"Scoprire librerie attraverso i libri”: il progetto libricity

Adriano Guarnieri (Graphic & web designer) e Lorenzo Losa (Phd in Matematica alla Normale di Pisa) si erano già distinti lo scorso anno per il progetto TwoReads, vincitore del Digital Publishing Creative Ideas 2014 alla Frankfurter Buchmesse
Si presentano ora al #Salto15 con l’app libricity, dedicata questa volta non alle realtà medio-grandi e di catena ma al circuito delle librerie indipendenti di piccola taglia.

L’applicativo, disponibile sia per iOS – iPhone e IPad – sia per Android, si basa sul principio della geolocalizzazione: al momento è in versione beta test (*) e contiene nella propria base dati le librerie indipendenti (per ora una decina) presenti sul territorio della città di Milano.

L’utente, inserendo nel campo di ricerca il titolo dell’opera di interesse, l’autore o ancora un tema specifico sarà in grado di visualizzare la libreria indipendente più vicina alla propria posizione in cui quel dato testo è presente a scaffale – o la libreria in cui un certo argomento è trattato in maniera approfondita. 
Il tutto viene completato da informazioni pratiche quali il percorso per raggiungere il negozio utilizzando i mezzi pubblici, i contatti telefonici, gli orari di apertura e link al website della libreria, se disponibile.

“L’intenzione è quella di modificare il processo che si svolge di solito all’interno delle librerie indipendenti” mi ha raccontato Adriano Guarnieri con cui ho avuto la possibilità di una interessante conversazione telefonica. 

Da una parte, secondo Guarnieri, c’è l’utente medio delle librerie indipendenti che solitamente è un lettore forte, informato e disposto a impegnare denaro nell’acquisto, ma che spesso – va detto – non trova a scaffale quello che sta cercando perché l’assortimento delle librerie indipendenti è talvolta limitato ma soprattutto settoriale

Dall’altra c’è la libreria indipendente, oggetto di quel processo virtuoso definito da Guarnieri “ad alta conversione“. Un luogo in cui l’utente è disposto a investire cifre consistenti attraverso un rapporto di crescente e costante fidelizzazione – grazie a un librario consapevole, che oltre a vendere al cliente la merce richiesta è in grado di suggerirgli altri percorsi di lettura. Un luogo, tuttavia, del quale il lettore fatica spesso a varcare la soglia, vuoi per ragioni pratiche vuoi per carenza di informazioni sulla libreria stessa e sul catalogo a disposizione.
Pochi clienti dunque, ai quali corrisponde tuttavia un grande potenziale di acquisto. 

“Il punto di accesso – continua Guarnieri – non deve essere soltanto uno, ovvero la porta del negozio, ma devono essere tutti i titoli che la libreria possiede”.

La percentuale di sovrapponibilità dei cataloghi delle librerie indipendenti (che a Milano sono circa 80), sottolinea Guarnieri, è bassissima e si aggira intorno al 6%: ciò significa grande specializzazione e possibilità di una fidelizzazione molto forte da parte di un lettore che, scoperto un librario competente nel tema di interesse, difficilmente si rivolgerà ad altri interlocutori, reali o… virtuali.

Insomma, libricitypotrebbe diventare uno strumento di quotidiana utilità sia per quel lettore che non vuole rinunciare all’acquisto in libreria ma che incontra spesso difficoltà nel reperire i titoli preferiti sia per i librai indipendenti quale indiscutibile mezzo di promozione e fidelizzazione della clientela.
Per il momento libricitysi appoggia ad un network di 10 librerie indipendenti, per un totale di più di 65.000titoli unici disponibili.

L’applicativo sarà presentato al Salone del Libro di Torino in una versione speciale, che coinvolgerà anche gli editori. 

Cosa ne pensate? Io, da assidua frequentatrice delle librerie indipendenti (milanesi), ho trovato interessante questo progetto, come credo potrebbe esserlo per quelle realtà medio-piccole che potrebbero fare di libricity un utile strumento per aumentare la propria visibilità.

Grazie a tutti e buona lettura (e in bocca al lupo a libricity) 🙂

(*) Attenzione: la versione iOS è accessibile ma presenta diversi bug (i due più importanti sono lo scroll nei risultati della ricerca che talvolta blocca l’applicazione e le mappe poco chiare); a breve sarà pronta la release definitiva che corregge questi errori e altri minori. L’applicazione, per entrambe le piattaforme, è ancora in beta-test: per commenti o informazioni scrivere a: app@libricity.com 

#Stelline15: #DigitalLibrary, la biblioteca partecipata. San Giorgio, Pistoia: #bibliotecaspaziopubblico

Si è conclusa da un paio di settimane l’edizione 2015 del Convegno annuale delle Stelline. Un’edizione particolare di cui, caso vuole, quest’anno si è celebrato anche il traguardo importante del ventennale
Due giorni di interventi intensi e partecipati, per altro sotto il patrocinio di Expo, che hanno incontrato il favore di un pubblico numeroso come non mai e hanno ricevuto gli apprezzamenti dagli addetti ai lavori per il profilo dei relatori e la qualità della discussione a cui si è voluto dare quest’anno una “particolare caratterizzazione internazionale” (rif. http://www.convegnostelline.it/home.php)

Tema dei lavori 2015, quello della Digital Library, con l’obiettivo dichiarato di:

“individuare le linee di trasformazione delle biblioteche in un ambiente digitale e al tempo stesso partecipativo, riprendendo il filo rosso dell’impatto che l’innovazione può avere sulle biblioteche e sugli utenti, facendoli diventare sempre più protagonisti e soggetti attivi” (ibid.)

Insomma un progetto ambizioso e attraente che ha coinvolto più di trenta relatori fra i tradizionali panels, le iniziative collaterali e i workshop aziendali:

//storify.com/appuntidicarta/stelline15/embed?header=false&border=false//storify.com/appuntidicarta/stelline15.js?header=false&border=false[View the story “#Stelline15: #DigitalLibrary, la biblioteca partecipata” on Storify]

Sebbene non abbia avuto modo di partecipare di persona, ho potuto seguire parte degli interventi grazie ai numerosi liveTwitt da #Stelline15 e #convegnostelline; per altro ora è possibile approfondire i singoli panel attraverso le relazioni in distribuzione al Convegno, disponibili sia in cartaceo che in digitale e il dibattito sulla #DigitaLibrary continua on line.

Uno degli interventi (tra i molti) su cui sarebbe opportuno fermarsi a riflettere, data la quantità degli spunti che porta con sé, è quello ad esempio di Luca FerrieriDirettore della biblioteca civica di Cologno Monzese, “L’odore della lettura: sinestesie e anestesie della mutazione digitale“: Non un discorso sui massimi sistemi, né un esercizio di fantalettura, ma l’analisi di che cosa sta cambiando qui e ora (…) nella pratica del leggere” (cfr l’abstract).

“Luca Ferrieri ha esordito con <> e ha posto immediatamente l’attenzione su una questione, che sia i tradizionalisti sia i tecnoentusiasti sembrano aver dimenticato, ovvero la necessità di affrontare – Ferrieri dice attraversare – questo momento di cambiamento delle pratiche della lettura, del mondo del libro nella sua 4° Rivoluzione e dell’editoria.

E sono proprio queste pratiche di lettura, ora in transizione, a determinare il destino del libro. La mutazione digitale di cui ha parlato Ferrieri è un processo di ibridazione che coinvolge tutti noi, immigrati digitali, e che modifica e rielabora le caratteristiche della lettura: fisiche e materiche, corporee – e quelle che definisce le dimensioni estetiche e sinestetiche dell’atto del leggere”.

Non posso fare altro se non ringraziare Alessandra Scarazzato (Distretto Culturale di Monza e Brianza, vita professionale dedicata al mondo del libro e della lettura),autrice del virgolettato di cui sopra, con cui ho avuto il piacere di confrontarmi e che ha accettato di rispondere (…grande pazienza!) alle mie tante domande relative al Convegno.

