"Dovunque, eternamente", di Simona Rondolini

Spaventa, la calibrata lungimiranza di questo testo, finalista della XXVI edizione del Premo Calvino e menzione speciale della Giuria:

“Per l’originalità della struttura, per la competenza con cui affronta complessi temi musicali, psicanalitici e animalistici, per il pregio di dar voce a un sentimento lacerato dalla vita, per l’eccellenza della scrittura”

In terza persona è narrata la vicenda di Laura, unica figlia – prima studentessa universitaria, poi adulta – di Luigi e Olga Paliani: lui, famoso direttore d’orchestra; lei, celebre cantante lirica. 

“È una famiglia inusuale e complicata quella di Laura: si parla poco, e la musica, sempre al centro di tutto, sostituisce le parole, avvicina e allontana i tre. Specialmente Luigi, che dal confronto con l’arte dell’amato Mahler esce ogni volta spossato fisicamente e psicologicamente” (*)

Proprio al termine di un ciclo di concerti mahleriani il grande direttore cade vittima di uno stato di profonda depressione. La famiglia si disgrega di fronte al dramma: vengono interpellati i medici migliori, somministrate le medicine più all’avanguardia, annullati i concerti e le apparizioni in pubblico della coppia, modificati i ritmi e le abitudini familiari, ma il gorgo inesorabile del disagio psicologico inghiotte Luigi – e di riflesso, infine, anche sua moglie e sua figlia.

“Laura, in seguito a profondi contrasti con la madre, decide di lasciare casa, far perdere le sue tracce e iniziare una nuova vita in un’altra città (…). Poi un giorno un telegramma la raggiunge costringendola a fare i conti con tutto ciò che si è lasciata alle spalle” (*)

L’autrice affronta l’argomento della malattia mentale in tutta la sua crudezza e scabrosità, avendo ben cura di evitare l’autocompiacimento nel dipingere non solo i fenomeni ciclicamente depressivi del direttore d’orchestra Luigi Paliani ma anche e soprattutto il doloroso cammino auto-analitico della protagonista, di cui non ci troviamo mai, nemmeno per un attimo, ad invidiare lo status di ragazza interrotta
Sia perché Simona Rondolini non si mostra mai condiscendente verso alcuno degli aspetti più critici del percorso di crescita di Laura Paliani, piuttosto osservandone il succedersi con piglio decisamente esegetico, sia perché, di conseguenza alla praticità verso il disagio psicologico la cui scienza l’autrice padroneggia in maniera ineccepibile, la malattia mentale viene descritta per com’è, senza orpelli: subdola, serpeggiante, discontinua, e spesso nascosta alla vista – sia esterna (non vale insomma il vestirsi di nero o una vita bohémien, per evidenziarla e rappresentarla), sia interna, personale, fatta com’è spesso di eventi minimi, quasi irrisori che sovente non vogliono essere (o non riescono a essere) considerati pregnanti né da chi di disagio mentale soffre, né da coloro che lo compartecipano.
Per paradosso, questa studiata oggettività clinica nella descrizione, che pare così facile alla penna ma non lo è, a partire dalle scelte stilistiche e lessicali sempre accurate, mai né esageratamente minimaliste né stucchevolmente ridondanti, porta il lettore (ma anche l’autrice) ad una naturale empatia nei confronti dei personaggi principali verso i quali viene facile rapportarsi in un sentimento sempre com-passionevole e mai di giudizio critico.
Una famiglia particolare in cui i semi del disagio nascono presto e lentamente crescono nascosti nell’ombra, impercettibili ma costanti come solo lo sanno essere le creature vegetali nel loro sviluppo lento di mesi e di anni. Piccole schegge di vetri rotti che nessuno dei tre protagonisti è capace né di osservare né di comprendere in tutta la gravità che meriterebbero, in una serie ininterrotta di proiezioni del se stesso nell’altro, che lungi dal mostrare la verità dei fatti, la ingarbuglia ancora di più creando una mescolanza implosiva e letale di autogiustificazioni, di minimizzazioni o al contrario di amplificazione e drammatizzazione. 

“C’erano voluti tutti quei chilometri di distanza ma purtroppo è così che succede: fin quando ci stai dentro, a qualunque realtà ci si abitua e si finisce per trovarla normale” (p256)

“Dovunque, eternamente” è un’opera profondamente drammatica sia per la vicenda narrata, che pur di fantasia non manca certo di verosimiglianza, sia per il messaggio che veicola: l’assoluta impossibilità di una realtà oggettiva, di un unico punto di vista, di un criterio logico di scelta e discriminazione consapevole che possa portare al raggiungimento di un fine ultimo e perfetto, la piena realizzazione del sé. Ne è paradigma l’arte musicale di Mahler, materia che Simona Rondolini tratta con sensibile professionalità e che diviene parte necessaria nell’economia strutturale del romanzo – sia quando presente, sia ancora di più quando assente.


Ciò che rende il romanzo altamente commovente, non votato al pessimismo più nero ma ricco di speranza, è la risposta alla domanda principe che Luigi Paliani per primo, e poi Olga e Laura continuano a porsi – assieme all’autrice e al lettore – per tutta la lunghezza dell’opera (e anche oltre):

“Quel dovunque, eternamente non risolveva nulla. Finché durava la musica ci credeva, ma poi l’ewig rimaneva a fluttuare nell’aria, non più reale e neanche scomparso del tutto, oscillante fra se stesso e il proprio contrario: eternamente, mai più, eternamente, mai più” (p142) 

“Ce l’aveva a morte con tutti loro. Ce l’aveva con Mahler che aveva stregato anche lei, corpo e anima, con quell’ansia affamata di bellezza e quella sensualità tormentosa; e adesso che era incapace di sottrarsi, pretendeva di venderle sottobanco questo dovunque, eternamente come soluzione buona per tutti i conflitti, dopo che non aveva fatto altro che mostrarne l’insanabilità. Lei non la voleva, quella pacificata rassegnazione, se doveva morire per averla. Che se ne faceva? Lei voleva l’eternità subito, lì e allora, non in quella patria lontana di cui non voleva sapere niente. Non voleva sentirsi dire che fa male ma tutte le cose belle finiscono. (…) Il passato, il presente e il futuro li voleva sempre con sé, tutti insieme, non voleva rimpiangere né aspettare. E voleva con sé, per sempre, tutte le persone che aveva amato e che amava” (p143)

Se perseverare fino all’autodistruzione nella ricerca di una perfezione sconfinata nel tempo e nello spazio o accettare umilmente l’ideale adattato di una vita di necessità limitata dalla stessa condizione umana, questa è una scelta che spetta ad ogni individuo: un cammino profondamente intimo, da compiersi spesso in solitudine ma la cui destinazione finale deve essere condivisa con chi ci è più caro.

