomma su tutto quel blabla che siete abituati a trovare qui sul blog), ho l’ardire di rimandarvi alle storie Instagram (@appuntidicartaadc) – è tutto nei circoletti in evidenza.

“La casa di Shara Band Ong”, di Mariza D’Anna

“Negli anni più vicini alla nascita, quelli che appartengono al tempo della conoscenza involontaria, i ricordi sono ombre spodestate dal presente che avanza rapido verso il futuro. Via via che gli anni passano e il tempo della vita si accorcia, le tracce del passato riaffiorano come cicatrici e, come reperti di un altro tempo che era stato abitato da noi, sollecitano domande, scavano tunnel nella memoria e sono capaci di fare rivivere persone che se ne sono andate per sempre.” (kindle 323)

Alla ricerca di testi che mi raccontassero l’epoca del colonialismo italiano sono inciampata in queste pagine – che non conoscevo. La piccola curiosità è che non ho memoria di come io sia finita sulla strada di Shara Band Ong: credo di aver recuperato il titolo da Twitter, consigliato dalla mia bolla: ho pure cercato di ripescare la storia di questo ritrovamento ma non ho avuto successo il che è indice, se mai fosse necessario ribadirlo, del fatto che i libri camminano su strade misteriose e si palesano a noi unicamente nei modi che ritengono opportuni.

Màrgana è una piccola realtà editoriale trapanese che si occupa di dare visibilità ad autori e autrici della terra di Sicilia in grado di raccontare oltre alla proprie storie personali anche quella più ampia – Siciliana e Italiana – che le include. In questo contesto si inserisce l’opera di Mariza D’Anna, nata a Trapani nel 1962 ma trasferitasi subito a Tripoli dove visse con la sua famiglia fino al 1970. Da questa esperienza di fanciullezza tripolina è nato nel 2017 “Il ricordo che se ne ha”, un libro di memorie che, recuperando fotografie e oralità di ricordi tramandati, ricostruisce l’impresa di tutti quei coloni italiani che si trasferirono in Libia sotto l’egida del colonialismo fascista – di cui D’Anna non tace le brutalità. Se ne “Il ricordo che se ne ha” D’Anna racconta dei bisnonni, in “La casa di Shara Band Ong” ritrova il tassello mancante della propria infanzia e degli anni giovanili di tutti quei ragazzi italiani nati e cresciuti in Libia tra il 1950 e il ’70 – momento in cui il lungo regno di Idris al-Sanusi fu interrotto dal colpo di stato guidato da Gheddafi, che diede il via alle confische dei beni degli italo-libici, e alla loro espulsione.

“Era un piccolo condominio delle Nazioni Unite. Ai lati della corte di aprivano quattro archi, dai quali si accedeva agli appartamenti, due per piano, fino ad arrivare al quarto, che ne aveva solo uno e che confinava con un terrazzo in parte coperto.” (1698)

“La casa di Shara Bang Ong” è un racconto molto intimo. Basandosi su foto di famiglia – la propria e quella degli amici di famiglia, dei compagni di classe, dei parenti – Mariza D’Anna tramite la piccola Tea, suo alter ego, costruisce un memoir a episodi in cui la cronologia scivola in secondo piano rispetto al ricordo. Così come avviene sfogliando un blocchetto di istantanee recuperato in cantina, allo stesso modo D’Anna estrae le carte dal mazzo; racconta l’amicizia con il coetaneo arabo, vicino della porta accanto, con cui condivide i pomeriggi nel cortile interno della grande casa multietnica sotto lo sguardo della tata Fatima intorno alla quale tutti i bambini della casa si radunano a cantare filastrocche, quella con Micio, il figlio unico dell’addetto al consolato russo del primo piano, gracile e spesso scambiato per una femmina per via dei capelli lunghi e quella con l’amica di scuola, sofferente per un autismo non identificato. Riporta alla luce quella giornata trascorsa con sua madre al suq, alla ricerca di un regalo da inviare a una parente, o le gite al negozio del signor Bagdalli – primo piano, moglie e due figlie – il proprietario (ebreo) di un negozio di elettrodomestici molto fornito. Come fa il prestigiatore con il coniglio, così D’Anna estrae dal cappello le estati passate dalle suore, nella colonia di Gargaresc in cui venivano ospitati bambini di ogni etnia e religione e i più ricchi pagavano il soggiorno ai bisognosi; oppure il ricordo del dottor Ferrari – secondo piano – medico all’ospedale di Tripoli e, ancora, le giornate di vacanza passate nella tenuta di Biar Miggi tra il grano e le piante da frutto – e di quelle mattine in cui il nonno caricava tutti loro, bambini della tenuta, cugini, nipoti, figli dei dipendenti, su una jeep scalcagnata e li portava a scivolare lungo le dune del deserto. D’Anna racconta di vestiti sontuosi, perline, veli multicolori in un tripudio promiscuo di pasta al sugo e sensemyia, di dolcetti americani, gelati e mluza in cui tutto, dall’abbigliamento alle giornate di festa, dalle pietanze ai giochi in cortile era una giuliva baraonda di lingue, tradizioni, dei e preghiere.

