"Sull’orlo del precipizio", di Antonio Manzini

“Mentre mangiava delle fette biscottate, accese la televisione. 
Gli era passato di mente, ma quello era un giorno importante per l’editoria” (p14)

Prologo
In questo momento di fusioni e acquisizioni nessuna lettura a riguardo è forse più appropriata dell’ironico e amaro pamphlet a firma Antonio Manzini.

Manzini, attore, sceneggiatore e scrittore – sì, a lui si deve l’invenzione del Vicequestore Rocco Schiavone, uno dei detective più apprezzati dal pubblico del poliziesco italiano, stando ai dati di vendita – con questo testo breve e illuminato dimostra ancora una volta di possedere oltre che il gusto per la scrittura a tutto tondo e il talento della versatilità tematica anche una certa dose di intuito. 
In tempi ancora non troppo sospetti – stiamo parlando della seconda metà dell’anno scorso – Manzini sente infatti l’urgenza di mettere in scena un dramma distopico e tragicomico che ha per oggetto il mondo editoriale nostrano

“Sull’orlo del precipizio”
In special modo – e qui sta la peculiarità del testo, dopo vedremo perché – l’autore vuole concentrarsi sulle vicende accadute al celebre e maturo scrittore italiano Giorgio Volpe, appena giunto al termine della sua ultima fatica letteraria, il romanzo “Sull’orlo del precipizio”.
Ora Volpe deve affidare il testo al proprio editor per le consuete procedure di revisione a cui poi finalmente seguirà la stampa, con un successo di pubblico e critica che sembra scontato. Naturalmente scrittore e romanzo sono opere di fantasia; un po’ meno lo saranno le avventure che capiteranno al pover’uomo. 
La discesa agli inferi comincia proprio quando Volpe scopre con orrore che poco o nulla è rimasto della grande casa editrice con cui collabora da decenni e che l’ha reso ricco e famoso (la “Gozzi”), dei fedeli collaboratori e degli colleghi scrittori, tutti precipitati nel maelstrom terrificante creato dall’entrata in scena del colosso editoriale Sigma che la Gozzi se l’è appena mangiata e digerita, assieme a diverse altre società concorrenti. 
Inizia così il calvario di Volpe che se la dovrà vedere con revisori scomparsi, collaboratori prepensionati e sostituiti da sedicenti manager in giacca e cravatta che di editoria italiana sembrano non capirne pressoché nulla (in verità non lo parlano neppure, l’italiano) ma anche con colleghi tutto fuorché “amici” e con un audience che sicuramente non è più quello di dieci anni prima, altro che darlo per assodato.

Ce n’è per tutti
La peculiarità dello scritto sta nella scarsa ovvietà dell’oggetto di riferimento, che a una prima rapida occhiata parrebbe limitarsi soltanto a quel sistema-casa-editrice che da virtuoso baluardo della bibliodiversità viene a trasformarsi in un gigantesco gorgo mangiasoldi. Niente di più falso, perché Manzini in realtà ne ha un po’ per tutti. 

A cominciare, chiaramente, dalle strutture farraginose e obsolete che attanagliano la produttività di gran parte delle industrie italiane – case editrici incluse, a cominciare da una certa sorpassata metodologia nella gestione dei dipendenti, all’evidente stato di polverosa quiescenza delle strutture informatiche fino al completo disinteresse per l’innovazione digitale.

“Gente che scalda la poltrona! Sai quanti editor mi hanno messo all’ultimo romanzo? Tre. E solo uno sapeva fare qualcosa! Vogliamo parlare degli uffici stampa? Gente che non fa nulla dalla mattina alla sera e che se gli chiedi un’informazione si innervosiscono e ci mettono sei giorni a rispondere. (…) I nostri libri sono carrette che si tirano dietro tutti questi inutili fancazzisti”. (pag.18)

Questione che porta con sé anche la conseguente difficoltà nell’interpretare un mercato (di qualunque settore merceologico si tratti) in inevitabile, continua evoluzione:

“<>” (pag.62-63)
Sì, perché se proprio proprio vogliamo impegnarci a cercare le colpe di questo disastro editoriale e culturale, leggendo Manzini ci ritroviamo per le mani non tanto una difesa di un certo tipo di editoria, ma un j’accuse satirico bell’e buono che, per definizione, col politically correct non ha nulla a che spartire e nel quale i primi a essere messi sotto la lente di ingrandimento sono proprio gli scrittori. 

Personaggi per lo più egocentrici, pretenziosi, supponenti:
“(…) per i suoi lettori, una data da segnarsi sull’agenda. L’aspettavano da due anni, sei mesi e tredici giorni. Tutti in attesa di chiudersi in casa, prendersi le ferie, congedarsi in malattia non retribuita e mettersi a leggere l’ultima fatica di Giorgio Volpe.” (pag.10)
di cui Volpe naturalmente rappresenta lo stereotipo colto.

Vittima dell’ansia da prestazione ma inorridito all’idea del confronto con gli addetti ai lavori, tanto da trascorrere l’attesa tra la consegna del manoscritto e la chiamata dalla casa editrice in completa reclusione (ma alle terme, tra fanghi e acque sulfuree) col cellulare spento per sette giorni di fila per poi, al momento della riaccensione, trovarsi “bombardato da una scarica di bip (…) e più di 230 email” (pag.22) – e salvo dare in escandescenze quando l’editor di riferimento risulta irreperibile al momento del bisogno (ndr: il suo – di Volpe): “<> / <> / “E chi se ne frega, ci sono i cellulari e prendono anche in Germania>>” (pag.36).

Ossessionato dal successo di pubblico ma refrattario agli appuntamenti di settore per non parlare dell’idiosincrasia verso intervistatori non compiacenti, social networks, eventi di promozione pubblicitaria:

“<> / <> / <> / <>. Lo aveva dimenticato.” (pag.27).

Assuefatto a dei rapporti di collaborazione con i colleghi scrittori che somigliano più a relazioni fondate sulla convenienza che a legami professionali autentici, basati sul rispetto e sulla stima reciproca:
“<>.
Un breve silenzio. <> chiese quello sgarbato.
<>
<> “(pag.78)

E infine, vanaglorioso fino all’autodistruzione:
“Voi scrittori siete inguaribili. E mi dica, cosa farà? Passerà i giorni nel lontano ricordo di quello che era? Non avrà più un libro e folle acclamanti ai suoi piedi ad ogni presentazione. Il suo ego riuscirà a sopportare di cadere nell’anonimato? L’idea che nessuno leggerà più le sue pagine, imparerà le sue frasi a memoria (…). Niente più Salone del Libro, niente più interviste in prima serata televisiva, niente più festival dove finalmente per qualche giorno siete considerati delle star (…)” (pag.99-100)
L’ultima bordata Manzini la riserva alla presenza in Italia della manodopera straniera di alto livello: lungi dall’essere una dimostrazione di intolleranza è invece un espediente vòlto a rivelare semplicemente come l’Italia sia ormai incapace – per decine di motivi – di favorire i propri talenti preferendo la trasformazione in colonia dell’impero, remota provincia governata da sovrani non necessariamente incapaci, ma lontani e spesso indifferenti.
Epilogo
Ciò che colpisce della cronaca di Manzini è però in sostanza l’ingenuità dell’uomo di mezza età che davvero fatica a rendersi conto delle conseguenze di certi atteggiamenti. E’ un personaggio complesso che malgrado la sua particolarità di uomo di lettere finisce per assurgere a paradigma di quell’italiano medio che tende sempre ad attribuire ad altri, mai a se stesso, le mancanze in cui incorre.
L’avvento della Sigma quindi ci dà tanto l’idea di una ovvia (e prevedibile) conseguenza di fronte al quale è sempre necessario interrogarsi, perché tutti, dal primo all’ultimo elemento della filiera produttiva, ne hanno qualche responsabilità. Lettore incluso:

“<<Sto ritraducendo tutta la letteratura italiana. L'operazione difficile sarà coi Promessi Sposi… sa, quell’italiano lì… (…) Ma sì. Noi, la Sigma, vogliamo avvicinare i ragazzi alla letteratura e usare una lingua che gli faccia amare i libri. Vuole un esempio? (…) Senta l’inizio dei Promessi Sposi… *Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti, tutto a seni e a golfi, a seconda dello sporgere e del rientrare di quelli, vien, quasi a un tratto, a ristringersi, e a prender corso e figura di fiume…* che palle, no?” 
(e la citazione deve per forza finire qui… il seguito lo trovate a pag.35 dell’opera)

Buona lettura 

"Il nostro riparo", di Frances Greenslade

I tend to work with emotionally repressed personalities. I find their lack of communication fascinating.
But repressed emotion needs its outlet, and so my landscapes not only mirror my character’s psyches but bear the displaced weight of the emotion itself”
Così la scrittrice statunitense Michelle Hoover, chiamata a una riflessione di recommended reading sulle pagine del magazine culturale Electric Literature, commenta una delle peculiarità attribuite da alcuni critici alla sua ultima opera “Bottomland”.

Contestualizzazione e Landscape
L’autrice fa riferimento al momento in cui, nella narrazione, la ricostruzione ambientale cessa di ricoprire una mera funzione contestualizzante e viene ad assumere all’interno dell’opera le caratteristiche di co-protagonista, vòlta a creare un rapporto di comunanza o addirittura di simbiosi con gli altri personaggi della vicenda, rispecchiandone le caratteristiche quale testimone inconfutabile – o viceversa rendendo evidenti quelle nascoste.
Una relazione profonda, insomma, tra personaggio e landscape, in particolar modo quando il contesto dell’opera necessita di un’ambientazione rurale, tanto forte e complessa da diventare paradigmatica e addirittura strumento per l’identificazione di una nuova tipologia letteraria, come si vede dai “10 Great Novels of the Rural” di cui l’autrice consiglia la lettura.
Il “Nature Writing”
Stiamo parlando di una particolare declinazione di quel processo del “dire attraverso la natura” già da un po’ oggetto di accurata indagine da parte degli addetti ai lavori – prima esteri e poi, da qualche tempo, anche locali. L’editoriale di Francesco Guglieri, apparso sulla rivista Studio dello scorso 9 marzo, offre una sintesi precisa e circostanziata del fenomeno del nature writing,che si differenzia dalla scrittura naturalistica tradizionale perché – proprio come sostiene la Hoover – benché “la natura rest[i] un’alterità che non si può riportare senza tradirla (…) posso in qualche modo per articolare un problema, per imporre una forma all’informe” (F. Guglieri, op. cit.)

