"Tradimento", di Adriaan van Dis

Più riguardo a Tradimento Adriaan van Dis (Bergen, Olanda – 1946), celebre anchormen della televisione nederlandese, giornalista e scrittore di narrativa e di libri di viaggio, con questo nuovo titolo affronta ancora una volta i temi a lui più cari: “Figlio di genitori rimpatriati dall’Indonesia dopo la Seconda Guerra Mondiale e cresciuto con le sorelle nate da un precedente matrimonio della madre con un indonesiano, lo scrittore ha fatto del tema dell’identità e della diversità, del contatto interculturale e della discriminazione i temi centrali della sua opera già a partire dal primo romanzo, ‘Nathan Sid’, pubblicato nel 1983” (Fulvio Ferrari, postfazione, p271-272).
Van Dis si reca in Africa già nel 1990, al momento della liberazione di Nelson Mandela. Da questo viaggio nasce “La terra promessa”, un reportage in forma narrativa che ha come protagonisti gli afrikaaner (sudafricani bianchi di lingua afrikaans) della regione del Karoo e che ben descrive la situazione di estrema incertezza in cui versa il Paese, diviso al suo interno dalle secolari lotte tra gruppi etnici e inerme di fronte a così repentini cambiamenti politici e sociali. Più di dieci anni più tardi van Dis torna in Sudafrica (passando anche per Namibia e Mozambico) e gira un corposo docu-reportage per la televisione olandese: sette puntate a forma di intervista, in onda nel 2008, nelle quali il giornalista, interagendo con una gran varietà di persone di ogni ceto sociale e gruppo politico, dipinge con maestria la realtà multi-sfaccettata del Sudafrica contemporaneo. 

E’ da queste esperienze ventennali che nasce il romanzo “Tikkop”, uscito in Olanda nel 2010
Il titolo in traduzione italiana, “Tradimento”, fa riferimento, in doppia interpretazione, prima di tutto alla macro-vicenda sociale e politica dell’apartheid sudafricano e poi alla storia personale dei due personaggi di cui van Dis ci narra – e nel passato, e nel presente – in un costante intreccio di piani narrativi sia verticali, attraverso i numerosi flashback, sia orizzontali, grazie all’intreccio delle vicende personali dei protagonisti, Mulder e Donald, con quelle delle varie realtà che popolano la narrazione. 

Il racconto scorre fluido e unisce sapientemente la finzione narrativa alla veridicità del reale. Nella prima parte assistiamo all’incontro dei due protagonisti, l’olandese Mulder e il sudafricano Donald, che si ritrovano dopo quasi quarant’anni di lontananza. Entrambi, da giovani, erano membri di una organizzazione clandestina che combatteva contro l’apartheid: Mulder era un brillante studente universitario interessato alle vicende di un Paese legato al passato colonialista della sua patria. Donald invece un giovane in volontario esilio, figlio di un alto esponente dell’elite afrikaaner da cui si è per scelta allontanato. Ma nulla è come era un tempo. Oppure non lo è mai stato; comunque sia, il presente, da qualsiasi parte ci si giri a guardarlo, nn corrisponde certo alle aspettative del passato. 


Donald, medico, è in Sudafrica da ormai molti anni. Vive sulle colline insieme ad una moglie che vede di rado e che per sei mesi all’anno risiede in Francia, con la sorella; abita in un’enclave per afrikaaners e stranieri, lontano dal villaggio di pescatori in cui vorrebbe professare la medicina; a causa della delinquenza locale si è fatto costruire una villa fortificata da mura e chiavistelli ed è vittima di episodi di intimidazione da parte di esponenti delle istituzioni municipali la cui corruzione e ignavia spesso denuncia attraverso lettere e proclami; battaglie civili che ai pescatori del villaggio spesso fanno più male che bene poiché alterano uno status quo che nel suo insieme, pur zoppicante, permette alle poche cose che funzionano di continuare a funzionare. 
Mulder invece, da brillante studente e viaggiatore indefesso, deve fare i conti con una malattia invalidante che lo costringe ad assumere numerosi medicinali e gli procura delle gravissime perdite di memoria. 
Si ritrovano dunque, Mulder e Donald, a fare i conti con un passato ingombrante e con un presente incerto; con le proprie memorie, intime e labili come solo sanno esserlo i ricordi dei tempi della giovinezza, e con quella, forse molto più labile, di un Paese che dimentico degli slanci di euforia e del sentimento di speranza che animava la classe dirigente dei primi anni Novanta si trova nella necessità di confrontarsi quotidianamente con la corruzione politica e con uno sviluppo a macchia di leopardo che vede realtà ipertecnologiche ed estremamente europeizzate convivere accanto a sacche di non-sviluppo segnate ancora da povertà, malattia, analfabetismo, droga e violenza, in un amalgama sociale e politico solo in superficie modificato da una lotta all’apartheid spesso unicamente formale, sotto cui ribolle ancora la discriminazione, la lotta di clan e quella di razza. 

A fare da contrappunto romanzato a questa realtà multiforme, le due figure d’invenzione che assieme a Mulder e Donald costituiscono il fulcro della “parte-romanzo” dell’opera.

Da una parte il fantasma della bella Cathérine, attivista del movimento clandestino, ragazza di Morten e come Donald – che conosceva fin da ragazza e con cui forse ebbe una relazione – figlia di un esponente di spicco del partito nell’era pre-Mandela. Tradita da uno scambio di documenti finito male, operazione in cui erano coinvolti sia Donald sia Mulder (che per questo nutrono l’uno verso l’altro un rancore antico e mai esploso, nella convinzione comune che sia stato l’altro la causa dell’errore), e condannata ad una lunga pena detentiva, da anni ha fatto perdere le sue tracce. 
Dall’altra l’adolescente Hendrik che i due protagonisti si prefiggono di salvare – ultima propaggine e colpo di coda della lotta intrapresa in passato – dal tik, la famosa, potente amfetamina ricavata da un mollusco, una delle tante piaghe sociali dell’Africa contemporanea. E anche qui, lo scollamento tra ideale e realtà è in agguato, poiché alle (buone) intenzioni di Mulder e Donald fa da contrappeso la riottosità del giovane tossicodipendente (fino all’inevitabile conclusione) nonché la deflagrante maldicenza del vicinato e della popolazione locale che legge nell’interesse dei due uomini verso il ragazzo una cura viziosa ammantata di perversità. 

Van Dis è giornalista e come tale affronta la materia letteraria: fraseggio limpido ed essenziale, aggettivazione ridotta all’osso, paratassi – queste le caratteristiche stilistiche dell’opera che pur nella sua fondamentale impronta narrativa mantiene intatto lo spunto redazionale che la caratterizza fin dal principio, anche dal punto di vista strutturale. L’autore infatti ha come fine ultimo e ben chiaro l’obbedienza non tanto ad una struttura circolare quanto a quel carattere intrinseco del reportage che sta nel porre domande ed aprire questioni, piuttosto che chiuderle in un finale auto-conclusivo, tipico della narrativa tradizionale. In questo senso anzi vanno letti i personaggi della “fiction-Tradimento”, come meri strumenti di cui l’autore si serve per risvegliare, attraverso un reportage che non è solo esterno, ma anche “interno” (un viaggio nella memoria, intima e personale, e dell’autore, e dei suoi personaggi, ma anche in quella collettiva di un Paese in continua evoluzione e cambiamento), l’interesse del proprio pubblico nei confronti di un tema sociale e politico che da molti anni oramai non è più al centro dell’interesse internazionale ma che continua ad avere un peso notevole all’interno del sistema-mondo contemporaneo.