Ne esce il quadro di un’infanzia magica e irripetibile come sanno esserlo quelle età di sentimenti molto intensi. Un’infanzia aperta, come gli usci di Shara Band Ong, e scevra da qualsiasi pregiudizio: un mondo primitivo in cui le suore recitavano il corano prima d’ogni pasto e a nessuno, di fatto, importava molto né di politica né di religione. I fantasmi però restano sempre ben presenti ed è questo punto a validare i temi e la scrittura di D’Anna.

“Agli inizi del ‘900 gli italiani avevano conquistato il Paese con il sangue, perpetrando un genocidio che aveva fatto migliaia di morti incolpevoli tra la popolazione civile e quasi venti anni dopo, con l’aiuto degli italiani che prima l’avevano ferita a morte, usciva dalla sua arretratezza economica e culturale e iniziava a prosperare.” (373)

“La colonizzazione iniziata i primi del Novecento, che aveva raggiunto il culmine nel 1938 con i ventimila italiani sbarcati a Tripoli, era stata una pagina dolorosa per il popolo libico, condannato a violenze e torture in balìa di un conquistatore spietato.” (535)

Da una parte infatti c’è il sentimento della nostalgia personale di cui il testo è permeato – rimpianto per un passato da cui si è stati strappati, impossibile da recuperare. Uno degli argomenti su cui si insiste è proprio la fisicità di questo spazio trascorso, quella “roba” che giace nella polvere di Shara Band Ong – tegami, giocattoli, bambole, libri di scuola, vestiti, dischi – e che nessuno potrà più avere indietro. Sradicamento che si rivela monito severissimo, sia perché ricalca quello delle deportazioni perpetrate dal regime durante gli anni della conquista libica, sia perché segna i prodromi di un futuro italiano segnato dai campi profughi in cui al momento del ritorno i tripolini vennero stipati, dalle ristrettezze economiche conseguenti alle confische e soprattutto dalla diffidenza con cui gli italiani di Libia vennero accolti in patria. Dall’altra parte, dicevamo, è sempre evidente, specie nel racconto dei padri, la consapevolezza del senso di colpa: la coscienza che viene dal vivere un quotidiano di indiscussa agiatezza i cui piedi sprofondano nelle rovine di uno sterminio al quale, di fatto, figli e nipoti non hanno mai preso parte ma di cui hanno potuto sfruttare le conseguenze.

“Negli anni Sessanta era stato introdotto l’insegnamento dell’arabo nelle scuole elementari italiane, erano i primi passi verso un nuovo concetto di integrazione che si andava diffondendo sul piano istituzionale e non più soltanto nei rapporti sociali, capace di avvicinare due culture distanti tra loro” (2056)

“Vittorio aveva conosciuto Dante a casa di amici comuni; tra una parola e un’altra si erano ritrovati a discutere sui modelli di insegnamento delle scuole italiane nel nord Africa che nei loro programmi prevedevano solo poche ore di lingua araba, non agevolando così il processo di integrazione tra le due comunità.” (2698)