A sostegno di questa tesi Guglieri porta l’Einaudi “Io e Mabel” e “L’arte di collezionare mosche”, uno degli ultimi bestsellers di Iperborea. Insomma uno strumento quanto mai utile per la narrativa… a patto di evitare la trappola dell’idealizzazione.
Guglieri cita in proposito il bel saggio di Steven Poole, columnist britannico specializzato in studi sul linguaggio e di critica culturale, che già nel 2013 metteva in guardia i lettori verso quel certo “modern appetite of metropolitan readers for books about walking around and discovering [theirselves] in nature”.
Gli scrittori che si occupano di nature writingdice Poole – tendono a dipingere il mondo non-umano come un luogo di eterna, soleggiata pace e armonia, (e la natura) quale unica vittima innocente della devastazione a opera dell’uomo – sempre dimenticandosi, in un modo o nell’altro, di come essa sia artefice dello sterminio di un numero illimitato di sudditi del proprio regno attraverso eruzioni vulcaniche, tzunami e variazioni climatiche, per non parlare di tutte quelle orribili e cruente attività quotidiane nelle quali i suoi membri, tra uccidersi e mangiarsi a vicenda, sono impegnati”.
Essendo ormai assodato che il nostro “back-to-nature revival” altro non è se non “la risposta alle SpA e alla crisi finanziaria”, occorre quindi guardare all’argomento con saggezza evitando facili strumentalizzazioni e continuando a rivolgerci alla natura con il rispetto che essa si merita.
Frances Greenslade, “Shelter”
Tutto questo per dire che fra gli esempi di una certa tipologia riuscita di nature writingio inserirei pure il romanzo della scrittrice canadese Frances Greenslade, “Shelter”, pubblicato in Italia da Keller Editore che ne mantiene in parte il titolo anche in traduzione (“Il nostro riparo”).
Si tratta della storia di due sorelle, Maggie e Jenny, che crescono nella British Columbia rurale dei primi anni settanta del novecento.
Il punto di vista è quello di Maggie, la più piccola, che attraverso uno sguardo limpido e appassionato offre al lettore uno spaccato oltremodo verosimile della quotidianità di un piccolo paese della più occidentale provincia canadese: vita all’aria aperta, natura incontaminata, corse in bicicletta, avventure per i boschi, un rapporto con i genitori fatto di complicità e affetto – in special modo quello per suo papà, un boscaiolo di origini irlandesi che, di giorno in giorno, le insegna l’arte del vivere nella natura; dal riconoscere le impronte degli animali sulla neve al costruire una capanna di fortuna in caso di emergenza (a questo fa appunto riferimento il titolo), fino a come sopravvivere in attesa dei soccorsi in caso ci si perda e si venga sorpresi dal buio freddo della sera – coprendosi bene, tenendosi asciutti e idratati, evitando ruscelli scoscesi, animali selvaggi, erbe velenose.

A fine estate e in autunno papà mi portava nei boschi quasi tutti i fine settimana. (…) Io e papà non ci allontanavamo molto, al massimo a un’ora da casa o poco più. A volte andavamo a pescare in uno dei laghetti della zona. Se trovavamo una canoa abbandonata o una barca a remi sulla riva, e le trovavamo spesso, ce ne impossessavamo e ci immergevamo nella quiete verde del primo mattino, la nebbia che si sollevava, il tonfo di un pesce che avventava su una mosca. Una volta costruimmo una zattera, impiegammo quasi tutto il giorno a tagliare pali e fissarli ai due tronchi galleggianti. Poi attraversammo il lago a colpi di pagaia fino a un isolotto, e lì accendemmo un fuoco e restammo finché non spuntò la luna. Certe volte andavamo a cercare funghi o frutti di bosco e ce ne tornavamo a casa con un bel bottino per la mamma e Jenny. Ma la cosa che mi piaceva di più in assoluto era quando papà mi mostrava realmente come si costruiva un rifugio. Sapeva fare rifugi a tettoia, rifugi stile tepee e rifugi naturali che già di per sé permettevano di ripararsi dalle intemperie, come una sporgenza di roccia che formava una caverna e bastava infilarci dentro qualche foglia isolante per ottenere un po’ di calore in più.” (pag.34)

Lo sguardo di Maggie così come è limpido nel giudizio del mondo naturale che va rispettato e temuto, e che spesso è foriero di eventi drammatici e pericolosi, è altrettanto acuto per quello che concerne la vita dentro casa. Se il papà è di umore spesso volubile e va trattato con attenzione (“Ti devi accostare a lui come a un uccellino ferito, con cautela. Troppe attenzioni e sarebbe volato via” – p17) così la mamma, seppur “costante delle nostre vite, certezza e conforto” (ibid.) a volte appare distante e pensierosa.

Mi sentivo fortunata ad avere una mamma che ci portava in campeggio, che non aveva paura degli orsi, che amava guidare lungo le strade del legname e quelle che lei chiamava le , che dalla Statale 20 si inoltravano nella foresta. Trovavamo laghi, capanne di tronchi in rovina e piccole valli segrete; sembrava che fossimo noi le prime a scovare quei luoghi. Quanto più lontano eravamo dagli altri esseri umani tanto più buono giudicavamo un posto dove accamparci” (ibid.)

Naturalmente non tutto è come sembra, e Maggie ne è in qualche modo consapevole; siccome la realtà del quotidiano non è certo idilliaca in un paese di campagna nel quale a stento arriva anche l’elettricità e le disgrazie – di salute e sul lavoro – non mancano mai, la bambina impiega anche poco a rendersi conto del fatto che, lo si voglia o meno, qualcosa potrebbe anche capitare:

La gente non fa che cercare segnali, così può dire , come se noi lo fossimo, come se noi avessimo dovuto prevederlo. Ma segnali non ce n’erano stati” (pp.13-14)
Poco dopo il suo decimo compleanno, infatti, il papà perde la vita in un incidente sul lavoro come ne capitano di continuo, e la mamma, con l’inizio dell’estate, lascia le due bambine a balia da una conoscente, dopo aver accettato un lavoro per la stagione e promettendo di recuperarle appena possibile. Cosa che, chiaramente, non avverrà.

“(…) ho iniziato a scrivere anche per lei, per mamma. O Irene, come la chiamavano gli altri, visto che tanto tempo fa si è disfatta di qualunque significato avesse avuto per lei. (…) non l’abbiamo cercata. Se ne è andata, come un gatto che una notte sguscia fuori dalla porta sul retro e non ritorna più e tu non sai se è finito nelle grinfie di un coyote o di un falco o se si è fatto male da qualche parte e non è riuscito a tornare indietro” (pag.13)

Con un linguaggio fresco e agile, che rimane vivo e brillante nella traduzione di Elvira Grassi, Frances Greenslade ci racconta la difficile presa di coscienza delle due sorelle e il passaggio, prima lento e graduale, poi rapido e violento, dalla vita dell’infanzia a quella adulta.

//platform.twitter.com/widgets.jsIn un continuo gioco di specchi tra realtà e allegoria, di volta in volta le due sorelle, Maggie in modo speciale, sono chiamate a costruirsi il proprio, esclusivo e personale riparo confidando nelle risorse disponibili, utilizzandole al meglio: il conforto di una passeggiata tra i boschi, l’aiuto di un amico fidato, l’affetto fraterno, il senso di appartenenza alla comunità e l’aiuto che può venire, improvviso e inaspettato, dal dispiegarsi della verità. 


Buona lettura

Post Scriptum
(un po’ irriverente – chiediamo perdono a Keller, ma è per capire quanto e come il tema del “nature writing” stia effettivamente prendendo piede anche qui da noi)

“Il buio, in campagna, è come il ragazzo della ONG che raccoglie le firme per strada: se restate calmi e proseguite decisi nel vostro percorso, lui s’intimorisce e non vi disturba, ma se gli fate sentire l’odore del panico è finita”
(“Fottuta campagna”, di Arianna Porcelli Safonov, 2016 Fazi Editore)

"La ragazza nella nebbia", di Donato Carrisi

“L’intera zona è bloccata. La nostra auto è di traverso, in mezzo al parcheggio. Intorno ci sono almeno quattro macchine della polizia, una jeep della vigilanza, un’ambulanza, addirittura un camion dei vigili del fuoco. La macchina ha i portelloni aperti e una portiera scassinata. Per terra, dappertutto, vetri rotti. La gente, i passanti, i curiosi cominciano ad accalcarsi sul marciapiede dalla parte dei negozi, e si trasformano in una sorta di barriera che rende più difficile avanzare.” (*)

La citazione qui sopra non appartiene a Carrisi: viene da un’opera di qualche tempo fa, che con “La ragazza nella nebbia” ha curiosamente molto in comune. Benché Carrisi e Agostini non possano essere paragonati tra loro – formazione, esperienze professionali, stili di scrittura e target di riferimento sono completamente diversi – è interessante che entrambi, ognuno dal proprio punto di vista, e non sono neppure gli unici in verità, abbiano deciso di occuparsi più o meno nello stesso periodo del coinvolgimento dei media nelle vicende di cronaca nera e giudiziaria.

Se Agostini, ne avevamo già parlato, preferisce affrontare questo tema così attuale attenendosi a una trama estremamente verosimile, tanto da lasciarci col dubbio di aver letto non una storia d’invenzione ma una testimonianza di un evento realmente accaduto, Carrisi come prevedibile tratta la materia in tutt’altro modo, proponendoci un thriller adrenalinico e imprevedibile, sostenuto da una struttura solida che aderisce strettamente a topoi più classici del genere cui l’opera appartiene. 

