“Miami”, di Joan Didion (trad. Teresa Martini)

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“(Miami non è) esattamente una città americana nell’accezione comunemente data a questo termine fino a poco tempo fa, ma piuttosto una capitale tropicale: ricca di pettegolezzi e povera di memoria, smisuratamente edificata sulla chimera del denaro in fuga e ammiccante non tanto a New York, Boston, Los Angeles o Atlanta, ma Caracas e Città del Messico, l’Avana e Bogotà, Parigi e Madrid” (pag.13-14)

“Non sono mai passata attraverso il controllo di sicurezza di un volo per Miami senza provare una sensazione di leggerezza mista a un innalzamento del livello di guardia, dovuto alla coscienza di aver lasciato il mondo civilizzato per entrare in un’atmosfera più fluida in cui lo scetticismo riguardo all’osservazione delle istituzioni democratiche nella fascia temperata degli Stati Uniti regnava sovrano” (pag.21)

“La sensazione era quella di trovarsi in una capitale sudamericana a un paio d’anni da un cambio di governo. (…) Un’entropia tropicale sembrava prevalere, facendo andare in malora i grandi progetti anche quando venivano portati a termine” (pag.24-25) (…) “Le gru e le scavatrici continuavano la loro danza nel celebre e scintillante panorama, il quale, galleggiando tra una palude di mangrovie e la barriera corallina, continuava a esercitare una specie di pericolosa attrazione, simile a un miraggio” (pag26)

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Ramiro Gomez (b. Los Angeles, 1980) – “Luxury, Interrupted. / No Splash”. Questo acrilico su tela fa parte di una serie di dipinti in cui l’artista – nato e cresciuto a Los Angeles ma figlio di immigrati messicani – reinterpreta alcune celebri opere di David Hockney inserendo al loro interno le figure faceless di umili lavoratori Latinos (giardinieri, domestici, cameriere)

“Tra il livello stradale e la lobby del’Hotel Omni International di Biscayne Boulevard ci sono due piani di negozi, cinema e altre attrazioni. Il centro commerciale è progettato in maniera che i teenager, in maggioranza neri e di sesso maschile, che di sera fanno avanti e indietro sui nastri trasportatori mentre aspettano di entrare al cinema, nella *Passeggiata Spaziale*, nel *Mare di Palline* o mentre sono semplicemente alla ricerca di qualcosa di interessante, possano vedere in alto la sala delle feste dell’Hotel Omni e il piano della lobby, ma non possano raggiungerla, dal momento che una griglia di acciaio chiude l’accesso alle scale dopo il tramonto e gli uomini della sicurezza tengono sotto controllo gli ascensori. (…) Soprattutto durante i fine settimane, quando la sorveglianza è ridotta al minimo e l’hotel è occupato da uno sfarzoso quince o da uno di quei galà di beneficenza che riempiono il calendario cubano locale, la sinistra musica che sale dal nastro trasportatore dal piano di sotto sembra voler ricordare la presenza di un mondo oscuro, violento e sottomesso che non vede l’ora di emergere” (pag.40-41)

“In generale il tono di Miami, il modo in cui la gente appariva, parlava e si incontrava era cubano, L’immagine che la città aveva allora cominciato a dare si se stessa era improntata a un fascino del tutto nuovo, fatto di colori vibranti, di vizio e di oscuri traffici all’ombra delle palme, ovvero le stesse caratteristiche (nella mente degli americani) dell’Avana pre-rivoluzionaria” (pag.45-46)

“Di fatto esistevano in Florida due culture parallele, separate, e non esattamente sullo stesso piano. La differenza più importante era che una delle due, quella cubana, mostrava un seppur limitato interesse per le attività dell’altra. (…) Gli *anglo* erano interessanti ai cubani solo fino al punto in cui potevano etichettarli come immigranti *determinati ad assimilarsi*” (pag.49)

“Non c’era motivo di voler sapere di più riguardo al cibo cubano, perché i ragazzini cubani preferivano gli hamburger. Non c’era motivo di sforzarsi di pronunciare correttamente i nomi cubani, perché erano troppo complicati, e comunque sarebbero stati americanizzati dalla seconda generazione se non già dalla prima. *Jorge L. Mas* c’era scritto sul biglietto da visita di Jorge Mas Canosa. *Raùl Masvidal* era il nome con cui Raùl Mavidal y Jury aveva partecipato alle elezioni a sindaco di Miami. Non c’era bisogno di sapere niente della storia di Cuba, perché era proprio dalla loro storia che gli immigrati stavano scappando” (pag.51-52)

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Pare che questa idea gli sia venuta mentre si guadagnava da vivere come babysitter dopo aver lasciato l’accademia d’arte di LA (CalArts), e che abbia cominciato col dipingere i suoi  Latino domestic workers all’interno di alcune patinate riviste di fashion e design. E pare anche che la cosa gli abbia portato un gran fortuna. Io l’ho scelto per la parte iconografica di questo strambo post perché mi ha affascinato il modo in cui è riuscito a sgretolare l’opera “acquatica” di Hockney riposizionandola nell’esperienza concreta di una normalità quotidiana diversa. Processo che forse non si discosta poi tanto da quel che è riuscita a fare la Didion con “Miami”, raccontando la Guerra Fredda attraverso il punto di vista d’eccezione dell’enclave cubana presente in Florida dagli anni ’60.

“Arthur M. Schlesinger Jr. fa addirittura sparire del tutto questi eventi (ndr: i gruppi i infiltrazione CIA e FBI nelle Keys della Florida e il *problema di smaltimento* delle reclute cubane  – la brigata 2506 per la Baia dei Porci) dal suo libro I mille giorni di Kennedy, un’opera essenzialmente antistorica, in cui tutta la faccenda degli esuli cubani è ridotta a poche ispirate righe (…)” (pag.74-75)

“Credo che per la CIA l’importante fosse cercare di fare in modo che gli esuli non fossero costretti ad affrontare la dura realtà, ovvero che non potevano fare ritorno in patria perché i loro più stretti alleati avevano raggiunto un accordo alle loro spalle” (pag.77)

“A Miami c’erano esuli che si definivano comunisti anticastristi, e c’era anche una folta schiera di esuli socialisti che condividevano con i primi unicamente il fervore anticastrista. Esistevano anche due importanti gruppi di esuli anarchici, molti dei quali poco più che vent’enni, tutti ancora anticastristi ma divisi, da *divergenze di personalità*” (pag.104-105)

Il reportage “Miami” viene dato alle stampe nel 1987 e assume immediatamente i connotati di una testimonianza unica degli anni della Guerra Fredda, perché narrata da un osservatorio esclusivo, quello della città degli esuli cubani.

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Per capire Joan Didion è inutile scriverne, specie su un bloggino come ADC. Bisogna leggerla e basta. E quando si è finito, c’è caso che occorra ricominciare da capo, perché il new journalism della Didion deve penetrare sotto pelle e fino a che non è arrivato lì, poco si può fare.