Un altro intervento che ha destato l’interesse dei partecipanti è stato quello di Maria Stella Rasetti, Direttrice della biblioteca San Giorgio di Pistoia: Digitali e partecipati: i makerspaces in biblioteca tra collezioni plurali, connessioni molteplici e comunità in trasformazione”.
Dice MS Rasetti: 

“L’attenzione dei bibliotecari americani, sicuramente molto più aperti di noi ai cambiamenti e alle innovazioni, è ormai ben desta sul tema dei rapporti tra makerspace e biblioteche, al punto da poter affermare – senza eccessi di semplificazione – che, mentre a casa nostra il dibattito non è ancora cominciato, negli Stati Uniti si è ormai sostanzialmente pacificati sull’idea che aprire un makerspace in una biblioteca sia una operazione ad alto valore aggiunto, in grado di facilitare il raggiungimento degli obiettivi primari della biblioteca pubblica” 

“La prima biblioteca americana ad integrare un laboratorio del genere all’interno del proprio portafoglio servizi è stata la Fayetteville Free Library (…) Molto ampio il portafoglio servizi della biblioteca, costruito con compattezza attorno al valore fondamentale dell’apprendimento di nuove competenze da parte del cittadino, al quale sono offerte numerose opportunità che transitano non soltanto dall’uso dei libri e dei documenti riprodotti su formati diversi, ma si ampliano ad accogliere tutte le occasioni utili per supportare la prima alfabetizzazione, la formazione formale, la ricerca del lavoro, il superamento delle differenze di genere in fatto di cultura scientifica, fino ad arrivare, col FabLab, a coprire la dimensione dell’apprendere facendo. Al centro dell’attenzione è collocata la persona con i suoi bisogni di apprendimento e miglioramento personale, per far fronte alle diverse esigenze di vita: bisogni che cambiano con il passare dell’età e la maturazione delle sue esigenze nel suo stare nel mondo” 

“E in Italia? Siamo appena all’inizio della storia. Ma, nonostante questo, possiamo dire che non stiamo sfigurando come in tanti altri campi, segnando i consueti ritardi abissali nei confronti dei paesi più innovativi. (…) In Italia [il] primo American Corner concepito come Digital Innovation Center [è lo] YouLabPistoia, inaugurato il 24 aprile 2013. (…) Tre sono le esperienze ritenute tra quelle più significative in Europa: il makerspace su ruote Frysklab dalle Fiandre, quello attivo alla biblioteca pubblica di Colonia e l’American Corner YouLab di Pistoia”. 

Il testo integrale è appena stato pubblicato e lo trovate qui mentre una versione ancor più compiuta del suo intervento verrà pubblicata nel prossimo numero della rivista mensile Biblioteche oggiAtal proposito ringrazio ancora Alessandra per la segnalazione. 
Sempre rimanendo in tema, vorrei portare alla vostra attenzione il seminario “Le biblioteche: da spazio pubblico a spazio partecipato” organizzato proprio da Maria Stella Rasetti: l’appuntamento è per il prossimo 11 Aprile alla Biblioteca San Giorgio (qui i dettagli). Se non presenti di persona, potrete seguire i lavori (come farò io dandovene relazione) dalla pagine Facebook e Twitter della biblioteca; hashtag #bibliotecaspaziopubblico. Avrò un’inviata speciale al Seminario di Pistoia: ciò ci permetterà di essere ancor più dentro alla discussione sul tema biblioteca-spazio di rappresentazione della città e di auto-rappresentazione della sua comunità.

Grazie a tutti e buona lettura 🙂

Vi ricordo che #Stelline15 è una delle manifestazioni inserite a pieno titolo tra le iniziative che fanno capo a Milano #CittàdelLibro di cui si è già parlato su ADC.

#Annientamento, di Jeff VanderMeer

Nel Febbraio del 2008 lo scrittore statunitense Jeff VanderMeer in collaborazione con la moglie Ann diede alle stampe per la Tachyon Publications, casa editrice specializzata in smart science fiction & fantasy, l’antologia di autori vari The New Weird
Autori – Clive Barker, Michael Moorcock, China Miéville tra gli altri  che secondo VanderMeer appartengono appunto alla corrente New Weird di cui lo scrittore, nella parte critica del testo, offre per primo la definizione stabilendone canoni, caratteristiche e derivazioni:

“A type of urban, secondary-world fiction that subverts the romanticized ideas about place found in traditional fantasy, largely by choosing realistic, complex real-world models as the jumping off point for creation of settings that may combine elements of both science fiction and fantasy”

Questo sottogenere della narrativa fantastica si definisce quindi attraverso la presenza dell’elemento fantasy e fantascientifico (steampunk in certi casi) mescolato talvolta anche a quello horror che porta con sé la predilezione per le ambientazioni lugubri e il gusto per l’aberrazione e il grottesco. Tuttavia, e qui sta una delle maggiori differenze con la speculative fiction classica, il new weird crea mondi alternativi estremamente verosimili e coerenti proprio nel tentativo di affrancare il fantasy dai topoi della narrativa di stile tolkeniano (specie per quanto riguarda la dicotomia bene/male, che viene ampiamente superata) anche riguardo al finale che spesso, pur non rimanendo irrisolto, quasi mai aspira all’ happy ending e alla presenza di contenuti filosofici e socio-politici presentati anche sotto forma di allegoria.

Il New Weird viene quindi a definirsi non solo per le sue caratteristiche intrinseche ma anche e soprattutto per il fatto di trascendere per paradigma e con un processo sistematico e mai casuale i generi letterari da cui parte e prende spunto


Un processo di rielaborazione profonda nell’ambito della letteratura di genere, sentita forse non tanto qui da noi quanto più negli States e in generale nel mondo anglosassone in cui è più forte la tradizione della speculative fiction e che Einaudi ha voluto proporre nella sua interezza a partire dal packaging e dalle copertine, realizzate da Lorenzo Ceccotti:

La trilogia “The Southern Reach” (prima edizione, 2014, Farrar Straus and Giroux, NY) si compone di tre titoli: Annihilation, Authority e Acceptance, (il secondo e il terzo volume in uscita per Einaudi rispettivamente per giugno e settembre 2015). 

“L’AreaX, alla vigilia dell’Evento imprecisato che trent’anni fa l’ha imprigionata dietro il confine ed esposta a così tante vicende inspiegabili, faceva parte di una regione selvaggia situata nei pressi di una base militare. Era ancora popolata, quella specie di oasi naturale, ma da pochi abitanti, che tendevano a comportarsi da laconica progenie di pescatori. Qualcuno avrà visto nella loro scomparsa il semplice accentuarsi di un fenomeno iniziato generazioni addietro.

“Quando ebbe origine l’AreaX, le informazioni erano vaghe e confuse, ed è tuttora vero che al mondo pochi sono al corrente della sua esistenza. Il governo, nella sua versione dei fatti, pose l’accento su una catastrofe ecologica circoscritta derivante dalla sperimentazione in campo militare. (…) Nel giro di un paio d’anni diventò materia per i teorici del complotto e altri personaggi di nicchia. Quando mi arruolai e mi venne rilasciato il nullaosta di sicurezza per apprendere come fossero realmente andate le cose, l’idea di un’ <> persisteva nella testa di molte persone come una fiaba oscura, un’idea su cui non volevano riflettere troppo. Ammesso che ci riflettessero” (pp.89-90)

credits: qui 

Questa è la storia, raccontataci in prima persona, della dodicesima spedizione inviata dall’Agency governativa “Southern Reach” alla volta dell’AreaX. Il gruppo, capitanato da una psicologa, che impone la sua autorità su altre tre colleghe, è composto da altre tre donne di cui non sapremo mai il nome: una topografa, un’antropologa e infine una biologa – l’io narrante della vicenda – che si spingeranno nel cuore di questa terra incontaminata e misteriosa decise a carpirne il segreto, come tutti coloro che le hanno precedute. Che fine abbiano fatto i membri delle precedenti undici spedizioni (sempre che fossero solo undici) qui non si può dire.

“La conclusione logica era solo una: l’esperienza diceva ai nostri superiori che pochi di noi, se non nessuno, sarebbero tornati” (pag.91)

Protagonista delle vicende – almeno, di quelle di questo primo volume – non è tanto la giovane donna di cui leggiamo il diario (perché di questo si tratta, per quanto: “Non resta molto altro da raccontarvi, anche se non l’ho raccontata proprio giusta” – pag.180) quanto la Natura in tutta la sua magnificenza, descritta, questo sì, attraverso gli occhi esperti di una professionista del mestiere. Fauna e flora mirabilmente ispezionate nei minimi particolari, prima osservati e poi dettagliatamente riprodotti per mezzo di un linguaggio che nella sua asettica scientificità trasuda, per paradosso, una passione infinita e totalizzante per le meraviglie di un mondo che alla fine l’Uomo non può fare altro che osservare, con inquietante e crescente estraneità. 
Ma il rovesciamento della prospettiva non si attua, come sovente accade in questi casi, applicando alla Natura le caratteristiche di un maelstrom incontenibile e privo di significato che travolge in ondate di violenza inesplicabile tutto ciò che incontra sul proprio cammino, quanto quelle, piuttosto, di un organismo cosciente che si muove secondo una propria intima e precisa volontà. Intenzione che non ha nulla di sovrannaturale ma che comunque rimane insondabile all’occhio dell’Uomo, ridotto a mero spettatore e forse a microscopica vittima di un processo che di certo non è cominciato con la nascita dell’umanità e forse neppure si concluderà con la scomparsa degli esseri umani.