Sono molti i temi affrontati da Mariza D’Anna. Oltre, per esempio, a quello dell’integrazione attraverso l’istituzione scolastica, “La casa di Shara Band Ong” è anche una storia di donne e mamme. A partire dalla nonna Teresa, siciliana “del suo tempo” che, in un’epoca in cui alle donne era fatto dovere l’accudimento di casa e famiglia, pur con tre figli si dedicava alla socialità e agli svaghi con le amiche e con il marito, quando era di ritorno “dall’Africa”. Pettegola, altezzosa, elegante, accentratrice, è la donna da cui la figlia Adele fugge, maritandosi con Vittorio e trasferendosi a Tripoli dove entrambi si dedicano all’insegnamento. Adele che, pur nel tentativo di emancipazione che comunque porta frutti in specie nell’educazione dei due figli Tea e Aldino, conserva in sé (verrebbe da dire interiorizza) quei tratti di sottomissione all’autorità patriarcale che, messi in atto col padre, vengono poi recuperati in parte anche nei riguardi del marito con il quale, tuttavia, già affiora una minima ma intransigente, ostinata opposizione, mitigata dall’affetto e dall’intelligenza di Vittorio che specie nei confronti della figlia sarà in grado di utilizzare ben altri parametri di giudizio rispetto all’eredità familiare.

Questa è la storia di un post fantasma

Ovvero il post mensile di recensione – nello specifico la recensione-approfondimento di Aprile, del mese che avrà termine tra dieci minuti scarsi; a meno che io non decida di fare la furbetta e recuperare questo spazio, modificarne il titolo, buttarci dentro qualche parola.

Ma poi, in questo mese di zona rossa, ho letto dei libri di cui sarebbe interessante parlare qui sul blog? Sì, almeno un paio – ma non li ho finiti. E su questi due o tre ancora non sono riuscita a informarmi bene – con precisione, perché non sono libri facili e nel caso in cui se ne voglia parlare, bisogna usare contezza. Ne ho letti pure anche altri che ho lasciato a metà e alcuni di cui ho letto soltanto pochi capitoli perché no, impossibile andare avanti.

Insomma le letture di questo 2021 camminano col passo del gambero, hanno il singhiozzo, si infrangono e si rompono.

Anche il Twitter è complicato da gestire per via di un certo livore perenne che avvelena le conversazioni – o di converso le inzucchera con la finta accondiscendenza della piaggeria; le presentazioni on line scarseggiano, le nuove uscite sono celebrate tutte indistintamente con gran spesa di intento tanto che non è più possibile comprendere cosa sia valido e cosa invece no. La critica negli inserti culturali è morta – ammazzata un po’ dai suoi stessi virtuosismi elitari e sterili, un po’ dalla bagarre sul politicamente corretto, un po’ dal sito del Libraccio che a 4 ore dall’uscita del caso letterario dell’anno ne vende un paio di copie “usate ma intonse”. Un momento complicato insomma, Vediamo come saprò gestirlo, non lo so nemmeno io. Cinque, quattro, tre, due, uno, buon primo maggio.

“L’arte del buon uccidere”, di Piersandro Pallavicini

“Allora ci troviamo e facciamo aperitivo…” geme indomito il cretino.

Scaraventatelo sotto un tram.

Prendiamo un aperitivo” gli urlerete mentre le ruote d’acciaio lo stritoleranno. “Beviamo un aperitivo. Facciamo aperitivo, bestia, mai!”

Poi tornate in voi leggendo un qualunque libro di Arbasino. (pag104)

“L’arte del buon uccidere” è un’ode accurata al principio della giusta misura.

Si tratta di ventun capitoletti – ognuno dedicato al (o alla) rompiscatole di turno e al modo più conveniente per procedere con l’eliminazione fisica del soggetto in questione – intervallati da ancor più minuscoli e graffianti “raptus”, in cui più che alla genialità della maniera si bada alla fulmineità dell’ammazzamento.