Buona lettura 🙂

"I doni della vita" – "I falò dell’autunno", di Irene Némirovsky

Più riguardo a I falò dell'autunno Più riguardo a I doni della vita   Per far fronte alle spese sempre ingenti, tra la prima e la seconda metà del 1941 Irene Némirovsky si rivolge nuovamente a Horace de Carbuccia, Chief Executive della rivista “Gringoire” (“Una banderuola dal punto di vista ideologico ma un genio della carta stampata” – OPhilipponat / PLienhardt “La vita di Irène Nemirovsky”, Adelphi 2010 p340), proponendogli alcuni racconti inediti, tra i quali spicca “Les Biens de ce Monde”. Racconto che Carbuccia, naso fino, occhio lungo e affetto profondo per la scrittrice, si impegna a pubblicare, a puntate, sulla sua rivista: “un romanzo inedito scritto da una giovane donna” (di cui viene naturalmente mantenuto l’anonimato) recita la presentazione del feuilleton
Risultato: le vicende di Pierre Hardelot, giovane erede designato delle omonime cartiere, tengono in scacco centinaia di lettori per ben 30 capitoli, dal 10 Aprile al 20 Giugno. 
La famiglia Hardelot incarna perfettamente l’iconografia classica della media borghesia francese tipica della Belle Epoque: la saga familiare, incentrata su Paul e sua moglie Agnes, sposata per altro contro la volontà dei parenti poiché appartenente al ceto medio, prende il via negli anni appena precedenti il primo conflitto mondiale, termina con l’occupazione della Francia ad opera dei Tedeschi e si snoda epica, sciorinando una serie infinita di protagonisti e comprimari, attraversando trent’anni della storia francese tra nascite, matrimoni, funerali, guerre, sorti avverse ma anche favorevoli. “Les Biens de ce Monde è il grande classico di Irene Némirovsky, nel quale l’autrice svela quale sia il segreto della Francia: la solidità a prova di bomba della borghesia provinciale, che non si lascia mai abbattere e affronta con coraggio la sorte” (op cit p358)
L’opera non sottende né lo spessore né l’impegno politico / sociale di altri racconti ma funziona perché, nella sua mole dettata in primis, per altro, dalle mere questioni economiche che tanto assillavano l’autrice, risulta un’epopea estremamente accattivante per il pubblico specie per le decine di personaggi presenti e ben contestualizzati nella realtà contemporanea, tecnica che permette un meccanismo di immedesimazione quasi perfetto. 
Incoraggiata quindi dal buon esito del romanzo, INémirovsky affronta subito una nuova saga familiare, che andrà a coprire il periodo delle due guerre fino al 1941: “Les Feux de l’automne”. 
Non si tratta, tuttavia, di opere gemelle e neppure di un tentativo meramente commerciale volto a “cavalcare l’onda”. Anzi. 
Nel 1914 il giovane e promettente Bernard Jacquelin, appartenente ad una famiglia parigina della piccola borghesia, spinto dal fervore patriottico si arruola nell’esercito e parte per la guerra. Quattro anni di trincea, tuttavia, lo trasformeranno in uno sciacallo cinico ed arrivista al soldo di un vecchio amico di famiglia, Raymond Détang, ora divenuto potente imprenditore, abile finanziere e influente politico senza scrupoli. Se in “Les Biens de ce Monde” INémirovsky celebrava la forza di una certa classe sociale che aveva avuto (e avrebbe dovuto avere, agli occhi della scrittrice) il merito e il dovere di fungere da “collante” per la società, al contrario nell’ “Les Feux de l’automne” la scrittrice non fa mistero delle sue disillusioni: la Belle Epoque si è definitivamente conclusa (nel peggiore dei modi) e la guerra, (con il suo “culto ipocrita del sacrificio predicato dal pulpito” – op cit p379) non ha fatto altro che creare una nuova razza di giovani disillusi, attratti solamente (dopo anni passati in trincea a offrire la propria vita ad una Patria che mal li ha ricompensati) dal denaro facile e dal mondo corrotto dei piaceri, terra di avidi politici, faccendieri meschini e amori prezzolati. 
Eppure, all’Irene e al suo inguaribile ottimismo dovremmo essere ormai abituati. “Les Feux de l’automne” non è certo “un romanzo della rassegnazione” (op cit p384). La vecchia nonna, la signora Pain, la notte prima di morire sogna se stessa; cammina in mezzo ad un campo, tenendo per mano la nipote: “Vedi – le diceva – sono i fuochi dell’autunno che purificano la terra e la preparano per nuove sementi” (II, 9). 
Insomma, Irene Némirovsky ancora una volta ci stupisce per la sua profonda umanità, tanto più apprezzabile quanto più difficile da sostenere: “Accettò con falsa umiltà il bicchiere di acqua di Vichy che le offriva Thérèse e, non appena questa le voltò le spalle, scese dal letto, aprì la finestra e gettò il contenuto giù in cortile” (II, 9) 
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Irene Némirovsky non ebbe mai la soddisfazione di vedere pubblicati questi due romanzi: “Les Biens de ce Monde” uscirà in edizione integrale nel 1947.  Dieci anni di attesa in più toccheranno a “Les Feux de l’automne” (prima ed. 1957).
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Nota a margine: si è scelto di identificare le due opere oltre che con le consuete etichette anche con la tag #booksformums sia per via dei contenuti sia per la forma. La sensibilità di Irene Némirovsky nei confronti dei temi legati alla maternità è evidente, manifesta e soprattutto reca con sé elementi di profonda attualità. Per quanto riguarda la forma, il carattere intrinseco del feuilleton favorisce una lettura agile, di largo respiro, che non viene penalizzata ma semmai esaltata da una cadenza temporale lunga e inframmezzata dalle pause tipiche che il genere letterario porta inevitabilmente con sè. 
Buona lettura 🙂

"Prima di scomparire", di Xabi Molia

Più riguardo a Prima di scomparire Mi trovo un po’ in difficoltà per non dire in imbarazzo a raccontarvi di Xabi Molia. Del perché è presto detto: altri, molto più acuti e istruiti di me in materia, ne hanno già abbondantemente discusso. E dell’opera, e della casa editrice che la propone. 
Per cominciare, due parole sulla casa editrice. Attraverso l’acronimo dei nomi di battesimo dei due fondatori, @lormaeditore rimanda non tanto ad una editoria “giovane” quanto al ruolo centrale dell’editore, che si intende così rivalutare nella sua esperienza di “persona di lettere”. Approda in libreria il 4 ottobre scorso con due titoli tra cui proprio “Prima di scomparire”, che fa parte della collana di punta della casa editrice, “Kreuzville” (crasi tra Kreuzberg e Belleville, quartieri di Berlino e Parigi in cui i due editori hanno vissuto), riservata ad autori tedeschi e francesi. 
Per approfondimenti, non posso fare altro che invitarvi alla lettura dell’interessante articolo (con intervista ai due editori) di A Cortellessa su @00doppiozero forse l’intervento più puntuale e completo che trattano dell’esordio della casa editrice romana.
Detto questo, parliamo dell’opera. Recentemente è apparso su @La_lettura (10/03/2013) un interessante articolo a firma Sandro Modeo dal titolo “Il ponte sospeso tra le sponde franate”. Sottotitolo: “Il passato non c’è più, il futuro non c’è ancora. La parentesi temporale del presente fotografa la nostra condizione. Però non esaurisce il nostro mondo”. SModeo accosta e pone in correlazione la crisi del presente, fatta di un passato “che non c’è più” e di un futuro “che non c’è ancora” – si va dalla precarietà economica e quindi sociale a quella esistenziale, che ne è conseguenza – con alcune tipologie di fruizioni letterarie che al momento paiono preponderanti e in continua ascesa (o revival): “da un lato, un rifugiarsi nostalgico-riflessivo nella società letteraria ante web (i classici, la poesia, i grandi scrittori di lingua e di stile); dall’altro, l’adesione acritica a fiction di genere (vampiri, zombie, le stesse distopie). Come a dire, un ripiegamento museale contro una proiezione esorcistica”. La distopia in special modo “rinunciando all’illusione dell’utopia, prefigura un futuro in negativo per scongiurarlo”. 
Xabi Molia, 35 anni, è sceneggiatore e insegnante di cinema all’università di Poitiers e, nonostante la giovane età, già affermato scrittore (questo è il suo quinto romanzo). L’opera rientra perfettamente nei canoni della fantascienza distopica, sia per ambientazione sia per contenuti. 
XXI secolo, futuro prossimo. 
In una Parigi dilaniata dalla guerra civile appena conclusa, scoppiata a seguito di una grave crisi economica, si aggira il medico Antoine Kaplan, a cui il governo ha assegnato il compito di ricercare e segnalare tutti coloro che mostrano i primi sintomi (banalmente, prodromi di una brutta influenza) di un misterioso virus che sta trasformando la popolazione in una sorta di esseri-zombie crudeli e violenti ma dotati di raziocinio e intelligenza, il cui unico scopo pare la distruzione della razza umana. Dato che per ora sembra non esistere antidoto alcuno contro il virus, che per altro è in grado di mutare e rafforzarsi, e siccome gli “infetti” diventano sempre più organizzati nei loro attacchi – sostenuti anche da sacche di ribelli “umani” – , quella di Kaplan, e di altri come lui facenti parte del Dipartimento dell’Individuazione, viene ad assumere i connotati di un’inutile corsa contro il tempo verso un destino ineluttabile. L’ambientazione, cupa, oppressiva e ossessionante è tratteggiata con sapienza e ogni particolare è utile e necessario all’economia del racconto, senza mai risultare ridondante. 
In parallelo al dramma sociale dobbiamo anche seguire anche le vicende personali di Antoine. Prigioniero, in tempi precedenti, di un campo di deportazione (poiché di gruppo sanguigno AB, che alle autorità pareva, all’inizio del contagio, il più sensibile all’attecchimento del virus) e poi fuggito dall’area di detenzione, ora a seguito della riabilitazione concessa alla popolazione ingiustamente deportata (o meglio, a quella parte di popolazione deportata E sopravvissuta al carcere) è medico e si occupa di rilevare i sintomi incipienti della malattia, sempre trattando i malati con la maggior compassione e cura possibile. Ma non solo. Hélène, sua moglie, attivista politica e nota autrice di fumetti pubblicati a “strisce” su una famosa rivista, è misteriosamente scomparsa, forse unitasi ad uno dei gruppi sovversivi a cui pare sia legata – o forse semplicemente fuggita con un amante di cui Antoine, indagando, rileva qualche traccia: il rapporto di Antoine con la moglie, pur fresco di appena qualche anno, si era esaurito da diversi mesi e i due vivono nella completa estraneità, benché inquilini dello stesso misero e fatiscente appartamento. 
Come ha più volte riferito l’autore stesso, “Prima di scomparire” è un tentativo di rilettura della storia in chiave letteraria, dalle pagine indelebili e infamanti della Repubblica di Vichy alla realtà odierna dei sans papiers. L’idea quindi supera la rappresentazione distopica, a cui tanto comunque deve e che conserva in sé tutti i suoi topoi narrativi, dalle atmosfere fatiscenti e vagamente steampunk di edifici, abiti e occupazioni, e si concentra piuttosto sulla ricerca del sé – e dell’altro – sia come Uomo, sia come individuo
Un esempio su tutti, l’accento che l’autore pone sul culto delle lettere e dell’arte in generale. Nel romanzo, nonostante il clima di terrore e la devastazione della guerra, tra palazzi in rovina privi di corrente elettrica, computer e cellulari ormai abbandonati in stanze polverose, i cittadini di Parigi ritornano a dilettarsi con la cultura umanistica: divengono scrittori, giornalisti, filosofi, artisti, attori. Fioriscono i circoli letterari organizzati e improvvisati, ci si reca a teatro, si ragiona di filosofia, si rispolverano i classici, l’amore per le citazioni, la passione per i libri e le opere artistiche dell’ingegno umano. Eppure, il dubbio rimane. Siamo di fronte ad una reale presa di coscienza che comprende il recupero della tradizione e la sua rivalutazione, oppure, piuttosto, ad una pantomima unicamente di facciata nel tentativo di salvare tutto ciò che – tutti sanno – non potrà essere salvato? 
La risposta forse ci viene offerta dallo stesso Kaplan, nel finale dell’opera. Anzi, da un suo alter-ego di età anagrafica più avanzata e di fama un po’ più nota: Robert Kerans, che con Kaplan condivide il ruolo del protagonista all’interno di un romanzo distopico dal finale aperto e dalla forte e profonda recherche spirituale:
Così abbandonò la laguna e si addentrò nuovamente nella giungla. Nel giro di qualche giorno si perse completamente, seguendo le lagune che si susseguivano verso sud nella pioggia e nel calore sempre più intensi, attaccato dagli alligatori e dai pipistrelli giganti, un secondo Adamo alla ricerca dei paradisi dimenditcati del sole rinato” (JG Ballard, “Il mondo sommerso”, traduzione di Stefano Massaron, Feltrinelli 2005, p199). 
Buona lettura 🙂