Siamo di fronte a un testo complesso anche per impianto narrativo e linguaggio – tradotto con perizia da Cristiana Mannella – che di certo non può essere definito soltanto come lettura di evasione ma che al contrario pone diversi interrogativi, stesi in forma simbolica, tra cui quelli ad esempio relativi all’intelligenza artificiale (come sottolinea Wired citando il Los Angeles Review) sui quali già da tempo si stanno interrogando scienza e letteratura. 

E no, don’t worry, non è Lost.

Nota sull’autore: tra i premi vinti dallo scrittore ed editore Jeff VanderMeer (Bellefonte, 1968) figurano il BSFA Award, il World Fantasy Award, il Nebula Award. E’ stato finalista all’Hugo Award. E’ autore del best-seller “City of Saints and Madmen” e di numerosissime raccolte di racconti e saggi sia propri sia in raccolta di autori vari. Qui la bibliografia completa.

Buona lettura 🙂

#BookPride. Da rifletterci.


Non solo un’esposizione, ha tenuto a sottolineare venerdì pomeriggio Filippo Del Corno, ma un evento in cui:

Un esperimento, quello di #BookPride, che visto il numero dei visitatori e i volumi del venduto pare aver raggiunto lo scopo che l’Osservatorio degli Editori Indipendenti si era proposto nell’organizzarlotornare a offrire adeguata visibilità all’editoria indipendente di qualità (che rappresenta il 30%* del fatturato italiano di segmento) in un momento di evidente crisi del mondo editoriale, riaffermando

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Il tutto in nome del principio della bibliodiversità, l’unico strumento, anche secondo Romano Montroni, che l’industria editoriale ha oggi a disposizione per risalire la china e recuperare le lunghezze perdute.

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Perché se è vero che l’editoria si compone e di prodotti industriali e di prodotti a progetto (“culturali”, li definisce Montroni), è anche vero – e ovvio – che i due mondi non devono escludersi a vicenda ma è necessario che coesistano, perché “assolvono a due compiti differenti”. Il problema, semmai, nasce dalla questione delle grandi concentrazioni, un fenomeno tutto italiano che merita un’attività di monitoraggio costante: 
E’ centrale a questo proposito la figura del libraio che, attraverso lo studio e la formazione continua, deve riappropriarsi del ruolo chiave a garanzia della pluralità dell’offerta al pubblico, smarcandosi dalla posizione di semplice “venditore di spazi” (Pino Tripodi).

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Questioni sulla complessità del panorama editoriale contemporaneo a parte (molti gli interventi recenti in merito, mi permetto di suggerirvi ad esempio la lettura degli ultimi post di Chiara Beretta Mazzotta, qui) lasciamo parlare i numeri e le case editrici:
  • 124* i marchi editoriali che si sono presentati a #bookpride
  • più di 60 gli incontri durante la tre giorni (anzi, due e mezzo) di kermesse*
  • circa 20.000 gli ingressi con una media di acquisto di un volume a persona*
Punti di forza dell’evento, come sottolineato dal pubblico e dagli organizzatori stessi, la possibilità di un confronto diretto con gli editori, quasi tutti presenti in prima persona, e la comodità di reperire titoli non sempre disponibili all’interno delle librerie di catena, nonché la caratura degli ospiti che si sono avvicendati “nei vari dibattiti, atelier professionali, presentazioni che hanno accompagnato la Fiera e che per la maggior parte hanno registrato il tutto esaurito”*.

“Siamo molto soddisfatti sia per la partecipazione davvero calorosa del pubblico che per i dati di vendita (…) Esperienza da ripetere”

Mi raccontano via Twitter i gentilissimi ObarraO Edizioni che per quanto riguarda i dati di vendita si sono assestati, in soli due giorni, su numeri non molto distanti da quelli raggiunti in altre manifestazioni quale ad esempio Più libri Più liberi.

Entusiasmo anche dall’ufficio stampa di SUR:
“La risposta in termini di vendita è stata molto buona, così come l’affluenza, tanti lettori forti e affezionati sono venuti a fare scorte di novità e diversi curiosi  ci hanno conosciuto a BookPride. I più venduti della fiera: <> di Julio Cortázar, <> di Roberto Arlt e <> di Alan Pauls”
Commenti dello stesso tenore da Ensemble e DelVecchio. E ne attendo ancora altri che sarà mia cura inserire qui in aggiornamento.

Dal punto di vista dell’affluenza, è innegabile che #Bookpride abbia raccolto un pubblico colto e consapevole – e per altro anche di giovane età.

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Sicuramente tanto ha fatto – è vero – l’animo milanese, che di suo solitamente affronta le offerte culturali proposte dalla città, a partire da quelle per l’infanzia, con spirito di iniziativa e curiosità intellettuale (specie se, come diceva Charlie Brown, sono gite che si concludono prima di mezzogiorno) ma il merito va indiscutibilmente alle caratteristiche uniche di un evento così particolare

Pomeriggio milanese
(come diceva quello là, che ogni tanto il cielo
di Milano è così bello, quando è bello)

    La misura, prima di tutto. L’ambiente contenuto e sobrio, ad esempio, ha molto limitato l’effetto di sovrastimolazione multisensoriale che purtroppo sta invece diventando tipico di certe altre manifestazioni dello stesso settore. Una location, quella dei Frigoriferi Milanesi, che per la validità dell’agenda e per l’accessibilità è da diverso tempo una delle mete preferite dal milanese interessato a proposte culturali particolari e appunto a misura.


    La qualità. Se l’industria editoriale ha la necessità di ritrovare se stessa e i lettori persi lungo la strada, nessun dubbio di come questo sia il sentiero da percorrere. Offrire al consumatore, prima dei prodotti stessi il cui acquisto verrà poi di conseguenza, un ambiente sereno e a misura di lettore (anche nella gratuità dell’ingresso) in cui l’utente possa muoversi in completa autonomia (sì, basta mappe a lenzuolo e “voi siete qui”, vi prego, non stiamo partecipando a una puntata di Passaggio a Nord Ovest) finalmente libero dal pensiero di dover decidere
    da solo se uno stand sia meritevole di attenzione oppure no districandosi tra più o meno sedicenti “stampatori”, perché conscio di aver appena messo piede in un luogo di cultura all’interno del quale ogni attore (dall’editore all’organizzatore, dagli ospiti dei vari panels agli utenti) condivide il medesimo proponimento

    “un progetto di ampio respiro che unisce editori e operatori culturali indipendenti in una rete di cooperazione, alla ricerca di nuovi strumenti per promuovere la lettura e difendere il pluralismo culturale”*.

    *** 

    A questo post ne seguiranno altri, poi, dedicati nello specifico agli acquisti e alle chiacchiere con gli editori (foto incluse).

     * fonte: press release BookPride

    Grazie a tutti e buona lettura 🙂

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    "La nave di Teseo", di JJ Abrams e Doug Dorst

    E’ che “La nave di Teseo” ci fa tornare tutti bambini. Questo il punto. 
    E’ una scatola dei tesori, che ci prende per mano con sicura ruvidezza e ci riporta indietro nel tempo dei nostri dieci anni, l’età dei pirati e dei cavalieri, tra castelli incantati e isole misteriose, mappe di carta bruciata e bucata con l’accendino e scatole di latta sepolte in cortile.
    Un progetto narrativo sperimentale ai confini con il bookgame che coinvolge il lettore rendendolo parte attiva di un processo di fruizione testuale composto non soltanto dalla parola scritta (e stampata) ma anche di un apparato iconografico imprescindibile – fatto di immagini e materiali di ogni forma e genere, da scoprire, guardare, toccare, annusare.