“Se per ottenere questo doveva annullare se stesso, ridursi a una forma tanto più permeabile quanto più indistinta, allora l’avrebbe fatto, qualunque presso ci fosse da pagare” (p84)

“Dopo un po’ smetti pure di roderti il fegato perché ti sono capitate delle brutte carte, e cominci a capire che è proprio il mazzo che è truccato. (…) Ogni tanto ti capita perfino di pensare che non in fondo non è tanto male, ma devi saperci fare” (p201-202)

Buona lettura 🙂

"Germania anni dieci", di Gunter Wallraff

Gunter Wallraff (Burscheid 1942) è giornalista e scrittore tedesco, noto a livello internazionale per i suoi reportage basati per la maggior parte sul metodo della notizia di prima mano ricavata da un’esperienza sotto copertura.
Figlio di un meccanico della Ford, appassionato di scrittura e giornalismo fin da ragazzo, operaio in gioventù e attivista politico – subì anche la reclusione in Grecia tra il 1974 e il 1976 – cominciò presto ad interessarsi al mondo del servizio di inchiesta testimoniando a soli vent’anni le difficili condizioni di lavoro degli operai della fabbrica ThyssenKrupp presso cui lavorava e raggiungendo poi la notorietà a seguito della pubblicazione di queste inchieste. 

Da qui, un escalation di narrazioni di impegno sociale e politico – sempre ottenute dall’esperienza diretta sotto copertura – volte a documentare alcune delle più difficili realtà professionali del Paese.
Si va dall’inchiesta Bild-Zeitung, nota rivista scandalistica che, secondo la testimonianza del giornalista, adottava metodi discutibili per ottenere il materiale desiderato, che poi veniva per altro pubblicato in maniera volutamente distorta, all’incredibile reportage “Faccia da turco” – divenuto un testo di valore internazionale – che riferisce dei due anni trascorsi alle dipendenze di un McDonald’s prima e poi della stessa Thyssen sotto il camuffamento di un emigrato turco.
Nel volume “Notizie dal migliore dei mondi” sono raccolte invece alcune delle inchieste a sfondo prettamente sociale (condizione degli immigrati, verifica delle realtà assistenziali di emergenza per senzatetto etc) che Wallraff realizzò per il settimanale Die Zeit a partire dal 2007.

In questo “Germania anni dieci” sono raccolte cinque storie di “ordinario malcostume tedesco” in fatto di lavoro e politiche sociali ad esso collegate. Wallraff, fattosi assumere come operaio (mentendo sulla sua età – da 70 a 50 anni – senza che nessuno si prendesse la briga di controllare seriamente documenti e referenze) presso un panificio industriale fornitore del colosso Lidl, testimonia una realtà disperata fatta di stipendi minimi, precarie condizioni igieniche, inesistenti misure di sicurezza tra esalazioni tossiche, piastre bollenti e panini ammuffiti. Medesima realtà ritratta ascoltando le numerose rivelazioni, anonime e no, dei dipendenti (baristas e Store Managers) degli Starbucksnazionali, vittime di turni h0-24 non stop (con relativo “pisolino” tra i sacchi del caffè nel momento in cui, in barba alle norme vigenti, non ci sia il tempo per tornare a casa) e mobbing aziendale nel caso di assenza per malattia o infortunio. Altro livello professionale ma identica condizione di sudditanza pratica e psicologica per i dirigenti delle ferrovie statali tedesche, o meglio per quelli tra loro non allineati con la recente politica di estrema espansione adottata attraverso la privatizzazione e l’esternalizzazione dei servizi core e delle infrastrutture, messa in atto dagli amministratori delegati e dal CDA di gruppo: si va dal mobbing professionale e personale (ottenuto anche attraverso lo spionaggio di emails e pc), alle minacce, ai demansionamenti. E su tutto, i ritardi sempre più frequenti – e gli incidenti, anche gravi – di cui sono vittime le migliaia di ignari (?) passeggeri che ogni giorno salgono su un treno DB o su un convoglio della metropolitana. Per non parlare del capitolo riservato al corriere GLS, i cui autisti, tra cui l’infiltrato Wallraff, assunti spesso attraverso subappalti in odore di criminalità, conservano nel cruscotto dei fatiscenti furgoni che sono costretti a guidare (e che lanciano a velocità folli lungo tutte le strade del Paese) casse intere di energy drinks e analgesici senza i quali non riuscirebbero a sostenere il peso psicologico e fisico di 15 ore di turni ininterrotti.

“Tutto quello che i colleghi in questo periodo mi hanno raccontato, la devastazione di corpo e anima che questo lavoro gli ha provocato… Credevo che dal primo capitalismo in poi cose del genere non esistessero più, o che si verificassero solo in quei continenti che noi definiamo <>” (p175: “Il Fardello dell’altro – autista e fattorino per il corriere GLS”)

Una Germania inedita, dunque, lontana dallo stereotipo di buona condotta a cui siamo stati abituati: perché se è vero che – ma altri dati sembrano smentire i comunicati ufficiali – il tasso della disoccupazione teutonica è il più basso di sempre e i numeri della produttività sfiorano il massimo europeo, è anche ormai assodato che l’obolo pagato per ottenere simili risultati ha la forma dei mini-jobs (lavori con uno stipendio massimo di 450eu/mese e con un monte ore – teorico naturalmente – di 15/week), del subappalto in mano a criminalità più o meno organizzata, di condizioni di lavoro precarie non solo dal punto di vista contrattuale ma anche da quello della sicurezza, dell’igiene e di stipendi medi che si aggirano sulla cifra limite di 4-5eu/h.

Realtà che Gunter Walgraff testimonia con lucidità e coerenza, certificate proprio dal metodo utilizzato, quello dell’esposizione in prima persona, che ne garantisce la veridicità. Un giornalista d’assalto che tuttavia, mantenendo il piglio del letterato, mai scade né in un facile paternalismo né in uno scontato populismo legato con filo doppio a contesti eccessivamente politicizzati – e da show televisivo.

Buona lettura 🙂

"Come fossi solo", di Marco Magini

Piace pensare (e avere poi anche conferma del fatto) che la letteratura italiana contemporanea sia ancora in grado di occuparsi della realtà delle cose. 

A MMagini si deve il coraggio di un esordio non convenzionale che pur rientrando a pieno titolo nei canoni della narrazione di fiction si inserisce con prepotenza all’interno di una tradizione giornalistico-documentaria di più ampio respiro. 

L’autore infatti si confronta con un fatto storico di clamorosa portata, la strage di Srebrenica del 1995 e il successivo processo ai colpevoli istituito dal Tribunale Internazionale dell’Aia, innestando su una trama per due terzi fittizia (ma assolutamente verosimile, poi si vedrà il perché) un enorme lavoro di documentazione storica durato più di tre anni, volto alla ricerca della verità dei fatti – e poi alla testimonianza e alla memoria – così come avvenuti nella loro orribile brutalità.  
Il che non vuol dire creare personaggi simulati per inserirli poi in un contesto storico, sociale e/o politico preciso e significativo, che quindi viene a ritrovarsi semplice struttura scenografica di appoggio utile unicamente allo sviluppo della trama, strettamente collegata ad essi e su di essi tailor-made; significa piuttosto raccontare una storia – anzi La Storia – innegabilmente costruita dagli individui, siano essi (nel bene e nel male, occorre sottolineare questo punto) protagonisti, comprimari o semplici comparse. Questo accade in “Come fossi solo”:  immaginarie sono le figure di Dirk, casco blu olandese di stanza a Srebrenica, e del giudice spagnolo Gonzales, inviato all’Aia in qualità di giudice internazionale nel processo Erdemovic. Drazen Erdemovic, appunto, il terzo protagonista, il personaggio più scomodo dei tre, e quello – l’unico – realmente esistito: un giovane serbo-croato che vede nell’arruolamento all’esercito serbo l’unica speranza per sopravvivere alla guerra e per salvare la moglie e la figlioletta di pochi mesi, nonché unico reo-confesso del genocidio e per questo condannato dal Tribunale Internazionale a dieci anni di carcere, poi ridotti a cinque.