Le atmosfere de “La ragazza nella nebbia”, osservano gli estimatori di Carrisi, non hanno quel caratteristico timbro noir a cui lo scrittore ha abituato il suo pubblico; eppure l’ambientazione inusuale – un piccolo paese incuneato in una valle alpina buia, piena di freddo e di neve – crea nel lettore una suggestione particolare e, va detto, molto cinematografica, fitta di déjà-vu d’antologia tra cui spicca prima fra tutte la serie tv di culto Twin Peaks e, per tornare ai giorni nostri, il telefilm Les Revenants e i sei episodi che compongono la miniserie neozelandese Top of the Lake.

L’improvvisa sparizione dell’adolescente Anna Lou, una liceale timida, introversa e molto religiosa, scardina gli equilibri precari della comunità, già spaccata in due da un recente stravolgimento economico che ha decretato il successo di alcune famiglie e il tracollo di altre. A indagare sulla scomparsa viene inviato il commissario Vogel, un tempo figura di spicco delle forze dell’ordine, risolutore di casi impossibili, celebre opinionista nei talkshow in televisione ora alla ricerca di una personale e professionale redenzione dopo il clamoroso fallimento della sua ultima indagine. Vogel porta con sé non soltanto un metodo di indagine impetuoso, auto-concentrato e destabilizzante ma anche un circo mediatico che trasforma l’indagine in uno show televisivo affamato di scoop

Ecco allora il paese di Avechot diventare l’ennesimo luogo del delitto (sempre che di delitto si tratti) assediato da televisioni e cronisti, in una girandola continua di sospetti e piste false, rivelazioni e smentite, tra giornalisti assetati di notizie esclusive da vendere al telegiornale della sera e anchormen alla ricerca dell’inquadratura migliore per il servizio in esterna.

“La giustizia non era più un affare riservato ai tribunali, bensì apparteneva a tutti, senza distinzioni. E in questo nuovo modo di guardare le cose, l’informazione era una risorsa – l’informazione era oro.” (kindle pos.3229)

“La polizia chi sta proteggendo in questo momento? Chi sta servendo? Di certo non me. E di certo non mia moglie o i miei bambini. Allora chi? La gente che si ferma a guardare, i passanti? Sì, forse loro. Ma proteggere da che cosa, quale sarebbe il pericolo? Non trovo risposta.” (*)

Nel momento in cui – come testimonia Agostini – la fede nel tecnicismo si sostituisce all’utilizzo del buon senso, all’ascolto dell’imputato e a una minuziosa analisi super-partes delle prove, e nell’attimo in cui – come invece di dice Carrisi – la ricerca di un colpevole a tutti i costi prevarica su quella della verità, allora siamo di fronte alla spettacolarizzazione della giustizia e alla creazione del malvivente studiato a tavolino. Un tema molto attuale che ci spinge a riflettere da una parte sui recenti fatti di cronaca nera locale e dall’altra su quanto effettivamente sappiamo – e crediamo di comprendere – di quel mondo oltreoceano che spesso ci affascina così tanto.

Per tornare a “La ragazza nella nebbia”, non vi preoccupate: c’è dell’altro, perché, comunque, sempre di Carrisi stiamo parlando. 

Buona lettura

(*) “La fabbrica dei cattivi” di Diego Agostini, Giunti Editore, 2014 – cit. pag. 26 e pag.38

"Open", di Andre Agassi e JR Moehringer (trad.Giuliana Lupi)

A distanza di quattro anni dall’uscita italiana, “Open” sta ancora lì, sugli scaffali delle nostre librerie. 

Einaudi parla di un totale di 15.000 copie vendute nel il primo anno di pubblicazione, risultato più che soddisfacente per una biografia sportiva; totale che però poi schizza a quota 110.000 nel 2012*. A oggi, l’autobiografia di Andrè Agassi di copie ne ha vendute, sul mercato italiano, circa 700.000**.
Il perché di tale successo è ormai noto: ferma restando l’indiscussa validità del testo, che senza temere l’iperbole occorre definire rivoluzionario per il genere a cui appartiene – poi ne parleremo – tanto hanno fatto il passaparola tra i lettori e soprattutto le recensioni giunte da ogni dove: da Baricco, che aprì proprio con “Open” la rubrica Una certa idea di mondo su Repubblica, fino a Valentino Rossi passando per Pipernoche ne citò addirittura un passo nel suo “”Inseparabili” con cui poi vinse lo Strega. 

Andre Agassi ospite di Fabio Fazio, novembre 2013. Qui il video dell’intervista

Per cercare di sbrogliare la matassa si potrebbe cominciare col dire che “Open”, di Andre Agassi, non l’ha scritto Andre Agassi.

Sì, dunque.
Succede che durante gli Open (ecco, appunto) del 2006, a un passo dal ritiro ufficiale, il pluripremiato tennista di cui sopra trascorre il poco tempo libero disponibile leggendo “The Tender Bar”, di JR Moehringer”.

Columnistper il LA Times e scrittore di successo, JR Moehringer (NewYork 1964) nel 2000 vince il Premio Pulitzer per meriti giornalistici e nel 2005 pubblica “Il bar delle grandi speranze”,opera autobiografica nella quale il giornalista racconta la sua difficile infanzia all’interno di una famiglia disfunzionale: “The Tender Bar” viene nominato “miglior libro dell’anno” da New York Times, Esquire, Los Angeles Times Book Review, Entertainment Weekly, USA Todaye New York Magazine.

Agassi rimane affascinato dalla storia di questo ragazzino abbandonato dal padre e cresciuto dalla madre single nel microcosmo di un quartiere di Dickensiana memoria (specie appunto, quello di un bar che JR comincia a frequentare dall’età di otto anni) ricco della più varia umanità. 
Quindi conclude libro, torneo e carriera agonistica, si mette in contatto con l’autore e senza mezzi termini gli propone una collaborazione per la stesura della propria biografia. Perché anche la storia di Andre Agassi è nota, ma soltanto a pochi, e il tennista ha deciso: è giunto il momento di raccontarla al mondo intero.
Vincitore di sessanta titoli ATP e di otto Slam; uno degli unici sette giocatori al mondo ad aver conseguito tutti e quattro i titoli dello Slam più altre vittorie da record tra cui medaglia d’oro al singolare olimpico, torneo ATP World Championship e Coppa Davis; “il salvatore del tennis americano”, come avevano gusto di chiamarlo i cronisti dell’epoca; uno dei primi tennisti ad abbandonare il classico serve & volley preferendo alla presenza a rete l’attacco dal fondo e la tecnica della risposta d’anticipo. Nonché fidanzato e poi consorte della tennista più premiata di tutti i tempi, Steffi Graf, e fondatore della AgassiPrep, una delle migliori “free public charter school” nella storia dell’educazione pre-universitaria americana.
Questo è Andre Agassi.
Ma anche un personaggio bizzarro(a partire dall’acconciatura sfoderata nei primi anni di carriera; un toupet! come rivelerà proprio nell’autobiografia), turbolento, attaccabrighe, vittima di clamorose e inspiegabili defaillance sul campo e altrettante nella vita privata, dal primo fallimentare matrimonio con l’attrice Brooke Shields alle scorribande alcoliche con abuso di sostanze psicotrope, fino alla decisiva affermazione professionale e alla redenzione personale.

Credits: NYtimes.com

Agassi ha intùito e vede lontano affidando le sue memorie a Moehringer che – da bravo e talentuoso giornalista qual è – non si fa scrupolo e crea un’opera che sa di capolavoro letterario. Una (auto)biografia che strizza l’occhio al GRA, per com’è messa, e che Moehringer riesce a interpretare al meglio grazie alle indiscutibili analogie che permeano entrambi i vissuti, quello del protagonista e quello del ghostwriter.

Ne viene fuori un turn-pages mozzafiato a metà strada tra il romanzo di suspance, la cronaca sportiva e la più stretta tradizione del romanzo di formazione americano.
Un’opera che pur liberandosi – date le sue caratteristiche prettamente narrative – dai cliché tipici del genere, quali la scrittura stereotipata e la dipendenza terminologica dall’attività sportiva cui si riferisce, non offende i lettori competenti, che trovano nella narrazione in prima persona – ad opera dello stesso Agassi – la preziosità del commento tecnico del vero insider (gustosissime digressioni sui compagni di sventura, da Connors a Courier passando per Becker e Sampras, sono incluse). 
Un’opera che sebbene focalizzata di necessità sulla carriera professionale del tennista non allontana il pubblico generalista, grazie all’universalità dei temi trattati, all’estrema sincerità con cui Agassi si racconta a Moehringer e all’empatia che il campione finisce per suscitare nei lettori, quelli americani in primis, affezionati alle specificità tipiche del romanzo di formazione tra cui il tema cardine della caduta e del ritorno a un successo maturo e consapevole.
Verrebbe insomma da catalogarlo male, lo sforzo Agassi-Moehringer; liquidarlo come l’ennesimo tentativo di autocelebrazione di quell’istinto tutto americano del selfmade-man che affronta sventure di ogni tipo e poi si rialza, drammaticamente ricoperto di ferite ma pronto come non mai al rushfinale. Non fosse che è tutto vero.
A partire dal rapporto conflittuale di Andre Agassi col padre, un ex pugile armeno nato in Iran, appassionato di tennis, uomo violento e autoritario che obbliga Andre e i suoi fratelli a estenuanti allenamenti convinto che almeno uno dei suoi figli diventerà il numero uno al mondo.