“New Journalism: American literary movement in the 1960s and ’70s that pushed the boundaries of traditional journalism and nonfiction writing. The genre combined journalistic research with the techniques of fiction writing in the reporting of stories about real-life events. The writers often credited with beginning the movement include Tom Wolfe, Truman Capote, and Gay Talese. As in traditional investigative reporting, writers in the genre immersed themselves in their subjects, at times spending months in the field gathering facts through research, interviews, and observation. Their finished works were very different, however, from the feature stories typically published in newspapers and magazines of the time. Instead of employing traditional journalistic story structures and an institutional voice, they constructed well-developed characters, sustained dialogue, vivid scenes, and strong plotlines marked with dramatic tension”. (Credits: Encyclopaedia Britannica – continue here)

“Cresceva in me il convincimento che nulla a Miami potesse essere completamente immobile, o del tutto solido. Anche le consonanti dure scomparivano nel dialetto locale, in inglese come in spagnolo, Addirittura il denaro si muoveva secondo verbi idraulici (…). Questa particolare atmosfera faceva sì che Miami non sembrasse una città, ma una fiaba, una storia d’amore ai tropici, una specie di sogno a occhi aperti in cui tutto è possibile ” (pag28-29)

Nota: questo libro è stato preso in prestito attraverso il Sistema Bibliotecario Digitale della città di Milano, ossia… gli amici di MLOL. In uno dei prossimi post vi spiegherò bene di cosa parliamo quando parliamo del primo “network italiano di biblioteche digitali pubbliche” e come si fa a usarlo. Niente di più facile (e bello), ve lo garantisco.

“Qualcosa, là fuori”, di Bruno Arpaia

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“Nessuno ricordava più con esattezza quando era cominciato tutto. Forse perché non c’era stato un vero e proprio inizio, forse perché si era trattato di una lenta e implacabile alleanza di eventi impercettibili, di alterazioni minime che, almeno in apparenza, cambiavano poco o nulla, finché, quasi di colpo, ci si era ritrovati in quel disastro. Teoria delle catastrofi: una teoria di fine Novecento che riguardava i mutamenti improvvisi causati da piccole, successive alterazioni in un sistema, come il passaggio da un bruco a una farfalla, un nuvolone che si trasforma bruscamente in pioggia, ma anche quello sfacelo in cui, quasi senza rendersene conto, il mondo era precipitato” (pag 13-14)

E’ delicato, Bruno Arpaia, nel raccontarci l’orrore di quel che a breve l’essere umano potrà combinare – o che forse ha già combinato. Non vorrebbe farci male eppure ci riesce benissimo col solo potere dell’evidenza scientifica a cui si affida anche per la costruzione di quest’ultimo romanzo. Non si misura più con la spy-story com’era accaduto ad esempio con “L’energia del vuoto” ma con la climate-fiction, portando in scena una distopia post-apocalittica (siamo nell’anno 2050) all’interno della quale narra le vicende di un gruppo di migranti clandestini, multietnico e ormai apolide, che dalle zone del Mediterraneo cerca disperatamente di raggiungere i paesi scandinavi e artici, ultimo baluardo di salvezza e del vivere civile dato il clima ancora mite. Da una parte, migliaia di chilometri quadrati ormai abbandonati dai rispettivi stati sovrani, desertificati e ostaggio di terribili bande criminali che lottano per la sopravvivenza. Dall’altra l’estremo Nord, che ovviamente di questi moderni profughi proprio non ne vuole sapere.

Il viaggio è lungo, estenuante e naturalmente l’esito molto più che incerto. Un paradossale lusso esclusivo di chi – a fronte di ingenti sacrifici – si è potuto permettere il pagamento dell’enorme, sproporzionata cifra richiesta dai guerriglieri prezzolati che guidano (e che dovrebbero in qualche modo “proteggere”) questa carovana di esuli tra i quali alla fine si conteranno morti e dispersi a migliaia. Una traversata visionaria tra pianure di fango e sterpaglie bruciate, scheletri di città in rovina e capannoni abbandonati che non è altro se non l’escamotage grazie al quale Arpaia mette in scena – attraverso le memorie e i racconti in flashback dei protagonisti, uno su tutti l’anziano professore di Neuroscienze Livio Delmastro – le cause e gli effetti di tutta quella serie di processi di matrice antropica che, dati alla mano, potrebbero portare al definitivo collasso ambientale del nostro pianeta.

Il testo è molto crudo e lascia poco spazio al meccanismo catartico – ancor meno al guilty pleasure e alla sospensione del giudizio che spesso accompagna la lettura della fiction distopica – proprio perché è forse improprio parlare di fiction distopica tout-court. La realtà descritta da Arpaia – con un approccio più simile a quello della narrative non-fiction che a quello del romanzo distopico classico – è possibile, probabile, e per certi versi addirittura già in atto, basti pensare a quei conflitti mediorientali le cui cause sono di origine ambientale prima che politica, o all’inequivocabile innalzamento delle temperature e all’erosione costiera. Nella postfazione al testo è lo stesso Arpaia a elencare le sue fonti, tra cui ad esempio il saggio di Gwynne Dyer “Le guerre del clima” e i rapporti IPCC.

Di certo il tema è attuale e sentito, e non può più essere altrimenti soprattutto a fronte delle ultime prese di posizione del governo Trump che mira a circondarsi di esponenti del mondo politico ed economico dichiaratamente contrari alla tesi dell’origine antropica degli attuali climate changes. (Nota: di questo fatto se n’è occupata nell’ultimo numero anche @La_Lettura con un articolo di Serena Danna all’interno del quale vengono messe a confronto le tesi del famoso negazionista William Happer con quelle dello studioso Mark Cane – che da più di venti anni studia il fenomeno di El Niño. Oppure anche, per parlare delle ultime letture qui su blog, Michel Floquet in “Triste America” riferendosi ai programmi negazionisti supportati dalle lobby dell’industria estrattiva US).

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“Mentre percorrevano il lungolago, Livio prese il binocolo e vide di fronte a sé la costa scoscesa e ormai priva di boschi, i paesini abbandonati sulla montagna brulla, le scalinate che una volta portavano alla riviera, i ruderi saccheggiati delle antiche ville signorili e, in alto, le dolomie dalle rocce dentate, piene di guglie e torri. In basso, invece, oltre il parapetto su quello che era stato il lungolago, Livio scorse uno spettrale pendio incavato fra le Prealpi. Un chilometro più in là, a una profondità di un centinaio di metri, si estendeva una fanghiglia marrone”

E’ innegabile che tanta parte della fascinazione che l’opera porta con sé sia dovuta all’abilità dello scrittore nell’evocazione di scenari distopici di grande impatto. Dall’oceano piatto, morto e oleoso che invade senza scampo un nord Europa ormai quasi del tutto sommerso, a quel che resta della siderurgia teutonica ridotta a un ammasso di capannoni in rovina, sepolti dalla polvere, Arpaia raccoglie un’eredità ballardiana difficile da maneggiare proprio perché forse nessuno al pari di “JG” è riuscito mai nell’impresa di ritrarre un mondo distopico in maniera così tanto scientifica e credibile ma così poco compiaciuta.

