"Non tutti i bastardi sono di Vienna", di Andrea Molesini

More about Non tutti i bastardi sono di Vienna Funziona che certi testi devono decantare nell’animo. 
Solo ora affrontiamo il titolo vincitore del Campiello 2011, “Non tutti i bastardi sono di Vienna” di Andrea Molesini (Venezia, 1954), esordiente al suo primo romanzo ma di certo non una new entry del panorama editoriale italiano: professore di letteratura italiana contemporanea a Venezia, scrittore per ragazzi (premio Andersen 1999), traduttore (Pound, Simic, Walcott), poeta. 
Lettura lenta prima di tutto, perché succede che fin dalle prime pagine si venga sommersi da echi lontani, voci nascoste una dentro l’altra che occorre prendersi il tempo di decifrare: un’opera colta, questa, che riporta, come ha ben espresso la critica (*), da una parte alla tradizione hemingwayana di “Addio alle armi” per temi e struttura del dialogo (Matteo Giancotti, CorSera Veneto 23/07/2011), dall’altra a Pavese (“romanzo di iniziazione”), Fenoglio “per i toni minori […] e per l’attrazione-reverenza […] nei confronti di alcune figure femminili” (Giovanni Pacchiano, Sole24Ore 19/06/2011) e Nievo (Ermanno Paccagnini, CorSera 07/11/2010). O ancora, a Tommasi di Lampedusa per alcune scene interne e corali (sempre EPaccagnini) che rimandano anche, per dialoghi e struttura, all’arte teatrale (Bruno Quaranta, ttL La Stampa, 22/10/2011). 
L’opera – una delle poche dedicate a questo tema – affronta uno dei momenti più critici della Storia d’Italia, quello appena successivo alla disfatta di Caporetto fino a Vittorio Veneto. L’autore mescola con abilità e delicatezza, senza forzature né in un senso né nell’altro, le vicende storiche di quella parte di Italia alla sinistra del Piave che fra il 9 novembre 1917 e il 30 ottobre 1918 viene a trovarsi al di là dalle linee nemiche, e la storia privata – per metà creata ad arte, per metà testimonianza d’epoca – di una famiglia di alta borghesia, gli Spada, “invasa a casa propria”, rimasta isolata in una villa a pochi chilometri dal fronte, insieme al resto del paese. 
Il resoconto della vicenda è affidato al diciassettenne Paolo, orfano dei genitori deceduti anni prima nel naufragio di un piroscafo non ben identificato. Paolo è affidato al nonno Guglielmo, spirito libero e anticonformista (da anni impegnato nella stesura di un “romanzo” di cui nessuno ha mai letto neppure una pagina dattiloscritta), alla coltissima nonna Nancy, brillante matematica in possesso di un albero genealogico internazionale (e di una collezione unica di clisteri da bagno, che utilizza regolarmente), alla nubile ma ancora affascinante zia Maria, vera amministratrice di casa Spada. 
A villa Spada pongono il comando prima i tedeschi e poi gli austroungarici, di cui Paolo è osservatore curioso. 
Il suo sguardo lucido e spietato raccoglie appieno il tema sociale principe della narrazione, ossia il rapporto difficile tra una famiglia nobile – una certa classe sociale italiana ed europea oramai in declino – e i comandanti stranieri spesso aristocratici e ben istruiti che a fatica riescono a digerire il ruolo imposto loro dalla barbarie della guerra. Entrambi i protagonisti, vincitori e vinti, sono impegnati a combattere la medesima rassegnazione incipiente nei confronti del nulla, a essa opponendo una strenua “cortese scortesia” quasi che le buone maniere possano ergersi contro la forza imponente della brutalità. Fino all’inevitabile precipitare degli eventi. “Se il nostro attaccamento alle buone maniere venisse a mancare, cosa resterebbe fra noi e l’agire dei predoni?” (p213) domanda l’affascinante Generale Bolzano alla Signora Nancy, un dialogo serrato che deve la sua perfezione anche alla contestualizzazione impareggiabile (una cena di gala a casa Spada “gentilmente offerta” dai dominatori ai dominati, con tanto di servitù in livrea schierata ai bordi della scena, sotto i ritratti degli antenati Spada illuminati dalla luce fioca delle candele).
In mezzo, una serie di comprimari anch’essi disegnati con stile, dalla servitù di casa Spada (la vecchia Teresa con la figlia Loretta), il custode Renato, che di segreti ne nasconde un po’ troppi, la misteriosa Giulia, altra figura femminile abilmente tratteggiata con sensualità e vigore, il capitano tedesco Korpium e il barone austriaco von Feilitzsch, impeccabile nei modi ma inflessibile nel ruolo impostogli dalla fedeltà alla bandiera. 
Io… io, Madame… ho visto i miei soldati venire su da quel fiume, venivano su dall’acqua, come i vostri gnocchi di patate nel tegame, mi capite, Madame? Gnocchi nell’acqua che bolle” (p.324) si lascia sfuggire il barone a colloquio con donna Maria, in un momento di profonda confidenza a giochi ormai conclusi. 
L’opera è percorsa da ritmi diversi ben congegnati, che assecondano quelli della guerra, tra attese in trincea e improvvisi attacchi di cannone, e quelli della natura, fra inverni sempre più lunghi, freddi e poveri, la neve dei campi sfigurata dal sangue dei militari caduti sotto le cannonate, ed estati roventi foriere di morte ed epidemie, odori di sangue e putrefazione.
La narrazione sociale si sostiene grazie alla puntuale ricostruzione storica e all’uso di una lingua viva e dinamica in cui il dialetto si esplica ad hoc, solo quando occorre, e si intreccia con il romanzo di formazione: il potere ipnotico e urgente della guerra catapulta Paolo, adolescente irruento nel fiore dell’età, dall’ovatta tiepida, autoironica (non mancano i momenti comici, infatti) e aristocratica della famiglia Spada al mondo adulto. In pochi mesi Paolo affronterà la morte e la tragedia della battaglia che porta con sé la fame, la malattia, il compromesso morale, lo stupro, l’assassinio ma scoprirà anche l’euforia dell’avventura patriottica e la passione amorosa. 
E siccome “Non tutti i bastardi sono di Vienna”, a voi l’onore di scoprire quale sia il vero, più feroce bastardo dell’opera.

Buona lettura.
(*) Grazie a @sellerioeditore per la rassegna stampa sull’opera: la potete trovare qui, sul website dell’editore, completa anche di documenti video e audio. Alla memoria di Elvira Sellerio, per altro, AMolesini dedica la vittoria del premio Campiello.

