#Stelline15: #DigitalLibrary, la biblioteca partecipata. San Giorgio, Pistoia: #bibliotecaspaziopubblico
Due giorni di interventi intensi e partecipati, per altro sotto il patrocinio di Expo, che hanno incontrato il favore di un pubblico numeroso come non mai e hanno ricevuto gli apprezzamenti dagli addetti ai lavori per il profilo dei relatori e la qualità della discussione a cui si è voluto dare quest’anno una “particolare caratterizzazione internazionale” (rif. http://www.convegnostelline.it/home.php).
“individuare le linee di trasformazione delle biblioteche in un ambiente digitale e al tempo stesso partecipativo, riprendendo il filo rosso dell’impatto che l’innovazione può avere sulle biblioteche e sugli utenti, facendoli diventare sempre più protagonisti e soggetti attivi” (ibid.)
“Luca Ferrieri ha esordito con <> e ha posto immediatamente l’attenzione su una questione, che sia i tradizionalisti sia i tecnoentusiasti sembrano aver dimenticato, ovvero la necessità di affrontare – Ferrieri dice attraversare – questo momento di cambiamento delle pratiche della lettura, del mondo del libro nella sua 4° Rivoluzione e dell’editoria.
E sono proprio queste pratiche di lettura, ora in transizione, a determinare il destino del libro. La mutazione digitale di cui ha parlato Ferrieri è un processo di ibridazione che coinvolge tutti noi, immigrati digitali, e che modifica e rielabora le caratteristiche della lettura: fisiche e materiche, corporee – e quelle che definisce le dimensioni estetiche e sinestetiche dell’atto del leggere”.
“L’attenzione dei bibliotecari americani, sicuramente molto più aperti di noi ai cambiamenti e alle innovazioni, è ormai ben desta sul tema dei rapporti tra makerspace e biblioteche, al punto da poter affermare – senza eccessi di semplificazione – che, mentre a casa nostra il dibattito non è ancora cominciato, negli Stati Uniti si è ormai sostanzialmente pacificati sull’idea che aprire un makerspace in una biblioteca sia una operazione ad alto valore aggiunto, in grado di facilitare il raggiungimento degli obiettivi primari della biblioteca pubblica”
“La prima biblioteca americana ad integrare un laboratorio del genere all’interno del proprio portafoglio servizi è stata la Fayetteville Free Library (…) Molto ampio il portafoglio servizi della biblioteca, costruito con compattezza attorno al valore fondamentale dell’apprendimento di nuove competenze da parte del cittadino, al quale sono offerte numerose opportunità che transitano non soltanto dall’uso dei libri e dei documenti riprodotti su formati diversi, ma si ampliano ad accogliere tutte le occasioni utili per supportare la prima alfabetizzazione, la formazione formale, la ricerca del lavoro, il superamento delle differenze di genere in fatto di cultura scientifica, fino ad arrivare, col FabLab, a coprire la dimensione dell’apprendere facendo. Al centro dell’attenzione è collocata la persona con i suoi bisogni di apprendimento e miglioramento personale, per far fronte alle diverse esigenze di vita: bisogni che cambiano con il passare dell’età e la maturazione delle sue esigenze nel suo stare nel mondo”
“E in Italia? Siamo appena all’inizio della storia. Ma, nonostante questo, possiamo dire che non stiamo sfigurando come in tanti altri campi, segnando i consueti ritardi abissali nei confronti dei paesi più innovativi. (…) In Italia [il] primo American Corner concepito come Digital Innovation Center [è lo] YouLabPistoia, inaugurato il 24 aprile 2013. (…) Tre sono le esperienze ritenute tra quelle più significative in Europa: il makerspace su ruote Frysklab dalle Fiandre, quello attivo alla biblioteca pubblica di Colonia e l’American Corner YouLab di Pistoia”.