"Cacciatori di frodo", di Alessandro Cinquegrani

Più riguardo a Cacciatori di frodo Alessandro Cinquegrani, 39 anni, ricercatore di Letteratura comparata all’Università Ca’ Foscari, scrive un’opera prima (finalista al @PremioCalvino XXIII edizione) piuttosto scomoda, ruvida carta vetrata a grana fine, sia per lo stile sia per i temi trattati.
L’impatto con la pagina è notevole, fitta com’è di segni e lettere che si inseguono l’una con l’altra senza neppure il respiro di un a-capo. Peggio ancora quando si scopre, fin dalle prime righe, di trovarsi di fronte ad un testo zoppo perché ripetitivo, ciclico, ipnotico: intere frasi e paragrafi identici l’uno all’altro fino all’ultima virgola, copiatiincollatie ripetuti all’infinito e inframmezzati (soltanto) da pochi, centellinati singhiozzi di parole nuove che spingono in avanti la narrazione, passi di gambero eleganti e minuscoli, avanti ma anche, inaspettatamente, indietro.
Un approccio alla forma evocativo, per altro, perché rimanda direttamente all’archetipo primitivo della trasmissione orale del testo, di matrice indoeuropea: quella dell’aedo, che battendo sulla terra nuda il bastone con cui segnava (per sé e per il pubblico) l‘esametro omerico, non disponendo di un testo scritto diventava a sua volta compositore avvalendosi di uno stiletipicamente formulare caratterizzato da ripetizioni, appellativi e topoi che – funzione pratica – giungevano in soccorso nel momento in cui il cantore avesse dimenticato la strofa successiva e che – funzione poetica – ammaliavano il pubblico trascinandolo in una dimensione evocativa mistica e quasi religiosa, grazie al potere ritmico dell’esametro.

Accade lo stesso in “Cacciatori di frodo” con incisività tanto maggiore poiché la scelta della forma è direttamente collegata a quella del contenuto: il dolore di una tragedia orribile che, evocata all’infinito non solo nella sua oggettività (mai del tutto chiarita) ma anche nel suo fardello di “acerbe espiazioni” (cit.) tra sensi di colpa per vecchi rancori infantili mai sopiti, tragiche sciocchezze giovanili ed errori ancor più gravi perché commessi in età adulta, trascina inevitabilmente verso il gorgo della malattia mentale che nelle sue forme più gravi e distruttive priva l’essere umano di qualsiasi personale consapevolezza del mondo reale per confinarlo all’interno di universi paralleli e distorti in cui il tempo e lo spazio non percorrono più traiettorie lineari ma girano e si arrotolano su se stessi in un continuo ritorno di percezioni falsate e ossessioni.

Tra i boschi spogli che costeggiano le rive del Piave rieccheggiano degli spari. Sono quelli dei cacciatori di frodo che si aggirano cauti nella nebbia alla ricerca della preda ma sono anche quelli, molto più antichi e profondi, appena udibili, dei soldati caduti in battaglia: sì, proprio quelli del Piave mormorava calmo e placido al passaggio dei primi fanti il 24 maggio”, la cantilena ossessiva che accompagna i pensieri e i passi di Augusto, protagonista dell’opera. Augusto ci racconta la sua storia – ma anche quella della sua famiglia – un monologocostruito passo dopo passo, un particolare in più ogni mattina mentre percorre tra sterpi e sassi, facendo attenzione a non rovinare l’ultimo paio di scarpe buone rimastogli, i dodici chilometri della ferrovia abbandonata che separa la casa cantoniera in cui vive dal luogo in cui la moglie, Elisa, dopo essere uscita dall’abitazione, si reca ogni mattina.

Cacciatore di frodo è però (o meglio era) anche il fratello gemello di Augusto, Cesare, un cacciatore di demoni infernali, propri e altrui, con la memoria del quale Augusto ha da confrontarsi inevitabilmente. Augusto: un’esistenza “passiva” com’egli stesso la definisce, trascorsa nell’attesa e quasi mai nell’azione. Un buon uomo che, fin dall’infanzia non troppo serena, ha sempre cercato di appianare gli screzi e tutelare le persone care, rattoppando alla bell’e meglio strappi profondi che non potevano in alcun modo essere ricuciti, sempre fedele ad una personale, cieca fiducia – e a un pizzico di codardia di troppo – a valori familiari e sociali autoimposti a cui, per sopravvivere, era necessario aderire: la buona creanza, l’accomodamento delle criticità interpersonali, il successo socialecostruito da sé, l’idea rassicurante della famiglia perfetta. Dall’altra parte, specchio dolente di ricordi mal sopiti, sensi di colpa e – ancora una volta – “acerbe espiazioni” – il gemello Cesare, o meglio, quel che di lui, oltre il ricordo, rimane: ancora una volta, un refrain, e che refrain (che vi lascio scoprire da soli).

Buona lettura 🙂

Nota a margine: anche qui s’è parlato di “Cacciatori di frodo”, entrato nella nostra personale hit-parade #certilibrivannolettidicarta. Perché la copertina (“nuda e vestita”, come si è detto su Twitter) già mostra, in germoglio, quel che l’opera poi renderà esplicito.