Papà dice che se colpisco 2500 palle al giorno, ne colpirò 17.500 alla settimana e quasi un milione in un anno. Crede nella matematica. I numeri, dice, non mentono. Un bambino che colpisce un milione di palle all’anno sarà imbattibile” (pag.37)

Andre – indubbiamente dotato di doti tecniche fuori dal comune – cresce privato dell’infanzia e del diritto allo studio, attività che il padre considera d’intralcio alla carriera sportiva, ed è costretto a passare ogni momento libero nel cortile dietro casa, vittima del “drago”: una macchina lanciapalle che il padre stesso ha modificato per valorizzarne potenza e aggressività. Uno scenario apocalittico, degno dei può visionari maestri della letteratura americana:

“La nostra casa è una bicocca troppo cresciuta costruita negli anni Settanta, stuccata di bianco con bordi scuri intorno agli spigoli screpolati. Ci sono sbarre alle finestre. Il tetto, sotto ai falchi morti, è rivestito di assicelle di legno, molte delle quali allentate o mancanti. (…). La casa è circondata da ogni lato dal deserto, che per me è sinonimo di morte. Punteggiato di arbusti spinosi, rotoli d’erba trasportati dal vento e serpenti a sonagli raggomitolati, il deserto intorno alla nostra casa non sembra avere altra ragione di esistere che quella di offrire alla gente un posto dove scaricare la roba che non gli serve più. Las Vegas – con la sua Strip, i casinò, gli hotel – si staglia in lontananza come un luccicante miraggio. Mio padre va e viene ogni giorno da quel miraggio – è direttore di sala di uno dei casinò – ma rifiuta di trasferirsi più vicino. Siamo venuti qui, in mezzo al nulla, in questa desolazione, perché soltanto qui poteva permettersi una casa con un cortile abbastanza grande per il suo campo da tennis ideale” (pagg. 40-41)(***)

“Nessuno mi ha mai domandato se volessi giocare a tennis e men che mai cosa farne della mia vita. Mia madre (…) dice che papà aveva già deciso molto prima che nascessi che sarei stato un tennista di professione” (pag.41). “Non so quali avrebbero potuto essere le alternative, ma il punto è proprio questo – non lo saprò mai” (pag.129)

Non meravigliatevi quindi, dice Agassi, del fatto che questo enfant prodige sia in realtà un ragazzetto insicuro, poco istruito, turbolento e fuori dagli schemi:

“Dicono che mi voglio distinguere. In realtà – come col taglio da moicano – sto cercando di nascondermi. Dicono che cerco di cambiare il tennis. In realtà sto cercando di evitare che il tennis cambi me. Mi definiscono un ribelle, ma non ci tengo a essere un ribelle” (pag.149)

Studi interrotti a metà delle superiori, problemi di autostima, discontinuità nelle prestazioni, incapacità di concentrazione, disordini alimentari, manie ossessive, amicizie sbagliate completano il quadro d’insieme, sconosciuto ai più, fino alla caduta agli inferi del 1997, a 27 anni – quella sì ben nota a tutti, perché culminata nella retrocessione in classifica (Agassi scende addirittura dal primo al 141esimo posto ed è costretto a ricominciare dai tornei Challenger, riservati ai tennisti meno qualificati), nell’ammonizione per utilizzo di stupefacenti, nel divorzio da Brooke Shields, sposata due anni prima.

Agassi non tace nulla, nell’intento – riuscito, grazie alla mediazione di Moehringer – non tanto di cucirsi addosso una figura bohémien di artista maledetto quanto di togliersi per sempre il peso della menzogna dalla coscienza, rivelando al mondo i retroscena di un personaggio-Agassi i cui atteggiamenti venivano dai più – sostenitori e detrattori – di volta in volta mal interpretati, mistificati, oppure duramente criticati; mettendo per iscritto, finalmente, le gioie e i dolori di un cammino personale, e solo poi professionale, affrontato con fatica e indiscutibile impegno.

Che dire, Un po’ ci affascina, questa cosa dell’essere svogliati di fronte a un nostro (presunto) talento che poi, non si sa come, riesce a venir fuori lo stesso a dispetto di ogni nostro sforzo per sopprimerlo. Vorremmo esserne capaci anche noi. Vorremmo pure noi esser così bravi in qualcosa, per natura; così bravi da steccare una palla apposta, a sette anni, per il solo piacere di far torto a chi scommette su di noi; così bravi da vincere un torneo juniores travolgendo futuri numeri uno del tennis mondiale senza quasi rendercene conto, così bravi ad attirarci le simpatie di un pubblico sconfinato. Così bravi a ricoprire il ruolo del bambino prodigio, così bravi da poterci permettere il lusso della trasgressione e della maleducazione, tanto nessuno può fare a meno di noi.

Naturalmente questa è la parte della storia che massaggia il nostro ego e ci stimola a quel guilty pleasure, come si dice, che viene dallo sbirciare le vite degli altri, quelli famosi, sperando sotto sotto che un po’ di quella lucetta un giorno brilli anche per noi. La questione che c’è anche dell’altro, quella viene dopo. Ed è una parte fondamentale – e non scontata – del lavoro costruito, mattone dopo mattone, dal doppio Agassi-Moehringer. 
Lo scrittore, col pregio di essere riuscito a trasformare in parola scritta tutte le suggestioni ricevute dall’altro, ossia l’atleta che forse più di ogni suo contemporaneo ha meritato, per virtù e carattere, il posto d’onore nella Hall of Fame. Suggestioni senza le quali, malgrado le indiscusse capacità dell’autore, la stesura di “Open” non sarebbe stata possibile. 

“Odio il tennis più che mai – ma odio ancora di più me stesso. Mi dico: e allora, a chi importa se odi il tennis? Tutta quella gente là fuori, tutti i milioni di persone che odiano ciò che fanno per vivere, lo fanno comunque. Forse il punto è proprio fare ciò che odi, farlo bene e con allegria. Odi il tennis, quindi. Odialo quanto ti pare, ma devi pur sempre rispettarlo – e rispettare te stesso” (pag.325)

La rivoluzione di “Open” e la sua differenza con quanto pubblicato prima e quanto sarà pubblicato poi, visto che con “Open” d’ora innanzi tutte le autobiografie sportive dovranno misurarsi, sta tutta qui.

Buona lettura

_________________
*fonte: il Post Libri 
**fonte: l’Editore
*** In proposito, nella sconfinata bibliografia su “Open” che ormai si può trovare quasi tutta on line, il saggio di Francesco Longo merita una menzione particolare. Lo trovate su Minima&Moralia  

"La Duchessa", di Caroline Blackwood

L’impegno di Codice Edizioni nel recuperare le opere di Caroline Blackwood si apre con la pubblicazione del suo reportage più celebre: un prezioso documento di giornalismo investigativo che, avvincente come una spy story ma purtroppo frutto di una vicenda realmente accaduta, tenta di svelare l’ultimo e più incomprensibile mistero della strabiliante vita di Wallis Simpson.

Lucian Freud, “Girl in Bed”, 1952
[Credits: Wikipedia]

Tutto ha origine dall’articolo sulla Duchessa di Windsor che il Sunday Times commissionò alla Blackwood nel 1980. Assegnazione non casuale visto che questa dinamica, preparatissima e prolifica scrittrice – una delle firme di punta del ST – altra non era se non, all’anagrafe – Lady Caroline Maureen Hamilton-Temple-Blackwood (Londra 1931, NewYork 1996). Di famiglia anglo-irlandese, la primogenita del Marchese di Duffen & Ava e della di lui consorte Maureen Guiness (sì, proprio i magnati della brewery) dopo il debutto in società e il trasferimento a New York si dedica con passione a talento all’attività giornalistica, divenendo in pochi anni abile columnist e, in aggiunta, chiacchierata socialitè. Una vita tumultuosa, quella della Blackwood, tra frequentazioni di alta aristocrazia, eccessi e turbolente avventure sentimentali culminate in tre matrimoni dall’esito infausto; esperienze che per altro hanno fatto da sfondo a una serie di opere narrativo-autobiografiche tra cui “Mrs. Webster” e “The Stepdaughter”, caratterizzate da un’ironia pungente attraverso cui l’autrice denuncia e demolisce le realtà più drammatiche da lei sperimentate – a cominciare dal mondo ipocrita e corrotto della nobiltà britannica.


La foto, scattata nel 1949, ritrae Lady Caroline in compagnia del primo marito, il pittore Lucian Freud, durante la luna di miele. Il pittore immortalò il fascino e la bellezza di Caroline in numerose tele e dopo il divorzio tentò il suicidio.
In seconde nozze Blackwood sposò il pianista Israel Citkowitz, molto più anziano di lei, da cui ebbe due figlie, e poi una terza che lui crebbe come sua ma che in realtà era frutto di una relazione extraconiugale della moglie. Infine Lady Caroline si sposò con il poeta Robert Lowell, che nel 1977 morì di infarto per le strade di New York, chiuso in un tassì mentre tornava dalla prima moglie, abbracciando il ritratto di Freud “Girl in Bed”.
[Credits: The Telegraph]

L’articolo su Wallis Simpson avrebbe dovuto comprendere oltre all’intervista esclusiva alla Duchessa anche un servizio fotografico a firma Lord Snowdon, ex marito della Principessa Magareth, ma né l’intervista né il servizio fotografico furono mai realizzati per il semplice fatto che né Caroline né Snowdon – malgrado l’abilità professionale e le conoscenze personali – riuscirono ad avvicinarsi all’ormai anziana e malata Wallis, segregata a Parigi, nella sua casa-museo sul Bois de Boulogne e tenuta in ostaggio dal terribile avvocato di famiglia, “Maitre” Suzanne Blum, che alla morte del principe Edoardo aveva ottenuto la tutela legale della Duchessa e del suo patrimonio.

Lady Caroline, ritratto.
Photo by Walker Evans
(St.Louis 1903, New Haven 1975)
[Credits: Codice Edizioni]

Ciò che venne dato alle stampe invece – e si dovette attendere, per timore di azioni legali, non tanto la morte di Wallis (1986) ma soprattutto il decesso della stessa Blum (nel 1994, all’età di 95 anni) – fu il reportage intero che comprende l’imponente attività di ricerca della Blackwood, fra raccolta di documentazione e interviste sul campo; materiale che testimonia l’impegno profuso dalla giornalista nel tentativo di avvicinarsi a una Duchessa di Windsor ormai in punto di morte, sottoposta a cure mediche prossime all’accanimento terapeutico, allontanata a forza dalle poche amicizie rimaste e pericolosamente vicina alla bancarotta.


