"Red Chapel", di Mike Resnick

More about Red ChapelGrazie a 40K abbiamo scoperto Mike Resnick. Alla buon’ora, direte voi. Ebbene sì, vergogna assoluta, ma tant’è. Come a dire che le defaillances sono proprie anche di chi ce la mette tutta. Ora, temiamo che il tipo in questione ci crei dipendenza, e la cosa sarebbe grave visto il numero di pubblicazioni ( “I’ve published tens of novels and well over over two hundred short stories dice lui nella sua biografia. Annamobbene).

La questione è che disgraziatamente la produzione dell’autore contiene in sé quella trasversalità di utilizzo che rende la faccenda oltremodo spinosa.


E’ sera, fa freddo fuori, i vetri sono pieni di brina, il giardino condominiale è una pista di ghiaccio per pattinatori professionisti, i bambini dormono ed è pure Halloween? Ok, non è che proprio proprio amiamo Jack O’ Lantern alla follia, ma, via, uno scheletrino non ce lo leva nessuno.


Così, valà, mi leggo di Jack The Ripper, che tanto sono solo 37 pagine, giusto il momento a cavallo della mezzanotte, chè domani, all’alba, sarà già troppo tardi e fuori luogo.

E supponiamo – ci proveremo, poi vi daremo notizie – che “Keepsakes” 2011 letto al momento giusto, potrebbe dare risultati eccezionali.

Insomma, il pensiero allo specchio: rifletto sul mood, e POI scelgo il libro (una sorta di “cherrypicking” de no’ artri), perché DI SICURO, tra tutto quello che questo signore all’apparenza modesto s’è inventato, qualcosa di buono c’è.
Gli amici di Zazie mi sa che ci andrebbero a nozze e il lettore rischia, vedi sopra, la dipendenza.

Ma siì, ma siì (segue gesto vago con la mano destra, di polso, rotatorio da sotto in su, della serie go ahead, via, lascia correre, panta rei)… perché c’è il fascino della short story, quella cosa che vedi e non vedi, una finestra aperta su un mondo già cominciato, e che poi qualcun altro chiude così, all’improvviso, e per una volta – finalmente – ti senti trascinato via, in balìa dello scrittore che, con il lettore, fa quel che vuole lui. E’ l’arte del togliere al posto del mettere, caratteristica principe del racconto ben riuscito. 
Un so-ma-non-so e e non posso sapere, intuizioni di particolari minimi eppure pregnanti, descrizioni accennate ma vivide e significative, dialoghi serrati perché vincolati dall’economia della tipologia narrativa.

Perché delle volte è molto più semplice puntare al malloppone in tre volumi piuttosto che a un minimo sindacabile composto da 37 pagine fronte e retro, come a dire, eh, mo’ te voglio, a rifletterci sopra.

"Re di bastoni, in piedi", di Francesca Battistella

More about Re di bastoni, in piedi L’italiano regionale è il paese dei balocchi. Abracadabra.

L’uso regionale delle forme, grammaticali e sintattiche, porta all’esemplificazione di una varietà d’uso che pochi raffronti ha con la letteratura di altri Paesi europei.
Si parla sia di strutture grammaticali intrinseche alla locuzione, e quindi spesso neppure così mediate dalla consapevolezza metodologica (struttura paratattica, utlizzo della relativa), sia di lessico a bassa distanza strutturale con le forme più piene del dialetto, che nell’italiano regionale vengono smussate della loro crudezza espositiva – attraverso il confronto quotidiano con la lingua italiana – mantenendo tuttavia il significato pregnante dell’espressione dialettale.

L’italiano regionale è la lingua dei profumi e dei sapori. E’ la lingua della nostra arte culinaria, fatta di ingredienti e materie che tutto il mondo ci invidia. Verdure, frutta, farine, pane, olio, formaggi, introdotti con arte subito al principio del racconto, così da permeare poi – come il profumo del ragù della domenica preparato da mamma, che senti già dal letto, quando ti svegli – tutte le pagine della narrazione.

“Fritto misto all’italiana” (zucchine tagliate finissime, fiori delle medesime, pezzettini di ricotta secca, bocconcini di mozzarella – pastella, uovo, farina e pan grattato – pag 50)
“Verso le due sedettero a pranzo (…). (…) servì la minestra maritata e le salsicce con i friarielli, belli amari e in stagione” (pag 85)
“(…) servì uno splendido babà al rum fatto con le sue mani e mise una bottiglia di limoncello ghiacciata al centro della tavola” (pag 137)
“(…) poi arrivarono le tracchiolelle al sugo spesso e le scarole all’agro” (pag 204)

Ma è anche la lingua della della festa rurale, della tradizione del racconto orale, della leggenda e della superstizione religiosa, di cui le carte sono l’emblema.
“(…) girava voce che la proprietaria, una certa signora Cecere, fosse molto brava a fare le carte. Subito le donne di famiglia si erano agitate (…). (…) sarà una vecchia megera – aveva commentato girando lo sguardo all’intorno – già me li immagino tutti e due in quella specie di antro della Sibilla. E poi, agitando le mani nell’aria: abracadabra! aveva esclamato, suscitando ilarità” (pag 193-194)

E’ su questo terreno fertile che nasce e si sviluppa la vicenda di Maria Consiglia Cecere, che ha il merito della linearità del giallo ben congeniato e della rappresentazione corale.
Maricò, la protagonista, si muove in un teatro tutto suo, un’umanità varia composta di una vecchia zia secca, incanutita e saggia (e qualche curioso scheletro nell’armadio), tre pensionanti, zitelle e arrapate (jeans aderenti cacciati su a forza, a coprire girocoscia da salumeria, vestiti neri di pizzo e crinoline al sapor di naftalina), un affittuario trapiantato dal lontano Nord (per la serie, al Sud piangi due volte, quando arrivi e quando parti), tutto borbottii, Corriere della Sera e vocali aperte; la sorella Fausta, regina indiscussa della scenata napoletana, col marito Gennaro e i quattro figli maschi, Cavalieri dell’Apocalisse.
E poi, prinicipi caduti in disgrazia, uomini di fatica, portieri, cuoche, fantesche, in una girandola senza capo né coda di voci, colori, profumi, pietanze. Per non dimenticare tutti coloro che non ci sono più ma che in qualche modo vivono ancora con noi: don Cecè e i suoi quaderni sgualciti e forieri di sventura; donna Serena, passata a miglior vita dopo lunga malattia, che ritroviamo, spirito gentile e delicato, nel blu ceramica delle tazzine del caffè e nella cotone inamidato, oramai un po’ liso ai bordi, delle salviette da bagno; e nelle visioni notturne di Maria Consiglia.