Arpaia ce la fa, dimostrando arte, coscienza e rispetto verso la lezione di Ballard, che nelle sue opere più riuscite ha coltivato così ossessivamente l’idea di un’ambientazione distopica mai ridondante, mai fine a se stessa ma – e qui sta il paradosso – sempre a servizio della speculazione scientifica e dello spinta alla riflessione personale, sebbene indiscutibilmente necessaria all’economia del racconto.

[Nota: di climate change e di altre calamità se ne parla spesso su ADC, specie sul Twitter: seguite #TheSixthExtinction, ad esempio, o lo stesso #QualcosaLàFuori, hashtag che viene utilizzato da molti, Arpaia compreso, per segnalare le ultime notizie riguardanti le sopraddette vicende US]

#Tiracconto… gli Anni di Piombo

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Credits: Rai – La Storia siamo Noi

L’impresa creativa OcraLab, attiva nel progetto e nell’organizzazione di eventi culturali vòlti alla promozione della lettura collegata alla memoria del territorio, propone anche a Milano, come già fatto a Torino, la serie di incontri #Tiracconto …gli Anni di Piombo.

A seguito degli eventi organizzati per #Torinoricorda è chiara la necessità di proseguire questo viaggio nella Memoria rivolgendo lo sguardo a Milano, “la città dove tutto è cominciato”*, con l’obiettivo di “raccontare, a chi non c’era, un periodo che la riguardò per oltre un decennio”*. In partnership con OcraLab c’è a questo giro Laboratorio Formentini, che ospita il ciclo degli incontri #Milanoricorda.

Si tratta di tre appuntamenti, condotti dallo scrittore Enrico Pandiani, all’interno dei quali alcuni autori contemporanei di storie ispirate agli anni del Terrorismo si confrontano con il pubblico e con alcuni ospiti. Il primo appuntamento ha visto protagonista ieri sera Alessandro Perissinotto, autore di “Le colpe dei padri” e del nuovo “Quello che l’acqua nasconde”, sempre ispirato ai cosiddetti Anni di Piombo, che ha raccontato la genesi dei due romanzi e le motivazioni che lo hanno spinto all’analisi di un periodo storico così delicato. (sul Twitter di ADC #TiRacconto @Formentini10 @OcraLab_Idee)

Il viaggio nella Memoria proseguirà tra un mese esatto, lunedì 20 marzo, con Giorgio Fontana (autore di “Morte di un uomo felice“, tra gli altri). Qui trovate i dettagli del programma e le modalità per partecipare.

Consiglio questi incontri perché faccio mia una delle osservazioni di Perissinotto riguardo una generazione divenuta “depositaria di una memoria che ormai non è più condivisa dalla maggior parte”. Chi, milanese doc e un po’ over-quaranta come me, conserva nei cassetti di casa le istantanee sovraesposte di un’infanzia ipercolorata e le fotografie grigie di nonni ormai perduti, potrà recuperare ancora una volta una delle parti (ahimè) fondanti del proprio vissuto. Chi invece è un po’ più giovane – e magari vive qui ma proviene da luoghi diversi – avrà modo di andare un po’ oltre le realtà patinate proposte  da quella “Milano da deliverare” così lontana dal proprio passato. 

*dal sito web OcraLab

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Nota a margine: fino al primo marzo il Laboratorio Formentini ospiterà la mostra “Artisti e capolavori dell’illustrazione: 50 Illustrators Exhibitions 1967-2016” presentata nel 2016 allaFiera del Libro per Ragazzi in occasione dei 50 anni della Mostra Illustratori. Qui gli orari di apertura. Se non l’avete ancora visitata, correte!

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Bruno Munari (1907-1998) “Nella nebbia di Milano” 1968 Corraini Ed

 

“La lingua geniale”, di Andrea Marcolongo

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“La nostra presunta eredità culturale ci è stata dunque generosamente consegnata da un popolo antico che non capiamo, in una lingua antica che non capiamo. Formidabile. E’ terribile la condizione di chi non capisce, ma gli è stato detto che deve amare: inizia subito ad odiare” (XI)

Ma cos’altro potevate aspettarvi da me, in effetti? Io, che mi muovo soltanto per ipotassi, che non manco mai di ritornar con la testa e il cuore a miei anni universitari appena ne annuso l’opportunità, io che ho perfino tirato fuori dal letto all’alba mio figlio di otto anni, un sabato mattina grigio di un Novembre fradicio, e l’ho trascinato da un capo all’altro di Milano soltanto per fargli conoscere Giuseppe Zanetto. Che leggessi e poi scrivessi su #LaLinguaGeniale era francamente inevitabile.

“La lingua geniale” è stato per me un salto indietro nel tempo, un sorridere a ogni paragrafo, un annuire commossa di fronte a questioni che se da una parte credevo dimenticate, dall’altra permeano ancora tutta la mia quotidianità – e me ne rendo conto, talvolta: una visione periferica, qualcosa che scintilla lì, ai margini del mio campo visivo, e che fugge giusto un momento prima di afferrarlo. Questa è la potenza di una lingua incredibile che, se studiata per anni, produce una sorta di imprinting da cui non è più possibile affrancarsi. E non parlo unicamente del terribile riflesso pavloviano che ci prende alla gola nell’udire qualcuno che in sussurro bisbiglia il lemma “ὁράω”, anche a vent’anni dalla laurea (ma basta arrivare solo alla terza liceo, per trovarsi la vita irrimediabilmente danneggiata dal greco).

“Capire il greco non è questione di talento, ma di militanza” (X)

A me accadde al terz’anno, prima di Natale, quando la mia vera, Prima Versione da liceale mi fu restituita accompagnata da un bel 2 meno meno vergato in matita blu: fu quello l’attimo furioso in cui giurai a me stessa che no, il greco su di me non avrebbe vinto. E’ lì che firmai la mia condanna. Fu lì che cominciò – dopo due anni di ginnasio durante i quali mi pareva di aver appreso così poco (che sciocca) – la mia battaglia personale col greco: una lotta impari e indefessa, durata in tutto poco meno di dieci anni, che condussi a testa bassa, testarda come un caprone, tra alterne fortune, improvvisi rovesci, qualche miracolo, inspiegabili illuminazioni e inattese botte di culo.

[Chiaro, capisco che una certa fortuna indipendente dai miei meriti l’ho avuta, dato che sono stata letteralmente circondata da docenti che il greco lo sapevano davvero (uno dell’università l’ho già citato, a cui ne va aggiunto anche un altro, che di cognome faceva Del Corno) e che soprattutto sapevano insegnarlo]

Dall’aspetto dei verbi alla spinosissima questione degli accenti (le maledizioni, che abbiamo lanciato agli Alessandrini; oh, le maledizioni), da quel duale che non si studia mai, che non si trova praticamente mai, ma che poi ti frega nella versione di fine quadrimestre e allora “ti punisce così tanto che non lo scordi più” (pag59) al misterioso ottativo obliquo fino al dialetto ionico della lingua omerica e alla κοινὴ dei Vangeli: Andrea Marcolongo esplora in maniera appassionante, agile e fruibile per tutti, anche per chi non ha studi classici alle spalle, i tratti salienti della grammatica del greco antico, restituendone un’immagine che ha in sé una dignità e una grandezza incredibile, spesso dimenticata. E che lungi dall’essere soltanto l’espressione di un’elite culturale, cosa di cui spesso è stata tacciata, è uno dei pochi strumenti che abbiamo, noi occidentali, a salvaguardia della nostra libertà di pensiero.

