"La fabbrica dei cattivi", di Diego Agostini

Il racconto, narrato in prima persona, si apre con Alex, padre di famiglia di circa quarantacinque anni, steso su un letto d’ospedale vittima di un problema neurologico di dubbia origine: una improvvisa perdita di coscienza a cui ha fatto seguito il ricovero urgente al pronto soccorso. Forse si tratta di una infezione.

Il protagonista è separato dalla famiglia che avrebbe dovuto raggiungere di lì a poco (la moglie Mara e i due figli, Giulia, cinque anni e Lorenzo, dieci, si trovano addirittura all’estero), immobilizzato a letto, circondato da flebo e monitor: per il momento è completamente ignaro delle sue reali condizioni di salute. Mentre attende con angoscia crescente – e oppresso da un forte senso di claustrofobia – che i medici svolgano le analisi adeguate non può fare altro, date le circostanze e le similitudini (poi si capiranno quali), che tornare con la mente alle vicende drammatiche che hanno interessato proprio la sua famiglia nell’anno appena trascorso. 
Già preda della suspance di conoscere il destino di Alex, effettivamente appeso a un filo, ci immergiamo quindi in questa lunga, lunghissima rievocazione di un evento passato che sembra aver lasciato segni indelebili nella psiche (e forse anche nel fisico, ci viene da pensare) del protagonista stesso.

Alex e Mara sono una coppia di estrazione sociale medio-alta. Fanno parte dell’upperclass europea laureata, poliglotta, benestante, esterofila. Quarantenni in buona salute e forma fisica, svolgono una professione creativa e di prestigio che consente un tenore di vita oggettivamente alto. Hanno due bambini, un maschio e una femmina, vivaci, esuberanti ma beneducati e responsabili per quanto l’età lo consente.

Alex e Mara, esperti conoscitori della lingua inglese e ferventi ammiratori della cultura e del mondo anglosassone, e specialmente dell’american way of life di cui apprezzano l’ “unità sorprendente” (p14) della società di fronte agli eventi avversi, la cordialità delle persone, “il pragmatismo unito alla capacità di sognare, la voglia di fare, il costante desiderio di migliorare le cose” (p14), per le ferie estive hanno l’abitudine consolidata ormai da alcuni anni di partire per la Florida. Per diverse settimane risiedono in una bella villetta ammobiliata nella tranquilla e borghese community di Port Florence, un sobborgo d’elite creato con l’arte ordinata, “omogenea e gradevole” (p15) dei tipici quartieri residenziali della provincia americana, e si godono gli amici, l’oceano, il sole, i paesaggi mozzafiato di cui questo tratto di America non è avaro. 

Tuttavia, qualcosa va storto. Durante la vacanza oggetto del flashback, capita che la famiglia, un pomeriggio, venga sorpresa in spiaggia da un forte temporale. Si riparano tutti in auto e si recano in fretta in un mall poco distante per acquistare degli indumenti asciutti. Nel tragitto, Giulia si è addormentata legata al seggiolino; quindi il papà, non volendo interrompere il suo riposo, parcheggia il monovolume e rimane con lei. Dopo poco però Mara lo chiama nel negozio: ci sono problemi con la carta di credito. L’auto è all’ombra, la temperatura mite dato il brutto tempo, Giulia dorme tranquilla e sarebbe meglio lasciarla continuare, anche su consiglio del pediatra, perché se la si sveglia con troppa energia è vittima di attacchi isterici – comuni a tanti bambini – che poi si risolvono con molta difficoltà. Alex allora decide, non senza preoccupazione, di lasciare la piccola da sola in macchina qualche minuto, il tempo necessario per entrare al negozio (da cui cerca di non perdere di vista l’auto nemmeno per un secondo) e risolvere l’imprevisto. Tempo sufficiente perché qualcuno, avendo assistito alla scena, chiami immediatamente le forze dell’ordine, che arrivano sul posto in pompa magna: auto della polizia, pompieri, detective preposto all’analisi del caso, finanche una troupe televisiva. I tutori della legge si fanno strada tra la folla sempre più fitta accalcatasi intorno alla vettura. I cristalli della macchina vengono infranti, il portellone divelto, la bambina estratta dall’auto ancora legata al seggiolino e portata (naturalmente in lacrime per lo spavento) di corsa all’ospedale per delle analisi. Alex è rinchiuso a forza nella macchina-prigione dello sceriffo: i genitori di Giulia vengono accusati di abbandono di minore, arrestati e imprigionati. Secondo le imputazioni a loro carico, i bambini rischiano addirittura di essere dati in affido. 


Inizia qui l’inquietante, mostruosa, claustrofobica avventura di Alex nell’intricato mondo della giustizia americana – non sappiamo quanto vera ma assolutamente plausibile vista l’accurata descrizione degli eventi, estremamente dettagliata sia nello svolgersi delle procedure, sia nella descrizione di luoghi e tempi.