Non può mancare poi il Bello che Non Balla, lui, il poliziotto senza macchia e senza paura, il figurino che così tanto, che dite?, somiglia a Rodolfo Valentino.
E non può mancare nemmeno, come in tutti i gialli che si rispettino, il vero Cattivo

Perché ci sono cattivi di molte fogge e misure: c’è il tirapiedi del tirapiedi, sempre pronto al voltafaccia, viscido e grassoccio, la faccia pingue e il colorito giallastro, che tanto parla ma nulla stringe. C’è il furbetto azzimato, il politico corrotto, l’immobiliarista senza scrupoli.
E, alla fine, c’è pure quello di cui devi avere, davvero, paura. E’ il male nella sua accezione più pura: ambiguità, buio, ombra, freddo. Assassinio, violenza, sangue, tortura, morte.
Il Male pefetto crogiola nella sua malvagità assoluta vagando nella penombra di stanze che profumano di legno e mobilia di pregio. Avvolto in caldi completi di antica e rinomata tradizione sartoriale, cena con pietanze sofisticate, degne della migliore arte culinaria regionale.
Si circonda, per convenienza, dei peggiori malavitosi, a sue volte vittime sacrificali della sua cupidigia, lussuria, lascivia.
E di scheletro nell’armadio, quel Male lì, ne ha uno vero, altro che i colpi di testa amoroso-adolescenziali di zia Concetta; è uno scheletrino minuscolo, di bambino, che riposa laggiù, in cantina, murato nell’umida muffa del cemento e del laterizio.

“Re di Bastoni, in piedi” è una di quelle storie da raccontare ai bambini, alla fine di un lungo pranzo domenicale, quando fuori comincia a far buio; sul tavolo, bottiglie di vino dolce finite per metà, biscotti, zucchero, briciole e tovaglioli ripiegati alla meglio. Dal tinello, il volume basso del televisore, sintonizzato sulle partite di serie A.
Perché c’è tutto: la protagonista, l’eroe, il lupo cattivo, l’orrore della morte, la speranza. Ma c’è anche la verità del reale: un’Italia bella e sofferente; viva e concreta, in perenne mutamento, come la sua lingua. Magia.

"Leielui", di Andrea De Carlo

More about Leielui Ovvero, appunti sparsi per una lettura da geek.

  • E’ che con De Carlo è una battaglia persa in partenza: te ne devi fare una ragione, sperando che ti prenda bene al primo colpo. Se no, so’ cavoli.
Dai primi capoversi puoi decidere che te’ deve pijià er trip della lettura veloce e continua: ti pare cosa buona&giusta, visti i titoli, lo spazio temporale ristretto in cui si svolge l’azione, il periodare contrappuntistico che hai intravisto tra gli incipit, la fruizione del testo; tutte quelle cose lì.
Però poi succede che a metà strada il testo rallenta, interrotto da intere sequenze dialogo-dilogo. Così a mano a mano ti accorgi, piccolo brivido e sorriso ebete alla Vispa Teresa, che qualcosa non torna.
E’ che Sei andato troppo veloce. Sicché, clamorosamente, ti sei perso dei pezzi; no peggio, la trama è ancora lì bella strutturata, non è quello il problema. Il problema sta in tutte quelle robe decarliane, sensazioni, ricordi, immagini, blabla, che non hai proprio raccolto.
Solo che hai voglia a tornare indietro adesso, visto che De Carlo è uno di quelli one-way: o te lo leggi bene la prima volta, o via, finito, fumato per sempre, the end e tanti saluti all’effetto sorpresa (sempre che di effetto sorpresa si voglia parlare, su un De Carlo diciamo, ma ne discuteremo più avanti). Così allora, memore della sòla di cui sopra che ti sei beccato, diciamo, con la lettura di Durante, stavolta ti armi di impegno convinto; maniche arrotolate, occhiali e piglio da duro, sfoderi una pazienza da letterato che neanche su un incunabolo del ‘500 e ti metti lì, a conservare le parole, a centellinarle con dovizia, a vivisezionarle, roba che alla Temperance“Bones” je fai un baffo. Lettura lenta, scrupolosa, frazionata, accurata, da filologo incallito e, diciamocelo, pure un po’ geek. Mai avessi scelto strada peggiore. Arrivi ai dialoghi impreparato, in carenza di ossigeno, e quelli ti si rovesciano addosso troppo veloci, tutto d’un fiato, creando quell’effetto-sceneggiatura del “dice / non dice” che ti sfalsa la comprensione del testo e ti fa gridare allo scandalo. Sacrableu! E quindi? E quindi niente.

