"Panorama", di Tommaso Pincio

Leggere “Panorama” è prima di tutto una gratificazione sensoriale per tatto e vista. Il volume è un susseguirsi di piacevoli sorprese, a partire dalle dimensioni (un bel 12×19, compatto e maneggevole, ricercato), passando per la cover – opera dell’autore – per arrivare all’insieme del progetto grafico in tutte le parti che lo compongono.

Le pubblicazioni di NNEditore, neonata casa editrice milanese frutto (e si vede) dell’esperienza di due veterani del mestiere, non si articolano per collane ma per serie, ossia attraverso percorsi tematici in questo caso vòlti all’analisi del moderno. La serie ViceVersa, di cui fa parte “Panorama”, si pone come obiettivo l’indagine sui vizi contemporanei, che non possono più essere indagati in maniera dicotomica attraverso il paragone con le relative virtù ma devono di necessità essere osservati nella loro complessità liquida e mutevole. 

Pincio si mette all’opera e costruisce, seguendo lo stile che gli è congeniale, un testo composito in cui si intersecano vari livelli di lettura e analisi della contemporaneità, dall’esperienza individuale fino all’osservazione del vivere sociale. Sempre in costante equilibrio tra un’ironia sofisticata e un disincanto che ha il sapore della rassegnazione nostalgica verso un passato ormai perduto.

A far da canovaccio, la liaison del protagonista, Ottavio Tondi, con la più giovane Ligeia Tissot. Una storia d’amore lunga quattro anni, che porta più sfinimenti che gioie anche perché i due, veniamo a scoprire, non si sono mai incontrati di persona ma solo attraverso lo schermo del computer e una webcam, strumento imprescindibile se ci si vuole iscrivere al network Panorama: una sorta di moderno Panopticon all’interno del quale ognuno può curiosare nella vita dell’altro a patto di offrire naturalmente anche un pezzo della propria, attraverso appunto una telecamera che deve rimanere sempre accesa. Non solo un innamoramento quindi, ma la sua versione più moderna e social che scivola alla deriva fino a sfiorare, suo malgrado, la torbidezza di un sentimento nutrito dalla terra grassa delle curiosità morbose e dei voyeyrismi pruriginosi:

“Fu una corrispondenza a tal punto intensa e ricca di reciproche rivelazioni che l’aggettivo *intimo* riferito al loro rapporto non suona fuori luogo, malgrado nei tuoni che entrambi usavano non si scorgano mai, se non per brevi periodi e in maniera comunque ambigua, gli accenti di una vera intimità. (…) Tondi riteneva di conoscere quella ragazza meglio di chiunque altro o comunque abbastanza da indurlo a dare per verosimile questa sua fantasia: che sarebbe bastato un nonnulla, un incontro o poco più, perché il loro rapporto virtuale sfociasse in ciò che biblicamente si intende con intimità. Tondi resto a lungo persuaso che questo nonnulla fosse una possibilità nell’ordine delle cose, uno sviluppo pressoché inevitabile della loro corrispondenza, una logica conclusione che solo il caso, anzi no, lui stesso aveva impedito” (pagg.13-14)

Non è però così semplice la questione. Sì perché Ottavio Tondi è introverso, asociale, a tratti accidioso, ipercritico. Uno spirito antico, sempre un po’ fuori posto. Di mestiere fa il lettore per una grossa casa editrice, e questo gli basta e gli avanza. 

“(…) quel bar era uno dei pochi locali del centro che avesse ancora la dignità che un tempo avevano i bar e questo malgrado fosse costantemente invaso da avventori di ogni tipo. Per il resto la città si era ormai arresa ai nuovi flagelli. Ovunque soltanto locali per i più giovani, quelli che lui chiamava *nuovi stronzi*, bar che non erano più bar per via di una modernità pretenziosa e oscena, patetica imitazione di locali stranieri, di vere capitali; oppure si davano posti dall’identità indefinita, pensati per turisti che ormai giungevano soltanto in massa (…)” (pagg.93-94)

“Gli piaceva molto questa parola, utilitaria. Gli ricordava tempi che non c’erano più. Anche allora si era sentito ai margini, ma non fuori posto come adesso” (pag.118)

“Si sentiva a suo agio guidando tra architetture come il Palazzo della Civiltà, il Colosseo quadrato, il Fungo (…). Era come addentrarsi in un futuro consegnato alla nostalgia, un avvenire che sapeva di vecchi romanzi di fantascienza e copertine di Urania. Certo, vi si respirava anche la malinconia opprimente di circhi e luna park, ma non era possibile avere tutto. Qualcosa bisognava pur concedere, un poco di tristezza per un ignoto addomesticato era un prezzo ragionevole” (pag.128) 

Sennonché a causa di una rocambolesca serie di eventi viene coinvolto – lui che ai margini della società delle lettere voleva rimanere – nella promozione di un romanzo scritto sotto pseudonimo da un autore sconosciuto, e diventa famoso scopritore di talenti. Però il peggio del peggio deve ancora venire perché il successo, si sa, come viene poi se ne va e il narratore onnisciente che ci racconta delle vicende – ormai passate – di Tondi altro non è se non il presunto autore del romanzo di successo di cui sopra e che, attraverso uno stratagemma non proprio ortodosso, si appropria della dimensione virtuale del malcapitato Ottavio. 

Inquieta, la versione che Pincio offre del mondo editoriale nostrano, fatto di rivalità e piccole meschinerie tra addetti ai lavori, in un continuo gioco di potere e autoreferenzialità, che però Pincio si diverte a descrivere con disincantata ironia, stemperando una questione che del tragico ne ha le fattezze (mai così attuali, per altro):

“Tra gli uffici stampa delle case editrici e le redazioni delle pagine culturali era in corso una partita di scacchi infinita. I primi tentavano costantemente di manipolare i secondi nella convinzione che questi fossero in sostanza degli incompetenti ai quali era possibile vender per buona ogni fandonia. I secondi, fors’anche incompetenti ma per nulla sprovveduti, erano del tutto consapevoli con quale spirito venivano contattati dai primi, e tuttavia fingevano di cascarci, perché pure loro avevano una convinzione, vale a dire che, in quella partita, il vero manipolatore fosse proprio il manipolato” (pag.49-50)

“Non era morta la letteratura, erano morti loro, i letterati. La letteratura esisteva ancora, ma in una forma nuova, non più cartacea, non più scritta per essere letta” (pag.153) 

Le suggestioni sparse nel testo sono moltissime. Dall’intervista che Tondi rilascia a un quotidiano nazionale, che non contiene alcuna affermazione personale ma è costituita soltanto da citazioni letterarie – a voi scoprire autori e titoli – fino ai cammei di autori realmente esistenti, amici e colleghi di Pincio, che hanno prestato la propria immagine e la propria voce per la costruzione di questo divertissement particolarmente riuscito, passando per le decine di opere citate nel corso della narrazione. 
Ritornando al tema della fruizione multisensoriale, vi invito ad approfondire il songbook che accompagna il testo in accordo con l’impostazione della casa editrice, che ha tra i suoi obiettivi quello di promuovere la relazione tra diversi mezzi espressivi. 
Al link di cui sopra potete trovare anche la rassegna stampa, tra cui ad esempio l’approfondimento di Carlo Mazza Galanti per Prismo.

Buona lettura 

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