Una gioia di risate caustiche e finissime in cui ce n’è per tutti: dal vicino saputone e odiatore seriale alla coetanea ex sessantottina che ora, regina del Lamento Continuo (“LC”!), brontola senza sosta perché il capo le fa saltare la mezz’ora del pranzo (proprio a lei, che ha trent’anni in azienda), dalle telefonate chilometriche della signora extracomunitaria in corriera – col viva-voce sempre inserito a manetta – al fattorino sudamericano col quale il confronto verbale risulta impossibile per via dell’irrimediabile discordanza degli idiomi.

Attraverso queste brevi storielle P. Pallavicini rivendica l’importanza della risata, uno spazio mi vien da dire sacro in cui il comico e l’ironico – anzi l’autoironico – quando rispettosi della forma e dell’equilibrio diventano uno dei modi speciali in cui gli esseri umani si rapportano tra loro.

“D’altronde la caratteristica fondante del Rigor Mortis, oltre alla patologica incapacità di rendersi conto di quando è ora di congedarsi, è una pronunciata ipocondria e, si sa, sono i maschi, tra i due sessi, a tenere alta la bandiera dell’autodiagnosi paranoide.” (pag111)

Saltano le riflessioni sulla fluidità di genere, in un testo in cui maschi e femmine sono tali proprio per caratteristiche si direbbero cromosomiche, senza paura di elencarle. Saltano le dinamiche del politically correct verso stranieri e vecchietti. Eppure quel che fa la differenza sta proprio lì: nel momento in cui, leggendo queste pagine, non vien fatta la tentazione di pensare ad altri (“Ecco zia Domitilla! Vedi, quello stronzo del mio capo! Uh, questo è proprio tuo fratello Giancarlo…”) ma al contrario scatta dirompente il panico della feroce autocritica (“Oddio, sarò mica io, la fissata del wi-fi che brandendo il cellulare, avvolta nel caftano bianco, s’incazza a lunghe falcate sabbiose con tutti quelli che c’hanno l’hotspot attivo sotto l’ombrellone?” – Risposta: sì, è ADC: se mi incontrate così, sulle spiagge di Jesolo Beach, abbattetemi).

Questo punto, quel che distingue la crassa risata da una seria riflessione sul comico che non può mai scindersi dall’autocritica è, dicevamo, quel che fa la differenza. In un mondo in cui vince chi urla di più, chi la spara più grossa, chi si secca per primo, chi s’impermalosisce per primo (anche per procura), Piersandro Pallavicini ci mostra ancora una volta come sia possibile, attraverso il rigore della forma in cui ci si adira (che è di fatto il contrario della sudditanza), essere liberi di esprimersi anche nelle proprie idiosincrasie: avendo ben cura di evitare tutto ciò che è troppo.

“Prima di compiere il sacrosanto benché poco misericordioso atto, occorre studiare a fondo tipologia e psicologia del rompiscatole che ci tormenta, per poi procedere alla sua eliminazione con grazia e intelligenza, utilizzando il metodo più consono.” (pag8)

La pena per contrappasso inflitta alle vittime prende quindi le fattezze di un omicidio rituale. Un luogo in cui l’immaginare non si fa certo realtà dei fatti ma al contrario argine: un what if che ci spinge a pensare non tanto al cosa potrei fare a chi quanto, di converso, cosa succederebbe se quello ammazzato fossi io.

“Quelli che, invece, all’inizio dell’epidemia prendevano per i fondelli chi si preoccupava ed erano tutto un ‘mannò, è solo un’influenza un po’ più fortina’. Chiudeteli in una gabbia con una tigre. Se ne lamenteranno, spaventati. Voi ditegli così: ‘Mannò, è solo un gatto un po’ più grossino’.” (pag164)

Nota. Sono fortunata: ho amiche speciali che sanno regalarmi proprio quelle pagine che – loro lo sanno sempre – mi faranno contenta.

“Il futuro di un altro tempo”, di Annalee Newitz (trad. Annarita Guarnieri)

“I miei sforzi per modificare la linea temporale non erano niente a confronto di quello che facevano le persone per cambiare il proprio tempo con qualcosa di così semplice come le elezioni”.