Il perché di questa digressione/riflessione.
Perché significa porre in qualche modo le premesse per una lettura criticache nel caso di De Carlo, a parer nostro s’intende, non può dirsi tale se non ricondotta all’estrema analisi del testo, del linguaggio e delle modalità di lettura. Perché tanta parte del “meraviglioso” o dell’ “orribile” con cui anche sul web ci si dichiara pro o contro l’ultima fatica decarliana è dovuta, a nostro avviso, proprio alle modalità di fruizione del testo. E’ facile scivolare sul De Carlo, insomma, basta poco perché si sta sempre appesi a un filo – analisi del testo a far da riflesso puro, vivido, evidente, al contenuto.
  • Detto questo, arriviamo a un breve appunto sulla presunta “originalità” del testo su cui tanto si dibatte. Il personaggio maschile di ADC difficilmente potrebbe essere “originale” in senso stretto. Questo perché De Carlo dipinge il suo tempo e ciò che, nel bene e nel male, lo rappresenta. E così ci ritroviamo tra le mani il classico quarantenne belloccio all’apparenza inconcludente, svogliato, mal assortito, dimentico delle responsabilità della vita adulta – una vaga aria presuntuoso/arrogante che salta al naso. Dall’altra, tutta la serie di figurette belle in fila, soldatini della modernità: Stefano, lui, il Sicuro, il Mai Indeciso, l’Uomo che Tutto Sa, dopobarba di marca e boxer inamidati. Peccato che sia solo scena, ma fa niente. E, detto tra noi, neppure Claire, e l’armata brancaleone delle “colleghe” comprimarie, ci fanno una bella figura. Lavoro sì, lavoro no, figli si, figli no, matrimonio sì, matrimonio no… (aho’, ‘a Ccchiara, datte ‘na mossa che stamo a fa’ notte) . Ma così è. Sia nel libro, sia ogni mattina in metropolitana.
  • Un ultima nota. La Milano di De Carlo. C’è che è sempre bella, anche nella sua bruttezza cementifera. E’ bella nel sole torrido e irrespirabile di agosto, è bella a Novembre sotto la pioggia, è bella quando nevica, è bella, di manzoniana memoria, quando il cielo è blu. E questo De Carlo secondo noi lo sa, se no non ci prenderebbe così tanto impegno nel descriverla. La liquiderebbe in due parole, via, nel cassetto, dimenticata, come tutte le cose non-interessanti. E’ che Milano ti fa fare quello che vuole lei (come De Carlo con la lettura).
Conclusione di questo post inconcludente. L’uomo ondeggia. Di qui, di là; tra paure, improvvise consapevolezze, indecisioni, timori, incertezze, città nuove in cui ricominciare, luoghi del passato da ricordare, da dimenticare, da ritrovare; alla costante ricerca di una chiave di lettura per la realtà che lo circonda (lettura veloce, lenta, frazionata, continua… istintiva, mediata… chi lo sa). D’altra parte, questo esperimento di metatesto l’ha fatto pure Viola Di Grado, no? Con tutte le differenze del caso, ovviamente. 
Via, alla fine consentiteci una citazione da classicisti – quel gran furbone di Seneca mica ci era andato tanto lontano, a rifletterci sopra.

"Il vino della solitudine", di Irène Némirovsky

More about Il vino della solitudineE’ che leggi l’Irene, poi guardi i tuoi figli e le domande si sprecano.
Non ti sembra possibile che in Helene, una bambina così minuta, uccellino dall’aria smarrita tra chiffon e percalle inamidato, alberghi una creatura tanto violenta nell’odio e nell’ira, unghiette limate lunghe e guance morbide congestionate dal risentimento. Ti prende alla gola la paura di aver sbagliato qualcosa (sicuro, che hai sbagliato qualcosa), una sensazione di colpa e vergogna nei riguardi di un futuro incerto (chissà cosa sarà di loro | mi ameranno ancora | riuscirò ad amarli ancora), malmesso, inconfutabile.

Questa Irene ci ha ricordato da vicino un’altra saga familiare, quella raccontata da Rosetta Loy nel suo “Cioccolata da Hanselmann”. Le stesse bambine curate nell’educazione e nel vestito, lingue straniere mandate a memoria alla perfezione, istitutrici private, tate e badanti; maglioni di lana pesante, neve, paesaggi lunari e grandi case abbandonate dalla guerra e dal destino, tra ricchezze e sentimenti nascosti, perduti, sperperati.
Ma non solo.
Helene, con l’innocenza crudele tipica di certe infanzie negate e l’ingenuità propria dei bambini sperduti e MAL-educati, distrugge in un sol colpo e senza quasi rendersene conto (via, uno schiocco di dita) la vita di un’intera famiglia. Al pari dell’Antoinetteprotagonista de “Il ballo”, che non per nulla è un’altra delle più autobiografiche opere dell’Irene.
Le due ragazze, con un gesto banale, forse neppure così premeditato, sovvertono il destino di due famiglie, decretandone la rovina: Antoinette, in un moto di stizza per essere stata abbandonata non solo dalla madre, ma anche dalla bambinaia, getta nel fiume il pacchetto degli inviti al ballo, dando il via ad una serie di reazioni a catena tanto inarrestabili quanto irrimediabili.
Helene, confidando appieno nella sua fresca, adoloscenziale bellezza, per ripicca sottrae il giovane amante alla madre Bella (sic!), che per così tanti anni ha ignorato – con dovizia di impegno e gran profusione di energie – le responsabilità genitoriali.

Trasformandosi da bambina goffa e indesiderata a perfetta femme fatale secondo la più classica delle iconografie Belle Epoque, Helene in pieno delirio di onnipotenza distrugge oltre che la psiche di sua madre, già fragile di suo, anche tutta una serie di delicatissimi, sotterranei equilibri familiari (“lei, lui, l’altro”) che a lei, bambina sofferente e dimenticata (Chi vuoi che si curi dei bambini, Helene – le dice un giorno Max, l’amante della madre), neppure erano evidenti.
Antoinette, gettando i cartoncini degli inviti nel fiume disgrega pezzo per pezzo quello status sociale così faticosamente costruito dalla sua famiglia: ricordate, la madre di Antoinette, popolana di bassa lega, riscattatasi con il matrimonio, alla ricerca dell’affermazione sociale?

Ci troviamo di fronte ad una delle opere dell’Irene ancora macchiate dall’idea forte del melodramma sentimentale. Bella è caricatura di se stessa, trucco pesante, amori incondizionati, ricchezze estreme e altrettante, repentine, cadute. Gli uomini sono creature di sfondo, cupe ed enigmatiche.
Il padre di Helene è l’uomo d’affari per antonomasia; brucia di passione (un David Golder appena abbozzato) più che per il denaro in sé, per il momento del rischio, dell’acquisto, della perdita; tormento ed ebbrezza per il gioco d’azzardo, per l’imprevisto, per la vita nomade del viaggiatore e dell’esule. Disprezzo per le belle cose, per la pace dell’animo, per la famiglia tradizionale, per la vita tranquilla.
Max, il giovane amante di Belle, incarna all’opposto la figura del giovane aristocratico ricco e flemmatico. Poca ambizione, giornate lunghe da occupare con gite in macchina, donne, feste e conversazioni infinite, musica e balli, tormenti amorosi.