"L’amica geniale", di Elena Ferrante

More about L'amica geniale Torino, giorni nostri. Elena Greco, una donna sulla sessantina, riceve una telefonata: Raffaella Cerullo, sua coetanea e amica fin dall’infanzia, è sparita dalla sua casa di Napoli. Ne comunica notizia il figlio di Raffaella, nella speranza che Elena possa essere a conoscenza degli spostamenti della madre. Anche perché dalla casa di Raffaella mancano diversi oggetti: le fotografie che la ritraggono, i suoi abiti, i documenti. Elena allora, indispettita con l’amica che pare aver dato il via al suo progetto di sempre, decantato e celebrato da decenni, ossia sparire senza lasciare alcuna traccia di sé, presa dalla rabbia e da un curioso istinto di vendetta comincia “a scrivere ogni dettaglio della nostra storia, tutto ciò che mi è rimasto in mente”. 
Da qui parte un lungo e organico flashback che ci riporta nella Napoli degli anni ’50; Elena, voce narrante e protagonista della vicenda, ci racconterà l’amicizia delle due protagoniste, prima bambine e poi adolescenti, ripercorrendo i luoghi dell’infanzia: un rione periferico dell’area suburbana partenopea, tra miseria postbellica, boom economico e una serie infinita di comparse e attori comprimari, dal ciabattino al falegname, ai compagni di scuola, fino a Don Achille, il camorrista del quartiere. 
Questa, in estrema sintesi, la trama dell’opera. “Estrema sintesi” perché parlare di questo ultimo lavoro di Elena Ferrante è questione complessa (come lo è, in effetti, per tutte le sue narrazioni). Prima di tutto doveroso dire che si tratta, più che di un unico romanzo, di un progetto di scrittura articolato in due (o tre) volumi (qui il secondo, in uscita in questi giorni), rispettivamente dedicati all’infanzia e all’adolescenza delle due ragazze, alla maturità e poi alla vecchiaia. 
Un raro esempio di romanzo di formazione italiano? Certamente. Perché l’amicizia tra le due ragazze è complessa, ambivalente, a chiasmo. Un’amicizia che allontana e divide, in nome di una fedeltà eterna ma anche di una rivalità bruciante. Elena è brava e buona, bionda, rotondetta; una creatura mite e affabile. Raffaella invece è secca, aguzza, sporca nelle ginocchia, arruffati i capelli – e cattiva, perché è in grado di ferire chiunque le capiti a tiro, dalla maestra al bulletto di quartiere, sia con il coltellino che tiene sempre in tasca, sia con le parole che, del coltellino, possono essere molto più affilate. Un viaggio nell’essenza del femminile in compagnia di due bambine e poi di due ragazze “geniali”, che ciascuna a suo modo – attirandosi e respingendosi – cercheranno, rapite dal turbine del vigore postbellico, di emanciparsi dalla realtà popolare che le circonda. Prima di tutto attraverso la scuola, che Raffaella, malgrado le capacità straordinarie, dovrà abbandonare al termine della licenza elementare per volere dei genitori e che invece Elena potrà continuare, fino a concludere addirittura il liceo classico, contando su un talento certo inferiore rispetto a quello dell’amica – che non si stanca mai di emulare – ma su una volontà ferrea, concreta (che invece manca all’amica, persa, come tutte le personalità di genio, in interessi momentanei che poi, una volta terminato l’entusiasmo iniziale, abbandona, vittima di quegli stranianti scarti di pensiero a cui Raffaella stessa dà il nome di “smarginature”) ma anche fortemente intuitiva (quasi… geniale?) che la porterà all’emancipazione dal degrado, fisico e psichico, del quartiere. 
Raffaella invece, costretta nella calzoleria del padre, proverà a scardinare il sistema dall’interno: prima adoperandosi per rinnovare il negozio e poi maritandosi a soli 16 anni con una delle personalità più eminenti del quartiere: Stefano, il padrone della ricca salumeria ricevuta in eredità dal padre Don Achille, il camorrista del rione morto ammazzato a coltellate, anni prima. Entrambe le ragazze si confrontano con un ambiente maschile, sanguigno, violento, inadatto al mondo femminile. La violenza fisica e verbale fa da padrona, tra bulli di quartiere e padri maneschi. Le madri sono creature stremate, invecchiate precocemente, vittime delle botte degli uomini, della povertà e delle gravidanze. 
Quindi, oltre che un romanzo di formazione, abbiamo a che fare con un romanzo popolare? Anche. Perché l’attenzione da dedicare ai comprimari e ai personaggi minori è massima da parte dell’autrice e deve esserlo anche da quella del lettore, al fine di mantenere evidente una coralità di fondo che non deve prescindere la fruizione del testo, malgrado la difficoltà iniziale nel seguire vicende familiari complesse e spesso solo accennate (ndr: come nelle commedia, per altro, l’elenco dei personaggi con relative indicazioni di parentela è affisso in prima pagina – non dimentichiamocene). Il quartiere è un non-luogo, quasi un acquario di pesci tropicali che l’autrice osserva in maniera sistematica, con rigore scientifico (nella più pura tradizione “verista” – vien quasi da dire, visto che non si tratta certo di un romanzo “a tesi e dimostrazione” di una qualche ideologia) attraverso gli occhi di Elena: un mondo di uomini visto con gli occhi delle donne. 
Per descrivere quello che le circonda c’è necessità “soltanto” di una lingua secca, puntuale, che tuttavia dia spazio anche all’insondabile, all’immaginifico e al metaforico. Non c’è bisogno invece di strumenti a effetto: non occorre, per esempio, un’eccessiva contestualizzazione storica che spesso non aiuta le narrazioni di genere (troviamo al limite qualche accenno utile all’economia della narrazione: la “millecento”, il televisore…) come non occorre neppure un uso sistematico del dialetto, che viene spolverato raramente solo ove sia strettamente necessario sottolineare la violenza dell’azione che spesso va di pari passo, nel rione, a quella della lingua; dialetto che si preferisce inserire all’interno della narrazione quasi sempre filtrato dall’orecchio appuntito di Elena: “lo disse in dialetto” / “gli gridò in dialetto”. 
D’altra parte, fastidioso o meno che sia, siamo nelle mani dell’autrice e lì rimarremo. Il punto di vista è sempre parziale: Elena, protagonista e insieme voce narrante, per altro lungi dall’apparire quello che per certi versi è, ossia onnisciente dato che la narrazione procede in flashback, ci affida una narrazione “minuto per minuto” accuratamente denudata di qualsiasi riferimento al “dopo”, in maniera tale da lasciare Raffaella, le sue gioie, le sue paure, i suoi progetti, nell’ombra del non-detto e del non-conosciuto. Questa, e diverse altre questioni, differenzia a parer nostro “L’Amica Geniale” di EFerrante da “Acciaio” di SAvallone, a cui, per tematica e struttura è spesso accostato (ne abbiamo parlato anche noi, qui). 
Una nota a margine: la rassegna stampa su quest’ultimo lavoro di EFerrante è corposa, potete trovarla sul sito dell’editore, accuratamente archiviata (qui). A noi – parere personale – le note e le recensioni apparse sui “litblog” sono sembrate molto vive e passionali, indipendentemente dal giudizio espresso sull’opera, forse molto più vive e passionali di quelle pubblicate dalla stampa tradizionale che talvolta risente, sempre a nostro parere, di un approccio critico molto marcato (anche qui, contano entrambi i giudizi in merito all’opera). E’ questione che in questo caso ci è parso che proprio dal litblog sia riuscito a trapelare il Lettore: quello vero, che arde nell’animo, bruciante di una passione che, proprio perché vera, lascia spazio a una critica del testo spesso molto competente
Curioso che sia il popolo dei litblog quello anche meno interessato all’identità misteriosa di Elena Ferrante. Se da parte della stampa tradizionale si rivela qualche volta un interesse pungente, a metà strada tra il gioco letterario dell’“indovina chi” e uno spirito un po’ voyeur che si manifesta con un vaglio a nastro di ipotesi probabili e meno (Fabrizia Ramondino, Goffredo Fofi perché consulente di E/O e intervistatore della Ferrante, Domenico Starnone by himself o in copia con la moglie Anita Raia, consulente editoriale di professione, etcetc…) una parte cospicua dei litblog o comunque delle opinioni espresse on line dai lettori celebra invece la vittoria dell’opera letteraria sull’autore del testo. Che rimane il proprietario intellettuale dell’opera ma che, attraverso la rinuncia consapevole alla celebrazione mediatica di se stesso, opera uno scambio che ha il sapore del passato (quando le copertine dei libri erano tutte dello stesso colore e i nomi degli autori spesso “soltanto” nomi o al massimo firme sui giornali) ma che forse sarà la chiave anche per una rivoluzione futura dell’editoria: porre il lettore, di nuovo, al centro dell’interesse di tutta la filiera editoriale
Buona lettura 🙂

"Nel Giappone delle donne", di Antonietta Pastore – "Il coperchio del mare", di Banana Yoshimoto

