"Come fossi solo", di Marco Magini

Piace pensare (e avere poi anche conferma del fatto) che la letteratura italiana contemporanea sia ancora in grado di occuparsi della realtà delle cose. 

A MMagini si deve il coraggio di un esordio non convenzionale che pur rientrando a pieno titolo nei canoni della narrazione di fiction si inserisce con prepotenza all’interno di una tradizione giornalistico-documentaria di più ampio respiro. 

L’autore infatti si confronta con un fatto storico di clamorosa portata, la strage di Srebrenica del 1995 e il successivo processo ai colpevoli istituito dal Tribunale Internazionale dell’Aia, innestando su una trama per due terzi fittizia (ma assolutamente verosimile, poi si vedrà il perché) un enorme lavoro di documentazione storica durato più di tre anni, volto alla ricerca della verità dei fatti – e poi alla testimonianza e alla memoria – così come avvenuti nella loro orribile brutalità.  
Il che non vuol dire creare personaggi simulati per inserirli poi in un contesto storico, sociale e/o politico preciso e significativo, che quindi viene a ritrovarsi semplice struttura scenografica di appoggio utile unicamente allo sviluppo della trama, strettamente collegata ad essi e su di essi tailor-made; significa piuttosto raccontare una storia – anzi La Storia – innegabilmente costruita dagli individui, siano essi (nel bene e nel male, occorre sottolineare questo punto) protagonisti, comprimari o semplici comparse. Questo accade in “Come fossi solo”:  immaginarie sono le figure di Dirk, casco blu olandese di stanza a Srebrenica, e del giudice spagnolo Gonzales, inviato all’Aia in qualità di giudice internazionale nel processo Erdemovic. Drazen Erdemovic, appunto, il terzo protagonista, il personaggio più scomodo dei tre, e quello – l’unico – realmente esistito: un giovane serbo-croato che vede nell’arruolamento all’esercito serbo l’unica speranza per sopravvivere alla guerra e per salvare la moglie e la figlioletta di pochi mesi, nonché unico reo-confesso del genocidio e per questo condannato dal Tribunale Internazionale a dieci anni di carcere, poi ridotti a cinque.

Tre uomini, tre voci, tre simboli: chi c’era e ha partecipato, chi c’era e non ha potuto impedire lo svolgersi della tragedia, chi non c’era ma ha poi ricevuto l’investitura per giudicare l’accaduto. 
Magini non cede allo spirito giustizialista del romanzo (giallo) e non si accanisce sul colpevole: primo perché è ben conscio della linea che l’opera deve di necessità seguire, secondo perché di cattivi non ce n’è. O meglio, co-responsabili lo sono tutti: il protettore che anziché preservare l’incolumità di innocenti civili si fa inerme spettatore se non addirittura complice del nemico; la giustizia che al posto di cercare e punire i veri colpevoli (ricordiamo, ancora oggi tutti dediti al gioco del gatto col topo) si limita ad emettere una sentenza le cui motivazioni non sempre appaiono limpide e super-partes; il soldato inerme che, pur di salvaguardare la propria incolumità, si trasforma in carnefice, stupratore e pluriomicida. 

Da qui la necessità per l’autore di utilizzare il medesimo registro linguistico per tutti e tre i personaggi (scelta da alcuni giudicata inopportuna): per evitare un’eccessiva focalizzazione narrativa sul singolo, enfatizzando piuttosto – attraverso l’assoluta mancanza di retorica che il livellamento della lingua tiene efficacemente a bada –  l’unicità e la complementarità dell’esperienza dei tre protagonisti; esperienza che in questo modo risulta ampiamente credibile e assolutamente verosimile ma al contempo universale e paradigmatica. 

“L’imputato doveva essere assolto, ma la sentenza avrebbe dovuto porre l’accento anche su come un individuo maturi le sue scelte. Quella che noi siamo abituati a chiamare Storia non è altro che l’insieme delle azioni di grandi uomini, siano essi esempio di grandezza assoluta o sintesi di malvagità estrema. Ma il motore della Storia è un altro. Il motore della Storia sono i milioni di uomini che lottano con le loro inadeguatezze, con le loro paure e le loro ambiguità. Persone che non prendono decisioni nette, ma che fanno del loro meglio” (Giudice Romeo Gonzales, p179)

La profondità dell’opera naturalmente sta non solo nel tentativo di offrire una chiave di lettura veritiera e utile per interpretare un fatto storico recentissimo su cui l’Europa pare non aver riflettuto ancora a sufficienza,  ma anche in quello di porsi con occhio critico di fronte al ruolo che le organizzazioni internazionali hanno ricoperto e ricoprono tutt’ora all’interno dei recenti conflitti. Riflessioni tanto più importanti perché originate da una mente giovane evidentemente digiuna – per cause meramente anagrafiche – del ricordo di prima mano che viene dall’esperienza vissuta.    
Non per nulla “Come fossi solo” è risultato il destinatario della “menzione speciale giuria” al Premio Calvino 2013, diventato con gli anni “una delle migliori officine letterarie in Italia,  in grado di scoprire sempre autori, non solo di buon livello, ma anche di indubbia autenticità nella scelta dei temi da raccontare” (Fulvio Panzeri, Avvenire 16/01/2014 p21), con questa motivazione: “Un esempio di letteratura di testimonianza che affronta con coraggio e in maniera attentamente documentata una pagina vergognosa e rimossa dell’Occidente”. 

Buona lettura 🙂 

Un pensiero su “"Come fossi solo", di Marco Magini

  1. Ho letto il libro, a dir la verità non mi piace leggere, ma questo libro l'ho letto con piacere, è stupendo, ti fa sorridere per certe frasi un pò buffo, ti fa commuovere, e a volte di fa capire poco. è un libro fantastico che consiglio a TUTTI, (sono una ragazza di 12 anni e mezzo!!)

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