“L’arte del buon uccidere”, di Piersandro Pallavicini

“Allora ci troviamo e facciamo aperitivo…” geme indomito il cretino.

Scaraventatelo sotto un tram.

Prendiamo un aperitivo” gli urlerete mentre le ruote d’acciaio lo stritoleranno. “Beviamo un aperitivo. Facciamo aperitivo, bestia, mai!”

Poi tornate in voi leggendo un qualunque libro di Arbasino. (pag104)

“L’arte del buon uccidere” è un’ode accurata al principio della giusta misura.

Si tratta di ventun capitoletti – ognuno dedicato al (o alla) rompiscatole di turno e al modo più conveniente per procedere con l’eliminazione fisica del soggetto in questione – intervallati da ancor più minuscoli e graffianti “raptus”, in cui più che alla genialità della maniera si bada alla fulmineità dell’ammazzamento.

Una gioia di risate caustiche e finissime in cui ce n’è per tutti: dal vicino saputone e odiatore seriale alla coetanea ex sessantottina che ora, regina del Lamento Continuo (“LC”!), brontola senza sosta perché il capo le fa saltare la mezz’ora del pranzo (proprio a lei, che ha trent’anni in azienda), dalle telefonate chilometriche della signora extracomunitaria in corriera – col viva-voce sempre inserito a manetta – al fattorino sudamericano col quale il confronto verbale risulta impossibile per via dell’irrimediabile discordanza degli idiomi.

Attraverso queste brevi storielle P. Pallavicini rivendica l’importanza della risata, uno spazio mi vien da dire sacro in cui il comico e l’ironico – anzi l’autoironico – quando rispettosi della forma e dell’equilibrio diventano uno dei modi speciali in cui gli esseri umani si rapportano tra loro.

“D’altronde la caratteristica fondante del Rigor Mortis, oltre alla patologica incapacità di rendersi conto di quando è ora di congedarsi, è una pronunciata ipocondria e, si sa, sono i maschi, tra i due sessi, a tenere alta la bandiera dell’autodiagnosi paranoide.” (pag111)

Saltano le riflessioni sulla fluidità di genere, in un testo in cui maschi e femmine sono tali proprio per caratteristiche si direbbero cromosomiche, senza paura di elencarle. Saltano le dinamiche del politically correct verso stranieri e vecchietti. Eppure quel che fa la differenza sta proprio lì: nel momento in cui, leggendo queste pagine, non vien fatta la tentazione di pensare ad altri (“Ecco zia Domitilla! Vedi, quello stronzo del mio capo! Uh, questo è proprio tuo fratello Giancarlo…”) ma al contrario scatta dirompente il panico della feroce autocritica (“Oddio, sarò mica io, la fissata del wi-fi che brandendo il cellulare, avvolta nel caftano bianco, s’incazza a lunghe falcate sabbiose con tutti quelli che c’hanno l’hotspot attivo sotto l’ombrellone?” – Risposta: sì, è ADC: se mi incontrate così, sulle spiagge di Jesolo Beach, abbattetemi).

Questo punto, quel che distingue la crassa risata da una seria riflessione sul comico che non può mai scindersi dall’autocritica è, dicevamo, quel che fa la differenza. In un mondo in cui vince chi urla di più, chi la spara più grossa, chi si secca per primo, chi s’impermalosisce per primo (anche per procura), Piersandro Pallavicini ci mostra ancora una volta come sia possibile, attraverso il rigore della forma in cui ci si adira (che è di fatto il contrario della sudditanza), essere liberi di esprimersi anche nelle proprie idiosincrasie: avendo ben cura di evitare tutto ciò che è troppo.

“Prima di compiere il sacrosanto benché poco misericordioso atto, occorre studiare a fondo tipologia e psicologia del rompiscatole che ci tormenta, per poi procedere alla sua eliminazione con grazia e intelligenza, utilizzando il metodo più consono.” (pag8)

La pena per contrappasso inflitta alle vittime prende quindi le fattezze di un omicidio rituale. Un luogo in cui l’immaginare non si fa certo realtà dei fatti ma al contrario argine: un what if che ci spinge a pensare non tanto al cosa potrei fare a chi quanto, di converso, cosa succederebbe se quello ammazzato fossi io.

“Quelli che, invece, all’inizio dell’epidemia prendevano per i fondelli chi si preoccupava ed erano tutto un ‘mannò, è solo un’influenza un po’ più fortina’. Chiudeteli in una gabbia con una tigre. Se ne lamenteranno, spaventati. Voi ditegli così: ‘Mannò, è solo un gatto un po’ più grossino’.” (pag164)

Nota. Sono fortunata: ho amiche speciali che sanno regalarmi proprio quelle pagine che – loro lo sanno sempre – mi faranno contenta.

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