“Storiografie parallele – cos’è la non-fiction”, di Lorenzo Marchese

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Ho fermato il blog per qualche mese perché avevo bisogno di chiarirmi le idee: su che cosa stessi leggendo, cosa volessi leggere, cosa significasse quel necessario di cui tutti parlano. Ci stavo ragionando sopra da un po’* finché a primavera, poco prima di #Bookpride, mi accade di imbattermi nel post di una persona – non alle prime armi in fatto di letture – che ogni tanto seguo sui social: una foto di “Serotonina” accompagnata dal commento “Non ho capito se mi è piaciuto o no”. Un’immagine potente che mi ha colpito per sé stessa, non tanto perché riferita a Houellebecq: il simulacro di un lettore, in cui sempre più spesso mi identifico anch’io, che chiude un libro e si trova a dirsi che in fin dei conti non ha proprio proprio capito fino in fondo la natura del prodotto che gli è passato per le mani. Per quanto riguarda le scritture e in particolare il rapporto tra autore/casa editrice/lettore, ho la convinzione che non esista niente di più mal riuscito.

Insomma, la questione vera è la difficoltà che ho da un po’ nel comprendere la verità dei libri. Ora come ora mi viene in mente “La ragazza con la Leica”, per dire. Oppure “La Scuola Cattolica”, che ho preso e abbandonato per tre volte di seguito (ADC, come hai potuto, è premio Strega pure quello, mica selfpublishing, che diamine). Oppure Carrère che mi sono sforzata di leggere per intero (mi manca solo “Romanzo russo”); dall’altra parte il magico Franzosini, il mio percorso di lettura #ADCNorthPole, con l’antropofiction di Matteo Meschiari e i reportage di Marzio G. Mian, i romanzi iper-contestualizzati come “L’invenzione del vento”, solo per citarne uno – di cui poi vorrei parlare su ADC. Potrei andare avanti all’infinito ma poi un momento, fermi tutti: in ballo non ci sono soltanto i libri – e il fatto che ADC si metta a tracciare rotte crossmediali vi deve dare l’idea della gravità con cui percepisce la questione.

Penso a “Bohemian Raphsody” di Bryan Singer o anche a “Rocketman“, il biopic su Elton John diretto da Dexter Fletcher. Ci aggiungo pure “Stranger Things (1-2-3)” coi suoi favolosi Eighties e la miniserie “Černobyl’ ” (che comunque un merito ce l’ha di sicuro: aver insegnato a migliaia di persone la pronuncia corretta della disgraziata cittadina ucraina).

Insomma, la verità sulla verità. La verità vera come la verità vera, anzi, più vera della verità vera – perché a volte la verità vera è così sfaccettata, imprecisa, discutibile, finanche abbastanza noiosa o sconosciuta, celata, aliena che se ne sente il bisogno di una verità, a tratti più vera del vero (non per nulla s’è scritto da più parti che il Freddie Mercury di Rami Malek è in certi punti più autentico dello stesso Farrokh Bulsara in carne e ossa).

Sicché una volta a Bookpride, spinta da chissà quale grazia divina o tentazione demoniaca me ne sono andata ad ascoltare il dialogo tra Lorenzo Marchese e Alessandro Gazoia che se la raccontavano bellamente (pure davanti a numerosi spettatori, il che dimostra come la faccenda non interessi soltanto un pubblico d’élite come ad alcuni piacerebbe pensare) riguardo la difficoltà “accresciuta nei lettori a distinguere verità e menzogna, e comportando una consapevole alterazione dell’identità del genere” (“Storiografie parallele”, p13). E lì, ecco l’illuminazione, Dio benedica le presentazioni dei libri – quelle fatte bene: cara ADC tu hai un problema, e quel problema si chiama non-fiction.

Io devo essere grata a Lorenzo Marchese (ricercatore presso l’Università di Pisa e dell’Aquila, una tesi di specialistica sull’autofiction, diploma di Dottorato di ricerca in Filologia, Letteratura e Linguistica – proprio con il testo che diventerà il nucleo di “Storiografie parallele”): non solo mi ha inviato “Storiografie parallele” per posta – un’Odissea de’ no artri, made in Poste Italiane, che noi a raccontarla impiegheremmo giornate intere e voi sbianchereste di spavento, quindi anche no – ma mi ha proprio preso per mano perché prima di tutto mi ha regalato il lessico: le parole che mi mancavano per imparare a parlarmi (da me a me) di non-fiction. Non le ho assimilate tutte e non ho la pretesa di riutilizzarle in completa autonomia ma per lo meno posso affermare con sicurezza di averle lette e sottolineate, domandandomi il loro significato; non dico solo quello sulla carta, la definizione, ma anche il senso e la conseguenza del loro esistere.

Se non lo avete mai fatto, fermatevi un momento e chiedetevi cosa succede nella vostra testa quando leggete, che so, “La Scuola Cattolica” di Albinati appunto, o “Gomorra“, o “Elisabeth” di Paolo Sortino, o “I cani del nulla” di Emanuele Trevi. O “In cold blood” di Truman Capote, o “Il Regno” di Carrère. Se volete, quel cosa succede ve lo spiega proprio Marchese, spalancandovi la porta dell’ingarbugliato universo parallelo delle “narrazioni storiche che si servono però di strumenti comunemente riconducibili alla letteratura d’invenzione” (p22). Scoprirete così che la questione della non-fiction non è poi così nuova: viene addirittura dall’antichità classica, si spinge fino alle agiografie, si contorce su se stessa con “Robinson Crusoe”, prende il volo sulle ali del new journalism firmato Joan Didion. Perché il desiderio di “restituire la realtà avvenuta senza filtri apparenti” è cosa antica – e non è mai stata priva di effetti collaterali.

Leggendo “Storiografie parallele” scoprirete pure che questa pratica di scrittura copre una vastità di tipi a dir poco innumerabili: scritti di viaggio (dall’Oriente di Pasolini alla paesologia di Arminio, solo per fare due esempi), saggi narrativi fra saggio critico e romanzo-saggio (tra i vari analizzati: “Troppi paradisi” di Siti, “Le benevole” di Littell, Houellebecq e Albinati appunto), reportage (da Capote a Leogrande, passando per “Gomorra”), biografia (autobiografia, romanzo autobiografico, autofiction, biofiction… dalle “Vite Parallele” di Plutarco all'”Hitler” di Giuseppe Genna). Tipologie che se da una parte sono appunto così varie da essere praticamente incatalogabili – e forse è bene che rimangano così per mio punto, perché se da brava filologa classica ho un debole per la tassonomia, è pure vero che a far troppe schedature talvolta ci si rimette nella visione d’insieme – dall’altra non si può dire che non siano accomunate da alcuni minimi, comuni denominatori: primo fra tutti il carattere di rottura col passato.

“(…) a premessa e conclusione di questo libro c’è una tesi forte e restrittiva su cosa è la non-fiction contemporanea e su come la si dovrebbe leggere per orientarsi fra le pagine: la cosiddetta non-fiction contemporanea è un tipo di discorso narrativo che s’incarica di raccontare storie realmente avvenute e documentabili (in particolare dalla cronaca recente) usando gli strumenti formali e le strategie retoriche della letteratura d’invenzione (comunemente ricondotta alla grande galassia della fiction). Nel farlo, questa categoria di scrittura si pone esplicitamente contro la storiografia contemporanea e fuori, al tempo stesso, dal romanzo” (p42)

Perciò mi sono presa il mio tempo. “Storiografie parallele” va trattato con cautela perché è un testo densissimo: Lorenzo Marchese mi ha raccomandato di sottolinearlo, piegarlo e orecchiarlo e così ho fatto, e nel farlo ho capito che il bisogno che mi aveva spinto al principio era la necessità di uno strumento attraverso cui orientarmi nel buio sempre più buio dell’ipertrofica produzione editoriale contemporanea.

Il romanzo non ci basta più (veramente a me basterebbe anche, solo che quasi nessuno ne scrive più di quelli che vorrei leggere), perché sempre più spesso la fiction è percepita “come un grande discorso insufficiente, inerte, lontano da un confronto serrato con la realtà esterna” (pag273) ma d’altra parte la nostra conoscenza della realtà per come essa è davvero, ossia tramite il giornalismo, è mediata da processi irreversibili quali il fact-checking e la post-truth (pag276). L’ascesa della non-fiction si incista proprio qui, in questo scarto del pensiero che esige una storia vera, nel desiderio di comprendere qualcosa di cui il lettore non ha avuto esperienza (diversamente dall’autore, dato che uno dei criteri base della non-fiction specie con riguardo all’ “odeporica fattuale” e al reportage è la presenza in loco dell’autore, a testimonianza del vero narrato) – ah, l’importanza tutta contemporanea del fatto esperienziale – , ma nello stesso momento non può fare a meno (grazie tv, grazie cinema, grazie reality shows, grazie spettacolarizzazione mediatica del lutto e della tragedia, I’d like to thank you all), del “criterio drammatico“:

“Gli avvenimenti storici sono intramati in un intreccio coinvolgente, secondo una ricostruzione spesso non obbiettiva secondo i nostri canoni di modernità, né mancano aneddoti, scene *teatrali*, confronti ricostruiti ex post. La maniera non finzionale della rappresentazione della realtà, in questo frangente, predilige la costruzione scene-by-scene, le sequenze memorabili e icastiche, la predilezione per l’impatto emotivo e il risvolto forte della violenza: elementi che non di rado tradiscono una memoria cinematografica, televisiva o comunque di secondo grado” (pag277-278)

Si parlava di effetti collaterali – e quelli che si porta dietro la non-fiction non sono da sottovalutare. Lorenzo Marchese li illustra nei dettagli e sarebbe troppo lungo soffermarci a elencarli tutti. Certi autori di non-fiction ne sono consapevoli e cercano con vari espedienti (per esempio Saviano in “Gomorra” o Albinati in alcuni passi de “La Scuola Cattolica”) di avvertire il lettore – pur guardandosi bene dal mettere in atto alcuna azione correttiva sul testo, come a dire lettore io ti ho avvertito: per il resto, arrangiati da solo.

Per quanto riguarda le forme di non-fiction che trattano gravi casi di cronaca oppure episodi storici narrati “dalla parte del cattivo” (e la mia domanda di fondo è: ce n’è proprio bisogno?) la questione diventa ancora più complicata, perché entrano in gioco ad esempio il rischio di “feticizzazione” (pag279) o quello di usare il fatto di cronaca “come laboratorio per parlare d’altro” (pag279), per non tacere la questione spinosa della possibile mancanza di obiettività da parte dell’autore e di una certa spinta alla massmediazione; un inevitabile effetto guilty-pleasure che si accompagna a un altro minimo comune denominatore di tutte o quasi le forme di non-fiction contemporanea: la scarsa attenzione alle fonti scritte cui viene preferita la testimonianza orale, che paradossalmente viene indicata come risolutiva e necessaria al fine di comprendere l’accaduto, quando invece “ridurre l’elemento di ricerca e verifica a favore del criterio testimoniale (…) comporta anche delle conseguenze” (pag275).