Tre uomini, tre voci, tre simboli: chi c’era e ha partecipato, chi c’era e non ha potuto impedire lo svolgersi della tragedia, chi non c’era ma ha poi ricevuto l’investitura per giudicare l’accaduto. 
Magini non cede allo spirito giustizialista del romanzo (giallo) e non si accanisce sul colpevole: primo perché è ben conscio della linea che l’opera deve di necessità seguire, secondo perché di cattivi non ce n’è. O meglio, co-responsabili lo sono tutti: il protettore che anziché preservare l’incolumità di innocenti civili si fa inerme spettatore se non addirittura complice del nemico; la giustizia che al posto di cercare e punire i veri colpevoli (ricordiamo, ancora oggi tutti dediti al gioco del gatto col topo) si limita ad emettere una sentenza le cui motivazioni non sempre appaiono limpide e super-partes; il soldato inerme che, pur di salvaguardare la propria incolumità, si trasforma in carnefice, stupratore e pluriomicida. 

Da qui la necessità per l’autore di utilizzare il medesimo registro linguistico per tutti e tre i personaggi (scelta da alcuni giudicata inopportuna): per evitare un’eccessiva focalizzazione narrativa sul singolo, enfatizzando piuttosto – attraverso l’assoluta mancanza di retorica che il livellamento della lingua tiene efficacemente a bada –  l’unicità e la complementarità dell’esperienza dei tre protagonisti; esperienza che in questo modo risulta ampiamente credibile e assolutamente verosimile ma al contempo universale e paradigmatica. 

“L’imputato doveva essere assolto, ma la sentenza avrebbe dovuto porre l’accento anche su come un individuo maturi le sue scelte. Quella che noi siamo abituati a chiamare Storia non è altro che l’insieme delle azioni di grandi uomini, siano essi esempio di grandezza assoluta o sintesi di malvagità estrema. Ma il motore della Storia è un altro. Il motore della Storia sono i milioni di uomini che lottano con le loro inadeguatezze, con le loro paure e le loro ambiguità. Persone che non prendono decisioni nette, ma che fanno del loro meglio” (Giudice Romeo Gonzales, p179)

La profondità dell’opera naturalmente sta non solo nel tentativo di offrire una chiave di lettura veritiera e utile per interpretare un fatto storico recentissimo su cui l’Europa pare non aver riflettuto ancora a sufficienza,  ma anche in quello di porsi con occhio critico di fronte al ruolo che le organizzazioni internazionali hanno ricoperto e ricoprono tutt’ora all’interno dei recenti conflitti. Riflessioni tanto più importanti perché originate da una mente giovane evidentemente digiuna – per cause meramente anagrafiche – del ricordo di prima mano che viene dall’esperienza vissuta.    
Non per nulla “Come fossi solo” è risultato il destinatario della “menzione speciale giuria” al Premio Calvino 2013, diventato con gli anni “una delle migliori officine letterarie in Italia,  in grado di scoprire sempre autori, non solo di buon livello, ma anche di indubbia autenticità nella scelta dei temi da raccontare” (Fulvio Panzeri, Avvenire 16/01/2014 p21), con questa motivazione: “Un esempio di letteratura di testimonianza che affronta con coraggio e in maniera attentamente documentata una pagina vergognosa e rimossa dell’Occidente”. 

Buona lettura 🙂 

"Ragazze di campagna", di Edna O’Brien

Complicato separare l’opera di Edna O’Brien dalla scrittrice stessa, una delle firme irlandesi contemporanee più note, all’attivo oltre cinquant’anni di impegno letterario e una mole impressionante di materiale che spazia dal romanzo (16) e dai racconti (8 raccolte) alle opere teatrali (5), alle sceneggiature, alla poesia, alle biografie (James Joyce e Lord Byron) e all’autobiografia. Complicato perché tale produzione sconfinata, poliedrica e spesso di origine autobiografica fa il paio con la vita altrettanto ricca, eclettica e discussa vissuta da questa elegante e sofisticata signora oggi ultraottantenne.

Ragazze di campagna”, scritto in tre settimane, è pubblicato nel 1960 (nota a margine: per l’Italia poco dopo, 1961, da Feltrinelli) e alcuni anni più tardi viene incorporato con altri due romanzi a prosieguo, “La ragazza sola” e “Ragazze nella felicità coniugale”, all’interno di una trilogia ben presto divenuta per contenuti e per lingua – un inglese profondamente codificato e di matrice nettamente letteraria – un classico della letteratura anglosassone.

Un’opera prima dal carattere molto personale, bruciata sui sagrati delle chiese della cattolicissima Irlanda a causa della scabrosità e licenziosità, giudicata eccessiva, delle due amiche protagoniste, le adolescenti Caithleen e Baba. Ragazzine di campagna, appunto, nate e cresciute nell’Irlanda contadina e bigotta degli anni cinquanta, che faticosamente cercano di emanciparsi sia emotivamente sia fisicamente da quell’ambiente gretto e asfissiante; l’una, Caithleen, figlia intelligente e dotata – ma ingenua, eccessivamente romantica e facilmente influenzabile – di un fattore ubriaco, molesto e fannullone e di una donna dolce e troppo remissiva nei confronti del marito e del destino; l’altra, Baba, secondogenita prediletta del veterinario della contea, benestante, viziata e sfrontata.

Non temete, le cinquanta sfumature d’Irlanda ci sono soltanto se si guarda al fiabesco di quel verde mondo oltremanica che innegabilmente (e nonostante tutto) pervade l’opera e verso cui la giovane Caithleen – conscia dei limiti delle sue origini ma anche degli indiscussi tesori offerti dalla sua terra generosa – proverà sempre la più acuta nostalgia.
Le parti del testo a sfondo sessuale infatti sono francamente ingenue e pudiche, lo sono oggi ma lo erano anche all’epoca, vien da dire, mentre lo scandalo attribuito a certe scene era in realtà soltanto un pretesto necessario e sufficiente per giustificare la censura anche verso altri punti più oscuri del testo, quasi tutti parte di una denuncia più ampia, di chiara impronta sociale. Quella verso il mondo bigotto del cattolicesimo di provincia e verso i suoi frutti più perversi: donne costrette al ruolo di fattrici e serve di casa, remissive e assoggettate a mariti ubriaconi e violenti oppure impiegate sì, ma in lavori umili, ben al di sotto delle reali capacità, di nuovo sottomesse a maschi padroni o peggio ancora ad altre donne che, vittime di comportamenti e schemi di pensiero vecchi di anni, ormai inconsciamente assimilati, di quei padri padroni ne riprendono i paradigmi, esacerbandoli.