"Villa Metaphora", di Andrea De Carlo

Più riguardo a Villa Metaphora  Ovvero, delle corrispondenze. Curioso che negli ultimi periodi la letteratura rifletta spesso sul tema che stiamo per analizzare – quello del “reality show” – quasi che il sentimento dominante sia un certo qual “sentirsi in gabbia” dovunque e comunque, che come inevitabile conseguenza conduce all’approccio psico-socio-geografico nel tentativo di risolvere la questione (leggi: uscirne vivi e in salute). Perché la formula è, incredibilmente, sempre la stessa: 
  1. prendi un gruppo di individui, meglio se di classi sociali differenti, 
  2. rinchiudili all’interno di uno spazio ben definito, 
  3. crea un bel diversivo che irrompa nella routine quotidiana con la stessa violenza di una molotov lanciata a tutta velocità: 
  4. e vedi cosa succede. 
Molto prima c’era stato JGBallard, con due opere della maturità, meno fiabesche e più consapevoli malgrado l’ambientazione ai limiti della fantascienza: “SuperCannes” e “Il Condominio“. Da ultimo, Aravind Adiga con il suo “L’ultimo uomo nella torre”. 
E poi arriva DeCarlo, con Villa Metaphora. 
  1. Quattordici personaggi, di varia caratura sociale e morale, professione, cultura etcetc ospiti – ma anche dipendenti – di un lussuoso resort abarbicato sulle coste impervie di un isolotto immaginario perso nel Mediterraneo più estremo, ultimo baluardo a difendere l’Italia dall’Africa e raggiungibile solo via mare. DeCarlo ne ha per tutti (al pari di AAdiga): c’è la stella del cinema holliwoodiano, bella, giovane, talentuosa, intossicata da alcool e pasticche; c’è uno dei più alti rappresentanti del gotha finanziario mondiale che attende, leone in gabbia, il verdetto che segnerà il suo destino, a seguito di un gravissimo scandalo sessuale di cui il pluridecorato professionista s’è consapevolmente macchiato. C’è un distinto, anziano e malato imprenditore del Nord, accompagnato dalla moglie fedele, a rappresentanza di quella borghesia italiana “all’Agnelli” che tanto ha influenzato l’economia e la società italiana dal dopoguerra agli anni Ottanta. E diversi altri ospiti che vi lasceremo scoprire da soli. C’è pure il cuoco dalla fama internazionale, curriculum di prestigio e stipendio a sei zeri, celebrato esponente di quell’ “estremismo gastronomico” che tanto impazza tra i vip; per non parlare della manager del resort, giovane autoctona fuggita anni prima sul continente dopo aver ripudiato luoghi d’origine e affetti, alla ricerca di se stessa e di un affrancamento sociale, o del falegname-artista, una figura maschile tipica e quasi sempre presente nella letteratura decarliana. Anche qui, diversi i personaggi che lasceremo al vostro studio. 
  2. Insomma, ce n’è per tutti (noi), perché sono chiare ed evidenti le corrispondenze tra il personaggio che vive all’interno del romanzo, contestualizzato e particolare, e il suo alter ego che, dall’esterno della realtà quotidiana, in esso si rispecchia. Se la starlette americana rappresenta una tipica gioventù – made in USA ma in rapida espansione pure nel vecchio continente – talentuosa anche, ma inficiata da un ego ipertrofico, parto deforme di quel “tutto subito” tanto caro al mito del selfmade americano, neanche a dire quale sia l’immagine che il banchiere tedesco senza scrupoli ci rimanda dallo specchio fatato della pagina decarliana. Cosa ci manca poi, la politica? Voilà, ce l’abbiamo: ecco a voi l’italianissimo onorevole di turno, un bel giovanotto di grandi speranze, un WASP de no’ artri che più provinciale di così non si può (uh, le sentiamo quasi, le sue vocali aperte da bravo lumbard, ancora lì, belle presenti nonostante i corsi di dizione): lo vedete in tutto il suo splendore, intento nell’azione di lavarsi la mano destra con la sinistra autogiustificando la propria condotta pubblica e privata e adducendo, come fine ultimo dell’azione, il Bene Patrio. 
E così via, in un continuo gioco di rimandi bidirezionali e concatenati. Per dire, ne peschiamo uno a caso: Lara, madre irlandese e padre italiano, aiuto-scenografa capitata per caso sull’isolotto a seguito dell’attrice di cui sopra conosciuta sull’ultimo set cinematografico, è alla ricerca incessante di se stessa e delle proprie origini, in contrapposizione non solo alla giovane e pluripremiata attrice ma anche a Lucia, la manager scappata sul continente, e poi all’estero: lei che delle proprie origini ad un certo punto non ne ha voluto sapere proprio più nulla; lei, innamoratasi poi del bell’architetto di fama internazionale, autore del progetto e della realizzazione del resort, tutto muscoli di palestra, abiti taylormade e tecnologia ultimo modello, che a sua volta non possiamo non porre a confronto con il falegname-artista che vive di lavori precari e che di necessità ne ha poche o nessuna (evoluzione, per altro, del personaggio di Durante, degno erede, sìsì, di quel Guido Laremi là, esponente estremo della categoria “maschio decarliano – romanzi della gioventù”). 
Per ogni personaggio, uno specifico stile narrativo, appena ammorbidito dallo stile decarliano, sempre riconoscibile nonostante le varianti. E così abbiamo: la lingua colta, raffinata, liquida e leggera dell’imprenditore del Nord; lo stream of consciousness lumbard dell’onorevole di spicco, che non rinuncia alla verve del comizio neanche quando parla con se stesso allo specchio del bagno; il francese melodico e controllato della giornalista in incognito, che a sprazzi tuttavia cede al sentimentale e all’emotivo, e infine il registro forse più riuscito, quello di Carmine, il marinaio tuttofare che parla una lingua artificiale autoctona credibile e immediata nella sua finta semplicità. 
3 (e 4.) Sono tanti i temi trattati da DeCarlo, che affida a questa sua diciassettesima fatica letteraria una urgenza comunicativa evidente ad ogni pagina. Il reality show inizia qui, nel momento in cui, per motivi vari che chiaramente non anticipiamo, allontanarsi dall’isola sarà difficile, se non impossibile, in un crescendo di situazioni disagevoli sia psicologiche sia, soprattutto, pratiche, che faranno virare la storia dal farsesco della satira sociale al catastrofismo. DeCarlo insomma scende nell’arena e forse per la prima volta si misura con la realtà esterna, tralasciando per un momento quella visione dell’esistenza così intimista che caratterizza la maggiorparte delle sue opere. 
Quel che ne esce è un’analisi della realtà, profonda ed equilibrata, che tocca gli aspetti più caratterizzanti della vita moderna e del disagio che essa porta con sé, sia a livello individuale, sia collettivo e sociale. 
Un’opera “per giovani” dunque – target forse rivoluzionario per DeCarlo – che tuttavia non scade mai nell’epidittico. Si tratta piuttosto di una serie di riflessioni personali che DeCarlo, attraverso il pretesto del romanzo, ha avuto il merito di saper codifcare e plasmare, ad uso e consumo di quanti vorranno affrontare la fatica di queste 900 pagine scritte fitte: il successo sociale, per esempio, identificato nella persona (personaggio) del divo chiacchierato, bello e dannato, del potentissimo banchiere, dell’imprenditore, del selfmade men di foggia americana, del politico di chiara fama; oppure l’utilizzo dei social networks, che DeCarlo mostra di conoscere alla perferzione nonostante la sua fama di scrittore refrattario ad alcuni di questi specifici strumenti di comunicazione moderna, che per certi versi frammentano l’attenzione, scardinano dal profondo le regole sostanziali che differenziano la comunicazione privata da quella pubblica, e creano dipendenza. Oppure ancora, l’utilizzo di forme d’arte e di stili di vita che, sicuramente mutuati dalla realtà dell’esperienza umana, delle origini non conservano che poche gocce di succo annacquato (si va dall’estremismo culinario del cuoco di gran fama volto a denigrare l’esperienza carnale dell’assunzione del cibo – alla quale, inevitabilmente, si tornerà – fino all’esasperazione per il culto del corpo, in un tripudio di orientalizzazione della fatica fisica che poco aiuterà nel momento del bisogno, perché così disgiunta dall’essenza della materia). 
Vi lasciamo con una immagine evocata dalla giornalista in incognito Simone Poulanc quando oramai la vicenda dei quattordici naufraghi volge al termine: 
Eccoci alla degenerazione di rapporti tipica delle situazione ad altissimo stress. Eccoci all’abbandono di ogni freno inibitorio, all’esplosione dell’aggressività primaria incontrollata. Eccoci quasi alla **Zattera della Medusa** (…). Quasi cinque metri per sette. Il Cinemascope di allora. Così i buoni borghesi parigini potevano andare a contemplare l’abisso del dissolvimento delle regole sociali e la degenerazione dei rapporti umani – la regressione abominevole – e poi tornarsene alle loro confortevoli abitazioni” (pp844-45) 
http://it.wikipedia.org/wiki/La_zattera_della_Medusa – Théodore Géricault
Buona lettura 🙂

"La Fine", di Salvatore Scibona

Più riguardo a La fine Dieci anni di lavoro culminati in 389 pagine da affrontare con cautela e rigore. Ecco cos’è “La fine” di SScibona. Non è una novità del panorama editoriale italiano (anno di pubblicazione il 2011) ma un testo che può essere colto nella sua essenza soltanto quando il momento lo consente. Ecco del perché ha atteso un po’, nella libreria di ADC.

Data la densità e il vigore dell’opera non stupisce che l’autore – italoamericano di Cleveland classe 1975 (laureatosi in scrittura creativa presso l’Università dell’Iowa e attualmente impiegato presso il Fine Arts Work Center di Provincetown) – con “La Fine” sia arrivato, nel 2008, ad un passo dal National Book Award e poi, l’anno seguente, si sia aggiudicato il Young Lions Fiction Award e il Whiting Writers’ Award. E poi inserito nella prestigiosa classifica del «New Yorker» tra i venti migliori scrittori americani sotto i quarant’anni.

Dieci anni fa Scibona soggiornò a Roma “per imparare la lingua”, quella dei suoi antenati, che non aveva mai parlato (conosceva soltanto un po’ di dialetto malcongeniato). Scese fino in Sicilia per incontrare parenti mai visti e decriptare le loro storie, in un miscuglio di parentele inestricabili, dialetti incomprensibili e memorie perdute di nonni e zii e nipoti scomparsi nel nulla, inghiottiti dal profondo abisso di quell’oceano che venne a separarli, da migranti. Lo incuriosirono soprattutto queste storie di perdita e di abbandono spesso volontario, una sottospecie – per così dire – di tutte quelle vicende di migranti in terra d’America di cui tanti autori ci hanno narrato; come quella della bisnonna, (riproposta poi nel romanzo) che giovanissima aveva abbandonato la casa del padre per seguire l’innamorato statunitense e che non aveva più dato notizie di sé ai parenti lontani.