#Annientamento, di Jeff VanderMeer
“A type of urban, secondary-world fiction that subverts the romanticized ideas about place found in traditional fantasy, largely by choosing realistic, complex real-world models as the jumping off point for creation of settings that may combine elements of both science fiction and fantasy”
Un processo di rielaborazione profonda nell’ambito della letteratura di genere, sentita forse non tanto qui da noi quanto più negli States e in generale nel mondo anglosassone in cui è più forte la tradizione della speculative fiction e che Einaudi ha voluto proporre nella sua interezza a partire dal packaging e dalle copertine, realizzate da Lorenzo Ceccotti:
@appuntidicarta ci piaceva l’idea di prendere la gabbia, la forma, del supercorallo e “mutarla” pur rimanendovi fedeli @Einaudieditore
— Francesco Guglieri (@fguglieri) 22 Marzo 2015
“L’AreaX, alla vigilia dell’Evento imprecisato che trent’anni fa l’ha imprigionata dietro il confine ed esposta a così tante vicende inspiegabili, faceva parte di una regione selvaggia situata nei pressi di una base militare. Era ancora popolata, quella specie di oasi naturale, ma da pochi abitanti, che tendevano a comportarsi da laconica progenie di pescatori. Qualcuno avrà visto nella loro scomparsa il semplice accentuarsi di un fenomeno iniziato generazioni addietro.
“Quando ebbe origine l’AreaX, le informazioni erano vaghe e confuse, ed è tuttora vero che al mondo pochi sono al corrente della sua esistenza. Il governo, nella sua versione dei fatti, pose l’accento su una catastrofe ecologica circoscritta derivante dalla sperimentazione in campo militare. (…) Nel giro di un paio d’anni diventò materia per i teorici del complotto e altri personaggi di nicchia. Quando mi arruolai e mi venne rilasciato il nullaosta di sicurezza per apprendere come fossero realmente andate le cose, l’idea di un’ <> persisteva nella testa di molte persone come una fiaba oscura, un’idea su cui non volevano riflettere troppo. Ammesso che ci riflettessero” (pp.89-90)
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| credits: qui |
Questa è la storia, raccontataci in prima persona, della dodicesima spedizione inviata dall’Agency governativa “Southern Reach” alla volta dell’AreaX. Il gruppo, capitanato da una psicologa, che impone la sua autorità su altre tre colleghe, è composto da altre tre donne di cui non sapremo mai il nome: una topografa, un’antropologa e infine una biologa – l’io narrante della vicenda – che si spingeranno nel cuore di questa terra incontaminata e misteriosa decise a carpirne il segreto, come tutti coloro che le hanno precedute. Che fine abbiano fatto i membri delle precedenti undici spedizioni (sempre che fossero solo undici) qui non si può dire.
“La conclusione logica era solo una: l’esperienza diceva ai nostri superiori che pochi di noi, se non nessuno, sarebbero tornati” (pag.91)
Protagonista delle vicende – almeno, di quelle di questo primo volume – non è tanto la giovane donna di cui leggiamo il diario (perché di questo si tratta, per quanto: “Non resta molto altro da raccontarvi, anche se non l’ho raccontata proprio giusta” – pag.180) quanto la Natura in tutta la sua magnificenza, descritta, questo sì, attraverso gli occhi esperti di una professionista del mestiere. Fauna e flora mirabilmente ispezionate nei minimi particolari, prima osservati e poi dettagliatamente riprodotti per mezzo di un linguaggio che nella sua asettica scientificità trasuda, per paradosso, una passione infinita e totalizzante per le meraviglie di un mondo che alla fine l’Uomo non può fare altro che osservare, con inquietante e crescente estraneità.
Ma il rovesciamento della prospettiva non si attua, come sovente accade in questi casi, applicando alla Natura le caratteristiche di un maelstrom incontenibile e privo di significato che travolge in ondate di violenza inesplicabile tutto ciò che incontra sul proprio cammino, quanto quelle, piuttosto, di un organismo cosciente che si muove secondo una propria intima e precisa volontà. Intenzione che non ha nulla di sovrannaturale ma che comunque rimane insondabile all’occhio dell’Uomo, ridotto a mero spettatore e forse a microscopica vittima di un processo che di certo non è cominciato con la nascita dell’umanità e forse neppure si concluderà con la scomparsa degli esseri umani.
