“Grande trampoliere smarrito”, di Arthur Cravan – a cura di Edgardo Franzosini (*)

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Ma quanto mi piace Edgardo Franzosini. C’è che qualsiasi cosa lui scriva, io devo leggerla per forza. Sarà che sono cresciuta a suon di favole prima e con le rime omeriche poi, rendendomi di fatto dipendente – me lo spiego così – da un certo modo di raccontare storie, con quel gusto che mi prende ogni volta che ascolto qualcuno favoleggiare a voce alta delle “vite degli altri” – vite di altri veri però, o presumibilmente tali; sarà l’art nouveau, il futurismo e il dadaismo, il fascino per il peculiare, lo strambo, il freak di una certa epoca (nella narrazione della quale Franzosini dà il meglio di sé). So solo che se esce qualcosa a firma Franzosini, io devo precipitarmi a leggerla.

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Non fa eccezione “Grande trampoliere smarrito”, che in realtà è un lavoro un po’ diverso dai precedenti perché la nota biografica su Arthur Cravan, scritta da Franzosini, è preceduta da una raccolta di scritti di Cravan stesso – o meglio, di Fabian Avenarius Lloyd di cui Arthur Cravan rappresenta solo lo pseudonimo. Nato a Losanna nel 1887, nipote di un consigliere della regina Vittoria e parente di Oscar Wilde per parte di padre, Cravan “fu poeta, scrittore, pittore, critico d’arte, conferenziere e pugile (ma, secondo Blaise Cendrars, anche scassinatore, raccoglitore di arance nelle piantagioni della California, pescatore di merluzzi al largo di Terranova, conducente di taxi e ricattatore: tutte occupazioni che Cravan intraprese e quindi abbandonò perché attratto, come scrisse lui stesso, dalla *meravigliosa vita del fallito*)” (p143).

Viaggiò in Europa e nelle Americhe, scappando dalla legge e dalle amanti; dall’alto dei suoi 104 chili di peso si misurò sul ring coi pugili più famosi tra cui Jack Johnson e Jim Smith (“el diamante negro“), incontrò i più grandi letterati e artisti dell’epoca, pubblicò riviste, studiò il greco antico, navigò come clandestino, si travestì da donna per scappare alla leva militare, insegnò la boxe ai giovani messicani.

Tutto finisce bruscamente il 18 ottobre 1918 a Salima Cruz, davanti al Golfo di Tehuantepec: dopo questa data, ultima testimonianza scritta della sua presenza in vita, di Cravan si perdono le tracce. Alcuni dicono che fu assassinato dopo una lite, altri che sparì consapevolmente, altri ancora che non sparì per nulla – e da quel momento in poi visse il resto della vita sotto pseudonimo. Andò come andò, il suo corpo non si trovò mai.

“Ed era sempre a casa sua che, dopo aver visto W. portare nei vari ambienti di cui era il re (cosa che gli valse un’accusa di vanità: come se ogni grandezza non avesse i suoi abissi) quella strana irradiazione di vita che costringeva le teste a voltarsi e le conversazioni a languire, e dopo i suoi giorni brillanti, lo si poteva vedere nei suoi giorni di depressione, di reazione, i suoi giorni di spleen, in cui era, secondo l’espressione inglese, ineffably bored, come svuotato” (Artur Cravan, “Documenti inediti su Oscar Wilde”, “Maintenant“, I, 1, aprile 1912 – a firma W. Cooper)

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Gli scritti di Cravan sono poliedrici, così come è poliedrica la sua personalità:

“Voglio anche mostrare le stranezze del mio carattere, focolaio delle mie incongruenze, la mia natura detestabile, che pure non scambierei con nessun’altra, sebbene mi abbia sempre impedito una linea di condotta, perché talora mi rende onesto, talora subdolo, e vanitoso e modesto, volgare e raffinato” (Artur Cravan, “Oscar Wilde è vivo!”, “Maintenant“, II, 2, luglio 1913 )

e in lui è così vivo lo spirito di un’epoca fatta di scoperte e sperimentazioni, arte, lussi e povertà, viaggi, esperienze estreme, enormi rivolgimenti storici e scientifici che non è quasi mai possibile identificare con certezza la linea praticamente impalpabile che separa la persona dal personaggio. La perizia di Edgardo Franzosini sta proprio qui, nel saper illuminare, cautamente, gli angoli d’ombra – sempre in equilibrio instabile eppure così solido tra l’accuratezza del lavoro di ricerca e documentazione e la suggestione che deriva da un racconto non privo di fascino, per la particolarità sia dei soggetti scelti, sia del periodo storico preso in esame.

“Il fascino del suo carattere, in quei momenti ingrati in cui *la si paga* – non è forse stato lo stesso W. a dire che il guaio nella vita è che bisogna sempre pagarla? -, gli toglieva il senso dello humor, e allora si mostrava mite, come ferito. Aveva bisogno di cure e di carezze femminili, era come un bambino viziato che sorride, un po’ triste… ” (Artur Cravan, “Documenti inediti su Oscar Wilde”, “Maintenant“, I, 1, aprile 1912 – a firma W. Cooper)

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La settimana scorsa, di sera, ho attraversato una Milano piovosa e piena di vento fino a raggiungere gli amici di VersoLibri e assistere alla presentazione del libro, riguardo al quale discutevano Edgardo Franzosini e Marco Rossari. Sarà stato il meteo, sarà stata VersoLibri di per sé – un angolo di luce incastrato così, tra il buio delle colonne di San Lorenzo – insomma, di nuovo nessuno può capire fino in fondo, ma potrei descrivere questo incontro come una “esperienza immersiva“. Di un certo modo di vivere Milano, di raccontare storie, di narrazione condivisa, di autunno alle porte.

Buona lettura 🙂

(*) Traduzione di Maurizia Balmelli e Nicola Muschitiello

“Il giro dell’oca”, di Erri De Luca

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Risposte letterarie, si vede che hai un buco al centro e lo ricopri a frasche. Non te la caverai con le storie, lo sai?” (p43)

Quasi nulla o nessuno a parte i figli e, purtroppo, i grandi imprevisti non sempre forieri di buone notizie riescono nell’impresa di costringere un adulto all’ “Esame di Coscienza“(*). E’ un fatto: prima c’è tempo, a premere il lavoro, la vita attiva, le cose da fare, il “si vedrà”. Poi di tempo si scopre che ce n’è sempre meno e che qualcosa, o qualcuno, ti sta tirando insistentemente per la manica della giacchetta.

Per quanto riguarda i figli non è l’idea in sé, che so, del proteggerli e del difenderli, del “tirar fuori le unghie” o viceversa dell’educarli e del lasciarli andare per “abituarli al mondo”. Non è questo il meccanismo. E’ proprio che loro ti guardano. Ti fissano. Iniziano a fissarti da che nascono e il problema è che se li lasci fare non la smettono più. Ti denudano con gli occhi. Ti spogliano dei vestiti e poi della pelle, dei muscoli e delle ossa, ti scrutano dentro: lucidi, spietati. E poi arrivi a un certo punto che non sai se era meglio o peggio quando ti guardavano perché ti ammiravano, quando ti guardavano per disprezzarti, o quando ti guardano adesso, per compatirti – si, non sempre, ma assicuro che di tanto in tanto accade (ed è lo stesso sguardo di noi figli adulti nei confronti dei nostri genitori anziani. Non sempre – ma di tanto in tanto, questo sì).

Insomma “Il giro dell’oca” di Erri De Luca affronta quell’aspetto lì, dei figli che guardano i genitori. E lo fa a suo modo, attraverso un racconto in atto singolo.

In una sera illuminata soltanto dalla luce del camino a causa di un calo di corrente, lo scrittore – novello Ebenezer Scrooge – riceve una visita per cena. E’ suo figlio: il figlio ormai adulto che non ha ma che avrebbe potuto avere poiché frutto di una relazione avuta in gioventù e conclusasi con un aborto di cui lo scrittore era stato messo al corrente a cose fatte. Un figlio mai nato, insomma.

“Sei adulto, non so niente di come eri prima. Non ti ho rimproverato per un gioco rischioso da bambino, né toccato la febbre sulla fronte. Ci troviamo stasera a tavola, per cena. Una donna in gioventù mi disse di avere abortito. Stetti zitto, non contavo niente nella sua decisione presa e fatta. Stavamo insieme dentro una folla di coetanei. Era un amore e un tempo che non si poteva e non si badava a vita privata” (p11-12)

In questo monologo che piano piano si fa dialogo (“Sto parlando da solo? Sto inventando la tua compagnia?”), con l’immagine del figlio che si fa sempre più concreta Erri De Luca condivide la sacralità del pasto: pane e olio, un bicchiere di vino. Un primo appuntamento che si fa ultima cena; e che scivola dall’imbarazzo ingessato di chi si trova ma non si conosce, alla complicità della confidenza, all’intimità rubata che viene dal giudizio più critico.