Quindi alla fine il tutto si riduce al patto di sangue che sempre, dalla notte dei tempi, accompagna autore e lettore (con le linee editoriali di ciascuna casa editrice in mezzo). Patto che se è ben chiaro nel macrocosmo della fiction (nulla di ciò che è raccontato è vero – ma al limite verosimile) e in quello parimenti vasto della storiografia (tutto ciò che è raccontato è accaduto e verificabile), non così chiaro è oggi al fruitore di non-fiction, che in certi contesti mi pare ultimamente un po’ passivo. Un altro dei miei crucci personali, la passività: nell’accettare un invio gratuito, nel comperare un libro per via del battage pubblicitario, nello spingermi a certe letture sull’onda della spendibilità on-line.

Solo alla fine di “Storiografie parallele” ho capito cosa forse volesse davvero dirmi Lorenzo Marchese quando mi ha scritto che su questo testo occorre “ridiscuterne”. Significa non tanto – credo, che il Cielo mi aiuti – valutarne di nuovo i contenuti, magari alla luce di qualche altro approfondimento (cosa sempre possibile, certo: è vero che certe materie invecchiano in fretta… ma non così in fretta), quanto considerare “Storiografie parallele” un testo aperto, su cui tornare nel momento in cui si senta il bisogno di ri-fare il punto su ciò che si sta leggendo e che il panorama editoriale offre.

“Certamente [le storiografie parallele] fanno parte [della letteratura]. (…) Piuttosto, si deve spostare più a monte la domanda sull’appartenenza, non senza qualche perplessità: posto che le storiografie parallele sono letteratura, cosa sta allora diventando la letteratura? Cos’è che la rappresentazione per molti versi tipica e sincera (ma spesso non esatta) della Storia aggiunge a una conoscenza profonda e stratificata del mondo – conoscenza che della letteratura è teoricamente stato, finora, il fine? Se le storiografie parallele sono letteratura, quanto esse contribuiscono all’accrescimento di conoscenza, e quanto invece tolgono alla nostra capacità di visione, imperniate su un’autenticità che troppo spesso somiglia a una scorciatoia per (illudersi di) vedere *come sono andate le cose fin dei dettagli*, su tecniche di realismo più dirette ma anche più povere, su una verità empirica che non di rado resta luogo comune, espediente spettacolare, appello ricattatorio e blandamente progressista (col lettore portato a calarsi, per il tempo della lettura, nei panni comodi di chi assiste alle ingiustizie della realtà e ai delitti della cronaca stando seduto sempre dalla parte della ragione)?

Non posso impegnarmi a non leggere più testi di non-fiction: finirei per escludere, così a spanne, almeno un terzo dei prodotti presenti a scaffale oggi, cosa che equivarrebbe a scartare anche scritture potenzialmente valide. Ma una cosa l’ho capita, proprio grazie a “Storiografie parallele”: che per me debbono restar fermi alcuni punti – che sono i miei, si intende, senza pretesa di renderli universali: l’attenzione che l’autore deve porre nei riguardi delle fonti, una certa aderenza a un principio che mi viene da definire di sobrietà stilistica, il rispetto nei confronti di ciò che oggettivamente non si può conoscere, nemmeno utilizzando l’escamotage della supposizione. Tutto il resto, a cominciare dalla spettacolarizzazione della sofferenza altrui o da un certo modo di usare “somebody as a mouthpiece”, andrà escluso.

Buona lettura, se volete cimentarvi (E’ necessario? Sì, se come me vi trovate troppo spesso lì, seduti in poltrona con in mano quel libro appena terminato, a domandarvi “ma che cosa ho letto?” e a seguire vi prende quella lieve, scocciante sensazione di aver perso del tempo prezioso)

*A posteriori, come al solito le mie letture si rivelano fondi di caffè postumi che non imparerò mai a interpretare con la dovuta lungimiranza: era chiaro che qualcosa non andava, sin dalla dedizione che quest’inverno spesi per “Il Tao della fisica” – questo mio istinto a recuperare il passato, ritrovarlo, restarci – ed è per questo che spesso mi chiedo come sia possibile avere piani di lettura, elenchi di libri da leggere e pure rispettarli, giorno dopo giorno, settimane di seguito, mesi perfino. Forse è proprio per questo che il bookblogging, quello vero, quello si direbbe focalizzato, non ha mai fatto per me.

“Holden & Company”, di Luca Pantarotto

“Gli editor delle riviste letterarie, suggerisce Hardwick, non sembrano più interessati alla letteratura. Le redazioni funzionano ormai un po’ come una catena di montaggio: *I libri si accumulano, e quando escono loro entrano le recensioni*, gli scrittori migliori stanno molto attenti a mantenersi sempre un po’ al di sotto del loro stesso livello, l’obiettivo principale di ogni recensione è la *leggibilità*. (…) *Tutto è in qualche modo uguale (…); la leggibilità, una piccola parola confortevole, ha preso il posto dell’antiquato requisito di uno stile bello e chiaro, che è un’altra cosa. Ogni differenza di merito, di posizione, di forma si appanna in un’assonnata approvazione. (…) In questa moda c’è una sorta di euforia democratica che può rendere un buon servizio al libro leggero, ma che difficilmente incontrerà le esigenze di un’opera seria*. (…) Da forma critica di scrittura, la recensione letteraria diventa così scrittura informe” (Luca Pantarotto, “Holden & Company” – “Elizabeth Hardwick e il declino delle recensioni letterarie” – pag51. Le parti in asterisco sono citazioni dall’articolo della Hardwick – “The Decline of Booking Reviewing”, pubblicato su Harper’s nel 1959).

Che bello l’esperimento “Glitch” di Aguaplano libri. Si tratta del recupero e della pubblicazione cartacea di contenuti editoriali originariamente prodotti per il web (post su blog, articoli scritti per riviste online, profili social ecc.), alcuni dei quali ormai off-line e quindi di difficile consultazione per l’utenza comune. Questo progetto, giunto alla seconda uscita, mi piace molto perché alla base presuppone un criterio valutativo, punto importante quando si tratta di letture on-line data l’enorme quantità di materiale presente in rete, di qualità variabile e – quel che è  peggio – di difficile vaglio per chi non ne è esperto (leggi: le sòle sono dietro l’angolo ma non è così immediato riconoscerle, specie per un occhio poco allenato – e sapete che io sto sempre da quella parte lì, dalla parte dell’occhio non allenato) .

Per quanto mi riguarda, mi piace l’idea che finalmente ci sia qualcuno super partes che si prenda la briga di operare una scrematura su quello che ci viene proposto, specie in materia di lit-blog, effettuando una selezione qualitativa. Si potrebbe obiettare che anche in questo caso i criteri di selezione sono e restano simpaticamente soggettivi. Io non ne sono così sicura perché era ora che al di là di generici “awards” (che talvolta si basano su parametri a dir poco vaghi, spesso orientati più verso sommari criteri di likeability che verso valutazioni riguardo al contenuto) o passaparola o mode del momento, qualcuno del mestiere si prendesse l’impegno e decidesse che cosa, certo a proprio consapevole giudizio, fosse meritevole di essere conservato, e in che modo.

Gi scritti di Luca Pantarotto, owner del blog “Holden & Company“, on line dal 2013 al 2015, hanno accompagnato il cammino di molti blogger. Nel mondo dei lit-blog H&C non è solo conosciuto, ma è stato – uso il passato perché il sito non è più accessibile, per volere dell’autore – un punto di riferimento imprescindibile per tutto ciò che concerne la letteratura americana moderna e contemporanea.

Di H&C Aguaplano ne riproduce una selezione, in parti significative; per esempio alcuni *Da dove comincio?* (DFW, Lansdale, Stephen King), a cui si affiancano altri articoli di più ampio respiro (Alcuni articoli su GRA, la riscoperta di Kent Haruf, un capitolo su Paul Bowles, che ho amato moltissimo – per dire).

A me è sempre piaciuto l’approccio di Luca Pantarotto. È un blogger competente e attento ai dettagli che, tuttavia, nello stesso tempo (cosa complicata da gestire, ma lui ce la fa, a mio parere) coniuga la precisione dell’analisi alla leggerezza auto-ironica di un’esposizione che rifugge la pedanteria – di cui spesso noi blogger siamo affetti. Senza per altro trascendere in un’abbassamento dei toni – che io chiamo “alla no’artri”: un’altra amabilissima deriva, epidemia endemica della nostra categoria: quella insomma da content manager “sul pezzo” che spesso trasforma il post in una serie infinita di autoreferenzialità che scivola in caciara a metà strada tra “badate, io sono dell’ambiente” e “lo scrittore, ri-badate, l’ho incontrato, è gradevolissimo”.

In H&C non troverete niente di tutto questo, potete tirare un sospiro di sollievo. Troverete competenza, struttura, argomenti sviluppati dall’inizio alla fine (i post sono/erano lunghetti? Pazienza, fatevene una ragione, mica si può sempre obbedire all’algoritmo), ma anche una buona dose di sorrisi sotto i baffi, aneddoti divertenti, cross referenze e attenzione per i temi sociopolitici imprescindibili nell’approccio di alcuni autori.
Non mancano le critiche nei riguardi di certe opere, che tuttavia non risultano inappropriate, perché si fondano su un sistema di analisi rigoroso che lascia pochissimo spazio a quei giudizi “di pancia” che confondono l’analisi testuale solidamente argomentata con la mera impressione personale (fidatevi, l’internet dei lit-blogger ne è stracolmo: scrivere che un libro è, per dire, ammorbante o necessario, o potente – no, non è una recensione critica, spiace ma è così).

Insomma a me H&C piace(va) perché mi metteva curiosità riguardo i testi proposti, che Pantarotto aveva la capacità di collegare l’uno all’altro creando percorsi di lettura sempre nuovi e spunti ricchi
di fascino. Leggendo H&C davvero ti viene voglia di leggerli, quei libri lì, e se lo hai già fatto ti viene pure voglia di di leggerli un’altra volta perché Pantarotto ti insinua il dubbio (o la certezza!) di aver dimenticato qualcosa, durante la lettura.
Alla fine forse ha fatto davvero propria la lezione del giovane Holden e ha trovato il modo di passarcela, per osmosi: “Quelli che mi lasciano proprio senza fiato sono i libri che quando li hai finiti di leggere e tutto quel che segue vorresti che l’autore fosse un tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira” (JD Salinger).