Siamo di fronte a un testo complesso anche per impianto narrativo e linguaggio – tradotto con perizia da Cristiana Mannella – che di certo non può essere definito soltanto come lettura di evasione ma che al contrario pone diversi interrogativi, stesi in forma simbolica, tra cui quelli ad esempio relativi all’intelligenza artificiale (come sottolinea Wired citando il Los Angeles Review) sui quali già da tempo si stanno interrogando scienza e letteratura.
E no, don’t worry, non è Lost.
Nota sull’autore: tra i premi vinti dallo scrittore ed editore Jeff VanderMeer (Bellefonte, 1968) figurano il BSFA Award, il World Fantasy Award, il Nebula Award. E’ stato finalista all’Hugo Award. E’ autore del best-seller “City of Saints and Madmen” e di numerosissime raccolte di racconti e saggi sia propri sia in raccolta di autori vari. Qui la bibliografia completa.
Buona lettura 🙂
#BookPride. Da rifletterci.
Non solo un’esposizione, ha tenuto a sottolineare venerdì pomeriggio Filippo Del Corno, ma un evento in cui:
DelCorno su #bookpride: il momento fieristico si associa con orgoglio al progetto di incubatore per idee e confronti @BookPrideMilano
— Appunti di carta (@appuntidicarta) 27 Marzo 2015
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DelCorno: il ruolo degli editori indipendenti nel garantire equilibrio al sistema editoria #bookpride @libribompiani @BookPrideMilano
— Appunti di carta (@appuntidicarta) 27 Marzo 2015
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Montroni: Indispensabile diversificazione nella produzione editoriale a disposiz. Del lettore #bookpride @BookPrideMilano
— Appunti di carta (@appuntidicarta) 27 Marzo 2015
Produzione e distribuzione. Le grandi concentrazioni, un caso tutto italiano. Montroni a #bookpride @BookPrideMilano
— Appunti di carta (@appuntidicarta) 27 Marzo 2015
DelCorno: occorre sviluppare la competizione ma non solo orizzontale ne’ solo per categoria #bookpride @BookPrideMilano
— Appunti di carta (@appuntidicarta) 27 Marzo 2015
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- 124* i marchi editoriali che si sono presentati a #bookpride
- più di 60 gli incontri durante la tre giorni (anzi, due e mezzo) di kermesse*
- circa 20.000 gli ingressi con una media di acquisto di un volume a persona*
“Siamo molto soddisfatti sia per la partecipazione davvero calorosa del pubblico che per i dati di vendita (…) Esperienza da ripetere”
“La risposta in termini di vendita è stata molto buona, così come l’affluenza, tanti lettori forti e affezionati sono venuti a fare scorte di novità e diversi curiosi ci hanno conosciuto a BookPride. I più venduti della fiera: <> di Julio Cortázar, <> di Roberto Arlt e <> di Alan Pauls”
Dal punto di vista dell’affluenza, è innegabile che #Bookpride abbia raccolto un pubblico colto e consapevole – e per altro anche di giovane età.
I lettori e le lettrici milanesi sono preparatissimi e molto curiosi: bellissime chiacchierate a @BookPrideMilano. Grazie! 🙂 #bookpride
— minimum fax (@minimumfax) 28 Marzo 2015
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| Pomeriggio milanese (come diceva quello là, che ogni tanto il cielo di Milano è così bello, quando è bello) |
La misura, prima di tutto. L’ambiente contenuto e sobrio, ad esempio, ha molto limitato l’effetto di sovrastimolazione multisensoriale che purtroppo sta invece diventando tipico di certe altre manifestazioni dello stesso settore. Una location, quella dei Frigoriferi Milanesi, che per la validità dell’agenda e per l’accessibilità è da diverso tempo una delle mete preferite dal milanese interessato a proposte culturali particolari e appunto a misura.