More about Nel Giappone delle donne More about Il coperchio del mare Antonietta Pastore, studi in pedagogia e docente universitaria, attraverso la sua personale esperienza di expatried, durata quasi 20 anni, con delicatezza ed estrema competenza ci racconta in punta di piedi l’universo femminile giapponese: dall’adolescenza al matrimonio, dall’educazione dei figli alla vecchiaia, passando per lavoro, tradizione e femminismo. 
Scopriremo cos’è un omiai e perché non sia soltanto visto di buon occhio dalle famiglie ma addirittura richiesto dalle giovani giapponesi (50%) che dopo una certa età (ndr 26.7 anni, di media) corrono verso il matrimonio, d’amore o di convenienza che sia, semplicemente perché terrorizzate dall’idea di entrare a far parte della ormai folta schiera delle parasaito shinguru (ove shinguro sta per “zitella” e parasaito… beh, per “parassita”), perché l’obiettivo perseguito “non è il lieto fine ma l’interesse del gruppo” (p28). 
Attraverso la testimonianza di giovani spose e mature madri di famiglia scandaglieremo il misterioso, conflittuale rapporto tra la nuora e la spesso tirannica suocera a cui la giovane sposa deve obbedienza cieca e assoluta e che di frequente, se il figlio sposato è il primogenito, viene accolta in casa quando anziana e non più autosufficiente, nell’ottica di una relazione coniugale definita all’insegna dei più rigidi canoni tradizionali: l’uomo guadagna per la famiglia, la donna bada ai figli e alla casa. 
“Fin da bambina alla donna giapponese viene inculcato che la pazienza e il sacrificio di sé sono, più che un dovere della donna, l’essenza stessa della femminilità” (p38). Remissività, abitudine a servire il marito, che le mogli non chiamano per nome ma con un anonimo anata (tipo il vous francese) stesso pronome che viene utilizzato per interloquire con un collega sul lavoro; marito da cui sono apostrofate con un banale kimi (“tu”) o peggio ancora con un bell’ohi! “che non ha bisogno di traduzioni” (p38). 
E non potremo non stupirci, di fronte al potere autoritario della donna, in special modo quello che deriva dalla capacità di negoziazione interna ed esterna alla famiglia, tipico e specifico della donna giapponese. Donne che scattano in piedi se il marito ordina una birra ma che amministrano in completa autonomia tutte le finanze di casa, poche o molte che siano: dall’acquisto dei mutandoni di lana per tutti i membri maschi della famiglia, alla gestione di un esercizio commerciale, alla pianificazione delle spese. Direttamente responsabili del vitto quotidiano, finanche all’acquisto di beni mobili e immobili, non esitano a redarguire aspramente il consorte nel momento in cui osi accendersi una sigaretta in casa o uscire senza il cappotto, per poi riferirsi a lui, in presenza di terze parti, con il termine shujin (“il mio padrone”), malgrado la lingua abbia a disposizione anche otto, medesimo significato privato però dell’idea della sottomissione. Regine dell’economia domestica e target goloso del marketing più sfrenato, sono sempre impegnate nell’attività principe della donna nipponica: quella del maru maru, “del tondo tondo” (p49), ossia “mantenere la pace e l’armonia”; quando non accettino per sé addirittura il ruolo di kyoiku mama, ossia una madre che fa dell’educazione e della riuscita scolastica dei figli l’unico scopo della sua vita. 
Parleremo dei movimenti femministi, che pure ci sono stati e ci sono tuttora, frutto dell’occidentalizzazione di massa, ma che tuttavia hanno modificato solamente gli aspetti esteriori della società giapponese, grazie anche a innegabili vantaggi pratici (elettrodomestici, abiti comodi, tecnologia – pena la perdita di tradizioni raffinate e millenarie) ma non certo quelli più profondi, in un’orgia di risultati di dubbio gusto e scarsa utilità sul lungo periodo. 
Dall’analisi delle complesse tematiche familiari viene di conseguenza quella sulla vita della donna fuori casa: giovane o anziana che sia, non può esimersi dalla cura della casa e della prole (l’utilizzo di una otetsudai-san, la domestica, è socialmente concesso e accettato solo nel caso di famiglie molto facoltose) e quindi, ove scelga di portare avanti un’attività lavorativa, si tratta per forza di scelte professionali dalle caratteristiche ben specifiche. Ci inoltreremo quindi nel sottobosco multistratificato delle occupazioni professionali dedicate tipicamente al mondo femminile. Faremo la conoscenza delle tipiche Office Ladies, l’esercito delle segretarie che affollano qualsiasi multinazionale nipponica; ragazze spensierate, buona famiglia, buona istruzione, buono stipendio che viene per la maggior parte speso in accessori alla moda o viaggi all’estero. Comprenderemo un po’ meglio i delicati meccanismi di selezione e di accesso al mondo professionale (che spesso prendono il via dalla scuola elementare): divisi in due categorie, quelli con possibilità di carriera e quelli senza, ambiscono sulla carta alle agognate pari opportunità ma poi, nella pratica, non fanno altro che accelerare l’ascesa del lavoratore maschio a scapito della donna che normalmente, dato il suo impegno in famiglia, una volta sposata non potrà consacrare tutta se stessa alla ditta e al lavoro. E infine scenderemo nel mondo sommerso dei mizu shobai, i negozi “dell’acqua”, tra mama-san, hostess, entraineuses, pink parlour, fino ai famigerati toruko (“bagni turchi”, poi per ovvie ragioni ribattezzati col più politically correct soapland) passando addirittura dai no-pants kissa. Con buona pace della geisha che per secoli ha incantato oriente e occidente con la sua cultura, la sua grazia e il suo mistero. 
Ad integrazione di questo competente e appassionante saggio vorremmo consigliarvi una delle numerose opere di Banana Yoshimoto, di cui vi lasciamo qualche stralcio. Racconto lungo per altro adatto all’occasione, giacché nell’opera si parla, tra l’altro, di quella dolcezza un po’ malinconica che precede l’arrivo dell’autunno nelle cittadine turistiche di una costa nipponica che potrebbe ben assomigliare ad una qualunque delle nostre spiagge tirreniche. La trama è scarna, semplice: Mari, appena laureata, torna nel suo paese di origine decisa ad aprire una piccola attività commerciale, un chiosco di granite. Assieme a lei arriva inaspettata un’amica di famiglia, Hajime, provata da da un grave lutto: la perdita dell’amata nonna che viveva in famiglia. Le due coetanee trascorreranno insieme l’estate, per poi separarsi al principio dell’autunno. 
(…) ero felice all’idea che non dovevo fare niente di strepitoso. L’unica cosa che mi era concessa era prendermi cura, riempiendolo di fiori, del piccolo vaso che portavo dentro di me. Di certo non potevo credere di cambiare il mondo con le mie idee. Dovevo solo essere me stessa, una persona in grado di godersi la vita. (…) L’unica cosa che dovevo fare era arrivare alla morte dopo aver trascorso una vita a contemplare le cose belle del creato, tenendomi alla larga da ciò che mi avrebbe costretta a distogliere lo sguardo. (p. 63) 
(…) per la verità mi chiedo perché gli uomini vadano continuamente alla ricerca di cose sempre più complicate, sempre più oscure” (…). Gli uomini si spingono sempre più lontano, in posti estremamente tristi, oscuri e remoti. E lo fanno di loro libera iniziativa. Forse sentono la necessità di vedere le cose più in profondità, oppure è la razza umana che è fatta così. (p.70) 
Io a volte penso che non sia colpa loro, che sono fatti così. Mentre gli uomini si addentrano nei loro mondi bui e tristi, noi donne cerchiamo sempre di accendere una piccola luce nella vita di tutti i giorni. Le ruote della vita cominciano a girare solo se succedono entrambe le cose (…). Suppongo ci siano anche donne capaci di lavorare fino al tracollo, stacanoviste che vanno in profondità nelle cose esaurendo tutta l’energia fisica che hanno a disposizione, di solito, però, c’è qualcosa che ci ferma prima, no? A noi piacciono le zone d’ombra, preferiamo mangiare qualcosa di buono e farci una bella dormita, consapevoli che subito arriva un nuovo giorno. Sono davvero convinta che, fondamentalmente, ci siano delle piccole differenze nei ruoli dell’uomo e della donna. Il fatto che i nostri corpi siano diversi significa che anche i nostri ruoli sono in qualche modo diversi. Di sicuro gli uomini riescono a fare anche cose estreme, perché hanno un posto dove tornare. Che sia dalla moglie o dalla madre, non importa. Possono continuare a esplorare i loro mondi, possono anche andare nello spazio, solo perché sono legati a questa corda di salvataggio (…). Noi siamo fatte in modo che ci bastano i piccoli piaceri della vita quotidiana per andare avanti. (p. 70-72) 
Le cose avvengono proprio nel momento in cui stai per convincerti che non ci sia più niente da fare. Se, invece, aguzzi l’ingegno senza darti per vinto, la soluzione arriva all’improvviso, da un luogo del tutto inaspettato, sotto una forma quasi ridicola. (p. 77-78) 
C’era una cosa che mia mamma mi diceva spesso: “Le persone non vogliono soffrire né tantomeno vivere nel terrore, desiderano soltanto essere felici. Siamo tutti fatti così, per cui se ti rendi conto che un tuo comportamento potrebbe ferire qualcuno, devi modificarlo”. (p.58) 
Come a dire, la teoria e la pratica delle cose. 
Buone letture 🙂 