L’Irene, con gli anni a venire, affinerà la tecnica modellando personaggi sempre più complessi, che riuscirà a liberare dai vincoli del topos narrativo donando loro mille sfaccettature grazie alle quali sarà in grado di esplicitare appieno la completezza del reale.
Qualcosa però c’è, presente e vivo tra le pieghe di una scrittura giovane ma corposa e curata; un qualcosa che già spiega, in parte se non del tutto, la fiducia incrollabile che Irene Nemirovsky ripone nella risoluzione pacifica del conflitto bellico e della questione ebraica: se Irene Nemirovsky nelle sue opere affronta le luci, e soprattutto le ombre, delle esistenze di ogni suo singolo personaggio – comprese quelle di una se stessa bambina – comprendendone le sorti alla luce di una pietas fortissima, tutta latina, come può non assolvere anche un supremo dittatore, nella speranza, mai sopita finanche nel momento dell’esito finale, di una improbabile, ma pur possibile, redenzione? 

"Nel bosco", di Tana French

More about Nel boscoMore about La somiglianzaMore about I luoghi infedeli In vacanza abbiamo scoperto Tana French. Che beh, non ce ne vogliate ma ha preso un po’ (non TUTTO, ché al cuor non si comanda) di quel posto che era riservato a Patricia Cornwell prima che ci si perdesse sul serio – Kay Scarpetta nell’asetticità banale di una narrazione in terza persona e noi tra le questioni sentimentali Benton/Lucy/Marino che Beautiful in confronto è solo l’apoteosi di una cotta liceale lei, lui, l’altra. Anyway. 


Nulla da segnalare, se non godersi lo spettacolo senza troppe paranoie. Atmosfere da brivido, profumo di sigaretta, cappotti di lana umidi di pioggia, mistero fitto, poliziotti buoni e poliziotti cattivi, delinquenti, assassini e quell’aria tutta dublinese che solo a descriverla, se non sei bravo, ne perdi per lo meno la metà. E soprattutto, l’Essere Umano. Dopo tanta extracorporeità da fenomeno paranormale (vampiri, licantropi, angeli e affini), finalmente gli Uomini. Soli, nell’essenza inalienabile di corpo e mente: belli, brutti, giovani, vecchi. Sposati, single, con figli, senza figli. Buoni, altruisti, empatici, egoisti, cattivi, assassini, fuori di testa. Eppure, sempre uomini, nella quotidianità di un confronto, impari, con le gioie, ma spesso con i drammi, dell’esistenza.

"La centrale", di Elisabeth Filhol

More about La centrale La Francia è vicina, vicinissima, si può toccare con un dito. Venti che calano da Nord-Est, superano le Alpi e arrivano fino a noi. Quello stile asciutto, evocativo, vedo non vedo, fatto di sensazioni e pensieri, più che di azioni.
Impensabile l’idea di affrontare il testo come un’opera compiuta, conclusa, fatta e finita. Perché gli interinali del reattore, un inizio e una fine non ce l’hanno: se ne vanno da una parte all’altra, senza continuità alcuna, né di ruolo, né di tempo. “La centrale” è un buchino di serratura, e questo ci deve bastare. Un qualcosa da cui sbirciare, spiraglio di una porta mal chiusa da un bambino distratto. Un film già iniziato e il buio in sala. 
La vita di Yann, per il lettore, non ha né un inizio né una fine. Dobbiamo accontentarci di episodi accennati, di storie a metà, di persone che incontriamo e che poi, così quasi per caso, vengono abbandonate, perse, e poi magari ripescate dall’oblio del ricordo e del tempo. Persone di cui non sappiamo nulla di più di quello di cui l’autrice ha voluto metterci a parte, pace all’anima nostra.
E che ci possiamo aspettare, dal lavoratore interinale del Moloch-centrale che tutto inghiotte, fagocita, tritura e poi sputa. La “carne da atomo” non ha residenza alcuna, visto che i luoghi di domicilio sono quelli votati, per definizione stessa, alla precarietà dell’esistenza: campeggi, roulottes, case prefabbricate, container, motel, finanche sedili posteriori delle auto. I coinquilini poi sono individui sconosciuti, che oggi ci sono, e condividono con noi schiscetta, chiacchiere, silenzi e radioattività, e domani non ci sono più, inghiottiti dalla strada interstatale lunga e dritta verso una nuova (e sempre vecchia, come già vissuta) opportunità professionale, o dal Moloch. E’ la condizione del lavoratore moderno e precario, aggravata dalla particolare situazione carica di rischi, sottintesi e inquietudine. Non troppo diversa, per la verità, dall’inquietudine che attanagliava la mente (e i polmoni) del bis-prozio “Gigetto” (all’anagrafe, Pierluigi Maria), emigrato in Germania, lavoratore stagionale nelle miniere di carbone della Rhur (mandare soldi a casa, buttar giù due righe al mese per moglie e figli, fare il possibile per rimanere in salute). E’ che si sperava che 60 anni di industralizzazione di massa e progresso condiviso ci avessero cambiato la vita ma a quanto pare non è così.
Con un’aggravante. Quello dell’immagine e della focalizzazione. Diversamente dal mondo nero ed evidente, sassoso e ferrigno dei bacini siderurgici della Ruhrgebiet, descritto nella sua immediatezza di vista, udito, tatto e olfatto nelle lettere del bis-prozio, fogli striminziti a righe di scuola, piegati e ripiegati con accuratezza quasi maniacale, quello della Centrale è un mondo asettico, intangibile, ingannevole. Tutto è bianco latte, pulito, quasi sterilizzato. La centrale rifulge sotto il sole della campagna. Dalle ciminiere, un filo di fumo quasi trasparente, innocuo. L’acqua delle piscine di raffreddamento è azzurra. Di un azzurro puro, trasparente, brillante, sintetico, perfetto. Vien voglia quasi di farsi un bagno, lì dentro.
Si indossano tute pressurizzate, caschi, occhiali, doppi, tripli guanti. Involucro spesso, guscio di tartaruga, che dovrebbe proteggerci dall’atomo e dal sentimento. Solo che la cosa non funziona, in nessuno dei due contesti. La permeabilità inevitabile al sentimento si rispecchia nella vita nomade che solo all’apparenza è libera e scevra da qualsiasi vincolo: in realtà il pegno si paga con lo sradicamento dalla propria terra, dalle famiglie, dai figli, dagli amici, dalle tradizioni. Della permeabilità all’atomo neanche a parlarne, simboleggiata qui non dall’intangibile (troppo facile), ma da un qualcosa di fisico, sensibile, evidente ai sensi, eppure così inerme nella sua minuzia: un dado di acciaio staccatosi da chissà quale alloggio.
Al di là delle impicazioni politiche, per le quali vi rimandiamo alla rassegna stampa sul web, la Filhol ci catapulta, controcorrente rispetto a tanta parte della letteratura moderna, nel mondo (così umano) dell’imprevedibile e consegna nelle nostre mani una verità che vale la pena considerare: per quanto l’Uomo (moderno) pianifichi, coordini, definisca, concretizzi ciò che considera il Mondo, quello in cui ritiene degno e necessario vivere, attraverso procedure rigide ed efficaci, sistemi di controllo e verifica, non sarà mai in grado di eliminare del tutto, malgrado gli sforzi, l’area dell’UNCONFORTABLE, quella zona d’ombra del non calcolato, dell’imprevisto, dell’inatteso.
Ps. Sentiti ringraziamenti al “signore riccio” dello stand Fazi (Torino 2011) che ci ha aiutato nella ricerca di “quel libricino francese con la bella foto in bianco e nero in copertina e l’autore che ha il cognome che inizia per F”. A lui, i complimenti per la pazienza degna di un santo, a noi l’award “il bibliotecario perfetto 2011”.