La qualità. Se l’industria editoriale ha la necessità di ritrovare se stessa e i lettori persi lungo la strada, nessun dubbio di come questo sia il sentiero da percorrere. Offrire al consumatore, prima dei prodotti stessi il cui acquisto verrà poi di conseguenza, un ambiente sereno e a misura di lettore (anche nella gratuità dell’ingresso) in cui l’utente possa muoversi in completa autonomia (sì, basta mappe a lenzuolo e “voi siete qui”, vi prego, non stiamo partecipando a una puntata di Passaggio a Nord Ovest) finalmente libero dal pensiero di dover decidere da solo se uno stand sia meritevole di attenzione oppure no districandosi tra più o meno sedicenti “stampatori”, perché conscio di aver appena messo piede in un luogo di cultura all’interno del quale ogni attore (dall’editore all’organizzatore, dagli ospiti dei vari panels agli utenti) condivide il medesimo proponimento:
“un progetto di ampio respiro che unisce editori e operatori culturali indipendenti in una rete di cooperazione, alla ricerca di nuovi strumenti per promuovere la lettura e difendere il pluralismo culturale”*.
A questo post ne seguiranno altri, poi, dedicati nello specifico agli acquisti e alle chiacchiere con gli editori (foto incluse).
* fonte: press release BookPride
Grazie a tutti e buona lettura 🙂
"La nave di Teseo", di JJ Abrams e Doug Dorst
E’ che “La nave di Teseo” ci fa tornare tutti bambini. Questo il punto.
E’ una scatola dei tesori, che ci prende per mano con sicura ruvidezza e ci riporta indietro nel tempo dei nostri dieci anni, l’età dei pirati e dei cavalieri, tra castelli incantati e isole misteriose, mappe di carta bruciata e bucata con l’accendino e scatole di latta sepolte in cortile.
Un progetto narrativo sperimentale ai confini con il bookgame che coinvolge il lettore rendendolo parte attiva di un processo di fruizione testuale composto non soltanto dalla parola scritta (e stampata) ma anche di un apparato iconografico imprescindibile – fatto di immagini e materiali di ogni forma e genere, da scoprire, guardare, toccare, annusare.
D’altra parte, cosa ci si poteva aspettare di diverso dall’enfant prodige JJ Abrams?
Quarantanovenne NewYorkese ma cresciuto a Los Angeles, figlio d’arte di due produttori cinematografici, durante l’ultimo anno di liceo redige la composizione scritta (in gergo un “trattamento cinematografico”) alla base di Filofax e l’anno successivo stende la sceneggiatura di A proposito di Henry. Sperimentatore su tutti i fronti, si dedica presto anche alla TV creando series di successo, dal drama (Felicity) alla spy-action (Alias, Undercovers), dallo sci-fi (Fringe) al post-apocalittico (Revolution) per non parlare del pluripremiato fenomeno di culto Lost (2004-2010), naturalmente.
Abile compositore, Abrams è autore delle musiche di alcune sue series – tra cui anche la sigla dello stesso Lost; ripensando poi agli ultimi lavori cinematografici di questo prolifico director non si può non citare Mission Impossibile III, Cloverfield, Star Trek (2009) e Star Wars VII (in uscita 2015).
Abrams, che ama circondarsi spesso di brillanti collaboratori, in questo caso non fa eccezione perché per “S-” si avvale del talento e dell’esperienza del novellist statunitense Doug Dorst, autore di “Alive in Necropolis” (finalista all’Hemingway Foundation/PEN Award del 2008) e di “The Surf Guru” (2011) nonché Associate Professor of English alla Texas State University.
Date le premesse si comprende come parlare semplicemente della lettura di “S-” sia opzione alquanto riduttiva – eppure è da qui che dobbiamo partire per altro scegliendo in maniera completamente autonoma una dei tanti punti prospettici a disposizione.
Se volete seguire rigore e tradizione allora potreste decidere di cominciare dalla carta stampata, ignorando completamente (per ora) l’apparato iconografico, note a margine comprese.
Tra le mani vi ritroverete un vecchio volume a quanto sembra appartenuto alla biblioteca della Laguna Verde High School, California (e sì, lo so, che è un po’ scontato ma Laguna Verde ha fascino, via riconosciamolo) con tanto di etichetta a codice decimale Dewey applicata in costa.