    D’altra parte, cosa ci si poteva aspettare di diverso dall’enfant prodige JJ Abrams
    Quarantanovenne NewYorkese ma cresciuto a Los Angeles, figlio d’arte di due produttori cinematografici, durante l’ultimo anno di liceo redige la composizione scritta (in gergo un “trattamento cinematografico”) alla base di Filofax e l’anno successivo stende la sceneggiatura di A proposito di Henry. Sperimentatore su tutti i fronti, si dedica presto anche alla TV creando series di successo, dal drama (Felicity) alla spy-action (Alias, Undercovers), dallo sci-fi (Fringe) al post-apocalittico (Revolution) per non parlare del pluripremiato fenomeno di culto Lost (2004-2010), naturalmente. 
    Abile compositore, Abrams è autore delle musiche di alcune sue series – tra cui anche la sigla dello stesso Lost; ripensando poi agli ultimi lavori cinematografici di questo prolifico director non si può non citare Mission Impossibile IIICloverfieldStar Trek (2009) e Star Wars VII (in uscita 2015). 

    Abrams, che ama circondarsi spesso di brillanti collaboratori, in questo caso non fa eccezione perché per “S-” si avvale del talento e dell’esperienza del novellist statunitense Doug Dorst, autore di “Alive in Necropolis” (finalista all’Hemingway Foundation/PEN Award del 2008) e di “The Surf Guru” (2011) nonché Associate Professor of English alla Texas State University.


    Date le premesse si comprende come parlare semplicemente della lettura di “S-” sia opzione alquanto riduttiva – eppure è da qui che dobbiamo partire per altro scegliendo in maniera completamente autonoma una dei tanti punti prospettici a disposizione. 

    Se volete seguire rigore e tradizione allora potreste decidere di cominciare dalla carta stampata, ignorando completamente (per ora) l’apparato iconografico, note a margine comprese.
    Tra le mani vi ritroverete un vecchio volume a quanto sembra appartenuto alla biblioteca della Laguna Verde High School, California (e sì, lo so, che è un po’ scontato ma Laguna Verde ha fascino, via riconosciamolo) con tanto di etichetta a codice decimale Dewey applicata in costa. 
    Il volume pare pubblicato nel 1949 da tale casa editrice Winged Shoes Press of Canada (e sì, lo so, che serpeggia in rete la bizzarra questione relativa al presunto sentore di carta vecchia della versione americana; a riguardo, cosa posso dire, sarà un’allucinazione collettiva sarà una svista sinaptica, sarà marketing editoriale, eppure…) e si intitola “S. – La nave di Teseo”. 
    E’ la diciannovesima fatica letteraria – per altro incompiuta – di uno scrittore a noi ignoto, ovviamente, che di nome fa V.M. Straka: no worries, per avere qualche notizia in più possiamo confidare sulla prefazione con cui il volume si apre, a firma del traduttore F.X. Caldeira; Straka è un autore versatile, affermato, prolifico, poliglotta la cui reale identità, esistenza e (presunta) morte sono tuttavia avvolte da un fitto mistero. E quindi? Quindi niente, per ora – se volete seguire il solo testo – dobbiamo farcene una ragione. Andiamo avanti.

    “S- La nave di Teseo” narra l’avventura di “S-” un uomo senza passato, probabilmente colpito da una amnesia (di più non si può dire), che si aggira di notte, sporco e bagnato fradicio, tra i vicoli di una città vecchia, portuale, volutamente decontestualizzata sia nel tempo sia nello spazio. Dopo poche ore, S- viene rapito e caricato a forza su un vascello misterioso, dall’equipaggio sconcertante, e coinvolto suo malgrado in una serie di tenebrose e astruse avventure.
    Lo stile è volutamente arcaicizzante per rispecchiare la lingua in uso a metà del secolo scorso e i registri linguistici sono vari e multiformi. La lettura è affascinante, il racconto è d’atmosfera grazie alle fitte parti descrittive che, a sprazzi, illuminano un passato postbellico denso di luoghi e avvenimenti, fittizi e reali, dai quali i personaggi – anch’essi sempre a metà strada tra la verità e la finzione – escono ed entrano in un continuo gioco di rimandi, flashback e proiezioni nel futuro. 

    Postilla per chi é abituato a sottolineare (a matita, a penna, con l’evidenziatore… eh sì, cari puristi della pagina stampata, qui è tutto sdoganato): attenzione, andateci cauti e procedete con metodo, ché poi, siccome dovrete riprendere il mano il testo per ricostruire la parte definiamola “a margine”, non vi capiti di entrare in confusione non sapendo più se le note a lato sono vostre, o di qualcun altro 

    Se invece vi sentite pronti a osare subito, allora è il caso di affiancare fin dal principio l’esperienza mutisensoriale delle note a margine e del materiale iconografico a quella della lettura tradizionale. 
    E’ così che farete la conoscenza di Jan, laureanda in letteratura alla Pollard State University, che per caso (o forse no) studiando in biblioteca si imbatte in un vecchio libro lasciato fuori posto, “S-” pubblicato più di mezzo secolo prima e pieno di note scritte a matita. Inizia così un carteggio emozionante, ingarbugliato, frammentato, tra la ragazza e il presunto proprietario del libro, che presto si rifà avanti per recuperare il prezioso volume (proprietario si fa per dire, visto che come sappiamo il testo appartiene in realtà a una biblioteca pubblica): l’ex dottorando Eric, espulso dall’università stessa alcuni mesi prima per motivi che si chiariranno poi ma comunque strettamente collegati a V.M. Straka sui cui lavori e sulla cui identità vertevano gli studi del ragazzo e del suo mentore, il Professor Moody e della di lui affascinante assistente Ilsa
    Eric e Jan verranno coinvolti in un’avventura senza precedenti che documenteranno, ognuno a proprio modo, scrivendone ai margini del libro; e ce n’è per tutti, state tranquilli: enigmi da risolvere, documenti segreti, codici da decifrare, complotti politici, rivalità tra baronati universitari, viaggi avventurosi tra la vecchia Europa e il SudAmerica in un crescendo di suspance e mistero alla ricerca della vera identità di V. M. Straka.

    Nb: anche qui vale la postilla di cui sopra relativa alle sottolineature).
    Jan ed Eric si conoscono nel modo più romantico possibile, attraverso le pagine di un libro. La loro bella grafia, fitta, colorata, complicata, è specchio di una gioventù curiosamente molto distante dallo stereotipo di US-teen a cui siamo stati abituati: li contraddistingue l’amore per lo studio e le lettere, l’attenzione partecipata verso il mondo che li circonda, il chiamarsi fuori, almeno in parte, dalla tribù dei millennials da cui (pare) siamo così circondati, assuefatti all’uso autoreferenziato dei social e alla necessità di una visibilità a tutti i costi unita, se possibile, ad un cospicuo conto in banca.
    Jan ed Eric riportano in superficie, naturalmente riqualificandoli attraverso un uso più consapevole, tutti quei sistemi di vita si direbbe off-line – o pre-facebook – (il silenzio, lo studio solitario, l’intimità che regala una matita e un quaderno di appunti, una cartolina inviata da un luogo lontano con buona pace di Instagram, il conoscersi se non di persona per lo meno attraverso un mezzo diverso dalla rete) che si fanno paradigma della strada da seguire e che ancora una volta dichiarano la parziale sconfitta del classico way of life americano a cui questa volta si affianca un riscatto forse possibile. 


    E a ben pensarci, come hanno rilevato molti commentatori, che cos’è “S- La nave di Teseo” se non un’ode al libro, a quello analogico, si intende, una dichiarazione d’amore verso tutto ciò che lo compone, materiale e spirituale, verso tutte le sue potenzialità e verso tutto ciò che l’atto stesso della lettura porta con sé? 


    Buona lettura 🙂
    Nota a parte per la traduzione: Enrica Budetta, che da quasi un decennio lavora per i più noti marchi editoriali italiani sulle traduzioni dall’inglese e dallo spagnolo, in diverse interviste (anche qui, sul quotidiano on line Due Righe) ha illustrato la complessità dell’approccio al testo. Da una parte, il doversi confrontare con una lingua volutamente agée e per altro multiregistro, che occorreva differenziare da quella contemporanea utilizzata dai due ragazzi. Dall’altra, l’attenzione necessaria per interpretare e poi riportare in italiano i numerosi enigmi e codici cifrati presenti nel testo. Doveroso citare Francesca Martucci ed Elisabetta Sedda, le curatrici del volume.