Un inno all’emancipazione femminile, insomma, che passa dalla rivendicazione del diritto allo studio a quella delle pari opportunità sociali e professionali, fino ad arrivare, anche ma non soltanto, all’autodeterminazione sul proprio corpo.

“Abbiamo diciotto anni e ci annoiamo a morte. Vogliamo vivere, bere gin, andare in giro su belle macchine e scendere negli hotel più grandi ed eleganti. Vogliamo vedere il mondo” (“RdC” p205)

Un desiderio di affrancamento che Edna O’Brien ha provato prima di tutto su se stessa: nata e cresciuta a Drewsboro, borgo rurale irlandese, poco più che ventenne sposa contro la volontà della famiglia lo scrittore Ernest Gébel – ammogliato già di suo, per altro – e diviene madre di due bambini. Il suo romanzo d’esordio, censurato in terra natìa, decreta irrimediabilmente la rottura dei rapporti con la famiglia di origine e anche quella del matrimonio (“Tu sai scrivere e io non te lo perdonerò mai”, pare l’affermazione, lapidaria, che pronunciò Ernest terminata la lettura del manoscritto di “Ragazze di campagna”). Segue il trasferimento dell’autrice a Londra, città che non abbandonerà mai più, dopo aver strenuamente lottato per ottenere l’affidamento esclusivo dei figli, vivendo una vita da “bohéme” (Livia Manera, CorSera 26/07/2013) con frequentazioni eccezionali tra cui Robert Mitchum, Sean Connery, Jane Fonda, Shirley MacLean (e tanti altri: Laurence Olivier, Harold Wilson, Richard Burton, Marlon Brando, Philip Roth, Norman Mailer…) e una, parallela, da scrittrice di estremo talento naturale sostenuto dallo studio costante e solitario delle lettere.

“E’ l’unico momento in cui sono contenta di essere donna, quell’ora della sera in cui tiro le tende, mi spoglio dei soliti vestiti e mi preparo per uscire. L’eccitazione cresce, minuto per minuto. Mi spazzolo i capelli alla luce della lampada e hanno i colori delle foglie d’autunno sotto il sole. Metto un po’ di ombretto scuro sulle palpebre e mi stupisco dell’aria misteriosa che dona ai miei occhi. Non mi piace essere una donna: vanitosa, frivola, superficiale. Basta dire a una donna che sei innamorato di lei e quella ti chiederà di metterlo nero su bianco, per farlo vedere alle amiche. Ma a quell’ora della sera mi sento sempre felice. Provo tenerezza per il mondo intero” (op cit. p228)

Buona lettura [anche dell’autobiografia da poco uscita sempre per Elliot] 🙂

"Tokyo Orizzontale", di Laura Imai Messina, e "Corpi di Gloria", di Giuliana Altamura

(Sembrano così gracili, questi giovani moderni. Forse lo eravamo anche noi, ma nessuno se ne accorgeva). 

“Ovunque cumuli di vita fragili e dispersi, ammassati in luoghi così distanti da non incontrarsi mai” (GAltamura, #CorpidiGloria, p172)

“Tokyo Orizzontale” e “Corpi di Gloria” sono due romanzi esemplari nel genere che rappresentano e non mancano di rivelare come il giudizio non smetta mai di dipendere oltre che da considerazioni oggettive e imprescindibili su forma e contenuto anche dall’approccio soggettivo e personale all’argomento proposto. In questo caso, verrebbe quasi da scomodare l’obsoleto e polveroso tema dello “scarto generazionale”. Ma tant’è.

Laura Imai Messina (Roma, 1981) e Giuliana Altamura (Bari, 1984) nelle loro opere prime sembrano confrontarsi – vien da dire rifacendosi al giornalismo sensazionalistico più tradizionale e scontato – con il tanto citato “disagio giovanile”.

LIMessina racconta l’esperienza alienante della mutazione tardo-adolescenziale del corpo e dell’anima, del sovraffollamento antropico e dell’iperstimolazione sensoriale. E lo fa prendendone a paradigma Shibuya, uno dei 23 quartieri di Tokyo, con una densità pari a 13mila abitanti/Km per un totale, in estensione, di 15Km circa, attorno al quale in un crescendo di casualità concatenate si snoda il fine settimana di quattro giovani di età appena post-universitaria: Sara e Carmelita, che si sono ritrovate a condividere l’esperienza di expatried, e poi Hiroshi e Jun, due Tokyoti dai caratteri e dalle esperienze familiari completamente differenti; il fato farà interagire tra loro queste quattro persone segnandone per sempre il destino.

GAltamura invece, anziché far esplodere la narrazione attraverso un susseguirsi di esperienze diversificate e altre, la fa implodere dall’interno – con le stesse, devastanti, conseguenze – attraverso l’antonomasia di Riva Marina, esclusivo resort pugliese, immutato e immutabile centro turistico villette-a-mare-con-piscina (di eccezionale e immediata Ballardiana memoria, per altro) all’interno del quale i ventenniGloria, Cristina, Nic, Dave, Andrea e Michael si ritrovano con le rispettive famiglie a trascorrere la consueta, rovente estate mediterranea, confrontandosi con l'(apparente) immobilità del reale e con l’horror vacui che da questa inerzia scaturisce.

Entrambe le scrittrici, attingendo a piene mani dal proprio vissuto, si misurano con quello che forse impropriamente si era definito “disagio giovanile”: patimento che a quanto pare (ad occhio adulto, almeno) non è ormai più prerogativa di una piccola minoranza di adolescenti e young adults ma di tutta un’intera generazione, senza limiti né di geografia né di estrazione sociale.

A far da padrona, declinata in modi e ambiti differenti, è l’angoscia per l’ignoto del futuro e per l’inconsistenza anaffettiva del presente, esorcizzata attraverso l’abitudine a comportamenti estremi capaci di offrire una sempre maggiore assuefazione adrenalinica o l‘illusione di un sentimentofinalmente condiviso e ricambiato: si va dall’abuso di alcool e di sostanze psicotrope al sesso promiscuo, occasionale e non protetto, all’inclinazione al bullismo e agli atti vandalici o di cyber-pirateria. Tormenti di medesima entità, espressi o nelle forme di un elegante e prestigioso zoo-resort in cui, tra piscine dall’acqua immobile e cristallina e spiagge bruciate dal sole si consumano esistenze “tirate a campare”, o nel chiasso e nella densità corporea della più estrema metropoli asiatica, tra atti erotici consumati a distanza di poche ore dal primo incontro e sbrigati in fretta in un love-hotel o nella toilette di un bar – in una dimensione atemporale in cui giorno e notte non hanno più alcun significato – drink ultra-alcolici tracannati d’un fiato, travestimenti sgargianti di paillettes, parrucche fluorescenti e violenze da bullismo di gruppo.