Epperò, attenzione. Non aspettatevi una delle “solite” epopee italoamericane a cui siamo abituati, con un inizio, uno svolgersi e una fine, tanti comprimari, qualche protagonista eroico e una contestualizzazione di grande impatto emotivo, tra povertà, miseria e desiderio di affrancamento sociale. Lo capiamo già dalla prima pagina, uno stream of consciousness, questo sì, potente e paradigmatico, ad opera di uno dei protagonisti, Rocco il panettiere, che nel giorno dell’Assunta, il 15 Agosto del 1953, mentre nel quartiere italoamericano di Elephant Park, a Cleveland, la folla accaldata intasa le strade e si prepara al passaggio della sacra processione, decide di abbassare la saracinesca del suo negozio (fatto mai accaduto sino a quel momento), e mettersi a riflettere sulla propria vita passata, presente e futura.
Così, in un gioco di relazioni spazio-tempo spesso soltanto intuibili e attraverso esperienze del tutto soggettive Scibona ci presenta tutta una galleria di personaggi in qualche modo correlati, concatenati l’uno con l’altro, che che riflettono, si atteggiano e agiscono in maniera tale da formare un qualcosa che potrebbe (potrebbe) essere identificato come una trama. Ma questa trama, a differenza delle più canoniche epopee di migranti che conosciamo, non è così pregnante per l’economia e la buona riuscita dell’opera: è, in parte, piuttosto anche un prestesto. O meglio, un mezzo.

Di che cosa si parla, qui, alla fine? Si fa presto a dire. Di un padre panettiere (emigrato dall’Italia) abbandonato dopo 15 anni da moglie e figli spariti nel nulla della provincia americana, uno dopo l’altro, alla ricerca di una vita migliore (o di una morte onorevole, a servizio della Nuova Patria). Di una anziana, distinta signora di origini siciliane, scappata in America da giovanissima, per amore, che ora si dedica ad attività illecite per puro spirito di compassione. Di uno stupro. E di molte altre cose, e persone ancora.

Questa densità di materia, incastrata e gestita tra tempi e spazi diversi e intersacati tra loro da continui e perentori flashback & forward, ha due meriti sostanziali: rendere il lettore consapevole di sé e del suo ruolo attivo all’interno del processo di fruizione del testo (leggi: caro lettore, te ne devi fare una ragione, qui si tratta di roba difficile da affrontare) e creare un lavoro letterario che sì certo si basa su fatti reali, poi chiaramente romanzati, ma che non cede in alcun modo né al fascino tentatore del “raccontare gli oggetti” (la via pià facile, per l’autore di epopee generazionali, per ricercare il coinvolgimento del lettore attraverso una contestualizzazione fittizia, perché si basa sulla descrizione maniacale dell’ “accessorio”: oggetti d’uso quotidiano, abitazioni tipiche, abiti, professioni…), né al tono popolare, o moraleggiante, o didascalico, o – peggio – strappalacrime (materiale già visto, già usato, già abusato, non facciamoci distrarre dal particolare, ci farebbe notare Scibona).

E’ questione che la fascinazione del testo non si basa in realtà neanche solo sul mezzo. Eh sì, stiamo parlando dello stile narrativo. Stream of consciousness a parte, che è gestito secondo i più rigorosi canoni del genere, la capacità visionaria di Scibona impressiona, l’ossessione per la purezza liquida della lingua seduce, smembrata di ogni sostanza e attributo e poi ricomposta in un continuo lavoro di lima e cesello che pone il lettore al centro dell’esperienza del leggere: il Lettore, lì a godersi la propria fatica fisica che di necessità gli occorre per rimanere legato alla pagina, malgrado, paradossalmente, non se ne riesca a staccare nonostante l’indubbia asperità del testo. 

La forza del testo sta nella capacità che l’autore ha mostrato nell’identificare l’universalità.
I personaggi presi in esame, che narrano le loro vicende private tra molte reticenze, omissioni più o meno consapevoli ed esplicite, punti di vista assolutamente parziali, incompleti, spesso stravolti dall’emotività e distorte nel ricordo dal trascorrere degli anni, sono tutte legate assieme dallo stesso fil rouge: il dolore dell’emigrante, che viene dalla perdita e dall’abbandono delle proprie origini e della propria storia sia personale sia familiare, il senso di smarrimento per una realtà aliena mai del tutto compresa (per senso) e codificata (per lingua), e soprattutto la necessità, un sentimento di dolore quasi fisico, di conoscere – o per lo meno riuscire ad immaginare – identificandolo fra le mille connessioni quotidiane e imprimendolo nella memoria – il proprio futuro, ossia la propria fine. Che, non c’è storia che tenga, deve passare, inevitabilmente, attraverso l’accettazione del sé.


Nota di merito al traduttore Beniamino Ambrosi: “La Fine” deve essere stata una sfida di non facile risoluzione.

Buona lettura 🙂

"Il Seggio Vacante", di JK Rowling

More about Il seggio vacante Eh niente, si capisce che JK Rowling sarebbe JK Rowling anche se buttasse giù due righe, così tanto per, su come ritinteggiare le pareti del garage. Detto questo, proviamo ad andare per punti, che ci pare il metodo migliore per rifletterci sopra, su questo “lavoro dell’età adulta”.
First of all: cosa TROVERETE, di quella JK Rowling che già conosciamo, ne “Il Seggio Vacante”
  • La passione per la caratterizzazione dei personaggi. Che paiono sempre vivere di vita propria, anche fuori dall’opera. Ci dà l’impressione che la Rowling sia una di quelle scrittrici che ama costruire i suoi protagonisti prima di tutto fuori dal testo, creando pagine e pagine di figure complete e sfaccettate di cui poi si diverte a mostrarci soltanto una minima parte, facendoci la grazia di buttarci là, a caso ma ovvio anche no, solo qualche briciolina di scarto, così come meglio le aggrada. Irritante… ma quanto ci piace. 
  • Le trame chiuse. E’ inutile, KJR non lascia mai nulla al caso o in sospeso. Stai sicuro che alla fine tutte le strade arriveranno dove devono e che tutti i fili saranno tirati e ben annodati: nétroppo, né troppo poco. Probabilmente non capiterà mai di ritrovarsi al termine di un testo della Rowling scoprendosi a pensare: “E allora?”. Chapeau, non da tutti
  • L’attenzione per il reale dell’esistenza. Poche storie, si sta parlando di vite. Niente discorsi aulici, niente monologhi d’autore o tirate da 30enni sgamate in corpi di adolescenti scombussolate dagli ormoni. Uno è quel che è, pure (e soprattutto) con i suoi discorsi malmessi e le sue sparate illogiche (ve lo ricordate Harry? Il mago del “faccio-la-cosa-giusta,-ma-certo!-Come-no,-ohoh-ma-solo-dopo-averne-segate-altre-mille”. Per non parlare di Severus Piton, che non per niente diverse riviste critiche internazionali hanno indicato, specie dopo l’uscita del volume “Harry Potter & the Half-Blood Prince”, come uno dei personaggi letterari più riusciti di tutti i tempi) 
  • Lo stile. Equilibrato e teso tra dialoghi e parti descrittive: gli uni, pregnanti e mai troppo lunghi; le altre, sempre funzionali allo scopo prefisso, ovvero quello della contestualizzazione massima. 

Second one: cosa invece vi lascerà stupiti, rivelandovi lati nascosti ed impensabili di quella JK Rowling che, uh uh, PENSAVATE di conoscere, ne “Il Seggio Vacante”

  • La dissacrazione massiva, metodica, sistematica ma mai, neppure una volta, rancorosa né eccessivamente interiorizzata, di quel mondo so British di cui innegabilmente la Rowling fa parte. Effettivamente ne avevamo avuto un assaggio con la britannicissima Dolores Umbridge, tutta cardigan rosa, tazze di tè e gattini dipinti sui piatti di ceramica, ma forse la cosa ci era un po’ sfuggita, “mascherata” dall’enfasi posta su altri accenni relativi ad un certo, tipico way of life anglosassone che in HP veniva innegabilmente (e giustamente, visto il target dell’opera) celebrato: il college, le divise scolastiche, le tradizioni plurisecolari, l’architettura vittoriana, il pudding e le colazioni pantagrueliche, la nebbia londinese e i paesaggi mozzafiato del nord innevato. Ed è curiosa questa cosa, per due motivi: sia perché ipso facto caratterizza, di rimbalzo, Harry Potter come un romanzo a destinazione prettamente giovanile nel quale si esaltano, correttamente, alcune carratteristiche a scapito di altre (ma solo in apparenza, dal momento che MAI il lettore viene tenuto all’oscuro, disseminato com’è il testo di indizi e ammiccamenti sulla questione), sia perché ci fa comprendere appieno di come JK Rowling sia capace di BEN altro, se ci si mette di impegno 
  • Chiaramente, i temi adulti e il grottesco del reale. In un paesino di provincia, la prematura dipartita di un agguerrito consigliere comunale scatena una serie di eventi dal potere incontenibile e fortemente grottesco proprio per l’evidente incongruenza della situazione paradossale: un gruppo di “paesanotti”, convinti di far parte non di un mediocre consiglio comunale di una qualsiasi delle tante cittadine che popolano la campagna inglese, ma addirittura delle Houses of Parliament, si trova a scannarsi nel più brutale dei modi tra accuse reciproche e rivelazioni sconvolgenti e scandalose (con buona pace dell’ipocrisia fino a quel momento dilagante) che spaziano dallo scandalo sessuale (la moglie 45enne del candidato conservatore favorito che se la fa, o tenta di farsela, con il primo teenager che le capita a tiro) agli episodi del classismo più colonialista e socialmente deplorevole (la leader dell’opposizione, di origini indiane, vittima di un razzismo esaperato da parte del presidente del seggio che si è come dire dimenticato del fatto di essere stato salvato in extremis, dopo un infarto miocardico, dal di lei marito, emerito cardiochirurgo; la vicenda fortemente strumentalizzata di una realtà familiare dei bassifondi, tra violenze domestiche, tossicodipendenza, prostituzione minorile) 
  • Sotto capitolo a parte riguarda gli adolescenti – che, diciamocelo, non è che ne vengano fuori un gran bene. Beh, che ci si poteva aspettare, visti i genitori? Sì perché la guerra combattuta dagli adulti membri del consiglio comunale ha come contrappunto quella, in qualche modo molto più cruenta, quasi di trincea, dei rispettivi figli, che frequentano per la maggior parte la high school locale. Se in HP i “giovani cattivi” si contavano sulle dita di una mano ed erano chiaramente identificabili – e identificati – grazie all’appartenenza ad una specifica “casa”, qui le cose si fanno difficili, e più reali. Si va dalla doppiezza quasi psicopatica di quello che da tutti è considerato il prototipo del Bravo Ragazzo, alla bruttina dislessica che inspiegabilmente sarà l’unica a far breccia nell’animo inaridito della graziosissima e quotatissima new entry appena trasferitasi da Londra e sarà capace perfino di un atto di grande coraggio e sacrificio, fino al giovanetto brufoloso e scipito, sempre a rimorchio dell’amico più sgamato, che ad un certo punto non ne potrà più, del ruolo di spalla a cui pare delegato a vita. 
  • Il punto di vista interno multiplo, che rende pari il narratore al lettore poiché cancella l’onniscienza tipica della narrazione esterna. Perché nessuno (né adulto, né adolescente) è, alla fine, quello che appare. E tutti gli abitanti di Pagford hanno qualcosa che – non c’è storia – te li rende indigesti. Almeno un tantino. E per questo, così veri.