    #CittàDelLibro: #Milano capitale della cultura 2015

    Archiviata (per ora) la #SMWmilan, e archiviato pure il week-end, oggi mi premeva porre l’accento qui:


    Ossia la prima fiera dell’editoria “naturalmente indipendente” cioè autofinanziata “dal basso”, da chi vi partecipa. Questione non di poco conto, specie in questi tempi di (ehrm) mergers&acquisitions, che si accompagna poi ad altre declinazioni di questo progetto a salvaguardia della bibliodiversità quali la scelta dell’ingresso gratuito o la ricerca di Partners – privati e istituzionali – che siano di sicura indipendenza e che abbiano come core values l’attenzione per l’innovazione culturale. 
    Sul blog di ODEI , l’Osservatorio degli Editori Indipendenti – da cui la fiera è stata promossa, e direttamente sul website di #BookPride (Twitt to: @BookPrideMilanopotete trovare tutte le informazioni a riguardo nonché l’elenco delle Case Editrici che partecipano al progetto.

    #BookPride fa parte della più ampia iniziativa Milano: #CittàDelLibro (annunciata durante la BCM14) di cui #ioleggoperché (qui il website) è il primo evento. 
    A firma Severino Colombo anche l’approfondimento dedicato, che potete trovare su ll’ultimo numero della @La_Lettura.

    Se avete piacere, seguite ADC: segnalerò di volta in volta gli eventi in programma e condividerò su blog, Twitter, Google+ e Storify quelli a cui avrò modo di partecipare.
    >> qui a  lato trovate un calendar in cui sono indicati gli eventi #CittàDelLibro (sempre in aggiornamento)

    Buona lettura 🙂

    #StayOpen: di sabati, tram, bambini e libri

    Ora. Di cose belle da fare, il sabato, ce ne sono parecchie. 
    Una di queste cose belle è prendere il tram e farsi un giro da Open Milano. In realtà avevo già visitato Open qualche tempo fa per sperimentare gli spazi di lavoro in condivisione e cimentarmi con le possibilità di networking che offre questa vasta area multifunzionale; questa volta invece ho scelto di dedicarmi non tanto a un progetto precostituito quanto a un‘esperienza un po’ più istintiva, di fruizione non-mediata e casuale. Che dire, credo abbia funzionato.

    Editore del mese: Del Vecchio.
    Sempre un piacere ritrovare Formelunghe  e Formebrevi 
    Oh! C’erano anche gli amici di Sur e 66thandSnd
    Celacanto, la collana Laterza di libri per ragazzi.
    “Il bambino che inventò lo zero”, scritto dal medievalista Amedeo Feniello,
    è un racconto delicato
    di crescita e scoperte; illustrazioni di grande fascino
    a opera di G. Folì (e ce lo siamo comperato, ovviamente)

    Buona lettura 🙂

    #SMWmilan, appunti sparsi

    Leitmotiv di questa edizione, almeno come mi è parso dai panel che ho avuto la possibilità di seguire, ricchi di protagonisti di caratura internazionale (e quasi sempre di formazione made in Italy, va sottolineato) la qualità della presenza in rete
    Dopo la grande abbuffata degli anni precedenti, in cui l’importante era unicamente esserci – ed esserci ovunque (Facebook, Twitter, Pinterest, Instagram, Google+ ecc), già da qualche tempo è ormai evidente una certa controtendenza che punta alla qualità della presenza on line più che alla quantità dei Social utilizzati. Presenza che si cerca ora di (ri)definire attraverso alcuni parametri sicuramente non nuovi ma che appena un paio di anni fa non erano dati poi così per scontati – e in qualche caso vengono ancora ignorati a priori.

    Prima di tutto occorre ripensare – anche con una certa urgenza – al significato che vogliamo dare alla nostra esposizione on line, sia essa personale e/o aziendale. 
    In proposito ho particolarmente apprezzato per qualità ed efficacia di espressione la sintesi di Francesca Parviero, Social HR & Personal Branding Strategist e PM di @SheFactorITdurante il panel dedicato al #PersonalBranding declinato al femminile. 

    Al minuto 53eSegg. dello streaming (disponibile sul sito #SMWmilan) potete ascoltare l’intervento di FParviero e l’approfondimento del concetto da lei definito appunto “della persuasione etica”siamo entità uniche, e la nostra parte virtuale (termine che sarebbe da abolire, dice Parviero) non è nient’altro se non: 

    la nostra dimensione, MA on line: nulla di artefatto ma qualcosa di assolutamente coerente con quello che vogliamo che gli altri sappiano di noi“.  

    Puoi fare quello che vuoi on line – continua Parviero – sbandierare in pieno selfmarketing egoriferito quello di cui sei capace e quello che potresti fare per gli altri ma alla fine se non è così… ci si mette oramai davvero un paio di click a capirlo”

    Intervento a cui poi fanno seguito le riflessioni degli altri partecipanti tra cui Paola Giorgi che pone l’accento sull’importanza della naturalezza e della veridicità della nostra esposizione personale on line:


    Tema cardine questo, perché così a occhio sembra percorrere trasversalmente gran parte della #SMWmilan; del medesimo concetto si è parlato molto anche all’interno di un altro panel, quello dedicato al #changemgmt, a proposito del valore delle informazioni da presentare on line che devono essere sempre certificate (e verificabili). Argomento a cui si riferisce anche l’Associate Professor SDA Bocconi Enzo Baglieri in uno dei suoi interventi:


    In realtà di questo fatto della titolarità, sia in relazione agli account corporate sia riguardo alla nostra personale presenza sul web specie nel mondo professionale, si era iniziato a parlarne già lunedì durante l’evento “Lavorare connessi, connessi per lavorare“, analizzando il “fenomeno LinkedIn”. In breve, tutti là sopra ci siamo ma non tutti lo sfruttiamo al meglio sia perché non sappiamo utilizzarlo bene (gestione delle relazioni e dei gruppi ecc. come ha spiegato Andrea Attanà) sia perché, inutile nascondersi dietro a un dito, la tentazione che ci spinge verso certi tipi verità creative è dietro l’angolo.

    “Il vostro profilo LinkedIn diventa la vostra seconda dimensione: una cura a questo livello è imprescindibile non per chi vuole lavorare nel digitale, ma per chi vuole lavorare e basta. (…) Spingere sui contenuti… e controllare l’ortografia” 

    Naturalmente l’utilizzo dei social per la propria carriera professionale porta con sé l’importante riflessione sull’utilizzo del tempo a nostra disposizione perché la gestione e il monitoraggio costante dei nostri profili on line sono ormai (volenti o nolenti, aggiungo) azioni imprescindibili dalla nostra quotidianità, da considerare parte integrante del nostro sviluppo professionale. E in proposito ho avuto l’occasione di scambiare qualche breve Twitt – che ha poi destato l’interesse di alcuni dei miei contatti Twitter, specie donne&mamme – con Barbara Sgarzi (la ringrazio per l’attenzione che ha as usual nei confronti dei suoi followers):


    //platform.twitter.com/widgets.js A latere si rifletteva poi riguardo la cura che si deve possedere nella gestione delle nostre fonti, sia come autori delle stesse sia come fruitori (per la serie: bada un po’ di più a chi segui) e di questo si è parlato ad esempio durante l’incontro dedicato a “Wikipedia & Business“:

    //platform.twitter.com/widgets.jsa cui si collega anche, come è facile intuire, il tema della #digitalreputation (a livello personale – e a tal proposito vi suggerisco gli interventi di Matteo Flora e Alessio Jacona) e #brandreputation (corporate):


    Discorso a parte poi per quanto riguarda le aziende, che – come mi pare (onestamente) di aver compreso – a parte alcuni abili esempi di realtà illuminate, anche italiane, sono ancora lontane dall’applicare in massa i concetti base che porteranno alla definizione di un nuovo approccio alla professionalità (ovviamente bidirezionale): l’homeworking, il lavoro flessibile, l’utilizzo del digitale e soprattutto la capacità di gestire secondo nuovi canoni le competenze che già in azienda esistono, coinvolgendo il dipendente all’interno di un circuito virtuoso di idee e sviluppo aziendale e personale:

    //platform.twitter.com/widgets.js


    E qui c’è ancora molto su cui lavorare. 