"Chiedi e ti sarà tolto", di Sam Lipsyte

More about Chiedi e ti sarà tolto Chiedi e ti sarà tolto. Del perché riflettiamo sul titolo. Perché la Morale della Storia è una sola: se alzi la mano domandando (timidamente, anche) che qualcuno – solitamente, il responsabile, “owner” della questione – si impegni a risolvere una situazione critica o di disagio che ti affligge, sta’ sicuro che arriverai a stare peggio di prima e non verrai a capo di nulla, per il consueto adagio, saggezza popolare di nonni lontani, del si stava meglio quando si stava peggio.
Andiamo con ordine.
  • Ho chiesto chiarezza ed etica ai miei colleghi e ai miei superiori, e mi sono trovato disoccupato. No, non solo disoccupato. Disoccupato e ricattato, con una grana da risolvere di quelle che alla classica sòla lavorativa del venerdì pomeriggio questa qui je fa ‘ un baffo;
  • Ho cercato di definire il rapporto con mia moglie (sabbie mobili profonde e insondabili) arenato, prosciugato (sic) chissà dove tra divano, tv e cure parentali, e tutto quel che ne è uscito è un certo Paul, nel letto del quale mia moglie si sente tutto tranne che prosciugata (sic);
  • Ho parlato con amici di vecchia data, gnocche compagne di college e parenti stretti. Io, che mi credevo un uomo virile, di età matura, padre di famiglia, marito impegnato e responsabile, ho scoperto di aver interpretato, per anni, agli occhi degli altri di cui sopra, il ruolo del tipo scialbo, sfigato, nerd, e diciamocelo, pure un po’ viscido e per niente atletico. E il bello è che quel ruolo, quello di sfigato cronico, lo ricopro tutt’ora;
  • Ho cercato di instaurare con mio figlio un vero rapporto di affetto, condivisione e complicità, e tirando le somme ho scoperto poi con orrore che, malgrato le fatiche e l’impegno, il geniale nanetto quattrenne si ritrova ad avere più interessi in comune con il sopraddetto Paul piuttosto che con me.
Insomma, Milo Burke è l’Uomo allo Specchio. Uno specchio malefico e infingardo. Perché questi “altri”, con cui Milo Burke desidera confrontarsi così spasmodicamente, chi sono?

Dunque. C’è l’artista incompresa che altro non è se non la consueta figlia di papà, e di talento non ne ha nemmeno quel tanto che basta per buttar giù a matita la lista della spesa sulla carta del pane. Ci sono i datori di lavoro, gente senza scrupoli, militarizzata, pacca sulla spalla e scopa di saggina pronta e stretta nell’altra mano. C’è il collega affamato di successo, che sembra così equilibrato e consapevole di sé ma che poi, alla sera, anziché tornare a casa (visto che una casa non ce l’ha) si rifugia in uno scantinato polveroso che condivide con altri suoi pari, sistemandosi per la notte nel suo loculo personale, una gabbia di tre metri per due arredata con un materasso sporco e poco altro, pagliericci di fortuna, promiscuità e lerciume. C’è una moglie fedifraga che, per altro, fa poco o niente per nasconderlo. C’è pure un bambino di età prescolare in balia di un gruppo di educatori di infanzia ecologisti radicali, maniaci e scriteriati, e di una babysitter col vizietto degli stupefacenti. E c’è una madre che a 70 anni e rotti ha giusto scoperto la sua vera indole e, dopo un matrimonio tradizionale durato decenni, ora divide la casa con una compagna giovane, palestrata e abbronzata, strafregandosene alla grande del suo ruolo di madre e nonna, un ruolo che, secondo Milo, una volta che hai acquisito non dovresti più perdere per strada – e di vista. E c’è l’alter ego di Milo: Purdy. Bello, ricco da far spavento, appagato dalla vita (pare) e dalla professione, circondato da lusso, amici veri, donne meravigliose (a loro volta belle, ricche da far spavento, appagate dalla vita eblabla).