Elemento comune, l’entusiasmo per le infinite possibilità di realizzazione personale, professionale e affettiva che il mondo offre, o potrebbe offrire, irrimediabilmente inficiato dall’ossessione per il molteplice e per la naturale eterogeneità delle esperienze: diversificazione che dovrebbe condurre per natura ad un principio necessario di scelta consapevoleed altrettanto cosciente criterio di rinuncia ma che al contrario viene sostituita dall’inedia senza fine di giornate identiche l’una all’altra, sulle quali si innesta facilmente il germoglio del godimento adrenalinico. Da una parte, gli atti vandalici nelle ville dei vip condotti dalla banda di Riva Marina capitanata dal teppista Nic, che pochi sopportano ma che nessuno ha il coraggio di evitare. Dall’altra, la creazione del cliccatissimo website #TokyoOrizzontale ad opera di Jun, figlio viziato di un ricco imprenditore locale; una collezione di scatti notturni che impietosi (e in barba a qualsiasi regola sociale o norma etica) ritraggono decine di businessmen giapponesi sfatti dall’alcool: chi crollato a terra sulla banchina del metro, chi accasciato su una panchina di un parco, chi riverso in una pozza di vomito sul marciapiede di fronte ad un pub.

Ciò che spicca – sempre ad occhio adulto (ritorniamo all’incipit della nostra osservazione) – è la relazione problematica con il nucleo familiare di origine, sia nella presenza sia nell’assenza. I legami con i genitori e/o con i fratelli si rivelano in entrambe le opere intricati e di difficile gestione e non esiste alcun momento di difficoltà in cui il genitore venga eletto a figura di riferimentoné per un aiuto eventualmente pratico né per un conforto emotivo.
Parimenti, sembra totalmente assente anche il concetto della consequenzialità degli eventi e delle azioni: il nesso causa-effetto è sradicato dal suo originale contesto perché le azioni compiute valgono per il “qui e ora” e qualsiasi conseguenza è consegnata ad una riflessione da farsi in un “domani” che non si vorrebbe vedere mai trasformato in “oggi”, salvo poi ritrovarsi impreparati e smarriti di fronte allo svolgersi di un destino che viene subìto come inatteso – e talvolta immeritato – ma che invero porta le tracce di una facile prevedibilità, stanti le premesse che lo hanno generato.

Insomma, una formula per il buon esito dell’impresa pare non esistere affatto.
Semplicemente, c’è chi si salva e chi invece soccombe ad una giovinezza che – sembra – di bellezza e poesia ne ha ben poche e che assomiglia più ad una lottaper la sopravvivenza combattuta con violenza estrema e senza esclusione di colpi.

Se nell’opera di LIMessina si apprezza lo stile asciutto e cesellato, l’ampiezza raffinata del punto di vista e la coralità poetica dell’immagine, da cui traspare una profonda e sostanziale fiducia nell’Uomo e nelle sue creazioni, nel romanzo di GAltamura prevalgono i toni cupi, sia di forma, attraverso le descrizioni dell’estate mediterranea, brucianti, dense ed evocative, non prive di echi letterari, sia di contenuto, in uno scritto che non è soltanto romanzo di formazione ma anche thriller psicologico il cui finale aperto lascia spazio a riflessioni mai banali né scontate.

Buona lettura 🙂 

"La Collina", di Andrea Cedrola e Andrea Delogu

Quando ci si imbatte in certi racconti l’unica necessità è quella di sospendere il giudizio, mostrando così il rispetto dovuto nei riguardi di una esperienza personale dirompente e per questo indiscutibile a prescindere – a meno di non averne vissuta una simile in prima persona.
Questo è ciò che capita quando si affronta “La Collina”, romanzo scritto a due mani (Andrea Cedrola, 33 anni, sceneggiatore, e Andrea Delogu, 32, conduttrice tv, attrice, appassionata di musica e seguitissima blogger) che racconta le vicende accadute a Valentina Carrau, dieci primavere quasi tutte trascorse all’interno della comunità di recupero presso cui i genitori, vittime dell’eroina, avevano trovato rifugio all’inizio degli anni ’80.
Esperienza in parte realmente vissuta proprio da Andrea Delogu, figlia di uno dei primi assistiti dalla comunità di San Patrignano poi divenuto, col tempo, addirittura l’autista e l’uomo di fiducia di Vincenzo Muccioli. La narrazione infatti prende spunto dalla vita di Andrea, cresciuta in comunità durante l’infanzia, ma poi ripercorre – attraverso i ricordi personali dell’autrice e di tutti coloro che le hanno offerto testimonianza nel corso degli anni – anche le vite di tanti altri tossicodipendenti che la comunità ha salvato, o anche, purtroppo, irrecuperabilmente spezzato. E’ un documento forte, sebbene non contenga nulla di nuovo rispetto a quanto si è detto e scritto nei confronti della comunità di San Patrignano negli ultimi trent’anni, ed emotivamente coinvolgente – specie se si pensa al silenzio dell’autrice a riguardo, quasi ventennale.
Lo sguardo di Valentina è sincero e aperto al mondo che la circonda, un microcosmo che Andrea Delogu ricorda e descrive con premura e tenerezza: fatto di natura, spazi aperti, animali, avventure con i coetanei; una realtà innegabilmente altra rispetto alla vita esterna e per tanti versi migliore, più semplice e più adatta alle necessità primordiali dell’essere umano: la condivisione dei successi e delle difficoltà in un clima di forte supporto collettivo, reciproco e autosufficiente, affetto e, paradossalmente, serenità emotiva.
Verrà poi, inevitabile, il momento delle domande, della critica, dei dubbi e addirittura dei sospetti verso quel sistema di pedagogia autoritaria di cui Riccardo Mannoni, leader carismatico della “Collina”, è fautore, e verso l’istituzione stessa della comunità terapeutica, un’enclave chiusa dall’interno e sufficiente a se stessa, in cui talvolta le relazioni sociali, lungi da essere pari, finiscono per nascondere invece fortissime gerarchie di potere basate sulle fragilità degli individui che la compongono e la alimentano.
“La Collina” è un’opera narrativa pensata e studiata attentamente, nelle forme e nei contenuti. Non è soltanto una (auto)biografia intima e accorata ma anche una testimonianza corale di un mondo e soprattutto di un’epoca. Un lungo momento di riflessionedall’equilibrio notevole; un testo deciso, teso, in vibrazione costante, mai aggressivo o esagerato né nei toni né nelle rappresentazioni.
Buona lettura 🙂

"1913, l’anno prima della tempesta", di Florian Illies

Potrebbe sembrare soltanto un divertissement da salotto. Ad uso ed esclusivo consumo, per altro, di lettori già avvezzi alla materia e al modus scrivendi tipico di questo genere letterario che sta a metà strada tra l’approccio analitico dello stile giornalistico e la poesia del romanzo d’invenzione.   

Già, perché qui sta il punto, di che cosa parliamo quando parliamo di 1913. 
Florian Illies, giornalista del quotidiano tedesco Die Zeit e storico dell’arte (appunto, vedi sopra), riesce nell’impresa di raccontare un anno particolare e unico della storia mondiale – quello precedente allo scoppio della prima guerra mondiale – partendo non dai fatti ma dagli individui
Un metodo di analisi né convenzionale né nuovo (ricordiamo per esempio la “Storia confidenziale della letteratura italiana” di Giampaolo Dossena, Milano 1987-94), sempre interessante e non certo di facile gestione quanto più i personaggi si fanno tanti, famosi – chi già, chi non ancora – geograficamente itineranti e caratterialmente sfaccettati.