Figlia di un Alsaziano fuggito in Francia per evitare la cittadinanza tedesca, un ebreo “de bonne famille” (come lo descrive Blum) costretto poi a occuparsi di commercio per sopravvivere, “Maitre” fu educata in maniera tradizionale ma ben presto si ribellò alla famiglia e continuò gli studi fino alla laurea in Giurisprudenza presso l’Università di Poitiers nel 1921
Il terribile avvocato Suzanne Blum
[Credits: DailyMail]

Ne seguì una brillante carriera internazionale costellata d numerosi successi professionali (tra i sui clienti: major cinematografiche e attori di fama hollywoodiana, da Chaplin a Rita Hayworth) e infine l’incontro con la famiglia reale britannica, di cui da sempre subiva il fascino. Ottimo avvocato, spietata con avversari e colleghi, irascibile e collerica, ossessionata dal potere, dal denaro e dalla chirurgia estetica, la Blum divenne dopo la morte di Edoardo l’unico procuratore legale della famiglia reale e dal quel momento cominciò il suo costante e sistematico impegno di appropriarsi, in maniera sempre più maniacale e ossessiva, della vita di Wallis Simpson – o meglio di quello che ne rimaneva (“Last of the Duchess”, appunto, recita il titolo originale del reportage).

“Era, quello di Suzanne Blum, un morboso e insieme straziante fenomeno d transfert possessivo, la divinizzazione di un’icona più che la descrizione reale di una persona, e insieme la sua idealizzazione nel nome di un puritanismo con cui l’avvocato investiva la sua assistita: <>. Come osserverà la Blackwood, bastava osservare le foto mentre barcollavano da un night club all’altro: Parigi, Palm Beach, New York”
Stenio Solinas per “Il Giornale”
 (28 agosto 2015)

[Credits: NYPost]

Perché si sa, la modesta Bessie Wallis Warfield (maritata Simpson in seconde nozze: “l’orribile divorziata americana”, come era comunemente definita all’epoca dello scandalo), orfana di padre, vissuta grazie all’elemosina dei parenti e spinta dalla madre a frequentare le migliori scuole nella speranza di un matrimonio di comodo, resta sempre e comunque una delle donne più controverse del novecento inglese. 
Un carattere forgiato dagli anni duri dell’infanzia e della giovinezza, l’esperienza dei viaggi in terre esotiche – da cui riportò anche, come si vociferava, le nozioni di arte amatoria attraverso cui irretì il Sovrano – il gusto di circondarsi di lusso e piacevolezze fino all’eccesso (resta famoso l’acquisto di più di cinquanta paia di scarpe tutte insieme, ma questo episodio non è che un aneddoto tra i tanti che si potrebbero raccontare); e poi ancora, la venerazione di Edoardo nei suoi confronti e i misteri che circondano la sua vita a partire dai celebri gioielli appartenuti alla Regina Alessandra, che si dicevano ormai in suo possesso e poi incomprensibilmente svaniti nel nulla, fino ai suoi rapporti con le frange filo-naziste della più estrema destra britannica.

[Credits: NYPost]

E poco importa se con il passare degli anni anche l’opinione pubblica più intransigente si sia ritrovata a considerare l’entrata in scena di Wallis di certo non benefica ma perlomeno utile, specie per quanto riguarda le conseguenze politiche che vennero dall’abdicazione: su tutte, il pericolo scampato di un’alleanza con il Terzo Reich di cui, ormai è assodato, la coppia Windsor era simpatizzante – e non si esclude che la ferma opposizione al matrimonio messa in atto dalla famiglia reale e dai politici a essa più vicini non derivasse da questo timore; per non parlare dell’ascesa al trono dell’amata Elisabetta II, chiaramente frutto dell’incoronazione di Giorgio VI.

“La Duchessa” non interessa soltanto perché documenta una vicenda poco nota e dall’esito tragico, ma anche e soprattutto perché è una questione di donne, e tra donne. Tre personalità fortissime ed enigmatiche che pur partendo dalle medesime condizioni socio-economiche si sono trovate a vivere, ognuna a suo modo, il medesimo periodo storico; è la particolare declinazione che ciascuna di esse ha dato alla propria esistenza a restituirci un quadro d’insieme che va molto oltre le singole vicende personali e che aiuta a far luce su un momento della storia europea ancora lontano dall’essere definitivamente chiarito.

Buona lettura

#BCM15 al Laboratorio Formentini: "Lavorare in Mondadori tra gli anni Trenta e gli anni Sessanta"

La segnalazione, anche se tardiva, è d’obbligo: l’oggetto del panel, la location e gli interventi degli ospiti hanno fatto di Lavorare in Mondadori tra gli anni Trenta e gli anni Sessanta: Rusca, Mazzucchetti, Vittorini e Gallo” uno degli incontri più interessanti di tutta #BCM15.
I relatori hanno illustrato alcuni momenti particolari della storia della casa editrice attraverso la presentazione di questi storici collaboratori, avvalendosi dei documenti archivistici conservati presso la Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori.

Arnoldo Mondadori e George Simenon
fonte: archivio Panorama

Enrico Decleva si sofferma sulla figura di Luigi Rusca (1894-1980) chiamato in Mondadori nel 1928 da Senatore Borletti (imprenditore noto nel mondo finanziario e politico dell’Italia prebellica, amico personale di Gabriele D’Annunzio, noto massone e allora socio di Arnoldo), per risanare una situazione economica tutt’altro che florida. Con la carica di Co-direttore Generale Rusca non soltanto si occupò della riorganizzazione amministrativa ma grazie all’intuito e alla spiccata intraprendenza fu l’artefice della svolta internazionale di Mondadori: attraverso la creazione della collana Medusa riuscì infatti ad adattare la fisionomia della casa editrice – che fino al 1930 aveva pubblicato soltanto scrittori nazionali – alle necessità di un pubblico che, non pago degli autori italiani che il Regime tendeva a valorizzare, sentiva la necessità di scoprire nuovi orizzonti letterari. 
Edoardo Esposito si occupa di Elio Vittorini (1908-1966) nella sua professionalità meno nota, quella di collaboratore della Mondadori – in veste di “intenditore e traduttore capo” – che portò avanti per oltre 30 anni. Benché la sua conoscenza della lingua inglese non fosse perfetta, Vittorini contribuì alla diffusione della letteratura americana in Italia, da Faulkner a Lawrence. I documenti conservati nei fondi della Fondazione Mondadori mostrano l’ampio quadro della produzione editoriale di cui si interessava Vittorini e la forte attitudine verso la progettualità editoriale che caratterizzava le scelte di pubblicazione. Insomma un Vittorini editore su cui la critica ha ancora molto da indagare, a partire da due delle più controverse vicende che – malamente conosciute – hanno in parte, e da sempre, inficiato questa analisi: il controverso rapporto professionale con Lucia Morpurgo Rodocanachi (un “grande e inutile scandalo”, lo definisce Esposito) e le circostanze relative alla pubblicazione del Gattopardo. L’anno prossimo verrà pubblicato il carteggio integrale Vittorini/Rodocanachi, che finalmente chiarirà i rapporti tra i due e ne ridimensionerà la querelle; il caso Gattopardo invece, su cui ha già fatto luce GianCarlo Ferretti nel volume “L’editore Vittorini” (Einaudi 1992), fa ancora parlare di sé. 
Sono più di 500 i pareri di lettura presenti nel fondo, a firma Vittorini, che una volta analizzati potranno chiarire l’ottica editoriale dello scrittore, quasi sempre efficace, talvolta inadatta alla linea di Mondadori.

E’ di Mariarosa Bricchi l’excursus sulla giornalista e traduttrice Lavinia Mazzucchetti (1889-1965), il cui lavoro editoriale, poco noto al pubblico, è stato oggetto di una serie di studi condotti dalla Fondazione all’interno di un “laboratorio” dedicato – in collaborazione con Università Catania e Verona, Istituto italiano di studi germanici e Goethe Institute, culminati in un recente convegno dal titolo “Lavinia Mazzucchetti: Transfer culturale e impegno civile nell’Europa del Novecento. Sono testimoni della collaborazione con Mondadori, durata 37 anni, le schede di lettura depositate presso la Fondazione, interessanti perché andando ben oltre i classici pareri, quali “precipitati di un lavoro editoriale ma anche di ricerche storico-letterario” attestano le grandi capacità di scouting della Mazzucchetti che spesso si spinge fino a proporre di persona gli autori da pubblicare (come successe per Thomas Mann, ad esempio).

Gian Carlo Ferretti introduce infine la figura di Niccolò Gallo (1917-1971), studioso e critico letterario chiamato da Sereni in Mondadori nel 1957 per dirigere la narrativa italiana. 

A conclusione, Gian Arturo Ferrari tra aneddoti e curiosità approfondisce la figura di Rusca in relazione all’attività della casa editrice, a partire dalla costituzione delle collane Panorami di vita fascista e Viaggi e grandi imprese, che altro non erano se non una “riserva indiana” (Ferrari) all’interno della quale Rusca inserì tutta la produzione cara al Regime, con l’unico scopo di levarsela di torno, fino alla riorganizzazione delle altre collezioni Mondadori, in special modo quelle di letteratura straniera:
I romanzi della guerra (es. “Niente di nuovo sul fronte occidentale”), che fu l’unica collana obbligata a chiudere, perché per la maggior parte comprendeva testi a tema pacifista
I romanzi della palma, una collana di letteratura straniera popolare (che noi definiremmo piuttosto lettura di intrattenimento: tra i titoli, ad esempio, “Il Grande Gatsby”)
Il romanzo della rosa, di intrattenimento femminile
(nb: nel 1937 queste ultime due collane verranno unificate negli Omnibus, che viene inaugurata con la pubblicazione di “Via col vento”)
Medusa, che all’epoca non era una collana letteraria ma una brossura di poco prezzo antesignana degli Oscar.