“Finché i muri reggono, i miei ospiti esistono. Li tengo qui con me e li riporto alla loro vita di prima”.

Non è un’immagine nuova. In letteratura le visite dei fantasmi, specie all’ora di cena, sono meno rare di quanto potremmo pensare. Questa sopra per esempio non è citazione tratta da “Il giro dell’oca” ma da “Cade la terra“, il romanzo di esordio dell’abbandonologa Carmen Pellegrino (Giunti 2015) che ben appunto mette in scena, nella parte conclusiva dell’opera, una cena tra vivi e morti “come fra le quinte di un teatro in disfacimento”.

Ogni fantasma, però, di per sé ha libertà di far ciò che vuole. Se Mr. Scrooge viene visitato dal defunto amico e socio in affari Jacob Marley grazie al quale opererà un cambio di rotta significativo, i fantasmi di Carmen Pellegrino invece, vecchi abitanti di un paese abbandonato, franato su se stesso, di cambiare un futuro ormai spacciato non ne hanno pretesa; semmai appaiono desiderosi di recuperare una voce e farsi sentire attraverso la conversazione con Estella, unica sopravvissuta, colei che la cena, ogni anno, la apparecchia.

Qui, ne “Il giro dell’oca”, l’apparizione del figlio per Erri De Luca sembra più vicina ai fantasmi dickensiani, fatto salvo che non sappiamo bene come andrà a finire. Quel che ci interessa è che Erri De Luca si trova a parlare di Erri De Luca, e lo fa in un modo poco incline all’autoassoluzione. Ci racconta, col pretesto di narrare al figlio, della sua infanzia all’ombra di una madre potente, difficile da compiacere, e di un padre distante ma a modo suo punto di riferimento da cui svincolarsi, perché troppo impegnativo. Ci racconta degli anni dell’impegno politico – verso i quali, sia per fini sia per metodi, il figlio resta scettico:

Cosa volevate fare, prendere il potere? Perché se si trattava di questo, avete fatto fiasco completo” (p70)

Ci racconta della dimensione mistica da cui l’autore si è sempre dichiarato lontano, all’interno della quale le domande del figlio risultano da una parte accettazione infine acritica dell’altro, dall’altra ricerca, forse, di un altro (o nuovo) se stesso:

Questa è una dichiarazione mistica. Non sei credente in una divinità creatrice, ma sei credente in un vocabolario. Nel cambio ci rimetti parecchio. Preferisco credere all’operato di un creatore, autore di particelle nucleari e di galassie. Sai che l’universo si espande? Non ti sembra geniale che la vita esiste perché va alla deriva insieme alla Via Lattea? Non è geniale che il nostro corpo è composto di idrogeno, il gas più diffuso dell’universo? Che siamo fatti dello stesso elemento? Arrivati alla soglia di queste evidenze, non è meglio applaudire il capomastro?

E via così, attraverso il tema della famiglia, delle donne, della vita privata fino alla letteratura e al mestiere di scrittore.

E’ un’immagine curiosa, quella che viene fuori dal ritratto del figlio che ne fa Erri De Luca. Inevitabilmente, ci si domanda di che genere: se sia uno di quei figli della notte, idealizzati, immaginati come li immagina la madre quando ancora stanno nella pancia. O se Erri De Luca se lo figuri come una (brutta?) copia di se stesso, meno intransigente, meno polarizzato, più addentro nelle cose del mondo, più integrato – e per questo meno corroso, più …felice, verrebbe da osare.

Il figlio (perché poi, declinato al maschile? Questo domanderei, all’autore – se abbia mai pensato a una donna, se poi abbia accantonato l’ipotesi, se non ci abbia nemmeno fatto caso, all’idea – chi lo sa) sono i dubbi che vengono a visitarci di notte. “Succede in una sera d’inverno a uno che sbanda tra un’epoca passata e un frattempo presente”. Succede a un padre che china il capo e permette ai bambini di guardarlo negli occhi, succede a una madre nel mezzo delle sue insicurezze, nel tornado dei sentimenti che si accavallano subito dopo la nascita del primogenito quando ancora nel letto di ospedale, con la creatura in braccio, si domanda ce la farò, condannandosi automaticamente al senso di colpa. Come finirà, forse nessuno lo può sapere. E’ un lancio di dadi.

“Non conosco questa gioventù e per difetto mio non la riconosco simile a nessuna del passato.

Aspetti da loro un calco della tua

No, mi aspetto un’arroganza nuova, che non sia guapperia verso il più debole. Mi aspetto verbi all’imperativo, un atto di dolore. Non li vedo piangere neanche al cinema.

Che stai facendo? Scrolli il capo, disapprovi? Fruga invece nei crepacci, nelle fenditure, nei talloni dove c’è la spinta a sollevarsi sulle punte. Si allenano in disparte a inaugurare un tempo di ripensamenti” (p87-88)

“Tieniti le immagini e fai finta di credere alle cose che dici. Sei uno che racconta storie, ma non a chiunque. Le racconti a chi le vuol sentire” (p120)

Buona lettura 🙂

Note: si ringrazia Feltrinelli Editore per l’invio del volume.

(*) se così si può ancora chiamare – io lo faccio: amo il rischio.

“Foliage – vagabondare in autunno”, di Duccio Demetrio

 

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“L’autunno è allegoria infatti delle inquietudini che non rinunciano a conoscerne altre, ad amarle nonostante tutto. I colori smaglianti degli alberi, in dissolvenza, invitano al piacere e al privilegio di goderne la bellezza: l’insorgere del bisogno di ripensare al cammino intrapreso, non voltandogli per timore le spalle, genera voglia di scriverne; l’attesa del vino e dell’olio nuovi riaccende ancestrali echi dionisiaci, sensi e umori assopitisi” (p44)

Di “Foliage” si apprezza tutto: per primo l’oggetto-libro in sé, con i risguardi decorati e la qualità della carta. Poi, a sfogliarlo una prima volta, colpisce l’alternanza della poesia alla prosa, con citazioni da Adriana Zarri, Giorgio Caproni, Ermanno Olmi, Virgilio, Mimnermo, Holderlin, Calvino, Thoreau, Vivian Lamarque e tanti altri. E di seguito l’apparato iconografico con riproduzioni di Schiele, Van Gogh, Klimt, Mondrian, Gauguin, Pissarro, Sisley… in un tripudio di rossi, gialli, marroni e blu scuri. Infine, di “Foliage”, stupisce questa sua sostanza di controcanto: un lungo viaggio interiore, che può essere di “viandante, flaneur, pellegrino o vagabondante” (capitolo 6: “Di radura in radura – verso sentieri interrotti e reveries” p159-205), nel cuore della stagione più difficile da raccontare e più facile da essere fraintesa, l’autunno.

“Ci siamo imbattuti in un tempo ora quasi sfacciato per la vividezza dei colori che soltanto per pochi giorni ci possono entusiasmare; ora, all’opposto, caliginoso, cupo, sempre più desolato che smaschera, contrastandole, le belle promesse del foliage. (…) Difficile è raccontare l’autunno in una sua supposta unitarietà di manifestazioni (…). E’ un tempo in continua metamorfosi. (…) In relazione alla doppia presenza, incalzante, sia di motivi dolenti riconducibili ai passaggi naturali e umani che conducono verso la fine, la morte, il declino: sia di motivi rallegranti che annunciano nuovi inizi, ritorni, attese motivate da cicli che si chiudono, da addii inevitabili” (p238-239)

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La verità è che dell’autunno spesso si tende a seguire ormai un’immagine stereotipata, frutto di una progressiva semplificazione della complessità intrinseca di questa stagione i cui archetipi giungono a noi sin dalle origini dell’umanità, e a “vederne il peggio” (p241): “non si ricordavano né la vendemmia né la raccolta di frutti ma solo le prime nebbie, il declinare del sole, l’accorciarsi del giorno e, naturalmente, il cadere delle foglie” (p241-242). Dimenticandosi forse che “nessuna stagione delle quattro rappresenta il tempo del commiato come l’autunno; il tempo della presa di coscienza della sua irreversibilità temporale, se inteso come durata; dei bilanci esistenziali necessari a dar senso morale alla propria vita” (p243).