    ***
    La #SMWmilan non è ancora conclusa: ben vengano tutte le vostre segnalazioni, commenti, note riguardo i temi di cui sopra. Potete farlo rispondendo a questo post, o via Twitter, oppure con l’email
    Grazie a tutti.

    //platform.twitter.com/widgets.js

    "Cuore primitivo", di Andrea De Carlo

    Ancora una volta Andrea De Carlo punta sulle dinamiche di coppia. Qui però in maniera esclusiva, diversamente da quanto aveva fatto due anni fa con “Villa Metaphora” opera in cui lo scrittore si era messo alla prova affrontando in maniera esplicita anche temi di natura politica e sociale. 

    Luglio 2014. Craig Nolan, antropologo inglese di fama internazionale, come ogni estate da sette anni torna per le ferie a Canciale, un paesino a mezza costa tra La Spezia e le Alpi Apuane in cui sua moglie – l’affermata scultrice di gatti in pietra Mara Abbiati – possiede da tempo una piccola casetta a cui è sentimentalmente molto legata. L’abitazione è vecchia e avrebbe bisogno di una ristrutturazione che entrambi i coniugi rimandano di anno in anno, ognuno per le proprie ragioni. A seguito di un forte temporale Craig sale sul tetto per controllare i danni ma le tegole cedono e l’antropologo, non più agile come un tempo, frana rovinosamente all’interno, riportando tra l’altro alcune contusioni. Nella spasmodica ricerca di qualcuno disponibile anche nel pieno dell’estate a riparare il cratere che rende inagibile la stanza da letto, i due coniugi si imbattono in Ivo Zanovelli, proprietario di una piccola impresa edile. Il motociclista Ivo, bicipiti e tattoo in evidenza, catenone d’oro al collo e coda di cavallo, con la sua banda di operai slavi sarà la scintilla che scardinerà gli equilibri già precari e le tensioni che minano non solo la coppia ormai al limite ultimo di vicendevole sopportazione ma anche la fragile stabilità emotiva dello stesso Zanovelli. 

    L’impianto narrativo a prospettiva multipla, differenziato anche a livello stilistico, per strutture sintattiche e lessico, segue quello sviluppato negli ultimi romanzi ed è lo strumento che De Carlo utilizza per raccontare a capitoli alterni la verità di ciascun protagonista. Quindi la narrazione pur procedendo lungo una linea temporale ben precisa si nutre di continui flashback e cambi di punti di vista. Ciò permette in primis una caratterizzazione dei tre personaggi a tutto tondo e in secondo luogo è in grado di offrire dinamicità a un canovaccio che altrimenti avrebbe forse risentito di una certa statica ripetitività. Non manca poi – altro segnale di differenziazione tra questa diciottesima fatica dell’autore e le sue precedenti – un certo gusto per la suspance e l’effetto sorpresa reso vivo proprio dal continuo movimento di prospettiva che dilata il tempo delle tre narrazioni individuali.

    “E’ in un’altra fase della sua vita, anche se è meglio non chiedergli quale perché non lo sa. Non è più dov’era prima, va bene? (…) Non serve nemmeno cercare di mettere tutto in parole. Per raccontarlo a chi, poi?” (pag.112)

    sbotta tra sé Ivo Zanovelli. Forse lo è anche De Carlo, in un altro momento della propria storia creativa. Perché alla tecnica dello spostamento della prospettiva e quella della suspance che per altro non manca di un insolito risvolto noir aggiunge pure una pungente e abile ironiaAbbandonando la consueta dicotomia di sentimento nei confronti dei propri personaggi – o la resa incondizionata o l’odio feroce – De Carlo per una volta (a dire la verità ci aveva già provato in “Villa Metaphora” ma qui affina il gusto, limandone gli eccessi precedenti) prova a divertirsi, e ci riesce pure, dando vita a tre entità caratteriali completamente differenti ma estremamente verosimili alla cui osservazione si dedica poi con piglio quasi scientifico, lasciandole libere di sperimentare la propria individualità

    Da una parte abbiamo così l’antropologo Craig Nolan, una fulgida giovinezza di studi passata “nella valle del Wahgi in Papua Nuova Guinea” (pag.31) – e in molti altri luoghi dai nomi francamente impronunziabili, dimenticati da Dio e dagli uomini – che ora, imbolsito dall’età, dalla vita sedentaria a cui l’insegnamento universitario lo ha abituato accalappiandolo scaltramente col passare degli anni, imbrigliato nel tutore che gli costringe la gamba malconcia, se ne sta lì sotto il sole cocente – la pelle arrossata da inglese pallido, il sudore che cola copioso sulla fronte – a criticare tutto e tutti.

    Dalla casa di Canciale (e si badi al ruolo che via via assume, questa casupola decrepita infestata dalle erbacce): 

    “La verità (però quale verità, quella di adesso, o quella di allora?) è che Canciale gli era sembrato un luogo rude, sciatto, semidesolato. (…) Niente a che vedere con il solare villaggio che aveva continuato a visualizzare fino a quel momento: nessuna traccia di bianche casette risplendenti nella luce, di buganvillee dall’intenso color porpora, di terrazze affacciate sul mare blu cobalto. A vista d’occhio c’erano solo pendenze verde scuro attraversate dalle linee più chiare di oliveti ormai in gran parte inselvatichiti e punteggiate di piccoli edifici mal ridipinti e mal curati, orti primitivi, garage abusivi, erbe infestanti fuori controllo, reti metalli che, lampioni dagli steli sproporzionatamente grandi” (pag.15)

    alle sane abitudini dell’italiano medio: 

    “E’ una cultura di furbi, truffatori, improvvisatori, arruffapopoli, seduttori da bar, prostitute e clown, che privilegia gli esercizi verbali a vuoto e i giochi di prestigio sulla serietà e l’affidabilità” (pag.72)

    agli immigrati fuorilegge (i “balcanici indemoniati” come li definisce a pag.97), il tutto condito da dottissime e pedantissime digressioni antropo-psicologiche a spiegazione dei fatti accaduti e di quelli che a breve accadranno, che Nolan predice con assoluta, certosina accuratezza – va detto. 
    Su tutto, la pruriginosa relazione di sesso occasionale (citata a pag.256 e indagata – finalmente! – soltanto cento pagine più tardi, alla 347) con la giovane studentessa universitaria, recente conquista del noto professore: più un’affermazione del sé, vittima della classica crisi di mezza età, che un vero e proprio innamoramento. 
    De Carlo guarda a Craig Nolan con curioso disincanto: che fine ha fatto, sembra chiedersi, questo Indiana Jones de’ no’ artri, che dieci anni prima aveva incantato una donna straniera, meravigliosa e passionale raccontandole di viaggi e avventure, con magia di parole, destrezza di ragionamenti e fedele osservanza a misticheggianti questioni di principio (niente patente, niente auto, niente cellulare)? 
    Ma non c’è spazio per il livore perché “La pancetta degli ultimi due o tre anni che sporge da sopra l’orlo dei calzoni” (pag.81) non fa differenze di classe e colpisce tutti, democraticamente, e le questioni di principio trascinate all’estremizzazione dopo un po’ scocciano perché:

    “Qualunque libertà (…) ha un costo: è vero, ma spesso il costo viene semplicemente trasferito a qualcun altro” (pag.104)

    Si rimane davvero basiti di fronte a questa affermazione che difficilmente De Carlo avrebbe affidato a un suo personaggio fra quelli descritti in passato. Non contento, lo scrittore rincara la dose: “La realtà è che la sua carriera si è diversificata sempre più negli ultimi anni, e lui ha sempre più bisogno di un’organizzazione di vita stabile per raccoglierne i frutti” (pag.102) e affronta sempre attraverso l’alter ego Craig Nolan uno dei temi più cari, quello del viaggio, ribaltandolo addirittura nella prospettiva: la scoperta di nuovi luoghi si tramuta in pedanti elenchi di nomi astrusi e alla fine insignificanti, a favore di una riflessione a trecentossessanta gradi sul valore delle radici e delle abitudini condivise (uh sì, come no, parlatene a Guido Laremi…):

    “Chiunque ha bisogno di luoghi in cui sentirsi a casa, attraverso cui definire il proprio carattere e i propri gusti, a cui affidare le proprie memorie e le proprie immaginazioni” (pag.21)

    Quasi che la soluzione sia non tanto saltar da un posto all’altro come cavallette impazzite quanto imparare a comprendere quando fermarsi per poi prendere il meglio di quel che viene offerto, per migliorare non solo noi stessi ubbidendo a un semplice edonismo narcisista ma anche chi ci sta intorno.