“Li riconosci spesso quelli che hanno frequentato il liceo classico. (…) Li riconosci dal modo di parlare e di scrivere: segno concreto che il greco è entrato dentro di loro, nel modo di vedere e di esprimere il mondo in italiano, e mai più ne è uscito. Oltre alla ricchezza del vocabolario (…) e ad una certa propensione per (…) i discorsi complicati, fatti di lunghe subordinate, alcuni modi di dire del greco non solo sopravvivono, ma anzi vivono in chi ha studiato il greco. (…)

In secundis, la pretesa di coerenza logica. Difficile, molto difficile, per chi ha sudato a tenere il filo delle speculazioni logiche ineccepibili dei dialoghi di Platone, essere oggi preso per il naso da un articolo di giornale manipolato, da un discorso incongruente di un politico, da un’opinione non richiesta su Facebook, dalle istruzioni contraddittorie di un manuale dell’Ikea. (…)

Frequentare il classico è come essere protagonisti (senza saperlo) delle tragedie e delle commedie greche. lì è custodito il senso primitivo e feroce dello stare al mondo e lo si apprende su se stessi, discenti” (pag.119-121)

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Mi permetto un’unica nota tecnica, sulla traduzione dei testi: Andrea Marcolongo utilizza il proprio sistema, personale e abbastanza libero, a cui io non sono particolarmente avvezza. Preferisco una traduzione un po’ più scolastica, vuoi per impostazione a cui mi hanno abituata vuoi per scelta successiva. La verità è che la mia grammatica non è – più – così buona come quella dell’autrice, quindi scelgo di non correre rischi ed evito licenze che poi faticherei a governare. Niente di male: basta saperlo, e tutto si aggiusta.

“Il grande marinaio”, di Catherine Poulain (trad. Margherita Botto)

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“Forse ce ne andremo per sempre così, fino alla fine di tutti i tempi, sull’oceano rosseggiante e verso il cielo aperto, una corsa folle e magnifica nel nulla, nel tutto, cuore caldo, piedi gelidi, scortati da un nugolo di gabbiani urlanti, un grande marinaio sul ponte, con la faccia distesa, quasi dolce. Da qualche parte ancora… città, muri, folle cieche. Ma per noi non più. Per noi più niente. Inoltrarsi nel grande deserto, fra le dune sempre mobili e il cielo” (Kindle pos.823)

“Se lo spilungone lo vorrà, sarà per sempre così: inoltrarsi sull’oceano nero, sul mare di Bering. Che io spenda le mie forze fino a morire alla vita di prima, o a morire e basta, che l’usura e lo sfinimento mi levighino fino al cristallo, lasciando solo il mare in me, sotto di me, intorno a me, e l’uomo-leone di carne e sangue che tiene testa all’onda” (pos.1508)

“Ho la morte nel cuore, una sofferenza in grado di paralizzarmi, ho appena capito che non durerà per sempre, che non durerà a lungo, la vita a bordo, gli uomini, la barca (pos.27279)

Penso sinceramente che il romanzo di Catherine Poulain sia una lettura preferibile a tanti manuali di auto-aiuto sulla questione del Team-Building.

Questo perché l’autrice è stata capace di mettere in luce una delle dinamiche più perverse e più tossiche del lavoro di squadra – quello fatto bene, quello “che funziona”: la sensazione di profondo down che ti prende non appena scopri di vivere* dentro una bolla di finzione, adrenalina e illusione. (*No, meglio: “aver vissuto” dato che quando te ne rendi conto, è proprio in quel preciso momento che con la mente ne sei già fuori – e il problema è che dentro non ci puoi più tornare).

team di lavoro il cui destino è funzionare bene partono sempre col piede giusto, nell’assoluta buona fede di chi li forma (capitani talentuosi, in grado di scegliere con accortezza i propri sottoposti); soltanto poi, col passar del tempo, si trasformano in autentiche famiglie adottive disfunzionali all’interno delle quali ognuno sarà spinto a dare il meglio di sé nell’ambito professionale e quasi tutti saranno vittime di fraintendimenti emotivi dalle conseguenze più o meno tragiche. Sensazione di straniamento se si esce dal gruppo, delirio di onnipotenza legato alle situazioni più adrenaliniche e/o drammatiche vissute insieme, quanto più importanti tanto più pietre miliari di un’intimità condivisa e non replicabile all’esterno, interpretazione falsata della prossimità fisica. E più il tempo passa e peggio è, perché questi gruppi tendono a restare coesi anche per anni.

“Non sono stanca, forse non lo sarò mai più, forse bastava volerlo intensamente: non avrò sonno mai più” (pos.2699)

Questa naturalmente è soltanto una parte della storia, perché i livelli di lettura sono tanti e multiformi: ben altre cose racconta infatti “Il grande marinaio”, che è prima di tutto il diario di un’esperienza di wilderness estremo, nel solco di quel new #NatureWriting riguardo cui si discute tanto. L’autrice, all’esordio letterario, è nata in Francia nel 1960; ora è allevatrice e viticoltrice in patria ma in passato ha svolto decine di lavori differenti in tutti i luoghi del mondo, tra cui proprio quello di pescatrice in Alaska. Di questa esperienza decennale condensa il succo ne “Il grande marinaio”, traducendola in un romanzo a episodi che raccolgono l’essenza degli anni trascorsi al Nord.

Si dice che l’Alaskan long-lining fishing sia il mestiere più pericoloso al mondo e i racconti della Poulain lo testimoniano: fatica fisica enorme, condizioni meteo eccezionali, alterazione del ritmo sonno-veglia a cui i tempi della pesca e la latitudine costringono. Un mondo a parte all’interno del quale si muove un’umanità varia, più o meno derelitta e  ai margini. Pescatori stagionali rovinati dalle sgobbate, indiani autoctoni avvezzi alla vita sui docks, armatori senza scrupoli, marinai drogati di antidolorifici e alcool utilizzati per sostenere le notti passate tra i marosi. Un’esistenza dai cui eccessi la protagonista Lili – una giovane “runaway” francese giunta in Alaska con l’intento di imbarcarsi come pescatrice, alter-ego dell’autrice – non è di certo esente.