La sostanza, e il punto di partenza dell’autore* in “Foliage”, sta proprio qui: nell’invitare il lettore ad andare oltre; “Oltre ogni addio smagliante dalle tonalità accese e folgoranti, tanto più tali quando quei colori assomigliano a un requiem senza parole che ci rifiutiamo di ascoltare. Per paura, superficialità, insipienza, edonismi soltanto primaverili ed estivi” (p243-244).

“Quando pare proprio che simili giornate – per un verso – vogliano, con quanto possono offrirci, consolarci; per l’altro, pare ci incitino a non approfittare soltanto delle sollecitazioni piacevoli di un presente dedito a esorcizzare l’autunno con riti di rimozione, in un tempo lontano, dionisiaci e sacrali. La fuga dall’autunno, all’insegna della ricerca dell’ultima spiaggia, dell’ultimo sole, degli ultimi godimenti, è illudersi di riuscire a superare i fantasmi e i traumi che le sue atmosfere, le poesie che l’hanno mestamente celebrato, i suoi pallori che dilagano nel mondo hanno prodotto in noi contagiando l’animo nostro. Ciò accade ogni volta sia inevitabile confrontarci con l’ineluttabile, con quelle tristezze che sarebbe preoccupante – e un peccato – non ci pervadessero nemmeno in questa stagione” (p244)

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Insomma, bisogna procedere con accortezza, seguendo passo passo il lavoro filosofico di Duccio Demetrio che attraverso l’analisi dei topoi dell’autunno, della letteratura che ce lo propone in ogni forma, dell’arte figurativa che da tempi immemori lo riproduce e pensiero filosofico che da sempre ne ha discusso, offre di questa “Quinta Stagione” una versione si oserebbe dire quasi inedita, se non fosse che inedita non è per nulla, essendo piuttosto un recupero di ciò che era agli albori della riflessione.

“(…) il rapimento estatico, ai confini della percezione del sacro, può creare sensazioni momentanee di pacificazione che rischiano di rivelarsi ingenue. La relazione con il cosmo non può – se andiamo cercando verità e non emozioni pacificanti – che attuarsi invece all’insegna dell’inquietudine inestirpabile dinanzi alla grandiosità del tremendum dell’incessante divenire cosmico. La bellezza che tale senso di appartenenza, nella sua universalità, non possiamo non avvertire, equivale alla percezione del meraviglioso che va compreso anche nella sua forza distruttiva. Appunto per nulla rasserenante né consolatoria”

Buona lettura 🙂

*già professore di Filosofia dell’educazione e di Teorie e pratiche della narrazione, ora direttore scientifico della Libera università dell’Autobiografia di Anghiari e di “Accademia del silenzio”. Si occupa di pedagogia sociale, educazione interculturale ed epistemologia della conoscenza in età adulta.

Nota a margine: più andavo avanti nella lettura di “Foliage” e più pensavo alla famosa frase del Giovane Holden: “Quelli che mi lasciano proprio senza fiato sono i libri che quando li hai finiti di leggere e tutto quel che segue vorresti che l’autore fosse un tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira”. Ecco va detto, io alla fine sono qui, che brucio e veramente mi struggo perché non vorrei fare altro se non domandare all’autore cosa ne pensi del fenomeno del “cozy”. Giuro. Il cozy – atteggiamento che io personalmente ho sempre faticato molto a comprendere e percepito come “autolimitante”. Forse grazie a “Foliage” ho ricevuto l’illuminazione, e capito il perché. 

#Paesologia: (2) “Abbiamo fatto una gran perdita”, di Alberto Cellotto – e altre storie

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“Provo a vivere ricercando quello che non è più uno spettacolo, ora che tutto ambisce a esserlo. La realtà che rimane fuori è pulviscolare e piena di una farragine che non posiamo osservare, ma è quello che resta fuori dal perimetro degli spettacoli (ed è poco, sempre meno); ho care le persone che avvicinano con un silenzio o con la parola quello che è vero a quello che è vivo. (p20)

Chi sia davvero Martino Dossi, noi non lo sapremo mai. Siamo condannati a un’informazione parziale, corrotta dalla soggettività delle fonti.  E tanto ci deve bastare.

Tra le mani abbiamo difatti solo una quarantina di lettere, più alcune cartoline, che Martino scrive durante un viaggio lungo la penisola, intrapreso giusto i primi giorni di autunno; le notizie su di lui le dobbiamo cercare scavando con le unghie tra le sue carte, saltando avanti e indietro, cogliendo i rimandi tra una lettera e l’altra, dissotterrando i piccoli, irregolari frammenti di vetro che compongono il mosaico della sua esistenza. Nessun interlocutore, nessuna controparte, nulla a cui aggrapparci fatti salvi i fogli che, in qualche modo, sono giunti fino a noi.

Del quarantenne Martino veniamo a sapere che si è da poco licenziato — ma non si capisce bene per quali ragioni – dalla ditta presso cui aveva posto fisso, che ha una moglie e dei figli ancora piccoli e che prima di ripartire alla ricerca di una nuova occupazione (che forse desidera ma forse anche no) si è concesso un periodo sabbatico – una sorta di ritiro spirituale, verrebbe da pensare – per un giro in solitaria che lo porterà da Monselice, in Veneto, sino a Cortona passando per Ravenna, Ancona, Roma, Catania, Perugia, Piombino.

“Ho perso quel lavoro che facevo da anni e credo di aver fatto in modo di perderlo. Prima di mettermi a cercarne uno nuovo, ho deciso di andare verso sud” (p38)

Di Martino verremo a sapere che non si fermerà nello stesso albergo quasi mai per più di una notte e che visiterà luoghi appartati, spesso lontani dalla rotte turistiche, fuori stagione, per la maggior parte dei chilometri alla guida di un’auto sgangherata.

Durante queste soste – specie la sera, in albergo – Martino scrive.

“Da quando ho lasciato casa sabato scorso scelgo i posti dove sostare con gli occhi che devono ave avuto gli antichi mentre sceglievano un altipiano, un tratto di costa o una valle per fondarvi una città o una colonia. Mi vergogno molto di questo procedere. E ogni camera d’albergo diventa un impluvio provvisorio, dove raccogliere l’acqua di un giorno, in parole per amici, compresi quelli che da anni non vedo. Anzi, soprattutto per quelli. Fondo una religione che non dura più di una notte e un giorno, io che ho sempre creduto alle religioni come giganti custodi del tempo, un tempo che non è diverso dall’immagine di un vecchio che sale arrancando per la salitina di una città di mare” (p44)

Scrive agli amici, a una donna incontrata per caso, alla moglie, a non sappiamo chi, ad alcune amanti virtuali e reali: Marco (due lettere), Sara (due lettere), la signora Halima, Lucio (due lettere), Luisa, Giorgio (tre lettere), “cara” (una lettera), Sergio (due lettere), Alessandra, Luca, Adele, Giulia, Milena (due lettere), Davide, Marianna, Stefano (tre lettere), Anna, Costanza, Serena, Enzo, Giulio, Luca, Ester, Veronica, “Signora Elsa”… potremmo continuare così fino alla fine della serie.

Pensieri che assomigliano a versi poetici, lettere lunghe a occuparsi di politica e società civile – in tono sommesso, uno sguardo verrebbe da dire esterno, ormai trascorso, per nulla polemico, come se il tempo dell’azione fosse ormai passato e concluso, ma con il cuore sempre gonfio di sentimenti: l’ardore disperato alla ricerca di amicizie che non siano convenienza ma compenetrative – simbiotiche, la febbre per l’arte, l’amore per i figli, la passione per le donne (quante amanti hai avuto, Martino? Tua moglie sa, delle tue frequentazioni?).

“In realtà sto scrivendo a tante persone, a chi ha mancato con me tanti giorni di vita. Provo rammarico e quanto lontani sento tutti quei discorsi sul non avere rammarichi o rimpianti: io ne sono pieno, divorato” (p50)

Il viaggio fisico si fa viaggio dell’anima, a indagare – uno per uno, con meticolosa lucidità – gli aspetti più profondi di se stesso: le cattive abitudini prese con gli anni, l’ignavia, la difficoltà sempre più evidente a uscire dal ruolo che, in fin dei conti, ci si è per la maggior parte autoimposti.