Per raccontare chi sia Annalee Newitz non sarebbe sufficiente nemmeno un post dedicato. “I write about science, culture, and the future” scrive nella sua biografia on line e già il fatto che riesca a condensare in tre parole la sua vita da giornalista esperta di scienza e tecnologia, scrittrice, attivista lgbt+ può dare l’idea della complessità e della versatilità di questa autrice. Opinionista sul New York Times, fondatrice di io9 (uno dei più quotati blog di scienza/fantascienza), autrice di saggi e racconti pubblicati su Wired, Popular Science e diversi quotidiani, è finalista al Premio Hugo 2018 con il suo primo romanzo “Autonomous”, che racconta un futuro terrestre a noi sorprendentemente vicino nel quale si combatte per la legalizzazione di alternative economiche che possano rendere pubblica l’accessibilità a farmaci costosissimi. In “The Future of Another Timeline“, uscito nel 2019, Newitz si dedica alla teoria dei viaggi nel tempo e, sempre nel solco della speculative fiction, alla rappresentazione di realtà ucroniche.

“Il futuro di un altro tempo” è un racconto complesso di piani temporali sfalsati, all’interno dei quali ognuno fa del suo meglio (o del suo peggio) per modificare a proprio favore la linea temporale. Questo è possibile grazie all’esistenza di cinque misteriose “Macchine” presenti sulla Terra sin dalla preistoria, che permettono il ritorno nel passato e di conseguenza la correzione o addirittura la cancellazione di micro e soprattutto macro-eventi. “Il futuro di un altro tempo” però non si concentra tanto su episodi di vita personale (ai quali però torneremo*) quanto su momenti chiave legati a sociopolitica e questioni di genere.

La vicenda di questo gruppo di viaggiatrici del tempo, impegnate a reintegrare memorie perdute o cancellare ingiustizie compiute nel nome dell’omofobia, del patriarcato e del maschilismo – il suffragio universale, il diritto all’aborto, il divieto di istruzione universitaria per le donne, per esempio – mostra due questioni ben espresse quasi a formare un manifesto. Da una parte c’è l’impossibilità di modificare grandi eventi del passato agendo unicamente sull’essere umano che li ha prodotti (per esempio: assassinare Hitler per evitare lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale – nb. di questo sistema del “Grande Uomo” si era occupato, tra gli altri, anche Stephen King con 22/11/63, speculative fiction sulle “stringhe temporali” in cui il protagonista, viaggiatore nel tempo, si impegnava a evitare la morte di Kennedy). Questa incapacità di modificare il passato (che, scriveva King, rifiuta il cambiamento – quasi sia organismo vivo e senziente che con tutte le forze si oppone alla modifica del sé) rivela la necessità di lavorare, piuttosto, su tutti i piccoli accadimenti quotidiani. Indicazione forte e programmatica di quel che dovrebbe verificarsi nel nostro presente, come a dire che il cambiamento si costruisce ogni giorno, specie tra i giovani, nell’aula di scuola come nei rave-party in giardino. Il secondo punto è in parte conseguenza del primo e sua emanazione: se poniamo a cardine il cosiddetto rifiuto della “teoria del Grande Uomo” viene da sé la profonda condanna di ogni tentativo di rivolta violenta. Ciò porta a due corollari: in primo luogo la definizione dell’attivismo per le questioni di genere, all’interno delle quali la lotta armata non è mai opzione perché di fatto apre a ulteriori violenze, e la questione del ricordo e della cancel culture. Non a caso una parte fondamentale del libro è dedicata al racconto della memoria (i “manoscritti della caverna”) e queste parole – in tradizione orale e scritta – segnano una verità universale: senza ricordo non c’è memoria, né riflessione, né consapevolezza.

“Era così che funzionava la revisione storica. Solo i viaggiatori presenti al momento della modifica avrebbero ricordato la versione precedente della storia”

“Il futuro di un altro tempo” è una lettura adatta a qualunque età. Costruito come un Young Adult incontra non solo quel pubblico giovane che vi trova spiegata bene, finalmente, la questione della sorellanza ma anche quel target costituito da chi, in età più matura, a quel mondo desidera avvicinarsi. Il lettore più smaliziato potrebbe rinvenire alcune semplificazioni, o quel modo di scrivere che talvolta predilige l’azione allo spazio descrittivo ma è proprio lì, nello sforzo che occorre produrre nell’avvicinarsi, che si rivela il modo in cui occorre procedere.