Non c’è compiacimento nella narrazione. Lungi dal voler indicare una strada da percorrere (verso la salvezza o l’autodistruzione, a ciascuno il suo) l’autrice semplicemente riporta in maniera quasi asettica l’esperienza di Lili. La svincola così dai giudizi esterni, siano essi di approvazione o di condanna per una vita trascorsa ai limiti, le cui conseguenze la protagonista si fa punto di accettare, in sottomissione tacita per quanto dolorosa. Ed è questo il cardine del testo – insieme all’artificio letterario dell’alter-ego – che permette nel lettore il meccanismo di immedesimazione, la capacità della com-passione e la sospensione di un giudizio che altrimenti potrebbe farsi implacabile:

“Siete tutti uguali, voi che arrivate qui come degli esaltati. Io, è il mio paese, non ho mai visto nient’altro. (…) Non cerco l’impossibile. Voglio semplicemente vivere e allevare i miei figli. E’ casa mia. (…) Siete migliaia così, che arrivate da più di un secolo. I primi erano gente spietata. Voi non siete come loro. Siete venuti a cercare qualcosa che è impossibile trovare. Una sicurezza? Be’, no, neanche, dato che quello che avete l’aria di cercare, o comunque di voler incontrare, è la morte. Cercate… una certezza forse… qualcosa che sia abbastanza forte da combattere le vostre paure, i vostri dolori, il vostro passato – che salvi tutti, voi per primi” (pos.3841)

L’estremismo di questa esperienza si riflette anche nello stile. Il lettore è accolto fin dalla prima pagina da una paratassi scarna, violenta e invasiva fatta di frasi brevissime e smozzicate e di una serie infinita di sottintesi. Protagonisti e situazioni vengono presentati utilizzando il tempo presente, secondo uno stream of consciousness in prima persona che segue non tanto la trama quanto i pensieri sconnessi di Lili. Una struttura che funziona e che non potrebbe essere costruita altrimenti, pena la perdita del carattere evocativo del testo. Di questa necessità il lettore prende coscienza col procedere della lettura che per questo motivo deve essere la più continua possibile specie all’inizio, quando occorre forzarla un po’ – ma poi il meccanismo page-turner si instaura da sé, state tranquilli, anche perché il periodare si allunga soprattutto nell’ultima parte.

Se fossi riuscita a leggere “Il Grande Marinaio” nel 2016 credo che questo libro avrebbe meritato senza dubbio il titolo di best book dell’anno per ADC. Dire che “Il grande marinaio” sarà la mia miglior lettura del 2017 è azzardato dato che siamo solo a Febbraio, ma in tutta onestà non così improbabile.

Nota: sfrugugliando in rete ho avuto il piacere di imbattermi in un signore che si chiama Corey Arnold, che su Twitter trovate come @Coreyfishes: è un pluripremiato fotografo dell’Oregon che dal 1995 lavora in Alaska (sic.) come commercial fisherman e che con le sue fotografie ha reso pienamente il fascino di questa professione estrema.

“Rosso Marte”, di Giovanni Caprara

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“La sera del 30 Ottobre 1938 accadrà un fatto significativo che fa capire come fosse percepito Marte. Dallo studio radiofonico della Columbia Broadcasting System di New York Orson Welles racconta un’incredibile storia: l’arrivo dei marziani sulla Terra” (pag243)

Resistere al richiamo seduttivo di questo “pianeta della porta accanto” (pag7) è quasi impossibile adesso più che mai, a seguito delle recenti scoperte scientifiche e dell’impegno tecnologico che tante potenze mondiali (ben quattordici agenzie spaziali) stanno mettendo in campo.

Di Marte se ne parla sempre un po’ di più e non passa giorno in cui il web non si arricchisca di qualche aggiornamento, che siano foto e video dai robot rover e dalle sonde Esa e Nasa o le ultime notizie sulla partenza della quinta missione del programma HI-SEAS (sei persone che per otto mesi vivranno recluse sulle pendici di un vulcano delle Hawaii, simulando una spedizione marziana). Marte oggi colpisce il nostro immaginario in maniera se possibile ancora più forte che nel passato perché al vagheggiamento mitico dei secoli scorsi – una strada dritta, lunga più di centomila anni e ben radicata nella nostra memoria subcorticale di Homo Sapiens migrante dall’Africa – ora si affianca l’ipotesi sempre più concreta di un Journey to Mars effettivamente possibile e forse imminente (si parla addirittura del 2030).

Se il fascino per il pianeta rosso ha contagiato anche voi e se volete capirne un po’ di più specie dal punto di vista della scienza e dell’esplorazione spaziale, quel che dovete fare è affidarvi alla penna di Giovanni Caprara che di divulgazione scientifica ne sa, come dire, più di qualcosa. Dalle prime osservazioni ai canali di Schiaparelli, dalle sonde ai robot fino alla formazione dell’International Space Exploration Coordination Group; dalla ricerca dei segni di vita fino alle simulazioni più ardite (senza mai dimenticare il ruolo che gli scienziati italiani hanno avuto nel passato e che hanno tutt’ora) l’editorialista accompagna il lettore in un viaggio emozionante ed emotivamente coinvolgente alla scoperta “di un sogno che potrà diventare realtà scientifica” (pag8).

Qui, sul website di Utet, potete trovare la rassegna stampa su #RossoMarte. Io ho apprezzato in particolare l’articolo di Francesco Longo pubblicato su Rivista Studio: un’affascinante storia crossmediale che porta in superficie tutte le motivazioni di quella “seduzione culturale” che tanta parte ha sempre avuto nella creazione del sogno marziano.

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Di “Bring Him Home – the Martian” se n’era parlato su ADC, con l’analisi dell’opera da cui poi è stato tratto il film: “L’uomo di Marte” di Andy Weir – in un post che a quanto pare vi era piaciuto molto. Lo trovate qui

ADC blog: i post che avete letto di più

Se leggete questo post: BENVENUTI! Finalmente siete arrivati sul nuovo ADC. Che aveva bisogno di un po’ di cosmesi, dopo tanti anni di onorato servizio (appuntidicarta.it è on line dall’aprile 2010, per amor di precisione). Al netto del layout, le novità non hanno toccato la struttura di base: si è trattato soltanto di dare consistenza ad alcune idee già presenti, come la linea editoriale “indipendente” (sì, ancora: uno di quei casi in cui perseverare è innegabilmente diabolico) e la sezione iconografica.

Ora, diciamolo subito: funziona tutto? NO. Nonostante la buona volontà, ci sono ancora un paio di questioni da risolvere, tra cui le indicizzazioni da Google e la gestione dei link interni. Hai detto niente. Un’altra spiacevolezza è la faccenda dei Google Rankings rispetto alla quale posso rimediare subito, almeno in parte: qui di seguito infatti potete trovare i link ai dieci post che vi sono piaciuti di più nell’ultimo anno. Cliccate e potrete leggerli direttamente sul nuovo ADC blog! EVVIVA!

  1. “Il Cardellino”, di Donna Tartt
  2. “Una famiglia quasi perfetta”, di Jane Shemilt
  3. “La Sesta Estinzione”, di Elizabeth Kolbert
  4. “L’uomo di Marte”, di Andy Weir
  5. “L’imperfetta meraviglia”, di Andrea De Carlo
  6. “The Southern Reach Trilogy” di JeffVandermeer
  7. “Le ragazze”, di Emma Cline
  8. “Questa vita tuttavia mi pesa molto”, di Edgardo Franzosini
  9. “Città in fiamme”, di Garth Risk Hallberg
  10. “La fabbrica dei cattivi”, di Diego Agostini

Grazie a tutti, sia per le visite che hanno permesso la classifica di cui sopra, sia per la pazienza che avrete nell’attesa che il nuovo blog diventi operativo al 100%.