“Lo sai che sono il solito coglione: un vigliacco, uno che non ha saputo immaginare la propria vita al di là di un lavoro qualsiasi che non ha mai amato, una donna e tre figli, tutti più belli di me. Io sono uno che ha assecondato il pensiero di dipingere, suonare e provarle tutte per restare un pressapochista dell’infinito desiderio di fare più quel che sapeva fare. E sapeva fare ben poco perché io sono uno, non zero, non mille. Nessun noi abita in me, solo indulgenze del mondo e della Storia che cadono come neve, ogni giorno, nella mia testa e che con me si scioglieranno, ma che per ora mi impacciano il cammino” (p49)

Ci si immedesima in Martino, specie se con lui si condivide l’età anagrafica – il giro di boa dei quarant’anni a dirti che, c’è caso, ormai dietro di te hai più tempo di quanto ne resta davanti e quindi è inutile, forse perfino dannoso, procrastinare gli esami di coscienza – perché di tempo per migliorare ce n’è ancora, e forse abbiamo capito come fare, e cosa dire – ma non è che ne resti poi così tanto, e questi pensieri bisogna in qualche modo passarli, farli conoscere, con urgenza, specie ai propri figli. Ma forse anche no, forse meglio se ce li teniamo per noi. Chi lo sa.

“La tortura è quella che mi porto in serbo da troppi anni, è essere attorcigliato tra dire e non voler dire più nulla. (p15)

“Da oggi questa idea di essere uno potrebbe placare le inquietudini in modo definitivo e scaraventare la maledizione della differenza dagli altri e quella di una realtà accolta solo attraverso contenuti e impauriti spostamenti dello sguardo” (p49)

E’ un po’ un limbo, questo dei quarant’anni: l’adolescenza dell’età adulta, in cui spiace lasciare qualcosa che è ovvio, non fa più per noi, e nel frattempo si desidera dare un’occhiata a quel che c’è oltre perché ci si sente in grado, ma non così tanto coraggiosi da tentare il tuffo di testa. Ed è curioso che questo guardar oltre sia in certi casi più un ritrarsi, rinunciando consapevolmente a determinati aspetti del vivere – cose che prima ci piacevano, cose di cui, ci pareva, non potevamo proprio fare a meno. E curioso, poi, che così d’improvviso (ma davvero, è quel che accade) si affacci la speranza, che più che fiducia nel mondo tangibile, diviene – quasi – un atto di fede.

“Il cinema non mi manca però. Quando entravo in sala ogni film mi aggrediva come la dimostrazione di un teorema perfetto in sé conchiuso, definitivo: il cinema è molte volte costruito sui dialoghi, ma non è affatto dialogico oppure non lo è più. Il cinema pretende di scrivere una gigantesca didascalia per leggere il mondo, ma non ce la farà e il suo tentativo è sempre meno attraente” (p66)

Chi sia davvero Martino Dossi, noi non lo sapremo mai. Un flaneur? Un uomo tormentato dai demoni della depressione? O dell’arte, o tutti e due? Non è possibile andare oltre nel racconto della trama, per capirne un po’ di più dovremo arrivare fino in fondo, all’ultima lettera – o a quella che forse è l’ultima lettera, noi non lo sapremo mai.

“Il fatto è che qui, di nuovo, alla bella vista in valle, si è incollato per un istante quel pensiero del tutto che proviene da una convinzione di un nulla, un sentore di niente. E solo questo momento, quando accade, è bilanciato dalla vista di un paesaggio di fede (qualcosa di così vicino alla speranza, non dirlo meglio) allora succede quell’aggancio vertiginoso tra tutto e niente. Non si chiede altro: si sta bene come al varco di un confine celeste, privati del pensiero che si sottrae a sé e anche dell’istinto. Alla fine anche un infelice è un apprendista felice” (p98)

Nota: ringrazio l’autore, Alberto Cellotto, per avermi proposto la lettura di “Abbiamo fatto una gran perdita”.

Qui se ne parla: Poetarum Silva; Matteo Giancotti La Lettura; blog dell’autore

A volte, come in questo caso, ho l’impressione che l’identità di ADC, che cerco continuamente di tener viva e perfezionare, sia più evidente agli occhi di chi legge il blog che ai miei – e che qualche autore e/o qualche casa editrice conosca questo blog, nelle sue parti strutturali, molto meglio di come, alla fine, lo conosco io. Il che è, di fatto, un grande conforto e un bel traguardo professionale. Grazie.

#Paesologia: (1) “Vento forte tra Lacedonia e Candela”, di Franco Arminio – e altre storie

“Sono venuto qui proprio per le cose che non ci sono. In fondo le delusioni, le mancanze, sono le stampelle a cui si sorregge la mia scrittura” 

“Se la poesia è la scienza del dettaglio, direi che la poesia oggi attecchisce meglio dove il mondo è più spoglio”

Quest’estate è passata tra frammenti di letture, troppi pensieri, carrozze gelide di treni a lunga percorrenza, viaggi in macchina nel silenzio di tangenziali torride. Per certi versi, quest’estate non l’ho neppure vista: mi è passata attraverso, con il cielo bianco di Milano e la densità dell’aria – quella collosa che viene su dall’asfalto, alle cinque di pomeriggio fuori dall’ufficio, e quella ghiacciata di cui i colleghi della Bay Area pare che proprio non possano fare a meno. C’è stata la mia incapacità di madre dal cuore di burro a gestire le videochiamate con Skype e l’idiosincrasia nei confronti della casa silenziosa, degli stendibiancheria liberi e del tempo vuoto che quando non c’è lo vorresti e poi quando te lo ritrovi in mano non sai cosa farne.

Io ho provato a fotografarlo, questo tempo vuoto, perché non potevo pensare di averlo ma lasciarlo inutilizzato. Se non riesci a viverlo – mi son detta – almeno forse potresti ricordarlo. Poi, è andata a finire che foto dopo foto ho provato a metterlo su Instagram questo tempo vuoto, non tutto ma tanta parte. A volte l’ho commentato, altre volte anche no perché mi pareva che si commentasse da solo – e poi io a scrivere didascalie non sono mai stata brava.  

Uno dei percorsi che mi sono ritrovata a fare, nella fotografia e nella lettura, è stato quello della paesologia. Che in sé non ha bisogno di presentazioni, specie se si parla di Franco Arminio. La verità forse – ma l’ho capito solo più tardi – è che avevo bisogno di poesia. Ma siccome io e la poesia andiamo poco d’accordo, avevo bisogno di qualcuno che questa poesia me la spiegasse in qualche modo, me la facesse incontrare e ci presentasse a metà strada, come quando la tua amica ti fa conoscere un ragazzo che potrebbe piacerti e vi date un appuntamento in un caffè, una cosa veloce perché poi viene una certa e devo scappare, l’alibi che ci aspetta dietro l’angolo.

In fin dei conti, la magia dei libri è un po’ questa: il potere curativo di alcune letture che arrivano per caso ma poi alla fine non si sa quanto a caso. 

vento

“Forse è il tempo che gli scrittori lascino le città e prendano la via delle montagne e dei posti sperduti. Da questo volontario esilio rispetto alle città-garage potrebbe nascere un nuovo umanesimo in cui l’uomo capisca di essere un animale tra altri animali e non l’ingorda creatura che si sta mangiando il pianeta”

bianco e nero

“Una volta c’era più allegria, una volta c’era più gente. Il tappeto su cui sono disegnati questi ragionamenti è sempre il rimpianto. Nei paesi non ci sono molte ipotesi sul futuro. Sembra che il futuro sia bandito. Tutto è avvitato nella mestizia del presente e nella fantasia del passato. Fantasticare è in genere un’attività rivolta al futuro. Invece nei paesi si fantastica sul passato”

porta

“La paesologia non si occupa di chi parte ma di chi resta. È la disciplina che segue chi non avanza a vele spiegate, ma chi inciampa, chi sente la vita che si guasta giorno per giorno, paese per paese”

 

finestra

“Per questo i paesani che pensano di cavarsela introducendo nella loro vita le uscite tipiche dei metropolitani fanno un errore piuttosto grave: basta tornare dopo due giorni di assenza, basta dormire una notte fuori ed ecco che il luogo natio ti appare assai più mesto di come lo percepisci normalmente.
Andare in un paese è come andare a teatro, un teatro a cielo aperto, con la recita muta dei muri, dei lampioni, delle porte chiuse, con gli sguardi dei vecchi, con le loro parole che nessuno più ascolta, e poi un gatto che attraversa la strada, una macchina parcheggiata: tutte cose singole e spaiate che s’impongono all’attenzione perché non sai che fare, non puoi stordirti con la patina dell’eccezionale”

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È che lì non ci sono piazze, perché la piazza d’una volta era la stalla, il luogo più caldo. E non ci sono panchine, forse perché la gente non ha l’attitudine mediterranea ad oziare en plein air. Quando si esce è sempre per fare qualcosa. Qui non s’improvvisa nulla. L’ozio, se c’è, è clandestino. Tetra pazienza di restare qui / a morire in casa o lavorando: / non ci sono panchine, / il Nord calvinista quando sta fuori è in piedi”

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Forse un giorno non lontano sarà evidente che l’irrealtà con cui abbiamo svuotato il mondo e noi stessi può essere sconfittatornando a vivere in luoghi dimessi e appartati, tornando ad accumulare giornate bianche, giornate in cui accade poco, ma quel poco che accade non svanisce nella girandola che c’è adesso”

Buona lettura 🙂

Agosto in compagnia: longform, reportage, riviste, narrativa

internazionale

La bella notizia è che in Agosto non tutti vanno in ferie – o forse ci vanno pure ma prima di abbassare le serrande si premurano di lasciare noi, longform e reportage addicted, ben equipaggiati.

