"Chiedi e ti sarà tolto", di Sam Lipsyte

More about Chiedi e ti sarà tolto Chiedi e ti sarà tolto. Del perché riflettiamo sul titolo. Perché la Morale della Storia è una sola: se alzi la mano domandando (timidamente, anche) che qualcuno – solitamente, il responsabile, “owner” della questione – si impegni a risolvere una situazione critica o di disagio che ti affligge, sta’ sicuro che arriverai a stare peggio di prima e non verrai a capo di nulla, per il consueto adagio, saggezza popolare di nonni lontani, del si stava meglio quando si stava peggio.
Andiamo con ordine.
  • Ho chiesto chiarezza ed etica ai miei colleghi e ai miei superiori, e mi sono trovato disoccupato. No, non solo disoccupato. Disoccupato e ricattato, con una grana da risolvere di quelle che alla classica sòla lavorativa del venerdì pomeriggio questa qui je fa ‘ un baffo;
  • Ho cercato di definire il rapporto con mia moglie (sabbie mobili profonde e insondabili) arenato, prosciugato (sic) chissà dove tra divano, tv e cure parentali, e tutto quel che ne è uscito è un certo Paul, nel letto del quale mia moglie si sente tutto tranne che prosciugata (sic);
  • Ho parlato con amici di vecchia data, gnocche compagne di college e parenti stretti. Io, che mi credevo un uomo virile, di età matura, padre di famiglia, marito impegnato e responsabile, ho scoperto di aver interpretato, per anni, agli occhi degli altri di cui sopra, il ruolo del tipo scialbo, sfigato, nerd, e diciamocelo, pure un po’ viscido e per niente atletico. E il bello è che quel ruolo, quello di sfigato cronico, lo ricopro tutt’ora;
  • Ho cercato di instaurare con mio figlio un vero rapporto di affetto, condivisione e complicità, e tirando le somme ho scoperto poi con orrore che, malgrato le fatiche e l’impegno, il geniale nanetto quattrenne si ritrova ad avere più interessi in comune con il sopraddetto Paul piuttosto che con me.
Insomma, Milo Burke è l’Uomo allo Specchio. Uno specchio malefico e infingardo. Perché questi “altri”, con cui Milo Burke desidera confrontarsi così spasmodicamente, chi sono?

Dunque. C’è l’artista incompresa che altro non è se non la consueta figlia di papà, e di talento non ne ha nemmeno quel tanto che basta per buttar giù a matita la lista della spesa sulla carta del pane. Ci sono i datori di lavoro, gente senza scrupoli, militarizzata, pacca sulla spalla e scopa di saggina pronta e stretta nell’altra mano. C’è il collega affamato di successo, che sembra così equilibrato e consapevole di sé ma che poi, alla sera, anziché tornare a casa (visto che una casa non ce l’ha) si rifugia in uno scantinato polveroso che condivide con altri suoi pari, sistemandosi per la notte nel suo loculo personale, una gabbia di tre metri per due arredata con un materasso sporco e poco altro, pagliericci di fortuna, promiscuità e lerciume. C’è una moglie fedifraga che, per altro, fa poco o niente per nasconderlo. C’è pure un bambino di età prescolare in balia di un gruppo di educatori di infanzia ecologisti radicali, maniaci e scriteriati, e di una babysitter col vizietto degli stupefacenti. E c’è una madre che a 70 anni e rotti ha giusto scoperto la sua vera indole e, dopo un matrimonio tradizionale durato decenni, ora divide la casa con una compagna giovane, palestrata e abbronzata, strafregandosene alla grande del suo ruolo di madre e nonna, un ruolo che, secondo Milo, una volta che hai acquisito non dovresti più perdere per strada – e di vista. E c’è l’alter ego di Milo: Purdy. Bello, ricco da far spavento, appagato dalla vita (pare) e dalla professione, circondato da lusso, amici veri, donne meravigliose (a loro volta belle, ricche da far spavento, appagate dalla vita eblabla).

E quindi? Dov’è la “normalità”? E’ questione che forse non c’è. Che poi, alla fine, non ci resta che riderne. Ma di una bella risata, intelligente, spontanea, viva, una risata che ha il sapore del passato, di quelle storie yiddish, quelle più vere e sagge, quelle che col sorriso ti fanno pensare. Quelle che raccontavano i nonni e gli zii, attorno al tavolo, tovaglie immacolate e cose buone da mangiare, calde e dolci, sui piatti. E magari pensarci su, ogni tanto, senza prendersi troppo sul serio.

Lettura veloce e continua, se no si perde il filo della narrazione, e un consiglio: vi rimandiamo anche alla preziosa analisi della cover ad opera di Who’s the Reader, qui.

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