Il volume pare pubblicato nel 1949 da tale casa editrice Winged Shoes Press of Canada (e sì, lo so, che serpeggia in rete la bizzarra questione relativa al presunto sentore di carta vecchia della versione americana; a riguardo, cosa posso dire, sarà un’allucinazione collettiva sarà una svista sinaptica, sarà marketing editoriale, eppure…) e si intitola “S. – La nave di Teseo”.
E’ la diciannovesima fatica letteraria – per altro incompiuta – di uno scrittore a noi ignoto, ovviamente, che di nome fa V.M. Straka: no worries, per avere qualche notizia in più possiamo confidare sulla prefazione con cui il volume si apre, a firma del traduttore F.X. Caldeira; Straka è un autore versatile, affermato, prolifico, poliglotta la cui reale identità, esistenza e (presunta) morte sono tuttavia avvolte da un fitto mistero. E quindi? Quindi niente, per ora – se volete seguire il solo testo – dobbiamo farcene una ragione. Andiamo avanti.
“S- La nave di Teseo” narra l’avventura di “S-” un uomo senza passato, probabilmente colpito da una amnesia (di più non si può dire), che si aggira di notte, sporco e bagnato fradicio, tra i vicoli di una città vecchia, portuale, volutamente decontestualizzata sia nel tempo sia nello spazio. Dopo poche ore, S- viene rapito e caricato a forza su un vascello misterioso, dall’equipaggio sconcertante, e coinvolto suo malgrado in una serie di tenebrose e astruse avventure.
Lo stile è volutamente arcaicizzante per rispecchiare la lingua in uso a metà del secolo scorso e i registri linguistici sono vari e multiformi. La lettura è affascinante, il racconto è d’atmosfera grazie alle fitte parti descrittive che, a sprazzi, illuminano un passato postbellico denso di luoghi e avvenimenti, fittizi e reali, dai quali i personaggi – anch’essi sempre a metà strada tra la verità e la finzione – escono ed entrano in un continuo gioco di rimandi, flashback e proiezioni nel futuro.
Postilla per chi é abituato a sottolineare (a matita, a penna, con l’evidenziatore… eh sì, cari puristi della pagina stampata, qui è tutto sdoganato): attenzione, andateci cauti e procedete con metodo, ché poi, siccome dovrete riprendere il mano il testo per ricostruire la parte definiamola “a margine”, non vi capiti di entrare in confusione non sapendo più se le note a lato sono vostre, o di qualcun altro…
Se invece vi sentite pronti a osare subito, allora è il caso di affiancare fin dal principio l’esperienza mutisensoriale delle note a margine e del materiale iconografico a quella della lettura tradizionale.
E’ così che farete la conoscenza di Jan, laureanda in letteratura alla Pollard State University, che per caso (o forse no) studiando in biblioteca si imbatte in un vecchio libro lasciato fuori posto, “S-” pubblicato più di mezzo secolo prima e pieno di note scritte a matita. Inizia così un carteggio emozionante, ingarbugliato, frammentato, tra la ragazza e il presunto proprietario del libro, che presto si rifà avanti per recuperare il prezioso volume (proprietario si fa per dire, visto che come sappiamo il testo appartiene in realtà a una biblioteca pubblica): l’ex dottorando Eric, espulso dall’università stessa alcuni mesi prima per motivi che si chiariranno poi ma comunque strettamente collegati a V.M. Straka sui cui lavori e sulla cui identità vertevano gli studi del ragazzo e del suo mentore, il Professor Moody e della di lui affascinante assistente Ilsa.
Eric e Jan verranno coinvolti in un’avventura senza precedenti che documenteranno, ognuno a proprio modo, scrivendone ai margini del libro; e ce n’è per tutti, state tranquilli: enigmi da risolvere, documenti segreti, codici da decifrare, complotti politici, rivalità tra baronati universitari, viaggi avventurosi tra la vecchia Europa e il SudAmerica in un crescendo di suspance e mistero alla ricerca della vera identità di V. M. Straka.