Buona lettura 🙂

“Il Tao della fisica”, di Fritjof Capra (trad. di Giovanni Salio)

“L’esperienza mistica è necessaria per comprendere la natura più profonda delle cose, e la scienza è essenziale per la vita moderna. Ciò che ci serve, quindi, non è una sintesi ma un’interazione dinamica tra intuizione mistica e analisi scientifica”

Fritjof Capra, “Il Tao della fisica”, 1972 – Adelphi 1982/89/98 – p356


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“Nel nostro ambiente terrestre, gli effetti della gravità sullo spazio e sul tempo sono talmente piccoli da essere insignificanti, ma nell’astrofisica (…) la curvatura dello spazio-tempo è un fenomeno importante. Finora tutte le osservazioni hanno confermato la teoria di Einstein e ci spingono quindi a credere che lo spazio-tempo sia di fatto curvo. Gli effetti più drastici della curvatura dello spazio-tempo si manifestano durante la contrazione – o *collasso* – gravitazionale di una stessa di grande massa” (*)

“Nel corso della sua evoluzione ogni stella raggiunge uno stadio durante il quale essa si contrae a causa della mutua attrazione gravitazionale tra le sue particelle. Poiché l’attrazione aumenta rapidamente col diminuire della distanza tra le particelle, la contrazione accelera, e se la stella ha una massa sufficientemente grande, pari a più di due volte quella del Sole, nessun processo conosciuto può impedire che la contrazione prosegua indefinitamente” (*)

“A mano a mano che la stella si contrae e diventa più densa, la forza di gravità sulla sua superficie cresce sempre più, e di conseguenza continua ad aumentare anche la curvatura dello spazio-tempo nella regione circostante. A causa della crescente forza di gravità sulla superficie della stella, diventa sempre più difficile allontanarsene, e alla fine la stella raggiunge uno stadio in cui dalla sua superficie non può sfuggire nulla, neanche la luce. A questo stadio diciamo che attorno alla stella si forma un orizzonte degli eventi, perché nessun segnale può allontanarsi da essa per comunicare un evento qualsiasi al mondo esterno. Lo spazio attorno alla stella è quindi talmente curvo che tutta la luce rimane confinata al suo interno e non può uscirne. Noi non siamo in grado di vendere una stella di questo tipo, perché la sua luce non può mai raggiungerci e per questo morivo la chiamiamo buco nero” (*)

“La forte curvatura dello spazio-tempo attorno a buchi neri non solo impedisce a tutta la loro luce di raggiungerci, ma ha un effetto altrettanto impressionante sul tempo. Se un orologio, che ci trasmette i suoi segnali, si trovasse sulla superficie di una stella che si sta contraendo, noi osserveremmo che questi segnali rallentano a mano a mano che la stella si approssima all’orizzonte degli eventi finché, una volta che la stella fosse diventata un buco nero, non ci giungerebbe più nessun segnale dall’orologio. Per un osservatore esterno, lo scorrere del tempo sulla superficie della stella rallenta con la contrazione della stella e si ferma del tutto all’orizzonte degli eventi. La contrazione completa della stella avviene quindi in un tempo infinito” (*)

“Anche i saggi orientali parlano di ampliamento della loro esperienza del mondo durante gli strati superiori di coscienza, e affermano che questi stati comportano un’esperienza totalmente diversa dello spazio e del tempo. Essi insistono sul fatto che non solo, durante la meditazione, vanno al di là dell’ordinario spazio tridimensionale, ma anche (…) trascendono l’ordinaria consapevolezza del tempo. Invece di una successione lineare di istanti, essi percepiscono – così dicono – un presente infinito, eterno, e tuttavia dinamico” (*)

“*In questo mondo spirituale non ci sono suddivisioni di tempo come passato, presente e futuro; esse si sono contratte in un singolo istante del presente nel quale la vita freme nel suo vero senso… Il passato e il futuro sono entrambi racchiusi in questo momento presente di illuminazione e questo momento presente non è qualcosa che sta in quiete con tutto ciò che contiene, ma si muove incessantemente” (D.T. Suzuki, *On Indian Mhayana Buddhism*) (*)

Non avrei mai immaginato di riuscire a cominciarlo, men che meno riuscire a finirlo, e invece ce l’ho fatta – e la mattina successiva, in televisione, passavano le immagini della galassia M87. Riassumere “Il Tao e la fisica” è impossibile – e non ci proverò neppure. Chi lo deve leggere, e perché va letto anche a distanza di 40 anni dalla pubblicazione: lo deve leggere chi non si accontenta di interpretare il mondo secondo le categorie del vuoto e del pieno, chi riflette costantemente sull’inutilità del linguaggio in determinati contesti, chi è ancora convinto che gli esercizi di meditazione debbano di necessità allontanare dalla pratica della vita.

Va letto per un solo motivo, atemporale:

“Come le nostre ordinarie nozioni di spazio e tempo, la causalità è un’idea limitata a una certa esperienza del mondo e deve essere abbandonata. quando questa esperienza viene ampliata. Così si esprime Swami Vivekananda:

Tempo, spazio e causalità sono la lente attraverso la quale si vede l’Assoluto… Nell’Assoluto in se stesso non ci sono né tempo, né spazio, né causalità

Le tradizioni spirituali orientali indicano ai loro seguaci vari modi per andare al di là dell’ordinaria esperienza del tempo e per liberarsi dalla catena di causa ed effetto; dal vincolo del karman, come dicono gli Indù, e i Buddhisti. Perciò è stato detto che il misticismo orientale è una liberazione dal tempo. In un certo senso, la stessa cosa si può dire della fisica relativistica”(**)

“Gli artisti indiani del decimo e del dodicesimo secolo hanno rappresentato la danza cosmica di Siva in magnifiche sculture in bronzo di figure umane danzanti, con quattro braccia, i cui gesti, stupendamente equilibrati e tuttavia dinamici, esprimono il ritmo e l’unità della Vita. (…) La mano destra superiore della divinità tiene un tamburo per simboleggiare il suono primordiale della creazione, la mano sinistra superiore regge una fiamma, l’elemento della distruzione. L’equilibrio delle due mani rappresenta l’equilibrio dinamico di creazione e distruzione nel mondo, reso ancora più evidente dalla calma e dalla serenità del volto del Danzatore, al centro tra le due mani, in cui la polarità di creazione e distruzione è dissolta e trascesa. La seconda mano destra è alzata nel segno del *non temere*, e simboleggia la conservazione, la protezione e la pace, mentre l’altra mano sinistra è rivolta in basso verso il piede sollevato che simboleggia la liberazione dall’incantesimo della maya. il dio è rappresentato mentre danza sul corpo di un demone, il simbolo dell’ignoranza umana che dev’essere sconfitta prima che si possa raggiungere la liberazione” (***)

(*) Fritjof Capra, “Il Tao della fisica”, 1972 – Adelphi 1982/89/98, pagg206-209 (**) pag218 (***) pag281

Fritjof Capra: (Vienna, 1 feb. 1939) A Vienna-born physicist and systems theorist, Capra first became popularly known for his book, The Tao of Physics, which explored the ways in which modern physics was changing our worldview from a mechanistic to a holistic and ecological one. Published in 1975, it is still in print in more than 40 editions worldwide and is referenced with the statue of Shiva in the courtyard of one of the world’s largest and most respected centers for scientific research: CERN, the Center for Research in Particle Physics in Geneva. Over the past 30 years, Capra has been engaged in a systematic exploration of how other sciences and society are ushering in a similar shift in worldview, or paradigms, leading to a new vision of reality and a new understanding of the social implications of this cultural transformation.

Buona lettura 🙂

“Miden”, di Veronica Raimo

Domani dovrò restituire #Miden alla biblioteca – senza se e senza ma, dato che ho già rinnovato il prestito fino al limite massimo di tempo consentito. Lo so, arrivo lunga dato che il libro è uscito ad Aprile scorso ma ormai è chiaro, i libri mi vengono incontro non quando voglio io ma quando vogliono loro (in questo caso palesandosi nell’espositore della biblioteca, proprio quello davanti all’entrata). Sicché eccomi a scriverne di fretta, in questo assolato pomeriggio, il primo giorno della nuova stagione; di corsa, prima che le pagine si separino da me e io non sia più in grado di sfogliarle. Il bello della biblioteca è anche questo: imparare a lasciare andare (a favore di altri). Liberarsi dall’attaccamento.

Mi sono accostata alla scrittura di Veronica Raimo provando un senso di levità. Mi ha affascinata questo suo modo paratattico di porsi nei riguardi della narrazione, della storia da raccontare.

“Le persone tendono a sublimare gli eventi spiacevoli della propria vita inserendoli in un disegno più ampio. Come se si dovesse sempre imparare dai propri sbagli. Spesso si convincono che tutto quanto sia stato in qualche modo funzionale. La trovo una retorica per deboli di spirito”

E’ un mondo onirico costruito di soli punti, impregnato di pause sospese e sottesi non scritti che Veronica Raimo maneggia con spavalderia, quasi incurante delle criticità in cui potrebbe incorrere: da una sintesi che si potrebbe giudicare eccessiva, anche grammaticalmente, a una (non saprei come definirla altrimenti) appropriazione indebita di parti della storia – e dei personaggi – che lei, rivendicando il proprio ruolo di autrice, si arroga il diritto di conservare come propri, personali, incondivisibili. “Questi sono i fatti – sembra dire – io ve li consegno così come voglio, fateveli bastare”. D’altra parte in questo caso la scrittura non è altro che estensione stilistica della narrazione, facendosi quindi non solo argomento ma anche sua esemplificazione pratica – tant’è che si capisce come, alla fine, lo stile non potrebbe essere nient’altro da quello utilizzato.

Di fatto Miden è la storia di un rapporto di coppia (ndr: tra due individui adulti – ma non così adulti ancora, secondo i canoni attuali di adultitudine): un compagno e una compagna non altrimenti specificati, lui insegnante di Filosofia in una Accademia d’Arte, lei – per quanto ne sappiamo – giovane inoccupata (fotografa nullafacente, flaneuse, perdigiorno, definitela come più vi aggrada) che a causa di un imprevisto dalle sfumature inquietanti si trovano a dover affrontare l’altro, ma prima ancora se stessi. Il tutto è narrato dall’interno quasi come in un diario in cui gli eventi che compongono la trama vengono per la maggior parte raccontati – o meglio interpretati – prima dall’una e poi dall’altra parte, oppure gestiti singolarmente – un evento per ciascuno – in maniera comunque complementare, nel senso che ciò che non sappiamo dall’uno veniamo a conoscerlo dall’altra, ovviamente prendendo a paradigma dei dati assolutamente soggettivi. Nessun narratore esterno, nessun punto di vista onnisciente, soltanto due individui che nel mezzo di un brusco cambio di rotta cercano la maniera di venirne a capo. Il lettore si trova così spogliato di ogni capacità attiva di comprendere la situazione, poiché costretto a fare affidamento soltanto o sull’uno (lui: il compagno, accusato di un abuso sessuale perpetrato nei confronti di una studentessa con cui aveva avuto una relazione, ai tempi consenziente riguardo certi modi di vivere la sessualità ma che ora denuncia la presunta violenza subita durante quegli incontri clandestini), o sull’altra (lei: la compagna straniera, figlia di un altro luogo e di un altro tempo, ora per giunta incinta, nuova cittadina della comunità-Miden all’interno della quale, tuttavia, fatica a integrarsi). La pensate così semplice? Sbagliato: come ovvio, la situazione si complica ulteriormente dato che il dialogo lui-lei è inframmezzato dalle pagine di alcuni “questionari” a domande fisse, compilati da diversi co-protagonisti: l’insegnante di nuoto del compagno, il parrucchiere della compagna, una collega professoressa all’Accademia, il tutor del compagno. Già, perché – particolare di non poco conto – non ci troviamo in una cittadina di provincia qualsiasi.