"Estate al lago", di Alberto Vigevani

More about Estate al lago Molti personaggi illustri hanno scritto di Alberto Vigevani, quindi non possiamo fare altro che lasciar loro la parola. 

Un poeta che scriveva romanzi”, come lo ricorda Lalla Romano il giorno successivo alla sua scomparsa (23 Febbraio 1999), dalle pagine del Corriere. “Il mio amore di sempre per i libri di Alberto, così sapientemente e con affettuosa ironia lombardi, anzi milanesi (…) pensiero grandioso, con racconti pieni di umanità e modestia”. 
Scrittore, poeta, libraio antiquario ed editore, amico dei critici e degli autori più noti del suo tempo” lo racconta Paolo Di Stefano citando, tra gli amici e i colleghi, Sereni, Treccani, Strehler, Pampaloni, e tra i suoi critici Bassani, Calvino e Dionisotti che Di Stefano cita: 
Carlo Dionisotti nel ’76 si diceva entusiasta dell’ Estate al lago, collocandolo «sotto il segno di una moderna e nostra classicità»: «Leggendolo, ho avuto la commovente illusione che quella civiltà letteraria europea dei miei anni giovanili, fra l’ una e l’ altra guerra, non fosse scomparsa del tutto»” 
Addio ad Alberto Vigevani. Cantò il cuore della vecchia Milano” scrive Guido Vergani sempre sul Corriere, e sempre a seguito della sua scomparsa, continuando così: “Apparteneva a una Milano ormai sepolta, quella intellettualmente e ideologicamente nobile di “Corrente”, di Raffaele Mattioli, il banchiere – editore, di Adolfo Tino, di Vittorio Sereni, di Antonello Gerbi, di Sergio Solmi, di Riccardo Bacchelli. Dal “Demetrio Pianelli” di Emilio De Marchi, la narrativa italiana non e’ stata prodiga di storie milanesi. Non si fatica a ricordare e non si rischia di dimenticare: “L’ incendio di via Keplero” di Gadda, “Il ponte della Ghisolfa” e “Il dio di Roserio” di Giovanni Testori, “La vita agra” di Luciano Bianciardi, “Un amore” di Dino Buzzati. A questo scaffale, Vigevani ha dato libri che meritano di starci e che resteranno a testimonianza del vivere e del sentire di una societa’ , di una citta’ negli anni dell’ armonia, del male ideologico, della mediocrita’ vile e accomodante, dell’ inferno e, poi, della speranza. Sono pagine intrise di Milano, hanno, fra letteratura e cosa vista, fra romanzo ed elzeviro, colori, strade, personaggi, sentimenti milanesi. Per questo, Milano ha in lui il “suo” narratore. In questo, Vigevani e’ lo scrittore piu’ milanese dell’ ultimo mezzo secolo (…). Milano, nella fatica letteraria di Vigevani, non e’ solo spunto per prose d’ arte. I romanzi, i racconti biografici liquidano l’ idea che la sua milanesita’ narrativa sia solo elzeviristica: una misura di sapiente, controllatissima scrittura che lo apparenterebbe agli scapigliati Gian Pietro Lucini e Carlo Dossi, a Raffaele Calzini, a Carlo Linati, a Piero Chiara di “Vita a Milano”, ad Alberto Arbasino di certe pagine de “Piccole vacanze”. Anche se il suo sangue, il suo sentimento, la sua appartenenza alla citta’ si fossero espressi solo in questa forma e “gittata”, in questo respiro breve, chi potrebbe negargli un posto alla ribalta della letteratura milanese? Ma tale diritto e’ alimentato dallo sfondo, dalla materia, dall’ impasto totalmente milanesi del suo narrare piu’ disteso e vasto” 
Estate al lago” in edizione Sellerio (la prima è di Feltrinelli, 1958) ci è capitato in mano per caso, scovato sul bancone di un mercatino dell’usato. Come per caso sono nate le immagini attraverso cui abbiamo cercato di descrivere l’opera.

“L’anno che compì i quattordici andarono in villeggiatura a Menaggio,
sul lago di Como, per seguire dei parenti che avevano figliuoli vicini alla sua età
e a quella dei fratelli. La delusione di non tornare al mare lasciò il posto alla curiosità per i nuovi paesi,
al pensiero che vi avrebbe ugualmente trovato l’acqua e le barche” (pag.21)

“Dalle cancellate si intravedevano i giardini del lungolago, trapunti dai colori delicati
delle aiuole fiorite, folti d’alberi esotici, di piante centenarie che sporgevano i rami sulla strada” (pag.22)

“Gi pareva di tenere il capo di un capriccioso aquilone che per un istante,
nascosto dal tetto di una casa, da un crocchio di piante,
nemmeno si sa dove voglia dirigersi. Poi, nel giardino, le siepi,
le finestre aperte sulle stanze, gli parvero un labirinto di prospettive, e, quando le udì,
di voci che avrebbero potuto strapparlo dalla contemplazione di ciò che stava nascendo,
e nemmeno voleva approfondire” (pag.69)
Dalla nota di G Pampaloni in coda al volume:
“(Estate al lago) è, tutto insieme, racconto d’ambiente, memoria di adolescenza, racconto d’amore, storia di un’educazione sentimentale (…). Il fascino del racconto sta nel timbro, malinconico e un po’ assorto; una malinconia che nasce da una necessità lirica e si vela di un arcano colore del destino. Il mondo che ci descrive è quello consueto allo scrittore, il mondo della borghesia liberale milanese, moderna, illuminata, e pur sempre legata al solido decoro ottocentesco: la lunga villeggiatura della famiglia di una avvocato, le quiete ville sulle rive del lago di Como, nascoste dal verde agli sguardi indiscreti, l’agio senza sussulti apparenti degi anni tra le due guerre (…). Giacomo, ragazzo solitario e scontroso, confuso nell’etaò acerba degli ultimi calzoni corti, è infelice; ma il suo problema non è la felicità, è la vita (…). Questo mi pare il tratto originale del personaggio (e del libro): la perdita dell’innocenza, momento fatale di ogni adolescenza, si trasforma, come in dissolvenza, nella consapevolezza della complessità dell’amore con tutto ciò che di ambiguo, di doloroso, ma anche di certo e, in qualche senso, di supremo, tale consapevolezza porta con sè” (p137-138). 
Buona lettura 🙂

Bibliografia essenziale:

"Vietato giocare con la palla", di Antonio Steffenoni

Le notti di agosto, a Milano, sono bugiarde e interminabili, rinfrescate da qualche scampolo di vento prealpino che coraggioso scende a valle quando cala la sera; sono piene di buoni propositi e progetti per il giorno a venire (lontano o vicino) che poi però, alla luce di un’alba già rovente, naufragano nel mare delle illusioni impigrite. 