#CittàDelLibro: #Milano capitale della cultura 2015
>> qui a lato trovate un calendar in cui sono indicati gli eventi #CittàDelLibro (sempre in aggiornamento)
#StayOpen: di sabati, tram, bambini e libri
Una di queste cose belle è prendere il tram e farsi un giro da Open Milano. In realtà avevo già visitato Open qualche tempo fa per sperimentare gli spazi di lavoro in condivisione e cimentarmi con le possibilità di networking che offre questa vasta area multifunzionale; questa volta invece ho scelto di dedicarmi non tanto a un progetto precostituito quanto a un‘esperienza un po’ più istintiva, di fruizione non-mediata e casuale. Che dire, credo abbia funzionato.
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| Editore del mese: Del Vecchio. Sempre un piacere ritrovare Formelunghe e Formebrevi |
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| Oh! C’erano anche gli amici di Sur e 66thandSnd |
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| Celacanto, la collana Laterza di libri per ragazzi. “Il bambino che inventò lo zero”, scritto dal medievalista Amedeo Feniello, è un racconto delicato di crescita e scoperte; illustrazioni di grande fascino a opera di G. Folì (e ce lo siamo comperato, ovviamente) |
Buona lettura 🙂
#SMWmilan, appunti sparsi
In proposito ho particolarmente apprezzato per qualità ed efficacia di espressione la sintesi di Francesca Parviero, Social HR & Personal Branding Strategist e PM di @SheFactorIT, durante il panel dedicato al #PersonalBranding declinato al femminile.
“la nostra dimensione, MA on line: nulla di artefatto ma qualcosa di assolutamente coerente con quello che vogliamo che gli altri sappiano di noi“.
“Puoi fare quello che vuoi on line – continua Parviero – sbandierare in pieno selfmarketing egoriferito quello di cui sei capace e quello che potresti fare per gli altri ma alla fine se non è così… ci si mette oramai davvero un paio di click a capirlo”
Intervento a cui poi fanno seguito le riflessioni degli altri partecipanti tra cui Paola Giorgi che pone l’accento sull’importanza della naturalezza e della veridicità della nostra esposizione personale on line:
“Non è importante esser perfette ma essere autentiche” @PaolaGiorgi3 #SheFactorIT #SMWmilan #personalbranding
— Appunti di carta (@appuntidicarta) 24 Febbraio 2015
Tema cardine questo, perché così a occhio sembra percorrere trasversalmente gran parte della #SMWmilan; del medesimo concetto si è parlato molto anche all’interno di un altro panel, quello dedicato al #changemgmt, a proposito del valore delle informazioni da presentare on line che devono essere sempre certificate (e verificabili). Argomento a cui si riferisce anche l’Associate Professor SDA Bocconi Enzo Baglieri in uno dei suoi interventi:
Anche @enzobaglieri parla di titolarità: il valore deve essere certificato (anche su LinkedIn) @Silvia_Parma @martinapennisi #changemgmt
— Appunti di carta (@appuntidicarta) 24 Febbraio 2015
In realtà di questo fatto della titolarità, sia in relazione agli account corporate sia riguardo alla nostra personale presenza sul web specie nel mondo professionale, si era iniziato a parlarne già lunedì durante l’evento “Lavorare connessi, connessi per lavorare“, analizzando il “fenomeno LinkedIn”. In breve, tutti là sopra ci siamo ma non tutti lo sfruttiamo al meglio sia perché non sappiamo utilizzarlo bene (gestione delle relazioni e dei gruppi ecc. come ha spiegato Andrea Attanà) sia perché, inutile nascondersi dietro a un dito, la tentazione che ci spinge verso certi tipi verità creative è dietro l’angolo.