Lo confesso , leggendo le prime pagine mi era venuto il sospetto che l’ambientazione distopica, perché è di questo che stiamo parlando, fosse soltanto un pretesto attraverso cui macinare un po’ di pepe sopra la trama o altrimenti un mero esperimento di creative writing all’americana: della presunta catastrofe occorsa al pianeta Terra non si sa nulla, l’umanità non è stata annientata da qualche sconvolgimento climatico o alieno o virale, eppure molti – o per lo meno coloro che sono in grado di farlo – scappano. Uno dei moderni Eden a cui tanti puntano è proprio Miden, una colonia chiusa, molto simile a una socialdemocrazia scandinava di modello utopico, fondata sulla prosperità dei suoi membri. Ovviamente per farne parte occorre, ça va sans dire, possedere determinati requisiti e una volta entrati non senza fatica bisogna assoggettarsi a determinate regole e imposizioni.

Poi però ho capito che certo Miden era un pretesto, ma di tipo completamente differente da quello che mi ero immaginata.

“Vivevo in un Paese che si poteva solo lasciare. Tutti se ne andavano. Chi restava era un appestato. I giornali parlavano ogni giorno del Crollo, contavano gli emigranti come sfollati, recintavano i superstiti. Sembrava che le catastrofi naturali fossero in un periodo di stanca: niente terremoti, uragani, alluvioni. Non c’erano parassiti a scarnificare gli alberi, né arsura a crepare la terra. Si parlava solo di noi, aveva poca importanza avessimo quindici anni o quaranta. Ci chiedevano di avere fiducia. “Il peggio è passato” dicevano i politici e intanto spedivano figli e soldi dall’altra parte del mondo. La verità è che il peggio non poteva passare, perché non sarebbe mai davvero arrivato”.

Miden – lo spazio sicuro all’interno del quale ognuno ha un lavoro e se non ce l’ha l’ottimo welfare sostiene costi e spese mediche, all’interno del quale i programmi di istruzione sono i migliori in assoluto e le verdure le più brillanti e biologiche del mondo, all’interno del quale tutti i diminutivi e i vezzeggiativi sono stati aboliti per evitare che le donne “fossero apostrofate con un aggettivazione manierata e svilente” – è il pretesto attraverso cui tirare in ballo tanti argomenti scomodi su cui Veronica Raimo non si fa scrupolo: ad esempio il problema del consenso all’interno di un gruppo sociale che promuove la buona salute e la buona forma fisica, l’espressione corporea e artistica ma condanna chi crea disarmonia sotto le coperte, stonatura di cui il sesso estremo (che se consenziente non è abusante) è espressione. Gruppo sociale che tuttavia non si occupa di verificare i fatti (in questo caso la violenza in sé – quella che la ragazza dice di aver subito, assente dalle narrazioni del compagno che ha percepito la relazione come adulta e consapevole, eppure non così improbabile data la giovane età della ragazza e l’inevitabile sudditanza psicologica frutto del rapporto maestro-allievo – violenza che non è quasi nemmeno presa in considerazione) ma si impegna soltanto a giudicare, attraverso un’attenta analisi scevra da qualsiasi presa di posizione aprioristica – ecco la ragione dei “questionari” – chi sia degno di Miden e chi invece sia da ritenere “persona sgradita”. Ma non solo: l’autrice spinge anche su altri temi non meno importanti, per esempio le conseguenze della de-sessualizzazione della società. O anche su altri concetti chiave come le responsabilità individuali nella gestione di un presente che, ad oggi, pone agli “adulti di un certa età” più domande che risposte specialmente per quanto riguarda il rapporto dei non-più-giovani con il proprio passato (che se da una parte viene completamente negato, dall’altra viene recuperato in senso ricontestualizzante, ammantato da un velo di nostalgia hipster), con le proprie origini, con l’oggetto della relazione amorosa e i criteri che determinano le scelte individuali in merito, e anche (last but not least) con il tema della maternità, che ora ha perso il suo carattere di imprevedibile mistero trasformandosi, di fatto e praticamente, in una scelta (consapevole non si sa quanto) di modi e di tempi.

“I miei amici mi rispondevano con frasi appassionate sull’importanza di tagliare i ponti col passato. Questo è un altro argomento interessante. Era un continuo recidere ponti, come se tutti noi avessimo un passato particolarmente impetuoso o degno di nota”

“Molti degli amici che erano rimasti nel mio paese avevano speso i loro migliori anni a piangersi addosso, e poi a pentirsi di tutti i pianti che avevano fatto. È pur vero che i migliori anni vengono chiamati così quando bisogna pentirsi di averli sprecati, quindi forse in definitiva i migliori anni non esistono”

“L’infelicità si misurava su un’altra scala. Anzi, l’infelicità era svanita dai discorsi, c’erano solo disagio, frustrazione, immobilismo. Qualcosa si era irrimediabilmente guastato, questo si diceva. Questo si leggeva. Non avevamo nemmeno il coraggio di usarle certe parole. Senza figli da accudire, accudivano noi stessi, con la compassione rabbiosa di chi non ha mai scelto nulla. Persino l’ansia sembrava desolata, deserta, si guardava con nostalgia all’era dei crucci. Ognuno di noi aveva un ricordo a caso e ci si trastullava per giorni e giorni. Lì dentro c’era l’immagine di tutto ciò che si era smarrito”

“C’erano stati dei giorni in cui io e la mia compagna parlavamo con commozione dei nostri piatti dell’infanzia. Quel genere di nostalgia era già molto attivo prima di lasciare il nostro paese, prima che io partissi per Miden, prima che lei mi raggiungesse. Quando il Crollo aveva cominciato a corrodere le nostre vite, si erano create delle sacche di resistenza intorno a quel lontano principio comunitario: “Ti ricordi le telline pescate in mare, il sapore di nocciola del gelato?”
Poi eravamo diventati adulti, avevamo frequentato i ristoranti, avevamo cominciato le nostre dissertazioni fredde sul cibo, ci eravamo odiati, invidiati, avevamo preteso di bere meglio dei nostri genitori, avevamo arredato case carine, avevamo accumulato riviste che parlavano di noi, avevamo scritto su riviste che parlavano di noi, avevamo scremato la musica giusta, l’avevamo prodotta, avevamo impiattato tartare geometriche, avevamo piantato aneto e timo limonato, avevamo piantato anche l’erba migliore, avevamo smesso di drogarci male”

Buona lettura 🙂

Nota: l’unico punto davvero critico del testo è la decisione dell’autrice di non dar voce alla persona che davvero avremmo desiderato sentir parlare più di tutte: la studentessa autrice della denuncia e presunta vittima dell’abuso sessuale. Muta, la ragazza resta sempre nell’ombra, presa in causa sì ma sempre da altri che in fin dei conti non fanno altro che presumere. La scelta è ardita ma comprensibile e si capisce, può piacere oppure no.

“Il censimento dei radical-chic”, di Giacomo Papi

“Se quello che devi fare nella vita è filtrare le informazioni alla ricerca di ciò che confermerà quello in cui già credi, cercare di comprendere come stanno davvero le cose è solo un fastidio” (p81)

Attenzione a non farsi ingannare: sbaglia chi crede di trovare nel “Censimento” la panacea di tutti i mali contemporanei e delle proprie convinzioni la conferma – necessaria e sufficiente. La tentazione c’è, ovvio, perché altrimenti il gioco non reggerebbe: ma questa spinta non è altro che l’oggetto luccicante messo lì ad attirare la golosità del famoso volatile. La verità è che a pensare così si finirebbe dritti dritti, giù con entrambi in piedi, nella micidiale trappola costruita da Papi a suon di paradossi e sillogismi.

Per il momento lasciamo da parte la questione lunga e controversa di come il linguaggio ci possa o ci debba rappresentare. Vale forse la pena prendere le mosse da un’altra storia.

New York, 14 gennaio 1970: la moglie del compositore Leonard Bernstein decide di organizzare un ricevimento per raccogliere fondi a favore dei rivoluzionari afroamericani Black Panthers. Il cocktail si svolge a casa Bernstein, un superattico affacciato su Park Avenue, e tra i vip e i vari più o meno famosi c’è anche il giornalista Tom Wolfe. Che della serata, e soprattutto degli invitati, stende un resoconto al vetriolo, 29 pagine di acido solforico dal titolo “Radical Chic & Maumauing the Flak Catchers“, pubblicate sul New York Magazine qualche mese più tardi. Il termine Radical Chic viene da qui, ed è utile sottolinearlo dato che poi la sua storia, almeno in Italia, prende strade varie e non è sempre ben chiaro a cosa si faccia riferimento quando si ricorre a questa espressione idiomatica.

“La prima regola è che la nostalgie de la boue – lo stile romantico e rudemente vitale dei primitivi che abitano nelle case popolari, per esempio – è bella, e che la borghesia, nera o bianca che sia, è brutta. diventa così inevitabile che il Radical Chic prediliga chi ha l’aria primitiva, esotica e romantica, tipo i raccoglitori d’uva, che oltre al fatto che sono radicali e “vengono dalla Terra” sono anche latini, o le Panthers, con le loro giacche di pelle, le acconciature afro, gli occhiali da sole e le sparatorie, o i Pellerossa, che, logicamente, hanno sempre avuto un’aria primitiva, esotica e romantica. Quantomeno all’inizio, tutti e tre i gruppi avevano un’altra qualità che li avvantaggiava: stavano tutti a tremila miglia di distanza dall’East Side di Manhattan” (Tom Wolfe, “Radical Chic”, 2017 Castelvecchi, trad. di Tiziana Lo Porto).

Il tema non è di poco conto perché il gioco metatestuale di Papi comincia proprio con la presunta accondiscendenza nei confronti dell’assonanza tra l’idea di intellettuale e il concetto di snobismoovvero seminando il dubbio che la percezione del lettore – che non si possa essere un po’ intellettuali senza scivolare di necessità nel radical chic, e viceversa – non sia poi così farlocca. E così se il padre della protagonista Olivia, ammazzato a bastonate sul pianerottolo di casa per aver citato Spinoza in tv, due ore prima di morire se ne esce con un: “Volevo solo dire che, se non si sforza di ragionare, il popolo diventerà schiavo del primo tiranno”, le due amiche del defunto, incontrandosi per un “presidio di solidarietà” poche ore dopo l’evento, sbottano sommesse: “Non ci vorrai mica paragonare agli zingari? (…) E perfino gli ebrei sono meglio degli zingari…”.

Questo per dire che in questo racconto lungo (no, non me la sento di definirlo romanzo, men che meno distopico – e sì, ho i miei perché) di prigionieri innocenti Papi non ne fa – nemmeno uno. Ecco perché sentirsi al di sopra delle parti guasterebbe, anche se la tentazione c’è eccome. Perché mettersi al di sopra delle parti equivarrebbe a una diretta domanda di ammissione al club: quello degli intellettuali – ma radical chic (?) – o a quello “di chi di giorno si spacca la schiena [e] ha il diritto di rilassarsi e di non sentirsi inferiore” (p9) – ma da qui a infilarsi nella questione del popolo bue anche no, grazie. E quindi? Quindi, la soluzione ovviamente Papi la dà, ma più che una soluzione è un invito a una presa di coscienza – cosa che quando si tratta di “intellettuali che prendono una posizione” non è di poco conto.