(*) > sottomette la famiglia utilizzando metodi coercitivi di violenza fisica e psicologica. Non c’è nell’autrice né il desiderio né il bisogno di enfatizzare gli accadimenti attraverso il meccanismo della pornografia del dolore – perché lo scopo è (finalmente) diverso: aiutare chi legge – specie adolescente – a riconoscere determinati atteggiamenti. Attraverso la presa di coscienza della protagonista, l’autrice mostra bene il modo in cui nelle famiglie dove si verificano abusi la situazione venga costantemente “normalizzata” e ridimensionata, in specie attraverso il metodo del victim blaming Altro punto sollevato dall’autrice è il meccanismo di negazione messo in atto dalla madre.

Spiace che Fanucci sia poco attiva sui social: sarebbe stato interessante approfondire questi punti – magari attraverso un incontro on line con l’autrice – perché “Il futuro di un altro tempo”, nonostante qualche refuso di troppo e una traduzione in certi punti un po’ traballante, è un bel libro che racconta il rischio della radicalizzazione. In ogni movimento, dentro ogni scelta, c’è quel limite, a dividere l’idea dall’ossessione e le pagine di Annalee Newitz sono per questo da rispettare, profondamente. E’ un peccato che questi testi vengano considerati alla stregua di opere di nicchia e non vi sia dedicato quel tempo di analisi e quella copertura media che invece meriterebbero. [Da sottolineare anche l’uso dello /ə/ (scevà) per la traduzione di pronomi, articoli e suffissi di genere non binario].

“Cuori vuoti”, di Juli Zeh (trad. Madeira Giacci)

“Chiunque abbia bisogno di un attentatore non è più costretto a rivolgersi a dei fanatici jihadisti con disturbo narcisistico, o a dei bambinoni con il feticismo per le armi né a degli psicopatici che odiano gli stranieri e le donne. Loro invece gli consegnano un martire formato professionalmente, rigorosamente selezionato, che desidera morire per un fine alto. Il Ponte ha messo fine all’anarchismo terrorista. Ci sono accordi fissi e un numero controllato di vittime. Con il tempo il settore ha aderito a questo modello di business.”

Quanto mi piace Juli Zeh. L’ho scoperta l’anno scorso in biblioteca, con “Turbine“, e poi ho camminato a ritroso per recuperare tutto il resto. Zeh è laureata in giurisprudenza e specializzata in diritto internazionale; viene da una famiglia in cui di politica si parlava a colazione (suo padre è Wolfgang Zeh, giurista ed ex direttore del Bunderstag) e da più di vent’anni scrive romanzi pluripremiati. E’ mia coetanea (Bonn, 1974) e forse è stato proprio il punto dell’età a incuriosirmi perché questa scrittrice possiede uno sguardo in cui mi riconosco: un piede di qui, nel lontano secolo scorso, e uno di là, in un futuro che di fatto mi appartiene poco e che osservo – come lei – mescolando la famelica curiosità allo scetticismo proprio dei diffidenti.

A me pare che “Cuori vuoti” possa essere ben identificato come una summa degli argomenti che a Juli Zeh interessano da sempre; se qualcuno mi chiedesse da quale titolo cominciare a leggerla penso che consiglierei di partire proprio da qui. Da questo futuro di pochi anni avanti a noi – il 2025 – in una Germania distopica in cui il BBB (“Besorgte Bürger Bewegung” ovvero “Movimento dei Cittadini Preoccupati”), spodestata la cancelliera Merkel, ha preso il potere e lavora alacremente per ripristinare un certo tipo di ordine novecentesco di non nuova fattura che ha come effetto collaterale – guarda caso – il progressivo allontanamento dei cittadini dalla vita politica, il pugno di ferro nei riguardi delle migrazioni, la creazione di un’eccellenza d’élite la cui costruzione parte sin dalla scuola. Nel resto del mondo, intanto, Trump ha vinto le elezioni, Putin è all’apice del potere e l’Europa si sta disgregando sotto il peso dell’inefficienza.