    Naturalmente a Craig Nolan fa da contrappeso Ivo Zanovelli, un personaggio bizzarro che DeCarlo studia con raffinatezza di intento evitando di cadere nel tranello della macchietta. Il costruttore motorizzato è un tamarro senza patria e senza legge; si accompagna a un gruppo di operai slavi alcolizzati di cui non fa mistero a lamentare le abitudini violente che non vengono condannate ma neppure edulcorate in nome di una presunta com-passione umanitaria; stipula accordi in nero, corrompe con qualche mazzetta, si rifornisce di materiale ecocompatibile di prima qualità prendendolo da cantieri in sequestro; ha avuto due figlie da altrettante ex-donne. Zanovelli però all’opposto di Craig è vittima consapevole di uno stile di vita che di alcune, vere questioni di principio ne ha fatto il fil rouge, lontano anni luce dall’antropologo di fama internazionale che (per chissà qual motivo – DeCarlo, è un j’accuse o un mea culpa?) si è piegato alla divulgazione televisiva da documentario in prima serata, chinando il capo di fronte a drammatiche semplificazioni contenutistiche tra ospitate di starlette nazional-popolari e doppi sensi di innegabile cattivo gusto. E vedremo a quali conseguenze porterà questa presa di posizione.

    E Mara Abbiati? Sta lì, tra i due contendenti, acquattata nell’erba come una delle gatte che estrae dal tufo a colpi di scalpello. Il personaggio più sfuggente, il più abbozzatoforse quello meno riuscito dei tre, il più criticato e criticabile. Craig le rimprovera una certa fatuità credulona che forse poteva affascinare dieci anni addietro ma che adesso crea soltanto fraintendimenti e irritazioni:

    “Mara è prontissima a rinunciare a qualunque tipo di garanzia: trascinata dalla sua fiducia ingiustificata nel prossimo, travolta dall’impazienza, insofferente di qualunque rallentamento” (pag.76) 

    “Lei sta per ribattergli qualcosa a proposito del diritto di un cittadino a disporre dei propri soldi come gli pare” (pag.158)

    Lei stessa si strugge, nella vana ricerca di un punto fermo tra mente e corpo che cambia, il passare degli anni, la maturità intellettuale, l’insofferenza verso l’accademia a cui Craig la costringe:

    “Craig qualche tempo fa le ha detto che la trovava “bella pienotta”, non era chiaro se in tono di apprezzamento o disapprovazione. Di fatto i jeans che l’estate scorsa le stavano già un po’ attillati quest’estate le vanno decisamente stretti” (pag.53)

    E anche Ivo pur affascinato non le risparmia l’osservazione riguardo a una certa indolenza di atteggiamento – mascherata (ancora una volta De Carlo cambia prospettiva, sarà mica l’età?) sotto l’affascinante ma pericoloso mito della passione (o della repulsione, che è lo stesso) istintiva, caduca, instabile:

    “Non puoi non essere curiosa (…)! Anche se odi il marmo fa comunque parte del tuo lavoro, no?” (pag.162)  

    Se Starnone ci ha illuminato raccontandoci nient’altro che il poi di una crisi coniugale ormai consumata, De Carlo ci aiuta a interpretare questo poi attraverso il durante, testimoniando il momento stesso in cui essa accade:
    “All’iniziale cessione spontanea di sovranità, e all’accettazione di comportamenti estranei che ne discende, alla mimesi temporanea, all’adattamento volenteroso a modi e ritmi altrui, segue una fase di resistenza crescente, un rigetto progressivo, nel tentativo (spesso disperato) di recuperare la propria identità perduta” (pag.99-100)
    “E’ la paura a tenerli insieme? Un sistema incrociato di minacce e rassicurazioni? Un’offerta reciproca di familiarità e consuetudine come antidoto al terrore del non conosciuto? Hanno stabilito con il loro matrimonio il diritto a paralizzarsi a vicenda la vita sentimentale, senza in cambio il dovere di coltivare sentimenti o emozioni l’uno nell’altra?” (pag.256) 
    “Ma l’alternativa non è molto peggiore, come hanno dimostrato i fatti di oggi? Non è la destabilizzazione totale, la moltiplicazione dei dubbi, una perdita generale di senso?” (ibid.)
    Le conclusioni a cui giungono i due autori, pur analizzando lo stesso fenomeno, non sono affatto le medesime. Ancora una volta De Carlo ci sorprende perché, a differenza di Starnone e distaccandosi anche da tante sue opere precedenti, ci regala un finale sostanzialmente aperto (anche per trama) in cui per una volta viene dato spazio a una soluzione non convenzionale, nella sua apparente, semplice banalità:
    “La realtà è che rifare alla perfezione il tetto di una casa in cattive condizioni strutturali non ha molto senso (…). Forse è vero che qualunque cosa può essere riparata, ma solo con un intervento radicale sull’insieme (dalle fondamenta in su, per così dire), non cercando di sistemare le singole parti” (pag.352)


    Buona lettura 🙂

    "Morte di un uomo felice", di Giorgio Fontana

    “Morte di un uomo felice” conclude il dittico su magistratura e giustizia iniziato nel 2011 con “Per legge superiore”, di cui è naturale prosecuzione.

    Nella prima opera, ambientata ai giorni nostri, era protagonista un sostituto procuratore milanese, il sessantenne Roberto Doni, alle prese con un caso di delinquenza urbana ad opera di un giovanotto extracomunitario (lesioni gravissime inferte a una ragazza italiana durante una rissa), stando alle risultanze processuali. Un dibattimento all’apparenza semplice e di ordinaria amministrazione le cui carte però vengono scompaginate da Elena, una giovane reporter di strada convinta sostenitrice dell’innocenza del muratore tunisino. La giornalista prende contatto con Doni e lo convince a immergersi nella realtà multietnica della periferia nord di Milano, tra le case di ringhiera di Viale Padova e i casermoni di Via Porpora. Un viaggio – novello Cuore di Tenebra – che non sarà per il sostituto procuratore soltanto un’indagine parallela, ufficiosa e ai limiti del lecito volta a scoprire il reale svolgimento dei fatti ma soprattutto una dirompente analisi intima e introspettiva che, rimandata da troppi anni, scardinerà le certezze personali e professionali del protagonista: un tranquillo funzionario pubblico con la coscienza imborghesita dagli anni che sarà condotto, proprio dall’età anagrafica prossima alla pensione, ad interrogarsi – di nuovo, dopo molto tempo – sul ruolo della giustizia e sul significato di parole quali dubbio e compromesso.

    Se questo primo racconto era inficiato da qualche indecisione nell’impianto narrativo e da una caratterizzazione dei personaggi, specie di quelli secondari (a parte uno, poi vedremo meglio chi), che in alcuni episodi risente di una eccessiva tipizzazione, lo stesso non si può dire di “Morte di un uomo felice” nella cui stesura è possibile apprezzare invece la maturità tecnica raggiunta dell’autore.

    Milano, estate 1981; siamo nel pieno degli anni di piombo. Il magistrato Giacomo Colnaghi, appena quarantenne, è impegnato nella lotta alle organizzazioni terroristiche e insieme a un piccolo manipolo di colleghi coordina le indagini relative alla morte di un politico democristiano, assassinato da una banda armata di nuova costituzione. La figura di Colnaghi era apparsa, personaggio secondario, già in “Per legge superiore”, così ricordata dal sostituto procuratore Doni:

    “1981. Erano gli ultimi mesi ad Ancona, e stava preparandosi al trasferimento a Gallarate. Elisa aveva due anni e Doni era così felice da non riuscire nemmeno a trovare un nome esatto per quello stato: non era abituato alla gioia. Era rientrato a Milano per vedere i suoi e qualche casa in città, e ne aveva approfittato per cenare con Giacomo Colnaghi, un vecchio compagno di università, allora sostituto procuratore. 