Last but not least: breve compendio sui personaggi, che poi impari a conoscere e mandi a memoria ma le cui vicende, almeno all’inizio, può risultare un momento difficile seguire, visto il tripudio di nomi, cognomi, ruoli, professioni e legami parentali. Questione adeguatamente risolta dall’editore. Se la casa editrice ce lo consente, ci permettiamo il link.

Buona Lettura 🙂

"L’ultimo uomo nella torre", di Aravind Adiga

More about L'ultimo uomo nella torre Meh sì, lo sappiamo: tra voi ci sono molti nasi fini di ballardiana memoria. Déjà-vu, quindi, a leggere “L’ultimo uomo nella torre”? Abbastanza, giacché di queste dinamiche “sociogeografiche” (o meglio: psicogeografiche) ne aveva discusso abbondantemente il nostro di cui sopra, giusto qualche anno in anticipo rispetto ad Aravind Adiga. Nelle opere della maturità, l’occhio acuto di Ballard era passato dall’analisi fantascientifica di un ambiente esterno (ie “Il mondo sommerso” – 1961) a quella, meno fiabesca e più consapevole, relativa all’ambiente interno, di cui “Il condominio” (aha!) datato 1975 e “Super-Cannes” (2002) sono testi paradigmatici. 
Sempre medesimi i temi su cui lo scrittore all’avanguardia della narrativa inglese – nato nel 1930 a Shangai, internato in un campo di prigionia a seguito dell’attacco a Pearl Harbour e tornato in patria solo nel 1946 – si interrogò spesso nelle sue opere: 
  • la violenza con connotazione non individuale ma sociale, specie se espressa in un contesto fortemente strutturato (il campo di prigionia, il condominio, il residence di lusso) che al contrario dovrebbe limitare i propri istinti antisociali garantendo e preservando la quotidianità 
  • la ricontestualizzazione del brutto e del fuori moda rispetto allo stile, alla pulizia delle linee (degli oggetti e… delle persone), e al design, quasi che il dilagare degli aspetti primitivi dell’esistenza fosse, piuttosto che da rifuggire, quasi da desiderare 
  • il mondo nuovo tendente al caos, attraverso la costituzione di un nuovo ordine sociale frutto di una re-interpretazione del presente 
  • la malattia mentale come strumento d’eccellenza per la comprensione della realtà mutata di cui al punto 3 
E quindi? Quindi prendiamo a prestito qualche nota qua e là, pescando nell’infinito mare dell’avventura di Yogesh A. Murthy detto Masterji, professore in pensione, vedovo da poco più di un anno, una figlia morta bambina a causa di un incidente ferroviario e un figlio sposato ad una moglie acida che limita al minimo i contatti tra padre e figlio e tra nonno e nipote. Avventura che inizia nel momento in cui lo scaltro costruttore edile (il “palazzinaro”) Dharmen Shah offre ai condomini dello stabile A della Vishram Society due volte e mezzo il valore dei loro appartamenti; stabile che Shah desidera abbattere per poi costruire al suo posto un super complesso residenziale in stile “gotico” con tanto di tocchi indu e Art Deco. Quel che accade è noto, se ci riferiamo sempre al nostro Ballard d’annata (1975 & 2002): 
Le differenze di ricchezza fra i condomini non passavano inosservate – l’estate prima Mr (…) aveva portato la famiglia nel (…), e l’agente immobiliare Mr (..) aveva una Toyota Qualis – ma si trattava di semplici alti e bassi nell’uniformante squallore (…). La vera distinzione consisteva nell’andarsene dallo stabile” (pag 31) 
Qual è la definizione di una città morente (…)? Glielo dirò, visto che lei non lo sa: una città che smette di sorprendere” (pag 47) 
Nei vecchi condomini la verità è una cosa comunitaria, un consenso d’opinione (…) a prezzo di una certa quantità di rabbia accantonata, di una certa quantità di orgoglio ingoiato, sarebbe stato riammesso nella vita comunitaria dello stabile” (pag 203 e 206) 
Strattonò il cavo del telefono per staccarlo dal muro” (pag 220) 
Bloccò la porta con il tavolino di tek (…). ‘Dunque sono rimasto l’ultimo uomo del condominio’, pensò” (pag 242) 
Ora (…) usciva solo due volte al giorno (…). Prese a concedersi un sonnellino pomeridiamo” (pag 253) 
Non lo consideravano più un essere umano… uno che ha bisogno di acqua e di luce” (pag256) 
Sta trasformando delle brave persone in cattive persone. Sta cambiando la nostra natura. Perché vuole che siamo noi a farlo (…). Quello che gli altri costruttori fanno a quelli come lui in situazioni come questa” (pag 297) 
(…) spinse il divano contro la porta, per barricarsi in vista di un secondo attacco. (…) Riempì una pentola d’acqua, accese un fornello e mise l’acqua a bollire. Gliel’avrebbe versata in testa quando fossero tornati. In ginocchio, esaminò la bombola del gas. Magari poteva fargliela esplodere in faccia?” (pag 318) 
La polizia non è venuta. Perché non l’ha chiamata?” (pag 324) 
Ma (…) si rischia di finire in prigione! (…) E vivere in questo edificio per il resto della vita sarebbe meglio che finire in prigione?” (pag 336) 
Il merito di Adiga è indubbiamente quello della contestualizzazione. Ex corrispondente del “Times” direttamente da Mumbai, dove risiede, e vincitore del prestigioso Man Booker Prize nel 2008 con “La tigre bianca” (Einaudi), Adiga possiede la capacità di scrutare con occhio clinico e imparziale una città in costante e continuo mutamento, rendendone esplicite tutte le intrinseche contraddizioni. La Mumbai del cemento e dei fantasmagorici centri residenziali in divenire, progettati dai più valenti ingengneri nazionali e internazionali ma costruiti, mattone dopo mattone, da innumerevoli (e sacrificabili) schiere di immigrati senza fissa dimora che in cambio di una paga irrisoria si intossicano i polmoni con le fibre di amianto. La Mumbai degli slum cresciuti catapecchia dopo catapecchia ai margini dell’aeroporto intenazionale, tra gli scarichi dei 747, le cloache a cielo aperto e le mille antenne paraboliche montate sui tetti di lamiera. La Mumbai del sistema delle caste, oramai in declino, il cui “ordine” viene ora sostituito dall’anarchica corruzione dei pubblici uffici e dalla burocrazia anglo-indiana, infinita e inestricabile. 
Che poi, la questione delicatamente inquietante è pure un’altra; che in certi casi si potrebbe avere il sentore sì di un déjà-vu, ma non ballardiano, stavolta: 
Guarda i treni di questa città. Guarda le strade. I tribunali. Niente che funziona, niente che si muove; ci vogliono dieci anni per costruire un ponte” (pag 61) 
(…) sedurli con sorrisi e strette di mano, arruffianarsi i bambini piccoli come fanno i politici” (pag 86) 
Odiava quelle assemblee condominiali: ogni volta che tenevano la riunione annuale della cooperativa, lui si sentiva in imbarazzo per i battibecchi fra vicini, le accuse meschine (…). Come donne al mercato del pesce” (pag 103) 
(…) era iniziata una stagione di forza di volontà: l’alleanza di corruzione, filantropia e inerzia che li aveva protetti così a lungo si stava disintegrando” (pag 136) 
L’area (…) come avrebbe retto a tutte quelle nuove abitazioni… e cosa ne sarebbe stato della viabilità?” (pag 155) 
(…) questi vecchi dissidi, queste vecchie mechinità… devono finire. E’ questo il motivo per cui nel nostro paese non concludiamo mai niente” (pag 170) 
(…) Tutti lo sanno, ma nessuno vuole prendersi la responsabilità di dire: ‘Rallentiamo. Fermiamoci. Pensiamo a quel che sta succedendo” (pag 213) 
Siamo un popolo cavilloso (…) un popolo melodrammatico (…) vediamo troppi film” (pag 244) 
Buona lettura 🙂