“(…) la folla che gridava «La Merkel se ne deve andare!» riunita davanti alla Cancelleria, il momento in cui Angela, dopo l’annuncio ufficiale dei risultati, era apparsa davanti alle telecamere e si era assunta la responsabilità dello straordinario risultato della BBB. Aveva unito le mani a forma di rombo e aveva dichiarato, con il suo tono pacato e leggermente bleso, che quei risultati elettorali non erano solo una catastrofe per la Germania, ma anche il fallimento della sua carriera personale. Tra i vari «Buuuh» di alcuni giornalisti presenti, alla fine la ex cancelliera era crollata. Una lacrima le era scivolata lungo il viso, mentre, cercando di evitare interruzioni, urlava al microfono: «Auguro al nostro paese, auguro a noi tutti, buona fortuna!». Poi aveva abbandonato il podio, con la testa china, e improvvisamente era apparsa terribilmente invecchiata.”

Il punto di forza di Juli Zeh non sta solo nella profonda conoscenza del sistema politico tedesco – la qual cosa le permette di modellare intrecci di genere legal thriller molto dettagliati – ma anche nella capacità di penetrare la scena privata: quel contesto intimo di rapporti familiari, in specie genitoriali, che aggiungono alla trama i tratti caratteristici del giallo psicologico. In questo modo, mettendo in scena, qui in “Cuori vuoti”, l’agiata realtà familiare di Britta – una manager sofisticata, sposata con un imprenditore e madre di una bambina di sette anni – Zeh riesce a coprire tutti gli argomenti che le sono cari: dalla spy story fino alle questioni filosofiche sollevate proprio dal thriller psicologico, ad esempio l’interrogarsi su ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, o sul sistema valoriale delle nuove generazioni, oppure ancora sull’etica del lavoro; senza dimenticare la riflessione, importantissima, sui pericoli delle derive democratiche.

“In verità la teoria tratta soprattutto del fatto che il capitalismo del corpo sia, in fin dei conti, un comunismo dell’anima.”

In questo tempo pandemico si parla spesso di distopia e il termine, ormai, rischia di essere abusato: in verità, non tutto ciò che è rappresentazione di un futuro alternativo merita automaticamente la definizione di distopico e non è nemmeno detto che una ricostruzione post-apocalittica, per dire, sia sufficiente a determinare di per sé la distopicità di un racconto. L’invenzione distopica esiste soltanto nel momento in cui, paradossalmente, lo sfondo si ritira perché a tener banco non siano tanto le descrizioni cataclismiche di manufatti umani sprofondati nelle sabbie quanto i punti di critica al sistema socio-economico che al mondo distopico ha portato e che in esso è reso fattuale: la crisi dell’attivismo politico individuale e della responsabilità civile collettiva, per esempio, o l’espansione delle correnti di pensiero esistenzialista, o ancora le conseguenze politico-sociali dei regimi fondati sul capitalismo. Juli Zeh di tutto questo ha gran contezza tanto che, con arguzia sottilissima, sceglie per “Cuori vuoti” un’ambientazione green che accosta – attraverso un sistema descrittivo molto vicino al Nature writing – le linee di pensiero del vivere suburbano e della prossimità territoriale all’idea di una città sostenibile e smart – ad uso e consumo di chi ha possibilità e diritto a goderne.

“Un paio di anni fa hanno fatto un’inchiesta», racconta Britta, «hanno chiesto alle persone cosa farebbero se dovessero scegliere tra il diritto di voto e la lavatrice».
«Cosa ne è venuto fuori?».
«Il sessantasette per cento ha scelto la lavatrice. Quindici per cento gli indecisi».”

La Germania di Juli Zeh è un mondo allo specchio all’interno del quale nessuno è chi crede di essere e nulla è come sembra; in un continuo gioco di rimandi, echi e memorie, pagina dopo pagina capita anche di dimenticarsi il fatto ovvio della distopia e proprio questo punto, l’esistere di quell’attimo – del passaggio tra la dimenticanza e il rinnovamento della presa di coscienza – rende il distopico di Juli Zeh così preciso, perfetto e terrificante.

Ringrazio Fazi Editore per l’invio dell’ebook.