Grazie a Laboratorio Formentini per l’ospitalità e la cura nell’allestimento e nell’accoglienza dei visitatori. Qui potete trovare le fotografie dell’evento e qui la programmazione per le prossime settimane.


e grazie a tutti per l’attenzione. 
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"Panorama", di Tommaso Pincio

Leggere “Panorama” è prima di tutto una gratificazione sensoriale per tatto e vista. Il volume è un susseguirsi di piacevoli sorprese, a partire dalle dimensioni (un bel 12×19, compatto e maneggevole, ricercato), passando per la cover – opera dell’autore – per arrivare all’insieme del progetto grafico in tutte le parti che lo compongono.

Le pubblicazioni di NNEditore, neonata casa editrice milanese frutto (e si vede) dell’esperienza di due veterani del mestiere, non si articolano per collane ma per serie, ossia attraverso percorsi tematici in questo caso vòlti all’analisi del moderno. La serie ViceVersa, di cui fa parte “Panorama”, si pone come obiettivo l’indagine sui vizi contemporanei, che non possono più essere indagati in maniera dicotomica attraverso il paragone con le relative virtù ma devono di necessità essere osservati nella loro complessità liquida e mutevole. 

Pincio si mette all’opera e costruisce, seguendo lo stile che gli è congeniale, un testo composito in cui si intersecano vari livelli di lettura e analisi della contemporaneità, dall’esperienza individuale fino all’osservazione del vivere sociale. Sempre in costante equilibrio tra un’ironia sofisticata e un disincanto che ha il sapore della rassegnazione nostalgica verso un passato ormai perduto.

A far da canovaccio, la liaison del protagonista, Ottavio Tondi, con la più giovane Ligeia Tissot. Una storia d’amore lunga quattro anni, che porta più sfinimenti che gioie anche perché i due, veniamo a scoprire, non si sono mai incontrati di persona ma solo attraverso lo schermo del computer e una webcam, strumento imprescindibile se ci si vuole iscrivere al network Panorama: una sorta di moderno Panopticon all’interno del quale ognuno può curiosare nella vita dell’altro a patto di offrire naturalmente anche un pezzo della propria, attraverso appunto una telecamera che deve rimanere sempre accesa. Non solo un innamoramento quindi, ma la sua versione più moderna e social che scivola alla deriva fino a sfiorare, suo malgrado, la torbidezza di un sentimento nutrito dalla terra grassa delle curiosità morbose e dei voyeyrismi pruriginosi:

“Fu una corrispondenza a tal punto intensa e ricca di reciproche rivelazioni che l’aggettivo *intimo* riferito al loro rapporto non suona fuori luogo, malgrado nei tuoni che entrambi usavano non si scorgano mai, se non per brevi periodi e in maniera comunque ambigua, gli accenti di una vera intimità. (…) Tondi riteneva di conoscere quella ragazza meglio di chiunque altro o comunque abbastanza da indurlo a dare per verosimile questa sua fantasia: che sarebbe bastato un nonnulla, un incontro o poco più, perché il loro rapporto virtuale sfociasse in ciò che biblicamente si intende con intimità. Tondi resto a lungo persuaso che questo nonnulla fosse una possibilità nell’ordine delle cose, uno sviluppo pressoché inevitabile della loro corrispondenza, una logica conclusione che solo il caso, anzi no, lui stesso aveva impedito” (pagg.13-14)

Non è però così semplice la questione. Sì perché Ottavio Tondi è introverso, asociale, a tratti accidioso, ipercritico. Uno spirito antico, sempre un po’ fuori posto. Di mestiere fa il lettore per una grossa casa editrice, e questo gli basta e gli avanza. 

“(…) quel bar era uno dei pochi locali del centro che avesse ancora la dignità che un tempo avevano i bar e questo malgrado fosse costantemente invaso da avventori di ogni tipo. Per il resto la città si era ormai arresa ai nuovi flagelli. Ovunque soltanto locali per i più giovani, quelli che lui chiamava *nuovi stronzi*, bar che non erano più bar per via di una modernità pretenziosa e oscena, patetica imitazione di locali stranieri, di vere capitali; oppure si davano posti dall’identità indefinita, pensati per turisti che ormai giungevano soltanto in massa (…)” (pagg.93-94)

“Gli piaceva molto questa parola, utilitaria. Gli ricordava tempi che non c’erano più. Anche allora si era sentito ai margini, ma non fuori posto come adesso” (pag.118)

“Si sentiva a suo agio guidando tra architetture come il Palazzo della Civiltà, il Colosseo quadrato, il Fungo (…). Era come addentrarsi in un futuro consegnato alla nostalgia, un avvenire che sapeva di vecchi romanzi di fantascienza e copertine di Urania. Certo, vi si respirava anche la malinconia opprimente di circhi e luna park, ma non era possibile avere tutto. Qualcosa bisognava pur concedere, un poco di tristezza per un ignoto addomesticato era un prezzo ragionevole” (pag.128) 

Sennonché a causa di una rocambolesca serie di eventi viene coinvolto – lui che ai margini della società delle lettere voleva rimanere – nella promozione di un romanzo scritto sotto pseudonimo da un autore sconosciuto, e diventa famoso scopritore di talenti. Però il peggio del peggio deve ancora venire perché il successo, si sa, come viene poi se ne va e il narratore onnisciente che ci racconta delle vicende – ormai passate – di Tondi altro non è se non il presunto autore del romanzo di successo di cui sopra e che, attraverso uno stratagemma non proprio ortodosso, si appropria della dimensione virtuale del malcapitato Ottavio. 

Inquieta, la versione che Pincio offre del mondo editoriale nostrano, fatto di rivalità e piccole meschinerie tra addetti ai lavori, in un continuo gioco di potere e autoreferenzialità, che però Pincio si diverte a descrivere con disincantata ironia, stemperando una questione che del tragico ne ha le fattezze (mai così attuali, per altro):

“Tra gli uffici stampa delle case editrici e le redazioni delle pagine culturali era in corso una partita di scacchi infinita. I primi tentavano costantemente di manipolare i secondi nella convinzione che questi fossero in sostanza degli incompetenti ai quali era possibile vender per buona ogni fandonia. I secondi, fors’anche incompetenti ma per nulla sprovveduti, erano del tutto consapevoli con quale spirito venivano contattati dai primi, e tuttavia fingevano di cascarci, perché pure loro avevano una convinzione, vale a dire che, in quella partita, il vero manipolatore fosse proprio il manipolato” (pag.49-50)

“Non era morta la letteratura, erano morti loro, i letterati. La letteratura esisteva ancora, ma in una forma nuova, non più cartacea, non più scritta per essere letta” (pag.153) 

Le suggestioni sparse nel testo sono moltissime. Dall’intervista che Tondi rilascia a un quotidiano nazionale, che non contiene alcuna affermazione personale ma è costituita soltanto da citazioni letterarie – a voi scoprire autori e titoli – fino ai cammei di autori realmente esistenti, amici e colleghi di Pincio, che hanno prestato la propria immagine e la propria voce per la costruzione di questo divertissement particolarmente riuscito, passando per le decine di opere citate nel corso della narrazione. 
Ritornando al tema della fruizione multisensoriale, vi invito ad approfondire il songbook che accompagna il testo in accordo con l’impostazione della casa editrice, che ha tra i suoi obiettivi quello di promuovere la relazione tra diversi mezzi espressivi. 
Al link di cui sopra potete trovare anche la rassegna stampa, tra cui ad esempio l’approfondimento di Carlo Mazza Galanti per Prismo.

Buona lettura 

"L’uccello dipinto", di Jerzy Kosinski

“Vado a dormire un po’ più a lungo del solito. Chiamatela pure Eternità”

Così lascia scritto su un biglietto Jerzy Kosinski – all’anagrafe Josef Lewinkopf, nato a Lodz (Polonia) il 14 giugno 1933 – prima di suicidarsi nel suo appartamento di Manhattan, all’età di 58 anni. 

Emigrato negli States da più di un trentennio, ricercato professore universitario (dottorato alla Columbia, cattedra di lingua e letteratura americana a Yale, Princetown, Davenport e Wesleyan), Kosinski era apprezzato autore di saggi e di varie pubblicazioni – nonché marito di una ricchissima vedova facente parte dell’upperclass industriale pre e postbellica e poi, in seconde nozze, di Katherina “Kiki” von Fraunhofer, erede dell’omonima aristocratica famiglia bavarese, con la quale trascorse vent’anni di vita mondana e spregiudicata tra amicizie altolocate, show televisivi e riconoscimenti pubblici.

Eppure, nonostante la celebrità e i luccichii, tante sono le ombre nella vita di Kosinski. Ha disturbi ossessivi, soffre di disagi psichici; su di lui girano parecchie voci (c’è chi lo vuole addirittura implicato con la CIA) e nel 1982 viene messa in dubbio, dalle pagine di una rivista, l’autenticità di alcuni suoi scritti compreso quella de “L’uccello dipinto”, la sua opera più famosa, data alle stampe nel 1965. Questa vicenda lo segnerà per sempre e sarà alla base della depressione che lo condurrà al suicidio. 
Resta fitta di nodi irrisolti, infatti, anche la sua biografia. A parte il rocambolesco arrivo negli Stati Uniti, organizzato attraverso la falsificazione sistematica di documenti e lettere di raccomandazione a firma di professori universitari inesistenti che Kosinski per anni presentò al Partito, per convincerlo della bontà delle intenzioni e della fedeltà al regime, ciò che ha sempre sollevato questioni è il suo trascorso di infanzia e prima adolescenza. 
La famiglia ebrea Lewinkopf, benestante e istruita, alla vigilia dell’occupazione nazista si trasferisce lontano dalla città e cambia cognome. A Josef viene fornito un nuovo certificato di battesimo, ma poi tutto si confonde. Come l’autore più volte ha sostenuto, ma anche smentito, parrebbe che i genitori ad un certo punto, temendo i campi di sterminio, lo avessero affidato a dei contadini.