Sì perché Illies, dei fatti, quelli importanti, quelli che hanno fatto la Storia, non parla mai. Si possono leggere sui manuali – dice. Quello che sui manuali non puoi leggere è, invece, l’interconnessione
Per esempio, pochi forse hanno mai dato peso alle passeggiate invernali dell’esiliato Josif Stalin negli splendidi giardini di Schonbrunn – Vienna. Escursioni digestive che il suddetto probabilmente condivideva – almeno geograficamente – con un giovane, anonimo acquarellista di strada pure lui appassionato podista viennese: Adolf Hitler. Nello stesso periodo, sempre a Vienna, Stalin e Trotzkij si stringono la mano mentre due vip del momento, Sigmund Freud e Carl Gustav Jung, litigano di brutto e si lasciano – per sempre – in malo modo. Ce n’è per tutti: futuri dittatori, capi di stato, militari di professione ma anche artisti, pittori, filosofi, scrittori, socialitè. Duchamp fa il botto a New York, Proust ha da combattere le stroncature parigine al primo, monumentale volume della sua Ricerca. Schonberg viene letteralmente preso a schiaffi dal suo pubblico (le sperimentazioni musicali non sono certo per tutti); a Praga Kafka scrive e combatte le sue paranoie amorose, Mann e Rilke cercano di fare lo stesso nelle rispettive location. 
Ci vorrebbe googlemaps, per tracciare tutti i sentieri, gli scarti del pensiero, la geografia degli spostamenti di questi uomini che, nel bene e nel male, hanno poi fatto la Storia.

Solo un divertimento letterario, si diceva, anche abbastanza colto e di non facile lettura? Attenzione a non farsi ingannare dall’approccio finto-divulgativo. Sì perché Illies ci strizza l’occhio e come nella fiaba di Pollicino semina briciole di pane che occorre essere abili a raccogliere. C’è qualcosa, che accomuna questa girandola di personaggi, questi labirinti praticamente inestricabili di lettere, messaggi, parole sussurrate, incontri fortuiti: un’inquietudine sottile, una febbre leggera, sottopelle, che a poco a poco, col passare dell’anno, si fa più insistente e fastidiosa. Tra le personalità più eminenti della letteratura e dell’arte (o quelli che famosi lo diventeranno poi) serpeggia un malessere tutto intimo e personale (la famosa “nevrastenia”) che si fatica ad ascrivere a una situazione con molta probabilità esterna al sé. E’ quel non stare bene da nessuna parte che spinge gli Uomini all’azione e al cambiamento ma che talvolta li rende anche ciechi di fronte all’universale, persi nell’intento di gestire la propria, dirompente, individualità. E quando l’universale si fa tempesta, allora l’importante è sì studiare il passato per trarne insegnamento ma anche essere consapevoli delle interconnessioni praticamente infinite – e soltanto intuibili – che ci circondano. 

L’opera di Illies è stata accostata, in sede critica, a un’altra di recente uscita: “I sonnambuli – Comel’Europa arrivò alla Grande Guerra” di Christopher Clark – Laterza 2013.

“1914. Re, imperatori, ministri, ambasciatori, generali: chi aveva le leve del potere era come un sonnambulo, apparentemente vigile ma non in grado di vedere, tormentato dagli incubi ma cieco di fronte alla realtà dell’orrore che stava per portare nel mondo”.

Recita la sinossi. Un livello di consapevolezza assai scarso, paragonabile (ahinoi) a quello odierno. I parallelismi, insomma, sono evidenti e vale la pena analizzarli. Se Clark affronta il tema col piglio autorevole del professore (di Storia moderna all’Università di Cambridge), Illies sfodera uno stile giornalistico mitigato dalla fascinazione propria del romanziere, lasciando ampio spazio alla creatività dell’Uomo, di cui viene lodato l’estro artistico, la flessibilità mentale, la resilienza.

Un’opera dal potenziale iconografico enorme, una sfida per la nuova frontiera degli enanched book.

Buona lettura 🙂

"Promettimi che ci sarai", di Carol R. Brunt


Con lievità, ecco come a volte si riesce a parlare della morte.


New York, dicembre 1986. Domenica. Interno – giorno.
June e Greta Elbus posano per un ritratto.

Davanti al cavalletto è seduto zio Finn, pittore di fama internazionale.
E’ un artista poliedrico, eccentrico: il suo appartamento rivela gusto per l”arredamento esotico e di antiquariato, uno stile personale e variegato che deriva dall’esperienza accumulata nel corso dei tanti anni trascorsi in viaggio per le Americhe e l’Europa, gran cultura musicale – specie per la musica classica – ed enogastronomica.

Sarebbe tutto perfetto se non fosse che zio Finn sta morendo. A causa per altro di una malattia orribile, poco conosciuta, che nel 1986 l’America perbenista ancora condanna e stigmatizza a marchio di una ben precisa categoria di individui – che purtroppo hanno come unica colpa di esserne state, al principio dell’epidemia, le vittime più conosciute.

June, che ci racconterà in prima persona tutta questa storia, ha 14 anni. E’ la nipote prediletta di zio Finn, che ama profondamente. Con lui condivide l’estro artistico, la stravaganza e un profondo anticonformismo. Indossa gonne lunghe e calzature (steam)punk, porta i capelli raccolti in acconciature particolari ed è appassionata di storia e arte medievale, epoca in cui avrebbe desiderato vivere.
Al liceo non ha molti amici e conduce una vita selvatica e introversa a differenza della sorella Greta, di 16 anni, perfettamente inserita (o così sembra) nel tessuto scolastico grazie anche alla popolarità raggiunta con il gruppo teatrale, di cui è esponente di riconosciuta bravura.

La morte di zio Finn scardina la quotidianità familiare e proietta coniugi e sorelle Elbus in un complicato labirinto emotivo fatto di sentimenti mai espressi, fraintendimenti di vecchia data e incomprensioni generazionali: tutti nodi che in qualche modo dovranno (e “vorranno”) venire al pettine.

Perché Danielle, mamma di June e sorella maggiore di Finn, da molti anni nasconde a tutti – figlie comprese – il suo innegabile talento artistico (forse superiore a quello del fratello)? Perché Finn, partito per l’Europa appena maggiorenne e nonostante le promesse di un sollecito rientro, è rimasto lontano dalla famiglia per quasi un decennio?

Chi è l’uomo misterioso che i genitori di June accusano di essere addirittura la causa della morte di Finn? E se veramente esiste una persona così vicina al pittore, perché zio Finn non l’ha mai presentata a June? Ciò significa forse che June non è – agli occhi di zio Finn – quello che credeva di essere, ossia la nipote amata e preferita ma soltanto una delle tante, indistinte, persone di famiglia?

E poi che dire di Greta, da qualche tempo distante, scontrosa e vendicativa? Cosa si nasconde dietro quell’aria da ultimate-teen che non manca mai di mostrare al proprio parterre, quasi fosse un costume teatrale di cui vantarsi e dentro cui nascondersi, più che un reale stato dell’animo?

Piccoli e grandi segreti la cui conoscenza segnerà indelebilmente, per June e Greta, il passaggio dalla vita dell’infanzia a quella dell’età adulta.