“Vietato giocare alla palla” si inserisce perfettamente, per tematica e struttura, nel ricco filone noir della narrativa gialla milanese. Il Commissario Ernesto Campos, di padre spagnolo emigrato in Italia per amore, viene richiamato dalle ferie per risolvere un’indagine spinosa: una carneficina famigliare, cinque persone barbaramente trucidate a colpi di arma da fuoco, nessuna arma del delitto e un unico superstite, per altro sospettato, in fuga. 
Come a dimostrare che ogni opera letteraria tende, se non forzata, a prendere la strada che più gli è consona, abbiamo atteso molto tempo per affrontare questo romanzo che non è una novità recente nel panorama delle uscite di genere (la prima uscita è datata addirittura 2008). Questo perché non si tratta, semplicemente, di un romanzo giallo. Certo, ve ne sono espresse al meglio tutte le caratteristiche: un delitto efferato a cui segue un’indagine di difficile risoluzione, una squadra di protagonisti appartenenti alle forze dell’ordine ben assortita e delineata nei dettagli, capitanata da un leader sicuramente di spicco, né convenzionale né immune alle proprie, personali debolezze; uno stile narrativo che si destreggia abilmente, attraverso una trama tesa e lineare, tra le parti prettamente descrittive e quelle dialogate, fondamentali per lo sviluppo della vicenda; una contestualizzazione geografica e temporale precisa e ben calibrata. 
Avevamo bisogno di riscontri oggettivi – per quanto oggettiva possa essere ogni percezione personale – di immagini e rifrazioni di luce
Bisogno di vivere anche noi, come il Commissario Campos, quel tempo sospeso delle ferie in città, fatto di buoni propositi (i 4327 libri del Commissario, che riposano chiusi in decine di scatoloni – tutti rigorosamente sistemati ed etichettati in ordine alfabetico – e che il protagonista ha il proposito di sistemare nella libreria di casa, utilizzando parte della licenza estiva), di tempo dilatato e immobile, aria rovente e sole a picco sull’asfalto molle e quasi liquefatto e notti – appunto – un po’ bugiarde e interminabili. Così ce la siamo girata quasi tutta, la Milano di Ernesto Campos (e ne abbiamo fatto pure qualche twitt, in rigoroso ordine sparso).
Dalla circonvallazione interna ai casermoni di cemento della periferia nord, passando per le spiagge affollate del Lido fino ai tavolini di una Brera assopita sotto il sole di agosto, abbiamo affrontato quasi una discesa agli inferi casalinga, a metà tra un Cuore di Tenebra postmoderno e un’inedita avventura Marcovaldiana. Perché “Vietato giocare alla palla” è anche, e soprattutto questo: una personale indagine introspettiva che partendo dall’inquietudine personale del protagonista raggiunge inevitabilmente anche il lettore. Così, mentre il Commissario Campos si trova a fare i conti non solo con l’assassino impunito di una strage efferata e all’apparenza senza logica ma anche con i propri demoni personali che il delitto fa potentemente riemergere (un episodio drammatico del passato e un senso di colpa mai sopito), necessariamente il lettore finisce per interrogarsi anche su di sé. 
“I casamenti che fiancheggiavano il rettilineo di Melchiorre Gioia
avevano per lo più le persiane chiuse” (p10) 

“Anche Via Cagliero sembrava far parte di una città abbandonata; le tapparelle abbassate
punteggiavano di nero  i grandi palazzi che la stringevano sui due lati” (pp 32-33)
“Vietato giocare alla palla” è un romanzo sul castigo e sul perdono, sui cambiamenti nei rapporti d’amore e sul senso di responsabilità rispetto al quale non riusciamo quasi mai a confrontarci con equilibrio: talvolta gli sfuggiamo, nella convinzione che ad esso sia possibile sottrarsi per sempre solo per il semplice fatto di continuare a ignorarlo; talvolta invece ce ne sobbarchiamo solo gli oneri in un gioco perverso di ricatti affettivi, inutili rinunce e speranze mal riposte.
Il senso di colpa di Campos proprio perché mai risolto inquina la quotidianità del protagonista, relegando i suoi rapporti personali, specificamente quello profondo ma altalenante con la fidanzata Marzia, dentro un limbo fangoso di cose non dette, questioni lasciate in sospeso e decisioni procrastinate all’infinito.
E’ un attimo unico, particolare, uno di quei rari istanti in cui per talento e intuito il fotografo riesce a scattare un’unica istantanea, il momento esatto in cui una vita cambia direzione.

Nota a margine: potete trovare qui una vasta galleria dei bellissimi lavori “Hopperiani” di Gianni Maiotti, autore dell’immagine in copertina e illustratore della maggior parte delle cover della collana “Il mio tempo” di Carte Scoperte.

Buona lettura 🙂

"Il Libraio", di Régis de Sá Moreira

More about Il libraio Si sente il vento d’oltralpe, in questa moderna favola di poesie a capitoli. 
In una città sconosciuta, eppure così ben definita da sapori e profumi, un uomo senza nome trascorre la sua vita tra gli scaffali zeppi di volumi che compongono la sua libreria. 
L’uomo senza nome si nutre solo di tisane (una per ogni cliente) e di libri, che legge in continuazione; dorme rannicchiato in una vecchia poltrona dietro al bancone e non abbandona mai il negozio, che tiene aperto anche di notte (illuminandolo con una lanterna a petrolio, perché le stanze non sono fornite di luce elettrica). 
L’uomo senza nome, identificato solamente dalla sua professione, il libraio, per gli amici non è diventato altro che un argomento di conversazione; ha amato tre donne, tutte sparite, ha cinque fratelli e cinque sorelle sparpagliati per il mondo con cui si mantiene in contatto scrivendo delle lettere molto speciali. 
Ovviamente l’uomo senza nome per tutto il giorno non fa altro che accogliere i clienti che entrano nella libreria. Ci sono clienti buoni e clienti meno buoni. Il lettore insoddisfatto alla ricerca del libro perfetto. Un gruppetto di bambini che, girovagando tra le scansie, riempie gli stretti corridoi della libreria (taluni sono proprio stretti, fatti solo per loro) di fantasie di corsari, abbordaggi e isole del tesoro. 
C’è l’Ultimo Cliente della Giornata, che si riconosce dal fatto che non vuole mai andare via; ci sono donne bellissime, e leader religiosi. Anche Dio passa, ogni tanto, così giusto per curiosare. E di tanto in tanto entra anche una Gran Dama vestita di nero. Legge poesia. E piano piano, mentre legge e sfoglia pagine di carta sottile, qualcosa le accade. 
E’ una finestra aperta su un mondo misterioso, fatto di momenti luminosi che appaiono raramente, soltanto a tratti. Nel mezzo c’è la vita di ogni giorno: attese, delusioni, piccoli e grandi tormenti. 
Eppure (o meglio, proprio per questo) è una storia da leggere assieme ai bambini, nelle notti di inverno, prima di andare a dormire: in un mondo in cui l’essere abili in diverse discipline, sempre eccellendo, è considerata una norma e una necessità, il libraio tra le altre questioni ci insegna che chi vende sogni, i piedi per terra non è che ce li possa sempre avere. 
Come nella favola della lepre, del serpente e dell’uccellino, a ognuno di noi è affidato un compito. La lepre sarà in grado di saltare più in alto del serpente, e tuttavia non saprà strisciare con la medesima agilità del rettile, che a sua volta, nonostante le sue eccellenti qualità, non avrà mai modo di allietare il bosco con i cinguettii che invece sono propri dell’usignolo. A ognuno il suo, insomma – cosicché ciascuno possa prendersi le responsabilità delle proprie scelte, senza la pretesa di poter ottenere, in breve tempo e senza rinunciare a nulla, tutto quello che si trova a desiderare. 
E’ un bell’insegnamento per gli adulti di oggi, ma anche per i bambini che diventeranno adulti a loro volta, un domani; per riscoprire la pazienza, l’umiltà e il valore delle cose fatte insieme, a ciascuno il proprio ruolo, i propri meriti e, perché no, anche i propri errori. 
Nota: la redazione di ADC ringrazia la gentilissima signorina @Aisara al #Salto12, che con indomita maestria di polso, di fronte a noi improvvisamente strappò, tutta d’un pezzo, una pagina intera di una copia dell’opera. E poi quel foglio ce lo allungò, con il sorriso sulle labbra. Eravamo in due e il rumore della carta spezzata quasi ci uccise. Però, poi, capimmo. Ci saremmo persi qualcosa, senza quel gesto.