“Steps” (“Passi”), pubblicato da @ElliotEdizioni nella collana Raggi (Settembre 2013),
in traduzione di Vincenzo Mantovani – che cura anche “The Painted Bird” nell’ed. qui proposta.
*
L’opera, accolta freddamente dalla critica soprattutto a causa 
della spietatezza e dell’estremo erotismo contenuto in alcuni passi, esce nel 1968 e vince il National Book Award
divenendo presto un classico della letteratura contemporanea USA

Il problema è che di tutto questo Kosinski scrive ne “L’uccello dipinto”, raccontando appunto le vicende di un ragazzino poco più che seienne costretto dalle circostanze a vagabondare, solo e sperduto, nelle più profonde campagne rurali della Polonia invasa dai nazisti, messa a ferro e fuoco dai partigiani e infine conquistata dall’esercito sovietico.
Senza nome, il bambino viene indicato soltanto come “The Gipsy”, lo zingaro, o “il nero” – a far riferimento i capelli scuri e l’incarnato che ne tradiscono la provenienza etnica rispetto al biondo teutonico e che ne certificano lo status di paria e ricercato, nonché portatore di sventure e malattie nell’immaginario superstizioso e arcaico dei poverissimi villaggi contadini che si trova ad attraversare.
Esposto a qualsiasi forma di brutalità, il bambino della storia è oggetto di pestaggi e privazioni, sottomesso alla fame, al freddo, ai malanni e al lavoro dei campi; è testimone di stupri e violenze e proprio a causa di tutti questi traumi a un certo punto perde anche l’uso della parola. Recuperato a fine conflitto da un contingente dell’armata rossa, viene mandato in un orfanotrofio attraverso cui poi riesce a ricongiungersi ai genitori, in maniera completamente fortuita. Un ricongiungimento che tuttavia riesce tardivo e per certi versi ormai inutile, sicuramente non risolutivo.

Naturalmente l’opera ha un ritorno deflagrante. In patria il volume viene proibito (fino al 1984) e tacciato di antinazionalismo a causa dei toni utilizzati nel descrivere le condizioni della Polonia rurale: effettivamente Kosinski non si avvale di tinte neutre per dipingere una dimensione sociale le cui più evidenti caratteristiche sono, agli occhi dell’autore, la violenza che permea ogni aspetto della vita familiare e sociale, la mentalità primitiva e superstiziosa ai limiti della paranoia (fino ad arrivare perfino all’omicidio rituale), la povertà estrema, l’assenza di qualsiasi organismo statale o religioso a far da collante sociale, la sistematica risoluzione dei conflitti attraverso la sottomissione dei più deboli. In patria i sostenitori di Kosinski – colpevole due volte, perché scrivendo in inglese rinnega sia nazione sia lingua madre – vengono minacciati e costretti a sottoscrivere pubbliche dichiarazioni di condanna nei confronti dell’autore mentre i pochi che riescono a recuperare qualche copia clandestina non esitano a evidenziare il carattere edulcorato del testo, le esperienze raccontate all’interno del quale non sarebbero talvolta neppure minimamente paragonabili al reale inferno degli anni ’42-45.

Vien fuori però che “L’uccello dipinto” non se la passa bene neanche negli States. Il testo scandalizza per la sua crudezza, giudicata eccessiva e a tratti voyeuristica. La brutalità di certe scene destabilizza un pubblico che, se pure ormai abbastanza disincantato, non è ancora pronto per opere di questo tenore.
Per altro gli americani, così ligi alle classificazioni, faticano a inquadrare l’opera che per stessa ammissione dello scrittore non è soltanto una narrazione autobiografica (mai Kosinski ha ceduto ai giornalisti che gli domandavano quanto di personale ci fosse nelle vicende del piccolo orfano), ma non è neppure un romanzo, avvicinandosi più a un documentario non-fiction dato il carattere indiscutibilmente oggettivo di alcune fonti utilizzate. Proprio in questa criticità affonda ancora gli artigli la rivista Village Voice quando ben 17 anni più tardi accusa Kosinski di aver spacciato per realmente accaduti i fatti narrati ne “L’uccello dipinto” quando invece doveva apparire ben chiaro (in accordo con la propaganda polacca, e fu proprio questo punto a distruggere Kosinski) che non fossero altro se non il frutto dell’immaginazione dell’autore.

Presenza comprovata o meno di un certo realismo magico, quel che stupisce è la freschezza dello sguardo, un osservare di bambino che, come tutti gli sguardi infantili, è sempre ricco di meraviglia qualsiasi siano le circostanze; una curiosità immediata e atemporale, fissa nell’immediato presente, del tutto priva di retropensiero sul prima e sul poi. A far da contrappunto alla crudezza degli episodi, la voce poetica dell’innocenza e dello stupore, specie per quanto riguarda l’osservazione della natura e delle stagioni:

“D’inverno, quando infuriava la tormenta e il villaggio giaceva nel forte abbraccio di nevi insormontabili, stavamo insieme nella capanna riscaldata e Olga mi parlava di tutti i figli di Dio e di tutti gli spiriti di Satana” (pp65-66)

“Nello scricchiolio dei fitti rami di faggio,nel fruscio dei salici che tuffavano le foglie nell’acqua, sentivo le parole delle mitiche creature di cui Olga mi aveva parlato” (p80) 

“La sinfonia della foresta era interrotta solo dallo sbuffare di una locomotiva, dallo strepito dei vagoni, dallo stridore dei freni. La gente s’immobilizzava, guardando verso i binari. Gli uccelli tacevano, la civetta si ritirava nel suo buco avvolgendosi dignitosamente nel suo mantello grigio. La lepre si alzava sulle zampe posteriori, drizzando le lunghe orecchie, e poi, rassicurata, riprendeva i suoi balzi” (p162) 

quasi che l’interpretazione magica della natura e del creato possa in qualche modo esorcizzare il dramma di un presente insostenibile, il cui orrore si rivela a tratti:

“Mi sembrava di cadere in un pozzo profondo dalle pareti umide e lisce coperte di muschio spugnoso. In fondo al pozzo, invece dell’acqua, c’era il mio letto caldo e sicuro dove potevo dormire tranquillamente e dimenticare ogni cosa” (p142)

Una magia che presto ha fine, un momento, nel racconto, in cui il protagonista, di quel bambino che era stato, perde le fattezze; la fiamma della speranza, la luce dei ricordi passati, va a spegnersi, paragrafo per paragrafo, allo stesso modo della voce.

“Fu allora che compresi quanto fosse misericordiosa la volpe quando uccideva le oche spezzandogli il collo con un morso” (p183)

“Dio non aveva motivo d’infliggermi un così terribile castigo. Probabilmente ero incorso nell’ira di qualche altra forza, che stendeva i suoi tentacoli sopra coloro che Dio aveva abbandonato per una ragione o per l’altra” (p212)

“(…) l’ordine del mondo non aveva nulla a che fare con Dio, e Dio non aveva nulla a che fare col mondo. La ragione era semplicissima. Dio non esisteva” (p267) 

“Cercai di immaginare cos’aveva pensato prima di morire. Quando era stato buttato giù dal treno, i genitori o gli amici gli avevano indubbiamente assicurato che avrebbe trovato persone disposte ad aiutarlo, persone che lo avrebbero salvato da un’orribile morte in un grande forno. Forse si era sentito ingannato, tradito. Avrebbe preferito restare aggrappato ai corpi caldi del padre e della madre nel vagone affollato, sentire la pressione e gli odori aspri e roventi, la presenza di altra gente, sapere che non era solo, sentirsi dire da tutti che il viaggio era soltanto un malinteso” (p161)

“Disteso sulla schiena, guardavo le nuvole. Mi galleggiavano sopra la testa in un modo che anche a me sembrava di galleggiare. Se era vero che madri e figli potevano diventare proprietà di tutti, allora ogni figlio avrebbe avuto molti padri e molte madri, e innumerevoli fratelli e sorelle. Mi pareva troppo bello per poterlo sperare” (p250) 

Buona lettura.

"La congiura", di Jaan Kross

Jaan Kross (Tallin, 1920-2007)una lunga carriera di professore universitario e scrittore candidato più volte al premio Nobel, è stato il più importante e riconosciuto autore estone dell’epoca contemporanea. 
Nel 1988 dà alle stampe una raccolta di racconti dal titolo “Il giorno della vista ritrovata” che comprende, tra le altre, le tre narrazioni contenute in questo volumetto (“La ferita”, “La grammatica di Stahl” e, appunto, “La congiura”).

Tre testi, scritti tra il 1979 e il 1980, che non sono mai stati pubblicati in Italia e che Iperborea ha proposto a inizio anno in traduzione a firma Giorgio Pieretto, curatore anche della ricchissima postfazione al volume. 
Uno dei primi volumi, tra l’altro, a essere presentati al pubblico nella rinnovata veste grafica annunciata dalla casa editrice milanese proprio a gennaio 2015. Scelta intelligente questa di Iperborea, che non ha mancato di ribadire ancora una volta, di fronte ai propri estimatori, l’impegno nel proporre autori significativi e opere di chiara qualità letteraria

In questo caso la selezione operata dall’editore nel definire il corpus dei testi rende evidente l’intento di offrire tre narrazioni accomunate dal medesimo fil rouge: mostrare le linee tematiche e stilistiche che hanno sempre caratterizzato la tecnica di questo autore, pressoché sconosciuto in Italia.