Carol R. Brunt con questo romanzo di formazione invita i teens (ma non solo) – con una delicatezza di pensiero che non scade mai nel moraleggiante – a mettere da parte quegli occhiali rosa che spesso alterano la verità delle cose: il dramma della malattia e della morte esiste, permea il nostro mondo e a nulla valgono le mediazioni (neanche quelle letterarie…). La gente muore, così è e così sarà. 
Peggio ancora, l’esperienza quotidiana ci dice che spesso siamo tutti vittime di una certa propensione al giudizio, che tuttavia, ci avverte l’autrice, non è altro se non un banale trucchetto messo in atto dalla nostra psiche ogni volta che la mente si trova costretta a cercare una spiegazione logica a quel che di logico non ha nulla.

C’è un unico insegnamento da trarre quando si affronta la morte, specialmente se essa ci sfiora veramente da vicino:

Il sole continuava a scivolare via, e pensai a quante possono essere le piccole cose belle della vita che poggiano sulle spalle di qualcosa di terribile” (p273)

(Un unico appunto: il titolo originale “Tell the Wolves I’m Home” – maiuscole comprese – ci piaceva assai – di più)

Buona lettura 🙂

"Storia delle terre e dei luoghi leggendari", di Umberto Eco

Che cos’è la #storiadelleterreedeiluoghileggendari ce lo racconta Umberto Eco fin dalla prefazione:

“Qui non ci occuperemo di luoghi “inventati” (…). Si tratta di luoghi romanzeschi, che lettori fanatici tentano talora di individuare senza grande successo. Altre volte si tratta di luoghi romanzeschi ispirati a luoghi reali, dove i lettori cercano di ritrovare le tracce dei libri che hanno amato. (…) Addirittura accade che luoghi fittizi siano stati indentificati con luoghi reali (…). Ma qui ci interessano terre e luoghi che, ora o nel passato, hanno creato chimere, utopie e illusioni perché molta gente ha veramente creduto che esistessero o fossero esistiti da qualche parte”. (p7)

Si parte da Atlantide (“Terre che certamente non esistono più ma che non è da escludere siano esistite”) per arrivare a Shamballa (“A cui alcuni attribuiscono una esistenza totalmente ”) senza dimenticarsi dei luoghi menzionati solo dalle fonti bibliche, come il paradiso terresteo il paese di Saba, ma verso le quali si mossero in molti, primo tra tutti Cristoforo Colombo. E infine terre realmente esistenti alle quali l’uomo ha assegnato nel corso dei secoli una precisa mitologia: Alamut, Glanstombury, Rennes-le-Chateau, Gisors.

Che cosa hanno in comune quindi tutti questi luoghi?

Sia che dipendano da leggende antichissime (…) sia che siano effetto di una invenzione moderna, essi hanno creato dei flussi di credenze” (ibid.)

Un’opera da consultazione, questa, che si avvale di supporto consistente, fatto prima di tutto di un packaging prezioso. L’apparato iconografico è composto da illustrazioni imperdibili (le abbiamo condivise recentemente anche in qualche twitt) ed estremamente interessante è l’analisi delle fontiin calce ad ogni sezione.

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Da leggere con tenacia e leggiadria insieme, lentamente, lasciando decantare ogni capitolo.
ADC lo sta facendo ora, in queste lunghe notti di influenze e di febbri di bambini. Perché se come disse FS Fitzgerald “In una notte dell’anima veramente oscura sono sempre le tre del mattino”, studiare l’ingegno umano (e sorprendersi sempre di come sia giunto a tanto, ecco la magnificenza dell’Uomo), giusto giusto alle 3:30am – un caffettino in una mano e nell’altra termometro digitale e boccetta di tachipirina in gocce – fa sempre piacere.

Buona lettura 🙂
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"La fabbrica dei cattivi", di Diego Agostini

Il racconto, narrato in prima persona, si apre con Alex, padre di famiglia di circa quarantacinque anni, steso su un letto d’ospedale vittima di un problema neurologico di dubbia origine: una improvvisa perdita di coscienza a cui ha fatto seguito il ricovero urgente al pronto soccorso. Forse si tratta di una infezione.

Il protagonista è separato dalla famiglia che avrebbe dovuto raggiungere di lì a poco (la moglie Mara e i due figli, Giulia, cinque anni e Lorenzo, dieci, si trovano addirittura all’estero), immobilizzato a letto, circondato da flebo e monitor: per il momento è completamente ignaro delle sue reali condizioni di salute. Mentre attende con angoscia crescente – e oppresso da un forte senso di claustrofobia – che i medici svolgano le analisi adeguate non può fare altro, date le circostanze e le similitudini (poi si capiranno quali), che tornare con la mente alle vicende drammatiche che hanno interessato proprio la sua famiglia nell’anno appena trascorso. 
Già preda della suspance di conoscere il destino di Alex, effettivamente appeso a un filo, ci immergiamo quindi in questa lunga, lunghissima rievocazione di un evento passato che sembra aver lasciato segni indelebili nella psiche (e forse anche nel fisico, ci viene da pensare) del protagonista stesso.

Alex e Mara sono una coppia di estrazione sociale medio-alta. Fanno parte dell’upperclass europea laureata, poliglotta, benestante, esterofila. Quarantenni in buona salute e forma fisica, svolgono una professione creativa e di prestigio che consente un tenore di vita oggettivamente alto. Hanno due bambini, un maschio e una femmina, vivaci, esuberanti ma beneducati e responsabili per quanto l’età lo consente.

Alex e Mara, esperti conoscitori della lingua inglese e ferventi ammiratori della cultura e del mondo anglosassone, e specialmente dell’american way of life di cui apprezzano l’ “unità sorprendente” (p14) della società di fronte agli eventi avversi, la cordialità delle persone, “il pragmatismo unito alla capacità di sognare, la voglia di fare, il costante desiderio di migliorare le cose” (p14), per le ferie estive hanno l’abitudine consolidata ormai da alcuni anni di partire per la Florida. Per diverse settimane risiedono in una bella villetta ammobiliata nella tranquilla e borghese community di Port Florence, un sobborgo d’elite creato con l’arte ordinata, “omogenea e gradevole” (p15) dei tipici quartieri residenziali della provincia americana, e si godono gli amici, l’oceano, il sole, i paesaggi mozzafiato di cui questo tratto di America non è avaro. 

Tuttavia, qualcosa va storto. Durante la vacanza oggetto del flashback, capita che la famiglia, un pomeriggio, venga sorpresa in spiaggia da un forte temporale. Si riparano tutti in auto e si recano in fretta in un mall poco distante per acquistare degli indumenti asciutti. Nel tragitto, Giulia si è addormentata legata al seggiolino; quindi il papà, non volendo interrompere il suo riposo, parcheggia il monovolume e rimane con lei. Dopo poco però Mara lo chiama nel negozio: ci sono problemi con la carta di credito. L’auto è all’ombra, la temperatura mite dato il brutto tempo, Giulia dorme tranquilla e sarebbe meglio lasciarla continuare, anche su consiglio del pediatra, perché se la si sveglia con troppa energia è vittima di attacchi isterici – comuni a tanti bambini – che poi si risolvono con molta difficoltà. Alex allora decide, non senza preoccupazione, di lasciare la piccola da sola in macchina qualche minuto, il tempo necessario per entrare al negozio (da cui cerca di non perdere di vista l’auto nemmeno per un secondo) e risolvere l’imprevisto. Tempo sufficiente perché qualcuno, avendo assistito alla scena, chiami immediatamente le forze dell’ordine, che arrivano sul posto in pompa magna: auto della polizia, pompieri, detective preposto all’analisi del caso, finanche una troupe televisiva. I tutori della legge si fanno strada tra la folla sempre più fitta accalcatasi intorno alla vettura. I cristalli della macchina vengono infranti, il portellone divelto, la bambina estratta dall’auto ancora legata al seggiolino e portata (naturalmente in lacrime per lo spavento) di corsa all’ospedale per delle analisi. Alex è rinchiuso a forza nella macchina-prigione dello sceriffo: i genitori di Giulia vengono accusati di abbandono di minore, arrestati e imprigionati. Secondo le imputazioni a loro carico, i bambini rischiano addirittura di essere dati in affido. 