Il “Registro Nazionale degli Intellettuali e dei Radical Chic” si rivela quindi una categorizzazione estremizzante, che tanto somiglia ai guazzabugli linguistici e normativi della nostra pubblica amministrazione.

“Ma li faranno i controlli, spero! Altrimenti pur di avere la scorta si iscriveranno anche i barboni”. “Faranno ispezioni, credo. Ci contatteranno dal ministero, per fissare un appuntamento, poi verranno a controllare i libri che abbiamo in casa, cose così…”. “Come i libri? Tutti?”. “Ma no! Non tutti. Immagino che ci saranno dei punteggi!”. “Volevo ben dire: non è che se leggi Fabio Volo ti danno la scorta, mi auguro…”. “Devi avere in casa almeno l’Anti-Edipo di Deleuze-Guattari…”. “O, in alternativa, un paio di metri di Adelphi color pastello” (p33-34)

Sicché si capisce di come quel che importa a Papi non sia tanto la parte che ciascuno prende, o da quale lato della barricata si decide di posizionarsi, quando la consapevolezza della decisione alla cui base deve stare sempre la riflessione, personale e motivata da un incontro veramente dialettico con l’altro. Si ritorna quindi al linguaggio, il vero protagonista del “Censimento” e a tutte le domande, millenarie, che il suo utilizzo impone, tra cui quella fondamentale della comunicazione della nostra esperienza interiore – che di fatto trascende la lingua – attraverso l’utilizzo dell’unico strumento che conosciamo: la lingua appunto.

La normativizzazione e la classificazione – tutto un nero o un bianco a cui ci si sta di fatto abituando (e “se non la pensi così non ci posso fare niente”, o in alternativa “ognuno è libero di pensarla come vuole”, “chi lo dice / lo dice lei”) è tipica della conoscenza razionale, come scriveva Fritjof Capra. “L’astrazione – scriveva – è una caratteristica tipica di questa conoscenza, perché per poter confrontare e classificare l’immensa varietà di forme, di strutture e di fenomeni che ci circondano, non si possono prenderne in considerazione tutti gli aspetti, ma se ne devono scegliere solo alcuni significativi. Perciò si costruisce una mappa intellettuale della realtà nella quale le cose sono ridotte ai loro contorni. (…) Il mondo naturale, d’altra parte, è un mondo di varietà e complessità infinite, un mondo multidimensionale che non contiene né linee rette né forme perfettamente regolari. (…) E’ chiaro che il nostro sistema astratto di pensiero concettuale non potrà mai descrivere o comprendere questa realtà nella sua complessità” (“Il Tao della fisica”, Adelphi 1998, p30-31)

Lo so. Questo post sgangherato non racconta il “Censimento” così come ci si potrebbe aspettare. Non parla dei protagonisti e nemmeno della trama, non racconta la vicenda né i punti salienti. La verità è che talvolta inciampo in libri che non vanno letti di per se stessi, ma che mi occorre inserire in un giro di vento più ampio. D’altra parte qui si è sempre parlato di “piccole riflessioni” e non è detto che le piccole riflessioni portino a sistemi di pensiero completi, anzi.

Ci sarebbe da parlare ancora molto del “Censimento”: ad esempio con un occhio a Milano, a quella che era – quella raccontata da Papi – e quella che è ora, con i suoi Nolo e Porta Monforte e il finger food e i riders e le lezioni di pilates. Oppure sull’autocritica che Papi vorrebbe imporre al mondo editoriale (e per me la pagina più bella e più struggente del “Censimento”, che non voglio citare – e vorrei davvero – perché NO, dovete trovarla, e leggerla, e rileggerla, da soli, senza filtri – ha come dire un’allure Niemeyer-iana che, davvero, emotivamente non posso sostenere), o sulle presunte responsabilità intellettuali – disattese, verrebbe da dire – di una certa generazione di mezzo. Ma qui, su ADC, questo poco deve bastare.

Buona lettura 🙂

“Artico – la battaglia per il Grande Nord”, di Marzio G. Mian. #adcNorthPole (2)

“La fetta di mondo che paga il prezzo più alto per effetto del cambiamento climatico è anche quella che, per le stesse ragioni, offre immense opportunità di conquista e di potere, nuove rotte marittime commerciali, esotiche destinazioni turistiche, nuove frontiere di sviluppo e di ricchezza, altre inesplorate, sterminate praterie per la ricerca e il progresso” (pag13-14)

Marzio G. Mian (Rai, Sette, Il Giornale, GQ, L’Espresso, Io Donna) da anni si occupa di inchieste e reportage internazionali. Ha fondato The Arctic Times Project, un’associazione di giornalisti internazionali indipendenti che si occupa di “far luce sui profondi cambiamenti economici, geo-politici e culturali che stanno avvenendo nell’Artico come conseguenza del cambiamento climatico”.

Artico – la battaglia per il Grande Nord” è il risultato di dieci anni di indagini sul campo che Mian ha svolto con lo scopo di raccontare il Nuovo Artico così come è ora, sia dal punto di vista di chi ci vive sia da quello di coloro che, dall’Artico, vorrebbero trarre profitto – o lo stanno già facendo. I cinque capitoli di cui è composto il volume affrontano in maniera monografica ciascuno dei punti nevralgici, “big five” indiscussi, che dominano la polar rush contemporanea, seguendo uno schema che partendo dall’analisi geografica si intreccia poi con lo studio del contesto politico, economico, sociale, antropologico e mescolando abilmente, nel solco della tradizione ormai consolidata della narrative non-fiction, dati accuratissimi, interviste a figure di spicco nei diversi ambiti e testimonianze locali.

“IL GENERALE ESTATE” – Groenlandia: “Ciò che accade nell’Artico non rimane nell’Artico” (pag15). Dal 2011 sono scomparse in Groenlandia 375 miliardi di tonnellate di ghiaccio. La calotta al centro dell’isola supera i 13km di profondità e da sola, per attrazione gravitazionale, è in grado di influire sulla distribuzione degli oceani. Il ghiacciaio Jokobshavn contribuisce da solo al 10% del totale degli iceberg che abbandonano la calotta: tra il 2001 e il 2006 il fronte ha perso 14km. E’ ormai assodato che lo scioglimento dei ghiacci della Groenlandia distrugge la vena più settentrionale della corrente che parte dal Golfo del Messico.

“Le dirette conseguenze della perdita di calotta artica sono abbastanza facili da prevedere, quelle indirette sono molto più complesse, difficili da quantificare e potenzialmente più drammatiche della scomparsa di orsi polari e dell’innalzamento del livello marino” (pag35)

Quali? Narsaq: costruzione della miniera di uranio a cielo aperto più grande del mondo. Dispersione ed emersione di tutto il materiale radioattivo sepolto sotto il ghiaccio in conseguenza al “progetto ICEWORM“, rete di basi segrete americane costruite durante la guerra fredda e poi abbandonate (Volete sapere che fine ha fatto un bombardiere B52 americano, precipitato tra i ghiacci nel 1968 insieme alle sue testate all’idrogeno? Già, lo vorremmo sapere anche noi). Incapacità delle popolazioni locali di adattarsi alla pesca della nuova fauna ittica giunta col caldo – che così diventa esclusivo monopolio delle grandi navi-fabbrica. Disoccupazione, alcool, sradicamento, problemi di integrazione. La perdita di un ecosistema ultima testimonianza, ancora in essere, dell’era Mesoproteozoica.

“RAPSODIA DEL CARIBU'” – Norvegia/Alaska: “Lo spirito che regna nel Grande Nord non è quello di Babbo Natale” (pag44). Mare di Barents: Goliat (ENI) la piattaforma off shore più a nord del mondo. 62mila tonnellate, 92 pozzi, capacità produttiva 100mila barili al giorno. Obbiettivo di Trump: sfruttamento del più grande giacimento artico (6 miliardi di barili) di Nord Slope – Alaska del nord – che però, peccato, al momento è una riserva naturale, ultimo luogo di migrazione dei Caribù (80mila capi).

“ARCIPELAGO PUTIN” – Russia: la febbre bianca. Le miniere-lager fondamenta delle città industriali sovietiche nell’Artico; la “pattumiera nucleare” di Novaja Zemlja; la piattaforma Tsentralno-Olginkaya, mare di Laptev, 10miliardi di tonnellate di petrolio estratte stimate. La storia di Petr Shelomovsky, uno dei pochi fotoreporter a esser riuscito a documentare l’apocalisse ambientale dell’artico sovietico. Norilsk, la città più fredda e inquinata della Russia con i suoi impianti di nikel e rame (per paradosso, gli elementi base per la costruzione delle batterie per le auto elettriche), le nubi di anidride solforosa e i “colori acidi” del cielo. Il sommergibile Kursk k141 che nell’agosto del 2000 esplose e affondò nel mare di Barents, col suo carico di missili atomici. La storia del King Crab, il pregiato granchio reale russo che spinto dal riscaldamento dell’Artico Russo ha varcato i confini del Finnmark orientale.

“Lascia che la bestia verde in Siberia sia vestita nel cemento armato delle città, nel cemento delle fabbriche chimiche, cinta dal ferro e da mille binari. Lascia che la taiga sia bruciata. Solo con il cemento e con il ferro si realizza la fraterna unione dei popoli, la fratellanza si forgia nel ferro nel cemento. Vladimir Zazverin” (pag75)

“IL DRAGONE BIANCO” – Islanda: “La tigre bianca è diventata presto un gatto spelacchiato” (pag92). Baia del Finna Fjord – ora ice-free per tutto l’anno grazie al global warming: sorgerà uno dei più grandi porti del Nuovo Artico (investitori: Germania, Islanda, Cina, Singapore, fondi americani): stoccaggio petrolio e gas, complessi per la trasformazione delle materie prime. Il “last chance tourism“: da Game of Thrones alla wilderness, ecco a voi il selvaggio a portata di low cost. Quando “Arctic” è più cool di “green”.

“Si paga per giocare al piccolo Amundsen, la comitiva diventa spedizione, si cerca la solitudine remota in gruppo. Vivono l’esperienza del servaggio o la compassione per un ghiacciaio come fossero davanti alla gabbia del gorilla” (pag106)

“L’Islanda ha fatto dell’Artico un brand. L’ha spogliato dell’accezione colpevolizzante – un mondo fragile, sfregiato, sempre meno bianco – consegnandolo all’immaginario e al mercato come l’esotico d’ultima generazione, il Selvaggio a portata di tutti” (pag107)

“LA PROFEZIA DI BOREA” – Canada/conclusione: “Si è ammantata di poesia e di romanticismo una rapina” [Tony Penikett, ex premier Canadese] (pag122). Popolazione indigena dell’Artico: il più alto tasso di suicidi al mondo. E’ come se in Italia ogni anno si ammazzassero 60mila persone. Le cause: lo sradicamento coatto, la sensazione di inutilità (tradizioni, cultura orale, sciamanismo), il senso Inuit che non concepisce l’individuo in quanto sé ma solo come parte di un ambiente.