Questo che segue è il mio personale elenco di letture estive, o meglio, una parte di quello che sta spiaggiato, adesso, sul mio comodino: un’isola di conforto specie per me, che son quella che di notte, quando non riesce a prendere sonno, pensa agli autogrill sparpagliati lungo la A14 e aperti 24 ore su 24, e a chi ci lavora dentro; quella che non riesce ad ascoltare i programmi radiofonici in differita, ma solo in diretta, quella che nei centri commerciali non entra mai dopo le otto di sera. Sono fatta così: una personalità abbandonica.

Sicché non manco mai di comperarmi lo speciale estivo di Internazionale, che quest’anno tra l’altro è dedicato al tema del viaggio: 164 pagine di reportage e foto da tutto il mondo, tra cui – solo per dire:

  • “La Nato gioca alla guerra”, di Alexander Schnell (Svizzera): all’apice della crisi in Ucraina, l’alleanza atlantica ha svolto delle grandi esercitazioni in Baviera. Decine di persone sono state pagate per recitare il ruolo dei civili sul campo di battaglia
  • “Pellegrinaggio sul monte Fuji”, di Magdalena Rittenhouse (Polonia): venerata come una divinità per la forma e le proporzioni perfette, la montagna più famosa del Giappone è un vulcano attivo che non erutta da trecento anni
  • “La grande traversata”, di Elizabeth Weil (USA): nel 2017, a settant’anni, il polacco Aleksandr Doba ha attraversato l’oceano Atlantico in canoa. C’era già riuscito nel 2010 e nel 2013. L’anno scorso è partito dal New Jersey e dopo 110 giorni è arrivato in Francia
  • “La Cina guarda in alto”, di Ross Andersen (USA9: tra le montagne del Guizhou è stato costruito un gigantesco radiotelescopio per cercare i segni di intelligenze extraterrestri. Ma qualcuno spera che non trovi niente

E sono soltanto a pagina 70. Fatevi voi un’idea della vastità della questione, che non finisce qui perché anche on line (nella sezione foto / portfolio) c’è parecchio materiale: ad esempio la presentazione del volume “Un’estate con te” di Claude Nori (una cosa talmente bella che non si riesce neanche a descrivere) o di “Super Extra Natural“, il photobook dal Giappone (16 viaggi, dal 2004 al 2016) della fotografa statunitense Emily Shur.

un estate con te

super extra

Salvati nei preferiti ho anche tutti gli articoli di Studio estate pubblicati fin’ora: Anna Momigliano, Davide Coppo, Clara Mazzoleni, Francesco Longo, Silvia Schirinzi, Letizia Muratori, Teresa Bellemo, Elena Stancarelli scrivono per ricordarci come eravamo (“Il fascino dello stabilimento balneare“), come siamo (“L’abbronzatura, l’ultimo dei tabu” – “Il gelato come illusione“) e come saremo (“I gonfiabili da piscina ai tempi di Instagram“).

Anche la costola on line della rivista “La Ricerca” propone spunti interessanti: Gian Paolo Terravecchia (Cultore della materia in filosofia morale all’Università di Padova) riflette su “Cellulare in classe: problemi e prospettive” mentre Mauro Reali (Docente di Liceo, Dottore di Ricerca in Storia Antica e autore di testi Loescher) firma la recensione al volume “Arcipelago: isole e miti del Mar Egeo” di Giorgio Ieranò (Einaudi, 2018)

E poi, last but not least, i racconti di Inutile: per non perdere il vizio.

Ce n’è abbastanza per un’estate intera? Tecnicamente sì, ma anche no. Se avete altri consigli o suggerimenti, scriveteli qui nei commenti oppure a info@appuntidicarta.it : sarò felice di condividerli.

“Gli schermi sono finestre attraverso cui osserviamo. Davanti a loro siamo spettatori. I libri, invece, sono porte. Il lettore non resta fuori a guardare; deve entrare e costruire il libro via via che lo legge. Forse per questo in treno i lettori alzano spesso lo sguardo al finestrino: come chi s’immerge in apnea e ha bisogno di tornare in superficie per respirare. Quelli che guardano gli schermi somigliano più ai sub professionisti. Non hanno bisogno di risalire spesso in superficie, ma le mute gli impediscono di sentire l’acqua sulla pelle. Guardare dal finestrino del treno è sempre un invito a pensare, a ricordare, a immaginare. Un po’ come leggere.” (“Costruire mondi”, di Cristian Vàzquez, Letras Libres, Messico – Internazionale viaggio, editoriale pag. 11)

Buona lettura 🙂

 

 

 

“Cattiva”, di Rossella Milone

cattiva

“Il tempo da soli con una neonata può essere orrendo. Non passa, è pesante, è pericoloso. Ti fa guardare in faccia chi sei, e alla fine sei qualcuno di solo e inesperto”

Non sono mai stata in grado di apprezzare per intero i racconti auto-ironici sulle disavventure della maternità. Un mio limite, suppongo.

Comunque c’era questo trend alcuni anni fa e va detto, l’operazione ha funzionato: per la prima volta infatti, grazie ad alcune ardite outsider (blogger, giornaliste, madri comuni con un certo talento per la scrittura e l’utilizzo dell’internet) sono venuti alla luce in maniera colorata, divertente e spiritosa tutti quei piccoli e grandi dolori della giovane puerpera che sino a quel momento erano stati come lasciati da parte – dimenticati, ignorati – intenzionalmente o meno. Dimenticati o ignorati senza secondi fini, perché tanto è stato sempre stato così quindi è inutile lamentarsi, dimenticati o ignorati con deliberata pianificazione, perché se non canti inni di gioia ogni volta che una ragade ti spacca un capezzolo, non sei una madre degna.

Quindi ben venga che qualcuno abbia trovato il modo di far sapere al mondo che sì, far figli è proprio una bella storia ma ci sono quei due o tre punti che varrebbe la pena mettere in chiaro. Perché il bodyshaming in gravidanza esiste; esiste pure la competizione tra puerpere, o l’assenza dei padri – sì, anche quella esiste; e da ultimo, udite udite, esiste anche la depressione post-parto e di depressione post-parto soffrono milioni di donne nel mondo, e di depressione post-parto a volte ci si rimane anche secche, o si fa ancora peggio. Ma spesso parlare di questi temi significa(va) fare come nella famosa storiella dei vestiti nuovi dell’imperatore: tutti sapevano che il sovrano era nudo ma nessuno voleva prendersi né la briga né il fardello di farglielo notare.

Detto ciò, per quanto mi riguarda (SPOILER: questo è un post un po’ più intimo del solito, abbiate pietà) sdrammatizzare va bene perché se no sai che pesantezza, ma la verità è che io sono sempre stata più incline al dramma che alla commedia. Sicché mi trovo a fare le tre di notte per finire “Cattiva“: perché Rossella Milone racconta, senza tanto girarci in giro, l’abisso profondo, e ne parla come piace a me: ci si affaccia, lo guarda bene e poi, dando voce a tutte quelle come me, noi che non siamo brave con le parole, lo descrive nella sua crudezza.