Ah chiaro: siate spregevolmente sinceri con i commenti sul nuovo layout, che diamine.

Un breve OT per parlarvi dei “perCorsi” di @Unimib

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Se siete alla ricerca di percorsi formativi nell’ambito della comunicazione e dell’informazione, per approfondire e migliorare i vostri skills professionali o – perché no? per acquisirne di nuovi, vi suggerisco di tenervi aggiornati sulle iniziative dell’Università degli Studi di Milano Bicocca. Iniziative a cui, ormai lo sapete fin dalle prime #BCM, mi fa sempre piacere dare visibilità.

@Unimib propone infatti una vasta offerta formativa in ambito Digital e Social Communication, rivolta a studenti, aziende, professionisti junior e senior. Dalla digital content strategy al social media marketing, dallo storytelling al reputation management, questi perCorsi si caratterizzano per la struttura agile (7-8 ore di formazione in un’unica giornata) e soprattutto per la garanzia di partnership con docenti di rilievo.

Cliccate qui se volete recuperare il momento dell’evento a cui ho partecipato ieri (#DigitalWriting: “write the way you speak” con Alessandro Lucchini, docente allo IULM e cofondatore della Palestra della scrittura); potete trovare on line sul sito dell’Università, alla pagina Digital&Social, alcune “video pillole” di questo e di altri seminari.

QUI trovate invece le informazioni sui prossimi corsi e le modalità di iscrizione. avete voglia di tornare sui banchi di scuola? Questo è il momento!

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“Triste America”, di Michel Floquet

 

“Io arrivavo pieno di fiducia. Come quando si va a trovare la famiglia lontana. Tutti quei cugini che non si vedevano da anni, che si farà fatica a riconoscere, ma che sentiamo così vicini… (…) L’America è questo. Noi siamo convinti di conoscerla. Peggio ancora, crediamo che ci assomigli. (…) L’America è un mistero che ciascuno di noi vive a modo suo” (prologo)

triste_america_01Se volete capire qualcosa di più su Trump – non su cosa farà una volta insediatosi alla Casa Bianca, ma su come alla Casa Bianca ci è arrivato – dovete per forza leggere #TristeAmerica, reportage in quindici brevi capitoli scritto in tempi non sospetti (2016) da Michel Floquet, giornalista, anchorman di France Télévision 1 e corrispondente dagli States, in cui risiede da anni.

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"Un amore senza fine", di Scott Spencer

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“Quando i campi poi sono bruciati e i cadaveri giacciono a mucchi sotto il sole, quel re si stringerà una mano al petto esclamando: L’ho fatto per amore” (pag36)

Chicago, 1967. David Axerlod, diciassettenne figlio di ebrei comunisti, e Jade Butterfield, sedicenne di buona famiglia, si innamorano perdutamente. Questa passione inattesa e sconvolgente è raccontata in prima persona da un David ormai adulto, che a metà degli anni ’70 ne ripercorre la storia, segnata da un passaggio drammatico: l’incendio che ha distrutto la casa dei Butterfield e quasi ucciso i cinque occupanti, appiccato dallo stesso David dopo che Hugh, il padre di Jade, gli aveva vietato di vederla per trenta giorni. Un episodio cardine che influenzerà l’esistenza successiva di tutti i protagonisti.

“Se qualcosa mi differenziava da tutti gli altri non erano i miei impulsi bensì la mia testardaggine, la mia disponibilità a portare il sogno oltre quei limiti che erano stati concordati come ragionevoli, a dichiarare che quel sogno non era un delirio della mente ma una realtà altrettanto tangibile dell’altra più tenue, più infelice illusione che chiamiamo vita quotidiana” (pag228)

(A)merica
Endless Love è il racconto dei Sixties Americani.
Speranze della nuova generazione e sconfitta delle precedenti; perbenismo di provincia e movimenti di protesta; Richard Nixon e Martin Luther King. Nulla di esplicito: le vicende sociali e politiche scivolano via, nell’oblio della vita quotidiana dei protagonisti ma impregnano ogni pensiero e ogni azione.

(B)aci
Endless Love è l’attesa di un bacio.

“Strane, le sue labbra. Piatte dove prima sporgevano. Molto più schiuse, non per l’impulso dell’attimo ma sulla scia di riflessi acquisiti” (pag400)


(C)ambiamento

Axelrod, non sei cambiato. Anche se una frase del genere la gente la dice con intenzioni cordiali, non sfugge mai del tutto a motivazioni censorie” (pag230)

“Chi ha un’intelligenza superiore alla media non ingrana col sistema. O si rompe in mille pezzettini o trova un modo per aggirarlo” (pag220)

Endless Love è la storia del Tempo. Una storia di cambiamenti e mutazioni – riuscite, mancate, fallite. Sviluppandosi in un arco temporale di un decennio e nutrendosi di assenze (una su tutte: l’allontanamento forzato dei due amanti che durerà quasi quattro anni) inevitabilmente gioca di contrapposizione tra un passato e un presente che non corrispondono più: David rimane fedele a se stesso, ancorato alla propria ossessione amorosa all’interno di una dimensione quasi atemporale, Jade invece attraversa la Storia e le proprie stagioni dalla giovinezza alla maturità.

Non sai chi sono disse infine Jade. Mi ricordi e basta (…). Tu hai fatto di tutto per tenerti aggrappato a ciò che abbiamo avuto, io invece ho lasciato andare. Ed è una di quelle cose che quando le lasci cadere non rimbalzano su, cadono e basta, cadono sempre più in basso” (pag391)


(D)ipendenze
Un mondo di fiaba insomma, in cui si poteva fumare ovunque ma nessuno si preoccupava delle conseguenze letali e c’era un drink per ogni ora del giorno e della notte.
Dalla high school dei golfini confetto allo studentato, dal perbenismo eredità dei postbellici anni ’50 alla promiscuità rivoluzionaria, il rapporto dei due ragazzi con la cultura hippie del momento è curioso, interessante, controverso. Ma quanto c’è di vero in Jade, o di artefatto? [Cfr (J)ade e (W)ASP].

(E)ros

“Molti lettori – come i registi che hanno frainteso il significato della storia e hanno provato a trasformarla in un dolce film romantico – credono che sia una storia d’amore, scritta nell’appassionato ricordo di una passione giovanile. Non desidero discutere con i critici e i lettori che hanno amato il mio libro, ma penso che a una lettura più attenta di si riveli un libro principalmente sull’Eros, che è un po’ diverso dall’amore” (Scott Spencer intervistato da Natalia La Terza, per Minima&Moralia)


(F)emminile – il tema del

“(scriveva Jade) (…) Noi siamo nostra madre, ma ciò che lei desidera riprendersi prende, ciò che non riesce ad accettare tenta di distruggerlo, e ciò che sopravvive è ciò che poi siamo. La nostra prima lotta: uscire da nostra madre. La seconda (e incessante): rimanerne fuori, resistere al riassorbimento…” (pag496)

Endless Love non è soltanto il racconto di un sentimento ma anche un romanzo familiare all’interno del quale spiccano le figure femminili e i rapporti dell’una con l’altra. In particolare il raffronto tra Rose (madre di David) e Ann (madre di Jade). Se Endless Love è il racconto di un amore è anche, paradossalmente, il racconto del fallimento della femminilità moderna.
Le motivazioni sono molte, anche corrette, ma la posizione dell’autore forse è da approfondire perché in superficie emergono talvolta tratti evidentemente pessimisti se non addirittura velatamente misogini, nei confronti di un ruolo materno abdicato e di una femminilità giovane volubile e inaffidabile. Approfondiremo [cfr. (J)ade e (R)ose].