Quando in tv guardiamo uno dei tanti telefilm di matrice americana non possiamo evitare di domandarci quanto sia reale ciò che viene descritto: scene del crimine recintate dal nastro giallo, macchine della polizia impegnate in vertiginosi inseguimenti sulle highways, detective devoti alla legge e votati all’azione. Ebbene, Alex ci dimostra che sì, è tutto vero. Se poi la fiction abbia preso spunto dalla realtà, o viceversa, questo è un altro punto della questione. “Tecnicamente” (p138), Alex ha commesso un errore: la legge della Florida (e anche la nostra, invero, seppure declinata in maniera diversa) è chiara, non è possibile lasciare un minore da solo in un’auto chiusa, senza aria condizionata, per più di una decina di minuti; e l’ignoranza della legge non è una giustificazione. Ma quando il “tecnicismo” si sostituisce in tutto e per tutto al buon senso, all’analisi dei fatti, all’ascolto dell’imputato e alla verifica super-partes delle prove, allora non siamo di fronte all’applicazione della legge: siamo di fronte alla creazione, eseguita a tavolino, di un malvivente fatto e finito, e al trionfo del supereroe made in USA. Ecco a voi “la fabbrica dei cattivi”.
Questo è il paese degli eroi, la loro patria di elezione. Anzi, di più. E’ il paese dei supereroi. Sono nati qui, e non è un caso. (…) Superman, il primo , il più potente, l’uomo di acciaio. Proprio Superman, che sulle copertine fa sfoggio di grande patriottismo, in realtà nelle sue storie si guarderà bene dal battersi al fronte aiutando le truppe alleate con i suoi superpoteri e continuerà, imperterrito, a dare la caccia ai nemici di sempre, in patria. Da Lex Luthor ai criminali comuni, come se la pace nel mondo contasse meno della tranquillità delle strade di Metropolis, come se alla fine supereroe fosse sinonimo di superpoliziotto. I supereroi vivono in un mondo autoreferenziale, privo di qualsiasi legame equilibrato con il contesto esterno. Sono dall parte del giusto e combattono contro il male. Non puoi metterli in discussione, altrimenti sei contro di loro. E se sei contro di loro, tu sei il male” (p48)
Alex affronta così una moderna discesa agli inferi costellata da personaggi di ogni tipo e grado, che sfidano con sfrontatezza ogni possibile limite al concetto di stereotipo: lo sceriffo borioso e un po’ imbolsito che applica le procedure alla lettera; il detective che ha fatto del suo impiego una missione al limite del fanatismo più estremo e che non esita a falsificare le prove spinto più dal desiderio di incastrare un colpevole che dall’urgenza di reperire la verità dei fatti; l’assistente sociale che, visto il ruolo, dovrebbe condividere con genitori e bambini sentimenti di empatia e indulgenza ma che, in nome di una presunta tutela dei minori a lei affidati, sradica intere famiglie utilizzando menzogne e strumenti di coercizione e basandosi esclusivamente su supposizioni personali (sue e degli altri colleghi) ed indizi non ancora verificati. Sono queste le persone preposte all’analisi del caso di Alex. C’è da averne paura. Ma c’è da avere paura anche del sistema in sé, che punisce ma non premia, che rinchiude e non rieduca: l’individuo, spogliato dei suoi effetti personali, viene denudato e spersonalizzato nel corpo, rivestito di una tuta arancione identica a quella di tutti gli altri detenuti, e nella psiche, perché costretto ad interagire con un sistema-carcere che impedisce, di fatto, qualsivoglia rapporto tra il carcerato e gli esponenti delle forze dell’ordine a cui è affidato. 
Se la potente e onnipresente forza di polizia ha lo scopo di ridurre il crimine, in teoria non ci dovrebbero essere recidivi. La proporzione dovrebbe essere inversa, i nuovi arrivati dovrebbero essere la maggioranza. Eppure quasi tutti gli uomini che sono in questa stanza conoscono già la prigione. Se questo è un campione del risultato del sistema, una cosa è certa: il sistema non riesce a disincentivare il crimine. (…) E se invece sortisse proprio l’effetto contrario?” (p118)
Fioriscono le agenzie che offrono servizi di pagamento delle cauzioni; fioriscono gli studi legali, specializzati in qualsivoglia crimine civile e penale. L’industria dei cattivi è abile nel proporre una strategia di marketing vincente: creare il bisogno e insieme l’oggetto che a questa necessità fittizia può offrire concreta risposta. “Se non capisci una situazione, prova a seguire il percorso che fa il denaro. Follow the money” (p142), suggerisce ad Alex l’amica Kelly.
Il terrore raggiunge l’apice e si mescola al grottesco nelle scene in cui acquista parte rilevante la nazionalità non-americana di Alex, limitato dall’utilizzo di una lingua che per quanto conosciuta non è mai la propria, oppure al claustrofobico quando si analizza l’immenso potere dei media che possono, attraverso la pubblicazione di materiale riservato (a cui tutti possono tranquillamente accedere on line, in nome di una trasparenza che non è tanto dissimile dalla violazione della privacy), condannare l’imputato ancora prima che il caso venga dichiarato chiuso e giudicato.
Sta ad Alex decidere: se raccogliere le forze e divenendo nuovamente un soggetto attivo continuare ad avere fiducia in un sistema che – per il momento – lo sta distruggendo e sta danneggiando, probabilmente in maniera irreversibile, anche la sua famiglia, oppure soccombere passivamente all’orrore che pare delinearsi all’orizzonte. 
Sta a noi considerare l’individuo in quanto tale, ben attenti ad evitare le sabbie mobili del dualismo buoni/cattivi. Se avere com-passione dell’essere umano non significa per forza giustificare, tuttavia la comprensione e l’ascolto dell’altro sono elementi necessari ed imprescindibili per la creazione di una società giusta ed equa.
Grazie a tutti i lettori per aver condiviso con ADC le quotes da #lafabbricadeicattivi che per qualche giorno ancora ci accompagneranno.
Buona lettura 🙂

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