E quindi? Dov’è la “normalità”? E’ questione che forse non c’è. Che poi, alla fine, non ci resta che riderne. Ma di una bella risata, intelligente, spontanea, viva, una risata che ha il sapore del passato, di quelle storie yiddish, quelle più vere e sagge, quelle che col sorriso ti fanno pensare. Quelle che raccontavano i nonni e gli zii, attorno al tavolo, tovaglie immacolate e cose buone da mangiare, calde e dolci, sui piatti. E magari pensarci su, ogni tanto, senza prendersi troppo sul serio.

Lettura veloce e continua, se no si perde il filo della narrazione, e un consiglio: vi rimandiamo anche alla preziosa analisi della cover ad opera di Who’s the Reader, qui.

"La cena", di Herman Koch – "Tigre, tigre", di Margaux Fragoso

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Talvolta le fiabe ci raccontano di orchi e mostri paurosi nascosti sotto al letto. Sono brutti e cattivi, non ci si può sbagliare: hanno il naso a punta con un bel foruncolo sopra, come la befana, gli occhi maligni, l’alito mefitico e l’ascella pezzata. Magari hanno pure ali e zanne, sono sbudellatori pelosi, creature venute da un altro pianeta che sa di buio, freddo e crudeltà. E fanno le peggio cose: ti aspettano al limitare del bosco, ti saltano addosso e ti succhiano via tutto il sangue dal corpo; fanno la guardia sotto il materasso, acquattati nel buio tra libri e matite dimenticate, fiocchi di polvere e pezzettini di biscotto avanzato, per poi entrare a piedi nudi – scalpiccio di zampette umide – nei tuoi sogni di bambino e riempirli di incubi e sudori freddi.


Il problema è quando l’orco e il mostro pauroso hanno la faccia bella e pulita di un amico fidato, di uno zio o di un fratello. O peggio, di un figlio.

Succede quando le fiabe non sono più tali e ci raccontano il mondo che abbiamo intorno, un mondo di cui non ci siamo mai accorti, o che abbiamo fatto finta di dimenticare. Quando il male (e qui Biancaneve fa da apripista, con la sua strega cattiva che da matrigna bellissima agli occhi del padre, nell’antro segreto si trasforma in strega malvagia, ali di pipistrello e trucco bistrato, per poi cedere, per incantesimo, all’iconografia della vecchietta curva e zoppa, bisognosa di aiuto) muta forma e aspetto e da evidente e riconoscibile, pur senza cambiare sostanza, recupera il suo status di inganno e ambiguità.
Il male come scarto del punto di vista, come deficit dell’osservazione e della percezione sensoriale, un punto di non ritorno fisso al margine dello sguardo. E’ questo, a far più paura a noi grandi, più del mostro peloso, più del vampiro assetato di sangue.

E così il bravo Peter, fisico sportivo, reduce di guerra, sobrio, educato, a modo, falegname tuttofare, così affabile con i bambini tanto da ottenerne pure diversi in affido, non è altro che il mostro stupratore, il pedofilo incallito, il viscido energumeno che in un perverso gioco di ricatti e sensi di colpa si appropria della vita di quelle bambine, siano esse figlie naturali, in affido, o semplicemente vicine di casa, come Margaux, che abbiano la sfortuna di pestagli i piedi per strada. E così Michael, adolescente di ottima famiglia, educazione spartana e amicizie altolocate nella civilizzatissima Danimarca, patria dei diritti umani, dell’uguaglianza e dello stato di diritto, si rivela un delinquente di infima risma che, insieme al cugino coetaneo, passa le serate in giro per i quartieri di periferia a pestare e ammazzare barboni (e in certi casi, se tira il vento giusto, pure a dargli fuoco) filmandosi con il telefonino.

In entrambi i casi la paura per noi è atavica, perché non identificata. Non c’è mostro, non c’è vampiro, non c’è genio del male contro cui scagliarsi per una catartica, salvifica caccia alle streghe. Le colpe di Peter sono i fallimenti dei genitori di Margaux, della scuola e della famiglia; le colpe di Michael sono quelle della società moderna, dell’apparenza ad ogni costo, della politica come spettacolo quotidiano, scandalo sessuale, esaltazione del potere e del denaro fine a se stessa. Censo e status sociale non contano; da una parte, la depressione dell’enclave portoricana: disoccupazione, alcolismo, malattia mentale, prostituzione, droga, bande giovanili e desiderio di rivalsa. Dall’altra, upper class, ristoranti di lusso, professori universitari, politica, sport, attività filantropiche ma anche droga, violenza, prevaricazione.

Anello di congiunzione, una scrittura agile, veloce che:

– da una parte, (“La cena”) ha il merito di una sintesi feroce, da bisturi, più simile al canovaccio di un racconto lungo (l’arte del togliere e del sottinteso) che a quella di un romanzo; la trama prende forza da una narrazione serrata, costretta in poche ore e in uno spazio unico, teatrale: il palcoscenico buio, un tavolo apparecchiato al centro, illuminato (così com’è il ristorante, una scatola di vetro e acciaio che risplende adagiata nell’oscurità della natura circostante) da un cono di luce violenta. In scena 4 personaggi raccontano, ognuno, la propria verità, e le immagini scorrono su uno schermo alle spalle dei commensali: il video incriminato, riportato su youtube e in televisione; la campagna elettorale del Premier, i flashback della voce narrante. A finire, il marito, in piedi, solo, (il tavolo vuoto, in disordine, sparecchiato alla bell’e meglio) e immobile a raccontare l’epilogo.

– dall’altra (“Tigre, Tigre”), ha le fattezze di una scrittrice che ha studiato, imparato e messo a frutto l’arte e la perizia di JC Oates. Contestualizzazione massima, quasi maniacale: indicazioni topografiche, descrizioni di interni, e poi ancora, marche, stili e nomi: di accessori, di jeans, di scarpe, di gomme da masticare; titoli di libri, di films, di fumetti, di programmi televisivi, che non sono soltanto meri accessori al contesto – come se bastasse un’infilata di nomi per riesumare un’epoca – ma identificativi precisi, puntuali, caratterizzanti. Pagine che mantengono ritmo e unicità grazie alla struttura solida della saga familiare, intessuta di avvenimenti che coprono l’arco di più di un decennio, inframmezzata da momenti di grande lirismo e di crudissima lucidità, che non scade mai né nell’approssimazione, né nel vojeurismo, né nel pornografico.