(G)RA – Grande Romanzo Americano
Endless Love è un best-seller internazionale, candidato al National Book Award del 1979, anno di pubblicazione. La letteratura americana contemporanea misura il proprio valore a confronto di tali opere, chiaro che ne rimane inevitabilmente sconfitta (vedi #CityOnFire). [Cfr. (A)merica, (K)eith, (W)ASP].

(H)otel – camera di
La location della scena più famosa e discussa di tutta l’opera. Unica scena di sesso esplicito raccontata nel testo – malgrado di “fare l’amore” si parli fin dalla prima pagina per altro, arriva esattamente a metà del libro (374 pagine di attesa su 581 non sono poche). La costruzione dell’opera fa in modo che il crescendo erotico passi dai protagonisti al lettore. Lirismo, deriva fetish, fantasie violente da serial killer, giallo hard-boiled? Ognuno la pensi come vuole: qui non se ne dirà di più onde evitare spoiler.

(I)pocrisia

“M’era venuta a noia la facilità con cui si lasciavano imbrogliare, con cui riuscivo a riappacificarli mentendo, l’ostinazione che mettevano nel non dirmi mai la verità della loro vita. Erano persone la cui capitale menzogna consisteva nel ritenere che nulla fosse sbagliato, o stano, o inspiegabile o poco comune” (pag.52)

“Gestivano la nostra piccola famiglia secondo i principi del centralismo, nascondendomi le loro incertezze – comandanti d’un vascello pericolante che tentano d’evitare il panico dei passeggeri offrendo tartine e rassicurazioni di prammatica” (pag70)

“Il massimo del privato in cui osavano addentrarsi era costituito da un cordiale , che sarebbe andato altrettanto bene se fossi stato reduce non dalla clinica ma da un biennio di genetica socialista presso l’Università di Leningrado” (pag101)


(J)ade
[Cfr (W)ASP]. Da scriverne per anni. Uno dei punti in cui Endless Love mostra se stesso al lettore: un’opera in cui chiunque può (e rischia) di vederci quel che vuole. Piperno pensa a Nabokov: effettivamente siamo lì: chi è Jade. Ragazzina viziata? Unico membro mentalmente sano di entrambe le famiglie? Sciacquetta di turno di cui un povero adolescente si infatua fino alla morte? Una nuova Giulietta (cfr sempre Piperno)? La perfetta americana media ossessionata da successo sociale ed economico, soggiogata e dipendente dalla propria disturbata famiglia? Chi lo sa. Unica certezza: è il personaggio meno descritto, meno messo a fuoco, meno dialogato. Chiaro si tratta di una scelta precisa: in un mondo letterario in cui domina il bisogno di specificare tutto, la fuga nell’indeterminatezza è la carta vincente, Spencer lo sa.
“(…) persino incontrarmi con i miei (…) mi lascia il segno. Vederli uno per volta è dura, tutti insieme è la morte (…). Succede tutto nel momento sbagliato” (pag403)”Ho fatto di tutto per uscire da quella famiglia e più diminuiamo più mi ci trovo dentro” (pag431)
“Ha la straordinaria capacità di far sentire gli altri degli emeriti stronzi” disse Colleen scuotendo la testa in direzione di Oliver per consolarlo” (pag478)

(K)eith (&Sammy)
Famiglia disfunzionale, i Butterfield. Tre fratelli (Jade, Keith, Sammy), tra loro quasi incestuosi ma da bravi snob completamente estranei l’uno dall’altro mantengono sia da ragazzi sia da adulti un grado di formalità reciproca che sfiora l’indifferenza. Chi ci ricordano? I Barbour, ovviamente. Le tematiche familiari sono nel DNA di qualsiasi (G)RA

(L)uce – sinestesie

“Vi scovai nel soggiorno che ascoltavate la radio. Indossavate entrambi jeans e camicie azzurre di Oxford – eravate nella fase in cui volevate vestirvi in modo identico. Lì tutti e due sul pavimento, col fuoco nel caminetto. Soprattutto Jade era avvolta in una luminosità arancione e azzurra. Ricordo che pensai: Jade riflette la luce e David l’assorbe” (pag275)

“Dio come adoravo quella casa la sera, quando le finestre erano nere e i bambini a letto” (pag277)

“L’ultima cosa che vidi fu il cambiamento alla finestra: i vetri erano diventati di un opaco colore grigio-azzurro” (pag301)


(M)alattia mentale 
David dopo l’incendio viene arrestato e poi affidato a un centro di igiene mentale perché considerato instabile. Inizia qui il rapporto pluridecennale del protagonista con le forze dell’ordine americane che per ottusità, ignoranza, spocchia e violenza differiscono poco da quelle attuali. Il racconto dell’esperienza de manicomio criminale offre un fedele spaccato del sistema e del trattamento riservato alla malattia psichiatrica. Angosciante. Quante vite sprecate per incuria, imperizia, poca consapevolezza.

(N)evrosi e (O)ssessioni
Nevrosi. Sovrane della psiche di David Axelrod, le nevrosi stanno a metà strada tra il disagio mentale vero e proprio – riguardo al quale l’autore mostra una conoscenza profonda – e l’autocompiacimento GRA. Trasandatezza nella cura della propria persona, incostanza nel rendimento scolastico, difficoltà a socializzare con i coetanei: campanelli d’allarme che oggi non mancheremmo di individuare precocemente ma che all’epoca venivano considerati in tutt’altra prospettiva. La pericolosità insita in simili comportamenti, intuita dall’autore, è tanto più sottolineata da Spencer quanto più essi sono frutto dell’osservazione non di David (che li ignora) ma di chi lo circonda.
“(…) disse Rose. “E mi rifiuto di starmene qui ad ascoltarti se continui a far finta d’essere l’unica persona al mondo con dei problemi!” (pag70-71)
Ossessioni. Fulcro tematico di tutta l’opera, il sentimento per Jade ne sfiora pericolosamente i contorni.
“Se la mia mente avesse potuto emettere un suono avrebbe infranto una fila di calici di cristallo” (pag41)

(P)arents
Genitorialità e sue declinazioni. Occorre focus anche sui “maschi di casa” Arthur (David) e Hugh (Jade). Sembrano gli unici in grado di operare cambiamento e redenzione. Il padre di Jade dopo una prima fare “liberale”, moderna e permissiva rientra nel ruolo tradizionale e prende posizione nei riguardi della relazione sentimentale – fino alle estreme conseguenze. Il padre di David è il tradizionale “brav’uomo americano” che malgrado l’impotenza dettata da diversi fattori (istruzione/esperienze/scarsa consapevolezza) non viene mai meno al proprio ruolo. Ma le motivazioni, saranno quelle giuste? C’è un vincitore? Chi fallisce? Esiste una formula di educazione parentale che funzioni davvero

(Q)uest – la “cerca”
Interessante, Endless Love in alcuni punti recupera archetipi della letteratura della “cerca”: l’eroe parte per un lungo viaggio – avventure e pericoli – con lo scopo di recuperare o qualcosa di nuovo e mitico o qualcosa (ma anche qualcuno) che gli è stato sottratto. Naturalmente la dicotomia bene/male è qui superata e i topoi della narrazione classica rovesciati – con precisione chirurgica, non può non essere consapevole, per lo meno in parte.