    Erano sempre stati conoscenti affettuosi, più che grandi amici – vite diverse, idee diverse su quasi tutto: ateo Doni e credente Colnaghi, antisportivo Doni e appassionato ciclista Colnaghi – ma ora eccoli lì, accidenti: due magistrati sui trentacinque che escono sottobraccio, gonfi di risotto e un po’ ubriachi, da una trattoria sul naviglio pavese. Il nome per la felicità che Doni non trovava poteva essere riassunto in quella gamma di dettagli: i colori a tempera della sera, il margine malfamato e romantico del quartiere, due gatti che dormivano nell’ingresso di una corte, il profumo elettrizzante dell’estate. Quella era la vita. Quella e nient’altro – un amico, una figlia, un progetto.” (“Per legge superiore”, p.68-69)

    “Morte di un uomo felice” si interpreta proprio come una costola del precedente lavoro, di cui ne specifica i contorni e ne ridefinisce le tematiche creando una rete di rimandi e precisazioni che ne completano il significato.

    “Attraversarono e risalirono via Padova

    per una cinquantina di metri. Elena si fermò
    davanti a un palazzo non molto diverso dagli altri:
    giallognolo, la facciata sfatta. 
    La fila centrale di finestre aveva dei balconi in marmo; 
    su uno di essi Doni 
    vide amassati un triciclo, due assi di legno 
    e una rete di letto” (PLS p.85)

    Se Doni è il pubblico ufficiale anziano, all’apice di una fulgida e irreprensibile carriera, lo spirito un po’ intorpidito e disincantato da anni di fedele sudditanza alla nomenklatura nell’esercizio quotidiano di applicazione della Legge dentro le aule dei tribunali, Colnaghi rappresenta, in una prospettiva rovesciata all’indietro, ciò che il sostituto procuratore sessantenne non è più o peggio non ha mai avuto il coraggio di essere fino in fondo: un giovane uomo schierato in prima linea, costantemente roso dai tarli del dubbio e dell’irrequietezza nei confronti di una materia, quella penale, irta di ostacoli e di dilemmi primo fra tutti quello della differenza che passa tra legge e giustizia

    L’inchiesta di Colnaghi e del suo pool di colleghi è un’investigazione a tutto campo fatta di perseveranza, assiduità e rigore e porta con se i tratti drammatici della tragicità del periodo preso in esame: dagli indizi recuperati a fatica sfacchinando da un ufficio all’altro, vittime della più ottusa burocrazia, agli interrogatori dei collaboratori di giustizia, alle indagini per strada alla ricerca di eventuali testimonianze, alle minacce di morte, ai colleghi assassinati (il citato Guido Galli, per esempio). 

    Il filo che collega i due romanzi tuttavia non si ferma al dialogo a distanza tra i due protagonisti. Il segnale di quanto una lettura pluridimensionale sia necessaria e imprescindibile è offerto direttamente dall’autore che sceglie di accantonare, per “Morte di un uomo felice”, la forma cronachistica in favore di una prospettiva più intima e privata (che tuttavia lascia inalterata la precisione della narrazione, a rivelare l’ottima preparazione di Fontana riguardo l’utilizzo delle fonti).
    Questo tratto intimistico è dato dalla narrazione, che va in parallelo a quella principale, della vita di Ernesto Colnaghi, il padre del protagonista: un umile operaio lombardo, fucilato dai soldati tedeschi a seguito di un’azione partigiana a cui aveva preso parte, e verso cui Giacomo prova un sentimento ambivalente fatto di ammirazione e al tempo stesso di incomprensione per un gesto che tutta la famiglia paterna ha sempre considerato come la mattana di uno squilibrato idealista. Una memoria di cui Giacomo, piccolissimo alla morte del padre, non può serbare ricordo diretto: fatto questo – il doversi sempre riferire ad altri per avere accesso alla figura del padre – che alimenta una perenne sensazione di precarietà e incertezza di giudizio.

    Il naviglio della Martesana all’imbocco di Viale Padova
    Giacomo Colnaghi è un padre di famiglia per intima vocazione, ma poi alla fine nella pratica della quotidianità se ne vien fuori distratto e impacciato: col figlio di due anni il dialogo è naturalmente ancora scarso mentre con il maggiore, in età di scuola, i rapporti sono pesanti, inficiati dalla fragilità caratteriale del ragazzino che fatica a stare al passo dei coetanei e ricerca ancora l’appoggio emotivo genitoriale, specie quello paterno: bisogno che tuttavia come naturale si tramuta spesso in malcelata ostilità, per via della goffaggine del padre. Colnaghi difatti è poco presente in famiglia anche per via della distanza fisica cui è costretto a causa del suo lavoro che vive in maniera totalizzante e ossessiva. Ha una bella casetta in provincia alla quale torna soltanto nel fine settimana, come un ospite temporaneo(per il resto abita uno scarno monolocale in affitto, dalle parti di viale Monza nel quale il senso di estraneità è paradossalmente molto minore – e i sonni più facili) e una moglie che si occupa dell’economia domestica e dell’anziana suocera: ma i rapporti con le due donne sono sempre più distanti, rarefatti, farraginosi. E’ fervente cattolico ma di una religiosità sentita, struggente e mai bigotta che offre più dilemmi che conforti; è amante della solitudine ma alla fin fine si accompagna spesso a un paio di amici di vecchia data con cui condivide una birra ghiacciata all’osteria, una corsa in bicicletta o una discussione di letteratura. Sceglie fin da giovane ma con animo tormentato la strada della magistratura, spinto dal desiderio di comprendere le origini del male e di ricomporre attraverso la giustizia ciò che quel male ha straziato, evitando così che tutto si risolva nella mera applicazione astratta della Legge in un inutile sforzo di prevenzione mediante lo strumento della condanna al carcere. 

    Le vicende di Giacomo si intersecano con quelle di Ernesto e ad esse di sovrappongono in un continuo gioco di rimandi e avvicinamenti. Come in parte capita a Giacomo, così Ernesto, di umili origini, durante la guerra si accasa con una donna del paese, di famiglia benestante (e forse anche vicina al Fascio) ma poi si avvicina alla lotta partigiana e finisce che ad essa, in nome di un bene superiore, sacrifica il lavoro, la famiglia e infine la vita stessa abbandonando a un destino difficile la giovane vedova e i due figli ancora piccoli che di questo gesto porteranno per sempre le cicatrici. 

    Bocciofila con trattoria, Melchiorre Gioia
    Interessante come in entrambe le narrazioni una posizione di estrema rilevanza sia dedicata ai bambini: con tratti delicati, estremamente veritieri, Fontana ne descrive gli atteggiamenti, le necessità, i bisogni, le aspettative. Fulcro di entrambe le vicende, sono il motore che muove le azioni dei tre protagonisti: Doni che desidera riallacciare i rapporti con Elisa ormai emigrata all’estero per concludere gli studi (e che mai più tornerà in Italia); Ernesto che prende parte alla lotta partigiana nel tentativo di salvare i figli dalla guerra, dalla miseria e dalla dittatura; Giacomo che nonostante l’esperienza tragica del genitore – o proprio per questo, chi lo sa – attraverso l’esempio di operosità sul lavoro spera di insegnare a Daniele e al piccolo Giovanni il valore dell’empatia e della com-passione.

    In entrambi i casi, i protagonisti si confrontano – per scelta dell’autore che in questo modo rivela un intento certamente ambizioso e sofisticato – con tre dei più drammatici accadimenti che hanno caratterizzato la Storia moderna e contemporanea del nostro Paese: la lotta partigiana, gli anni del terrorismo e la questione dell’immigrazione.

    Casa di ringhiera, quartiere Martesana
    Su tutto domina Milano, specie la sua periferia nord fatta, nel passato, di case di ringhiera, osterie e bocciofile di quartiere, sferragliare dei tram, caldo torrido dell’estate in città; nel presente, di palazzoni fatiscenti con le parabole sul balcone e le tende di plastica trasparente alle finestre, quartieri multietnici, gabbiotti di kebap e oggettistica made in China – e la luce rosata di un tramonto primaverile. 

    Due opere fortemente contestualizzate che innegabilmente perdono parte del loro fascino se lette da chi a Milano non è mai vissuto o da chi, malgrado ci risieda, ne sperimenta soltanto la parte più commerciale e, vien da dire, turistica. 

    Lode a un autore che pur essendo un arioso ha saputo rendere appieno, sia per temi sia per lessico, una realtà urbana complessa, e affascinante, come quella della periferia milanese. 
    “Per legge superiore” (Sellerio 2011) ha vinto il Premio Racalmare – Leonardo Sciascia 2012, il Premio lo Straniero 2012 e la XXVI edizione del Premio Chianti. “Morte di un uomo felice” (Sellerio 2014) è vincitore del Premio Campiello 2014.

    Buona lettura 🙂