“L’arte di legare le persone”, di Paolo Milone

Paolo Milone (1954) è psichiatra; comincia la carriera presso un Centro di salute mentale e poi, dal 1988 al 2016, esercita la professione nel reparto di Psichiatria dell’ospedale Galliera di Genova. Ha scritto “L’arte di legare le persone”, una raccolta di componimenti poetici in verso libero che raccontano, per piccole sequenze, tanti episodi della sua attività professionale.

“Poetica è la nostalgia, impoetica la depressione.

Poetica è la fantasia, impoetico è il delirio.

Poetico è il timore, impoetica l’ansia.

Poetico è il desiderio, impoetica la dipendenza.

La poesia non frequenta la Psichiatria, si ferma sulla soglia.”

Qui, Milone ci racconta che “L’arte di legare le persone” è tante cose – prima di tutto è l’ossimoro del dire in poesia che la malattia mentale non ha nulla di poetico. E che se si ravvede qualcosa di poetico lì, nel luogo in cui supponiamo viva e si nutra la bestia, beh allora quel che stiamo guardando è tutto fuorché malattia mentale.

“Se non hai mai provato il dolore psichiatrico,

non dire che non esiste.

Ringrazia il Signore e taci.”

Qui, invece, ci spiega bene il motivo per cui ad alcuni del mestiere delle lettere – e della psiche – queste pagine proprio non siano andate giù. “L’arte di legare le persone” non è un romanzo in poesia, non è Spoon River, non è un memoir strappalacrime, non è una collezione di vite fragili sulle quali poter adoperare il nostro migliore e più redditizio guilty pleasure. Queste pagine non sono altro (e ci piacerebbe fossero altro, ma no) che un resoconto molto lucido di come noi – noi quelli sani – intendiamo la malattia mentale e di come essa sia stata, sempre da parte nostra, quella dei sani, negata (nel nome di un “nessuno è normale” che di danni ne ha fatti parecchi) o, all’inverso, esaltata alla maniera di un dono degli dei grazie al quale l’essere umano, dallo scrittore alla pittrice, si trova in grado di esprimere se stesso come mai in alcun’altra maniera.

Con questa raccolta di piccoli e piccolissimi testi poetici (Milone li chiama “frammenti”, “mescolati, accostati per assonanza e per contrasto”) in verso libero, suddivisa in dieci sezioni ciascuna delle quali rappresenta un ambito di intervento, Milone racconta l’intero arco temporale della sua vita come psichiatra d’urgenza.

“E dopo tanti anni mi ritrovo ancora qui,

alle prese col dolore inutile.

Dolore che non insegna, non rigenera, non rinnova.

Non dolore di crescita ma di prigione.

Non dolore di potatura ma di morte.

Dolore che non finisce per guarigione, non finisce per necrosi e amputazione: non finisce mai.

Sia benedetto mille volte il dolore utile, sia maledetto mille volte il dolore inutile.”

Dai TSO della vita in reparto (“Reparto 77”) ai colloqui in libera professione (“La stanza del glicine”), dal dialogo con la giovane paziente Lucrezia alla cronaca dei recuperi per strada tra tossici e barboni, prostitute e transessuali, fino al capitolo struggente sulla difficoltà di separare l’uomo dal medico – la vita privata da quella professionale – Milone traccia le coordinate per un viaggio sempre più buio, verso quel cuore di tenebra che è il rapporto con “la signora”, quella che nella psichiatria arriva quasi sempre per mano del suicidio.

“Da parte mia, non ho bisogno di tante finezze:

quando la notte cammino nei corridoi dell’ospedale,

incrocio la Morte che mostra la faccia.

A quell’ora non procede rasente i muri, fa i suoi giri con passo sicuro.”

Gli acidi delle lettere hanno pensato – con giusta contezza – che Milone sia stato purtroppo in grado di segnare un prima e un poi: una ferita di crepaccio letterario che finalmente, al di là della poetica della psiche addolorata che tanto ha venduto negli ultimi anni, attribuisce alla malattia mentale la dignità dell’esistere. Gli acidi della psico-qualcosa hanno pensato – con giusta contezza – che Milone sia stato purtroppo in grado di svelare il grande inghippo della nostra contemporaneità: che “la psicoterapia trova un colpevole, la psichiatria ti fa restare vivo”. Con buona pace di chi non crede al potere salvifico di uno psicofarmaco o di chi è contrario ai metodi contenitivi (pure Milone lo è ma questo s’è fatto finta di dimenticarlo, in giro), o di chi salta sulla sedia quando gli si dice che (ndr: quando Milone dice che-) i manicomi hanno chiuso grazie allo sviluppo della farmacologia e per motivi politici più che per reale e concreta utilità sanitaria (ndr2: del fatto che il matto da allora in poi, salvo eccezioni, realtà virtuose o semplicemente situazioni favorevoli, sia stato completamente abbandonato alla cura domiciliare di genitori, fratelli, sorelle, mogli mariti e perfino figli – sempre più sfiniti e sempre più anziani – nelle narrazioni mainstream che tessono le lodi del manicomio chiuso non si fa cenno e invece oh sì, quante ne racconta Milone in proposito).

Il capitolo ottavo, “Legare le persone“, è il nodo incriminato e viene per ultimo perché al fine di introdurlo correttamente tutto il resto che vien prima è necessario a senso metodologico; necessario per comprendere che a essere accettata deve essere “la persona, non la malattia”, che il lavoro in psichiatria è un mestiere di equipe all’interno della quale il medico deve imparare a ricoprire un ruolo finanche secondario, che il coma farmacologico non è la soluzione, che lo stremo del “convincimento infinito”, in quel luogo della mente in cui il dire non ha più significato (sull’inaccessibilità al malato psichiatrico tramite il linguaggio c’è tutto un capitolo, “La parola è paglia”), non è sostenibile, né dal paziente né dal medico e che, udite udite, “Il metodo più semplice per non legare nessuno, è non ricoverare pazienti da legare”, trasformando la Psichiatria in Psicologia.

“Ma la violenza e la libertà sono tematiche psicologiche,

non psichiatriche.

Il paziente psichiatrico in acuto non concepisce il significato di violenza e libertà.

Per lui è più rilevante la tematica esistere o non esistere.

(…)”

“(…) dire a un paziente psichiatrico

che la malattia mentale non esiste

è come dire al paziente che quello che prova non esiste,

che lui non esiste.”

Qui è quando Milone ci dice che se al principio siamo partiti a sfogliare queste pagine col dir secco e sogghignato ecco vedi, forse questo è mio cugino, questa può essere la mia capa, o mio padre – bene, restiamo accorti, perché come nelle migliori tragedie s’inizia col ridere e si finisce a piangere: qui si arriva al pensare che questo, ecco, potrei essere io, e speriamo di no. Speriamo di no.

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