"Il Signore delle Anime", di Irene Némirovsky

More about Il signore delle anime La prima puntata di “Echelles du Levant” viene pubblicata, su “Gringoire”, il 18 maggio 1939 Ed è così che abbiamo provato a leggerlo, questo “Signore delle Anime”: ad episodi, come nella più classica tradizione del feuilleton. Uno dei lavori più difficili dell’Irene, oscuro e complesso, di certo non la prima opera di I Nemirovsky che ci sentiremmo di consegnare nelle mani di un pubblico ignaro dell’argomento.  

Prima di tutto per la struttura in sé che, nel suo alternarsi a capitoli di moderata lunghezza ed egual misura, e nelle chiuse di genere create secondo la sapiente arte della sospensione e del climax, mostra evidente dipendenza dalla tipologia di pubblicazione. 
“Il signore delle anime” è steso in fretta, al pari con la pubblicazione, da un’Irene che in questo frangente non fa mistero della sua urgenza, dettata da tutta una serie di motivi sia venali – la necessità di denaro – sia meno – il 1939 in sé e per sé, l’affermazione letteraria, il successo di” David Golder” e di tutto il filone a tematica “ebraica” della sua opera.  

In secondo luogo per i soggetti trattati, sia per se stessi, sia alla luce degli eventi storici e culturali che contestualizzano fortemente gli anni dell’affermazione letteraria di I Nemirovsky.  

Il Dottor Dario Asfar è un’esule, un meticcio, come venivano genericamente indicati gli immigrati dell’epoca; e dell’esule ha fattezze (viso smagrito, pallido, occhi infossati, vibranti, guardinghi) e carattere (spregiudicatezza, bramosia di denaro, di vita, di auto affermazione sociale).  

Iconografia antisemita – alla pari di come venne tacciato da diversi anche “David Golder” – dell’ebreo emigrato, affarista senza scrupoli, avido di denaro, che sempre rimane ciarlatano venditore di tappeti e fuffa qualunque sia la merce, o il servizio (sì, anche medico), che si trovi a offrire? 
Il tutto ritratto ad arte da una scrittrice a sua volta esule, meticcia, per giunta ebrea, bramosa di un riconoscimento politico (la naturalizzazione francese, che mai gli verrà concessa – questione che le costerà un biglietto di sola andata Paris – Aushwitz) sociale (l’appartenenza all’élite della buona borghesia parigina, che sebbene non le fosse stata mai del tutto negata, grazie agli ambienti dell’alta finanza frequentati dal padre e alla famiglia facoltosa per parte di madre, non le fu mai del tutto concessa, quale esule apolide), letterario (cfr la pubblicazione assidua su “Gringoire”, rivista che di certo non brillava per coerenza e apertura politica e sociale)?

Oppure, concreto esempio di romanzo psicologico d’epoca, che tanto risente, nella sua intima struttura, del naturalismo di Zola e della lezione francese di Maupassant, all’interno del quale la rappresentazione della parabola dell’esule ebreo – ovvero, semplicemente ciò che c’era di più vicino alla realtà viva, e quotidiana, della scrittrice (per la serie, parla di quel che sai, scrivi di quel che vedi) – si fa soltanto mero attributo e semplice pretesto utile alla messa in scena di una grandiosa baldoria in costume, che tanto acquista, quanto più si procede nella narrazione, le fattezze della satira più crudele e feroce?  

La figura del ricchissimo industriale Wardes è chiaramente modellata su quella, reale, dell’editore del “Gringoire” Bernard Grasset, vittima di gravi disturbi nervosi e alla fine internato, secondo il pettegolezzo, dalla stessa famiglia: la psicoanalisi, moda e vizio dell’epoca, fa da padrona nell’economia del romanzo così come la diatriba, anch’essa di attualità, che vede la medicina francese opporsi strenuamente all’ondata migratoria di praticanti stranieri, accusati (spesso ingiustamente) di imperizia e pratiche illecite.  

Il “povero” Dottor Asfar, essere abbietto e disprezzato, per il quale Irene non si esime mai di provare empatia e compassione espressa attraverso le parole della devota consorte, non è dunque soltanto un pretesto per sorridere, far sorridere, e finanche condannare un mondo a sua volta abbietto e spregevole, vittima della ricchezza conformista e mistificata? Un mondo che, alla vigilia della guerra (tramonto che preme irruento alle porte di una notte oscura e senza fine) – tale e quale a una donna non più giovane che cosparge le rughe del volto di cipria e rossetto alla vigilia di una serata di gala – attraverso il vetro polveroso di uno specchio distorto ritrova la propria immagine riflessa: invecchiata, ansiosa, cupa, smaniosa, xenofoba e antisemita?  

NB: nota tecnica. Si consiglia caldamente la lettura del saggio, in postfazione, di Olivier Philipponat e Patrick Lienhardt, curatori, tra l’altro, della biografia dell’autrice. Da sottolineare a matita. 

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