"Tony & Susan", di Austin Wright

More about Tony & Susan Austin Wright, distinto signore deceduto nel 2003 all’età di 81 anni, narratore, critico letterario ed English Professor presso l’università di Cincinnati, lascia un corpus di opere composto di svariate antologie di saggi, sette romanzi e un prestigioso Whithing Writer’s Awa (1985). “Tony & Susan” uscì negli Stati Uniti nel 1993 e in Italia l’anno successivo, per Rizzoli; nonostante il titolo accattivante e l’intervento di Saul Bellow (mai tenero d’animo nei confronti dei colleghi writers) – che definì l’opera “un capolavoro” e l’autore “meraviglioso narratore e romanziere” – il testo non riscosse favore e venne annoverato dai critici nella folta schiera dei “negligible”. Così però scriveva nel 2010 W. Skidelsky, corrispondente al The Observer: 
“(…) the decision by Atlantic Books to republish Tony & Susan is odd: why resuscitate a novel written not that long ago and which wasn’t a big success in its day? The reason, says Atlantic, is that Tony & Susan’s neglect deserves to be rectified, since it is “the most astounding lost masterpiece of American fiction since ^Revolutionary Road^”. 
Data per scontata l’iperbolica “ansia da fascetta” che richiede sempre il suo obolo, senza dubbio l’opera contiene alcuni spunti interessanti che la rendono affascinante, attuale e consigliata quale… reading natalizio
Immaginate. Esterno, pomeriggio d’inverno che scivola nella notte fredda. Una serata a caso tra le cinque che separano Natale e Capodanno. Sobborghi residenziali dei ricchi States, una bella casa in stile “Mamma ho perso l’aereo”. Zoom veloce al bowindow del soggiorno che inquadra una scena familiare di archetipica patinatura: il disordine controllato delle feste, addobbi e luci sull’abete natalizio, carta da regalo sparsa sui tappeti, tre ragazzi di varie età che si intrattengono con alcuni giochi da tavolo. Adagiata sul divano – il gatto accoccolato accanto – c’è Susan Morrow: elegante signora quasi-50 enne, moglie in seconde nozze di Arthur, cardiochirurgo di successo al momento travelling on business purposes, è madre di tre figli, casalinga a tempo pieno e insegnante di inglese part time presso una scuola locale. 
Susan è intenta a scartare un manoscritto che le è appena giunto per posta, con preghiera di valutazione sincera, da parte di Edward, il suo primo marito. La separazione, piuttosto turbolenta, risale a 20 anni prima e gli sporadici contatti successivi si limitano a una laconica cartolina per le feste firmata da Edward stesso e dalla di lui seconda moglie. L’ambizione di Edward di diventare scrittore è stato il primo dei motivi a causa della rottura: da una parte Susan, scettica sul talento dell’uomo, dall’altra Edward stesso, affetto da una giovanile e inconcludente febbre da artista che lo lascia privo di un lavoro stabile e vittima di una grave depressione a cui Susan, nella sua praticità “coi margini su tutti i lati”, non sa far fronte se non con la fuga. 
Il titolo dell’opera che con curiosità e un pizzico di inquietudine Susan si appresta a sondare è “Animali notturni” e ha per protagonista Tony Hasting, uno stimato professore universitario, coetaneo di Susan. 
Wait a minute. Ritorniamo un momento al titolo dell’opera di Wright, che a questo punto acquista un significato tutto particolare perché mette in comunicazione non solo due individui ma anche e soprattutto due mondi: quello della “realtà” e quello della “finzione”. Ormai è fatta: siamo stati catapultati nel bel mezzo di una novel-within-a-novel nostro malgrado, giacché spesso questo espediente letterario rivela dubbio gusto, grossi limiti dell’autore, incapace di governare con professionalità un asse narrativo coerente e protratto nel tempo, e profonde lacune stilistiche (cfr PGiordano CorSera 06/10/2011 | recensione all’opera | Adelphi: “Quando in una storia vedo comparire un protagonista-lettore, ho sempre il sospetto che sia stato messo lì allo scopo di adularmi, di rassicurare, mentre io pretendo tutto il contrario dal libro che sto leggendo”). Epperò la questione destabilizzante è che “Animali Notturni” regge. Pure da solo. E di certo non “rassicura”. 
Con un senso di crescente disagio se ne accorge pure Susan, via via che procede con la lettura che diventa sempre più intrigante. Il mite e inconcludente Edward, che aveva ripiegato su un lavoro impiegatizio presso una ditta di assicurazioni, pare avercela fatta: è diventato scrittore. Di un thriller mozzafiato! Di quelli hard-boiled, pesanti, truci. 
Tony Hastings è un tranquillo professore universitario, “coi margini su tutti i lati”, in viaggio con moglie e figlia adolescente alla volta del Maine: trascorreranno le vacanze estive presso la casa di famiglia. Su insistenza della figlia Tony abbandona il progetto di pernottare in un motel e si accinge a proseguire il viaggio in un on the road notturno. Purtroppo, però, quando il buio è profondo, due auto misteriose ingaggiano una pericolosa gara di velocità con Tony, lo affiancano e lo speronano. L’inadeguatezza di Tony, che non trova modo di reagire ai tre balordi scesi dalle vetture, fa si che l’auto di famiglia (moglie e figlia comprese) sia requisita da due di essi: le donne sono quindi rapite e portate chissà dove mentre a Tony ne capitano di tutti i colori in un crescendo di suspance e angoscia. E’ abbandonato dall’altro conducente in mezzo ad un bosco, tra le colline buie e disabitate che circondano la statale. A piedi tenta di ritrovare la statale, si ferisce, cade in un torrente, scampa all’agguato del conducente stesso, tornato indietro per ammazzarlo (?), sempre domandandosi con cupa preoccupazione, amplificata dalla notte e dal paesaggio inquietante e alieno, che fine abbiano fatto moglie e figlia, figurandosi quel che gli pare oramai inevitabile: violenza, stupro, omicidio. 
Chi sono, questi Animali Notturni? I tre balordi che sequestrano le due donne, nel buio minaccioso di una statale semideserta? Sicuramente. O forse animale notturno è anche Tony, mite professore incapace di qualsiasi violenza, anche solo come autodifesa, che rimane muto e immobile di fronte alle preghiere terrorizzate della moglie e alle grida isteriche della figlia per poi scoprirsi pronto a trasformarsi, assieme al poliziotto incaricato del caso, in un carnefice e aguzzino più spietato degli assalitori medesimi? Chi lo sa, si domanda Susan. La questione è che di domande ne affiorano anche altre, nella mente della donna, giacché si dà il caso che Tony le somigli molto, per età, professione, “margini su tutti i lati”. Susan, così adeguata al ruolo che negli anni si è auto-imposta: moglie devota, madre presente e affettuosa, regina della casa. Così civilizzata. Tanto da essere divenuta insensibile e cieca nei riguardi di quella sottile paura che spesso la attanaglia, e che sempre – per “quieto vivere” – rigetta all’interno di sé, in quell’angolo di buio notturno nel quale è meglio esimersi dal rovistare. Così, mentre i ragazzi giocano tranquilli e fuori la neve cade in fiocchi allegri, Susan si trova costretta a riflettere. 
Perché Arthur insiste nel voler accettare l’offerta di quella clinica di Washington? Non pensa alle esigenze della moglie e dei figli, tutti e quattro costretti a un cambio radicale di lavoro, scuola, amici, abitudini? A Washington, Susan ne è al corrente, Marylin Linwood possiede un pied-à-terre. Marylin, la bella segretaria con cui Arthur, famoso chirurgo, marito e padre devoto, ha intessuto una relazione sessuale durata diversi anni e ora – stando alle teatrali dichiarazioni dell’uomo – definitivamente conclusa. 
Perché Susan non è riuscita a imporsi nell’ambito professionale, né con Edward né poi con Arthur? Intelligente, laureata, ottime speranze, si ritrova dopo più di vent’anni a insegnare ancora in scuole di provincia, part time, quasi per hobby. 
Perché non può smettere di pensare che il manoscritto sia in realtà una cruda e particolare forma di vendetta nei suoi confronti? Chi è – o chi è diventato – Edward, il marito (conosciuto in gioventù, il bravo ragazzo benvoluto dalla famiglia di Susan), tradito dalla moglie e poi abbandonato al proprio destino in un momento di fragilità mentale? (Eh sì, perché Susan, ha conosciuto Arthur prima di lasciare Edward, non dopo) Curioso, che all’unica donna presente in “Animali Notturni”, una sciacquetta tardo-adolescente di ingegno non brillante e stivali in lattex, Edward abbia affibbiato proprio il nome della prima moglie… 
Non è che l’uomo medio (o la donna media), quello civilizzato, contrario alla pena di morte, devoto alla famiglia tanto da sacrificare se stesso e le proprie ambizioni al bene comune, sia – di fatto – un perdente? Perché Tony non ha reagito di fronte alle provocazioni dei tre delinquentelli, che per la cronaca non hanno estratto neppure un coltellino da frutta, al momento dell’“aggressione”? Per viltà ma soprattutto per intima convinzione, per coerenza nei riguardi di una particolare visione della società che – di fatto – Tony si è autoimposto; allo stesso modo in cui Susan aveva scelto di lasciare Edward perché non corrispondente ai canoni di “marito ideale” che si era lei stessa autoimposta, preferendogli un Arthur tutto d’un pezzo: lavoro sicuro, carriera gratificante, preciso percorso davanti a sé. Abbracciare la propria umanità significa quindi seguire la legge e il senso di giustizia, oppure far valere le proprie ragioni, fino alla vendetta e alla legge del contrappasso? 
Il gioco a matrioska rapisce: il lettore legge di Susan, che di rimando si trova catapultata nel mondo di Edward, che però a sua volta parla del “personaggio” Tony, che a sua volta torna, con raffinata introspezione, a Susan stessa. Lo stile è solido, si modifica in base ai livelli di lettura affrontati: fluido, pacato nella linea di analisi dedicata a Susan; secco, paratattico, fedele al topos del thriller nelle parti riservate a Tony. 
E su tutto regna incontrastato Austin Wright, a farsi beffa, anche da trapassato, del proprio lettore.
Buona lettura (natalizia) 🙂