Insomma, a dispetto dei turisti dell’estremo che cercano nell’Artico l’ultimo luogo “immutabile e fuori dal tempo” l’Artico si muove eccome, ed è forse il fastello più grande delle contraddizioni che animano il mondo moderno: dalle miniere di uranio della Groenlandia, che ad oggi è uno stato autoproclamatosi antinucleare, alla Svezia con i suoi movimenti per la creazione di un “genere neutro” e i siti web in cui si denunciano gli uomini “troppo machi”, dal movimento culinario del New Nordic (Noma, Copenaghen) con la sua cucina boreale fatta di bacche, muschi e licheni alla lotta per lo sgombro, diventato insieme al merluzzo un “animale politico” che avvelena i rapporti tra Norvegia, Scozia, Irlanda e Islanda poiché in migrazione stabile dalle sue terre tradizionali verso l’area delle Faer Oer, a causa del surriscaldamento dell’acqua.

https://it.wikipedia.org/wiki/Artide#/media/File:Artide.svg

Buona lettura 🙂

#adcNorthPole: un viaggio al Nord (intro)

Certo, a chi non sarebbe piaciuto cominciare così?

Kit Harrington/John Snow – Game of Thrones (David Benioff – DB Weiss).
“Cronache del ghiaccio e del fuoco”, George RR Martin (Ita: Mondadori)

O anche così:

Tobias Menzies/Commander James Fitzjames, (27/07/1813 – 1848?) alto ufficiale britannico che partecipò alla famosa “Spedizione Franklin” in qualità di comandante della HMS Erebus, a servizio dell’Ammiraglio Sir John Franklin – TheTerror, (David Kajganich – Ridley Scott) tratto dell’omonimo “The Terror” del romanziere Dan Simmons (Ita: Mondadori), fictional drama che racconta in maniera romanzata (quanto? nessuno lo può dire) il destino della sfortunata spedizione Franklin (cfr. Fergus Fleming, “I ragazzi di Barrow”, Ita: Adelphi)

La tentazione m’era venuta, davvero. Sarebbe stato altamente evocativo raccontarvi di come il cinema di questi ultimi anni (a partire dalla letteratura, ovvio) si sia profondamente nutrito e sfamato di Artico, di come ce lo abbia mostrato, servito, dato in pasto, e di come sia riuscito a renderlo uno dei nostri desideri proibiti, tradurlo in evidente bisogno creandone poi la dipendenza.

Però l’amara verità è che quell’Artico lì, quello a cui John Snow strizza l’occhio e quello ricostruito da Ridley Scott, per dire, ecco proprio quello non esiste più. Finito, chiuso, punto: di-men-ti-ca-te-ve-lo.

Sicché a rievocarlo così, da principio, avrei vinto facile; solo che a me vincere facile non è mai piaciuto e per altro penso che i lettori di ADC si meritino sempre qualcosa in più. Rischiandola grossa quindi ho pensato di mostrarvi le diapositive 3 e 4 al posto degli addominali di John Snow. Perdonatemi se potete, e guardatele bene.

Artic multi-year sea decline (fonte: NASA)
Wikipedia

Si tratta di due rappresentazioni cartografiche che mostrano il ritirarsi dei ghiacci artici nel corso degli ultimi 20-30 anni. La seconda immagine in particolare mostra la dimensione minima raggiunta nel 1984 confrontata con la dimensione, sempre minima, raggiunta nel 2012. Si badi: dimensione MINIMA. Proprio da qui, Signore e Signori, da queste due AGGHIACCIANTI CARTINE ho deciso – pur con qualche nostalgia per l’amato Tobias Mendiez, va detto – di cominciare il nostro viaggio nel Grande Nord.

Lo so, sarebbe stato bello partire da dove forse ci piace di più. Dal punto in cui si fa meno fatica, dal punto in cui lo spirito di critica lascia spazio alla fruizione dell’immaginario. Dalle terre estreme, dall’idea del freddo, dell’avventura, della meraviglia, dell’inesplorato. Sarebbe stato accattivante, non convenite? Affondare le mani negli archetipi di una narrazione confortevole e priva di sorprese sgradevoli. Una narrazione che ci avrebbe solleticato vista e udito, che ci avrebbe fatto star caldi sotto i nostri piumini, l’abat-jour accesa e la tisana bollente sul comodino. Una narrazione d’impatto, una cosa da Instagram insomma, bella nel volto, pur con tutta la sua crudezza (lontana, inarrivabile – ah menomale, che sollievo), ma priva di strascichi nell’argomento.

Corpo di mille balene, dobbiamo pure divertirci un po’, giusto? Pensare ad altro, immaginare, e-va-de-re!

Spiace davvero, ma non sarà così. Verrà il tempo per questi racconti, spazio per loro ce n’è  – ma non è ora. 

Sembrerà banale ma la trovo una questione di rispetto – e ci sono arrivata per gradi, mentre procedevo con le mie letture: leggendo di Artico, ho capito che l’Artico esige riguardo. Lo chiede non soltanto per sé ma anche nei confronti di chi scrive davvero di Artico, per chi nell’Artico ci lavora, ci vive o ci ha vissuto e ne è scappato. L’Artico in sé – riguardo per come è ora – e non per come vorremmo che fosse, per come lo pensiamo, per come lo evochiamo. Insomma deferenza per quello che è stato e per quello che ora non è più

Questo viaggio di ADC sarà lungo. Preparatevi, fate i bagagli ma partite leggeri, con voi solo lo stretto indispensabile: ci occuperemo di narrative non-fiction e di forme ibride, nuove, per raccontare il presente; parleremo di geografia, di antropologia, di climatechange, di economia e di politica, perché non si può parlare BENE di Artico senza tirare in ballo la NATO, la guerra fredda, il genocidio degli Inuit, l’antica Via della Seta, la febbre bianca (l’ossessione dei Sovietici per il grande freddo). Troverete diversi post, sparsi qua e là, che utilizzerò un po’ come un taccuino di esperienze di lettura – così come ADC è nato tanti anni fa, recuperandone il senso: pagine di appunti.

Ci saranno citazioni, note, rimandi, asterischi, elenchi di pensieri. E’ quello che fa parte delle mie letture – quello che a me è piaciuto leggere, non quello che voi dovreste leggere perché è cool o appena uscito in libreria o perché lo consiglio io – tutto questo potrà arrivare dopo, a vostra scelta. #AdcNorthPole è un cammino non ancora concluso, che mi sta portando da un libro all’altro e che, seppur nato da un caos imperscrutabile fatto di caso e fortuna (come quasi tutti i miei progetti di lettura), chissà come – quasi miracolosamente – poi sta trovando un suo equilibrio fatto di tanti sassolini minuscoli, uno in fila all’altro, a mostrarmi la via da seguire. 

Come al solito si tratta di un percorso aperto: benvenuti tutti coloro che vorranno segnalare e condividere testi, articoli link. Evviva, si parte.

Buona lettura 🙂

Anteprima: l’onore di aprire il prossimo post spetterà ad “Artico – la battaglia per il Grande Nord“, di Marzio G.Mian, edizioni Neri Pozza – e in accompagnamento “Artico Nero – la lunga notte dei popoli dei ghiacci“, di Matteo Meschiari, edizioni Exorma. Due testi che vi stupiranno per la loro potenza e la capacità degli autori di raccontare il presente.

“Cleopatra”, di Alberto Angela

Credo molto nella rivoluzione editoriale operata dalla narrative non-fiction contemporanea. Tutto viene forse dall’idiosincrasia che noi lettori di una certa età abbiamo sviluppato nei confronti di un approccio alla saggistica che si potrebbe riassumere tirando in ballo l’evocativo concetto del “mattonazzo”.

La questione in sé è banale: ci siamo formati così, idiosincratici – da lettori prima, da studenti poi (ma anche l’inverso, certo) – solo perché una volta il mercato dell’editoria di settore non offriva molto altro se non testi specialistici che anche fuori dall’ambito accademico si portavano dietro l’impianto didattico ed esperienziale di una lezione universitaria: linguaggio estremamente tecnico, impaginazioni poco accattivanti, scarso interesse nei riguardi di un’iconografia la cui presenza veniva talvolta percepita come un pericoloso rischio di abbassamento dei toni.

C’era un po’ il pregiudizio secondo cui sui testi di saggistica occorresse per forza sudare, e la sensazione, strisciante e condivisa, che la quantità di sudore e di fatica profusa nell’affrontare un testo non fiction fosse condizione necessaria e sufficiente – l’unico metro di giudizio – per stabilire l’effettiva bontà del prodotto. L’idea che anche un poco di divertimento (sì, qualcosa di enjoyable) potesse scaturire dalla fruizione del testo, in quel momento lì, intendo, non dopo averlo concluso e interiorizzato ma proprio nel presente della lettura, era un qualcosa che spesso veniva considerato secondario, se non accessorio.

D’altra parte non si può prescindere dall’assunto secondo cui per parlare di certi argomenti occorre il linguaggio giusto. E il linguaggio giusto deriva indiscutibilmente dalle competenze acquisite perché la tuttologia non può mai andare a braccetto con la saggistica, pena l’impoverimento dei contenuti. E’ un discorso complesso che mette in gioco più attori: da una parte autori competenti, tecnicamente formati ma ormai necessariamente aperti all’utilizzo di forme di espressione nuove (e perché no, magari anche tecnologicamente avanzate e social), dall’altra figure editoriali consapevoli, in grado di recepire e interpretare i gusti del pubblico di settore e gestire il conseguente ruolo di mediazione tra le parti che ne deriva.

Per quanto mi riguarda, penso proprio che attraverso la narrative non fiction (un genere letterario, ricordiamolo in brevissimo, che utilizza stile e tecniche proprie della narrativa – potremmo dire del “romanzo”, con la consapevolezza di operare una riduzione per difetto – per raccontare la realtà dei fatti, badando a mantenere alta e circostanziata la qualità dei contenuti) la saggistica abbia finalmente trovato, recuperandolo, il posto che merita all’interno del panorama editoriale esterno all’accademia. 

Nella prefazione a “Cleopatra” Alberto Angela parla proprio di questo fatto:

“Questo percorso ha richiesto la puntigliosa consultazione di una notevole quantità di materiali e di fonti, dai saggi scritti da storici, esperti e studiosi moderni ai testi degli autori antichi, alle descrizioni di scoperte archeologiche. (…) A più di 2000 anni di distanza a volte ci si può basare solo sulle testimonianze e sugli scritti degli antichi. Con tutti i limiti che possono comportare (…). Quindi come possiamo fare? Con l’unico approccio possibile. Se la realtà non c’è più, si possono fare ricostruzioni verosimili basate su ciò che sappiamo di allora, su dati archeologici e avvalendoci della consulenza di storici contemporanei. Ogni parte “romanzata” di questo volume si basa su una fedele ricostruzione storica dei luoghi e delle abitudini dell’epoca. Lo stile narrativo aiuta a “dare vita” alla storia vissuta che è rimasta appesa, spesso a brandelli, dentro quei preziosi testi antichi, purché il tutto venga eseguito in modo rigoroso o, in mancanza di informazioni, quanto più verosimile possibile.