“Il vostro profilo LinkedIn diventa la vostra seconda dimensione: una cura a questo livello è imprescindibile non per chi vuole lavorare nel digitale, ma per chi vuole lavorare e basta. (…) Spingere sui contenuti… e controllare l’ortografia”
E siamo sicuri che le aziende vedano la differenza? .”@barbarasgarzi: Siamo quasi tutti su #LinkedIN ma spesso non al meglio #smwmilan
— Appunti di carta (@appuntidicarta) 23 Febbraio 2015
Naturalmente l’utilizzo dei social per la propria carriera professionale porta con sé l’importante riflessione sull’utilizzo del tempo a nostra disposizione perché la gestione e il monitoraggio costante dei nostri profili on line sono ormai (volenti o nolenti, aggiungo) azioni imprescindibili dalla nostra quotidianità, da considerare parte integrante del nostro sviluppo professionale. E in proposito ho avuto l’occasione di scambiare qualche breve Twitt – che ha poi destato l’interesse di alcuni dei miei contatti Twitter, specie donne&mamme – con Barbara Sgarzi (la ringrazio per l’attenzione che ha as usual nei confronti dei suoi followers):
@appuntidicarta se non hai tempo di curare e migliorare la tua vita e immagine professionale, è un problema piuttosto grave, mi pare
— Barbara Sgarzi (@barbarasgarzi) 23 Febbraio 2015
@appuntidicarta priorità e momenti. Non è che “prima di internet” cercare e migliorare lavoro, fare networking non portassero via tempo
— Barbara Sgarzi (@barbarasgarzi) 23 Febbraio 2015
//platform.twitter.com/widgets.js A latere si rifletteva poi riguardo la cura che si deve possedere nella gestione delle nostre fonti, sia come autori delle stesse sia come fruitori (per la serie: bada un po’ di più a chi segui) e di questo si è parlato ad esempio durante l’incontro dedicato a “Wikipedia & Business“:
Il problema delle fonti: “i blog NON sono fonti” @nicovitt su #Wikipedia #smwmilan
— Appunti di carta (@appuntidicarta) 23 Febbraio 2015
“Il problema delle competenze: non è detto che chi scrive su #Wikipedia abbia conoscenza specifica in materia: la titolarità” #SMWmilan
— Appunti di carta (@appuntidicarta) 23 Febbraio 2015
//platform.twitter.com/widgets.jsa cui si collega anche, come è facile intuire, il tema della #digitalreputation (a livello personale – e a tal proposito vi suggerisco gli interventi di Matteo Flora e Alessio Jacona) e #brandreputation (corporate):
Il danno di #brandreputation @telecomitaliaTw #Wikipedia recentismi, mancanza di immagini/storia, troppa cronaca #smwmilan @the_last_jedi
— Appunti di carta (@appuntidicarta) 23 Febbraio 2015
Discorso a parte poi per quanto riguarda le aziende, che – come mi pare (onestamente) di aver compreso – a parte alcuni abili esempi di realtà illuminate, anche italiane, sono ancora lontane dall’applicare in massa i concetti base che porteranno alla definizione di un nuovo approccio alla professionalità (ovviamente bidirezionale): l’homeworking, il lavoro flessibile, l’utilizzo del digitale e soprattutto la capacità di gestire secondo nuovi canoni le competenze che già in azienda esistono, coinvolgendo il dipendente all’interno di un circuito virtuoso di idee e sviluppo aziendale e personale:
Federico Rampolla: “I #socialmedia devono far parte della cultura aziendale, è un processo complicato e lungo, ma necessario”. cc @mondadori
— SMW Milan (@SMWmilan) 23 Febbraio 2015
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Interessantissimo l’intervento di FRampolla @mondadori #smwmilan – #socialmedia: “la sfida è valorizzare le competenze aziendali” @SMWmilan
— Appunti di carta (@appuntidicarta) 23 Febbraio 2015
"Cuore primitivo", di Andrea De Carlo
“E’ in un’altra fase della sua vita, anche se è meglio non chiedergli quale perché non lo sa. Non è più dov’era prima, va bene? (…) Non serve nemmeno cercare di mettere tutto in parole. Per raccontarlo a chi, poi?” (pag.112)
“E’ una cultura di furbi, truffatori, improvvisatori, arruffapopoli, seduttori da bar, prostitute e clown, che privilegia gli esercizi verbali a vuoto e i giochi di prestigio sulla serietà e l’affidabilità” (pag.72)