"Coral Glynn", di Peter Cameron

More about Coral Glynn Inghilterra. Una donna comune, non bella, di scarse possibilità economiche ma di ampia capacità professionale, ancora giovane eppure già provata dalle avversità della vita, si ritrova a dover prestare servizio in una grande casa di campagna, umida, fredda, buia, malcurata. Il padrone di questo maniero perennemente avvolto da umidità e pioggia è un esponente della upper class tormentato da un passato oscuro e da un presente ancora più inquietante. La donna, malvoluta dalla servitù della casa ed estranea alla comunità del paese vicino – emarginata a causa della misera posizione sociale e del carattere schivo – deve destreggiarsi tra vicende che suo malgrado si fanno sempre più intricate fra drammatici avvenimenti pubblici e intimi segreti inconfessabili, triangolo amoroso compreso. 

Cos’è, vi sto raccontando, in grande sintesi, la trama di “Jane Eyre”? No, stiamo parlando proprio di “Coral Glynn”. Bene, allora ci riproviamo con un po’ di tracking changes, aggiungendo qualche particolare in più e giusto un paio di ingredienti segreti targati David Cameron: ironia, humor, senso del grottesco e un pizzico (lieve) di cinismo. 

Inghilterra, Leichestershire, primavera 1950. L’infermiera Coral Glynn, una donna comune, non bella, di scarse possibilità economiche ma di ampia capacità professionale, ancora giovane eppure già provata dalle avversità della vita (genitori deceduti da tempo, amato fratello caduto nella battaglia di El-Alamein), si ritrova a dover prestare servizio in una grande casa di campagna, umida, fredda, buia, malcurata. Deve assistere l’anziana e moribonda Mrs Hart, malata terminale. Il di lei figlio unico, il Maggiore Clement, padrone di questo maniero perennemente avvolto da umidità e pioggia, è un esponente della upper class, un reduce di guerra tormentato da un passato oscuro e da un presente ancora più inquietante. Coral, malvoluta dalla servitù della casa ed estranea alla comunità del paese vicino – emarginata a causa della misera posizione sociale e del carattere schivo – deve destreggiarsi tra vicende che suo malgrado si fanno sempre più intricate fra drammatici avvenimenti pubblici e intimi segreti inconfessabili, triangolo quartetto amoroso compreso, composto dal Maggiore Clement, dall’amico di lunga data Robin, che nutre nei confronti del Maggiore un amore forte e dichiarato, dalla di lui moglie, l’energica Dolly, rassegnata ma non troppo ad un matrimonio di mera facciata; e naturalmente Coral stessa. 

Insomma, “Coral Glynn” possiede – non per niente l’autore dichiara di aver impiegato ben 5 anni a concludere l’opera – la tensione della gothic novel di puro, classico, stampo anglosassone e la grazia del romanzo di introspezione, per non parlare delle suggestioni provenienti dalla più tipica “comedy of manners”, sempre anglosassone, il tutto rivisto e reinterpretato da un autore di origine e cultura made in USA (ricordiamolo perché visto l’imprinting dell’opera, assolutamente British, questo “piccolo” particolare potrebbe sfuggirci). Insomma, di materiale su cui riflettere ce n’è eccome. 

Sarebbe tuttavia un peccato rivelarvi di più sulla trama, lineare e quasi scarna per altro – doveroso sottolinearlo nei confronti di chi si aspettasse grande azione e fuochi d’artificio (attenzione a non rimanerne delusi!). Quindi vorremmo soltanto porre l’accento su alcuni temi utili, a parer nostro, alla comprensione del testo. 
  • Prima di tutto, il malinteso. Quel (poco) che accade, almeno nella prima parte di questo racconto lungo, per ammissione stessa di Coral è tutto frutto di un “gran pasticcio”. I protagonisti non si comprendono tra loro, né quando parlano, né quando stanno zitti (vedi Clement e sua madre, oppure nel rapporto con l’amico Robin). Per altro non comprendono neanche se stessi – vittime come sono di equilibri interiori ricchi, complessi e dunque difficili da gestire, tra desideri frustrati di azione e redenzione e conseguente tendenza, delle volte, alla passività aggressiva. Nulla di patologico, comunque: solo la “versione Peter Cameron” della vita quotidiana (*). 
  • La questione interessante è che la mancanza di introspezione psicologica dei personaggi, specie nella prima metà del racconto (forse la più riuscita), declassa il lettore a semplice spettatore, al pari dei protagonisti dell’opera: spettatore passivo e succube delle vicende che “accadono” senza che sia possibile, almeno per il momento, ritrovarne il senso. Pur tuttavia, è sapiente il gioco di Cameron che utilizza questo stratagemma letterario al fine di ottenere il totale e incondizionato coinvolgimento da parte del lettore stesso (perché attenzione, “Coral Glynn” crea assuefazione: inutile resistere, continuerete a leggere una pagina via l’altra “per vedere cosa succede dopo”), effetto brillantemente ottenuto soprattutto grazie al punto di vista interno multiplo, per definizione parziale e tendenzioso.
  • Da qui viene di pensare alla ricorrenza di trama e personaggi, che in questo caso ben si accomunano ad un’altra opera dell’autore “The city of your final destination” (“Quella sera dorata” -> qui) che già nel 2002 riproponeva all’incirca i medesimi spunti di riflessione – villa decadente e triangolo amoroso compreso, sullo sfondo di una grande tragedia pubblica e privata. 
  • Le rivelazioni, gli aiku di tre righe, le parti descrittive viste sempre con l’occhio del protagonista del momento. Ve ne lasciamo alcune:

Voglio soltanto non inacidirmi e non morire dentro come mia madre, e se vivo qui da solo so che succederà. Sento già un qualcosa in me, un qualcuno che va di stanza in stanza a chiudere tutte le porte, a sprangare le finestre” [Clement, p48]


“(…) sulla parete accanto al letto, c’era il quadro di un bulldog col fez che guardava un rospo con il pince-nez e il tocco accademico; il cane aveva la testa inclinata di lato, il rospo la lingua tutta fuori. Sotto c’era il titolo: Amici per la pelle” [Coral, p58]

Forse è meglio perdere del tutto una cosa che stare aggrappati ai pezzi che ci sono concessi” [Dolly, p170]

(*) Chi è Coral Glynn, ovvero la signorina Nessuno, o La Qualunque. Potrebbe essere una ragazza affascinante se solo non vestisse in maniera così sciatta (il vil denaro non c’entra, è proprio lo stile, quello di cui è carente); non è particolarmente brillante e, diciamocelo, certe sue uscite proprio non sembrano il massimo del raziocinio. Non ha particolari interessi e nemmeno intende coltivarli (che so, per avanzare socialmente) e per altro non è neppure una così coraggiosa eroina. Passione e fuoco ardente, poi, non sono attributi a mezzo dei quali potremmo definire il personaggio. Coral è il neutro su cui i colori spiccano, scuri o chiari che siano. E’ il personaggio zero, quello che non esiste di per sé ma rende reali tutti gli altri, in maniera detonante. E’ la miccia che fa saltare la dinamite che da anni riposa quieta tra Clement e Robin, e tra Robin e Dolly. E’ l’espressione (passiva) della società postbellica dell’epoca, tra modernità e tradizione secolare, parità dei sessi, misoginia e classismo (la donna single, indipendente, sessualmente libera, che senza dimora fissa si sposta di città in città per lavorare; l’upper class ancora legata, a doppio filo, alle rendite del latifondo; il maschio che sistematicamente abusa della femmina; una moglie childfree che con serenità chiede il divorzio). 

Il merito di Cameron sta, ancora una volta, nell’essere riuscito a inscenare un “dramma della normalità” assolutamente credibile e ben congeniato dall’inizio alla fine, offrendo al lettore una “suspense del nulla” che lo trascina inevitabilmente, spettatore passivo di una commedia teatrale, fino all’epilogo, per altro inconsueto, spiazzante e rivelatore: come nella vita quotidiana, così in Coral Glynn tutto si risolve, nel bene e nel male. E spesso ciò avviene né grazie a – né per colpa di – qualcuno. Più che le scelte consapevoli, personali, motivate, a far la differenza sono gli eventi minimi, accidentali, fortuiti, gli scarti del tempo e dello spazio; come a dire… “Un giorno questo dolore ti sarà utile”.

Buona lettura 🙂