(…) Esistono molti libri di storia antica, e sono preziose fonti inesauribili di informazioni, dati e citazioni. Ma spesso risultano troppo aridi perché mancano di “vita”. La storia è anche racconto. E’ possibile unire le informazioni storiche a uno stile narrato? Associare il piacere della lettura di un romanzo al rigore di un testo “accademico”? Io credo di sì”. (pp15-16)

Last but not least, qui (da LinkedIn) Laura Donnini, CEO di Harper Collins Italia, ci spiega quali siano gli altri motivi che l’hanno spinta a pubblicare “Cleopatra”: regina d’Egitto che tanto fece parlare di sé (forse fu davvero la prima influencer globale?!) attraverso un’autorevolezza che poco ha avuto a che fare con i “luoghi comuni della bellezza e del successo”.

Buona lettura 🙂

“Atlante sentimentale dei colori”, di Kassia St Clair (trad. di Claudia Durastanti)

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Chi di noi non ha un colore preferito? Magari non ne siamo consapevoli eppure c’è per forza, esiste, è lì – ma non è un colore vero è proprio, non lo è quasi mai. Molto più spesso infatti è soltanto una sfumatura ben precisa: una tonalità.La mia per esempio è il malva, perché mi aiuta a ricordare che il passare del tempo altro non è se non un continuo e confortante divenire, da passato a futuro; il malva è il colore degli anni in cui mia nonna era solo una mamma e di quando mia zia e mia mamma erano solo le figlie di una sarta che lavorava in casa e di un commerciante di stoffe tra i cui campionari – come racconta mia zia – spiccavano gli scampoli color carta da zucchero e ancora, nonostante fosse ormai demodè, di quella specifica sfumatura di viola altrimenti detta “viola di Perkin”.

Per qualcuno il colore preferito può essere il rosa “Baker-Miller dei fiocchi tra i capelli il giorno della prima comunione, o lo scarlatto dello smalto preferito, o l’ossidiana del primo motorino. Quel che forse non sappiamo è che dietro a quasi tutte le centinaia di tonalità scoperte o inventate dall’uomo è nascosta una storia: di come quel colore si è creato, di chi lo ha fatto nascere (magari per caso), o di come invece sia sempre esistito, camuffato sotto altri usi e altre definizioni, e infine di come, a un certo punto, sia caduto in disgrazia o soltanto – incomprensibilmente – dimenticato.

E così, leggendo #TheSecretLivesOfColour, veniamo a scoprire che il blu di Prussia fu il risultato del tutto casuale di un errore commesso dall’alchimista berlinese Johann Jacob Diesbach (inizio XVIII sec. dC)  nel procedimento utilizzato per creare la lacca rosso cocciniglia; e che il luminoso giallo indiano, tanto utilizzato dagli occidentali nel corso del Seicento per via della sua provenienza così esotica, altro non era se non l’ovvio derivato di “secrezioni animali” (di cui conservava anche il tremendo odore di ammoniaca). O che l’amaranto (in greco a/màrantos, “ciò che mai appassisce”) era usato dagli antichi per ornare le statue degli eroi, perché “alludeva all’immortalità con la sua fioritura prolungata”. 

L’#AtlanteSentimentaleDeiColori è un viaggio a tappe, 75 affascinanti storie ognuna delle quali tocca una delle sfumature più utilizzate in pittura, dal bianco biacca al nero buio, la cui invenzione o scoperta ha cambiato il corso non soltanto della storia dell’arte ma anche della moda, dell’antropologia e perfino della politica. 

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Regalatelo a Natale, chi lo riceverà ve ne sarà grato.

Buona lettura 🙂

“*Non fidarti mai di una donna che veste color malva, qualsiasi età possa avere, o di una donna che, sopra i trentacinque anni, ami i nastri chiari* dichiarava Oscar Wilde nel Ritratto di Dorian Gray pubblicato nel 1891. *Significa sempre che ha un passato*” (pag184)

L’affaire SV.

“Mi dico che ormai siamo tutti collegati alla rete globale – non solo: ci siamo legati a essa, ne siamo dipendenti. E’ la nuova droga: l’istante, l’adesso, il globale” (“Accanto alla macchina – la mia vita nella Silicon Valley”, di Ellen Ullman – 1997, Minimum Fax 2018, Kindle 355)

“Le società tecnologiche stanno distruggendo qualcosa di prezioso, ossia la possibilità di meditare, poiché hanno creato un mondo nel quale siamo costantemente monitorati e continuamente distratti. (…) Il loro bene più prezioso è anche il nostro, ovvero la nostra attenzione, e loro ne hanno abusato” (“I nuovi poteri forti”, di Franklin Foer, Longanesi 2018, Kindle 159)

“In quanto umani, viviamo tra le rovine di uno splendore immaginato. Le cose non dovevano andare così: nel pacchetto originale non rientravano debolezza, vergogna, dolore, e neanche morte. Abbiamo sempre avuto un’idea ben più alta del nostro destino. Tutte le nostre disavventure – il giardino, il serpente, la mela, la cacciata – sono frutto di un errore fatale, di un crash di sistema” (“Essere una macchina”, di Mark O’Connell, Adelphi 2018, pag13)

Ho pensato molto a come affrontare questa materia oscura. Occorrerebbe la scienza di uno sguardo esterno, libero dal pregiudizio, mi dicevo. Cosa di cui io probabilmente difetto a causa di certi miei trascorsi professionali.

Basti dire che poco tempo fa mi capitò di dissertare amichevolmente proprio della discrepanza tra l’astrattezza rarefatta del codice e gli scopi pratici tutto fuorché astratti per i quali esso viene creato, con una persona di cui per ovvie ragioni non posso specificare nulla. Eravamo asserragliati dentro a un non-luogo simile a una conchiglia vetrificata, libera da qualsiasi contatto con la realtà esterna, identificata al suo interno da una quasi totale assenza di rumore, di suoni – finanche di TEMPERATURA. Dai vetri insonorizzati guardavo le gocce di pioggia strisciare sui parabrezza delle auto parcheggiate di sotto ma anche la pioggia mi pareva una realtà astratta, creata ad arte.

Un altro giorno della medesima estate, quella appena trascorsa, ho dovuto fare un lungo viaggio in macchina. Mi sono inoltrata nelle campagne di un nord Italia rovente. Ho passato quasi tre ore in autostrada, mi sono lasciata alle spalle una tangenziale suburbana e poi anche l’ultimo avamposto abitato – un grumo di casette a due piani, intonacate di arancione – per finire la mia corsa in mezzo al nulla dei campi di soia. O così pensavo, salvo poi comprendere che dentro certi capannoni che finalmente vedevo in lontananza e verso i quali dovevo dirigermi stava racchiusa una parte di quell’industria italiana e internazionale che progetta il nostro Futuro (…ma per un momento, un unico, piccolissimo istante, che il Cielo mi perdoni, ho pensato solo a “Toys” con buona pace di chi le convergenze evolutive le fa prendendo a benchmark Black Mirror)

toys

Totalmente inadeguata quindi, per affrontare certi discorsi: forse la gente vuole qualcuno che critichi, mi dicevo, qualcuno che gliela canti, qualcuno che FACCIA OSSERVAZIONE – e quel qualcuno non sono certo io, dato che la prima reazione che ho avuto di fronte ai due casi di cui sopra, esemplificativi di un modo di fare business molto specifico, – reazione che in genere ho sempre, da 15 anni a questa parte, ogni volta che vengo a contatto con simili realtà professionali – è stata quella della stupefatta meraviglia. Siccome però c’era caso di doverne parlare, ho pensato che fosse il momento di rompere gli indugi: e forse anche lo stupore e la meraviglia possono essere un inizio.

.1 – “Accanto alla macchina – la mia vita nella Silicon Valley”, di Ellen Ullman (1997), Minimum Fax 2018

“Ho attraversato una membrana oltre la quale il mondo reale e i suoi fini perdono di consistenza” (Kindle 55)

Partite da qui, se volete capirne qualcosa di più sulla Silicon Valley e su chi – o su ciò – che l’ha creata. Partite dalla pioniera Ullman, che dopo un dottorato in materie umanistiche entra quasi per caso nel mondo della tecnologia high level, all’epoca ancora agli albori, e la sconvolge dall’interno scrivendo con “Close to the machine – Technophilia and Its Discontents“, un memoir che è anche un atto di accusa, oltre che una dichiarazione d’amore (quasi) incondizionato. Donna, over 30, ebrea, bisessuale, ex attivista politica, programmatrice – Ellen Ullman, da outsider qual era, per prima ha trovato il coraggio (e si è potuta permettere) di mettere in chiaro il rischio intrinseco a cui espone il lavoro esclusivo sulle stringhe di programmazione, ossia la depersonalizzazione.

“Gli eventi-macchina avevano più realtà, mi accompagnavano da più tempo, degli esseri umani seduti intorno a quel tavolo. Di colpo mi sono resa conto che il problema non era rimpiazzare una realtà con un’altra, ma il fatto che le realtà fossero due. Io ero lì, al confine: l’interfaccia fra il sistema, in tutta la sua esistenza, e le persone, in tutta la loro” (Kindle 172)

“Nel programmatore entrano a contatto il mondo per come lo comprendono gli umani e il mondo per come va spiegato a un computer: ma quello che si produce è uno strano stato di disgiunzione” (Kindle 270)

Di “Close to the machine” ne hanno parlato in tanti – gente molto più in gamba di me – e li trovate tutti qui. E tutti hanno sottolineato i pericoli in cui incorre chi fa dell’astrattezza del lavoro sui numeri il proprio core business, dimenticando così che alla fine quei numeri hanno una destinazione che rimane, prettamente e inesorabilmente, umana. Qualcuno poi è giustamente andato oltre, facendo notare di come il rapporto che verrebbe da definire speciale, elitario, tra la macchina e il suo programmatore (ma non solo: anche tra la Ullman stessa e i suoi collaboratori più stretti, mi vien da dire) sia qualcosa di prezioso, almeno nei suoi fondamenti, qualcosa che la Ullman trattene con sé e difende (con cognizione di causa evito di utilizzare il verbo “giustificare” sebbene mi sia venuto in mente per primo) in nome di un concetto altro, figlio di processi mentali, in specie di stampo socio-politico, nati e cresciuti ben prima dell’invenzione delle macchine stesse.

“Quando ero nel partito dicevamo spesso che il marxismo-leninismo era una *scienza*, e il partito la sua *macchina*. E quando il mondo non si adeguava alle idee che avevamo su di esso (…) reagivamo da programmatori. Ci avvicinavamo alla macchina. Dovendo avere a che fare con la confusione della vita umana, cercavamo di semplificarla” (Kindle 378)

E questo, ahinoi, non è che l’inizio della questione.