Dell‘Estonia prebellica ci parla accuratamente Pieretto, spaziando dall’identità culturale sempre sotto assedio, per parte dell’Ovest come per l’Est, alle questioni politiche instabili e precarie, tra ingerenze staliniste e avidità nazional-socialiste:

“Stanziati sulle sponde del Mar Baltico, sul limes fra mondo germanico e mondo slavo, cioè tra due grandi protagonisti della storia europea, spesso antagonisti, gli estoni hanno alle spalle lunghi secoli di dipendenza. Con un territorio occupato di volta in volta da danesi, cavalieri teutonici, polacchi, svedesi, russi e sovietici, gli estoni sono sopravvissuti alle dominazioni grazie al senso, molto radicato, della propria lingua, parlata oggi da non oltre un milione di persone, e delle proprie tradizioni. Nei racconti di Jaan Kross rivivono, quasi giorno dopo giorno, e dall’interno, due decenni di storia estone. Storia moderna” (pp173-174)

E’ in questo clima politico e sociale che si muove l’alter ego letterario dell’autore, Peeter Mirk
Studente universitario nel primo racconto (“La ferita”), si trova a dover fare i conti con il rimpatrio della popolazione di origine tedesca voluto da Hitler nel 1939; esodo di massa – più o meno volontario – che segna non soltanto l’inizio della diaspora per la popolazione estone ma anche la fine delle illusioni e dell’innocenza del giovane Peeter, macchiata irrimediabilmente da un accadimento personale mero frutto, come quasi tutto quello che accade in guerra e che marca la differenza tra sopravvissuti e vittime, del caso e delle coincidenze fortuite. 
Scrittore dissidente in fuga nella seconda narrazione ambientata nel 1944 (“La grammatica di Stahl”), Peeter è costretto alla macchia a causa di un pamphlet ancora inedito ma conosciuto nella cerchia degli amici universitari, contenente veementi invettive contro il regime nazista. Lo sguardo dell’autore si allarga fino a comprendere, per la prima volta, il microcosmo della prigionia, l’assurdità della burocrazia, il meccanismo della delazione e ancora, di nuovo, sempre più prepotente, il ruolo del caso e della coincidenza. 
Infine, con “La congiura”, assistiamo alle vicende di un Peeter ormai adulto, prigioniero politico del carcere di Tallin a guerra conclusa (la medesima prigione che lo ha visto ospite due anni prima – come realmente accaduto all’autore, che prima conosce il carcere per mano dei Tedeschi e poi nei gulag siberiani) e protagonista di una vicenda grottesca tanto amara quanto banale – uno scherzo goliardico a un compagno di cella – anch’essa frutto più del caso che di una vera e propria premeditazione. 


I testi di “La congiura”, che quindi vanno a formare un trittico indivisibile, evidenziano con naturalezza e sistematicità uno dei temi cardine di tutta l’opera di Kross: l’assenza assoluta di una dicotomia, netta e decisa, tra bene e male
Da questa consapevolezza viene la particolare armonia con la quale Kross è solito affrontare la drammaticità dei temi che tratta in tutte le sue opere: di fronte alla necessità, da parte dell’uomo, di misurarsi con eventi straordinari e incomprensibili, l’unico mezzo attraverso cui poter analizzare il reale senza perdersi né in un inutile vittimismo e neppure in una sterile invettiva è lo strumento dell’ironia
Un umorismo sottile e arguto, mai abbozzato, che riempie il testo e scivola tra le pagine evitando abilmente derisioni e sarcasmi. 
Una finezza di pensiero che si accompagna a scelte stilistiche di preciso taglio poetico, nel lessico, nella sintassi e nell’organizzazione della materia e che dà ampio spazio alle parti descrittive, ispirate ed evocative, senza tralasciare il dialogo il cui utilizzo equilibrato non è mai ridondante ma sempre necessario e sufficiente all’economia dell’opera.

“E ora eccomi al Kultas a guardare Karl e, oltre le sue spalle, il giovanissimo Jossif Schagal, che si sistemava il violino sotto il mento preparandosi al programma musicale del pomeriggio e rispondeva a ognuno dei tanti sorrisi che gli rivolgevano i clienti intorno. I più sorridevano perché la musica di quel ragazzo era uno dei pochi fili rimasti intatti nella tela lacerata della quotidianità. Un paio perché di diceva fosse il nipote del grande Marc Chagall” (“La ferita”, p25)

“(…) comperai per Flora tre rose pallide. Delle rose – perché avevamo sì tutta la vita davanti, ma quello poteva essere il nostro ultimo incontro. Delle rose pallide – perché un colore più vivace sarebbe stata una bugia” (Ibid. p30)

“Abiti da sera si dirigevano tranquillamente verso il teatro. Le vetrine dei negozi della galleria Kalev luccicavano. Una fiumana di gente entrava nel teatro dei Lavoratori. (…) Le finestre della sinagoga erano illuminate. Il pubblico del cinema Modern si riversava in strada dopo la fine della proiezione. Visi raggianti, sorridenti, cupi, spenti, indifferenti… Sentivo appieno lo stato d’animo e il vero dilemma di quei giorni (fra quelli che gioivano segretamente della salvezza e quelli che si sentivano a bordo di una nave che affondava, dove stava la verità?) accartocciarsi dentro di me come un foglio di giornale, in cui era avvolta, come una pietra, la mia responsablità” (Ibid.p49)

“(…) c’era per altro un pacifico vecchietto prossimo agli ottanta che per trent’anni era stato sindaco del suo villaggio nella provincia di Parnumaa ed era poi entrato negli annali non scritti del carcere con le ultime parole pronunciate in tribunale: <>” (“La congiura”, p138)

Buona lettura 🙂

(…in attesa de “Il pazzo dello Zar”, l’opera più conosciuta di Jaan Kross – pubblicata in Italia anni fa da Garzanti, con prefazione di Claudio Magris e ormai introvabile – che uscirà a gennaio 2016 in nuova edizione, sempre per Iperborea)

"La sesta estinzione", di Elizabeth Kolbert

Dovete sapere che il Pulitzer per la non-fiction (ossia la categoria che raggruppa quei “distinguished and appropriately documented book[s] of nonfiction by an American author that [are] not eligible for consideration in any other category”) è stato assegnato quest’anno a Elizabeth KolbertGiornalista statunitense, nata nel Bronx (1961) e laureata a Yale, per anni ha collaborato con il New York Times e dal 1999 è firma stabile del The New Yorker per il quale scrive – ormai con una certa autorevolezza riconosciuta anche a livello internazionale – di ecologia e temi ambientali

Salita alla ribalta nel 2008 pubblicando “Field Notes from a Catastrophe: Man, Nature, and Climate Change” (Bloomsbury 2006), in “The Sixth Extinction” la Kolbert raccoglie in volume i reportage sul campo da lei stessa effettuati nel corso degli ultimi cinque anni. Il filo rosso che accomuna tutte le spedizioni a cui la giornalista decide di aggregarsi, dalla foresta Amazzonica all’Australia, dalla Barriera Corallina fino all’Italia, centinaia di chilometri percorsi a seguito di scienziati, naturalisti, antropologi e colleghi columnists impegnati in vari progetti di caratura internazionale, è l’intenzione di approfondire gli esiti delle ultime ricerche scientifiche relative ai cambiamenti climatici e al ruolo che, nel loro sviluppo quanto mai rapido, ricopre la presenza umana sul pianeta Terra. Un’ingerenza “infestante”, quasi mai pacifica, che ha modificato radicalmente i delicati equilibri che da milioni di anni regolavano, tra estinzioni lentissime e altrettanto lentissime speciazioni, la vita animale e vegetale del nostro mondo. 

Basti pensare alla rana d’oro di El Valle de Anton, Panama, specie endemica dell’area, simbolo di fortuna, stampata addirittura sui biglietti della lotteria, estintasi in natura nel giro di dieci anni (ora è presenza, sempre a rischio, soltanto in cattività) a causa del Batrachochytrium dendrobatidis, un fungo introdotto nelle Americhe probabilmente attorno agli anni ’60 del Novecento dalle rane africane, che venivano importate perché utilizzate – udite udite – nei test di gravidanza (umani) – (Cap.1).

Oppure al rinoceronte di Sumatra, che ha camminato sulla Terra, indisturbato e pacifico, giusto per quei banali venti milioni di anni e che oggi sopravvive solo nelle riserve, ridotto a poche centinaia di esemplari a seguito del disboscamento del suo habitat naturale cominciato alla fine dell’Ottocento, e che riesce a riprodursi in cattività solo grazie alla devozione di un coraggioso manipolo di studiosi (Cap. 11). 
Naturalmente, come si può ben intuire, il problema non si limita soltanto alla scomparsa di alcune specie qui e lì ma alle reazioni a catena che nascono da queste sparizioni improvvise, sempre più frequenti e tutte originate dall’intervento umano. Ad esempio la disgregazione della barriera corallina e, in conseguenza, di tutto il suo habitat faunistico a causa dell’acidificazione degli oceani – questione che va a braccetto con l’innalzamento delle temperature (Capp. 6 e 7) – o la moria di ben 6 milioni di pipistrelli nordamericani Myotis lucifugus sterminati in pochi anni da un fungo importato dall’Europa (Cap.10, intitolato per l’appunto “La nuova Pangea”).

Elizabeth Kolbert riesce nell’impresa di costruire un’opera che, come indicato dalla giuria del premio: forces readers to consider the threat posed by human behavior to a world of astonishing diversity” grazie prima di tutto alla completezza e alla specificità della documentazione. Proprio per questo motivo il testo, solidissimo nella bibliografia e nelle fonti, risulta credibile e fortemente sconcertante mentre l‘impostazione di chiaro intento divulgativo, che comunque quasi mai (s)cade nella trappola della cronaca sensazionalistica, rende “The Sixth Extinction” una lettura accattivante e scorrevole.

Qui di seguito i twitts che hanno accompagnato questa lettura estiva e i links ai vari approfondimenti (solo alcuni tra i tanti) che la stampa nazionale ed estera ha dedicato all’argomento e che ADC ha segnalato nel corso di questi ultimi mesi. Ringrazio @NeriPozza per i retweets e per il supporto nella ricerca bibliografica e Riccardo Staglianò per la gentilezza nel segnalarmi la sua intervista all’autrice, che non ero riuscita a recuperare sul web.


Buona lettura 🙂