Inizia qui l’inquietante, mostruosa, claustrofobica avventura di Alex nell’intricato mondo della giustizia americana – non sappiamo quanto vera ma assolutamente plausibile vista l’accurata descrizione degli eventi, estremamente dettagliata sia nello svolgersi delle procedure, sia nella descrizione di luoghi e tempi.


Quando in tv guardiamo uno dei tanti telefilm di matrice americana non possiamo evitare di domandarci quanto sia reale ciò che viene descritto: scene del crimine recintate dal nastro giallo, macchine della polizia impegnate in vertiginosi inseguimenti sulle highways, detective devoti alla legge e votati all’azione. Ebbene, Alex ci dimostra che sì, è tutto vero. Se poi la fiction abbia preso spunto dalla realtà, o viceversa, questo è un altro punto della questione. “Tecnicamente” (p138), Alex ha commesso un errore: la legge della Florida (e anche la nostra, invero, seppure declinata in maniera diversa) è chiara, non è possibile lasciare un minore da solo in un’auto chiusa, senza aria condizionata, per più di una decina di minuti; e l’ignoranza della legge non è una giustificazione. Ma quando il “tecnicismo” si sostituisce in tutto e per tutto al buon senso, all’analisi dei fatti, all’ascolto dell’imputato e alla verifica super-partes delle prove, allora non siamo di fronte all’applicazione della legge: siamo di fronte alla creazione, eseguita a tavolino, di un malvivente fatto e finito, e al trionfo del supereroe made in USA. Ecco a voi “la fabbrica dei cattivi”.
Questo è il paese degli eroi, la loro patria di elezione. Anzi, di più. E’ il paese dei supereroi. Sono nati qui, e non è un caso. (…) Superman, il primo , il più potente, l’uomo di acciaio. Proprio Superman, che sulle copertine fa sfoggio di grande patriottismo, in realtà nelle sue storie si guarderà bene dal battersi al fronte aiutando le truppe alleate con i suoi superpoteri e continuerà, imperterrito, a dare la caccia ai nemici di sempre, in patria. Da Lex Luthor ai criminali comuni, come se la pace nel mondo contasse meno della tranquillità delle strade di Metropolis, come se alla fine supereroe fosse sinonimo di superpoliziotto. I supereroi vivono in un mondo autoreferenziale, privo di qualsiasi legame equilibrato con il contesto esterno. Sono dall parte del giusto e combattono contro il male. Non puoi metterli in discussione, altrimenti sei contro di loro. E se sei contro di loro, tu sei il male” (p48)
Alex affronta così una moderna discesa agli inferi costellata da personaggi di ogni tipo e grado, che sfidano con sfrontatezza ogni possibile limite al concetto di stereotipo: lo sceriffo borioso e un po’ imbolsito che applica le procedure alla lettera; il detective che ha fatto del suo impiego una missione al limite del fanatismo più estremo e che non esita a falsificare le prove spinto più dal desiderio di incastrare un colpevole che dall’urgenza di reperire la verità dei fatti; l’assistente sociale che, visto il ruolo, dovrebbe condividere con genitori e bambini sentimenti di empatia e indulgenza ma che, in nome di una presunta tutela dei minori a lei affidati, sradica intere famiglie utilizzando menzogne e strumenti di coercizione e basandosi esclusivamente su supposizioni personali (sue e degli altri colleghi) ed indizi non ancora verificati. Sono queste le persone preposte all’analisi del caso di Alex. C’è da averne paura. Ma c’è da avere paura anche del sistema in sé, che punisce ma non premia, che rinchiude e non rieduca: l’individuo, spogliato dei suoi effetti personali, viene denudato e spersonalizzato nel corpo, rivestito di una tuta arancione identica a quella di tutti gli altri detenuti, e nella psiche, perché costretto ad interagire con un sistema-carcere che impedisce, di fatto, qualsivoglia rapporto tra il carcerato e gli esponenti delle forze dell’ordine a cui è affidato. 
Se la potente e onnipresente forza di polizia ha lo scopo di ridurre il crimine, in teoria non ci dovrebbero essere recidivi. La proporzione dovrebbe essere inversa, i nuovi arrivati dovrebbero essere la maggioranza. Eppure quasi tutti gli uomini che sono in questa stanza conoscono già la prigione. Se questo è un campione del risultato del sistema, una cosa è certa: il sistema non riesce a disincentivare il crimine. (…) E se invece sortisse proprio l’effetto contrario?” (p118)
Fioriscono le agenzie che offrono servizi di pagamento delle cauzioni; fioriscono gli studi legali, specializzati in qualsivoglia crimine civile e penale. L’industria dei cattivi è abile nel proporre una strategia di marketing vincente: creare il bisogno e insieme l’oggetto che a questa necessità fittizia può offrire concreta risposta. “Se non capisci una situazione, prova a seguire il percorso che fa il denaro. Follow the money” (p142), suggerisce ad Alex l’amica Kelly.
Il terrore raggiunge l’apice e si mescola al grottesco nelle scene in cui acquista parte rilevante la nazionalità non-americana di Alex, limitato dall’utilizzo di una lingua che per quanto conosciuta non è mai la propria, oppure al claustrofobico quando si analizza l’immenso potere dei media che possono, attraverso la pubblicazione di materiale riservato (a cui tutti possono tranquillamente accedere on line, in nome di una trasparenza che non è tanto dissimile dalla violazione della privacy), condannare l’imputato ancora prima che il caso venga dichiarato chiuso e giudicato.
Sta ad Alex decidere: se raccogliere le forze e divenendo nuovamente un soggetto attivo continuare ad avere fiducia in un sistema che – per il momento – lo sta distruggendo e sta danneggiando, probabilmente in maniera irreversibile, anche la sua famiglia, oppure soccombere passivamente all’orrore che pare delinearsi all’orizzonte. 
Sta a noi considerare l’individuo in quanto tale, ben attenti ad evitare le sabbie mobili del dualismo buoni/cattivi. Se avere com-passione dell’essere umano non significa per forza giustificare, tuttavia la comprensione e l’ascolto dell’altro sono elementi necessari ed imprescindibili per la creazione di una società giusta ed equa.
Grazie a tutti i lettori per aver condiviso con ADC le quotes da #lafabbricadeicattivi che per qualche giorno ancora ci accompagneranno.
Buona lettura 🙂