"La strana scomparsa di Leslie", di Josephine Tey

More about La strana scomparsa di Leslie Oggi vorrei parlarvi brevemente di Elizabeth Mackintosh (1896 – 1952). 
Fisioterapista e insegnante di ginnastica, con lo pseudonimo di Josephine Tey è autrice scozzese nota per le sue mystery & detective novels. Di carattere schivo e riservato, in vita era apprezzata drammaturga (sotto lo pseudonimo – un altro! – di Gordon Daviot) di consistente profilo ma sono i suoi romanzi, piuttosto che le sue pieces teatrali, a essere tutt’oggi ancora pubblicati e diffusi a livello internazionale: perché JTey è universalmente riconosciuta come una delle più apprezzate scrittrici della golden age del romanzo giallo anglosassone. 
Ora Mondadori ne ripubblica l’opera negli Oscar Narrativa, accattivando il lettore attraverso un’interessante introduzione di PD James e le belle, evocative copertine di Mick Wiggins.
Cinque romanzi hanno come protagonista l’Ispettore Alan Grant (“The Man in the Queue”, “A Shilling for Candless”, “To Love and Be Wise” – il nostro “La strana scomparsa di Leslie” – “The Daughter of Time” e “The Singing Sands”), altri tre invece si caratterizzano come Stand-alone Mysteries (“Miss Pym Disposes”, “The Franchise Affair”, “Brat Farrar”). 
Che dire se non: leggetela. 
Cosa troverete: 
  • Un detective gentiluomo molto diverso dalle figure tormentate e oblique che popolano la narrativa di genere degli ultimi anni. Lavoratore instancabile, fedele seguace della giustizia e della verità. Dotato di acuto intelletto e professionalità estrema, gran spirito di osservazione e saldi principi morali, Alan Grant è una persona assennata e prudente, ma non per questo rigida e conformista, anzi. Aperto alle novità, curioso di ciò che lo circonda, in punta di piedi e senza disturbare entra ed esce da mondi diversi senza la pretesa di giungere ad appartenere totalmente ad alcuno, né a esserne accettato ma pronto ad assaporare le bellezze di ognuno ed ad osservarne, imparando dall’esperienza , le pecche e le difformità. 
  • Una serie di comprimari, più o meno abituali, che grazie all’indiscutibile abilità della scrittrice nell’arte teatrale hanno la peculiarità di una rappresentazione di dettaglio: completa, espressiva, convincente. 
  • Un’ambientazione evocativa e vivida, fatta di paesaggi dipinti con olii e carboncini: si va dalla campagna inglese dei piccoli centri urbani, buen ritiro non dell’alta società, mondo che non compete a JTey, ma di quella parte di mondanità intellettuale e artistica (scrittori, pittori, attori, ballerini) a cui l’autrice è legata, e ben conosce, data la sua attività di drammaturga, alle Highlands Scozzesi, tributo alle terre selvagge, luogo natio della scrittrice. 
  • Storie appassionanti (da leggere senza pretesa di immedesimazione, ovviamente), dalla trama ben tesa ed equilibrata – da cui non occorre sempre aspettarsi la forte emozione del delitto in presa diretta – tra vicenda principale (poliziesca) e le varie comprimarie, spesso inserite per alleggerire l’atmosfera, che spaziano finanche all’intrigo sentimentale. 
  • Dialoghi realistici, di chiara impostazione teatrale perché sempre definiti da connotazioni evidentemente sceniche: la descrizione del modo in cui l’interlocutore accavalla le gambe o stringe, compulsivamente, il manico di una tazzina di tè; uno sguardo; la luce del sole al tramonto che colpisce il viso del protagonista. 
  • E soprattutto, quel mondo tutto british, oramai scomparso, di cui è un piacere leggere, e ricordare. 
Nota: per studio ulteriore, mi permetto di rimandarvi all’analisi fotografica di @FNall per quanto riguarda la forma ; per i contenuti, alle puntuali e approfondite osservazioni di Senza Errori di Stumpa (@laClarina).
Buona lettura. 

"Romanzo per signora", di Piersandro Pallavicini

More about Romanzo per signora “Il mondo è bello, non sentite come frizza l’aria? Non vedete com’è lucente il cielo? Nice, Cote D’Azur. Ridiamo, scherziamo, siamo italiani, vigevanesi, rotariani, abbiamo figli, conti in banca e io ci penso, giuro che mi concentro, eppure com’è che non mi si riempie, questo spazio vuoto e gelido che mi si è aperto al posto del cuore?” (pag 94)

Cesare Corsico-Piccolini, distinto ex direttore editoriale di un’importante casa editrice milanese, e la moglie Franca. Il Luciano Buttafava, patron di saloni automobilistici, con la consorte Adriana. L’Attilio Persegàti (detto Enzo per la sua somiglianza con Jannacci), fondatore di una azienda leader nel settore delle calzature di lusso, neovedovo.
Tenete a mente questi nomi, non vi lasceranno più.

Cinque amici over 70, Vigevanesi, Rotariani de’ no’ artri.
La borghesia lomellinese, armata fino ai denti, all’assalto della Nizza più kitsch per una settimana di vacanza in bassa stagione.
Acciacchi vari, ipocondrie multiple, scheletri nell’armadio, portafogli a fisarmonica, maglioncini di cachemire e jaguard d’ordinanza per veri “cumenda” affiancati dalle rispettive controparti femminili, signore griffate e ingioiellate, vagamente isteriche (ndr, alla Franca, quando s’indispettisce, le escono fuori dei terribili baffi da suora, e l’Adriana appare, nei medesimi frangenti, tale quale a un “pechinese elettrico che hanno attaccato per sbaglio alla duecentoventi invece di mettergli le solite pile” – pag 182), adeguatamente nutrite di ansiolitici ove l’occasione lo richieda.

Ecco a voi la cronistoria di una vacanza che di rilassante avrà poco o niente, come prevedibile. Altro che cene a base di pesce e tranquille passeggiate sul lungomare. Qui si narrerà, con dovizia di particolari, di liti coniugali presenti e passate, misteriose sparizioni (per un amico che si vaporizza nel nulla un altro forse riappare, emergendo, come un fantasma, dalle nebbie di un passato remoto oramai così difficile da ripescare) e scioccanti rivelazioni, risse, scene di drammatica isteria collettiva, atti illeciti; il tutto raccontato con maestria, ritmo incalzante, divertente, ironico.

Lo sguardo critico (a tratti cinico, mai cattivo) di Cesare, affetto da sclerosi multipla, mitigato da quello fine e traslucido del lieve Persegàti, che si esprime soltanto in dialetto; la tranquillità stoica, e in parte chimica, della timorata e casta Franca cui fanno da contrappunto le epiche scenate dell’Adriana nei confronti del marito Luciano, espressione più classica e costruita (eppure così reale) del commendatore di provincia, chiassoso e volgare, tronfio dei suoi successi commerciali, sciocco e credulone.