“Quando mia figlia piange io so di essere un animale e corro. Non è amore, è corsa; un’impellenza da cui mi devo salvare. Quando mia figlia piange io la devo salvare. A me a salvare qualcuno non me lo ha insegnato nessuno”

In una manciata di pagine, con un linguaggio secco e brutale intessuto di dialetto e materia, la Milone ci parla di Emilia, giovane donna napoletana, e delle settimane successive alla nascita della prima figlia. Sono giornate intensissime, lunghe eppure brevi, in cui l’orologio pare aver cambiato il suo giro consueto, rifiutandosi di obbedire alle leggi dell’alternanza giorno e notte che per tanti anni avevano scandito le nostre attività dentro e fuori casa. Giornate sospese, fatte di riflessioni e spaventi, paure e pensieri, fatica fisica e sfinimenti mentali – perché si sa, l’estrema gioia e l’estremo dolore prostrano allo stesso modo; fatte di suprema, fisica aderenza, e nello stesso tempo di enorme solitudine.

“Se soffri tu soffro anch’io, mamma, e questa fu la prima libertà che persi: la libertà di stare male, ché se il mio cuore perdeva un battito lei ne perdeva due”

“Non ha bisogno di me, ha bisogno di ciò che le so dare. E io non so cosa le so dare, se non il latte”

Sono giornate che trascorrono alla ricerca continua di punti di riferimento vecchi e nuovi: dai nonni che non è detto siano di aiuto anche se presenti – come ben sottolinea l’autrice, al marito che comunque ritorna subito alla propria routine (la quale, va detto, mica è mai cambiata più di tanto), alla vicina di casa che pare sapere sempre tutto, alle amiche che però si dileguano, al lavoro che chissà se si potrà riprendere, alla pediatra che parlare con un divano darebbe più soddisfazione.

“Mentre lei succhia io posso ritornare a essere viva, non per la vita che passo a lei, no: per la vita che devo passare a me. Perché magari un paio di pagine di un libro pescato dalla libreria riesco a leggermele, venti minuti di un film preso a caso in Tv riesco a vedermeli, starmene coi piedi abbandonati sul divano, mentre con una mano faccio le parole crociate, riesco a stare”

“Cattiva” è intessuto di parole vere. E se da una parte mi viene da concordare con il famoso assunto, che chi non ci è passato non può capire, dall’altra permetto a me stessa di pensare che questo libro andrebbe fatto leggere in tutte le medie superiori della nostra penisola – ma d’obbligo però, di programma. In primo luogo, perché è un testo non giudicante e molto oggettivo nei fatti – fatti che, certo, non accadono sempre ma che per il solo fatto che potrebbero accadere e talvolta accadono dovrebbero metterci tutti sul chi va là. In secondo luogo, perché secondo me aiuta nel contestualizzare le esperienze.

Mi spiego (SPOILER II, vedi sopra). Mi sono imbattuta in questi giorni in una polemica molto social che riguardava una delle più famose influencer italiane la quale, divenuta mamma da pochi mesi, è diventata oggetto di feroci critiche per la sua vita poco dedita alla prole – a quanto pare. Quel che mi ha stupito non è tanto l’esperienza della singola persona che comunque, date le contingenze, non credo debba venire presa a misura, quanto la violenza verbale dei commenti pubblicati on line e il messaggio complessivo che viene fuori da questa storia. In primis, un relativismo etico con cui, forse per l’età, faccio fatica a interagire (il corpo è mio e decido io, se ti dà fastidio vai da un’altra parte), seguito a stretto giro dall’aggressività di talune risposte (stai zitta e torna in cucina a fare il sugo in ciabatte e mollettone) a cui si affianca, di contro, la strenua difesa di un ben preciso concetto di maternità autoreferenziata che è quella che poi porta alla competizione tra mamme, intessuta di bugie nella mitizzazione di aspettative francamente inaccessibili.

“Ci sono certe cose che nessuno vuole sforzarsi di comprendere, e in quel momento in cui non vuoi comprendere l’odio si trasforma, non più incandescente e vivo e fertile come l’odio è, ma una cosa morta e inutile, e questa cosa è il disprezzo”

La questione che mi stupisce è, di fatto, la difficoltà nell’affrontare una delle emozioni più potenti e distruttive che esistano: la paura. Da una parte c’è infatti il terrore (esemplificato dall’immagine della donna sciatta, chiusa in cucina a preparare la pietanza per marito e figli) di trovarsi ingabbiate nel piccolo mondo asfittico che in qualche modo fa parte dell’esperienza di chi a oggi è in età riproduttiva. La maggior parte di noi ha per madri donne che dopo il parto hanno rinunciato al lavoro e ai divertimenti, perché figlie a loro volta di un’Italia del passato; madri che a quanto pare sono state capaci di trasmettere alle proprie figlie, ovvero a noi, soltanto la pars destruens della storia, cioè le indubbie fatiche dell’accudimento genitoriale, tralasciando il significato profondo e non scontato della parola “sacrificio” (con tutte le gioie, il senso di liberazione e i cambi di prospettiva che esso porta con sé). Ne viene fuori una donna aggressiva, che in nome di una presunta “libertà” da conquistare e mantenere, accetta acriticamente qualsiasi modello sociale altro – basta che sia diverso da quello di cui ha esperienza, che rifiuta in toto (ma attenzione, rifiutare un costrutto sociale non vuol dire liberarsi automaticamente dal senso di colpa, anzi). Dall’altra parte c’è l’angoscia – che si trasforma spesso in terrorismo psicologico (il tuo CUCCIOLO ne soffrirà, chiamerà ‘mamma’ la tata) – di chi, facendo proprio quel valore rifiutato dalla maggioranza (il senso dell’accudimento esclusivo, il tempo della mutazione, la rinuncia a ciò che era prima) si scaglia contro tutti coloro che, in un modo o nell’altro, cercano di mostrare i limiti intrinseci a questa interpretazione e di dare legittimità a un altro punto di vista. In tutto questo, il buon senso va a farsi benedire e, last but not least, le figure maschili scompaiono: impaurite si fanno da parte, ridotte al silenzio.

Emilia sta nel mezzo. Questa bambina, così desiderata e voluta, è altra cosa dalla figlia immaginata: non dorme, piange sempre, è una bambina ad alto contatto, non dà tregua. Il marito Vincenzo pur attento e premuroso è di fatto distante dalla quotidianità del puerperio. I genitori di Emilia non sono d’aiuto, incastrati tra supposizioni e pregiudizi (e la convinzione che Emilia farebbe bene a togliersi dalla testa l’idea di tornare al lavoro – questa è una delle pagine più belle, più struggenti).

Non funziona nemmeno il servizio pubblico: la culla in camera è una favola che ci si racconta in tante, ma a cui non crede quasi nessuna (“E poi dovevo tenermi le forze per quelle notti con la neonata, lì in ospedale, che in quell’ospedale c’era il rooming-in, come se in inglese suonasse meno faticoso: i bambini li devi accudire da subito, diventi madre da un’ora all’altra, e quando ti accorgi che semplicemente non ne sei in grado, non sai cambiare manco un pannolino, altro che evoluzione, vorresti tanto stringere la mano a Darwin e dirgli Ma vaffanculo”). I pediatri, sbrigativi e poco empatici.

La soluzione a cui arriva Emilia, perché ci arriva, non ve la racconterò: non è una pillola miracolosa, è qualcosa che si trova alla fine di un cammino, e in questo caso il cammino è il processo di fruizione del testo. Una lettura che spesso non scorre né facile né piacevole, perché o non c’è mai stata immedesimazione (figurarsi, che esagerazione), o il testo risulta fin troppo destabilizzante (dallo speriamo che a me non capiti al o Dio mio, ecco cosa mi è successo, non ne voglio sentir parlare mai più), ma che è necessaria, e va fatta.

Io confido molto nell’istruzione. Nella lettura, nell’approfondimento, nella creazione di figure professionali adeguate che riescano ad aiutare le donne a trovare la propria dimensione nella maternità al di là di ogni pregiudizio, convenzione, imposizione. Ecco perché secondo me i libri come questo di Rossella Milone dovrebbero essere letti a scuola.

“Quando sono rientrata Vincenzo era seduto sulla sedia a dondolo di vimini, è lì che li ho trovati: incastrata nell’incavo del suo gomito c’era la testolina di Lucia, il corpo abbandonato nel calore del padre; una coperta di cotone, la tettarella del biberon tra le labbra che lei schifa, che spesso rifiuta. (…) Eppure la bambina lì nel suo grembo, mi pareva, finalmente aveva recuperato un po’ di serenità”

Buona lettura 🙂

“Loop”, di Simon Stalenhag (trad. Luca Di Maio)

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Prestate attenzione a “Loop” – perché è un condensatore di incubi. Qualcuno può pensarla diversamente e affrontarlo con leggerezza; eppure, “Loop” è anche altro.