.2- “I nuovi poteri forti”, di Franklin Foer, Longanesi 2018

“L’algoritmo sarà anche l’essenza dell’informatica, ma non è esattamente un concetto scientifico. (…) Benché le sue origini siano evidentemente umane, la fallibilità umana non è tra le caratteristiche che tendiamo ad associare all’algoritmo. (…) Diamo per scontato che l’algoritmo sia privo di pregiudizi, intuizioni, emozioni o indulgenza” (Franklin Foer, “I nuovi poteri forti”, Longanesi 2018 – Kindle 1105)

poteri fortiFranklin Foer, fratello dello scrittore Jonathan Safran, ha diretto per sei anni la rivista “The New Republic” ed è ora corrispondente del “The Atlantic”. Nel suo “World Without Mind: The Existential Threat of Big Tech” alcuni direbbero che “si scaglia” – io preferisco un più grezzo “se la prende” – contro/con tutto ciò che Ellen Ullman aveva potuto soltanto intuire ma non sperimentare appieno, dati i tempi: il monopolio tecnologico – in questo caso dell’informazione. Facebook, Google, Amazon, Apple: aziende che ci hanno venduto – o meglio ancora, regalato – i loro “prodotti” con il dichiarato intento di rendere migliore la nostra vita, facendoci guadagnare in efficienza e risparmiare tempo. Peccato che il dichiarato intento poi abbia portato con sé questioni che col miglioramento della nostra vita paiono aver poco a che fare.

La parte a mio avviso più interessante di questo pamphlet è lo storytelling riguardo la nascita della Silicon Valley, che si compone per lo più – e il fatto degno di nota è che in pochi ormai ne sono a conoscenza – di temi politici e sociali.

“La brama di monopolio della Silicon Valley risale (…) alla controcultura degli anni Sessanta, all’interno della quale emerse dalla visione più poetica del  concetto di peace and love. Per essere ancora più precisi, inizia con uno dei principi del movimento hippie” (Kindle 185)

Ad esempio, tra le altre Foer analizza nei dettagli la figura, controversa e carismatica, di Stewart Brand – uno dei punti di riferimento dei frequentatori del mondo psichedelico della penisola di San Francisco. Il dono di “Brand, figlio di un dirigente di un’agenzia pubblicitaria (…) fu quello di saper incanalare i desideri spirituali della sua generazione e poi spiegare come potessero essere realizzati dalla tecnologia. (…) Sviluppò un nuovo genere di pubblicazione, che conteneva qualcosa di simile a collegamenti ipertestuali ai testi di altri viaggiatori e, molto prima dei TED, creò un circuito di conferenze scientifiche. In questo modo Brand finì per ispirare una rivoluzione nel mondo informatico” (Kindle 208-209).

“Questo sogno di trasformazione, di un mondo curato dalla tecnologia e unito in un pacifico modello di collaborazione, trasmette un piacevole senso di innocenza. All’interno della Silicon Valley (…) quello che era nato come un sogno entusiasmante – l’umanità intera unita da una sola rete al di sopra di tutto – è diventato la base del monopolio. Nelle mani di Facebook e Google, la visione di Brand è divenuta un pretesto per la sopraffazione” (Kindle 213)

Per farla breve, diciamo che il punto di partenza di Brand fu il “tentativo di indurre artificialmente un senso di consapevolezza amplificata“. Cosa che più avanti lo portò ad “attribuire le stesse capacità di alterazione della coscienza ai computer” (Kindle 235). E’ un punto molto importante questo, perché è il cardine su cui dobbiamo far peso se vogliamo davvero capirne qualcosa (e sarà fondamentale più avanti, all’elenco che porta il numero 3):

“Nel suo manifesto, Brand riassumeva il pensiero del movimento delle comuni, e lo faceva avanzare sotto certi importanti punti di vista. Era stata la tecnologia, sosteneva, a creare i mali del mondo, e solo la tecnologia poteva risolverli. Gli attrezzi, tolti dalle mani di monopolisti e guerrafondai, potevano rendere gli individui più autosufficienti e liberi di esprimere se stessi. Gli strumenti di potere al popolo, insomma. Se alcuni di questi concetti sembrano familiari, è perché risuonano da anni in decine di pubblicità Apple”

Sicché, se da una parte la cultura che si respira ancora nella Silicon Valley, coi manager in t-shirt e le strutture organizzative a matrice all’interno delle quali (vivaddio!) non è così facile individuare i legami gerarchici (ma è molto facile individuare la catena delle responsabilità individuali, e non è poco), è derivazione diretta dello spirito della comune, dall’altra essa stessa, contemporaneamente, giustifica la necessità del monopolio convinta che un’eventuale concorrenza non sia di aiuto nella ricerca del bene universale.

“Le big tech ritengono che l’uomo sia fondamentalmente un essere sociale, fatto per l’esistenza collettiva, ripongono la loro fiducia nella Rete, nella saggezza della folla e della collaborazione, coltivano un desiderio profondo di porre rimedio all’atomizzazione della società. Ricucendo il mondo, lo cureranno dai mali che lo affliggono” (Kindle 75)

E questo, ahinoi (reloaded), è un altro, significativo pezzo dell’affaire Silicon Valley.

.3- “Essere una macchina”, di Mark O’Connell, Adelphi 2018

“A forza di informarmi, mi sono reso conto che del movimento non esiste una versione ortodossa, autorizzata, ma che chiunque vi aderisca condivide una visione meccanicistica della vita umana, in cui gli uomini si considerano dispositivi tenuti e destinati a inventare versioni migliori – più efficienti, potenti utili – di sé. (…) Definizione generale: il transumanesimo è un movimento di liberazione che rivendica nientemeno che una totale emancipazione dalla biologia. Esiste una concezione alternativa – uguale e contraria – secondo cui questa apparente liberazione sarebbe, in realtà, soltanto il definitivo e totale asservimento alla tecnologia” (p17-18)

essere una macchina

Allora, facciamo un passo indietro. il giornalista irlandese Mark O’Connell, corrispondente di varie testate tra cui Slate e The Guardian, nel 2015 decide di impegnare una dozzina di mesi della sua vita, giorno più giorno meno, nello studio del movimento del transumanesimo. Quel che ne viene fuori è un reportage potentissimo, pubbicato in Italia da Adelphi, che indaga uno dei fenomeni culturali più sinistri e inquietanti della nostra epoca. Cosa questo abbia a che fare con l’affaire, è presto detto.

“Più approfondivo la questione, più mi rendevo conto di come il transumanesimo (…) esercitasse un’influenza molto forte sulla cultura della Silicon Valley, quindi più in generale sull’immaginario culturale legato alla tecnologia. Tale influenza mi pareva riscontrabile nella fanatica devozione di molti imprenditori della tecnologia all’ideale di una radicale estensione della vita: si pensi, ad esempio, ai fondi stanziati da Peter Thiel – cofondatore di PayPal e investitore in Facebook – in favore di svariati progetti per l’allungamento della vita, o a Calico, la sussidiaria biotecnologica di Google che si propone di trovare rimedi all’invecchiamento. E l’influenza del transumanesimo era percepibile anche negli ammonimenti sempre più accorati di Elon Musk, Bill Gates e Stephen Hawking sulla prospettiva di un annientamento della specie a opera di una superintelligenza artificiale, per non parlare del coinvolgimento in Google, come direttore dell’engineering, di Ray Kurzweil, il sommo sacerdote della Singolarità Tecnologica. (p19)

In “To Be a Machine – Adventures Among Cyborgs, Utopians, Hackers, and the Futurists Solving the Modest Problem of Death“, verrete edotti sulle più avanzate tecniche di estensione dell’aspettativa di vita e del suo potenziamento attraverso mezzi farmacologici e tecnologici, uploading della mente, tanatologia crionica, intelligenza artificiale, applicazione di protesi e manipolazioni genetiche. Comprenderete come mai, se è vero che le nostre aspettative “dipendono in larga parte da ciò che riusciremo a fare con le macchine”, la questione della cultura capitalistica (ecco, ci risiamo!) sia di fondamentale importanza insieme a quella della trickle-down economy tanto cara agli americani. Comprenderete anche quale siano le connessioni che collegano la “cultura del tecno-progressismo” (p59), nata e cresciuta all’interno della Silicon Valley, a tutta la Bay Area e il perché Elon Musk abbia “definito l’intelligenza artificiale *la più grande minaccia alla sopravvivenza dell’umanità*” (p92) all’interno di una riflessione più ampia, “tecno-darwinista“, secondo cui “mentre l’essere umano progetta la propria evoluzione, crea simultaneamente le condizioni per la propria obsolescenza” (p102). [Non per nulla il Future Life Institute, ente privato fondato tra gli altri anche da Jaan Tallin (Skype) ha recentemente ricevuto una donazione di 10 milioni di dollari proprio da parte di Musk, “per avviare un progetto di ricerca globale mirante a scongiurare la catastrofe che potrebbe essere causata dall’intelligenza artificiale” (p109)]. Per non parlare dello sforzo ormai ben noto di Amazon, che con l’Amazon Picking Challenge aveva messo in piedi una “gara di robot” che altro non era se non un’operazione di business volta a scoprire se qualche azienda fosse (già) in grado di sviluppare un robot capace di sostituire la manodopera umana all’interno dei magazzini. Farete la conoscenza di biohacker (detti anche “transumanisti pratici“) che scelgono di auto-impiantarsi pezzi sottocutanei di tecnologia capaci, a loro dire, di ampliare le “capacità sensoriali e cognitive del corpo umano” (p150) e capirete infine come mai, parlando di uploading della mente e di radicale allungamento della vita ci si trovi a fare i conti, alla fine, quasi più con una dimensione spirituale che con il vero e proprio progresso tecnologico.

“Il verbo *risolvere* riassume, a mio parere, l’ideologia della Silicon Valley secondo cui tutte le faccende della vita si possono suddividere in problemi e soluzioni: e le soluzioni consistono immancabilmente in una qualche applicazione della tecnologia. Che il problema sia ritirare i vestiti in lavanderia, districarsi tra le complessità delle relazioni sessuali o affrontare il fatto che prima o poi si morirà, possiamo trovare una soluzione. La morte, da questo punto di vista, non è più un problema filosofico: è un problema tecnico. E ogni problema tecnico prevede una soluzione tecnica” (pag197-198)

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Cosa penso. • Penso che questo sia stato un viaggio incredibile –  che per me non si può certo dire concluso. Né sui libri dato quel che c’è da leggere in merito (guardatevi la bibliografia citata da O’Connell e poi mi direte!) ma nemmeno fuori dai libri, dato che non credo – ma neppure lo spero, in verità – di aver chiuso qui con la SV per quanto riguarda la mia professione “fuori” dai libri. •  Ringrazio Adelphi per l’invio di “Essere una macchina”.  • E mi permetto anche altri tre ringraziamenti: il primo per Mr. Giuseppe Strazzeri, di Longanesi, che ha sopportato con dedizione le mie elucubrazioni notturne via Twitter su “World Without Mind”; il secondo e il terzo per la mia coppia di mentori Francesco Guglieri e Luca Albani.

ps. domenica 25 novembre 2018 torna Studio in Triennale. Tra gli altri, sarà presente anche Mark O’Connell.