“Qualunque libertà (…) ha un costo: è vero, ma spesso il costo viene semplicemente trasferito a qualcun altro” (pag.104)
“Chiunque ha bisogno di luoghi in cui sentirsi a casa, attraverso cui definire il proprio carattere e i propri gusti, a cui affidare le proprie memorie e le proprie immaginazioni” (pag.21)
“Mara è prontissima a rinunciare a qualunque tipo di garanzia: trascinata dalla sua fiducia ingiustificata nel prossimo, travolta dall’impazienza, insofferente di qualunque rallentamento” (pag.76)
“Lei sta per ribattergli qualcosa a proposito del diritto di un cittadino a disporre dei propri soldi come gli pare” (pag.158)
“Craig qualche tempo fa le ha detto che la trovava “bella pienotta”, non era chiaro se in tono di apprezzamento o disapprovazione. Di fatto i jeans che l’estate scorsa le stavano già un po’ attillati quest’estate le vanno decisamente stretti” (pag.53)
“Non puoi non essere curiosa (…)! Anche se odi il marmo fa comunque parte del tuo lavoro, no?” (pag.162)
Buona lettura 🙂
"Morte di un uomo felice", di Giorgio Fontana
Nella prima opera, ambientata ai giorni nostri, era protagonista un sostituto procuratore milanese, il sessantenne Roberto Doni, alle prese con un caso di delinquenza urbana ad opera di un giovanotto extracomunitario (lesioni gravissime inferte a una ragazza italiana durante una rissa), stando alle risultanze processuali. Un dibattimento all’apparenza semplice e di ordinaria amministrazione le cui carte però vengono scompaginate da Elena, una giovane reporter di strada convinta sostenitrice dell’innocenza del muratore tunisino. La giornalista prende contatto con Doni e lo convince a immergersi nella realtà multietnica della periferia nord di Milano, tra le case di ringhiera di Viale Padova e i casermoni di Via Porpora. Un viaggio – novello Cuore di Tenebra – che non sarà per il sostituto procuratore soltanto un’indagine parallela, ufficiosa e ai limiti del lecito volta a scoprire il reale svolgimento dei fatti ma soprattutto una dirompente analisi intima e introspettiva che, rimandata da troppi anni, scardinerà le certezze personali e professionali del protagonista: un tranquillo funzionario pubblico con la coscienza imborghesita dagli anni che sarà condotto, proprio dall’età anagrafica prossima alla pensione, ad interrogarsi – di nuovo, dopo molto tempo – sul ruolo della giustizia e sul significato di parole quali dubbio e compromesso.“1981. Erano gli ultimi mesi ad Ancona, e stava preparandosi al trasferimento a Gallarate. Elisa aveva due anni e Doni era così felice da non riuscire nemmeno a trovare un nome esatto per quello stato: non era abituato alla gioia. Era rientrato a Milano per vedere i suoi e qualche casa in città, e ne aveva approfittato per cenare con Giacomo Colnaghi, un vecchio compagno di università, allora sostituto procuratore.
Erano sempre stati conoscenti affettuosi, più che grandi amici – vite diverse, idee diverse su quasi tutto: ateo Doni e credente Colnaghi, antisportivo Doni e appassionato ciclista Colnaghi – ma ora eccoli lì, accidenti: due magistrati sui trentacinque che escono sottobraccio, gonfi di risotto e un po’ ubriachi, da una trattoria sul naviglio pavese. Il nome per la felicità che Doni non trovava poteva essere riassunto in quella gamma di dettagli: i colori a tempera della sera, il margine malfamato e romantico del quartiere, due gatti che dormivano nell’ingresso di una corte, il profumo elettrizzante dell’estate. Quella era la vita. Quella e nient’altro – un amico, una figlia, un progetto.” (“Per legge superiore”, p.68-69)
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| Il naviglio della Martesana all’imbocco di Viale Padova |
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| Bocciofila con trattoria, Melchiorre Gioia |
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| Casa di ringhiera, quartiere Martesana |