Parte del fascino di questa graphic-novel, che in realtà è un ibrido a metà strada tra la fiction distopica, il reportage d’invenzione e un silent-book, passa attraverso il meccanismo di immedesimazione che è per molti, ma non per tutti. I più giovani apprezzeranno la qualità delle tavole, l’abilità dell’autore e la trama di una narrazione avvincente che strizza l’occhio alle mode del momento (Twin Peaks, Stranger Things, The Dark). I meno giovani si troveranno di fronte a un magnifico horror apocalittico che tenterà con tutte le forze di portare in superficie tutti quei ricordi di infanzia che si credevano, o si speravano, ormai sotterrati nell’oblio della dimenticanza.

La realtà distopica dipinta dal visionario Stalenhag è un’architettura complessa di piani temporali in cui il presente – attuale, in background – è un mero strumento di recupero di un passato non privo di attrattive (i primi anni ’80) all’interno del quale un gruppo di bambini vive una realtà quotidiana permeata da elementi ancora più remoti, risalenti agli anni Cinquanta. Le commistioni sono moltissime, stratificate, e il fascino per due periodi storici così complessi se per i più giovani ha il sapore di una ri-contestualizzazione fedele e coinvolgente, per i meno giovani acquista un senso diverso, più incline alla malinconia e al sentimento un poco opprimente delle cose perdute.

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“Loop” per noi meno giovani è tornare all’infanzia, specie se vissuta nei campi, nelle periferie, in un paese piccolo dalle attrattive limitate e dall’economia non particolarmente florida. E’ fare i conti con una realtà modesta, con la scarsezza di mezzi pratici, con famiglie all’interno delle quali le difficoltà quotidiane, legate alla durezza fisica di un mestiere pesante, corrompono i sentimenti. Se da una parte qualcuno apprezzerà i rimandi a Sonic The Hedgehog e a Godzilla, dall’altra qualcun altro non farà altro che notare l’ambientazione wilderness, la quotidianità di bambini avvezzi a stare all’aperto e divertirsi col poco che offre l’ambiente, le difficoltà nel rapporto con le figure istituzionali, specie nella scuola, l’impegno indefesso dei genitori nel tentativo di superare lo scarto generazionale, psicologico, culturale ed economico che divide la realtà del cosiddetto boom economico da quella precedente, figlia del periodo post-bellico e della guerra fredda; e l’ingenuità con cui gli adulti, in nome di un progresso che pareva del tutto positivo e inarrestabile, abbracciava acriticamente qualsiasi novità tecnologica e industriale venisse suggerita e proposta, dall’eternit all’atomo.

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Naturalmente a ciò si deve aggiungere il tema distopico che non manca di spunti interessanti: l’utilizzo mal governato di tecniche di fatto sconosciute, l’inquinamento ambientale, la critica sociale e il romanzo di formazione.

Leggendo “Loop” insomma noi adulti di una certa età anagrafica ci ritroviamo ancora lì, col sedere poggiato sulla polveriera del nostro passato: ancora una volta bambini insicuri, incastrati dentro un mondo nuovo ed estraneo che nemmeno i nostri genitori erano in grado di comprendere ma a cui, in nome di schemi precostituiti che pareva irriverente non rispettare, era necessario affidarsi. Un’ingenuità appena venata di dubbio che ci riporta con inquietudine, amarezza e un pizzico di nostalgia a un’età, e una realtà, molto diversa da quella attuale.

Buona lettura 🙂

Note:

  1. La curiosa storia di come ho scoperto Simon Stalenhag l’ho raccontata qui sul blog (il mistero dei libri che chiamano altri libri: in questo caso si tratta di una… partita di poker on line) e anche su IG, negli highlight con tag #percorsi
  2. Restiamo in attesa di “Things from the Flood” (il seguito di “Loop”), uscito a gennaio 2017 e ancora inedito in Italia.

“Il libro del mare”, di Morten A. Stroksnes (trad. di Francesco Felici)

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“Abbiamo mappato il globo e non riempiamo più le macchie bianche con strani mostri o animali fantastici creati dalla nostra fantasia. Ma forse dovremmo. Perché la vita sul pianeta è ben lungi dalla sua completa rivelazione. Poco meno di due milioni di specie animali sono state finora descritte dalla scienza, ma i biologi stimano che al mondo esistano in totale circa dieci milioni di organismi pluricellulari. Le scoperte più grandi aspettano in mare” (p21)

“Tra di noi non è quasi mai opprimente, il silenzio. E questa è una buona definizione, di amicizia, non peggiore di altre” (p237)

Prendete un poliedrico artista norvegese. Pittore, scultore, perfino musicista. Uno che, in spregio alla lunga trazione familiare che li voleva tutti pescatori nell’Artico, figli nipoti e pronipoti, appena adolescente si iscrive a una prestigiosa accademia di design, ne viene fuori col massimo dei voti e per i successivi 30 anni non fa quasi nient’altro se non esporre le proprie installazioni nelle gallerie internazionali più quotate.

Poi mettetegli accanto il suo migliore amico, quello della giovinezza, che nel frattempo ha studiato ed è diventato un acclamato autore internazionale di longform, saggi e reportage letterari.

Bene. Prendete questi due bizzarri individui – che di casa stanno nelle Loften, tra i fiordi norvegesi – dotateli di un po’ di tempo libero, issateli su un piccolo e scalcagnato gommone, dategli in mano una catena da pesca, quattrocento metri di lenza di nylon, ami in acciaio inossidabile lunghi più di venti centimetri, una carcassa di vacca putrefatta come esca e lanciateli alla caccia del Grande Squalo della Groenlandia, un bestione preistorico quasi completamente cieco, che può vivere anche 400 anni, dalle carni tossiche perché contenenti urea e che risulta essere a oggi il più grosso squalo carnivoro del mondo, date le dimensioni.

No, non è la rivisitazione horror di “Three Men in a Boat (To Say Nothing of the Dog)” ma poco ci manca.

Hugo Aasjord (1955) è cresciuto e vive tra le isole Lofoten e il distretto di Steigen. Le sue opere sono per lo più di carattere astratto ma conservano ben evidenti le tracce della materia da cui trae continua ispirazione: i paesaggi della costa norvegese, la natura che circonda le aree costiere, la luce che permea la terra e soprattutto il mare. Parte della storia di Aasjord e della sua famiglia – tra cui l’ultimo suo progetto, il restauro autogestito dell’“Aasjordbruket”, lo stabilimento per il trattamento del pesce che era di proprietà della sua famiglia al fine di trasformarlo in uno spazio espositivo polifunzionale, comprensivo di stanze per il pernottamento e ristorante – è raccontata da uno dei suoi più cari amici, lo scrittore e giornalista Morten A. Stroksnes (1965), nelle pagine di “Shark Drunk: The Art of Catching a Large Shark from a Tiny Rubber Dinghy in a Big Ocean Through Four Seasons” (suona più o meno così la traduzione inglese dal Norvegese “Havboka – eller Kunsten å fange en kjempehai fra en gummibåt på et stort hav gjennom fire årstider”). 

Il volume, vincitore nel 2015 del Brage Prize e del Norvegian Critics Prize for Literature e in corso di pubblicazione in ben 21 Paesi, l’anno scorso è uscito anche in Italia, per Iperborea, con il titolo “Il libro del mare – come andare a pesca di uno squalo gigante con un piccolo gommone su un vasto mare” ed è un fantastico, incredibile, stupefacente zibaldone di cose marinaresche.

Per mezzo di uno stream of consciousness sgangherato ovviamente soltanto all’apparenza, Stroksnes procede seguendo proprio le orme di Jerome K. Jerome: le spedizioni che i due amici intraprendono alla ricerca del malefico pescione (ogni riferimento al capitano Ahab è ovviamente puro caso) si trasformano ben presto in pretesti, più o meno concreti, per prendere il largo, abbandonarsi alla Natura, cazzeggiare, riflettere di ecologia e riscaldamento globale, raccontarsi aneddoti e vecchie storie di famiglia, fare progetti a lungo termine, bere un po’ di più del consentito, ritrovare lo spirito dell’avventura, discutere, bisticciare. Con un’unica differenza: che se George ed Harris pagaiavano dolcemente da una riva all’altra del Tamigi, immersi nell’Austeniana campagna inglese, qui abbiamo a che fare con il Circolo Polare Artico; il che vuol dire mare aperto, tempeste improvvise, onde massicce come mura di pietra, qualche grado sottozero, mostri marini dalle svariate tonnellate di peso e, talvolta, possibilità più che concrete di non riuscire a recuperare la rotta verso casa.