(R)ose – e Ann
Le due figure femminili co-protagoniste del romanzo, in antitesi a quella di Jade. Completa contrapposizione caratteriale, benché non si relazionino mai direttamente sono i due perni attorno ai quali si sviluppa tutta la narrazione perché parte attiva di alcune vicende imprescindibili nello sviluppo della trama. Le madri dei due ragazzi condividono indole anaffettiva e desiderio manipolatore fortemente prevaricante che fa di loro due delle più malefiche matrigne della letteratura contemporanea. Eppure: carnefici o vittime, di un momento storico infelice e di una ancor più infelice segregazione all’interno di due ruoli (femminili, vedi sopra) squallidi e mortificanti?
“Come soffriva Rose per quel mio languore. Credeva nella forza di volontà con la stessa fede che Galileo riponeva in quella di gravità” (pag87)
“(Rose) aborriva da sempre i figli mammoni, e ora che quel pericolo non sussisteva più diceva a se stessa che la cosa migliore per me era che mi trovassi una mia strada, o un , come preferiva dire” (pag165)
“Ann era unica, irripetibile, amara, sicura, altezzosa, vulnerabile e calcolatrice in modo così esplicito che ogni sua parola, ogni suo gesto, almeno ai miei occhi, erano incandescenti di significato” (pag266)
(Ann): “Sto ancora aspettando che la vita cominci” (pag296)

(S)tile e (T)raduzione
Sellerio pubblica Endless Love conservando l’eccezionale traduzione di Francesco Franconeri che porta la data del 1980 (Milano, Mondadori Omnibus) e che rivela, proprio per il suo carattere agée, una straordinaria aderenza al testo a cui risulta coeva:

“Naturalmente era per uno SQUILIBRIO che attribuiva alle parole della madre la sua MANIA” (pag192-193)

“Attraversai la Fifth Avenue – non quella della GRAN MODA e delle INDOSSATRICI, ma quella dei fabbricanti di giocattoli” (pag248)

Merito del traduttore aver conservato anche nella versione italiana le particolarità dello stile di Spencer, poliedrico e duttile, in grado di modulare lessico e sintassi alle diverse esigenze espressive di ciascun protagonista (già parlato delle parti epistolari). Nota a margine, ricordarsi la feroce critica in merito rivolta a Hallberg (vedi ancora #CityOnFire)

(U)nderwear

“Rose entrò con in mano l’ultimo numero del . Indossava una vestaglia azzurra e le sue pantofole estive; fumava la sua Newport serale. annunciò. Di solito lo faceva per ferire Arthur, per fargli sentire che desiderava evitarlo, per sottolineare il fatto che non avrebbero fatto l’amore” (pag109)

(Ann) “indossava una vestaglia verde pallido lunga fino ai piedi, orlata di verde più scuro, con maniche larghe e pendole di stile medievale. I capelli scuri erano tirati indietro e mi osservò attraverso grandi lenti appena colorate. Odorava di profumo e le rosse unghie dei piedi spuntavano dalle pantofole ricamate d’oro. Teneva con una mano l’Ariel di Sylvia Plath, con l’altra un fianco” (pag254)

(Jade) “era uscita dal bagno con indosso una vestaglia verde pallido, lo stesso colore dei suoi occhi. (…) si sbottonò la vestaglia, togliendosela. Sotto aveva indossato un pigiama di stile orientale. Pareva bagnato e lucido. Un gesto dettato dalla modestia, quel suo terminare di spogliarsi a letto, protetta dall’oscurità”(pag407-408)


(V)ista – punto di
La narrazione in pdv interno singolo (David) è espediente che esemplifica al meglio la questione della parzialità: Endless Love è La Storia di David. Non quella di Jade, non quella degli Axelrod, non quella dei Butterfield. Come tale è di natura incompleta e faziosa, tanto più conturbante quanto più si capisce di aver a che fare con una personalità borderline. Unica concessione le lettere di Ann a David: capacità dell’autore di modulare magistralmente gli stili a seconda del punto di vista e del mezzo a disposizione (incursione nel romanzo epistolare). Parzialità del racconto si esprime anche quando per alcuni avvenimenti entra in scena un secondo punto di vista, altrettanto limitato, che tuttavia permette un’inquadratura comunque più ampia (Ann).

(W)ASP
Tensione dell’opera: passa anche dalla necessità di David di uscire da proprio contesto familiare e sociale. Per arrivare dove? A casa Butterfield: famiglia di tipici WASP dell’East Coast che, seppure economicamente decaduta, conserva intatte le proprie caratteristiche tra cui sostanziale e ovvio disprezzo vs. membri di altre classi sociali/enclave. Il presunto laissez-faire dei coniugi Butterfield che accolgono David in casa propria accettando la relazione amorosa (nb: dotano la stanza di Jade di un letto matrimoniale) è in realtà mero divertissement abbandonato senza troppi rimpianti nel momento in cui giudicato inopportuno (e fuori dalla comfort-zone).
“Ci sentivamo coraggiosi, certo, e molto più avanti dei nostri coetanei (…). Ma ci sentivamo anche talmente insicuri e poco abituati al nostro nuovo modo di vivere che non ci pareva di essere adulti al punto da poter redigere un codice di comportamento per chiunque” (pag153)
“Lo sai che mia madre gioiva a raccontare di non essere mai stata più in là della Fifth Avenue? Diceva: (…) Se solo avessimo avuto più soldi per giustificare le nostre piccole eccentricità. Senza soldi diventavano talmente sciocche, goffe come scimpanzé vestiti da uomo… (…) che suonano il pianoforte” (pag256)
“(Hugh)il quale continua ad andarsene a zonzo per gli Stati Uniti, facendo una vita bohème che più passée non potrebbe essere” (pag262)
E Jade? Dove si colloca all’interno di tutto ciò? [Cfr (G)RA, (J)ade, (K)eith].

(Y)ates
S’è parlato di molti autori a paragone con Spencer e per farlo si sono scomodati in molti, da Joice Carol Oates a Jonathan Lethem che cita FSFitzgerald, Roth e Yates. Qui (Sellerio) la rassegna stampa su Endless Love da qui si può ricavare una prima bibliografia.

(Z)ucchero

Possiamo permetterci il dolce? chiese Jade al termine del pasto. Mi commuovevo sempre quando usava la prima persona plurale, specie se lo faceva quasi soprappensiero. disse. ” (pag482).

Buona lettura