La matrigna di Biancaneve (ma anche la strega di Hansel & Gretel, o il pifferaio magico) con la sua bellezza algida e perfetta ci spalanca le porte di un mondo alla rovescia in cui per sopravvivere occorre diffidare anche dei buoni – o almeno, di quelli che buoni per lo meno lo sembrano.

"L’ultimo lupo mannaro", di Glenn Duncan

Jacob Marlowe è uno di quelli che se un sabato sera te lo presentano nel privè di una discoteca ci dovresti andare larga, perché l’istinto (sic) ti dice che la frequentazione assidua potrebbe portarti solo dei grandi guai.

Ce le ha tutte, nessuna esclusa: beve, fuma, se occorre si fa pure di amfetamine; non si innamora mai, fa sesso variegato (e pure, a sentir lui, di gran qualità) usufruendo unicamente, per altro, dei servizi ben remunerati di escort di comprovata esperienza & gnoccaggine estrema.
Tra società offshore e conti esteri cifrati, cambia spesso numero di cellulare e non si capisce mai dove stia, né di residenza né di domicilio.
A ciò aggiungi modi sopraffini, vestiario accurato e un certo non so che di snobismo un po’ dandy, così, nel modo in cui sceglie una bottiglia di whisky o in cui, bel principe tenebroso alla maniera della premiata ditta Charlotte, Emily & Anne Bronte, lo sorseggia appoggiato alla pietra di un caminetto scolpito, illuminato dalle ombre soffuse di un fuoco invernale scoppiettante, le spalle rivolte agli scaffali di una biblioteca antica e preziosa. Proprio uno di quelli che fanno la felicità (e l’infelicità) di noi ragazze perdute. Aridaje. (“E di peli | sul petto | ne ha un mar”, per citare quelli della Disney che, per una volta, ci avevano azzeccato; a voi scoprire dove).

Passato questo attimo di femminile smarrimento, proviamo a dedicarci anima e corpo all’analisi dell’opera, che si colloca giusto a metà strada tra il diario epistolare, il racconto horror, la spy story, la gothic novel, il trattatello filosofico e una raccolta di haiku. Tutto mescolato insieme, una mistura potente e venefica di subcultura pop che neanche Chuck Palahniuk nei suoi momenti migliori.

Jacob Marlowe è un tizio stanco. Anzi no; ne ha proprio le palle piene, triturate. 
Che poi JM sia stanco dell’immortalità, è questione accessoria. E’ che oramai ha provato di tutto: ha abbracciato la filosofia stoica, ha affrontato con socratico candore le avversità della vita, si è dato alla pazza gioia del “Maiale Soddisfatto”. Eniente, lo scoglionamento, presto o tardi, arriva per tutti, altro che Edward, macchine di lusso, letture profonde, musica da camera, godimento interiore. Che dire, tanto vale farsi ammazzare. Peccato che poi “arriva sempre qualcos’altro” a rovinarti il progetto.

Via, ne ridiamo anche un po’, di questo “Jacke” (ohssì, ci viene in mente proprio “QUELLO LI’”, di Jacob, quello carino, tutto muscoletti cinematografici e buone intenzioni e sguardo da duro), che tra il serio e il faceto ce li distrugge tutti, i cliché del genere, uno per uno, uno in fila all’altro, senza preoccuparsene troppo, della nostra reazione di fronte al fattaccio (orrore e raccapriccio).
E comunque dovremmo rassegnarci visto che tutti sembrano, in un modo o nell’altro, averci preso gusto nell’inviarci messaggi neanche troppo subliminali sulla questione licantropi e vampiri, con buona pace di Stephenie Meyer.

Ché, alla fine, il licantropo è un pover’uomo neh. Non è così figo d’aspetto, non vola, non ha poteri soprannaturali. Insomma è un poveraccio che una volta al mese si ritrova, per sfiga ricevuta, prigioniero di un corpo che pur non appartenendogli fa innegabilmente parte del sé, un subconscio ingombrante e trattenuto a stento: tre metri di altezza, peli dappertutto, unghie e zanne fastidiosissime e purulente; privazione del linguaggio, fame pazzesca ed erezioni incontenibili. C’è di che compatirlo.
Anche i vampiri per altro non è che se la passino così bene. Possono pure essere glamour, stavolta, ma continuano ad essere lievemente infastiditi da tutta quella serie di piccole defaillance che hanno così tanto urtato la nostra SMeyer da farla capitolare sul più bello: luce del sole, paletti di legno, carenza di sesso, fame di sengue umano, insomma tutto l’armamentario.

Sicché, leggi di Jacob Marlowe e ti prende questo senso pungente di vendetta compiuta, sospiro di sollievo, catarsi dell’animo a sentire le sfighe di quest’uomo che, pur non essendo più tale, conserva in sé la presenza, forte, potente, ossessiva dell’Essere Umano – esemplificato dalle anime delle centinaia di persone uccise, massacrate, sbranate e poi divorate pezzo a pezzo che fanno capolino, di volta in volta chiamate in causa quasi fossero voci di coscienza perduta.
Jacob Marlowe è, e rimane, pur nella sua bestialità truculenta, un essere umano con tutte le sue debolezze e soprattutto con tutte le sue sfortune, che poi si identificano, guarda caso, negli incubi peggiori che attanagliano i sonni di noi comuni esseri umani: il terrore per la solitudine, la paura di perdere la persona amata o quella parvenza di serenità appena conquistata, magari dopo anni (…o secoli) di agonizzante fatica, l’angoscia per una vita di cui, alla fine (causa lavoro, vita privata, merde varie) potremmo divenire soltanto spettatori passivi.