“Il libro del mare” è un libro coltissimo, dalla bibliografia sterminata (che Stroksnes si pregia di inserire tutta in appendice, Dio lo abbia in gloria). Le digressioni sono immense – a opera del “protagonista” Stroksnes – e toccano i più svariati argomenti: trattati di biologia marina, dissertazioni di cartografia, vicende storiche, narrazioni di miti e leggende nordiche. A bilanciare le pagine dotte stanno poi i racconti di Hugo, riportati sempre da Stroksnes, che puntano sulla dimensione intima, personale dei ricordi delle avventure in mare vissute da bambino, quando il pittore accompagnava il padre e i fratelli, o sulle coinvolgenti “storie di pesca” tramandate da generazioni, invischiate di iperboli e superstizioni popolari, ma anche sull’esperienza della pesca in sé – a testimoniare di quanto la vita sul mare abbia permeato il vissuto del pittore nonostante egli se ne sia professionalmente allontanato in giovane età – che mi hanno fatto pensare alle digressioni omeriche sul “come fare”: quella parte dei poemi omerici che, attraverso il canto a uso didascalico, tenevano viva in tutto il mondo greco percorso dagli aedi, dalle corti degli aristocratici alle feste di popolo, la conoscenza dei mestieri: come costruire una barca, come dipingere uno scudo, come intagliare il legno o la pietra.

“Nansen scrisse anche degli iperborei. Secondo la mitologia greca questo popolo viveva *a nord del vento del nord*, in prossimità del mare più settentrionale, dove le stelle andavano a riposarsi e la luna era così vicina che si potevano vedere i dettagli della sua superficie. Gli iperborei potevano mettersi in testa di invitare il dio Apollo a una danza o a una cena. Qualcuno sosteneva che nella loro terra ci fosse un tempio enorme a forma di sfera che fluttuava a mezz’aria, sostenuto dai venti. Gli iperborei erano anche molto musicali, e passavano la maggior parte della giornata suonando il flauto e la lira. Non conoscevano né guerra né ingiustizia, non invecchiavano mai né si ammalavano. Erano, in altre parole, immortali. Quando si stancavano della vita, si buttavano da una scogliera, con ghirlande tra i capelli. Thule, gli iperborei e altre misteriose fantasie sul Nord non sono caratterizzate dalla desolazione, ma da bellezza, purezza, quiete – e da una grande nostalgia per tutto questo. Il Nord sconosciuto era una sorta di riserva o rifugio per qualcosa di elevato, qualcosa di cui noi non potevamo godere, qualcosa di virginale e puro – in un certo senso di immacolato” (p227-228)

“Il libro del mare” è opera di autentico New Nature Writing perché è il racconto, indiscutibilmente personale e lirico, di un’amicizia profonda e duratura – che si sviluppa nel tempo e come tutte le amicizie vere affronta gli alti e i bassi delle circostanze individuali misurando il proprio valore non in giorni ma in anni – racconto che viene inserito all’interno di un contesto prettamente wilderness. Ma è anche un esempio di ciò che al momento la narrative non-fiction può fare per venire incontro a un pubblico di lettori alla ricerca di una saggistica nuova, che porti in sé una facilità di esposizione al di là dell’accademia ma che, di contro, non scada né in raffinatezza di forma né in qualità di contenuti.

Ovviamente non vi starò a raccontare come è finita con lo squalo della Groenlandia. Per saperlo dovrete leggere “Il libro del mare” sino alla fine.

Buona lettura 🙂

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“Orrore”, di Pietro Grossi

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“Se solo. Di tutti i momenti per cui da anni mi maledico, questo è l’unico indipendente da me e da qualunque mia volontà. Dunque, il più immacolato. Di questo posso evitare di domandarmi se sia il frutto di altri fatti o scelte precedenti, ripercorrendo la mia vita all’indietro fino a perdere traccia dei ricordi. No, questo è un momento esatto, libero da qualunque necessità di analisi. Se solo. Tre semplici, striscianti sillabe, capaci di sgretolare esistenze come termiti in una trave di legno” (pag14)

“Orrore” l’ho letto in meno di due ore, accartocciata dentro lo scomodo sedile di un Frecciarossa seconda classe, un venerdì sera di esodi estivi e temporali. Mentre il treno di tanto in tanto rallentava e scricchiolava un po’, per via della grandine, e fuori dal finestrino il cielo si faceva prima giallo e poi color del carbone, io non potevo fare altro se non girare le pagine, una dopo l’altra, di questo racconto nerissimo che ha la capacità di riportare il lettore indietro nel tempo, schiaffeggiando i suoi sensi intorpiditi.

Pietro Grossi (classe 1978, vincitore del premio Campiello Europa 2010 – edizione Gran Bretagna – con la raccolta di racconti “Pugni“) alla sua prima esperienza nel mondo dell’horror utilizza gli archetipi del genere attraverso un lavoro di recupero meticoloso attingendo sia dalla letteratura più nera, da Bram Stoker a Poe, sia a certa, precisa filmografia che evidentemente ha fatto parte della sua infanzia, dati i rimandi presenti nel testo.

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“Superate una zona industriale e una rotonda, prendemmo a salire lungo una bella e larga statale a curve. Attraversammo una piccola valle, passammo qualche paesino e imboccammo una strada a destra. Salimmo e scendemmo un paio di colline. La strada si srotolava in mezzo ai boschi, corteggiata da querce con indosso appena qualche foglia secca. I rami spogli si allungavano intorno ai tronchi come scariche elettriche” (pag32)

Impegno accurato che travalica il fine utilitario per diventare omaggio alla tradizione di quell’horror classico che non ha né nome né volto ma che è, prima di tutto, sensazione, atmosfera, introspezione. E che diviene ancora più convincente per via delle ambientazioni coeve.

L’inverno rigido e nevoso dei boschi umbri, un vecchio mulino isolato e fatiscente, la provincia italiana più profonda. Le luci dell’albero di Natale e la malinconica irrequietezza che il clima delle feste spesso porta con sé; l’infiacchimento di uno scrittore in crisi di identità che nemmeno la nascita del suo primogenito riesce a rianimare, ma che si tutto d’un tratto si esalta di fronte all’insperato dono di una bella storia da raccontare.

L’orrore non ha né nome né volto. Alberga in certe case borghesi, dai corridoi lunghi, scuri e stretti, nelle collane di perle di vecchie signore, nell’odore di flanella dei copriletti. Quasi scaturisce proprio dall’interno degli oggetti stessi: una stanza ammuffita al cui interno giace un tavolino perfettamente tirato a lucido, una porta chiusa a chiave affacciata sul nulla: il topos della casa stregata che, come un animo senziente – il nostro, quello di ciascuno di noi – contiene in sé il germe del male che siamo noi stessi a richiamare al mondo, spalancando la porta proibita.

“Orrore” si attiene ciecamente alla regola del “se solo” come ogni horror che si rispetti. Se solo l’amico Diego non avesse fatto cenno al protagonista (ndr: il racconto è redatto in forma di lunga lettera, scritta in prima persona dal protagonista scrittore e indirizzata al figlio) di quella brutta avventura accadutagli in montagna. Se solo lo scrittore fosse stato un po’ meno sensibile al richiamo di una trama promettente, se soltanto avesse riflettuto un po’ di più sul suo ruolo di padre, così nuovo, così giovane e pieno di ricchezze. Se solo, quel giorno, non avesse preso una decisione che avrebbe cambiato, nel giro di pochi minuti, non solo la propria vita ma anche quella di tutti coloro che lo circondavano.

“Il punto, in fin dei conti e fin dall’inizio, restava sempre lo stesso: valeva la pena stare lontano da casa e da voi per seguire le fumose tracce di quella vicenda?” (pag69)

Ripercorsi in un lampo la mia vita e mi tornarono in mente tutte le occasioni in cui mi ero pentito di essere stato frettoloso. Il mio passo era sempre stato la marcia e – a differenza di altri che dovevano imparare a sveltirsi – la sfida per me era sempre stata imparare ad avere pazienza. Ripensai alle innumerevoli volte in cui mi ero ripetuto questa semplice frase, *nel dubbio, fermati*, a quanto spesso mi ero pentito di non averla seguita e quanto invece mi aveva giovato quando ci ero riuscito.

Eccomi dunque, innanzi alla grande prova: lontano da casa, al freddo, in un inospitale paesino sperso nei boschi, di fronte a una storia grigiastra e con tutti i buoni motivi per andarmene, sarei invece rimasto, e avrei atteso” (pag79-80)

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Buona lettura 🙂