Romanzo dalle linee narrative multiple e fluide, si rimescola su così tanti e vari livelli di coscienza che non provare a scoprirli tutti sarebbe un sacrilegio.

Un esempio già il titolo, ingannatore e fuorviante.

Se da una parte esso rimanda chiaramente ad Henry James, dall’altra sembra irridere (riprendendo scherzosamente la velata misoginia di Cesare, io narrante, nonché il vago senso di omofobia che permea le riflessioni dei cinque protagonisti a riguardo) di tutta quella certa letteratura rosa di cui sono fitte le classifiche di vendita attuali, al contempo strizzando l’occhio alle statistiche che vedono l’area dei “lettori forti” dominata da una netta percentuale femminile.

Un ammiccamento sottile e sarcastico, camuffato da indicazione di genere e target, perché al di là dalla tragi-comicità della gita Nizzarda, di temi scottanti, trattati, ce ne sono eccome (altro che Romanzo per signora, quindi): dalla malattia debilitante, sia nel fisico sia nella psiche, che dall’interno scardina pezzo per pezzo ogni punto di riferimento (le vertigini, i tremori, le difficoltà di deambulazione / i ricordi offuscati, le parole che non si riescono più a pronunciare, perse nel buio di una memoria farlocca) alla querelle sulle terapie mediche alternative (una su tutte, il cannabiolo) che sfocia quasi inevitabilmente nel dibattito sull’eutanasia e sulle cliniche della dolce morte.

Dall’omosessualità, celebrata, nascosta, o solo presunta al ruolo della donna, che, agli occhi di Cesare deve rispondere perfettamente ai cliché più tipici degli anni ‘50 e ’60: relegata in un mondo a parte, famigliare, dedita alla cura dei figli e della casa, poche parole, pochi svaghi (unico concesso, la religione) e tanto amido per i colletti delle camicie, che occorrono perfettamente stirate.

Per non parlare dei figli, grotteschi ereditieri buoni solo a trattare ogni over 70 che capiti loro a tiro alla stregua di un preadolescente tontolone e a dilapidare il patrimonio di famiglia che i rispettivi genitori hanno costruito nel corso degli anni, con indubbio talento, rinunce e gran fatica di lavoratori indefessi.

Eppure, non è finita qui; eh sì, perché ci manca ancora lo scrittore Leo Meyer; riconoscibile alter ego di Pier Vittorio Tondelli, è la nemesi di Cesare: l’amico di una vita, lanciato dallo stesso Cesare in vetta alle classifiche editoriali e poi improvvisamente scomparso nel nulla a causa di un brutto (e banale, come spesso accade) fraintendimento professionale. Leo Meyer, l’autore di un clamoroso “romanzo generazionale”; l’icona gay e il rappresentante, pubblicamente celebrato, di una intera generazione.

La finzione narrativa di Leo Meyer (il cui ruolo nell’economia del romanzo non è possibile anticipare in questa sede) ci aiuta a ripercorrere, insieme a Cesare e a PSpallavicini, la storia dell’editoria italiana degli ultimi vent’anni, dal boom dei nuovi autori negli anni ‘80 al presente sconclusionato, caotico e oppresso da un marketing sempre più aggressivo e asfissiante, passando per gli anni ‘90 così fecondi di fermento e passioni.

Attraverso i ricordi di Cesare – un insider d’eccezione – ci troviamo ad affrontare, basiti e ammirati, quasi un lussuoso corso monografico di storia critica dell’editoria italiana, completo di apparato critico e citazioni più o meno scoperte (si va dal dimenticato Fredricc Prokosch a Piero Chiara, da PG Wodehouse a Houllebecq), tra opere “navigabili”, martlàà a travèrs e funghi trifoli (pag 41-42).

Parecchi i passi degni di citazione – passi che in parte abbiamo riportato su Twitter. I più esilaranti, o riflessivi, sarcastici e amari appartengono alla voce narrante di Cesare Corsico-Piccolini. Ce ne sono due, brevi, che vale la pena riprendere:

Un appello. Non sorridete a un uomo soltanto perché ha i capelli bianchi ed è ben vestito. Mai. Nemmeno se vi sembra decrepito, mummificato. Nemmeno se le sue gambe traballano. Lasciatelo in pace, grazie” (pag 146)

E in questi due, cinque, dieci anni che mi restano dovrei sprecar tempo a preoccuparmi di cosa la gente pensa di me? A preoccuparmi se faccio delle figure da vecchio rincoglionito? Ma lo sono, per la malora, lo sono!” (pag 69)

Sgradevoli questi vecchietti, eh? Con loro, come la fai la sbagli. Fastidiosi, aggressivi, irritanti nelle loro manie e nei loro tic nevrotici. Eppure, malgrado le malattie degenerative e la senescenza incipiente, così vivi. Paiono mostrare uno stoico distacco di fronte alle vicende umane: l’amicizia, l’amore verso i figli, la morte, ma poi sotto sotto si amano, più spesso si odiano, e ardono di passione, rabbia e ira, sebbene vittime di un decadimento fisico e psichico inarrestabile che alla retorica non fa sconto alcuno.

Possibile che in un momento di crisi come quello che stiamo affrontando, un buon Romanzo per signora sia l’unica, vera ancora di salvezza? Come dire, l’autoironia di chi è in grado di godersi il buon vivere, che per certi versi manca alle giovani generazioni: il gusto per la vita in sé, che sta tutto non nella ricerca affannosa di uno “stare meglio” non ben identificato, ma nell’affrontare con ottimismo e un pizzico d’incoscienza quello che essa, nel bene e nel male, ci offre.

Nota: Un ringraziamento particolare all’autore, per la gentilezza dei suoi Twitt.
Uno spettatore cortese e attento che mi ha accompagnato nella lettura dell’opera e nella sua micro-condivisione su Twitter. Vi invito a consultare la bella pagina FB dedicata al romanzo, che mi permetto di riportare qui sotto.
http://www.facebook.com/pages/Romanzo-per-signora/185039401580784

Buona lettura.

"Il Signore delle Anime", di Irene Némirovsky

More about Il signore delle anime La prima puntata di “Echelles du Levant” viene pubblicata, su “Gringoire”, il 18 maggio 1939 Ed è così che abbiamo provato a leggerlo, questo “Signore delle Anime”: ad episodi, come nella più classica tradizione del feuilleton. Uno dei lavori più difficili dell’Irene, oscuro e complesso, di certo non la prima opera di I Nemirovsky che ci sentiremmo di consegnare nelle mani di un pubblico ignaro dell’argomento.  

Prima di tutto per la struttura in sé che, nel suo alternarsi a capitoli di moderata lunghezza ed egual misura, e nelle chiuse di genere create secondo la sapiente arte della sospensione e del climax, mostra evidente dipendenza dalla tipologia di pubblicazione. 
“Il signore delle anime” è steso in fretta, al pari con la pubblicazione, da un’Irene che in questo frangente non fa mistero della sua urgenza, dettata da tutta una serie di motivi sia venali – la necessità di denaro – sia meno – il 1939 in sé e per sé, l’affermazione letteraria, il successo di” David Golder” e di tutto il filone a tematica “ebraica” della sua opera.  

In secondo luogo per i soggetti trattati, sia per se stessi, sia alla luce degli eventi storici e culturali che contestualizzano fortemente gli anni dell’affermazione letteraria di I Nemirovsky.  

Il Dottor Dario Asfar è un’esule, un meticcio, come venivano genericamente indicati gli immigrati dell’epoca; e dell’esule ha fattezze (viso smagrito, pallido, occhi infossati, vibranti, guardinghi) e carattere (spregiudicatezza, bramosia di denaro, di vita, di auto affermazione sociale).  