Edward Cullen è un compromesso che la natura di Jacob Marlowe non può accettare: hai voglia a parlare, fino a che l’espediente letterario ti offre la possibilità di seguire una Vegandiet d’autore, massacrando cervi e caprioli in sostituzione della carne umana. Hai voglia a celebrare la vita da vampiro fino a che il tuo bellissimo incarnato risplende alla luce del sole mentre Eli, con la sua fastidiosissima autocombustione spontanea, è soltanto un vago ricordo, darwinianamente sepolto nei recessi della memoria storica di una letteratura che affonda le sue radici addirittura nel Satyricon di Petronio.

La questione più interessante è però l’origine di questa riaffermazione del sé, di qualsiasi sé si tratti. Che non viene direttamente dall’autore, ma nemmeno da un personaggio maschile. E’ Talulla Mary Apollonia Demetriou, che solo ad abbreviarne il nome si farebbe sacrilegio, ad indicarci la via, riappropriandosi di un carattere femminile fortissimo; l’intelligenza sicura, tagliente e la personalità consapevole di se stessa e del mondo circostante la differenziano inequivocabilmente dalle altre “eroine” del suo tempo.
La vita del licantropo (come quella del vampiro) non è fashion, e non lo può diventare, malgrado tutti gli sforzi – e le reinvenzioni letterarie – possibili.
E tuttavia, proprio perché non è degna di essere oggetto di scelta consapevole, diviene degna di essere vissuta.
E così è anche – e soprattutto – per la scrittura: il genere letterario, con tutti i suoi archetipi e topoi, rimane intatto, scevro da ogni rielaborazione successiva allo standard; ma proprio grazie a questo sostanziale principio di “autoconservazione” si ricontestualizza e diviene attuale, e crea da se stesso, senza alcun deux ex machina, quel principio della condivisione del sentimento che sta alla base dell’immedesimazione attiva, e riuscita, tra lettore, autore e personaggio.

Buona lettura 🙂

"Il malinteso", di Irene Némirovsky

More about Il malinteso L’opera prima dell’Irene profuma di talco e lavanda, guance rosee e adolescenti al ballo; eppure porta con sé anche il vento e l’aria fredda di un temporale di settembre, di quelli che se sei al mare, ombrelloni chiusi e sabbia bagnata sotto ai piedi, guastano irreparabilmente la giornata e ti mandano a dire che la stagione, oramai, è bella che finita.
Finisce allo stesso modo, la stagione di Denise, ingenua moglie-bambina, modi affettati, vita facile e bei vestiti, e come l’onda lunga di un mare agitato si infrange sui sassi aguzzi di una spiaggia incolta.

Avere 20 anni ed essere in grado, così giusto per provare, stesa su un divanetto del soggiorno, un quaderno in una mano e nell’altra il campanello per chiamare la servitù, di “buttar giù due righe” e creare dal niente le figure grottesche e raccapriccianti, così vivide perché così reali, di signore attempate, desperate housewives dalle rughe profonde mascherate dal belletto sul viso umido di sudore, che, nell’ombra di locali fumosi, fino a notte fonda esorcizzano il buio e il silenzio dell’animo tra balli, musica, frastuono e alcool, cullando sui loro grembi avvizziti macabri pierrot di pezza e lustrini, feticci di quella bella “stagione della vita” ormai morta e sepolta.
Per tutto il resto c’è l’umiliazione di noi poveri lettori, costretti a confrontarci con un’autrice che dei corsi di scrittura creativa se ne sarebbe fatta un baffo. #Priceless.

L’animo di Yves è rigido e duro come la pietra e la terra dell’Europa corrotta dalla guerra, poco incline al sentimento e alla passione amorosa. Yves cerca la pace e la tranquillità dello spirito: un sospiro di quiete, un guanciale morbido, lindo, fresco di bucato su cui posare il capo, chiudere gli occhi e liberare l’animo dalle inquietudini del mondo, condividendone (cum-patior) con la persona amata i dolori, ma anche le gioie. Denise invece è il fuoco, è l’ardore dell’amore passionale, è desiderio cieco e febbricitante per tutto ciò che un marito lontano, ricco e distante, e – diciamocelo – pure un po’ fesso, non riesce a donarle.

Chissà che Yves non rappresenti l’uomo nuovo, per l’Irene come per la società moderna (e qui sta l’attualità del libro, dramma sentimentale a parte). L’epopea del selfmade man, che, affrancatosi da un’eredità familiare oramai altra, aliena da sé – vuoi di agiatezza e prosperità, vuoi di povertà proletaria – diviene artefice del proprio destino, riappropriandosi di quell’imperativo morale, categorico, che i tempi richiedono: una ri-assunzione di quelle responsabilità adulte che fanno di un giovane figlio un uomo maturo, virile, consapevole delle proprie forze ma anche delle proprie debolezze; un uomo in grado di affrontare le difficoltà della vita reinventando il proprio destino e il proprio ruolo nel mondo.
Tutto quello che il marito di Denise non è: perso in una nuvola fumosa da sigaro postprandiale fumato in biblioteca, un bicchiere di buon vino, è prosecutore passivo di una certa qual tradizione – e ricchezza familiare – fatta di industrie, affari, commerci (neppure gran che identificati, come ovvio), ruoli e posizioni sociali immutabili e indiscutibili nella loro essenza di diritti acquisiti, al di là del talento e dei meriti individuali.

La vita adulta, tuttavia, richiede un obolo in cambio. E lo chiede sia al maschio sia alla femmina: così come l’uomo, acquistando un nuovo ruolo all’interno della vita di famiglia (partecipe, presente, collaborativo – vedi il rapporto di Yves con la figlia di Denise), ma anche sociale e professionale, a contatto con le difficoltà pragmatiche del mondo perderà parte della sua indole passionale e romantica, tornando a ricercare nella donna e nell’intimità della famiglia quel porto sicuro fatto di tenerezza, sollecitudine e comprensione reciproca, così la donna, se desidera al proprio fianco un uomo dalla maturità completa e consapevole, dovrà essere in grado di abbandonare i sogni romantici di passione bruciante a favore di un amore (e non di un innamoramento) duraturo, condiviso, intimo ma di certo meno incline al romanzo sentimentale.