"Ragazze di campagna", di Edna O’Brien

Complicato separare l’opera di Edna O’Brien dalla scrittrice stessa, una delle firme irlandesi contemporanee più note, all’attivo oltre cinquant’anni di impegno letterario e una mole impressionante di materiale che spazia dal romanzo (16) e dai racconti (8 raccolte) alle opere teatrali (5), alle sceneggiature, alla poesia, alle biografie (James Joyce e Lord Byron) e all’autobiografia. Complicato perché tale produzione sconfinata, poliedrica e spesso di origine autobiografica fa il paio con la vita altrettanto ricca, eclettica e discussa vissuta da questa elegante e sofisticata signora oggi ultraottantenne.

Ragazze di campagna”, scritto in tre settimane, è pubblicato nel 1960 (nota a margine: per l’Italia poco dopo, 1961, da Feltrinelli) e alcuni anni più tardi viene incorporato con altri due romanzi a prosieguo, “La ragazza sola” e “Ragazze nella felicità coniugale”, all’interno di una trilogia ben presto divenuta per contenuti e per lingua – un inglese profondamente codificato e di matrice nettamente letteraria – un classico della letteratura anglosassone.

Un’opera prima dal carattere molto personale, bruciata sui sagrati delle chiese della cattolicissima Irlanda a causa della scabrosità e licenziosità, giudicata eccessiva, delle due amiche protagoniste, le adolescenti Caithleen e Baba. Ragazzine di campagna, appunto, nate e cresciute nell’Irlanda contadina e bigotta degli anni cinquanta, che faticosamente cercano di emanciparsi sia emotivamente sia fisicamente da quell’ambiente gretto e asfissiante; l’una, Caithleen, figlia intelligente e dotata – ma ingenua, eccessivamente romantica e facilmente influenzabile – di un fattore ubriaco, molesto e fannullone e di una donna dolce e troppo remissiva nei confronti del marito e del destino; l’altra, Baba, secondogenita prediletta del veterinario della contea, benestante, viziata e sfrontata.

Non temete, le cinquanta sfumature d’Irlanda ci sono soltanto se si guarda al fiabesco di quel verde mondo oltremanica che innegabilmente (e nonostante tutto) pervade l’opera e verso cui la giovane Caithleen – conscia dei limiti delle sue origini ma anche degli indiscussi tesori offerti dalla sua terra generosa – proverà sempre la più acuta nostalgia.
Le parti del testo a sfondo sessuale infatti sono francamente ingenue e pudiche, lo sono oggi ma lo erano anche all’epoca, vien da dire, mentre lo scandalo attribuito a certe scene era in realtà soltanto un pretesto necessario e sufficiente per giustificare la censura anche verso altri punti più oscuri del testo, quasi tutti parte di una denuncia più ampia, di chiara impronta sociale. Quella verso il mondo bigotto del cattolicesimo di provincia e verso i suoi frutti più perversi: donne costrette al ruolo di fattrici e serve di casa, remissive e assoggettate a mariti ubriaconi e violenti oppure impiegate sì, ma in lavori umili, ben al di sotto delle reali capacità, di nuovo sottomesse a maschi padroni o peggio ancora ad altre donne che, vittime di comportamenti e schemi di pensiero vecchi di anni, ormai inconsciamente assimilati, di quei padri padroni ne riprendono i paradigmi, esacerbandoli.

Un inno all’emancipazione femminile, insomma, che passa dalla rivendicazione del diritto allo studio a quella delle pari opportunità sociali e professionali, fino ad arrivare, anche ma non soltanto, all’autodeterminazione sul proprio corpo.

“Abbiamo diciotto anni e ci annoiamo a morte. Vogliamo vivere, bere gin, andare in giro su belle macchine e scendere negli hotel più grandi ed eleganti. Vogliamo vedere il mondo” (“RdC” p205)

Un desiderio di affrancamento che Edna O’Brien ha provato prima di tutto su se stessa: nata e cresciuta a Drewsboro, borgo rurale irlandese, poco più che ventenne sposa contro la volontà della famiglia lo scrittore Ernest Gébel – ammogliato già di suo, per altro – e diviene madre di due bambini. Il suo romanzo d’esordio, censurato in terra natìa, decreta irrimediabilmente la rottura dei rapporti con la famiglia di origine e anche quella del matrimonio (“Tu sai scrivere e io non te lo perdonerò mai”, pare l’affermazione, lapidaria, che pronunciò Ernest terminata la lettura del manoscritto di “Ragazze di campagna”). Segue il trasferimento dell’autrice a Londra, città che non abbandonerà mai più, dopo aver strenuamente lottato per ottenere l’affidamento esclusivo dei figli, vivendo una vita da “bohéme” (Livia Manera, CorSera 26/07/2013) con frequentazioni eccezionali tra cui Robert Mitchum, Sean Connery, Jane Fonda, Shirley MacLean (e tanti altri: Laurence Olivier, Harold Wilson, Richard Burton, Marlon Brando, Philip Roth, Norman Mailer…) e una, parallela, da scrittrice di estremo talento naturale sostenuto dallo studio costante e solitario delle lettere.

“E’ l’unico momento in cui sono contenta di essere donna, quell’ora della sera in cui tiro le tende, mi spoglio dei soliti vestiti e mi preparo per uscire. L’eccitazione cresce, minuto per minuto. Mi spazzolo i capelli alla luce della lampada e hanno i colori delle foglie d’autunno sotto il sole. Metto un po’ di ombretto scuro sulle palpebre e mi stupisco dell’aria misteriosa che dona ai miei occhi. Non mi piace essere una donna: vanitosa, frivola, superficiale. Basta dire a una donna che sei innamorato di lei e quella ti chiederà di metterlo nero su bianco, per farlo vedere alle amiche. Ma a quell’ora della sera mi sento sempre felice. Provo tenerezza per il mondo intero” (op cit. p228)

Buona lettura [anche dell’autobiografia da poco uscita sempre per Elliot] 🙂

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