Iconografia antisemita – alla pari di come venne tacciato da diversi anche “David Golder” – dell’ebreo emigrato, affarista senza scrupoli, avido di denaro, che sempre rimane ciarlatano venditore di tappeti e fuffa qualunque sia la merce, o il servizio (sì, anche medico), che si trovi a offrire? 
Il tutto ritratto ad arte da una scrittrice a sua volta esule, meticcia, per giunta ebrea, bramosa di un riconoscimento politico (la naturalizzazione francese, che mai gli verrà concessa – questione che le costerà un biglietto di sola andata Paris – Aushwitz) sociale (l’appartenenza all’élite della buona borghesia parigina, che sebbene non le fosse stata mai del tutto negata, grazie agli ambienti dell’alta finanza frequentati dal padre e alla famiglia facoltosa per parte di madre, non le fu mai del tutto concessa, quale esule apolide), letterario (cfr la pubblicazione assidua su “Gringoire”, rivista che di certo non brillava per coerenza e apertura politica e sociale)?

Oppure, concreto esempio di romanzo psicologico d’epoca, che tanto risente, nella sua intima struttura, del naturalismo di Zola e della lezione francese di Maupassant, all’interno del quale la rappresentazione della parabola dell’esule ebreo – ovvero, semplicemente ciò che c’era di più vicino alla realtà viva, e quotidiana, della scrittrice (per la serie, parla di quel che sai, scrivi di quel che vedi) – si fa soltanto mero attributo e semplice pretesto utile alla messa in scena di una grandiosa baldoria in costume, che tanto acquista, quanto più si procede nella narrazione, le fattezze della satira più crudele e feroce?  

La figura del ricchissimo industriale Wardes è chiaramente modellata su quella, reale, dell’editore del “Gringoire” Bernard Grasset, vittima di gravi disturbi nervosi e alla fine internato, secondo il pettegolezzo, dalla stessa famiglia: la psicoanalisi, moda e vizio dell’epoca, fa da padrona nell’economia del romanzo così come la diatriba, anch’essa di attualità, che vede la medicina francese opporsi strenuamente all’ondata migratoria di praticanti stranieri, accusati (spesso ingiustamente) di imperizia e pratiche illecite.  

Il “povero” Dottor Asfar, essere abbietto e disprezzato, per il quale Irene non si esime mai di provare empatia e compassione espressa attraverso le parole della devota consorte, non è dunque soltanto un pretesto per sorridere, far sorridere, e finanche condannare un mondo a sua volta abbietto e spregevole, vittima della ricchezza conformista e mistificata? Un mondo che, alla vigilia della guerra (tramonto che preme irruento alle porte di una notte oscura e senza fine) – tale e quale a una donna non più giovane che cosparge le rughe del volto di cipria e rossetto alla vigilia di una serata di gala – attraverso il vetro polveroso di uno specchio distorto ritrova la propria immagine riflessa: invecchiata, ansiosa, cupa, smaniosa, xenofoba e antisemita?  

NB: nota tecnica. Si consiglia caldamente la lettura del saggio, in postfazione, di Olivier Philipponat e Patrick Lienhardt, curatori, tra l’altro, della biografia dell’autrice. Da sottolineare a matita. 

"Sorella morte", di Bruno Agostini

More about Sorella morte Chissà se un giorno avremo la fortuna di ritrovare tutti i compagni di viaggio che abbiamo incontrato tra le pagine dell’Iliade Napoletana.  

Nessun protagonista principale, nessun narratore esterno onnisciente, ma una serie di comprimari e di punti di vista interni multipli che danno voce a una coralità composita di arte e teatro 
Il parallelo con il poema omerico, fatte le debite, ovvie e sostanziali differenze, evidenzia la similitudine di struttura (canti / interruzione di sezione) e una certa consonanza nelle modalità di fruizione del testo, a tematiche e sottotematiche stratificate.  

La struttura ad interruzione di sezione, che porta a frequenti cambi di scena – che aumentano con rapidità esponenziale a mano a mano che la narrazione si avvicina al climax della conclusione, consente la focalizzazione sui diversi filoni narrativi che compongono l’opera, collegati l’uno all’altro da uno, o più personaggi interni alle vicende:  
  • le indagini a tutto campo dell’ispettore di Polizia Carmine Bonocore, impegnato, insieme ai colleghi e ai superiori, nella lotta all’Organizzazione ma anche nella risoluzione di quotidiani (ma non troppo) casi di cronaca, tra cui la vicenda inquietante della sparizione di Attilio De Rosa, maestro di scuola, vittima a quanto pare di un sequestro di matrice satanica e la cruenta esecuzione di due manovali extracomunitari collegata molto probabilmente a un regolamento di conti avvenuto nell’orribile mondo del traffico illegale di organi e nella tratta degli schiavi-bambini  
  • le vicende dell’Organizzazione stessa, guidata da Don Alvaro Spasiano, sovrano iracondo a cui fa capo tutta una serie di protagonisti di minore o maggiore rilievo, dalla manovalanza Chiattillo / L’Afgano a Donna Lisetta Gargiulo la cui figura, in questo ultimo volume, diviene economicamente utile per l’introduzione del filone “iberico” della narrazione, anche qui composta da più comprimari a far da specchio alla realtà italiana:  
  • le forze di Polizia locali, esemplificate da Francisca Vidal de La Cuesta, Evaristo Melina e Antonia “Ana” Gil – che a sua volta, attraverso il piccolo Manuelito, ripropone il tema dell’immigrazione illegale e del commercio di organi e di bambini – presentano al pubblico, fedeli contrappunti alla realtà italiana, i maggiori esponenti della malavita peninsulare: Aingeru Alarte e Riccardo Restepo
  • e poi, a far da cornice, tutta quella serie di vicende secondarie, un po’ comiche, un po’ tragiche, un po’ grottesche, a volte drammatiche, che hanno il merito di offrire una caratterizzazione vivida dei personaggi che completa, definendoli, spessori e profili: Carmine Bonocore alle prese con tragiche crisi di coppia (rigurgito extraconiugale incluso) fomentate da un primo figlio infante che di dormire e di star zitto per due ore di seguito neanche se ne parla e mitigate da una serie di sedute psichiatriche che ci fanno all’improvviso compassionevoli, data la caratura del paziente in esame, verso tutti i terapeuti del mondo, nessuno escluso; Domenico Ferrante, il libraio antiquario, chino a spolverare libri e dolori di affetti perduti tra rimorsi e rimpianti; Vittorio Camporesi, giornalista di talento vittima dalla cocaina e dal mal di vivere; il nobile e ricco notaio Federico Hemmerlink che, chiuso nel suo palazzo dal passato glorioso e dal presente vetusto, tra broccati e marmi di pregio si diletta nella sottile arte dell’occulto, e forse non solo in quella. E, infine, la nostra bellissima Elena Alliuto, che tanta parte ha avuto, e ha tutt’ora, in più di una delle vicende narrate.  
Il mondo dell’Iliade Napoletana non si limita soltanto all’opera di fantasia. E’ una narrazione profondamente radicata nel territorio e nel tempo e quindi, proprio per questo, si trasforma in un certo qual modo in un’opera didattica. l’Iliade Napoletana, come accade per ogni opera letteraria correttamente contestualizzata, non è solo narrazione di fantasia: è finestra aperta su quelle oggettive e reali sostanzialità spazio-temporali che la strutturano dall’interno (ne avevamo parlato anche con “Re di Bastoni, in piedi”, altro incredibile esempio di “letteratura partenopea” di recentissima pubblicazione e ottimo successo).  La tradizione culinaria e la cucina regionale, la lingua e l’espressione dialettale, la ritualità della religione popolare che scivola spesso nella superstizione e nel misticismo e, ahimè, anche la malavita nelle sue più scure e declinate caratteristiche, identificano, senza errore, una marcata regionalità, tutta italiana, che lungi dallo sminuire il testo, lo esalta nelle sue peculiarità letterarie.